25 giugno 2026

Alastair Crooke - Lo stato sionista sta raccogliendo i cocci della sua inveterata arroganza

Traduzione da Strategic Culture, 22 giugno 2026.

L'accordo quadro per l'allentamento delle tensioni tra Iran e Stati Uniti è stato firmato. Come sempre in questi casi, stringere un accordo quadro è una cosa, evitare che vi si intromettano attori destabilizzanti o che il suo testo sia soggetto a deliberate distorsioni è un'altra. Non è dato sapere per quanto reggerà. Il protocollo d’intesa costituisce comunque una fase importante –anche se è solo una tappa– nel lungo percorso che l'Iran ha davanti a sé. In ogni caso l'accordo potrebbe anche innescare mutamenti di più ampia portata nella tettonica della geoeconomia.
L'Iran è riuscito a convincere un riluttante Trump a varcare il Rubicone. Danny Citrinowicz, ex analista di alto livello dell'intelligence militare dello stato sionista per l'Iran, afferma che per Trump "arrivare a un accordo con l'Iran e mettere fine alla spirale della escalation non è semplicemente una possibilità, ma un chiaro obiettivo strategico... Adesso ha presente una panoramica più ampia delle relazioni tra Stati Uniti e Iran".
È andato in pezzi un dogma indiscusso:
In certi ambienti a Gerusalemme e a Washington si era da tempo convinti che una pressione prolungata potesse portare a un rovesciamento della forma stato a Tehran...[Tuttavia] l'accordo annunciato fa pensare che esista un [nuovo] dato di fatto sostanziale: la campagna che molti speravano potesse indebolire o addirittura destabilizzare la Repubblica Islamica alla fine la lascerà intatta e ancora più forte con il formale coinvolgimento degli Stati Uniti... [Questo] significa che a venire meno è un presupposto strategico più ampio: quello per cui una pressione coordinata da parte di Stati Uniti e stato sionista potesse creare le condizioni favorevoli a un radicale mutamento politico all'interno dell'Iran. Invece, l'esito probabile è quello opposto... [si tratta di] un esito che rischia di rafforzare la fiducia nella élite al potere [in Iran] piuttosto che indebolirla...
L'attuale situazione rappresenta un importante risultato strategico per l'Iran: in tutto il mondo sta dilagando l'immagine eroica della Repubblica Islamica, mentre le condizioni di isolamento dello stato sionista sulla questione iraniana, persino tra i suoi alleati del Golfo, hanno raggiunto livelli strettissimi. A livello personale la popolarità di Netanyahu nello stato sionista è crollata in modo catastrofico.
Naturalmente l'"intesa" potrebbe sfaldarsi rapidamente. Trump è incline a repentini cambiamenti di opinione, e tutta la forza della doviziosa élite filosionista statunitense si sta scatenando contro di lui per costringerlo a cambiare rotta, probabilmente mobilitando l'opposizione al Congresso e al Senato.
Entrambe le ipotesi sono possibili, ma il fatto che Trump abbia effettivamente raggiunto un accordo -per quanto provvisorio- con l'Iran indica una crescente divergenza di vedute fra Trump e lo stato sionista. E il tentativo di Netanyahu di recidere il legame tra questo protocollo di intesa e qualsiasi cessate il fuoco in Libano mettendo in piedi cose come l'attacco del 21 giugno contro Dahhiya a Beirut ha paradossalmente ottenuto l'effetto opposto: Trump ha prontamente cambiato i termini del protocollo d’intesa in senso favorevole all'Iran.
Se l'accordo dovesse davvero fallire, l'Iran potrebbe sempre chiudere lo Stretto di Hormuz e potenzialmente anche il passaggio di Bab el Mandeb. E cosa potrebbe fare Trump? Più gli Stati Uniti si avvicinano al precipizio economico e alle elezioni di medio termine, meno allettante sarà per lui la prospettiva di ridare il via alle ostilità. In ogni caso, l'Iran si aspetta una concreta ripresa degli attacchi militari e si sta preparando di conseguenza.
A parte le ripercussioni dirette, dovute al fatto che Trump anteporrebbe l'intesa con l'Iran all'interesse dello stato sionista di mantenere viva la guerra in Libano, l'accordo potrebbe essere foriero di conseguenze geopolitiche di più ampio respiro. Sono quarant'anni che l'Iran è stretto nelle spire sempre più soffocanti di quel serpente boa che sono le sanzioni, che viene strangolato dal boicottaggio sull'energia e dall'esclusione dal sistema del dollaro, a testimonianza di quanto si siano incessantemente sforzati i suprematisti ebraico-sionisti tanto nello stato sionista quanto negli USA, a nome del mantenimento della supremazia statunitense in Medio Oriente. Da quattro decenni gli USA esercitano il massimo della pressione per piegare l'Iran. Paradossalmente, è stato proprio il loro atteggiamento ostile a costruire quello stesso avversario che oggi esercita la propria influenza per liberarsi poco per volta dalle soffocanti spire del serpente e per cominciare a tirare di nuovo un po' di fiato.
La resistenza dell'Iran ha colpito l'immaginazione di gran parte del mondo proprio perché la contesa è rilevante sul piano morale; al centro ha il diritto a decidere del proprio futuro secondo i propri principi. Nello specifico, il caso dell'Iran ha messo sotto gli occhi del mondo intero la prassi statunitense, che è quella di costringere con la forza questo o quel Paese a sottostare alla loro imperativa imposizione dell'egemonia sionista in tutto il Medio Oriente.
I Paesi che constatano di cosa è capace lo strangolamento imposto all'Iran stanno cercando modi per proteggersi dalle manipolazioni strumentali che gli USA potrebbero mettere in atto contro di loro sugli scambi di derrate alimentari, petrolio, fertilizzanti e qualunque altro traffico su cui siano in condizioni di imporre limiti e strozzature.
La firma del protocollo di intesa rappresenterà quindi sul serio un punto di svolta di un qualche genere? È troppo presto per dirlo, ma potremmo porci questo primo interrogativo: il colpo inferto allo stato sionista dal voltafaccia di Trump è davvero irreparabile?
Lazar Berman, corrispondente militare del Times of Israel, osserva che l'idea di una "vittoria totale" è svanita, al pari delle sue illusioni.
Le guerre successive al 7 ottobre, accompagnate dall'aspettativa e dalla promessa di una "vittoria totale", sono arrivate alla fine. E sono arrivate alla fine anche le illusioni che alimentavano. I palestinesi non lasceranno Gaza. Hamas non deporrà le armi, né lo farà Hezbollah. Trump non tornerà in guerra contro l'Iran, che ora può minacciare di ritirarsi dall'accordo per costringere Trump a impedire qualsiasi operazione di grande portata lo stato sionista intenda condurre contro Hamas o contro Hezbollah... Il Medio Oriente è certamente cambiato.
L’obiettivo di Trump, a quanto pare, è raggiungere un accordo con l'Iran. Trump sembra convinto che questa mossa servirà anche agli interessi dello stato sionista. Potrebbe trattarsi di una convinzione fondata oppure no. Infatti, come scrive Aluf Benn su Haaretz "l'idea che lo stato sionista e l'Iran siano in grado di riconciliarsi dopo decenni di ostilità, culminate lo scorso anno in bombardamenti e attacchi missilistici, nello stato sionista non è mai stata neppure presa in considerazione".
L'atteggiamento arrogante e le illusioni dello establishment sionista si devono proprio a questa omissione.
Come sottolinea il noto editorialista sionista Nahum Barnea, allo stato sionista non è mai nemmeno venuto in mente che l'Iran avrebbe potuto reggere a un attacco guidato dagli Stati Uniti.
È probabile che nessuno dei servizi di intelligence militare, del Consiglio di Sicurezza Nazionale o del Mossad abbia parlato durante qualche riunione della possibilità che il regime iraniano potesse sopravvivere e uscirne più forte. Se anche tra i presenti c'era qualche scettico, ha sempre tenuto la bocca chiusa.
Nello stato sionista la sensazione della sconfitta si tocca con mano.
È probabile che Trump stia adesso puntando ad aprirsi maggiori margini di manovra per una pace in Medio Oriente come la intende lui. Le sue farneticazioni sull'adesione dell'Iran agli Accordi di Abramo, il fatto che vorrebbe dialogare con Hezbollah e i suoi commenti (ancora più assurdi) secondo cui Jolani e la Siria dovrebbero "occuparsi" di Hezbollah in Libano, tuttavia, avvalorano la tesi di Citrinowicz per cui oggi come oggi Trump sarebbe consapevole di dove potrebbero portare, anche se la cosa è inverosimile, le relazioni tra Stati Uniti e Iran.
In questa riconfigurazione del panorama strategico cui è costretto lo stato sionista, forse anche i pusillanimi europei potrebbero intraprendere un qualche correttivo, insistendo affinché si torni alla guerra come la si intendeva una volta, quando gli attacchi mirati per decapitare la leadership avversaria e le campagne di omicidi di massa di donne e bambini esulavano da ogni diritto bellico civile, per non parlare della moralità umana. I negoziatori iraniani hanno insistito durante i negoziati sul fatto che qualsiasi assassinio, qualsiasi eliminazione avrebbe chiuso definitivamente le relazioni con gli Stati Uniti.
L'altro interrogativo fondamentale che emerge da questa situazione è il seguente: quale sarà l'effetto della firma del protocollo d'intesa sugli equilibri politici degli Stati Uniti? Siamo davanti a un netto e strategico punto di svolta? Sarà l'AmeriKKKa nel suo complesso che inizierà a prendere le distanze dallo stato sionista?
Nell'elettorato statunitense esistono delle segmentazioni evidenti. Demograficamente, gli over 55 sono ampiamente solidali con lo stato sionista. I giovani invece hanno cambiato radicalmente posizione. Persino tra gli ebrei statunitensi il 61% ritiene che lo stato sionista abbia commesso crimini di guerra a Gaza; il 39% considera genocidiaria la condotta dello stato sionista a Gaza.
Naturalmente i fautori dello stato sionista innanzi a tutto non cambieranno atteggiamento e continueranno a insistere affinché il Congresso si adegui alla loro linea.
Solo che un recente editoriale del Wall Street Journal intitolato "Netanyahu ha perso l'AmeriKKKa di mezzo" conclude:
Si avvicinano per lo stato sionista le elezioni previste in autunno; è nostra convinzione che se i suoi elettori sceglieranno di confermare l'attuale governo, nonostante i fatali errori commessi, molti ameriKKKani giungeranno alla conclusione che lo stato sionista che hanno sostenuto per decenni non esiste più.

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