04 giugno 2026

Alastair Crooke - L'impatto della guerra con l'Iran segna un riassetto per la geopolitica mondiale

 Hormuz, giugno 2026


Traduzione da Strategic Culture, 1 giugno 2026.

 A quanto pare ogni giorno si susseguono nuove affermazioni sensazionali per cui a un "accordo" tra Stati Uniti e Iran mancherebbe solo la firma. Come spesso succede i mediatori -pakistani e qatarioti- sperano di gestire entrambe le parti dicendo a una che l'altra è sul punto di accettare quando invece non è vero, specialmente dato il clima di totale sfiducia. In questo modo i mediatori sperano di spingere la situazione verso una composizione definitiva. È una tattica usuale, che però molto spesso porta a confusione e sfiducia piuttosto che alla soluzione sperata.
Il "piano" in questa fase presenta solo due questioni fondamentali: la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran (alle condizioni dell'Iran) in cambio della revoca del blocco navale statunitense e –in un secondo momento– un accordo per cui il depotenziamento dell'uranio che l'Iran ha arricchito al 60% verrebbe intrapreso in cambio della fine delle sanzioni.
Dire che il diavolo si nasconde nei dettagli sarebbe l'espressione eufemistica dell'anno. L'Iran capisce che i titoloni di Trump su un "accordo imminente" servono innanzitutto a mantenere alto il mercato azionario statunitense, e lo scambio dei futures sul petrolio ben al di sotto del prezzo di consegna del petrolio fisico. In secondo luogo, servono a nascondere il fatto che Trump potrebbe essere alla ricerca di un modo plausibile per porre fine alla guerra con un accordo sbrigativo e incompleto che, con ogni probabilità, sarebbe in gran parte alle condizioni dell'Iran.
Tutte le altre questioni –compreso il dettaglio cruciale di qualsiasi accordo sul nucleare– verrebbero rimandate.
Trump vuole che l'Iran cominci col fargli qualche concessione che gli sia possibile presentare come una evidente vittoria, e che soddisfi anche i mercati. Ma l'Iran non bacchetterà la pressione militare che è in grado di esercitare, né ovviamente la superiorità strategica che ha raggiunto nella guerra e tanto meno Hormuz in cambio qualche vaga rassicurazione da parte dei mediatori. L'Iran non si fida degli Stati Uniti. Proprio per niente.
Ali Akbar Velayati, consigliere di alto livello della Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran, osserva:
La storia testimonia che chiunque si sia fatto avanti con la pretesa di dominarci, da Alessandro a Gengis Khan fino a Trump, alla fine si è dissolto nel cuore dell'antica civiltà iraniana. Questa volta, la linea rossa dell'Iran è chiara: carte e firme, da sole, non sono una garanzia. Il garante concreto per la sussistenza di un accordo è lo Stretto di Hormuz. Perché la geografia non mente, ed è il giudice finale di ogni patto scritto sulla carta.
I mediatori sono naturalmente disposti a tutto pur di evitare che la parola passi al cannone per un'altra mano di ostilità. L'Iran, tuttavia, esige dettagliata concretezza. Questo è il dilemma di Trump. Vuole una vittoria rapida, ma il solo accenno a un accordo approssimativo, incompleto e per lo più alle condizioni dell'Iran ha scatenato le ire della classe miliardaria vicina allo stato sionista -che ha reagito con veemenza- e dello stesso stato sionista, verosimilmente incoraggiato da quella stessa classe, che ha fatto saltare il cessate il fuoco di Trump lanciando un attacco coi criteri della terra bruciata in Libano, contro Gaza e contro i suoi cittadini, violando così quel cessate il fuoco che era la condizione preliminare per qualsiasi accordo.
Trump è in zugzwang. Il che significa che qualsiasi mossa faccia rischia solo di peggiorare la sua posizione, sia dal punto di vista strategico che sul piano interno.
Abbiamo visto questo stesso zig-zag, questo improvvisare privo di strategia, perfettamente illustrato nell'immagine che simboleggia la visita di Trump a Pechino. Una visita, anche questa, che Trump ha improvvisato: un vertice raffazzonato e senza preparazione alcuna.
Quell'immagine potrebbe forse arrivare a diventare un simbolo di questi tempi: il momento iconico dell'oggi è quello di un Presidente degli Stati Uniti dall'aria sconfitta, mentre il comportamento sicuro di sé del Presidente Xi dimostrava chi fosse ad avere il coltello dalla parte del manico.
Ci si potrebbe chiedere perché mai il ceto filosionista accetterebbe il rischio di vedere l'Occidente distrutto dalle conseguenze economiche di quella chiusura prolungata di Hormuz che deriverebbe dal suo ringhioso veto a Trump e a un suo ipotetico "accordo". Forse perché il grande capitale ebraico –a partire dalla crisi del 2008 e dal successivo trasferimento strutturale di ricchezza dall'economia reale alla élite dei trader della finanza– potrebbe indurlo a sentirsi immune alla recessione economica. Potrebbe persino vederla come una opportunità, perché porterebbe a un abbassamento del prezzo degli asset.
L'effetto Iran, sempre che non ne sia una causa diretta, segna comunque l'avvio di un riassetto significativo per la geopolitica globale. Per lo stato sionista si tratta di una cattiva notizia. Lo stato sionista si sta comportando secondo l'assunto per cui nessun accordo è meglio di un cattivo accordo: e si potrebbero sempre riaprire le ostilità contro l'Iran tra un anno o due.
Nessuno ci crede, ovviamente. Lo stato sionista non può dichiarare guerra all'Iran senza il pieno sostegno degli Stati Uniti. E l'AmeriKKKa di domani, per quanto riguarda i rapporti con lo stato sionista, probabilmente sarà diversa da quella di oggi.
Nahum Barnea su Yediot Ahoronot ha scritto:
Noi [lo stato sionista] stiamo scivolando in una guerra senza fine su tre o forse quattro fronti, difendendo territori che non ci appartengono, con soldati che non abbiamo, in una guerra sanguinosa contro nemici che non sappiamo come scoraggiare; e tutto questo senza garantire una reale sicurezza ai nostri cittadini. Lo stato sionista deve uscire dalla trappola iraniana. [Eppure] Netanyahu è l'ultima persona in grado di tirarcene fuori.
Anche la Russia sta cambiando, in parte sotto l'influenza di quanto succede in Iran. La strategia della pazienza è finita, e il recente attacco di droni ucraini contro un dormitorio universitario nella città russa di Starobelsk che ha causato la morte di almeno ventuno persone, per lo più ragazze adolescenti, è stato descritto da Mosca come "l'ultima goccia". L'opinione pubblica russa è furiosa, e con ragione.
Mosca ritiene le capitali europee e Kiev responsabili della recente raffica di droni e missili lanciati in profondità nel territorio russo, lanciata approfittando dello spazio aereo della NATO nel tentativo di eludere le difese aeree russe. Inoltre la Russia ha notificato formalmente a Washington -nel corso di una teleconferenza con Marco Rubio in India- che ritiene le capitali europee e Kiev responsabili anche del mancato rispetto dell'accordo di Anchorage.
La Russia ha dichiarato che intende impedire all'Ucraina di compiere ulteriori attacchi di questo tipo, e liquidare i centri decisionali che pianificano e dirigono gli attacchi contro i russi, anche se questo significa uccidere personale statunitense ed europeo. Il 15 aprile il Ministero della Difesa russo ha pubblicato delle liste che contengono i nomi e gli indirizzi di oltre venti aziende e joint venture europee che presumibilmente forniscono droni e componenti all'Ucraina. Alti funzionari russi, tra cui il vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev, hanno esplicitamente designato queste strutture multinazionali come "potenziali obiettivi" per le forze armate russe.
L'Europa è stata avvertita.
Ancora una volta, sembra che i vertici fra Trump e Xi e fra Putin e Xi a Pechino siano serviti a segnare il passaggio a un periodo ancor più intransigente dal punto di vista geopolitico.
I due vertici, uno dopo l'altro, sembrano aver spinto la Cina ad allentare la consueta cautela e a mettere un freno ai tentativi degli Stati Uniti di allargare l'uso del dollaro a scapito dello yuan. La strategia a tutto campo del Tesoro statunitense è quella di arginare l'attuale vantaggio competitivo della Cina facendole pagare più cari i capitali e l'energia. Il Tesoro statunitense ha prima cercato di imporre dazi alla Cina; dopo aver fallito con questa mossa, ha cercato di ridurre il vantaggio competitivo della Cina ostacolando le sue importazioni di petrolio con il blocco navale in Iran e in Venezuela, in modo che l'energia le costasse più cara.
Se Trump vuole una competizione commerciale senza esclusione di colpi, sembra tuttavia che per la Cina la partita sia tutt'alto che chiusa. Tanto per cominciare -sembra abbia pensato Xi- basta fare i bravi ragazzi.
La Cina non sta rispondendo a Trump con le sanzioni, e nemmeno con i missili. Sta facendo qualcosa di molto più preciso: sta esercitando analoghe pressioni sull'economia statunitense, e lo sta facendo tagliando i flussi di denaro verso la sfera del dollaro come reazione al tentativo degli Stati Uniti di ampliarne grossolanamente i limiti a livello mondiale.
Sia il Genius Act che il Clarity Act sono stati ideati per sottrarre ai detentori al dettaglio di valute locali estere le loro posizioni, inducendoli a passare a token crittografici denominati in dollari e garantiti dai titoli del Tesoro statunitense. Se l'operazione avrà successo, amplierà la portata del dollaro statunitense e andrà a creare una nuova fonte di domanda per il debito statunitense. Analogamente (ai sensi del Clarity Act), gli investitori che intendono detenere attività potrebbero essere indotti a sostituire le normali azioni e obbligazioni statunitensi con token digitali, tramite un sistema di registro distribuito digitalizzato.
In breve, gli Stati Uniti mirano a raccogliere quanta più valuta estera possibile per immetterla nei mercati statunitensi tramite le criptovalute, sostituendo di fatto la declinante egemonia del petrodollaro con quella del criptodollaro; questa genererebbe poi la domanda di dollari necessaria a impedire il fallimento del mercato obbligazionario statunitense.
La Cina sta quindi reagendo puntando su un aspetto più delicato: il flusso di capitali provenienti dal settore retail cinese verso le azioni e le obbligazioni statunitensi. Le autorità cinesi hanno adottato misure severe nei confronti delle società di intermediazione di Hong Kong che facilitavano l'afflusso di capitali dalla Cina continentale verso i mercati statunitensi. Allo stato attuale, Wall Street dipende in misura significativa dagli acquirenti stranieri di titoli azionari, ma i risparmi cinesi superano di gran lunga quelli di tutti gli altri paesi. E non saranno più disponibili.
In secondo luogo, la Cina è il più grande detentore di oro al mondo. E aprirà a luglio un nuovo centro per la negoziazione dell'oro a Hong Kong. Si tratta di una mossa importante per spezzare il dominio occidentale sul commercio dei metalli preziosi: rafforza il ruolo dello yuan e consente di regolare le vendite di petrolio in oro. Stando a quanto riferito l’Arabia Saudita, in modo indiretto, sta già accettando oro dalla Cina in pagamento di forniture petrolifere.
In terzo luogo Euroclear, una delle più grandi società finanziarie al mondo e colonna portante dei regolamenti internazionali, sta pianificando di accettare come buona garanzia le obbligazioni cinesi negoziate a Hong Kong.
Sean Foo spiega:
Se Euroclear accetta le obbligazioni cinesi come garanzia, significa che tali obbligazioni sono trattate come equivalenti al contante liquido. Significa che sono sufficientemente valide per garantire tutte le transazioni internazionali, il che significa che il sistema finanziario globale incorporerà il debito cinese nell’infrastruttura di base.
Adesso esiste un motivo per cui le obbligazioni cinesi stanno diventando attraenti per gli investitori globali, e questo va oltre la semplice geopolitica o i flussi commerciali. Si riduce a un dato fondamentale. La Cina dispone di oltre cinquantamila miliardi di dollari in depositi bancari. Si tratta di una cifra superiore al totale delle disponibilità bancarie di UE, Stati Uniti e Giappone messi insieme. E questo crea ciò di cui ogni mercato obbligazionario, come quello cinese, ha bisogno per funzionare bene: una base ampia e affidabile di acquirenti nazionali: è la popolazione locale che acquista.
In sintesi, con l'afflusso crescente di denaro verso le obbligazioni cinesi e l'approfondirsi del mercato obbligazionario in yuan, i costi di finanziamento della Cina sono destinati a rimanere bassi. Pechino può quindi finanziarsi a basso costo e quasi a tempo indeterminato, e riducendo in questo modo i costi per i capitali e quelli per l'energia in questo modo può sopravvivere alla strategia con cui gli Stati Uniti stanno cercando di arginare la Repubblica Popolare Cinese.

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