16 luglio 2026

Alastair Crooke - Guerra all'Iran, versione 3.0

 Guerra all'Iran, luglio 2026


Traduzione da Strategic Culture, 12 luglio 2026.

Nella serata del 7 luglio la Marina degli Stati Uniti ha tentato -in coordinamento con il Qatar e l'Oman- di far passare un convoglio di quattro navi attraverso lo Stretto di Hormuz transitando per le acque omanite, invece di far loro seguire la rotta ufficialmente approvata dall'Iran. Trump potrebbe aver immaginato (oppure gli era stato detto) che con i funerali di Stato del defunto Leader Supremo Ali Khamenei in corso l'Iran non avrebbe reagito al tentativo di aprire con la forza un corridoio statunitense. Trump, tuttavia, ha frainteso la presa di posizione dell'Iran: Hormuz è la sua "arma atomica"; l'Iran non intende rinunciarvi.
Trump insiste –in chiara contraddizione con i termini stabiliti nel quinto paragrafo del protocollo di intesa– che l'Iran non ha alcun diritto di interferire con qualsiasi nave che tenti di transitare nello Stretto di Hormuz. Solo che l'Iran si sta muovendo nel rispetto dei termini del quadro di de-escalation concordato. E ha più volte avvertito che avrebbe colpito qualsiasi nave che aggirasse i suoi controlli.
L'Iran ha risposto direttamente alla sfida lanciata da Trump al suo controllo dello Stretto, colpendo due navi con missili e una terza con un drone armato. Una quarta petroliera di proprietà del Qatar, carica di gas naturale liquefatto, è stata incendiata costringendo l’equipaggio ad abbandonare la nave colpita.
Queste rappresaglie iraniane hanno spinto Trump a ordinare attacchi aerei statunitensi contro obiettivi iraniani, a reintrodurre le sanzioni sulle esportazioni petrolifere della Repubblica Islamica e a revocare il protocollo di intesa che aveva firmato con quegli stessi iraniani che ha definito feccia, ponendo così fine al cessate il fuoco. "Li abbiamo colpiti duramente ieri sera", ha dichiarato Trump al vertice NATO di Ankara. "Probabilmente stasera li colpiremo duramente di nuovo".
Trump ha effettivamente colpito nuovamente l'Iran mercoledì notte, anche se l'Iran non aveva attaccato un'altra nave che cercava di aggirare i controlli. In risposta, l'Iran ha lanciato missili balistici e droni contro basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e contro la base aerea di Muwaffaq al Salti in Giordania.
Il vicepresidente Vance sta dicendo all'Iran: "Se provate a chiudere lo Stretto di Hormuz, l'esercito statunitense risponderà. È semplice". O l'Iran tiene lo Stretto di Hormuz completamente aperto a tutti, oppure gli Stati Uniti continueranno a colpire come hanno fatto martedì sera.
L’Iran insiste sul fatto che sarebbero stati gli USA a violare il protocollo di intesa; tramite il portavoce della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale avverte che ulteriori attacchi da parte degli Stati Uniti contro l'Iran saranno contrastati da un’offensiva a sorpresa su vasta scala e potenzialmente anche con il ricorso ad altre opzioni, quali il ritiro iraniano dal Trattato di Non Proliferazione, la modifica della dottrina nucleare del Paese e la chiusura dello Stretto di Bab al Mandab oltre a quella dello Stretto di Hormuz.
Insomma, il vicepresidente Vance sta dicendo che se l'Iran limiterà l'accesso a Hormuz -cioè lo manterrà aperto solo per le navi degli Stati amici- gli Stati Uniti intensificheranno la loro risposta. A questa minaccia l'Iran risponde che intensificherà a sua volta la propria ritorsione –due attacchi per ogni attacco statunitense– e che potrebbe anche adottare nuove dottrine belliche.
Trump in sostanza è caduto nella trappola della escalation, a quanto pare -e almeno in parte- per rifarsi dal crollo dei consensi nei sondaggi interni. Si è messo in questa situazione con le sue mani, cercando di fare il furbo durante i preparativi per il funerale di Khamenei nel tentativo di ottenere una "rapida vittoria".
Quanto durerà questa escalation? Certamente non porterà alla riapertura dello Stretto, né al ritorno allo status quo di prima della guerra. Finché l'Iran manterrà la sua capacità di controllare Hormuz, non c'è alcun motivo per credere che la situazione tornerà quella che era prima.
Al contrario, e più probabilmente, la crisi accelererà l'insorgere dell'incombente crisi economica globale che potrebbe protrarsi fino a quando le difficoltà economiche non diventeranno acute, man mano che si esauriranno le scorte di greggio di bassa qualità e che gli effetti sull’economia reale in Occidente diventeranno visibili.
Con la carenza di munizioni e il ritiro del potenziale aereo dal Medio Oriente già in atto, Trump probabilmente non dispone dei mezzi necessari per lanciarsi a pieno titolo in una "Guerra all'Iran versione 3.0".
A dettare i tempi in questa nuova serie di ritorsioni a bassa intensità, quindi, sono probabilmente il livello delle scorte delle raffinerie negli Stati Uniti e quello della sofferenza che Trump sta provando in patria per il declino della sua fortuna politica, nonché per la sua avversione per qualsiasi cosa egli consideri un'umiliazione sul piano personale.
Quando è stato che le cose hanno cominciato a andare storte? Probabilmente il nodo della questione va identificato nel momento in cui la nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran Sayyed Mojtaba ha rilasciato la dichiarazione in cui affermava di aver avuto idee diverse sul protocollo di intesa rispetto al gruppo dei negoziatori, e di aver comunque accettato di procedere dopo aver ricevuto dal Presidente Pezeshkian la garanzia che nei rapporti con gli USA avrebbe assicurato il rispetto dei principi fondamentali della Repubblica Islamica dell'Iran.
La dichiarazione è stata un avvertimento sia per gli Stati Uniti che per i negoziatori iraniani: l'approvazione del protocollo di intesa da parte dell'Iran non costituiva un mandato in bianco, ma era anzi strettamente legata ai dieci principi originariamente enunciati dalla nuova Guida Suprema.
A un certo punto, la leadership iraniana sembra essere giunta alla conclusione che l'Iran fosse vittima di un imbroglio da parte degli Stati Uniti; che il protocollo di intesa fosse mendace "e che l’insieme degli eventi successivi all'annuncio del memorandum avrebbe rispecchiato una strategia statunitense basata sulla convinzione che nel precedente scambio di colpi con l'Iran [gli Stati Uniti e lo stato sionista] non fossero riusciti a raggiungere i propri obiettivi, rendendo necessaria una sospensione dello scontro -sia pure temporanea- al fine di riorganizzarsi e prepararsi meglio, per riprendere le ostilità quando si fossero presentate le condizioni giuste".
Questo ha indotto l'Iran a riconsiderare la situazione, ritenendo che tutto quanto atteneva Hormuz e il Libano costituisse la leva fondamentale per intraprendere una nuova guerra, mentre l’Occidente faceva pressione nel contesto di una strategia di contenimento e gli USA e lo stato sionista si preparavano a riprendere lo scontro.
La strategia messa in atto sul momento dagli Stati Uniti non comporta cambiamenti negli obiettivi degli USA e dello stato sionista, quanto un adeguamento nei meccanismi operativi per consentire qualche compromesso che Washington ritiene necessario. Ad esempio, una collaborazione più stretta con la Turchia e il coinvolgimeno della Siria con Jolani, per tramite di Erdogan. L'idea è quella di rimescolare le carte in Libano e poi "valutare come stanno le cose", come ha sottolineato Vance.
Non è certo che questa nuova condotta funzionerà. Il mondo sta cambiando rapidamente. Il pronosticato trionfo dello stato sionista in Medio Oriente si è rivelato un fallimento. Probabilmente fallirà anche la manovra di Trump, basata sul protocollo di intesa, per aprire lo Stretto di Hormuz.
Anche la guerra contro la Russia e l'assedio alla Cina ad essa collegati stanno vacillando; e anche la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inscalfibile, viene messa in discussione. Un esponente di spicco del Partito Democratico statunitense, Rahm Emanuel, potenziale candidato alla presidenza per il 2028, ha preso la parola il 12 luglio nello stato sionista lanciando un monito inequivocabile. Lo stato sionista "ha perso il sostegno del mondo, è diventato un 'paria regionale' [e la sua] alleanza con gli Stati Uniti è 'a un bivio'".
In ultimo, ormai E infine, ecco che compare un cigno nero a nuotare sempre più in pieno sole. Eric Katz, scrivendo su Notus, afferma che "la bozza di un rapporto ad uso interno per il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti intende mettere in guardia dai rischi posti dal mercato dell'intelligenza artificiale, paragonandone gli aspetti chiave alla bolla delle dotcom che ha sconvolto l'economia statunitense quando è scoppiata nei primi anni 2000".
Gli analisti del Tesoro hanno scritto:
Gli analisti di professione presso il Dipartimento del Tesoro hanno riscontrato che le aziende di IA sono radicate nell'economia statunitense in modo più profondo di quanto lo fossero i loro predecessori del settore dotcom, e che rappresentano un rischio significativo per l'intero sistema qualora le condizioni finanziarie dovessero cambiare, gli obiettivi di produttività non venissero raggiunti o vari colli di bottiglia ne ostacolassero la crescita.
Una flessione del mercato dell'IA provocherebbe onde d'urto in tutto l'ecosistema economico.
Una flessione dei mercati negli USA –aggravata da una crisi energetica– potrebbe rivelarsi disastrosa per le speranze di Trump in vista delle elezioni di metà mandato.

08 luglio 2026

Alastair Crooke - Gli USA congelano il protocollo d'intesa con la Repubblica Islamica dell'Iran e passano al piano B


Trump, Netanyahu, bandiera bianca. Luglio 2026

Traduzione da Strategic Culture, 6 luglio 2026. 

Il piano A? Rovesciare la Repubblica Islamica, considerata nient'altro che un fragile castello di carte. Il suo crollo -a sentire le previsioni- avrebbe provocato un effetto a catena abbattendo diversi fronti collegati all'Asse della Resistenza, secondo l'analisi del Mossad e della rete dei centri del potere sionista negli USA. Alcuni funzionari statunitensi si erano comunque mostrati dubbiosi.
L'idea che ci sarebbe stata una rivolta popolare in Iran si è rivelata, al contrario, un errore strategico di tale portata che ha fatto da catalizzatore per la Repubblica Islamica, che adesso è più forte, più ribelle, più assertiva. Persino gli esperti dello stato sionista ammettono che la fallace premessa alla base della guerra ha generato un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente. Fino a quel momento, come ha potuto affermare un importante commentatore militare sionista come Alon Ben David, lo stato sionista era il punto di riferimento in Medio Oriente per ogni interesse mondiale; d'ora in poi, lo Stato di riferimento è e sarà l'Iran. Questa considerazione ha attestato fino a che punto si fosse andati oltre ogni limite.
Così la congrega filosionista è passata al piano B: una gabola basata sul protocollo d'intesa. Che Trump interpreta in una maniera tale che nel caso (improbabile) che l'Iran si adeguasse, si ritroverebbe di fatto disarmato, perché l'accordo sul nucleare spoglierebbe lo Stato di ogni prerogativa in virtù dei requisiti previsti per le "verifiche": ispezioni dell'AIEA a sorpresa, invasive e "senza limiti" di "siti sotterranei segreti", scienziati e istituti di ricerca passati a setaccio. Tutto in piazza, ancora una volta.
Considerato nel contesto delle aspirazioni di più vasta portata che lo stato sionista ripone nel piano B, l'obiettivo sarebbe quello di imporre al tempo stesso la lobotomia di Hezbollah, tramite un accordo di disarmo separato da attuare per mezzo di formazioni filogovernative libanesi compiacenti in grado di premere da nord sul movimento, intanto che lo stato sionista procederebbe da sud con la desertificazione.
In contemporanea il piano prevede la cauterizzazione della Resistenza palestinese ispirandosi al "Programma dei villaggi strategici" dei tempi del Vietnam, precursore del trasferimento forzato in campi di concentramento recintati e di fatto inabitabili.
In terzo luogo, il piano contempla la neutralizzazione della Resistenza irachena tramite un nuovo Primo Ministro compiacente insediato dagli ameriKKKani, Ali al Zaidi. Il quale al Zaidi, con il pretesto di una campagna anticorruzione e con il sostegno degli Stati Uniti, si è messo a pretendere che la Resistenza irachena disarmi entro il 30 settembre. La neutralizzazione della Resistenza irachena è vista come fondamentale ai fini di facilitare un'incursione siriana da parte delle milizie jihadiste del presidente Jolani nel Libano settentrionale, al fine di completare la morsa che si stringe su Hezbollah.
Tutto sommato, il piano B sembra suggerire un progetto di pacificazione regionale molto completo, specialmente se considerato insieme agli sforzi statunitensi volti a forzare l'apertura di un "corridoio ameriKKKano" sul versante omanita dello Stretto di Hormuz.
Probabilmente il piano per la pacificazione regionale sarà visto come una astuta mossa di Trump per mitigare la pressione esercitata su di lui dall'ira dei neoconservatori a motivo delle "concessioni" che ha fatto all'Iran nel protocollo d’intesa.
Ma è davvero una mossa tanto astuta? A Marco Rubio è stato affidato il compito di controllare che lo establishment di Beirut si allineasse allo stato sionista nel comune antagonismo contro Hezbollah. Solo che il pezzo di carta che ne è venuto fuori sul disarmo di Hezbollah non gode di alcuna legittimità; è in contraddizione con la Costituzione libanese e richiederebbe l'avallo del Consiglio dei Ministri e l'approvazione del Parlamento per avere una qualche validità o un qualche significato.
L'accordo tra stato sionista e Libano invece è efficace nell'infliggere un colpo mortale alla struttura di coordinamento tra Stati Uniti e Iran, concordata separatamente da Vance e presieduta dal Qatar, per la supervisione del rispetto del memorandum d'intesa in Libano. L'iniziativa con cui Rubio ha escluso l'Iran dal quadro di coordinamento per il Libano va contro il memorandum d'intesa e contro gli sforzi di mediazione compiuti da Vance. Il "documento" tripartito di Rubio non risolverà nulla, ma lascerà che la "questione libanese" continui a essere una ferita aperta.
Eppure, un cessate il fuoco in Libano e il ritiro dello stato sionista sono fondamentali perché il protocollo d'intesa non rimanga lettera morta. Sembra che Netanyahu abbia incaricato Ron Dermer proprio di convincere Rubio a sabotarlo.
Così, adesso alla Casa Bianca sono ai ferri corti sull'Iran Vance e Rubio. Il protocollo d'intesa intanto scivola verso la sospensione; rimarrà probabilmente in vigore, sia pure in uno stato comatoso.
Intanto sta andando tutto a rotoli. Il principale sfidante di Netanyahu alle prossime elezioni, l'ex capo delle Forze di Difesa dello stato sionista (IDF) ed ex membro del governo di guerra Gadi Eisenkot ha confermato questa settimana che "l'Iran non è mai arrivato ad avere armi nucleari. Sono ben consapevole di tutte le informative dei servizi segreti... Netanyahu sta inventando la realtà, sta creando minacce dal nulla, ed è così che spaventa l'opinione pubblica dello stato sionista". L’ex primo ministro Bennett si è detto d’accordo, ha sostenuto che le affermazioni di Netanyahu sono "bugie" e accusandolo di "fare reverse engineering sulla storia".
Tutto questo non sarà di aiuto a Trump, costretto come si trova a dover riaprire con urgenza e completamente lo Stretto di Hormuz per evitare una grave crisi economica. Contrariamente all'opinione per cui si tratterebbe di una mossa astuta, esiste l'idea (sempre più diffusa tra gli iraniani, tra gli altri) per cui l'Iran sarebbe vittima di un inganno. Il protocollo d'intesa altro non sarebbe che uno escamotage per forzare l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, come ha dedotto Vance, al fine di riempire le riserve strategiche di petrolio statunitensi e occidentali, oltre che per guadagnare tempo per capire quali potrebbero essere le pressioni cui gli USA potrebbero ricorrere per forzare sugli altri elementi previsti nel protocollo.
L’opinione corrente, in quella Assemblea degli Esperti che nella Repubblica Islamica dell'Iran ha un'importanza fondamentale e anche presso la gente comune, si è irrigidita contro qualsiasi concessione agli Stati Uniti, specialmente per quanto riguarda il permesso di transito alle navi (ostili) che attraversano lo Stretto di Hormuz. Il proposito generale è quello di mantenere la morsa iraniana su Hormuz fino a quando il dolore non diventerà lancinante.
Così, mentre a Washington si aprono delle fratture e l'Iran diventa sempre più diffidente nei confronti di Trump e dei suoi cambiamenti di rotta, il protocollo d'intesa si rivela un inganno teso soltanto a far riaprire lo Stretto, prima di colpire l'Iran sia indirettamente -colpendo i suoi alleati della Resistenza- sia in modo più duro.
È interessante notare che il prendere piede di questa opinione va affermandosi nel momento in cui il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si è detto convinto che anche gli "accordi" raggiunti ad Anchorage con Trump fossero probabilmente un inganno da parte degli Stati Uniti.
Insomma: chi si è preso gioco di chi? Per ora, il petrolio proveniente dal Golfo Persico non è diretto verso gli Stati Uniti. Secondo la Reuters, almeno cinque superpetroliere che trasportano un totale di dieci milioni di barili di petrolio saudita caricato a Ras Tanura hanno attraversato lo Stretto di Hormuz. Due delle cinque superpetroliere che hanno lasciato lo Stretto sono dirette in Giappone, mentre altre due stanno facendo rotta verso la Cina. Il che significa -come ha sottolineato Larry Johnson- che anche se le petroliere dovessero in questo momento dirigersi verso gli Stati Uniti il Paese si troverebbe comunque ad affrontare una grave carenza di greggio acido almeno fino al 23 agosto, considerando i quarantadue giorni necessari per il viaggio verso gli Stati Uniti. Il greggio acido è una materia prima fondamentale per la produzione di gasolio e carburante avio nelle complesse raffinerie statunitensi.
A giochi fatti, occorre sospendere l'analisi della guerra intrapresa da USA e stato sionista contro l'Iran, poiché sia Trump che Netanyahu stanno entrando in una fase di stallo in vista delle elezioni. Trump potrebbe minacciare di "annientare" l'Iran se questo non capitola e non china il capo, ma è dubbio che gli Stati Uniti possano mantenere a lungo la propria presenza militare nella regione con le scorte di munizioni che vanno esaurendosi. Ciononostante, un ulteriore episodio di guerra vera e propria è altamente probabile. E ampiamente previsto in Iran.
È possibile un breve attacco militare degli Stati Uniti contro l'Iran come dimostrazione di potenza, ma otterrebbe ben poco. E nulla di strategico.
Allora, chi sta perdendo in questa guerra? Lo stato sionista e Netanyahu. Netanyahu è in grave difficoltà anche sul fronte elettorale.
Il previsto trionfo dello stato sionista in Medio Oriente è stato un fallimento. Anche la guerra rivoluzionaria contro la Russia e l’assedio alla Cina, ad essa collegati, stanno vacillando. E persino la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inattaccabile, si trova messa in discussione.
Dopo che Netanyahu ha convinto Trump a ritirarsi dall'accordo sul nucleare iraniano nel 2015, i principali commentatori sionisti in materia di sicurezza hanno iniziato a lamentare il loro errore strategico definendolo "uno dei più grandi errori strategici del ventunesimo secolo". Sorprendentemente, nello stato sionista c'è qualcuno -comprese figure militari in alto nella scala gerarchica- che sta già rimpiangendo di aver assassinato la Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio 2026. "Almeno con Khamenei sapevamo a che punto eravamo", ha dichiarato una fonte militare sionista di alto livello a Ben Caspit.
"[Khamenei] aveva delle linee rosse, aveva una strategia ed era, in una certa misura, lucido. C'era una certa stabilità nella follia iraniana. L'attuale leadership è molto meno stabile, di gran lunga più estrema e imprevedibile. Sono inebriati dal potere e dall’arroganza, convinti di aver sconfitto sia l'AmeriKKKa che lo stato sionista".

25 giugno 2026

Alastair Crooke - Lo stato sionista sta raccogliendo i cocci della sua inveterata arroganza

Traduzione da Strategic Culture, 22 giugno 2026.

L'accordo quadro per l'allentamento delle tensioni tra Iran e Stati Uniti è stato firmato. Come sempre in questi casi, stringere un accordo quadro è una cosa, evitare che vi si intromettano attori destabilizzanti o che il suo testo sia soggetto a deliberate distorsioni è un'altra. Non è dato sapere per quanto reggerà. Il protocollo d’intesa costituisce comunque una fase importante –anche se è solo una tappa– nel lungo percorso che l'Iran ha davanti a sé. In ogni caso l'accordo potrebbe anche innescare mutamenti di più ampia portata nella tettonica della geoeconomia.
L'Iran è riuscito a convincere un riluttante Trump a varcare il Rubicone. Danny Citrinowicz, ex analista di alto livello dell'intelligence militare dello stato sionista per l'Iran, afferma che per Trump "arrivare a un accordo con l'Iran e mettere fine alla spirale della escalation non è semplicemente una possibilità, ma un chiaro obiettivo strategico... Adesso ha presente una panoramica più ampia delle relazioni tra Stati Uniti e Iran".
È andato in pezzi un dogma indiscusso:
In certi ambienti a Gerusalemme e a Washington si era da tempo convinti che una pressione prolungata potesse portare a un rovesciamento della forma stato a Tehran...[Tuttavia] l'accordo annunciato fa pensare che esista un [nuovo] dato di fatto sostanziale: la campagna che molti speravano potesse indebolire o addirittura destabilizzare la Repubblica Islamica alla fine la lascerà intatta e ancora più forte con il formale coinvolgimento degli Stati Uniti... [Questo] significa che a venire meno è un presupposto strategico più ampio: quello per cui una pressione coordinata da parte di Stati Uniti e stato sionista potesse creare le condizioni favorevoli a un radicale mutamento politico all'interno dell'Iran. Invece, l'esito probabile è quello opposto... [si tratta di] un esito che rischia di rafforzare la fiducia nella élite al potere [in Iran] piuttosto che indebolirla...
L'attuale situazione rappresenta un importante risultato strategico per l'Iran: in tutto il mondo sta dilagando l'immagine eroica della Repubblica Islamica, mentre le condizioni di isolamento dello stato sionista sulla questione iraniana, persino tra i suoi alleati del Golfo, hanno raggiunto livelli strettissimi. A livello personale la popolarità di Netanyahu nello stato sionista è crollata in modo catastrofico.
Naturalmente l'"intesa" potrebbe sfaldarsi rapidamente. Trump è incline a repentini cambiamenti di opinione, e tutta la forza della doviziosa élite filosionista statunitense si sta scatenando contro di lui per costringerlo a cambiare rotta, probabilmente mobilitando l'opposizione al Congresso e al Senato.
Entrambe le ipotesi sono possibili, ma il fatto che Trump abbia effettivamente raggiunto un accordo -per quanto provvisorio- con l'Iran indica una crescente divergenza di vedute fra Trump e lo stato sionista. E il tentativo di Netanyahu di recidere il legame tra questo protocollo di intesa e qualsiasi cessate il fuoco in Libano mettendo in piedi cose come l'attacco del 21 giugno contro Dahhiya a Beirut ha paradossalmente ottenuto l'effetto opposto: Trump ha prontamente cambiato i termini del protocollo d’intesa in senso favorevole all'Iran.
Se l'accordo dovesse davvero fallire, l'Iran potrebbe sempre chiudere lo Stretto di Hormuz e potenzialmente anche il passaggio di Bab el Mandeb. E cosa potrebbe fare Trump? Più gli Stati Uniti si avvicinano al precipizio economico e alle elezioni di medio termine, meno allettante sarà per lui la prospettiva di ridare il via alle ostilità. In ogni caso, l'Iran si aspetta una concreta ripresa degli attacchi militari e si sta preparando di conseguenza.
A parte le ripercussioni dirette, dovute al fatto che Trump anteporrebbe l'intesa con l'Iran all'interesse dello stato sionista di mantenere viva la guerra in Libano, l'accordo potrebbe essere foriero di conseguenze geopolitiche di più ampio respiro. Sono quarant'anni che l'Iran è stretto nelle spire sempre più soffocanti di quel serpente boa che sono le sanzioni, che viene strangolato dal boicottaggio sull'energia e dall'esclusione dal sistema del dollaro, a testimonianza di quanto si siano incessantemente sforzati i suprematisti ebraico-sionisti tanto nello stato sionista quanto negli USA, a nome del mantenimento della supremazia statunitense in Medio Oriente. Da quattro decenni gli USA esercitano il massimo della pressione per piegare l'Iran. Paradossalmente, è stato proprio il loro atteggiamento ostile a costruire quello stesso avversario che oggi esercita la propria influenza per liberarsi poco per volta dalle soffocanti spire del serpente e per cominciare a tirare di nuovo un po' di fiato.
La resistenza dell'Iran ha colpito l'immaginazione di gran parte del mondo proprio perché la contesa è rilevante sul piano morale; al centro ha il diritto a decidere del proprio futuro secondo i propri principi. Nello specifico, il caso dell'Iran ha messo sotto gli occhi del mondo intero la prassi statunitense, che è quella di costringere con la forza questo o quel Paese a sottostare alla loro imperativa imposizione dell'egemonia sionista in tutto il Medio Oriente.
I Paesi che constatano di cosa è capace lo strangolamento imposto all'Iran stanno cercando modi per proteggersi dalle manipolazioni strumentali che gli USA potrebbero mettere in atto contro di loro sugli scambi di derrate alimentari, petrolio, fertilizzanti e qualunque altro traffico su cui siano in condizioni di imporre limiti e strozzature.
La firma del protocollo di intesa rappresenterà quindi sul serio un punto di svolta di un qualche genere? È troppo presto per dirlo, ma potremmo porci questo primo interrogativo: il colpo inferto allo stato sionista dal voltafaccia di Trump è davvero irreparabile?
Lazar Berman, corrispondente militare del Times of Israel, osserva che l'idea di una "vittoria totale" è svanita, al pari delle sue illusioni.
Le guerre successive al 7 ottobre, accompagnate dall'aspettativa e dalla promessa di una "vittoria totale", sono arrivate alla fine. E sono arrivate alla fine anche le illusioni che alimentavano. I palestinesi non lasceranno Gaza. Hamas non deporrà le armi, né lo farà Hezbollah. Trump non tornerà in guerra contro l'Iran, che ora può minacciare di ritirarsi dall'accordo per costringere Trump a impedire qualsiasi operazione di grande portata lo stato sionista intenda condurre contro Hamas o contro Hezbollah... Il Medio Oriente è certamente cambiato.
L’obiettivo di Trump, a quanto pare, è raggiungere un accordo con l'Iran. Trump sembra convinto che questa mossa servirà anche agli interessi dello stato sionista. Potrebbe trattarsi di una convinzione fondata oppure no. Infatti, come scrive Aluf Benn su Haaretz "l'idea che lo stato sionista e l'Iran siano in grado di riconciliarsi dopo decenni di ostilità, culminate lo scorso anno in bombardamenti e attacchi missilistici, nello stato sionista non è mai stata neppure presa in considerazione".
L'atteggiamento arrogante e le illusioni dello establishment sionista si devono proprio a questa omissione.
Come sottolinea il noto editorialista sionista Nahum Barnea, allo stato sionista non è mai nemmeno venuto in mente che l'Iran avrebbe potuto reggere a un attacco guidato dagli Stati Uniti.
È probabile che nessuno dei servizi di intelligence militare, del Consiglio di Sicurezza Nazionale o del Mossad abbia parlato durante qualche riunione della possibilità che il regime iraniano potesse sopravvivere e uscirne più forte. Se anche tra i presenti c'era qualche scettico, ha sempre tenuto la bocca chiusa.
Nello stato sionista la sensazione della sconfitta si tocca con mano.
È probabile che Trump stia adesso puntando ad aprirsi maggiori margini di manovra per una pace in Medio Oriente come la intende lui. Le sue farneticazioni sull'adesione dell'Iran agli Accordi di Abramo, il fatto che vorrebbe dialogare con Hezbollah e i suoi commenti (ancora più assurdi) secondo cui Jolani e la Siria dovrebbero "occuparsi" di Hezbollah in Libano, tuttavia, avvalorano la tesi di Citrinowicz per cui oggi come oggi Trump sarebbe consapevole di dove potrebbero portare, anche se la cosa è inverosimile, le relazioni tra Stati Uniti e Iran.
In questa riconfigurazione del panorama strategico cui è costretto lo stato sionista, forse anche i pusillanimi europei potrebbero intraprendere un qualche correttivo, insistendo affinché si torni alla guerra come la si intendeva una volta, quando gli attacchi mirati per decapitare la leadership avversaria e le campagne di omicidi di massa di donne e bambini esulavano da ogni diritto bellico civile, per non parlare della moralità umana. I negoziatori iraniani hanno insistito durante i negoziati sul fatto che qualsiasi assassinio, qualsiasi eliminazione avrebbe chiuso definitivamente le relazioni con gli Stati Uniti.
L'altro interrogativo fondamentale che emerge da questa situazione è il seguente: quale sarà l'effetto della firma del protocollo d'intesa sugli equilibri politici degli Stati Uniti? Siamo davanti a un netto e strategico punto di svolta? Sarà l'AmeriKKKa nel suo complesso che inizierà a prendere le distanze dallo stato sionista?
Nell'elettorato statunitense esistono delle segmentazioni evidenti. Demograficamente, gli over 55 sono ampiamente solidali con lo stato sionista. I giovani invece hanno cambiato radicalmente posizione. Persino tra gli ebrei statunitensi il 61% ritiene che lo stato sionista abbia commesso crimini di guerra a Gaza; il 39% considera genocidiaria la condotta dello stato sionista a Gaza.
Naturalmente i fautori dello stato sionista innanzi a tutto non cambieranno atteggiamento e continueranno a insistere affinché il Congresso si adegui alla loro linea.
Solo che un recente editoriale del Wall Street Journal intitolato "Netanyahu ha perso l'AmeriKKKa di mezzo" conclude:
Si avvicinano per lo stato sionista le elezioni previste in autunno; è nostra convinzione che se i suoi elettori sceglieranno di confermare l'attuale governo, nonostante i fatali errori commessi, molti ameriKKKani giungeranno alla conclusione che lo stato sionista che hanno sostenuto per decenni non esiste più.

24 giugno 2026

Firenze. Francesca Lorenzi e la feccia di Roberto Vannacci


Francesca Lorenzi nel 2026 per Futuro "Nazionale"

Firenze, giugno 2026. Ci siamo già occupati di Roberto Vannacci, un giovanissimo pensionato di Viareggio che dal 2024 gode di eccellenti redditi come europarlamentare.
Di questo deve ringraziare un sovrappeso divorziato di Milano che non è stato capace di laurearsi nemmeno in quindici anni che da decenni accede anch'egli per vari motivi a cospicui introiti.
Come segretario di "partito", questo milanese è stato acuto al punto di dare carta bianca al viareggino. Col risultato che in capo a qualche mese Vannacci prima lo ha urbanamente salutato e poi si è messo a vuotargli le sezioni e a portargli via gli eletti.
Nella comunicazione politica e nella propaganda il signor Vannacci ha tenuto a precisare di essere feccia e di rivolgersi alla feccia.
Non si ha alcuna intenzione di contraddirlo. Anzi: visto che il sito della sua formazione politica presenta nomi, cognomi, telefoni e indirizzi di posta elettronica di tutti i responsabili dei comitati costituenti abbiamo pensato bene di aiutarlo per il poco che possiamo, dando un po' di visibilità a uno di essi.
Una nostra vecchia conoscenza fin dai tempi in cui perdevamo tempo con le gazzette.
Nel costruendo "partito" di Roberto Vannacci Francesca Lorenzi figura responsabile del Comitato Bagno a Ripoli 288.
Nel 2016 Francesca Lorenzi aveva una cartoleria a Firenze e faceva l'islamofoba tascabile. All'epoca il suo partito di riferimento era proprio la Lega, ma già nel 2014 un primo approccio al democratismo rappresentativo col partito di cui era segretaria Giorgia Meloni le aveva procurato trentotto preferenze.
Nella Lega l'impegno di Francesca Lorenzi -invettive contro rifiuti da raccogliere, deiezioni canine e marginalità estreme- avrebbe dovuto procurarle attenzioni e riconoscimenti. Pare che non sia andata così perché nel 2019 la troviamo nuovamente candidata col partito della madre non sposata Giorgia Meloni. Le quattrocentonovantasei preferenze raccolte la portarono a un passo dai fasti del consiglio comunale.
Andò buca davvero per poco.
Francesca, comprensibilmente, ci rimase male.
E cominciò a fare cose che non si devono fare.
Nelle formazioni "occidentaliste" i valori e la coerenza sono tenuti nella massima considerazione; se il VI comandamento vi viene rispettato andando a divertirsi col primo che passa, figuriamoci cosa non tocca alle opere di Misericordia. Francesca Lorenzi tenne molto a far sapere a tutti i buoni a nulla autoschedati sul Libro dei Ceffi cosa pensasse del seppellire i morti.
Le tolsero il microfono.
E anche ai piani alti del "partito" per cui si era candidata non devono averla presa benissimo, tant'è che al giro seguente Francesca cambiò casacca per la terza volta, andando a bussare alla porta di una compagine di ben vestiti irreprensibili e poco abituati ai toni irruenti. Si trattava di una formazione che a Firenze nemmeno ai tempi migliori era riuscita a essere parte dei problemi (figuriamoci delle soluzioni) e che nel 2024 lottava letteralmente per non scomparire. Francesca raccolse settantadue preferenze.
Nel 2025 Francesca è tornata ai vecchi amori. In materia di connubi, si è visto, l'"occidentalismo" peninsulare è piuttosto accomodante. Un paio di apericena in qualche mescita di terza scelta con arachidi ammosciate e un po' di vino tiepido con l'idrolitina, e la Lega la ricandidò alle elezioni regionali del 2025. Un netto miglioramento con centosessantuno voti.
Meno di un anno dopo, si diceva, Roberto Vannacci va mettendo insieme la sua feccia. Molto difficile pensare che per Francesca Lorenzi si tratti di un approdo definitivo.

20 giugno 2026

Firenze. La feccia di Vannacci e le persone serie di Gavinana


Firenze. La bandiera della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia in corteo nel giugno 2026.
La bandiera della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia 
da diversi anni viene accolta con particolare antipatia da ben vestiti, "occidentalisti", 
buoni a nulla da rete sociale e sostenitori del governo di Roma.
Quanto basta perché molte persone serie di Firenze la adottassero come propria.

Firenze, giugno 2026. Un venerdì sera nel quartiere di Gavinana è arrivato un pensionato di Viareggio che ha messo in piedi un'iniziativa politica.
Questo pensionato di Viareggio faceva l'alto ufficiale per le forze armate dello stato che occupa la penisola italiana. Come tale è stato esentato a suon di decreti legislativi dalla privatizzazione del lavoro pubblico col risultato -tra l'altro- di trovarsi in pensione molto giovane. Una condizione invidiabile: si è nel pieno delle forze e con un sacco di tempo libero.
Qualche anno fa un suo pamphlet in cui scriveva che non gli andava bene niente ha spopolato tra i non lettori, inducendo il sovrappeso divorziato Matteo Salvini -un milanese che non è stato capace di laurearsi nemmeno in quindici anni- ad arruolarlo per tenere in piedi un "partito" che cominciava a fare acqua. Come ha scritto un certo Alessandro Robecchi, è stato come mettersi un cròtalo nel letto sperando che si limitasse a tenere lontane le zanzare.
In pochi mesi il pensionato Roberto Vannacci si è fatto largo nella Lega praticamente a bastonate.
Poi ha lasciato il "partito" e ne ha drenato in poco tempo eletti ed elettori.
Nella sua comunicazione e nella sua propaganda Vannacci si è esplicitamente presentato come feccia e fa appello a individui dello stesso genere.
Difficile contraddirlo, visti i suoi compagni di strada tanto a Viareggio quanto altrove.
Ben fornito di denaro e seguito da una torma di gazzettieri più che ben disposti, Roberto Vannacci ha convocato la feccia per una manifestazione a Firenze.
Ha raccolto, secondo stime gazzettiere, fra i trecento e i cinquecento simpatizzanti.
Compreso un congruo numero di ben vestiti che hanno pensato bene di mostrarsi accomodanti, visto che prevedere l'immediato futuro di quel democratismo rappresentativo da cui dipende il loro reddito non richiede certo una laurea in arte divinatoria.
Invece di fare appello alla feccia, Gavinana Partigiana e il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud hanno convocato le persone serie per una manifestazione a Firenze.
Hanno raccolto, secondo stime gazzettiere, fra i tremila e i cinquemila simpatizzanti.
Compreso un congruo numero di sobriamente vestiti che si alzano la mattina alle sei e che non hanno né interesse né intenzione di mostrarsi accomodanti, dal momento che il loro reddito dipende dal lavoro.
Un rapporto di dieci a uno.
Alla feccia (e ai gazzettieri) il pensionato Vannacci ha ammannito parole d'ordine che funzionano senz'altro bene nello stato che occupa la penisola italiana ma che a Firenze finiscono sempre per ottenere l'effetto opposto a quello auspicato. Arrivare a Firenze con mire e metodi da Giulio Cesare significa fare la fine di Quintilio Varo.
Sempre.
A questo proposito è utile ricordare la parabola di Federico Bussolin, consigliere comunale per la Lega dal 2019 al 2024 affascinato a tal punto da Matteo Salvini da averne imitato abbigliamento e acconciatura; per sua fortuna non ne ha imitato anche il curriculum studiorum. Tra il 2019 e il 2024 Federico Bussolin si accanì contro il Centro Popolare Autogestito Firenze Sud con una costanza e una regolarità degne della causa.
Nel 2019 la Lega aveva avuto a Firenze più di ventiseimila voti.
Nel 2025 ne ha ottenuti quattromilacinquecento.

16 giugno 2026

Alastair Crooke - La guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran e la fine di un'epoca

Oil squeeze 2026


Traduzione da Strategic Culture, 15 giugno 2026.

 Il professor Michael Hudson in una recente dissertazione ha contestato coloro che oggi parlano di un "declino dell’egemonia statunitense". Si può parlare di declino quando c'è un qualcosa che va in alto e poi vira verso il basso, sostiene Hudson, riuscendo tuttavia sempre a recuperare. "Solo che non è mai esistito nulla di simile, che statisticamente parlando si presentasse come un ciclo... Qui non c'è nessun declino: qui c'è un crollo".
Stiamo assistendo alla fine di un'epoca. Non con un declino, ma con l'avvio di un brusco cambiamento. E questo cambiamento non proviene dall’esterno: la fine del potere statunitense non è stata il risultato di alcuna guerra civile straniera o di altre guerre contro il dominio degli USA. La fine è venuta dagli stessi Stati Uniti, dal loro tentativo di contrapporre il proprio interesse di potenza egemone a quello di ogni altro paese.
Paradossalmente, afferma il professor Hudson,
ogni mossa che gli USA hanno messo in atto per sfuggire al declino si è trasformata in una delle sue cause. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra per riaffermare il proprio dominio e hanno dimostrato di non essere più i dominatori di niente. Per quarant'anni hanno esercitato la massima pressione per piegare la Repubblica Islamica dell'Iran, e invece hanno costruito proprio l'avversario che adesso [sta sfidando il dominio statunitense].
Per preservare il potere statunitense il presidente Trump ha cercato di imporre una serie di colli di bottiglia all'intera economia mondiale "attraverso il controllo del petrolio, perché del petrolio tutti hanno bisogno", dice Hudson.
Il fatto che Trump sia entrato in guerra contro l'Iran, contro la Russia e abbia cercato di strangolare la Cina non costituisce di per sé la matrice completa delle iniziative per la tutela del potere statunitense. Quella matrice è più ampia. Ma il petrolio è una delle sue dimensioni principali, propio come lo è l'egemonia del dollaro ad esso collegata. Trump vuole chiaramente rafforzare il controllo sulle fonti di energia del mondo affinché gli Stati Uniti possano decidere chi può avere accesso all'energia -cioè né l'Iran, né la Russia, né Cuba- e chi questo accesso se lo vedrà restringere perché si vuole così mettere un freno alle potenzialità della concorrenza, ovvero della Cina.
D’altra parte i fornitori di combustibili -come la Russia- vengono sanzionati proprio per cercare di porre de limiti ai Paesi cui potrebbero arrivare petrolio e gas russi. Gli Stati clienti della potenza imperiale, vale a dire i Paesi europei, sembrano sorprendentemente contenti di fungere da esecutori in questa stretta, trasformandosi essi stessi in prolifici emittenti di sanzioni in piena regola.
Oltre al dominio del settore petrolifero, altri aspetti del tentativo statunitense di imporre una stretta sulle economie del resto del mondo riguardano in primo luogo la politica tariffaria. Trump aveva sperato di poter ricorrere alla minaccia di dazi economicamente devastanti per costringere gli Stati più malleabili a giurare fedeltà a Washington, ad allinearsi alla politica statunitense e a fornire agli USA le materie prime di cui hanno bisogno, in cambio dell'ammissione alla "rete dei collaboratori" di Washington, ovvero al novero degli Stati clienti dell’AmeriKKKa.
In effetti ci sono due "reti dei collaboratori" di Washington: una formata da Trump, dalla sua famiglia e dai suoi partner commerciali, l'altra dai protetti d'oltreoceano dello stesso Trump: gli Stati del Golfo e altri.
Dire "politica tariffaria" è in effetti un modo educato per dire: "Ricorreremo ai dazi, restringeremo il vostro accesso alle fonti di energia o escogiteremo una stretta finanziaria per creare disagi alle vostre economie, a meno che non accettiate di entrare a far parte della 'rete' guidata dagli Stati Uniti".
Né le politiche tariffarie né quelle basate sullo strangolamento energetico sono state prive di battute d’arresto tuttavia, non da ultimo perché l'Iran si è rifiutato di conformarsi e continua a fornire petrolio alla Cina e ad altri suoi alleati.
Quindi il nuovo pilaastro della politica di strangolamento è rappresentata dalla campagna per la "Pax Silica". Arnaud Bertrand spiega che l'amministrazione Trump ha "reso esplicito quale sia lo scopo di questa sua iniziativa":
I Paesi che aderiscono allineano le loro catene di approvvigionamento a Washington, escludono la Repubblica Popolare Cinese -definita eufemisticamente come adusa a "pratiche non di mercato" e a un "dumping sleale"- e in cambio ottengono l'accesso all'ecosistema tecnologico imperiale.
A scanso di equivoci, il Sottosegretario di Stato Jacob Helberg -un ex dipendente di Palantir che è l'ideatore dell'iniziativa- lo afferma chiaramente: chiunque controlli "l’informatica e i minerali che la alimentano" dominerà il XXI secolo, ed è sua intenzione mettere insieme un gruppo di paesi allineati a Washington in una "nuova unità di intenti sulla sicurezza economica" per assicurarsi che siano proprio essi a dominare.
La guerra di Trump per il "Make AmeriKKKa Great Again" ha quindi implicazioni a livello mondiale. Il mondo non potrà semplicemente tornare com'era prima. Wall Street e "i mercati" sembrano credere che ciò sia probabile e persino inevitabile (non riescono a immaginare un futuro diverso), ma il resto del mondo vede la guerra in Iran come il segno di un cambiamento del sistema alla volta di una nuova epoca, proprio perché i combustibili fossili, i fertilizzanti e altri prodotti correlati sono gli elementi che in concreto mandano avanti il mondo.
La guerra in Iran porterà ovunque a una maggiore consapevolezza del fatto che i vari Paesi hanno bisogno di arrivare come minimo all'autosufficienza alimentare, per tutelarsi dall’uso che gli Stati Uniti fanno del commercio estero di derrate alimentari, petrolio, fertilizzanti e praticamente di qualsiasi cosa su cui possano imporre una strozzatura da usare come arma. Ciò implica un ritorno verso economie autosufficienti e a circolo chiuso, in contrasto con il modello della Banca Mondiale che è retto dalle esportazioni e finanziato dal debito.
Andrey Bezrukov, professore presso l’Università russa MGIMO ed ex ufficiale dei servizi SVR, ha affrontato specificamente le sfide del mondo che cambia al Forum di San Pietroburgo il 3 giugno 2026. E sebbene abbia formulato i suoi commenti a proposito del contesto russo, le sue osservazioni valgono per tutto il mondo. Nel suo discorso –che Laura Ru ha sintetizzato— Bezrukov sostiene che la Russia sia entrata in un nuovo e prolungato confronto globale con l'Occidente. A suo dire l'attuale conflitto segna un cambiamento fondamentale nella natura della guerra e definirà la politica e la società russe nel prossimo futuro.
Bezrukov ha sottolineato che l’attuale scontro (militare) non riguarda principalmente la conquista di territori che a suo modo di vedere avrebbero perso gran parte del loro valore tradizionale. Si tratta invece di una guerra di logoramento incentrata sulla compromissione di sistemi critici come le infrastrutture, le reti di comando, le tecnologie, le risorse spaziali, la sicurezza biologica e il dominio dell'informazione... "La strategia dell'Occidente in questa guerra è molto semplice: evitare uno scontro nucleare con noi perché ne uscirebbe sconfitto. Per questo stanno adottando la strategia della rana bollita".
Secondo Bezrukov la Russia dovrebbe aspettarsi di rimanere in uno stato di guerra per molti anni, forse venti o trenta. Durante questo periodo, la Russia dovrà imparare a convivere con la realtà della guerra, pur continuando a perseguire il proprio sviluppo economico.
Un tema centrale del suo discorso è stata la forte critica all’attuale atteggiamento russo. Bezrukov ha sostenuto che la Russia si mostra troppo indulgente nei confronti dei propri avversari. "Siamo lenti. Concediamo troppo [ai nostri nemici]. Non ci temono... perché molte, moltissime linee rosse di cui abbiamo parlato sono rimaste solo sulla carta".
Perché sia possibile affrontare questa nuova realtà, Bezrukov ha invocato una ristrutturazione fondamentale dello Stato e dell'economia. Ha sollecitato la creazione di un sistema a duplice scopo in grado di perseguire sia lo sviluppo che la difesa a lungo termine. Le infrastrutture critiche come i data center, gli impianti di stoccaggio del petrolio e gli hub di comunicazione devono essere interrate o protette secondo gli stessi criteri adottati per le centrali nucleari. Ha inoltre sottolineato la necessità di colmare il divario tra l'esercito e la società civile e di adottare politiche più assertive. La Russia non può aspettarsi un rapido ritorno alle condizioni di tempo di pace e deve quindi riorganizzare in questa prospettiva la propria società, il proprio sistema economico e la propria strategia.
Il discorso di Bezrukov ha attirato molta attenzione per i sui toni e per l'esortazione affinché la Russia si adatti psicologicamente e strutturalmente a un'epoca di confronto che durerà almeno una generazione. Un argomento già affrontato in modo approfondito dal professor Sergei Karaganov.
Questi due contributi presentano un mondo che sta cambiando e che sta cercando di riorganizzarsi in considerazione dell'atteggiamento aggressivo adottato da un'egemonia statunitense in declino, e che si guarda intorno per capire come tutelare la propria economia dai dazi, dal ricatto energetico, dal ricatto tecnologico e dall'attacco del dollaro che gli USA stanno portando contro il resto del mondo, oltre che al tempo steso come adattarsi alla nuova era di guerra geopolitica asimmetrica aperta dalla guerra in Iran.
Il professor Hudson conclude: L'Iran sta lottando per cercare di sopravvivere a quanti intendono sottrargli... la capacità di costruire il proprio futuro. È di questo che si tratta. Si tratta in ultima analisi di una lotta morale che si traduce in una lotta economica e commerciale e sta portando il mondo a provare profonde spaccature.
È proprio questa prospettiva morale e civile a contrapporsi al vuoto materialista radicale trumpiano estatunitense che probabilmente finirà per decidere l'esito delle guerre civili e mondiali dei nostri tempi.


10 giugno 2026

Alastair Crooke - La Repubblica Islamica dell'Iran fa la sua scommessa

Donald Trump Hormuz giugno 2026

traduzione da Strategic Culture, 8 giugno 2026.

 La guerra degli Stati Uniti contro la Repubblica Islamica dell'Iran è passata dalla fase iniziale a una nuova fase saliente, in cui l'Iran punta implicitamente sulla possibilità che gli eventi a seguire altro non siano che guerra a tutto campo. Molto probabilmente si tratterà di episodi brevi e circoscritti ma suscettibili di estendersi a livello regionale, qualora gli Stati Uniti (e lo stato sionista) decidessero di intensificare sensibilmente il conflitto.
La nuova fase comporta ovviamente dei rischi, ma l'Iran ha in mano le carte vincenti: la capacità di infliggere alle infrastrutture del Golfo danni sproporzionatamente più gravi come rappresaglia per qualsiasi danno subito, e la consapevolezza che l'Occidente si sta avvicinando sempre più al crollo del settore energetico.
Questo cambio di rotta ha alla base tre punti fermi. In primo luogo, la fiducia nel fatto che l'Iran non sarà (e non potrà essere) estromesso dal controllo su Hormuz e che con il consolidamento delle strutture amministrative nella zona gli altri Paesi prenderanno atto in misura sempre maggiore del controllo iraniano su Hormuz. Un fatto compiuto cui seguirà l'accettazione del controllo iraniano e omanita.
A questo principio fondamentale si accompagna la messa in atto da parte dell'Iran di una intensificata deterrenza nei confronti del blocco navale statunitense. Qualsiasi tentativo di intercettare o attaccare navi iraniane o di interferire con l'amministrazione dello Stretto sarà accolto da reazioni sempre più dure. In definitiva, questa politica potrebbe portare l'Iran a infliggere danni sempre più gravi alle navi da guerra statunitensi. Un altro punto di logoramento.
Il 3 giugno ad esempio gli Stati Uniti hanno lanciato un missile Hellfire contro una petroliera iraniana nei pressi dello Stretto di Hormuz. In risposta, una nave di proprietà (o in parte di proprietà) statunitense, la Panaya, è stata colpita da missili. Inoltre, l'Iran ha lanciato tre ondate di missili da crociera contro la base aerea ed elicotteristica statunitense in Kuwait da cui era partito l’attacco. Sono reperibili immagini che mostrano gravi danni anche all'aeroporto internazionale del Kuwait, sebbene non ci sia certezza sulla causa vera e propria dei danni.
Il secondo punto fermo che influenza questo cambiamento riflette semplicemente il disprezzo degli iraniani verso le continue esorbitanti richieste di Trump, verso le sue minacce esagerate e palesemente al di là delle capacità statunitensi, verso i suoi continui cambiamenti di rotta e verso i toni sprezzanti tenuti nei confronti dell'Iran.
Sembra che la leadership iraniana sia giunta alla conclusione che probabilmente non ci sarà alcun compromesso e che sia meglio interrompere i "negoziati" piuttosto che "continuare inutili trattative in malafede con un regime statunitense ingannevole e decrepito", per dirla con le parole del New York Times. Che fanno pensare che questo approccio caotico alla trattativa non riguardi solo il caso iraniano, ma che con Trump rappresenti un modello coerente di disfunzionalità che si ripete praticamente in tutte le sue iniziative di "pace".
Dietro la decisione dell'Iran di sospendere i colloqui, tuttavia, si cela probabilmente il fatto che sta gradualmente emergendo con chiarezza, dietro le dichiarazioni e le analisi statunitensi e dello stato sionista, che il vero obiettivo dell'attacco a sorpresa del 28 febbraio da parte di Stati Uniti e dello stato sionista non è mai stato il rovesciamento della Repubblica Islamica in sé –mirato a sostituire gli "integralisti" iraniani con un leader più moderato in stile Delcy Rodriguez– ma era piuttosto quello di provocare la completa distruzione e la frammentazione dell'Iran. Una presa d'atto che non poteva che cambiare l'atteggiamento complessivo dell'Iran.
Questa consapevolezza ha consolidato enormemente il sostegno pubblico alla Repubblica Islamica e, allo stesso tempo, ha trasformato la guerra in una lotta esistenziale per preservare i valori etici della Rivoluzione. Da questo punto di vista l'Iran ha poco da discutere con Trump, a parte i termini di un futuro modus vivendi se e quando Washington capirà di essere con le spalle al muro e un atteggiamento realista vi prenderà nuovamente piede.
Il terzo punto alla base di questa nuova fase del conflitto è quello enunciato dall'Iran fin dall'inizio dei colloqui di Islamabad: "Cessate il fuoco per tutti, o cessate il fuoco per nessuno". Un assunto che è stato nuovamente ribadito nel più recente ultimatum dell'Iran a Trump: "Se lo stato sionista avesse messo in atto la minaccia -profferita la settimana scorsa- di radere al suolo il sobborgo meridionale di Beirut Dahiyeh, l'Iran avrebbe colpito duramente il nord dello stato sionista con i suoi missili. I cessate il fuoco devono valere per tutti, o non valgono per nessuno".
Trump ha scelto per il cessate il fuoco e, dopo una telefonata a Netanyahu, ha annunciato che era in vigore. Ha detto a Netanyahu di cancellare il bombardamento previsto su Dahiyeh a sud di Beirut. Nello stato sionista un'ondata massiccia di indignazione proveniente da tutte le parti politiche si è rovesciata su Netanyahu per aver anche solo preso in considerazione l'idea di mettere un freno a qualsiasi attacco in Libano. L'ex primo ministro Naftali Bennett ha accusato Netanyahu di "aver perso il controllo sulla sovranità dello stato sionista". E l'ex primo ministro Yair Lapid ha affermato che lo stato sionista è stato ridotto a uno "Stato vassallo" dalla sospensione degli attacchi.
Da alcuni mesi gli Stati Uniti e lo stato sionista stanno tentando di convincere un certo numero di politici libanesi ad accollarsi il compito di disarmare Hezbollah, come ha spiegato Rubio, "in modo che a farlo non sia lo stato sionista". I libanesi, secondo ogni evidenza, non sono in grado di fare una cosa del genere.
lo stato sionista non ha una strategia coerente per il Libano. L’ex alto ufficiale dell’intelligence militare Danny Citrinowicz indica un altro successo strategico iraniano:
Tehran è riuscita effettivamente a collegare il fronte libanese al più ampio teatro sionista-iraniano. Qualsiasi escalation in Libano viene ora considerata sempre più attraverso il prisma della dinamica USA-Iran.
Ciononostante, egli osserva che
La situazione in Libano rimane altamente instabile. Stato sionista e Hezbollah continuano a interpretare gli attuali accordi in modi fondamentalmente diversi. [Mentre] lo stato sionista sostiene di mantenere la libertà di azione in tutto il Libano eccetto Beirut, Hezbollah [d'altra parte] insiste sul fatto che qualsiasi attività militare dello stato sionista, quale che sia, sia una violazione del cessate il fuoco. Queste interpretazioni contrastanti sono responsabili di un potenziale significativo di rinnovati attriti e di escalation sul campo.
Nello stato sionista, la situazione nelle città del nord rimane nevralgica per quasi tutti i cittadini. Molte città lungo il confine con il Libano e giù fino alla Galilea sono semideserte; "intere fasce di territorio abbandonate dal governo", scrive Ben Caspit. I politici locali sostengono di "essere cittadini dello stato sionista anche loro" e che il governo deve reagire.
Il Libano rimarrà sicuramente terreno di scontro. Non è questione di se, ma di quando scoppierà la prossima crisi. lo stato sionista non lascerà correre: persino i leader dell'opposizione liberale chiedono la distruzione di Hezbollah e protestano contro il fatto che Trump abbia legato le mani a Netanyahu in Libano.
Neanche l'Iran lascerà correre. I mediatori hanno informato gli USA che l'Iran considera la fine della guerra in Libano, il ritiro delle forze dello stato sionista e il ritiro da Hormuz come condizioni cui è subordinata la discussione di ogni altro argomento.
Quindi, ecco la situazione. Gli scontri militari –di fatto una serie di piccoli attacchi da parte delle forze statunitensi contro le navi iraniane e le infrastrutture dello Stretto, derivanti dal desiderio di Trump di ribadire la questione del suo blocco navale all'opinione pubblica statunitense– continuano. Questa situazione è chiaramente esplosiva, proprio come lo è il contesto libanese.
L'Iran sta concretamente prendendo atto della realtà: in questa nuova fase, ricca di per sé di tanti punti caldi, è probabile che prima o poi gli USA non potranno evitare una escalation militare indispensabile alle esigenze di politica interna di Trump e dei suoi finanziatori ebrei.
E i negoziati? Non porteranno a nulla finché lo stato sionista e i miliardari ebrei statunitensi che finanziano la politica rifiuteranno qualsiasi sbocco che lasci l'Iran intatto e più forte e che di conseguenza -nella loro mentalità di bianco e nero- indebolisca il progetto "lo stato sionista innanzitutto" sia negli Stati Uniti che in Medio Oriente.
Un accordo che non preveda un Iran irrimediabilmente indebolito sarà condannato dalle entità su citate come una "negligenza traditrice" da parte di Trump. Trump sarà attaccato senza pietà. Eppure, deve rendersi conto che l'Iran è comunque sul punto di liberarsi dalle catene degli Stati Uniti.
Questa fase del conflitto iraniano probabilmente finirà solo quando l’Occidente cadrà in un baratro economico che è sempre più vicino.

04 giugno 2026

Alastair Crooke - L'impatto della guerra con l'Iran segna un riassetto per la geopolitica mondiale

 Hormuz, giugno 2026


Traduzione da Strategic Culture, 1 giugno 2026.

 A quanto pare ogni giorno si susseguono nuove affermazioni sensazionali per cui a un "accordo" tra Stati Uniti e Iran mancherebbe solo la firma. Come spesso succede i mediatori -pakistani e qatarioti- sperano di gestire entrambe le parti dicendo a una che l'altra è sul punto di accettare quando invece non è vero, specialmente dato il clima di totale sfiducia. In questo modo i mediatori sperano di spingere la situazione verso una composizione definitiva. È una tattica usuale, che però molto spesso porta a confusione e sfiducia piuttosto che alla soluzione sperata.
Il "piano" in questa fase presenta solo due questioni fondamentali: la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran (alle condizioni dell'Iran) in cambio della revoca del blocco navale statunitense e –in un secondo momento– un accordo per cui il depotenziamento dell'uranio che l'Iran ha arricchito al 60% verrebbe intrapreso in cambio della fine delle sanzioni.
Dire che il diavolo si nasconde nei dettagli sarebbe l'espressione eufemistica dell'anno. L'Iran capisce che i titoloni di Trump su un "accordo imminente" servono innanzitutto a mantenere alto il mercato azionario statunitense, e lo scambio dei futures sul petrolio ben al di sotto del prezzo di consegna del petrolio fisico. In secondo luogo, servono a nascondere il fatto che Trump potrebbe essere alla ricerca di un modo plausibile per porre fine alla guerra con un accordo sbrigativo e incompleto che, con ogni probabilità, sarebbe in gran parte alle condizioni dell'Iran.
Tutte le altre questioni –compreso il dettaglio cruciale di qualsiasi accordo sul nucleare– verrebbero rimandate.
Trump vuole che l'Iran cominci col fargli qualche concessione che gli sia possibile presentare come una evidente vittoria, e che soddisfi anche i mercati. Ma l'Iran non bacchetterà la pressione militare che è in grado di esercitare, né ovviamente la superiorità strategica che ha raggiunto nella guerra e tanto meno Hormuz in cambio qualche vaga rassicurazione da parte dei mediatori. L'Iran non si fida degli Stati Uniti. Proprio per niente.
Ali Akbar Velayati, consigliere di alto livello della Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran, osserva:
La storia testimonia che chiunque si sia fatto avanti con la pretesa di dominarci, da Alessandro a Gengis Khan fino a Trump, alla fine si è dissolto nel cuore dell'antica civiltà iraniana. Questa volta, la linea rossa dell'Iran è chiara: carte e firme, da sole, non sono una garanzia. Il garante concreto per la sussistenza di un accordo è lo Stretto di Hormuz. Perché la geografia non mente, ed è il giudice finale di ogni patto scritto sulla carta.
I mediatori sono naturalmente disposti a tutto pur di evitare che la parola passi al cannone per un'altra mano di ostilità. L'Iran, tuttavia, esige dettagliata concretezza. Questo è il dilemma di Trump. Vuole una vittoria rapida, ma il solo accenno a un accordo approssimativo, incompleto e per lo più alle condizioni dell'Iran ha scatenato le ire della classe miliardaria vicina allo stato sionista -che ha reagito con veemenza- e dello stesso stato sionista, verosimilmente incoraggiato da quella stessa classe, che ha fatto saltare il cessate il fuoco di Trump lanciando un attacco coi criteri della terra bruciata in Libano, contro Gaza e contro i suoi cittadini, violando così quel cessate il fuoco che era la condizione preliminare per qualsiasi accordo.
Trump è in zugzwang. Il che significa che qualsiasi mossa faccia rischia solo di peggiorare la sua posizione, sia dal punto di vista strategico che sul piano interno.
Abbiamo visto questo stesso zig-zag, questo improvvisare privo di strategia, perfettamente illustrato nell'immagine che simboleggia la visita di Trump a Pechino. Una visita, anche questa, che Trump ha improvvisato: un vertice raffazzonato e senza preparazione alcuna.
Quell'immagine potrebbe forse arrivare a diventare un simbolo di questi tempi: il momento iconico dell'oggi è quello di un Presidente degli Stati Uniti dall'aria sconfitta, mentre il comportamento sicuro di sé del Presidente Xi dimostrava chi fosse ad avere il coltello dalla parte del manico.
Ci si potrebbe chiedere perché mai il ceto filosionista accetterebbe il rischio di vedere l'Occidente distrutto dalle conseguenze economiche di quella chiusura prolungata di Hormuz che deriverebbe dal suo ringhioso veto a Trump e a un suo ipotetico "accordo". Forse perché il grande capitale ebraico –a partire dalla crisi del 2008 e dal successivo trasferimento strutturale di ricchezza dall'economia reale alla élite dei trader della finanza– potrebbe indurlo a sentirsi immune alla recessione economica. Potrebbe persino vederla come una opportunità, perché porterebbe a un abbassamento del prezzo degli asset.
L'effetto Iran, sempre che non ne sia una causa diretta, segna comunque l'avvio di un riassetto significativo per la geopolitica globale. Per lo stato sionista si tratta di una cattiva notizia. Lo stato sionista si sta comportando secondo l'assunto per cui nessun accordo è meglio di un cattivo accordo: e si potrebbero sempre riaprire le ostilità contro l'Iran tra un anno o due.
Nessuno ci crede, ovviamente. Lo stato sionista non può dichiarare guerra all'Iran senza il pieno sostegno degli Stati Uniti. E l'AmeriKKKa di domani, per quanto riguarda i rapporti con lo stato sionista, probabilmente sarà diversa da quella di oggi.
Nahum Barnea su Yediot Ahoronot ha scritto:
Noi [lo stato sionista] stiamo scivolando in una guerra senza fine su tre o forse quattro fronti, difendendo territori che non ci appartengono, con soldati che non abbiamo, in una guerra sanguinosa contro nemici che non sappiamo come scoraggiare; e tutto questo senza garantire una reale sicurezza ai nostri cittadini. Lo stato sionista deve uscire dalla trappola iraniana. [Eppure] Netanyahu è l'ultima persona in grado di tirarcene fuori.
Anche la Russia sta cambiando, in parte sotto l'influenza di quanto succede in Iran. La strategia della pazienza è finita, e il recente attacco di droni ucraini contro un dormitorio universitario nella città russa di Starobelsk che ha causato la morte di almeno ventuno persone, per lo più ragazze adolescenti, è stato descritto da Mosca come "l'ultima goccia". L'opinione pubblica russa è furiosa, e con ragione.
Mosca ritiene le capitali europee e Kiev responsabili della recente raffica di droni e missili lanciati in profondità nel territorio russo, lanciata approfittando dello spazio aereo della NATO nel tentativo di eludere le difese aeree russe. Inoltre la Russia ha notificato formalmente a Washington -nel corso di una teleconferenza con Marco Rubio in India- che ritiene le capitali europee e Kiev responsabili anche del mancato rispetto dell'accordo di Anchorage.
La Russia ha dichiarato che intende impedire all'Ucraina di compiere ulteriori attacchi di questo tipo, e liquidare i centri decisionali che pianificano e dirigono gli attacchi contro i russi, anche se questo significa uccidere personale statunitense ed europeo. Il 15 aprile il Ministero della Difesa russo ha pubblicato delle liste che contengono i nomi e gli indirizzi di oltre venti aziende e joint venture europee che presumibilmente forniscono droni e componenti all'Ucraina. Alti funzionari russi, tra cui il vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev, hanno esplicitamente designato queste strutture multinazionali come "potenziali obiettivi" per le forze armate russe.
L'Europa è stata avvertita.
Ancora una volta, sembra che i vertici fra Trump e Xi e fra Putin e Xi a Pechino siano serviti a segnare il passaggio a un periodo ancor più intransigente dal punto di vista geopolitico.
I due vertici, uno dopo l'altro, sembrano aver spinto la Cina ad allentare la consueta cautela e a mettere un freno ai tentativi degli Stati Uniti di allargare l'uso del dollaro a scapito dello yuan. La strategia a tutto campo del Tesoro statunitense è quella di arginare l'attuale vantaggio competitivo della Cina facendole pagare più cari i capitali e l'energia. Il Tesoro statunitense ha prima cercato di imporre dazi alla Cina; dopo aver fallito con questa mossa, ha cercato di ridurre il vantaggio competitivo della Cina ostacolando le sue importazioni di petrolio con il blocco navale in Iran e in Venezuela, in modo che l'energia le costasse più cara.
Se Trump vuole una competizione commerciale senza esclusione di colpi, sembra tuttavia che per la Cina la partita sia tutt'alto che chiusa. Tanto per cominciare -sembra abbia pensato Xi- basta fare i bravi ragazzi.
La Cina non sta rispondendo a Trump con le sanzioni, e nemmeno con i missili. Sta facendo qualcosa di molto più preciso: sta esercitando analoghe pressioni sull'economia statunitense, e lo sta facendo tagliando i flussi di denaro verso la sfera del dollaro come reazione al tentativo degli Stati Uniti di ampliarne grossolanamente i limiti a livello mondiale.
Sia il Genius Act che il Clarity Act sono stati ideati per sottrarre ai detentori al dettaglio di valute locali estere le loro posizioni, inducendoli a passare a token crittografici denominati in dollari e garantiti dai titoli del Tesoro statunitense. Se l'operazione avrà successo, amplierà la portata del dollaro statunitense e andrà a creare una nuova fonte di domanda per il debito statunitense. Analogamente (ai sensi del Clarity Act), gli investitori che intendono detenere attività potrebbero essere indotti a sostituire le normali azioni e obbligazioni statunitensi con token digitali, tramite un sistema di registro distribuito digitalizzato.
In breve, gli Stati Uniti mirano a raccogliere quanta più valuta estera possibile per immetterla nei mercati statunitensi tramite le criptovalute, sostituendo di fatto la declinante egemonia del petrodollaro con quella del criptodollaro; questa genererebbe poi la domanda di dollari necessaria a impedire il fallimento del mercato obbligazionario statunitense.
La Cina sta quindi reagendo puntando su un aspetto più delicato: il flusso di capitali provenienti dal settore retail cinese verso le azioni e le obbligazioni statunitensi. Le autorità cinesi hanno adottato misure severe nei confronti delle società di intermediazione di Hong Kong che facilitavano l'afflusso di capitali dalla Cina continentale verso i mercati statunitensi. Allo stato attuale, Wall Street dipende in misura significativa dagli acquirenti stranieri di titoli azionari, ma i risparmi cinesi superano di gran lunga quelli di tutti gli altri paesi. E non saranno più disponibili.
In secondo luogo, la Cina è il più grande detentore di oro al mondo. E aprirà a luglio un nuovo centro per la negoziazione dell'oro a Hong Kong. Si tratta di una mossa importante per spezzare il dominio occidentale sul commercio dei metalli preziosi: rafforza il ruolo dello yuan e consente di regolare le vendite di petrolio in oro. Stando a quanto riferito l’Arabia Saudita, in modo indiretto, sta già accettando oro dalla Cina in pagamento di forniture petrolifere.
In terzo luogo Euroclear, una delle più grandi società finanziarie al mondo e colonna portante dei regolamenti internazionali, sta pianificando di accettare come buona garanzia le obbligazioni cinesi negoziate a Hong Kong.
Sean Foo spiega:
Se Euroclear accetta le obbligazioni cinesi come garanzia, significa che tali obbligazioni sono trattate come equivalenti al contante liquido. Significa che sono sufficientemente valide per garantire tutte le transazioni internazionali, il che significa che il sistema finanziario globale incorporerà il debito cinese nell’infrastruttura di base.
Adesso esiste un motivo per cui le obbligazioni cinesi stanno diventando attraenti per gli investitori globali, e questo va oltre la semplice geopolitica o i flussi commerciali. Si riduce a un dato fondamentale. La Cina dispone di oltre cinquantamila miliardi di dollari in depositi bancari. Si tratta di una cifra superiore al totale delle disponibilità bancarie di UE, Stati Uniti e Giappone messi insieme. E questo crea ciò di cui ogni mercato obbligazionario, come quello cinese, ha bisogno per funzionare bene: una base ampia e affidabile di acquirenti nazionali: è la popolazione locale che acquista.
In sintesi, con l'afflusso crescente di denaro verso le obbligazioni cinesi e l'approfondirsi del mercato obbligazionario in yuan, i costi di finanziamento della Cina sono destinati a rimanere bassi. Pechino può quindi finanziarsi a basso costo e quasi a tempo indeterminato, e riducendo in questo modo i costi per i capitali e quelli per l'energia in questo modo può sopravvivere alla strategia con cui gli Stati Uniti stanno cercando di arginare la Repubblica Popolare Cinese.

30 maggio 2026

Automobili. Dedicato al Treggia's Blog

 


"...Ma che cos'è questa roba, maledizione?! Sembra fatta col Lego..."

 Quello delle automobili è un tema molto inusuale in questa sede, ma le automobili sono beni di consumo e riguardano anche la Firenze che non conta e i suoi comportamenti di spesa. Questo scritto è dedicato a Riccardo Venturi, che in materia di automobili che non contano cura immagini e testi di un Treggia's blog - Vecchie auto a Firenze. Sul blog si è mostrato redivivo dopo diversi anni, addirittura con una dedica in cui ringrazia per le pur minime attenzioni riservategli.
Giorgio Marchetti (1943-2014) è stato un architetto lucchese, per decenni collaboratore di Livornocronaca - Il Vernacoliere dove si firmava Ettore Borzacchini. Le gìppe su cui inveiva quasi quarant'anni fa adesso hanno altri nomi (ma nemmeno sempre) e hanno subìto i necessari aggiornamenti. A giudicare da quello che si vede in giro si direbbe che il settore abbia letteralmente debordato, mettendo ai margini dei listini qualunque cosa non somigli alla gìppe, e in particolare al suo aggiornamento che Marchetti avrebbe chiamato sùvve. Pare che linee e forme siano state imposte sul mercato senza nemmeno consultare il marketing, figuriamoci i potenziali clienti. Che infatti all'uscita di qualche nuovo modello sghignazzano tra sodali, commentano ad alta voce e fanno paragoni in cui invocano blocchi di granito, ferri da stiro, casse da morto e nel caso di modelli elettrici anche alberi di Natale o -sentito di persona- PlayStation con le ruote. Insieme alla caduta libera del potere d'acquisto, negata solo dal governo di Roma e dalla madre non sposata che lo presiede dal 2022, il fatto che il mercato offra roba simile a prezzi almeno doppi rispetto al giusto ha contribuito al drastico calo delle vendite e all'altrettanto drastico calo dell'interesse generale verso un qualcosa che per moltissime persone ha perso qualsiasi valenza positiva come simbolo di condizione sociale e serve soltanto per andare in giro. Di solito per recarsi al lavoro a molte decine di chilometri da casa, in zone poco o per nulla servite da mezzi pubblici.
Oltre all'argomento lo scritto riportato ha di inusuale per questo blog anche il linguaggio, che è un livornese di registro piuttosto basso in cui non ci si sorprenderebbe di trovare anche locuzioni blasfeme. Il nome dello stato che occupa la penisola italiana ricorre nell'originale; come nostro uso ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.
Una volta la gìppe era la gìppe. E cioè un veicolo militare americano guidato da un caporale nero come il carbone, che scorrazzava per le accidentate strade dell'Italia occupata e/o liberata dagli alleati distribuendo ciuingàmme e cioccolata ai bimbini laceri ed affamati; a volte il quadro veniva completato dal fatto che il nero s'imbriaàva come una civetta e i bimbini laceri ed affamati lo spogliavano tutto ignudo portandogli via anche le impiombature dei denti, mentre i loro babbi provvedevano a smontare le gomme della gìppe per venderle al mercato nero.
Accadeva anche che sotto la gìppe finissero gatti, galline, pensionati ed altri animali con tendenze suicide; qualche volta invece sopra la gìppe ci finivano le sorelle e le mamme dei bimbini laceri ed affamati allo scopo di fornire prestazioni orogenitali alle truppe dei vincitori in cambio di barattoli di latte condensato.
Insomma la gìppe, subito dopo il carrarmato, era il simbolo degli orrori e delle violenze della guerra, la biga del centurione che fendeva la folla degli sconfitti in un lercio trionfo di fame, prostituzione, sifilide; hanno avuto un bel da fare gli americani a riabilitare la gìppe con tutti quei film dove Glenn Ford, Gregory Peck, John Wayne, guidavano con l'elmetto sulle ventitré e una gamba fuori a penzoloni e poi s'innamoravano come citrulli delle ragazze italiane e le portavano in America.
In America una sega, potrebbero commentare molti miei coetanei, figli della guerra dalla pelle troppo scura o dai capelli troppo biondi.
...dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare...
È andata così, poteva andar peggio. Ma a me la gìppe m'è rimasta sui coglioni.
E invece oggi è una ganzata.
Li chiamano fuoristrada questi bussoloni sgargianti e cromati dalle ruote enormi ed artigliate, nipoti supernutrite e scurreggione delle perfide gìppette dei conquistatori, e magari si limitassero a bazzicare i sentieri e i fratturi di campagna. Te le ritrovi davanti e didietro, alte e tronfie, a strombazzare e sgassare ai semafori, cariche di giovanottini sciugnati con gli occhiali a specchio e di ragazzone sgrendinate a cosce all'aria che guardano con compatimento la tua Fiat ingiuriata dal tempo ed alimentata a cambiali.
Queste sono le auto dei discendenti dei vinti, auto dai nomi altisonanti di tribù pellerossa parcheggiate in traverso a occupare con prepotenza tre posti; inutili, dispendiose, irritanti, possiedono lo stesso fascino perverso che apparteneva alle auto dei vincitori ed hanno soppiantato gli spaiderini pottaioni e colorati, bellini sì, ma non abbastanza rusticani per rappresentare la voglia di sopraffazione corsara che cova nei cuori. Quanti stronzoli si fanno il toiota, il mizzubìsci, il ciròchi, il rengeróve, l'interculer, il turbo, il budello di su' ma' non per affrontare -con quei motoroni, con quei rotoni, con quei fanaloni, con gli argani, i verricelli, le taniche, i picconi, le vanghe- impervie spedizioni sull'Annapurna o nel Mato Grosso, ma per spostarsi da Viareggio a Forte dei Marmi, da Livorno a Castiglioncello, da Rimini a Cesenatico, facendo a gara a chi ce l’ha più grosso, più gommato, più strepitante, più caóne.
Forse son gli stessi stronzoli che vanno a fare i corsi di sopravvivenza e le battaglie simulate, che coltivano le arti marziali, che collezionano armi, che hanno quella tragica ed insopprimibile voglia di guerra destinata periodicamente a travolgere le generazioni allevate in una pace faticosa e difficile, e in mancanza di peggio si sfogano con queste autoblindo, si fanno le seghe su Rambo e su Rocky, si gonfiano i muscoli delle chiappe. Il lettore accorto, appeso tra la generazione della guerra e quella del cosiddetto benessere, l'ha preso sufficientemente in culo da tutte e due le parti per essere in grado di individuare le terribili analogie tra i simboli dell'una e dell'altra epoca, ma mi fa francamente schifo veder riaffiorare nei giovani e nei giovanissimi la convinzione che per essere ganzi sia necessario dotarsi di attributi truculenti, di pròtesi metalliche, di aggeggi e marchingegni terribili, di armature cromate e catafratte, venduti a caro prezzo dai mercanti di anime di tutti i tempi coglionando la fragile natura del bipede mammifero.
O affezionato lettore, cui non verrebbe mai in mente di andare a spasso per la passeggiata a mare a bordo di un trattore mietitrebbia, di usare un'autobotte per seguire le esequie di un caro estinto o di invitare ad una gita su un'ambulanza quella signorina che ti concede saltuariamente le sue inestimabili grazie, che cazzo ci fai su una gippona da ottanta milioni che consuma quanto un budello e che in caso di pioggia è a malapena in grado di ripararti i coglioni...?
Dammi retta, palle!

Giorgio Marchetti (Ettore Borzacchini). Da Livornocronaca - Il Vernacoliere, settembre 1989.