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26 agosto 2026

Alastair Crooke - Trump vuole alzare la posta per costringere l'Iran alla resa


Traduzione da Strategic Culture, 24 agosto 2026.

I sessanta giorni previsti dal protocollo d'intesa sono passati. Il quadro delle precondizioni dettate dall'Iran per l'eventuale avvio di un negoziato, tuttavia, è ancora lettera morta.
Invece del tanto decantato "accordo con l'Iran", il Presidente Trump si ritrova con un quadro che è quasi l'esatto contrario di quello cui voleva arrivare quando ha adottato il protocollo; certo, non è chiaro se intendesse davvero muoversi in quel quadro fino ad arrivare a una sorta di accordo concreto, o se tutta la faccenda non fosse altro che un espediente che Trump cercava di sfruttare come punto d'appoggio per esercitare il massimo della pressione egemonica statunitense sull'Iran, al fine di costringere la Repubblica Islamica ad aprire lo Stretto di Hormuz alle condizioni dettate dagli USA.
Non esistono colloqui. I negoziati sono a zero. Lo Stretto di Hormuz resta -come lo era all’inizio- al centro del conflitto ed è di fatto chiuso. Nel frattempo, la possibilità di una escalation è diventata molto più concreta -si potrebbe dire quasi inevitabile- poiché l'Iran ha manifestato l'intenzione di intensificare in modo proattivo le azioni ostili contro obiettivi infrastrutturali statunitensi e del Golfo, a meno che Trump non si attenga, nelle prossime tre o quattro settimane, alle ben note precondizioni stabilite dall'Iran.
Una di queste precondizioni non è più implicita, ma esplicita: gli iraniani hanno specificato che la questione palestinese deve rientrare nel quadro preliminare di un "cessate il fuoco per tutti o cessate il fuoco per nessuno". Ovviamente lo stato sionista non accetterà. Sta ricorrendo alla forza in misura sempre maggiore, in una vera e propria "spoliazione territoriale" contro i campi profughi e i villaggi palestinesi in Cisgiordania.
Chiaramente, è improbabile che Trump accetti le condizioni preliminari fissate dall'Iran. Nel loro insieme infatti esse richiedono senza mezzi termini lo smantellamento totale dell'infrastruttura militare statunitense che circonda l’Iran. Di fatto, il ritiro degli USA dall'Asia occidentale.
La cosa che Trump assolutamente non sopporta è di fare la figura del perdente.
Dal suo punto di vista è andata ancora peggio: la guerra contro l'Iran da lui voluta, invece di fare del Medio Oriente un mare di tranquillità e pace "dopo mille anni di conflitti", come egli stesso ha affermato, ha invece fatto da detonatore per le numerose tensioni latenti della regione facendole deflagrare. Il Medio Oriente oggi è una polveriera, altro che un esempio di convivenza pacifica. Persino gli alleati di un tempo si sono rivoltati contro di lui.
L'incendio più grave è quello nel teatro palestinese. Il Likud ha tenuto le primarie. E le elezioni generali nello stato sionista sono previste per il 27 ottobre. Ma è già chiaro che alcuni esponenti della destra politica stanno pianificando di incendiare la Cisgiordania per assicurarsi la vittoria alle urne o quantomeno per cancellare la possibilità che si possa formare un qualsiasi altro governo. I politici dello stato sionista hanno accennato a un'iniziativa provocatoria che avrebbe al centro la moschea di al Aqsa.
Il contesto palestinese ovviamente resta il detonatore in grado di incendiare la regione. Come sottolinea Ben Caspit:
Il piano dei fanatici… è quello di creare il caos, di scatenare una guerra biblica tra Gog e Magog, al termine della quale sarà possibile attuare il "piano decisionale" di Smotrich ed espellere i palestinesi… o -come dicono loro- costringerli ad andarsene… La fine di questo piano segnerà la fine di coloro che sognano di fare di Gaza una riviera, con folle di abitanti che la abbandonano in autobus per una "immigrazione volontaria"… Non succederà nulla di tutto questo. Ci ritroveremo invece con una carneficina su vasta scala e saremo in pericolo in un modo più serio, più concreto e minaccioso di qualsiasi cosa abbiamo affrontato fino a oggi…
Furibondo e frustrato, Trump ha convocato il 22 agosto una riunione dei suoi a Camp David per valutare le prossime mosse in vista della fine del periodo di sessanta giorni previsto dal protocollo d'intesa per favorire l'allentamento delle tensioni.
Secondo una notizia tanto categorica quanto attendibile riportata da Marjory Taylor Green, Trump avrebbe espresso ancora una volta i sensi della propria grande frustrazione per non aver raggiunto il suo obiettivo: quello di costringere la Repubblica Islamica dell'Iran alla resa e alla capitolazione.
L'Iran si è rivelato un osso duro per un Trump tanto perplesso quanto arrabbiato, che starebbe valutando altre strategie per costringerlo alla resa. Insomma, leggiamo che Marjorie Taylor Greene ha fatto trapelare indiscrezioni per cui Trump avrebbe nuovamente discusso la possibilità di utilizzare armi nucleari tattiche non strategiche contro l'Iran.
Non è la prima volta che Trump ventila questa possibilità. Secondo quanto riferito, avrebbe già sollevato la questione in due occasioni precedenti, la prima delle quali ad aprile a combattimenti in corso. L’interesse di Trump per l'argomento ha tuttavia radici più antiche. Secondo quanto riferito, era al centro della sua disputa con Rex Tillerson e con James Mattis.
All’epoca, Tillerson era Segretario di Stato e Mattis Segretario alla Difesa. Durante il suo primo mandato, Trump andava sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto poter utilizzare le armi nucleari tattiche con maggiore libertà. "Perché no?", chiedeva. Perché noi [gli Stati Uniti] dovremmo trattenerci o impedirci dal ricorrervi, si chiedeva Trump. E la risposta che riceveva sempre, da Tillerson e Mattis, era che le armi nucleari servivano solo a fini di deterrenza strategica. Non dovevano essere impiegate a casaccio, come alternativa ad altri tipi di armamento.
A quanto pare a Trump questa risposta non piaceva. Ecco, adesso siamo tornati alla stessa discussione, perché non solo Trump ha sollevato nuovamente la questione durante la riunione della scorsa settimana e questa dunque è probabilmente la terza volta che tira fuori la questione nel contesto della guerra con l'Iran, ma il tema si sta affacciando anche in un contesto inedito.
Elbridge Colby, sottosegretario al Pentagono responsabile della politica di difesa che ha svolto un ruolo significativo nella stesura della dichiarazione sulla sicurezza nazionale, sembra sostenere che le armi nucleari tattiche debbano essere riclassificate come "armi tattiche" vere e proprie e non limitate al mero ruolo di deterrenza strategica. Colby sostiene che se gli USA andassero incontro a un fallimento nel campo militare convenzionale -per esempio in Iran- questo potrebbe giustificare il ricorso al nucleare tattico come compensazione per la perdita della deterrenza convenzionale.
La questione è ancora in attesa di una soluzione definitiva.
Ed è proprio in questo contesto che Netanyahu ha mentito, parlando di una imminente minaccia nucleare da parte della Repubblica Islamica dell'Iran su cui non esistono prove, così come non ci sono prove concrete del fatto che l'Iran stia approntando un ordigno nucleare, come pretenderebbero invece i servizi militari dello stato sionista. Netanyahu non ha prodotto alcuna prova a sostegno di questa tesi durante le discussioni sull’attacco all’Iran del 28 febbraio; ne sono convinti all’unanimità i giornalisti investigativi dello stato sionista.
L'Aman, il servizio di intelligence militare dello stato sionista, ha fornito all'esecutivo un parere di totale disconferma. Sono state condotte numerose indagini da parte di giornalisti di altissimo livello, i quali concordano tutti sul fatto che l’intelligence militare non avesse presentato alcuna prova del fatto che l'Iran si stesse muovendo verso la realizzazione di un'arma, né informazioni che indicassero la sua intenzione di farlo, né dati che suggerissero che sul campo stesse accadendo qualcosa che potesse far supporre l'avvio di un programma di armamento.
In breve, non c'è nulla che giustifichi un attacco nucleare tattico preventivo da parte degli Stati Uniti "per impedire all’Iran di dotarsi di una bomba". Asserire il contrario significherebbe mentire, proprio come ai tempi della guerra in Iraq.
Il contesto in cui vanno inquadrate le discussioni sulla possibilità che gli Stati Uniti sgancino un ordigno nucleare sull'Iran è questo. La possibilità rimane, ma vi sono diverse voci nell'entourage di Trump che vi si oppongono con fermezza, ritenendo che il suo utilizzo costituirebbe un grave crimine di guerra.
Per il momento dunque Trump ha deciso di trascinare l'Iran alla sconfitta in campo economico. Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Bessent insiste sul fatto che la situazione economica dell'Iran sia catastrofica e che -secondo sua parafrasi- imporrà all'Iran "la madre e il padre" di tutte le sanzioni.
Quanto è praticabile questa strategia? L'Iran ha davvero l'acqua alla gola come suggerisce Bessent, oppure no? Se si considerasse la Borsa di Tehran come un indicatore affidabile dell’andamento dell’economia iraniana, si noterebbe che da maggio ha registrato un incremento del 58,7%. È vero, in Iran l'inflazione è alta. Ma il tasso di crescita dell'inflazione è passato dal 7,2% di giugno al 3,2% di oggi. Il deprezzamento del rial iraniano continua, ma molto più lentamente.
All’inizio del conflitto l'Iran aveva per mare centoquaranta milioni di barili di petrolio destinati all’esportazione, che gli hanno fruttato risorse pari a circa un miliardo di dollari. Tra il 23 febbraio e il 13 aprile, Bessent ha temporaneamente revocato le sanzioni sul petrolio. Durante quei sessantasei giorni, l'Iran ha venduto altri ottanta milioni di barili.
Quindi sì, i volumi delle esportazioni petrolifere dell'Iran sono in calo, ma il loro prezzo di vendita è più alto.
Questo non significa che la situazione economica in Iran sia rosea. Significa che ad oggi non ci sono prove della situazione disperata di cui parla Bessent, e che neppure si registrano disordini dovuti alla situazione economica.
Gli Stati Uniti possono tentare di bloccare i corridoi marittimi, ma quelli terrestri che vanno dall'Iran al Pakistan e dal Mar Caspio fino alla Russia funzionano ancora.
L'economia iraniana, forse, potrebbe essere più resiliente di quanto supponga Bessent. Quale sarebbe allora il suo piano? Non si sa. Ma gli obiettivi più ovvi sarebbero l'imposizione di sanzioni alle raffinerie cinesi di piccole dimensioni che tradizionalmente acquistano grandi quantità di petrolio iraniano. E forse anche l'imposizione di sanzioni alle banche cinesi che finanziano tale commercio. Questa sembra essere una possibile prima opzione. La seconda opzione potrebbe essere quella di espropriare le criptovalute e gli asset digitali dell'Iran, ove possibile. E chiedere agli alleati di sequestrare tutti gli asset iraniani presenti nelle loro giurisdizioni.
Nel loro insieme sembrerebbero misure molto impressionanti e minacciose. Ma le circostanze di oggi sono molto diverse da quelle del 2015, quando per la prima volta entrò in vigore l'accordo sul nucleare iraniano. Nel 2015 l'accordo era integrato in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, pertanto le sue disposizioni erano vincolanti per la Russia e per la Cina.
Russia e Cina hanno si sono in larga misura attenute alle sanzioni previste dall'accordo, fino a quando non è venuto a cadere inseguito al ritiro di Trump nel 2018. Adesso le circostanze sono molto diverse. Russia e Cina non sono più così favorevoli alle sanzioni contro l'Iran. Al contrario, si sono trasformate in cobelligeranti dell'Iran in questa guerra: cobelligeranti perché forniscono servizi di informazione, mettono a disposizione i mezzi tecnici con cui passare informazioni in tempo reale alle postazioni missilistiche e alle installazioni di base in Iran, e forniscono anche altri tipi di appoggio, forse agevolando il ricorso a sistemi di pagamento che aggirano il dollaro.
Bessent potrebbe avere in mente di prendere di mira gli acquirenti di petrolio iraniano in Cina, e anche le banche cinesi. Ma questo porterebbe gli Stati Uniti in diretto contrasto con entrambi i paesi. L'ultima volta che gli Stati Uniti hanno applicato sanzioni alle teapots, le piccole raffinerie cinesi, la Cina ha promulgato una legge che rende illegale per le entità cinesi, sia nazionali che estere, ottemperare alle sanzioni degli USA.
Farebbe di nuovo lo stesso? Senz'altro, con ogni probabilità. Il mondo non è quello del 2015: il dollaro statunitense sarà ancora il mezzo di scambio più utilizzato per le transazioni commerciali, ma non è più la principale riserva mondiale. Adesso la principale riserva mondiale è l'oro.
E oggi, le ragioni per cui storicamente il dollaro è diventato la valuta dominante stanno venendo meno. Proprio come è successo alla sterlina, che ha perso in modo inaspettatamente rapido la posizione privilegiata che aveva ricoperto.
Il vantaggio di avere titoli del Tesoro statunitense come riserva per i tempi difficili viene chiaramente a mancare, se Bessent ne vieta la vendita nel disperato tentativo di preservare il valore del dollaro sul mercato dei cambi lasciando i detentori in difficoltà, come sta accadendo in questo momento. Naturalmente, le esigenze di rimborso del debito continueranno a fungere da domanda di dollari, ma in sostanza il fondamento della spropositata posizione globale del dollaro risiedeva nell'emissione di credito in dollari a basso costo.
Quel vantaggio non esiste più. Le obbligazioni cinesi a dieci anni sono oggi più convenienti del 3%. Non sorprende quindi che le banche europee stiano ora concedendo prestiti ai clienti tramite le obbligazioni Panda cinesi, in un mercato del debito in renminbi in continua espansione.
E se tutti i beni dell'Iran criptovalute comprese dovessero essere arbitrariamente sequestrati dagli Stati Uniti, quali beni potrebbero mai dirsi al sicuro? La fiducia nella valuta statunitense sta già venendo meno, mentre il valore di cambio del dollaro cala e la volatilità prende il sopravvento.
Le iniziative contro l'Iran di Bessent potrebbero rivelarsi controproducenti, sia perché indebolirebbero ulteriormente il dollaro, sia perché spingerebbero di fatto altri Paesi a rivolgersi alla Repubblica Popolare Cinese e all'autostrada finanziaria alternativa, garante di sicurezza e di stabilità, che essa ha messo in piedi senza clamore.
Oggi gli alleati dell'Iran, sia pure non nel contesto di un'alleanza militare a tutti gli effetti ma in quello di una serie di partenariati di vario grado, hanno indubbiamente aiutato l'Iran e probabilmente continueranno ad aiutarlo ad aggirare il sistema del dollaro statunitense, tenendo aperta la porta all'evoluzione del sistema globale. Non hanno alcun interesse a vedere l'Iran sconfitto.


21 agosto 2026

Alastair Crooke - L'atomica iraniana invocata da Netanyahu non esisteva, proprio come le armi chimiche irachene

 

Traduzione da Strategic Culture, 15 agosto 2026.

Il presidente Trump ha preso per oro colato il bellicoso entusiasmo del Segretario alla Guerra Hegseth ("La potenza militare degli Stati Uniti è impressionante"), solo per scoprire troppo tardi che gli Stati Uniti, in una guerra il cui esito dipende dalle difese aeree, sono a corto di intercettori. "I calcoli sulle forniture sono altrettanto severi. Ci vorranno quattro anni per ricostituire le scorte (non quattro mesi), perché i componenti includono materiali che si ottengono da terre rare su cui la Cina ha il controllo".
Pare che Hegseth ora sia finito in disgrazia, mentre sarebbe in ascesa la stella del Segretario al Tesoro Bessent.
A quanto sembra, Bessent non ha mai smesso di rassicurare Trump sul fatto che la carenza di petrolio innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz "è temporanea e gestibile" (e non lo è), sostenendo inoltre che anche l'inflazione legata al problema delle fonti energetiche si attenuerà una volta che le tensioni globali si saranno placate. Ci ha scommesso la testa. E Trump sembra credere possibile questo manipolare i prezzi degli idrocarburi e del mercato dei futures.
Tuttavia, i dati che circolano a Washington sulle navi che sarebbero passate attraverso il corridoio dell'Oman non corrispondono al vero. Brett Erickson, di Obsidian Risk Advisors, scrive:
Dopo aver parlato con diversi miei colleghi di cui mi fido ciecamente, non ho rintracciato alcuna prova a sostegno del fatto che ogni giorno otto milioni di barili transitino attraverso la rotta dell'Oman, né alcuna prova del fatto che ogni giorno escano dallo stretto nove milioni di barili. Zero. Non qualcosa per cui si può dire "forse" o "in potenza". Davvero nessuna prova. E, cosa ancora più schiacciante, [ci sono invece] dati che dimostrano esattamente il contrario.
Alla domanda "Il loro piano è semplicemente quello di tenere un profilo basso finché tutto non va a rotoli? E poi cosa succederà?", Erickson risponde:
Da quanto ho capito, in realtà sono convinti che alcuni di questi dati siano veritieri. Sono stupidi, non sono per forza in malafede... il che è peggio.
Trump si sarebbe risolto a cercare di costringere la Repubblica Islamica dell'Iran a capitolare assediandola economicamente, ma non è una strategia credibile.
Anche se una stretta ancora più severa riuscisse a peggiorare ulteriormente la situazione del popolo iraniano, è improbabile che le loro sofferenze portino a un esito finale vantaggioso, come ad esempio un rovesciamento dell'esecutivo in stile Delcy Rodriguez.
Contro lo stato sionista e contro gli USA, la Repubblica Islamica dell'Iran sta lottando per la propria esistenza. Se la leadership iraniana dovesse mai essere costretta a scegliere tra la capitolazione e l'escalationm sceglierebbe quasi certamente l'escalation. La decisione di intensificare il confronto militare –per mettere sotto pressione Trump– in effetti sembra essere già stata presa, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Mosen Rezaei, segretario di fresca nomina del Comitato Supremo per la Sicurezza Nazionale. L'Iran proseguirà con azioni militari proattive, anche se Trump decidesse di rinunciare all'intervento militare.
L'Iran inoltre non mostra alcun segno di collasso economico a causa del rinnovato blocco statunitense. All'inizio del conflitto l'Iran disponeva, secondo le stime, di una quantità di barili di petrolio compresa fra i centoventi e i centoquaranta milioni, stoccata in petroliere al largo delle coste. Me ha esportati altri ottanta milioni durante il breve periodo di validità del protocollo di intesa. Il rial infatti si è rafforzato per il tempo in cui il protocollo è rimasto valido; la domanda quindi è: cosa succederà se l'Iran non solo si rifiuterà di capitolare, ma diventerà ancora più intransigente nei confronti di Trump, che è proprio quello che sembra stia facendo?
Danny Citrinowicz, uno dei principali analisti militari nello stato sionista, nota che mantenere l'attuale situazione di stallo non è affatto privo di costi per gli Stati Uniti. Il transito da Hormuz rimane fortemente limitato; il Mar Rosso è chiuso alle esportazioni saudite; e le forze statunitensi sono costrette a sostenere una costosa presenza militare e un blocco navale. Inoltre, le scorte di munizioni statunitensi sono agli sgoccioli mentre Tehran dispone può ancora ricorrere a molti sistemi per ostacolare le forze statunitensi e minacciare il traffico marittimo regionale. Nel frattempo, le conseguenze economiche dell'interruzione dei flussi energetici di sicuro non ricadono soltanto sull'Iran. Come ha osservato questa settimana il Wall Street Journal,
I produttori di energia del Golfo Persico stanno giungendo alla conclusione che il controllo dell'Iran sullo Stretto di Hormuz diventerà permanente, interrompendo a tempo indeterminato le loro esportazioni di petrolio e gas e le forniture energetiche a livello mondiale... [di fatto non hanno] alcuna valida opzione per contrastare [un Iran più assertivo].
Quello del petrolio non è l'unico settore compromesso dal conflitto. Anche una serie di linee di rifornimento cui si devono componenti vitali è stata interrotta.
Se alla fine dovesse risultare chiaro che gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza aver verificato con la dovuta accortezza lo stato delle proprie scorte di armamenti, erroneamente convinti del fatto che la guerra si sarebbe conclusa "nel giro di un fine settimana" come aveva detto con insistenza a Trump il capo del Mossad David Barnea durante una riunione nella Situation Room dell'11 febbraio 2026, e se dovesse emergere che il Segretario al Tesoro ha mentito sulla reale situazione energetica, qualcuno si troverà a dover rispondere a domande molto serie.
Dallo stato sionista, l'esperto in studi strategici Shemuel Meir solleva i dubbi più pressanti cui occorre dare una risposta:
- La guerra contro l'Iran è stata davvero una guerra "preventiva", scatenata con il falso pretesto di una minaccia imminente?
- Netanyahu ha mentito sull’imminenza di una minaccia nucleare da parte iraniana?
- Detto altrimenti, Netanyahu ha fatto come quella volta dell'Iraq e delle armi di distruzione di massa, per spingere Trump alla guerra?
In un articolo pubblicato all'inizio di luglio di quest'anno, il famoso editorialista dello stato sionista Ben Caspit ha ammonito Netanyahu:
...Davvero, Bibi? Gli iraniani avevano l'atomica? Dici sul serio? Sai, sei il Primo Ministro. Ogni dichiarazione, frase o parola che pronunci finisce sui titoli dei giornali. Quando dici una cosa del genere, ci sono delle conseguenze: ne sei consapevole? Beh, mi dispiace deluderti... ma l'Iran non possedeva bombe atomiche. Proprio per niente. Nemmeno per scherzo... Non si può dire che l'Iran avesse l'atomica perché non è vero... Perché è una balla pura e semplice.
In effetti, su Conflicts Forum avevamo osservato all'inizio di luglio (vedi qui) che, insieme a Caspit, un coro di ex funzionari e osservatori di spicco nel campo della sicurezza e dei servizi nello stato sionista si è detto sicuro che Netanyahu avesse mentito sulla minaccia nucleare iraniana nel periodo precedente alla guerra, e che su questo argomento stia mentendo a tutt'oggi.
Shemuel Meir sottolinea che nella dottrina militare dello stato sionista una guerra preventiva ha lo scopo di eliminare una minaccia esistenziale che sia tale nell'immediato, laddove non vi siano dubbi sull'imminenza della minaccia.
Meir afferma tuttavia che
Noi [l'opinione pubblica dello stato sionista] sostanzialmente non sappiamo cosa sia successo, né come sia stata presa la decisione di lanciare prima una guerra preventiva il 13 giugno 2025 (La "Operazione Rising Lion") e poi una sua prosecuzione con la seconda fase iniziata il 28 febbraio 2026 (La "Lion's Roar"). Come sia stata presa la decisione di lanciare questa guerra è una cosa che rimane, come afferma Aluf Benn, nella "scatola nera" del processo decisionale di Netanyahu.
Meir continua:
Cerchiamo quindi di esaminare, per quanto possibile, i fatti. Per determinare quanto fosse solida la giustificazione di una guerra che ha cambiato il volto del Medio Oriente e che... nonostante fosse una guerra convenzionale, è stata la prima guerra preventiva nucleare della storia. Condotta inoltre con l'approvazione del presidente degli Stati Uniti.
Sorge spontanea questa domanda: com'è possibile che non siano state presentate al pubblico una analisi critica e una approfondita cronaca investigativa sul processo decisionale alla base della guerra preventiva del giugno 2025? La cosa è particolarmente sorprendente alla luce di due rapporti investigativi che lo stato sionista ha provveduto a pubblicare -in maniera piuttosto inattesa- nelle ultime due settimane...
Entrambe queste ulteriori indagini... si basano su fonti attendibili e su valide entrature ai livelli più alti dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa dello stato sionista. In entrambi i resoconti abbiamo appreso qualcosa che non avevamo sentito da nessun'altra parte: fatti e dettagli riguardanti le riserve espresse dal Capo dello Stato Maggiore sulla seconda guerra preventiva [del 28 febbraio], quella che aveva lo scopo di risolvere il problema nucleare rovesciando la Repubblica Islamica".
Meir aggiunge:
Secondo i rapporti investigativi, il capo dei servizi militari Aman (il responsabile nazionale della valutazione dei servizi segreti, nel sistema dello stato sionista) e il capo della Divisione Ricerca dei servizi hanno valutato e scritto nelle informative consegnate al Primo Ministro e ai membri dell'esecutivo che nella seconda guerra contro l'Iran le probabilità di successo erano basse. Per chiunque conosca la storia dei servizi segreti dello stato sionista, si è trattato di una valutazione coraggiosa.
Nel dare il via alle due fasi di una stessa guerra preventiva, Netanyahu ha detto che la ragione della guerra era costituita da "nuove informazioni provenienti dai servizi" che mettevano in guardia da una minaccia nucleare imminente tale da mettere in pericolo l'esistenza stessa dello stato sionista. Secondo lui, lo stato sionista non poteva restare a guardare; era imperativo entrare in guerra immediatamente. Per rappresentare quanto immediato fosse il pericolo, Netanyahu ha saturato il dibattito pubblico sia nel periodo precedente la prima guerra sia nel corso dell'anno passato tra le due "guerre" ricorrendo a metafore esistenziali come quella del "coltello alla gola", e ha paragonato gli impianti nucleari iraniani ai campi di sterminio nella distruzione degli ebrei d'Europa.
La notte del 13 giugno 2025, in merito alla minaccia esistenziale immediata rappresentata dall'arma nucleare iraniana, Netanyahu dichiarò che il momento era giunto. L'Iran era al punto di non ritorno perché nei mesi precedenti aveva compiuto a ritmo serrato quei "chiari passi che non aveva mai compiuto prima verso la militarizzazione, ovvero verso la creazione di un'arma nucleare, e non semplicemente verso l'accumulo di materiale fissile.
Esisteva davvero una minaccia all'esistenza dello stato sionista il 13 giugno 2025, si chiede Shemuel Meir?
Le argomentazioni apparentemente basate su informative dei servizi che avrebbero contenuto "nuove informazioni", esibite da Netanyahu e dai capi dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa dello stato sionista riguardo a un'accelerazione del programma militare iraniano prevista per l'immediato futuro (questo passaggio al militare era un elemento chiave nelle loro argomentazioni) erano in contraddizione con valutazioni altamente affidabili e aggiornate. Tra queste figuravano rapporti dei servizi segreti statunitensi che contraddicevano le affermazioni in merito ad una minaccia nucleare immediata e che, a quanto pare, erano noti ai servizi segreti dello stato sionista.
"Secondo un'inchiesta di Ronen Bergman (Yedioth Ahronoth, 26 giugno 2026) basata su fonti di alto livello dei servizi segreti sionisti, questi ultimi non disponevano di informazioni concrete che indicassero che stesse effettivamente iniziando la realizzazione di un programma militare. C’erano solo "informazioni preoccupanti su riflessioni e discussioni", ma nessuna prova concreta che indicasse che erano entrati in azione dei laboratori per la produzione di armi.
A questo punto ci si chiede: "Tutti gli alti funzionari dello Stato Maggiore delle forze armate sioniste e dei servizi di intelligence militare concordavano nel sostenere senza riserve l'argomento del Primo Ministro per cui si trattava di un attacco preventivo necessario per sventare una minaccia nucleare immediata? Si è trattato di una guerra per eliminare una minaccia esistenziale immediata, o piuttosto di una guerra in cui si è cercato di cogliere un'occasione"?
Altri resoconti indicano che nessuno degli alti funzionari presenti accennò alla possibilità che l'Iran potesse non implodere, e neppure a quella che potesse emergere più forte dal conflitto.
Meir si chiede: gli alti ufficiali delle forze armate sioniste che hanno condiviso questa decisione hanno seguito le procedure corrette, "o sono stati talmente travolti dall'euforia di Netanyahu da non riuscire a riconoscere la missione metafisica che egli si era autoattribuito nel suo ruolo di 'Protettore di Israele', ovvero attaccare l'Iran e distruggere qualsiasi possibilità di un accordo diplomatico sul nucleare"? Meir aveva verificato nel dettaglio in un precedente articolo intitolato "Requiem per l'accordo nucleare" che un terzo di dell'autobiografia di Netanyahu intitolata "Bibi - My story" è dedicato proprio a quella stessa missione metafisica. Una guerra contro gli impianti nucleari iraniani era da sempre il sogno di Netanyahu.
A questo punto per lo stato sionista si tratta davvero di una questione di vita o di morte, dato che per quanto riguarda gli obiettivi dichiarati la loro guerra è stata un completo fallimento.
E la cosa riguarda anche gli statunitensi. Durante l'incontro dell'11 febbraio 2026 nella Situation Room della Casa Bianca, Netanyahu ha esercitato forti pressioni sul presidente Trump, suggerendo che in Iran i tempi fossero maturi per rovesciare la Repubblica Islamica e dicendosi convinto che una missione congiunta tra Stati Uniti e stato sionista potesse una volta per tutte porvi fine.
I funzionari statunitensi presenti, che avevano espresso dubbi sulle affermazioni da parte sionista, erano forse a conoscenza del fatto che il capo dell'Aman e il capo della Divisione di Ricerca dei servizi dello stato sonista avevano scritto nero su bianco nei rapporti di intelligence consegnati a Netanyahu e ai membri dell'esecutivo che c'erano poche possiblità che la Repubblica Islamica crollasse? Era stato il capo del Mossad, al contrario, a insistere sul fatto che la guerra contro l'Iran sarebbe stata una passeggiata militare.
La valutazione dell'Anam tuttavia corrispondeva perfettamente con indiscrezioni attendibili provenienti da funzionari e analisti dei servizi statunitensi pubblicate durante la Guerra dei Dodici Giorni nel giugno 2025.
Il New York Times, lo Wall Street Journal e la CBS riferirono tutti che le dette fonti dei servizi statunitensi non erano a conoscenza di alcunché di nuovo che facesse pensare che l'Iran si fosse mosso per realizzare un ordigno nucleare, che non vi era stato alcun cambiamento nella valutazione dei servizi, che l’Iran non aveva imboccato la strada che porta al nucleare militare e che non era stata impartita alcuna direttiva in questo senso.
Nonostante tutto questo Trump ha deciso per la guerra. E la guerra continua a tutt'oggi.
Per quale motivo?

05 agosto 2026

Alastair Crooke - La tensione deflagra. E si propaga in tutto il Medio Oriente

 


La scorsa settimana Netanyahu si è recato alla Casa Bianca nello Studio Ovale, per un incontro il cui esito è avvolto dal silenzio. Un silenzio eloquente. Nessun funzionario del governo statunitense è andato all'aeroporto ad accoglierlo, non gli è stato steso alcun tappeto rosso. La visita è stata un fiasco. Lo stato sionista è allo sbando, con la sua strategia della "Grande Israele" ormai logora per la mancanza sia di truppe che di coerenza.
L'ex difensore civico dell'IDF Maggiore Generale Yitzak Brik prevede (Ma'ariv, 26 luglio), che la crisi che sta travolgendo gli apparati di intercettazione dello stato sionista rappresenti "solo il preludio della catastrofe che incombe su di noi".
Nei prossimi scontri con l'Iran la minaccia aumenterà di dieci volte, fino a farci perdere completamente la capacità di intercettare i missili balistici iraniani. Si prevede che questi missili colpiranno i centri abitati, gli obiettivi strategici, le infrastrutture produttive ed economiche, gli istituti scientifici e tecnologici, le istituzioni educative, gli ospedali, le industrie vitali, e ci annienteranno completamente.
Trump -ed era anche ora, si direbbe- ha capito che la guerra che ha iniziato per schiacciare l'Iran gli si è ritorta contro, e ora minaccia di schiacciare lui. Non esiste di fatto alcuna soluzione militare se non quella di smettere di scavare ancora di più, dopo aver già toccato il fondo.
Nel frattempo, l'Iran non gli permette più di andare avanti con il suo ciclo tattico che consiste nel dare il via a un'offensiva che dovrebbe servire a fare pressione, per poi -ogni lunedì- passare a parlare di "accordi imminenti" al fine di manipolare i mercati petroliferi e i prezzi delle azioni. Lunedì 3 agosto un'ondata di vendite allo scoperto sul mercato ha fatto crollare il prezzo del Brent addirittura del 7,7%.
L'Iran, inoltre, intende avere l'ultima parola sull'andamento del conflitto, che (in ogni caso) è destinato a intensificarsi a causa degli sforzi statunitensi volti ad accrescere la pressione dell'accerchiamento. Gli Stati Uniti vogliono dare l'idea di essere riusciti a costringere l'Iran ad accettare una "pace" imposta.
Solo che invece di aumentare la pressione sull'Iran, la strategia di Trump sta mettendo in subbuglio il Medio Oriente, aumentando il rischio di una escalation incontrollata.
Gli ultimi sviluppi -tra cui la dichiarazione dello Yemen di voler reagire all'assedio colpendo aeroporti e porti sauditi e gli attacchi a due importanti raffinerie della Aramco che hanno messo fuori uso l'oleodotto saudita verso il Mar Rosso- hanno trascinato l'Arabia Saudita in un conflitto sia contro lo Yemen, sia (insieme al CENTCOM) contro le milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare in Iraq, che secondo l'Arabia Saudita sarebbero responsabili dei danni alle raffinerie, nonostante Hash'd al Shaabi neghi decisamente. Questi due episodi sottolineano comunque fino a che punto la "guerra di Trump" stia destabilizzando una regione già fragile.
Il 29 luglio l'Arabia Saudita, insieme agli Stati Uniti, ha sferrato consistenti attacchi aerei su almeno sei città irachene uccidendo almeno venti persone e ferendone decine tra i membri delle Unità di Mobilitazione Popolare.
Perché l'Arabia Saudita dovrebbe attaccare Hash'd al Shaabi e non lo Yemen? Probabilmente perché AnsarAllah reagirebbe con dei missili, distruggendo ciò che resta delle infrastrutture petrolifere saudite.
Appena venuta a conoscenza degli attacchi statunitensi contro le postazioni delle Unità di Mobilitazione Popolare, e in coerenza con il principio per cui "un attacco degli Stati Uniti contro un membro dell'Asse della Resistenza è un attacco contro tutti", la Repubblica Islamica dell'Iran ha reagito lanciando missili balistici contro le basi statunitensi in Giordania.
Due nuovi fronti -quello delle Hash'd al Shaabi in Iraq e quello tra Yemen e Arabia Saudita- si sono quindi aggiunti al quadro già incandescente della regione. Eppure, ci sono altri potenziali focolai di tensione che ribollono in subordine: in Libano, il Ministro della Difesa dello stato sionista vanta il fatto che
Ventiquattro villaggi libanesi, vecchi di centinaia di anni, sono stati distrutti. Tutti gli edifici, non uno qua e uno là, ma interi villaggi [sono stati rasi al suolo]. Una distruzione totale. Dovete capire: sono state distrutte da quindicimila a ventimila abitazioni in tutti e ventiquattro i villaggi- E oggi il 70% di Gaza è stato distrutto.
Ancora più significativo è il fatto che il Ministro della Sicurezza Nazionale dello stato sionista Ben Gvir abbia promesso di scatenare i coloni in una guerra contro i palestinesi che vivono in Cisgiordania, al fine di forzare un esodo "volontario" dei palestinesi. Ben Gvir sostiene che il periodo che precede le elezioni nello stato sionista costituisca il momento più propizio per innescare una crisi che, a suo avviso, potrebbe costringere all'evacuazione di interi villaggi palestinesi.
Come se questo caos non bastasse, il 25 luglio i missili statunitensi hanno colpito un quartier generale della Marina delle Guardie Rivoluzionarie nella zona di Ziba Kenar, sul Mar Caspio, nella provincia di Gilan.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato questa settimana che l'attacco -attribuito all'Ucraina- contro una nave iraniana nel Mar Caspio dovrebbe essere considerato un attacco contro l'Iran stesso, sostenendo che l'incidente abbia messo in evidenza la necessità di eliminare quella che ha definito la minaccia rappresentata da Kiev. Ha accusato l'Ucraina di aver ampliato la portata di quelli che ha definito "i suoi attacchi terroristici".
Allora, cosa sta succedendo? Non è chiaro se l'attacco ucraino -in cui è morto un marinaio iraniano- contro una nave che secondo le infondate accuse di Kiev stava trasportando un carico di armi sia stato semplicemente l'equivalente di uno strillo da bambini con cui Zelensky ha cercato di attirare l'attenzione e di suscitare l'interesse di papà Trump oppure qualcosa di più grave. Zelensky in diverse occasioni si è lamentato del fatto che la guerra con l'Iran stesse distogliendo l'attenzione dell'Occidente dalla sua guerra con la Russia. Si è trattato di un tentativo di riorientare Trump verso la guerra ucraina?
Tutte queste dinamiche sono confluite a Washington in occasione della camera ardente di Lindsay Graham, proprio nel momento in cui Laura Loomer –una influencer MAGA ormai in declino, ma che piace a Trump e alla quale egli presta volentieri ascolto– ha effettuato una plateale giravolta di centottanta gradi, svettando tutto a un tratto come la più grande sostenitrice e promotrice della causa ucraina. Forse, proprio al posto del defunto Lindsay Graham.
Su internet circolano numerose speculazioni per cui questa sua ampiamente pubblicizzata folgorazione sulla via di Damasco potrebbe segnare un significativo punto di svolta nella politica statunitense. Tuttavia potrebbe trattarsi anche di un fenomeno effimero destinato a svanire rapidamente. La Loomer non ha alcuna influenza tra i giovani sostenitori del movimento MAGA, ma ne ha ancora sulla base di Trump composta da persone sopra i sessantacinque anni che guardano Fox News.
Al momento tuttavia si pensa che il radicale riorientamento della Loomer segni l'inizio di una considerevole operazione psicologica volta a convincere gli statunitensi che una "AmeriKKKa interventista" possa essere compatibile con il "Prima l'AmeriKKKa" e che quindi sia coerente sostenere lo scontro militare contro la Russia. Questo refratin della Looomer, per così dire, si presenta come una critica ai seguaci MAGA di Pat Buchanan, che aderiscono alla linea che ha dato il titolo al suo libro: A Republic – Not an Empire: Reclaiming AmeriKKKa’s Destiny.
Naturalmente, qualsiasi cambiamento nell'opinione pubblica statunitense che sia favorevole all'interventismo militare è ben accolto nello stato sionista.
Questo cambiamento potrebbe indurre Trump a diventare maggiormente proattivo sulla questione ucraina? Non lo sappiamo. La Loomer ha promesso a Trump un resoconto completo del suo viaggio in Ucraina e del suo incontro con Zelensky. Trump le darà ascolto? O potrebbe ascoltarla senza prestarle attenzione? Chissà.
Il punto è che l'offensiva mediatica volta a ritrarre l'Ucraina come vincitrice -sebbene questo sia oggettivamente falso- sta prendendo vigore almeno presso un settore dell'opinione pubblica statunitense. Michael Wolff, che conosce Trump da molto tempo e ne ha scritta una biografia, osserva che
la virata di centottanta gradi della Loomer sull’Ucraina è ovviamente già in atto [cioè sta prendendo piede]. Zelensky si trova in città... Avrà un incontro con Trump. E Trump, certo, come potrebbe non rendersi conto che l'Ucraina in questo momento si trova decisamente in vantaggio.
In senso più ampio, dal punto di vista della politica estera questa amministrazione è stata un disastro totale... La questione iraniana è un disastro totale. Allinearsi alla Russia è ovviamente una mossa sbagliata... Zelensky, [in precedenza] raffigurato come un perdente, ora è un vincitore: tutto il resto è ora visto come un mucchio di 'mosse sbagliate' [da Trump]. In questo contesto, lui [Trump] ha disperato bisogno di un successo. E l'Ucraina sta cominciando ad apparirgli come una possibile occasione per una sua [vittoria] sfruttando il funerale di Lindsay Graham per passare a una strategia più efficace. Una morte può rivelarsi un gran colpo per le pubbliche relazioni. Bingo. Sì. La Russia è nei guai.
Naturalmente, è scioccante assistere a come le élite occidentali possano essere manipolate attraverso una incessante campagna di pubbliche relazioni. Eppure i commenti di Wolff sono ben più che banali pettegolezzi da rubrica di gossip. Riflettono una psicosi di massa che sta prendendo piede. Non è razionale, ma è piuttosto alimentata da interessi e cricche facoltose che perseguono i propri scopi.
Ecco come funziona: Zelensky vuole presentarsi come "vincitore" agli occhi dell'Europa e di Trump. L'Europa lo esorta a lanciare missili in profondità nel territorio russo per costringere la Russia a concedere un cessate il fuoco. Trump al G7 esprime approvazione per gli attacchi contro la Russia. A questo punto si innesta la prima, con gli attacchi con i droni contro le raffinerie russe. Con le parole di apprezzamento di Trump al G7 si innesta la seconda, e si degenera fino agli attacchi contro la popolazione civile russa (i centri di smistamento della Wildberries per i clienti su internet, i morti nei centri vacanze) tramite missili a maggiore gittata e testate più potenti.
Allo stesso tempo l'Ucraina apre il fuoco su una nave iraniana nel Mar Caspio. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran (IRGC) minaccia ritorsioni. Lo IRGC minaccia il Regno Unito (e Cipro) per il suo coinvolgimento sempre più marcato nella guerra contro l'Iran.
L'Europa tratta la Russia come se non facesse sul serio e continua a propugnare attacchi missilistici in profondità nel territorio russo. La Russia, tuttavia, non può permettere che questi attacchi continuino, sempre più massicci. Nel frattempo, il Medio Oriente sta silenziosamente andando a fuoco. L'Iran non cederà alle pressioni di Trump; né la Cina tollererà la pressione delle sanzioni statunitensi.
Per Trump, risolvere tutto armata mano è impossibile. La miglior cosa che possa fare è impedire che i conflitti finiscano per convergere in un'unica guerra mondiale.

29 luglio 2026

Alastair Crooke - Per gli USA, l'esito dell'aggressione contro la Repubblica Islamica dell'Iran è ormai compromesso

 Trump mobster, luglio 2026


Traduzione da
Strategic Culture, 28 luglio 2026.

In serata il 24 luglio Trump ha ordinato alle forze armate statunitensi di non effettuare nuovi attacchi contro l'Iran, nonostante avesse in precedenza approvato un attacco di "infernale violenza" contro la Repubblica Islamica.
Gli Stati Uniti hanno invece richiesto un nuovo cessate il fuoco temporaneo e stanno cercando di tornare al protocollo d'intesa -accantonato e fallimentare- estendendo i colloqui anche allo Yemen; Trump starebbe cercando di far entrare nei negoziati Ansar Allah.
Secondo ogni evidenza Trump è furibondo e teme che la guerra stia corrodendo la sua presidenza e il suo retaggio. Nel corso della settimana passata l'Iran ha respinto categoricamente tutte le richieste di trattare e ha confermato che non intavolerà negoziati in nessuna circostanza. Insomma, perché l'Iran dovrebbe concedere agli USA il tempo di riorganizzarsi e di riarmarsi per poi scatenare un'altra serie di attacchi, proprio adesso che si trovano alle corde?
Tornare al protocollo d'intesa di cui Trump ha ripetutamente distrutto la credibilità? Improbabile.
Will Schryver osserva che circolano voci secondo cui il Pentagono starebbe facendo pressione su Trump perché metta fine alla guerra con l'Iran, poiché gli Stati Uniti hanno quasi esaurito le scorte di missili intercettori per la difesa aerea e di missili balistici a lungo raggio. Anche i principali collaboratori del Presidente sono preoccupati dalla prospettiva di una escalation del conflitto in Medio Oriente, dal defilarsi di alleati irrinunciabili nel Golfo -vulnerabili a ulteriori attacchi iraniani- e dall'incombente crisi energetica. "Nella cerchia di Trump erano in pochissimi -ammesso che qualcuno ci fosse- a essere convinti che fosse saggio andare alla escalation, hanno riferito due fonti informate sui fatti", scrive il New York Times.
Sembra inoltre che i trucchi da illusionista per celare le vere condizioni dell'approvvigionamento di carburante negli Stati Uniti possano aver avuto un qualche ruolo nel convincere Trump a tornare sui propri passi. Larry Johnson riferisce che
[Un] documento redatto da Karl Miller indaga su come le operazioni segrete di approvvigionamento ed esportazione di carburante da parte delle forze armate statunitensi stiano esaurendo le riserve nazionali di gasolio e di benzina avio, in particolare in un periodo in cui le scorte interne sono già a livello critico.
In sintesi, Miller afferma che
gran parte di queste esportazioni (segrete) di carburante passa attraverso canali opachi, come lo hub di trasbordo di Rotterdam, dove la destinazione finale –militare o estera– non viene resa pubblica dal momento che il sistema economico degli USA rischia di trovarsi a corto mentre le esigenze militari e quelle di altri Paesi -in particolare quelle dello stato sionista- passano avanti a tutto il resto.
Nel suo rapporto, Miller sembra alludere alla palese manipolazione da parte delle autorità statunitensi degli indici di riferimento del petrolio, volta a convincere i mercati che il prelievo di emergenza dalle riserve strategiche di 172 milioni di barili, avviato per contrastare i repentini cali nell'approvvigionamento causati dal conflitto con l'Iran non comporterebbe alcun pericolo di carenza di carburante.
Sebbene il livello minimo di sicurezza previsto dalla legge sia di 250 milioni di barili (il livello attuale è di circa 300), si sta comunque diffondendo la convinzione per cui il prelievo potrebbe spingersi ancora oltre, fino a lasciare circa 70 milioni di barili. Ma è davvero possibile? Qual è il livello minimo cui possono arrivare le riserve strategiche di petrolio? Non si deve pensare a qualcosa come un grande serbatoio di petrolio con segnato un livello preciso; la questione è più complessa. La riserva strategica è stoccata in numerose sedi ed è formata da diversi tipi di greggio, che vengono prelevati a ritmi diversi; alcuni siti di stoccaggio potrebbero collassare se svuotati del tutto o quasi. Insomma, nessuno sa quale sia il limite da non superare. Sono tutte congetture.
Gli esiti dell'aggressione di Trump sono ormai compromessi. L'unico modo per tornare ai negoziati sarebbe quello di offrire concessioni sostanziali fin dall'inizio. Ma anche se Trump lo facesse, chi gli crederebbe? E le sue condizioni mentali sono in grado di tollerare una tale umiliazione?
L'ostacolo principale sul percorso per tornare ai negoziati con la Repubblica Islamica dell'Iran è che Trump e la sua congrega più stretta non hanno capito nulla dell'Iran.
Sono tutti convinti di avere a che fare con una leadership rigida e intransigente, cui si opporrebbe la gran parte del popolo iraniano che nel suo insieme desidererebbe ardentemente trovare una via d'uscita.
E questo è sbagliato. Le cose stanno in maniera esattamente opposta. Sono i vertici ad essere pragmatici. Ad essere intransigente, nel suo complesso, è la piazza. Che grida vendetta e che vuole sapere perché mai si dovrebbe negoziare.
All'opposto, l'esecutivo di Trump e i suoi sostenitori di Fox News hanno abbandonato il concetto che gli USA avevano di se stessi come nazione redentrice, e tendono a un atteggiamento radicalmente manicheo, come scrive il professor Michael Vlahos:
la 'buona novella' statunitense è stata sostituita dallo spettro onnipresente del Male e dalla minaccia della forza. Le sacre parole Libertà e Democrazia sono sempre invocate, ma sono diventate un mantra vuoto. Il 'vangelo' statunitense non predica più la redenzione e l'espiazione: adesso è tempo di imposizione e di punizione. Il voltafaccia è avvenuto in un istante, con l'11 settembre e con Guantanamo.
Il problema è quindi nell'atteggiamento di fondo: come è possibile negoziare o dialogare con l'incarnazione del Male, che è il concetto che Trump ha degli iraniani? No che non è possibile, ovviamente. E lo scopo di ritrarre i nemici in termini tanto negativi era proprio questo, fare in modo che qualsiasi vera mediazione fosse impraticabile e che non fosse neppure immaginabile una soluzione che sarebbe vista come l'ascesa al potere di "una delle persone più malvagie della storia" a capo di una "banda di teppisti assetati di sangue". La politica viene ridotta alla ricerca della prevaricazione su tutto ciò che è altro.
L'Occidente mostra uno specifico modo di pensare, che ritiene rappresenti l'essenza di ciò che è umano. Questo modo di pensare -spesso definito apollineo- è legato al patriarcato, alla legge e a un pensiero verticale dall'alto verso il basso, laico, razionale e meccanicistico. Offre poco spazio alla condizione di "stato intermedio": le cose sono o "A" o "non A".
Tuttavia esiste un altro modo di pensare -spesso definito dionisiaco- che esprime la dualità energetica sia nella natura che nell'essere umano: maschile e femminile, ordine ed esuberante trasgressione, rettitudine e degenerazione. Queste dualità formano all'interno della coscienza dei poli che coesistono e che si costituiscono a vicenda. Il logos dionisiaco può forse essere visto come il lato oscuro, o addirittura come una rivolta contro Apollo.
E poi c’è Persefone, il rovescio del lato oscuro dionisiaco. Persefone esprime l'esistenza ctonia e femminile. Qui non c’è alcun polo maschile, ma solo una dea legata alla terra e al principio femminile della riproduzione, al processo di crescita e di cura e alla conoscenza degli inferi chiamata intuizione. Persefone simboleggia la vita ciclica di Afrodite, il decadimento, la morte e il rinnovamento finale.
La coscienza per lo più è l'espressione delle qualità umane secondo un particolare orientamento. Ciononostante, tutte le civiltà attingono dall'intera gamma delle componenti della coscienza: in un modo o nell'altro, esse finiscono per costituire questo o quel tipo di civiltà.
Pensare secondo una data cultura significa pensare in un certo modo; appartenere a una cultura diversa, a un gruppo etnico diverso, a una religione diversa significa avere un modo di pensare diverso. Eppure rimaniamo tutti umani.
Così l'arroganza imperiale di Trump sta cominciando a fare i conti con il fatto che gli sarà difficile e forse impossibile trovare una soluzione per il Medio Oriente, perché vedere il mondo da una prospettiva meramente apollinea significa pensare in modo essenzialmente maschile ed esclusivista, non riuscire a comprendere l'alterità e basarsi piuttosto sull'eccezionalità del privilegio. Semplicemente, non si riconosce -e non si può riconoscere- l'esistenza di una pluralità di modi di pensare.
Gli Stati Uniti hanno perso la guerra. Adottando un linguaggio manicheo tanto intransigente, Trump si è di fatto tagliato fuori da qualsiasi possibile soluzione diplomatica. Allargando il fronte di guerra al Libano, allo Yemen, alla Siria e all'Iraq ha gravemente complicato qualsiasi percorso diplomatico. Tutti gli elementi sono interconnessi, ma seguono anche agende distinte. Pertanto, una soluzione comporta una complessa matrice di questioni piuttosto che una disputa binaria tra gli Stati Uniti e l'Iran da soli. Gli Stati Uniti alla fine dovranno capitolare, con il risultato che l'Iran diventerà una potenza regionale rafforzando Russia e Cina; la regione finirà lentamente per fare i conti con questa nuova realtà dell’Asia occidentale.


16 luglio 2026

Alastair Crooke - Guerra all'Iran, versione 3.0

 Guerra all'Iran, luglio 2026


Traduzione da Strategic Culture, 12 luglio 2026.

Nella serata del 7 luglio la Marina degli Stati Uniti ha tentato -in coordinamento con il Qatar e l'Oman- di far passare un convoglio di quattro navi attraverso lo Stretto di Hormuz transitando per le acque omanite, invece di far loro seguire la rotta ufficialmente approvata dall'Iran. Trump potrebbe aver immaginato (oppure gli era stato detto) che con i funerali di Stato del defunto Leader Supremo Ali Khamenei in corso l'Iran non avrebbe reagito al tentativo di aprire con la forza un corridoio statunitense. Trump, tuttavia, ha frainteso la presa di posizione dell'Iran: Hormuz è la sua "arma atomica"; l'Iran non intende rinunciarvi.
Trump insiste –in chiara contraddizione con i termini stabiliti nel quinto paragrafo del protocollo di intesa– che l'Iran non ha alcun diritto di interferire con qualsiasi nave che tenti di transitare nello Stretto di Hormuz. Solo che l'Iran si sta muovendo nel rispetto dei termini del quadro di de-escalation concordato. E ha più volte avvertito che avrebbe colpito qualsiasi nave che aggirasse i suoi controlli.
L'Iran ha risposto direttamente alla sfida lanciata da Trump al suo controllo dello Stretto, colpendo due navi con missili e una terza con un drone armato. Una quarta petroliera di proprietà del Qatar, carica di gas naturale liquefatto, è stata incendiata costringendo l’equipaggio ad abbandonare la nave colpita.
Queste rappresaglie iraniane hanno spinto Trump a ordinare attacchi aerei statunitensi contro obiettivi iraniani, a reintrodurre le sanzioni sulle esportazioni petrolifere della Repubblica Islamica e a revocare il protocollo di intesa che aveva firmato con quegli stessi iraniani che ha definito feccia, ponendo così fine al cessate il fuoco. "Li abbiamo colpiti duramente ieri sera", ha dichiarato Trump al vertice NATO di Ankara. "Probabilmente stasera li colpiremo duramente di nuovo".
Trump ha effettivamente colpito nuovamente l'Iran mercoledì notte, anche se l'Iran non aveva attaccato un'altra nave che cercava di aggirare i controlli. In risposta, l'Iran ha lanciato missili balistici e droni contro basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e contro la base aerea di Muwaffaq al Salti in Giordania.
Il vicepresidente Vance sta dicendo all'Iran: "Se provate a chiudere lo Stretto di Hormuz, l'esercito statunitense risponderà. È semplice". O l'Iran tiene lo Stretto di Hormuz completamente aperto a tutti, oppure gli Stati Uniti continueranno a colpire come hanno fatto martedì sera.
L’Iran insiste sul fatto che sarebbero stati gli USA a violare il protocollo di intesa; tramite il portavoce della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale avverte che ulteriori attacchi da parte degli Stati Uniti contro l'Iran saranno contrastati da un’offensiva a sorpresa su vasta scala e potenzialmente anche con il ricorso ad altre opzioni, quali il ritiro iraniano dal Trattato di Non Proliferazione, la modifica della dottrina nucleare del Paese e la chiusura dello Stretto di Bab al Mandab oltre a quella dello Stretto di Hormuz.
Insomma, il vicepresidente Vance sta dicendo che se l'Iran limiterà l'accesso a Hormuz -cioè lo manterrà aperto solo per le navi degli Stati amici- gli Stati Uniti intensificheranno la loro risposta. A questa minaccia l'Iran risponde che intensificherà a sua volta la propria ritorsione –due attacchi per ogni attacco statunitense– e che potrebbe anche adottare nuove dottrine belliche.
Trump in sostanza è caduto nella trappola della escalation, a quanto pare -e almeno in parte- per rifarsi dal crollo dei consensi nei sondaggi interni. Si è messo in questa situazione con le sue mani, cercando di fare il furbo durante i preparativi per il funerale di Khamenei nel tentativo di ottenere una "rapida vittoria".
Quanto durerà questa escalation? Certamente non porterà alla riapertura dello Stretto, né al ritorno allo status quo di prima della guerra. Finché l'Iran manterrà la sua capacità di controllare Hormuz, non c'è alcun motivo per credere che la situazione tornerà quella che era prima.
Al contrario, e più probabilmente, la crisi accelererà l'insorgere dell'incombente crisi economica globale che potrebbe protrarsi fino a quando le difficoltà economiche non diventeranno acute, man mano che si esauriranno le scorte di greggio di bassa qualità e che gli effetti sull’economia reale in Occidente diventeranno visibili.
Con la carenza di munizioni e il ritiro del potenziale aereo dal Medio Oriente già in atto, Trump probabilmente non dispone dei mezzi necessari per lanciarsi a pieno titolo in una "Guerra all'Iran versione 3.0".
A dettare i tempi in questa nuova serie di ritorsioni a bassa intensità, quindi, sono probabilmente il livello delle scorte delle raffinerie negli Stati Uniti e quello della sofferenza che Trump sta provando in patria per il declino della sua fortuna politica, nonché per la sua avversione per qualsiasi cosa egli consideri un'umiliazione sul piano personale.
Quando è stato che le cose hanno cominciato a andare storte? Probabilmente il nodo della questione va identificato nel momento in cui la nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran Sayyed Mojtaba ha rilasciato la dichiarazione in cui affermava di aver avuto idee diverse sul protocollo di intesa rispetto al gruppo dei negoziatori, e di aver comunque accettato di procedere dopo aver ricevuto dal Presidente Pezeshkian la garanzia che nei rapporti con gli USA avrebbe assicurato il rispetto dei principi fondamentali della Repubblica Islamica dell'Iran.
La dichiarazione è stata un avvertimento sia per gli Stati Uniti che per i negoziatori iraniani: l'approvazione del protocollo di intesa da parte dell'Iran non costituiva un mandato in bianco, ma era anzi strettamente legata ai dieci principi originariamente enunciati dalla nuova Guida Suprema.
A un certo punto, la leadership iraniana sembra essere giunta alla conclusione che l'Iran fosse vittima di un imbroglio da parte degli Stati Uniti; che il protocollo di intesa fosse mendace "e che l’insieme degli eventi successivi all'annuncio del memorandum avrebbe rispecchiato una strategia statunitense basata sulla convinzione che nel precedente scambio di colpi con l'Iran [gli Stati Uniti e lo stato sionista] non fossero riusciti a raggiungere i propri obiettivi, rendendo necessaria una sospensione dello scontro -sia pure temporanea- al fine di riorganizzarsi e prepararsi meglio, per riprendere le ostilità quando si fossero presentate le condizioni giuste".
Questo ha indotto l'Iran a riconsiderare la situazione, ritenendo che tutto quanto atteneva Hormuz e il Libano costituisse la leva fondamentale per intraprendere una nuova guerra, mentre l’Occidente faceva pressione nel contesto di una strategia di contenimento e gli USA e lo stato sionista si preparavano a riprendere lo scontro.
La strategia messa in atto sul momento dagli Stati Uniti non comporta cambiamenti negli obiettivi degli USA e dello stato sionista, quanto un adeguamento nei meccanismi operativi per consentire qualche compromesso che Washington ritiene necessario. Ad esempio, una collaborazione più stretta con la Turchia e il coinvolgimeno della Siria con Jolani, per tramite di Erdogan. L'idea è quella di rimescolare le carte in Libano e poi "valutare come stanno le cose", come ha sottolineato Vance.
Non è certo che questa nuova condotta funzionerà. Il mondo sta cambiando rapidamente. Il pronosticato trionfo dello stato sionista in Medio Oriente si è rivelato un fallimento. Probabilmente fallirà anche la manovra di Trump, basata sul protocollo di intesa, per aprire lo Stretto di Hormuz.
Anche la guerra contro la Russia e l'assedio alla Cina ad essa collegati stanno vacillando; e anche la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inscalfibile, viene messa in discussione. Un esponente di spicco del Partito Democratico statunitense, Rahm Emanuel, potenziale candidato alla presidenza per il 2028, ha preso la parola il 12 luglio nello stato sionista lanciando un monito inequivocabile. Lo stato sionista "ha perso il sostegno del mondo, è diventato un 'paria regionale' [e la sua] alleanza con gli Stati Uniti è 'a un bivio'".
In ultimo, ormai E infine, ecco che compare un cigno nero a nuotare sempre più in pieno sole. Eric Katz, scrivendo su Notus, afferma che "la bozza di un rapporto ad uso interno per il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti intende mettere in guardia dai rischi posti dal mercato dell'intelligenza artificiale, paragonandone gli aspetti chiave alla bolla delle dotcom che ha sconvolto l'economia statunitense quando è scoppiata nei primi anni 2000".
Gli analisti del Tesoro hanno scritto:
Gli analisti di professione presso il Dipartimento del Tesoro hanno riscontrato che le aziende di IA sono radicate nell'economia statunitense in modo più profondo di quanto lo fossero i loro predecessori del settore dotcom, e che rappresentano un rischio significativo per l'intero sistema qualora le condizioni finanziarie dovessero cambiare, gli obiettivi di produttività non venissero raggiunti o vari colli di bottiglia ne ostacolassero la crescita.
Una flessione del mercato dell'IA provocherebbe onde d'urto in tutto l'ecosistema economico.
Una flessione dei mercati negli USA –aggravata da una crisi energetica– potrebbe rivelarsi disastrosa per le speranze di Trump in vista delle elezioni di metà mandato.

08 luglio 2026

Alastair Crooke - Gli USA congelano il protocollo d'intesa con la Repubblica Islamica dell'Iran e passano al piano B


Trump, Netanyahu, bandiera bianca. Luglio 2026

Traduzione da Strategic Culture, 6 luglio 2026. 

Il piano A? Rovesciare la Repubblica Islamica, considerata nient'altro che un fragile castello di carte. Il suo crollo -a sentire le previsioni- avrebbe provocato un effetto a catena abbattendo diversi fronti collegati all'Asse della Resistenza, secondo l'analisi del Mossad e della rete dei centri del potere sionista negli USA. Alcuni funzionari statunitensi si erano comunque mostrati dubbiosi.
L'idea che ci sarebbe stata una rivolta popolare in Iran si è rivelata, al contrario, un errore strategico di tale portata che ha fatto da catalizzatore per la Repubblica Islamica, che adesso è più forte, più ribelle, più assertiva. Persino gli esperti dello stato sionista ammettono che la fallace premessa alla base della guerra ha generato un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente. Fino a quel momento, come ha potuto affermare un importante commentatore militare sionista come Alon Ben David, lo stato sionista era il punto di riferimento in Medio Oriente per ogni interesse mondiale; d'ora in poi, lo Stato di riferimento è e sarà l'Iran. Questa considerazione ha attestato fino a che punto si fosse andati oltre ogni limite.
Così la congrega filosionista è passata al piano B: una gabola basata sul protocollo d'intesa. Che Trump interpreta in una maniera tale che nel caso (improbabile) che l'Iran si adeguasse, si ritroverebbe di fatto disarmato, perché l'accordo sul nucleare spoglierebbe lo Stato di ogni prerogativa in virtù dei requisiti previsti per le "verifiche": ispezioni dell'AIEA a sorpresa, invasive e "senza limiti" di "siti sotterranei segreti", scienziati e istituti di ricerca passati a setaccio. Tutto in piazza, ancora una volta.
Considerato nel contesto delle aspirazioni di più vasta portata che lo stato sionista ripone nel piano B, l'obiettivo sarebbe quello di imporre al tempo stesso la lobotomia di Hezbollah, tramite un accordo di disarmo separato da attuare per mezzo di formazioni filogovernative libanesi compiacenti in grado di premere da nord sul movimento, intanto che lo stato sionista procederebbe da sud con la desertificazione.
In contemporanea il piano prevede la cauterizzazione della Resistenza palestinese ispirandosi al "Programma dei villaggi strategici" dei tempi del Vietnam, precursore del trasferimento forzato in campi di concentramento recintati e di fatto inabitabili.
In terzo luogo, il piano contempla la neutralizzazione della Resistenza irachena tramite un nuovo Primo Ministro compiacente insediato dagli ameriKKKani, Ali al Zaidi. Il quale al Zaidi, con il pretesto di una campagna anticorruzione e con il sostegno degli Stati Uniti, si è messo a pretendere che la Resistenza irachena disarmi entro il 30 settembre. La neutralizzazione della Resistenza irachena è vista come fondamentale ai fini di facilitare un'incursione siriana da parte delle milizie jihadiste del presidente Jolani nel Libano settentrionale, al fine di completare la morsa che si stringe su Hezbollah.
Tutto sommato, il piano B sembra suggerire un progetto di pacificazione regionale molto completo, specialmente se considerato insieme agli sforzi statunitensi volti a forzare l'apertura di un "corridoio ameriKKKano" sul versante omanita dello Stretto di Hormuz.
Probabilmente il piano per la pacificazione regionale sarà visto come una astuta mossa di Trump per mitigare la pressione esercitata su di lui dall'ira dei neoconservatori a motivo delle "concessioni" che ha fatto all'Iran nel protocollo d’intesa.
Ma è davvero una mossa tanto astuta? A Marco Rubio è stato affidato il compito di controllare che lo establishment di Beirut si allineasse allo stato sionista nel comune antagonismo contro Hezbollah. Solo che il pezzo di carta che ne è venuto fuori sul disarmo di Hezbollah non gode di alcuna legittimità; è in contraddizione con la Costituzione libanese e richiederebbe l'avallo del Consiglio dei Ministri e l'approvazione del Parlamento per avere una qualche validità o un qualche significato.
L'accordo tra stato sionista e Libano invece è efficace nell'infliggere un colpo mortale alla struttura di coordinamento tra Stati Uniti e Iran, concordata separatamente da Vance e presieduta dal Qatar, per la supervisione del rispetto del memorandum d'intesa in Libano. L'iniziativa con cui Rubio ha escluso l'Iran dal quadro di coordinamento per il Libano va contro il memorandum d'intesa e contro gli sforzi di mediazione compiuti da Vance. Il "documento" tripartito di Rubio non risolverà nulla, ma lascerà che la "questione libanese" continui a essere una ferita aperta.
Eppure, un cessate il fuoco in Libano e il ritiro dello stato sionista sono fondamentali perché il protocollo d'intesa non rimanga lettera morta. Sembra che Netanyahu abbia incaricato Ron Dermer proprio di convincere Rubio a sabotarlo.
Così, adesso alla Casa Bianca sono ai ferri corti sull'Iran Vance e Rubio. Il protocollo d'intesa intanto scivola verso la sospensione; rimarrà probabilmente in vigore, sia pure in uno stato comatoso.
Intanto sta andando tutto a rotoli. Il principale sfidante di Netanyahu alle prossime elezioni, l'ex capo delle Forze di Difesa dello stato sionista (IDF) ed ex membro del governo di guerra Gadi Eisenkot ha confermato questa settimana che "l'Iran non è mai arrivato ad avere armi nucleari. Sono ben consapevole di tutte le informative dei servizi segreti... Netanyahu sta inventando la realtà, sta creando minacce dal nulla, ed è così che spaventa l'opinione pubblica dello stato sionista". L’ex primo ministro Bennett si è detto d’accordo, ha sostenuto che le affermazioni di Netanyahu sono "bugie" e accusandolo di "fare reverse engineering sulla storia".
Tutto questo non sarà di aiuto a Trump, costretto come si trova a dover riaprire con urgenza e completamente lo Stretto di Hormuz per evitare una grave crisi economica. Contrariamente all'opinione per cui si tratterebbe di una mossa astuta, esiste l'idea (sempre più diffusa tra gli iraniani, tra gli altri) per cui l'Iran sarebbe vittima di un inganno. Il protocollo d'intesa altro non sarebbe che uno escamotage per forzare l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, come ha dedotto Vance, al fine di riempire le riserve strategiche di petrolio statunitensi e occidentali, oltre che per guadagnare tempo per capire quali potrebbero essere le pressioni cui gli USA potrebbero ricorrere per forzare sugli altri elementi previsti nel protocollo.
L’opinione corrente, in quella Assemblea degli Esperti che nella Repubblica Islamica dell'Iran ha un'importanza fondamentale e anche presso la gente comune, si è irrigidita contro qualsiasi concessione agli Stati Uniti, specialmente per quanto riguarda il permesso di transito alle navi (ostili) che attraversano lo Stretto di Hormuz. Il proposito generale è quello di mantenere la morsa iraniana su Hormuz fino a quando il dolore non diventerà lancinante.
Così, mentre a Washington si aprono delle fratture e l'Iran diventa sempre più diffidente nei confronti di Trump e dei suoi cambiamenti di rotta, il protocollo d'intesa si rivela un inganno teso soltanto a far riaprire lo Stretto, prima di colpire l'Iran sia indirettamente -colpendo i suoi alleati della Resistenza- sia in modo più duro.
È interessante notare che il prendere piede di questa opinione va affermandosi nel momento in cui il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si è detto convinto che anche gli "accordi" raggiunti ad Anchorage con Trump fossero probabilmente un inganno da parte degli Stati Uniti.
Insomma: chi si è preso gioco di chi? Per ora, il petrolio proveniente dal Golfo Persico non è diretto verso gli Stati Uniti. Secondo la Reuters, almeno cinque superpetroliere che trasportano un totale di dieci milioni di barili di petrolio saudita caricato a Ras Tanura hanno attraversato lo Stretto di Hormuz. Due delle cinque superpetroliere che hanno lasciato lo Stretto sono dirette in Giappone, mentre altre due stanno facendo rotta verso la Cina. Il che significa -come ha sottolineato Larry Johnson- che anche se le petroliere dovessero in questo momento dirigersi verso gli Stati Uniti il Paese si troverebbe comunque ad affrontare una grave carenza di greggio acido almeno fino al 23 agosto, considerando i quarantadue giorni necessari per il viaggio verso gli Stati Uniti. Il greggio acido è una materia prima fondamentale per la produzione di gasolio e carburante avio nelle complesse raffinerie statunitensi.
A giochi fatti, occorre sospendere l'analisi della guerra intrapresa da USA e stato sionista contro l'Iran, poiché sia Trump che Netanyahu stanno entrando in una fase di stallo in vista delle elezioni. Trump potrebbe minacciare di "annientare" l'Iran se questo non capitola e non china il capo, ma è dubbio che gli Stati Uniti possano mantenere a lungo la propria presenza militare nella regione con le scorte di munizioni che vanno esaurendosi. Ciononostante, un ulteriore episodio di guerra vera e propria è altamente probabile. E ampiamente previsto in Iran.
È possibile un breve attacco militare degli Stati Uniti contro l'Iran come dimostrazione di potenza, ma otterrebbe ben poco. E nulla di strategico.
Allora, chi sta perdendo in questa guerra? Lo stato sionista e Netanyahu. Netanyahu è in grave difficoltà anche sul fronte elettorale.
Il previsto trionfo dello stato sionista in Medio Oriente è stato un fallimento. Anche la guerra rivoluzionaria contro la Russia e l’assedio alla Cina, ad essa collegati, stanno vacillando. E persino la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inattaccabile, si trova messa in discussione.
Dopo che Netanyahu ha convinto Trump a ritirarsi dall'accordo sul nucleare iraniano nel 2015, i principali commentatori sionisti in materia di sicurezza hanno iniziato a lamentare il loro errore strategico definendolo "uno dei più grandi errori strategici del ventunesimo secolo". Sorprendentemente, nello stato sionista c'è qualcuno -comprese figure militari in alto nella scala gerarchica- che sta già rimpiangendo di aver assassinato la Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio 2026. "Almeno con Khamenei sapevamo a che punto eravamo", ha dichiarato una fonte militare sionista di alto livello a Ben Caspit.
"[Khamenei] aveva delle linee rosse, aveva una strategia ed era, in una certa misura, lucido. C'era una certa stabilità nella follia iraniana. L'attuale leadership è molto meno stabile, di gran lunga più estrema e imprevedibile. Sono inebriati dal potere e dall’arroganza, convinti di aver sconfitto sia l'AmeriKKKa che lo stato sionista".

25 giugno 2026

Alastair Crooke - Lo stato sionista sta raccogliendo i cocci della sua inveterata arroganza

Traduzione da Strategic Culture, 22 giugno 2026.

L'accordo quadro per l'allentamento delle tensioni tra Iran e Stati Uniti è stato firmato. Come sempre in questi casi, stringere un accordo quadro è una cosa, evitare che vi si intromettano attori destabilizzanti o che il suo testo sia soggetto a deliberate distorsioni è un'altra. Non è dato sapere per quanto reggerà. Il protocollo d’intesa costituisce comunque una fase importante –anche se è solo una tappa– nel lungo percorso che l'Iran ha davanti a sé. In ogni caso l'accordo potrebbe anche innescare mutamenti di più ampia portata nella tettonica della geoeconomia.
L'Iran è riuscito a convincere un riluttante Trump a varcare il Rubicone. Danny Citrinowicz, ex analista di alto livello dell'intelligence militare dello stato sionista per l'Iran, afferma che per Trump "arrivare a un accordo con l'Iran e mettere fine alla spirale della escalation non è semplicemente una possibilità, ma un chiaro obiettivo strategico... Adesso ha presente una panoramica più ampia delle relazioni tra Stati Uniti e Iran".
È andato in pezzi un dogma indiscusso:
In certi ambienti a Gerusalemme e a Washington si era da tempo convinti che una pressione prolungata potesse portare a un rovesciamento della forma stato a Tehran...[Tuttavia] l'accordo annunciato fa pensare che esista un [nuovo] dato di fatto sostanziale: la campagna che molti speravano potesse indebolire o addirittura destabilizzare la Repubblica Islamica alla fine la lascerà intatta e ancora più forte con il formale coinvolgimento degli Stati Uniti... [Questo] significa che a venire meno è un presupposto strategico più ampio: quello per cui una pressione coordinata da parte di Stati Uniti e stato sionista potesse creare le condizioni favorevoli a un radicale mutamento politico all'interno dell'Iran. Invece, l'esito probabile è quello opposto... [si tratta di] un esito che rischia di rafforzare la fiducia nella élite al potere [in Iran] piuttosto che indebolirla...
L'attuale situazione rappresenta un importante risultato strategico per l'Iran: in tutto il mondo sta dilagando l'immagine eroica della Repubblica Islamica, mentre le condizioni di isolamento dello stato sionista sulla questione iraniana, persino tra i suoi alleati del Golfo, hanno raggiunto livelli strettissimi. A livello personale la popolarità di Netanyahu nello stato sionista è crollata in modo catastrofico.
Naturalmente l'"intesa" potrebbe sfaldarsi rapidamente. Trump è incline a repentini cambiamenti di opinione, e tutta la forza della doviziosa élite filosionista statunitense si sta scatenando contro di lui per costringerlo a cambiare rotta, probabilmente mobilitando l'opposizione al Congresso e al Senato.
Entrambe le ipotesi sono possibili, ma il fatto che Trump abbia effettivamente raggiunto un accordo -per quanto provvisorio- con l'Iran indica una crescente divergenza di vedute fra Trump e lo stato sionista. E il tentativo di Netanyahu di recidere il legame tra questo protocollo di intesa e qualsiasi cessate il fuoco in Libano mettendo in piedi cose come l'attacco del 21 giugno contro Dahhiya a Beirut ha paradossalmente ottenuto l'effetto opposto: Trump ha prontamente cambiato i termini del protocollo d’intesa in senso favorevole all'Iran.
Se l'accordo dovesse davvero fallire, l'Iran potrebbe sempre chiudere lo Stretto di Hormuz e potenzialmente anche il passaggio di Bab el Mandeb. E cosa potrebbe fare Trump? Più gli Stati Uniti si avvicinano al precipizio economico e alle elezioni di medio termine, meno allettante sarà per lui la prospettiva di ridare il via alle ostilità. In ogni caso, l'Iran si aspetta una concreta ripresa degli attacchi militari e si sta preparando di conseguenza.
A parte le ripercussioni dirette, dovute al fatto che Trump anteporrebbe l'intesa con l'Iran all'interesse dello stato sionista di mantenere viva la guerra in Libano, l'accordo potrebbe essere foriero di conseguenze geopolitiche di più ampio respiro. Sono quarant'anni che l'Iran è stretto nelle spire sempre più soffocanti di quel serpente boa che sono le sanzioni, che viene strangolato dal boicottaggio sull'energia e dall'esclusione dal sistema del dollaro, a testimonianza di quanto si siano incessantemente sforzati i suprematisti ebraico-sionisti tanto nello stato sionista quanto negli USA, a nome del mantenimento della supremazia statunitense in Medio Oriente. Da quattro decenni gli USA esercitano il massimo della pressione per piegare l'Iran. Paradossalmente, è stato proprio il loro atteggiamento ostile a costruire quello stesso avversario che oggi esercita la propria influenza per liberarsi poco per volta dalle soffocanti spire del serpente e per cominciare a tirare di nuovo un po' di fiato.
La resistenza dell'Iran ha colpito l'immaginazione di gran parte del mondo proprio perché la contesa è rilevante sul piano morale; al centro ha il diritto a decidere del proprio futuro secondo i propri principi. Nello specifico, il caso dell'Iran ha messo sotto gli occhi del mondo intero la prassi statunitense, che è quella di costringere con la forza questo o quel Paese a sottostare alla loro imperativa imposizione dell'egemonia sionista in tutto il Medio Oriente.
I Paesi che constatano di cosa è capace lo strangolamento imposto all'Iran stanno cercando modi per proteggersi dalle manipolazioni strumentali che gli USA potrebbero mettere in atto contro di loro sugli scambi di derrate alimentari, petrolio, fertilizzanti e qualunque altro traffico su cui siano in condizioni di imporre limiti e strozzature.
La firma del protocollo di intesa rappresenterà quindi sul serio un punto di svolta di un qualche genere? È troppo presto per dirlo, ma potremmo porci questo primo interrogativo: il colpo inferto allo stato sionista dal voltafaccia di Trump è davvero irreparabile?
Lazar Berman, corrispondente militare del Times of Israel, osserva che l'idea di una "vittoria totale" è svanita, al pari delle sue illusioni.
Le guerre successive al 7 ottobre, accompagnate dall'aspettativa e dalla promessa di una "vittoria totale", sono arrivate alla fine. E sono arrivate alla fine anche le illusioni che alimentavano. I palestinesi non lasceranno Gaza. Hamas non deporrà le armi, né lo farà Hezbollah. Trump non tornerà in guerra contro l'Iran, che ora può minacciare di ritirarsi dall'accordo per costringere Trump a impedire qualsiasi operazione di grande portata lo stato sionista intenda condurre contro Hamas o contro Hezbollah... Il Medio Oriente è certamente cambiato.
L’obiettivo di Trump, a quanto pare, è raggiungere un accordo con l'Iran. Trump sembra convinto che questa mossa servirà anche agli interessi dello stato sionista. Potrebbe trattarsi di una convinzione fondata oppure no. Infatti, come scrive Aluf Benn su Haaretz "l'idea che lo stato sionista e l'Iran siano in grado di riconciliarsi dopo decenni di ostilità, culminate lo scorso anno in bombardamenti e attacchi missilistici, nello stato sionista non è mai stata neppure presa in considerazione".
L'atteggiamento arrogante e le illusioni dello establishment sionista si devono proprio a questa omissione.
Come sottolinea il noto editorialista sionista Nahum Barnea, allo stato sionista non è mai nemmeno venuto in mente che l'Iran avrebbe potuto reggere a un attacco guidato dagli Stati Uniti.
È probabile che nessuno dei servizi di intelligence militare, del Consiglio di Sicurezza Nazionale o del Mossad abbia parlato durante qualche riunione della possibilità che il regime iraniano potesse sopravvivere e uscirne più forte. Se anche tra i presenti c'era qualche scettico, ha sempre tenuto la bocca chiusa.
Nello stato sionista la sensazione della sconfitta si tocca con mano.
È probabile che Trump stia adesso puntando ad aprirsi maggiori margini di manovra per una pace in Medio Oriente come la intende lui. Le sue farneticazioni sull'adesione dell'Iran agli Accordi di Abramo, il fatto che vorrebbe dialogare con Hezbollah e i suoi commenti (ancora più assurdi) secondo cui Jolani e la Siria dovrebbero "occuparsi" di Hezbollah in Libano, tuttavia, avvalorano la tesi di Citrinowicz per cui oggi come oggi Trump sarebbe consapevole di dove potrebbero portare, anche se la cosa è inverosimile, le relazioni tra Stati Uniti e Iran.
In questa riconfigurazione del panorama strategico cui è costretto lo stato sionista, forse anche i pusillanimi europei potrebbero intraprendere un qualche correttivo, insistendo affinché si torni alla guerra come la si intendeva una volta, quando gli attacchi mirati per decapitare la leadership avversaria e le campagne di omicidi di massa di donne e bambini esulavano da ogni diritto bellico civile, per non parlare della moralità umana. I negoziatori iraniani hanno insistito durante i negoziati sul fatto che qualsiasi assassinio, qualsiasi eliminazione avrebbe chiuso definitivamente le relazioni con gli Stati Uniti.
L'altro interrogativo fondamentale che emerge da questa situazione è il seguente: quale sarà l'effetto della firma del protocollo d'intesa sugli equilibri politici degli Stati Uniti? Siamo davanti a un netto e strategico punto di svolta? Sarà l'AmeriKKKa nel suo complesso che inizierà a prendere le distanze dallo stato sionista?
Nell'elettorato statunitense esistono delle segmentazioni evidenti. Demograficamente, gli over 55 sono ampiamente solidali con lo stato sionista. I giovani invece hanno cambiato radicalmente posizione. Persino tra gli ebrei statunitensi il 61% ritiene che lo stato sionista abbia commesso crimini di guerra a Gaza; il 39% considera genocidiaria la condotta dello stato sionista a Gaza.
Naturalmente i fautori dello stato sionista innanzi a tutto non cambieranno atteggiamento e continueranno a insistere affinché il Congresso si adegui alla loro linea.
Solo che un recente editoriale del Wall Street Journal intitolato "Netanyahu ha perso l'AmeriKKKa di mezzo" conclude:
Si avvicinano per lo stato sionista le elezioni previste in autunno; è nostra convinzione che se i suoi elettori sceglieranno di confermare l'attuale governo, nonostante i fatali errori commessi, molti ameriKKKani giungeranno alla conclusione che lo stato sionista che hanno sostenuto per decenni non esiste più.