Traduzione da Strategic Culture, 28 luglio 2026.
In serata il 24 luglio Trump ha ordinato alle forze armate statunitensi di non effettuare nuovi attacchi contro l'Iran, nonostante avesse in precedenza approvato un attacco di "infernale violenza" contro la Repubblica Islamica.
Gli Stati Uniti hanno invece richiesto un nuovo cessate il fuoco temporaneo e stanno cercando di tornare al protocollo d'intesa -accantonato e fallimentare- estendendo i colloqui anche allo Yemen; Trump starebbe cercando di far entrare nei negoziati Ansar Allah.
Secondo ogni evidenza Trump è furibondo e teme che la guerra stia corrodendo la sua presidenza e il suo retaggio. Nel corso della settimana passata l'Iran ha respinto categoricamente tutte le richieste di trattare e ha confermato che non intavolerà negoziati in nessuna circostanza. Insomma, perché l'Iran dovrebbe concedere agli USA il tempo di riorganizzarsi e di riarmarsi per poi scatenare un'altra serie di attacchi, proprio adesso che si trovano alle corde?
Tornare al protocollo d'intesa di cui Trump ha ripetutamente distrutto la credibilità? Improbabile.
Will Schryver osserva che circolano voci secondo cui il Pentagono starebbe facendo pressione su Trump perché metta fine alla guerra con l'Iran, poiché gli Stati Uniti hanno quasi esaurito le scorte di missili intercettori per la difesa aerea e di missili balistici a lungo raggio. Anche i principali collaboratori del Presidente sono preoccupati dalla prospettiva di una escalation del conflitto in Medio Oriente, dal defilarsi di alleati irrinunciabili nel Golfo -vulnerabili a ulteriori attacchi iraniani- e dall'incombente crisi energetica. "Nella cerchia di Trump erano in pochissimi -ammesso che qualcuno ci fosse- a essere convinti che fosse saggio andare alla escalation, hanno riferito due fonti informate sui fatti", scrive il New York Times.
Sembra inoltre che i trucchi da illusionista per celare le vere condizioni dell'approvvigionamento di carburante negli Stati Uniti possano aver avuto un qualche ruolo nel convincere Trump a tornare sui propri passi. Larry Johnson riferisce che
[Un] documento redatto da Karl Miller indaga su come le operazioni segrete di approvvigionamento ed esportazione di carburante da parte delle forze armate statunitensi stiano esaurendo le riserve nazionali di gasolio e di benzina avio, in particolare in un periodo in cui le scorte interne sono già a livello critico.
In sintesi, Miller afferma che
gran parte di queste esportazioni (segrete) di carburante passa attraverso canali opachi, come lo hub di trasbordo di Rotterdam, dove la destinazione finale –militare o estera– non viene resa pubblica dal momento che il sistema economico degli USA rischia di trovarsi a corto mentre le esigenze militari e quelle di altri Paesi -in particolare quelle dello stato sionista- passano avanti a tutto il resto.
Nel suo rapporto, Miller sembra alludere alla palese manipolazione da parte delle autorità statunitensi degli indici di riferimento del petrolio, volta a convincere i mercati che il prelievo di emergenza dalle riserve strategiche di 172 milioni di barili, avviato per contrastare i repentini cali nell'approvvigionamento causati dal conflitto con l'Iran non comporterebbe alcun pericolo di carenza di carburante.
Sebbene il livello minimo di sicurezza previsto dalla legge sia di 250 milioni di barili (il livello attuale è di circa 300), si sta comunque diffondendo la convinzione per cui il prelievo potrebbe spingersi ancora oltre, fino a lasciare circa 70 milioni di barili. Ma è davvero possibile? Qual è il livello minimo cui possono arrivare le riserve strategiche di petrolio? Non si deve pensare a qualcosa come un grande serbatoio di petrolio con segnato un livello preciso; la questione è più complessa. La riserva strategica è stoccata in numerose sedi ed è formata da diversi tipi di greggio, che vengono prelevati a ritmi diversi; alcuni siti di stoccaggio potrebbero collassare se svuotati del tutto o quasi. Insomma, nessuno sa quale sia il limite da non superare. Sono tutte congetture.
Gli esiti dell'aggressione di Trump sono ormai compromessi. L'unico modo per tornare ai negoziati sarebbe quello di offrire concessioni sostanziali fin dall'inizio. Ma anche se Trump lo facesse, chi gli crederebbe? E le sue condizioni mentali sono in grado di tollerare una tale umiliazione?
L'ostacolo principale sul percorso per tornare ai negoziati con la Repubblica Islamica dell'Iran è che Trump e la sua congrega più stretta non hanno capito nulla dell'Iran.
Sono tutti convinti di avere a che fare con una leadership rigida e intransigente, cui si opporrebbe la gran parte del popolo iraniano che nel suo insieme desidererebbe ardentemente trovare una via d'uscita.
E questo è sbagliato. Le cose stanno in maniera esattamente opposta. Sono i vertici ad essere pragmatici. Ad essere intransigente, nel suo complesso, è la piazza. Che grida vendetta e che vuole sapere perché mai si dovrebbe negoziare.
All'opposto, l'esecutivo di Trump e i suoi sostenitori di Fox News hanno abbandonato il concetto che gli USA avevano di se stessi come nazione redentrice, e tendono a un atteggiamento radicalmente manicheo, come scrive il professor Michael Vlahos:
la 'buona novella' statunitense è stata sostituita dallo spettro onnipresente del Male e dalla minaccia della forza. Le sacre parole Libertà e Democrazia sono sempre invocate, ma sono diventate un mantra vuoto. Il 'vangelo' statunitense non predica più la redenzione e l'espiazione: adesso è tempo di imposizione e di punizione. Il voltafaccia è avvenuto in un istante, con l'11 settembre e con Guantanamo.
Il problema è quindi nell'atteggiamento di fondo: come è possibile negoziare o dialogare con l'incarnazione del Male, che è il concetto che Trump ha degli iraniani? No che non è possibile, ovviamente. E lo scopo di ritrarre i nemici in termini tanto negativi era proprio questo, fare in modo che qualsiasi vera mediazione fosse impraticabile e che non fosse neppure immaginabile una soluzione che sarebbe vista come l'ascesa al potere di "una delle persone più malvagie della storia" a capo di una "banda di teppisti assetati di sangue". La politica viene ridotta alla ricerca della prevaricazione su tutto ciò che è altro.
L'Occidente mostra uno specifico modo di pensare, che ritiene rappresenti l'essenza di ciò che è umano. Questo modo di pensare -spesso definito apollineo- è legato al patriarcato, alla legge e a un pensiero verticale dall'alto verso il basso, laico, razionale e meccanicistico. Offre poco spazio alla condizione di "stato intermedio": le cose sono o "A" o "non A".
Tuttavia esiste un altro modo di pensare -spesso definito dionisiaco- che esprime la dualità energetica sia nella natura che nell'essere umano: maschile e femminile, ordine ed esuberante trasgressione, rettitudine e degenerazione. Queste dualità formano all'interno della coscienza dei poli che coesistono e che si costituiscono a vicenda. Il logos dionisiaco può forse essere visto come il lato oscuro, o addirittura come una rivolta contro Apollo.
E poi c’è Persefone, il rovescio del lato oscuro dionisiaco. Persefone esprime l'esistenza ctonia e femminile. Qui non c’è alcun polo maschile, ma solo una dea legata alla terra e al principio femminile della riproduzione, al processo di crescita e di cura e alla conoscenza degli inferi chiamata intuizione. Persefone simboleggia la vita ciclica di Afrodite, il decadimento, la morte e il rinnovamento finale.
La coscienza per lo più è l'espressione delle qualità umane secondo un particolare orientamento. Ciononostante, tutte le civiltà attingono dall'intera gamma delle componenti della coscienza: in un modo o nell'altro, esse finiscono per costituire questo o quel tipo di civiltà.
Pensare secondo una data cultura significa pensare in un certo modo; appartenere a una cultura diversa, a un gruppo etnico diverso, a una religione diversa significa avere un modo di pensare diverso. Eppure rimaniamo tutti umani.
Così l'arroganza imperiale di Trump sta cominciando a fare i conti con il fatto che gli sarà difficile e forse impossibile trovare una soluzione per il Medio Oriente, perché vedere il mondo da una prospettiva meramente apollinea significa pensare in modo essenzialmente maschile ed esclusivista, non riuscire a comprendere l'alterità e basarsi piuttosto sull'eccezionalità del privilegio. Semplicemente, non si riconosce -e non si può riconoscere- l'esistenza di una pluralità di modi di pensare.
Gli Stati Uniti hanno perso la guerra. Adottando un linguaggio manicheo tanto intransigente, Trump si è di fatto tagliato fuori da qualsiasi possibile soluzione diplomatica. Allargando il fronte di guerra al Libano, allo Yemen, alla Siria e all'Iraq ha gravemente complicato qualsiasi percorso diplomatico. Tutti gli elementi sono interconnessi, ma seguono anche agende distinte. Pertanto, una soluzione comporta una complessa matrice di questioni piuttosto che una disputa binaria tra gli Stati Uniti e l'Iran da soli. Gli Stati Uniti alla fine dovranno capitolare, con il risultato che l'Iran diventerà una potenza regionale rafforzando Russia e Cina; la regione finirà lentamente per fare i conti con questa nuova realtà dell’Asia occidentale.



