Traduzione da Strategic Culture, 12 luglio 2026.
Nella serata del 7 luglio la Marina degli Stati Uniti ha tentato -in coordinamento con il Qatar e l'Oman- di far passare un convoglio di quattro navi attraverso lo Stretto di Hormuz transitando per le acque omanite, invece di far loro seguire la rotta ufficialmente approvata dall'Iran. Trump potrebbe aver immaginato (oppure gli era stato detto) che con i funerali di Stato del defunto Leader Supremo Ali Khamenei in corso l'Iran non avrebbe reagito al tentativo di aprire con la forza un corridoio statunitense. Trump, tuttavia, ha frainteso la presa di posizione dell'Iran: Hormuz è la sua "arma atomica"; l'Iran non intende rinunciarvi.
Trump insiste –in chiara contraddizione con i termini stabiliti nel quinto paragrafo del protocollo di intesa– che l'Iran non ha alcun diritto di interferire con qualsiasi nave che tenti di transitare nello Stretto di Hormuz. Solo che l'Iran si sta muovendo nel rispetto dei termini del quadro di de-escalation concordato. E ha più volte avvertito che avrebbe colpito qualsiasi nave che aggirasse i suoi controlli.
L'Iran ha risposto direttamente alla sfida lanciata da Trump al suo controllo dello Stretto, colpendo due navi con missili e una terza con un drone armato. Una quarta petroliera di proprietà del Qatar, carica di gas naturale liquefatto, è stata incendiata costringendo l’equipaggio ad abbandonare la nave colpita.
Queste rappresaglie iraniane hanno spinto Trump a ordinare attacchi aerei statunitensi contro obiettivi iraniani, a reintrodurre le sanzioni sulle esportazioni petrolifere della Repubblica Islamica e a revocare il protocollo di intesa che aveva firmato con quegli stessi iraniani che ha definito feccia, ponendo così fine al cessate il fuoco. "Li abbiamo colpiti duramente ieri sera", ha dichiarato Trump al vertice NATO di Ankara. "Probabilmente stasera li colpiremo duramente di nuovo".
Trump ha effettivamente colpito nuovamente l'Iran mercoledì notte, anche se l'Iran non aveva attaccato un'altra nave che cercava di aggirare i controlli. In risposta, l'Iran ha lanciato missili balistici e droni contro basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e contro la base aerea di Muwaffaq al Salti in Giordania.
Il vicepresidente Vance sta dicendo all'Iran: "Se provate a chiudere lo Stretto di Hormuz, l'esercito statunitense risponderà. È semplice". O l'Iran tiene lo Stretto di Hormuz completamente aperto a tutti, oppure gli Stati Uniti continueranno a colpire come hanno fatto martedì sera.
L’Iran insiste sul fatto che sarebbero stati gli USA a violare il protocollo di intesa; tramite il portavoce della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale avverte che ulteriori attacchi da parte degli Stati Uniti contro l'Iran saranno contrastati da un’offensiva a sorpresa su vasta scala e potenzialmente anche con il ricorso ad altre opzioni, quali il ritiro iraniano dal Trattato di Non Proliferazione, la modifica della dottrina nucleare del Paese e la chiusura dello Stretto di Bab al Mandab oltre a quella dello Stretto di Hormuz.
Insomma, il vicepresidente Vance sta dicendo che se l'Iran limiterà l'accesso a Hormuz -cioè lo manterrà aperto solo per le navi degli Stati amici- gli Stati Uniti intensificheranno la loro risposta. A questa minaccia l'Iran risponde che intensificherà a sua volta la propria ritorsione –due attacchi per ogni attacco statunitense– e che potrebbe anche adottare nuove dottrine belliche.
Trump in sostanza è caduto nella trappola della escalation, a quanto pare -e almeno in parte- per rifarsi dal crollo dei consensi nei sondaggi interni. Si è messo in questa situazione con le sue mani, cercando di fare il furbo durante i preparativi per il funerale di Khamenei nel tentativo di ottenere una "rapida vittoria".
Quanto durerà questa escalation? Certamente non porterà alla riapertura dello Stretto, né al ritorno allo status quo di prima della guerra. Finché l'Iran manterrà la sua capacità di controllare Hormuz, non c'è alcun motivo per credere che la situazione tornerà quella che era prima.
Al contrario, e più probabilmente, la crisi accelererà l'insorgere dell'incombente crisi economica globale che potrebbe protrarsi fino a quando le difficoltà economiche non diventeranno acute, man mano che si esauriranno le scorte di greggio di bassa qualità e che gli effetti sull’economia reale in Occidente diventeranno visibili.
Con la carenza di munizioni e il ritiro del potenziale aereo dal Medio Oriente già in atto, Trump probabilmente non dispone dei mezzi necessari per lanciarsi a pieno titolo in una "Guerra all'Iran versione 3.0".
A dettare i tempi in questa nuova serie di ritorsioni a bassa intensità, quindi, sono probabilmente il livello delle scorte delle raffinerie negli Stati Uniti e quello della sofferenza che Trump sta provando in patria per il declino della sua fortuna politica, nonché per la sua avversione per qualsiasi cosa egli consideri un'umiliazione sul piano personale.
Quando è stato che le cose hanno cominciato a andare storte? Probabilmente il nodo della questione va identificato nel momento in cui la nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran Sayyed Mojtaba ha rilasciato la dichiarazione in cui affermava di aver avuto idee diverse sul protocollo di intesa rispetto al gruppo dei negoziatori, e di aver comunque accettato di procedere dopo aver ricevuto dal Presidente Pezeshkian la garanzia che nei rapporti con gli USA avrebbe assicurato il rispetto dei principi fondamentali della Repubblica Islamica dell'Iran.
La dichiarazione è stata un avvertimento sia per gli Stati Uniti che per i negoziatori iraniani: l'approvazione del protocollo di intesa da parte dell'Iran non costituiva un mandato in bianco, ma era anzi strettamente legata ai dieci principi originariamente enunciati dalla nuova Guida Suprema.
A un certo punto, la leadership iraniana sembra essere giunta alla conclusione che l'Iran fosse vittima di un imbroglio da parte degli Stati Uniti; che il protocollo di intesa fosse mendace "e che l’insieme degli eventi successivi all'annuncio del memorandum avrebbe rispecchiato una strategia statunitense basata sulla convinzione che nel precedente scambio di colpi con l'Iran [gli Stati Uniti e lo stato sionista] non fossero riusciti a raggiungere i propri obiettivi, rendendo necessaria una sospensione dello scontro -sia pure temporanea- al fine di riorganizzarsi e prepararsi meglio, per riprendere le ostilità quando si fossero presentate le condizioni giuste".
Questo ha indotto l'Iran a riconsiderare la situazione, ritenendo che tutto quanto atteneva Hormuz e il Libano costituisse la leva fondamentale per intraprendere una nuova guerra, mentre l’Occidente faceva pressione nel contesto di una strategia di contenimento e gli USA e lo stato sionista si preparavano a riprendere lo scontro.
La strategia messa in atto sul momento dagli Stati Uniti non comporta cambiamenti negli obiettivi degli USA e dello stato sionista, quanto un adeguamento nei meccanismi operativi per consentire qualche compromesso che Washington ritiene necessario. Ad esempio, una collaborazione più stretta con la Turchia e il coinvolgimeno della Siria con Jolani, per tramite di Erdogan. L'idea è quella di rimescolare le carte in Libano e poi "valutare come stanno le cose", come ha sottolineato Vance.
Non è certo che questa nuova condotta funzionerà. Il mondo sta cambiando rapidamente. Il pronosticato trionfo dello stato sionista in Medio Oriente si è rivelato un fallimento. Probabilmente fallirà anche la manovra di Trump, basata sul protocollo di intesa, per aprire lo Stretto di Hormuz.
Anche la guerra contro la Russia e l'assedio alla Cina ad essa collegati stanno vacillando; e anche la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inscalfibile, viene messa in discussione. Un esponente di spicco del Partito Democratico statunitense, Rahm Emanuel, potenziale candidato alla presidenza per il 2028, ha preso la parola il 12 luglio nello stato sionista lanciando un monito inequivocabile. Lo stato sionista "ha perso il sostegno del mondo, è diventato un 'paria regionale' [e la sua] alleanza con gli Stati Uniti è 'a un bivio'".
In ultimo, ormai
E infine, ecco che compare un cigno nero a nuotare sempre più in pieno sole. Eric Katz, scrivendo su Notus, afferma che "la bozza di un rapporto ad uso interno per il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti intende mettere in guardia dai rischi posti dal mercato dell'intelligenza artificiale, paragonandone gli aspetti chiave alla bolla delle dotcom che ha sconvolto l'economia statunitense quando è scoppiata nei primi anni 2000".
Gli analisti del Tesoro hanno scritto:
Gli analisti di professione presso il Dipartimento del Tesoro hanno riscontrato che le aziende di IA sono radicate nell'economia statunitense in modo più profondo di quanto lo fossero i loro predecessori del settore dotcom, e che rappresentano un rischio significativo per l'intero sistema qualora le condizioni finanziarie dovessero cambiare, gli obiettivi di produttività non venissero raggiunti o vari colli di bottiglia ne ostacolassero la crescita.Una flessione del mercato dell'IA provocherebbe onde d'urto in tutto l'ecosistema economico.
Una flessione dei mercati negli USA –aggravata da una crisi energetica– potrebbe rivelarsi disastrosa per le speranze di Trump in vista delle elezioni di metà mandato.









