16 luglio 2026

Alastair Crooke - Guerra all'Iran, versione 3.0

 Guerra all'Iran, luglio 2026


Traduzione da Strategic Culture, 12 luglio 2026.

Nella serata del 7 luglio la Marina degli Stati Uniti ha tentato -in coordinamento con il Qatar e l'Oman- di far passare un convoglio di quattro navi attraverso lo Stretto di Hormuz transitando per le acque omanite, invece di far loro seguire la rotta ufficialmente approvata dall'Iran. Trump potrebbe aver immaginato (oppure gli era stato detto) che con i funerali di Stato del defunto Leader Supremo Ali Khamenei in corso l'Iran non avrebbe reagito al tentativo di aprire con la forza un corridoio statunitense. Trump, tuttavia, ha frainteso la presa di posizione dell'Iran: Hormuz è la sua "arma atomica"; l'Iran non intende rinunciarvi.
Trump insiste –in chiara contraddizione con i termini stabiliti nel quinto paragrafo del protocollo di intesa– che l'Iran non ha alcun diritto di interferire con qualsiasi nave che tenti di transitare nello Stretto di Hormuz. Solo che l'Iran si sta muovendo nel rispetto dei termini del quadro di de-escalation concordato. E ha più volte avvertito che avrebbe colpito qualsiasi nave che aggirasse i suoi controlli.
L'Iran ha risposto direttamente alla sfida lanciata da Trump al suo controllo dello Stretto, colpendo due navi con missili e una terza con un drone armato. Una quarta petroliera di proprietà del Qatar, carica di gas naturale liquefatto, è stata incendiata costringendo l’equipaggio ad abbandonare la nave colpita.
Queste rappresaglie iraniane hanno spinto Trump a ordinare attacchi aerei statunitensi contro obiettivi iraniani, a reintrodurre le sanzioni sulle esportazioni petrolifere della Repubblica Islamica e a revocare il protocollo di intesa che aveva firmato con quegli stessi iraniani che ha definito feccia, ponendo così fine al cessate il fuoco. "Li abbiamo colpiti duramente ieri sera", ha dichiarato Trump al vertice NATO di Ankara. "Probabilmente stasera li colpiremo duramente di nuovo".
Trump ha effettivamente colpito nuovamente l'Iran mercoledì notte, anche se l'Iran non aveva attaccato un'altra nave che cercava di aggirare i controlli. In risposta, l'Iran ha lanciato missili balistici e droni contro basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e contro la base aerea di Muwaffaq al Salti in Giordania.
Il vicepresidente Vance sta dicendo all'Iran: "Se provate a chiudere lo Stretto di Hormuz, l'esercito statunitense risponderà. È semplice". O l'Iran tiene lo Stretto di Hormuz completamente aperto a tutti, oppure gli Stati Uniti continueranno a colpire come hanno fatto martedì sera.
L’Iran insiste sul fatto che sarebbero stati gli USA a violare il protocollo di intesa; tramite il portavoce della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale avverte che ulteriori attacchi da parte degli Stati Uniti contro l'Iran saranno contrastati da un’offensiva a sorpresa su vasta scala e potenzialmente anche con il ricorso ad altre opzioni, quali il ritiro iraniano dal Trattato di Non Proliferazione, la modifica della dottrina nucleare del Paese e la chiusura dello Stretto di Bab al Mandab oltre a quella dello Stretto di Hormuz.
Insomma, il vicepresidente Vance sta dicendo che se l'Iran limiterà l'accesso a Hormuz -cioè lo manterrà aperto solo per le navi degli Stati amici- gli Stati Uniti intensificheranno la loro risposta. A questa minaccia l'Iran risponde che intensificherà a sua volta la propria ritorsione –due attacchi per ogni attacco statunitense– e che potrebbe anche adottare nuove dottrine belliche.
Trump in sostanza è caduto nella trappola della escalation, a quanto pare -e almeno in parte- per rifarsi dal crollo dei consensi nei sondaggi interni. Si è messo in questa situazione con le sue mani, cercando di fare il furbo durante i preparativi per il funerale di Khamenei nel tentativo di ottenere una "rapida vittoria".
Quanto durerà questa escalation? Certamente non porterà alla riapertura dello Stretto, né al ritorno allo status quo di prima della guerra. Finché l'Iran manterrà la sua capacità di controllare Hormuz, non c'è alcun motivo per credere che la situazione tornerà quella che era prima.
Al contrario, e più probabilmente, la crisi accelererà l'insorgere dell'incombente crisi economica globale che potrebbe protrarsi fino a quando le difficoltà economiche non diventeranno acute, man mano che si esauriranno le scorte di greggio di bassa qualità e che gli effetti sull’economia reale in Occidente diventeranno visibili.
Con la carenza di munizioni e il ritiro del potenziale aereo dal Medio Oriente già in atto, Trump probabilmente non dispone dei mezzi necessari per lanciarsi a pieno titolo in una "Guerra all'Iran versione 3.0".
A dettare i tempi in questa nuova serie di ritorsioni a bassa intensità, quindi, sono probabilmente il livello delle scorte delle raffinerie negli Stati Uniti e quello della sofferenza che Trump sta provando in patria per il declino della sua fortuna politica, nonché per la sua avversione per qualsiasi cosa egli consideri un'umiliazione sul piano personale.
Quando è stato che le cose hanno cominciato a andare storte? Probabilmente il nodo della questione va identificato nel momento in cui la nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran Sayyed Mojtaba ha rilasciato la dichiarazione in cui affermava di aver avuto idee diverse sul protocollo di intesa rispetto al gruppo dei negoziatori, e di aver comunque accettato di procedere dopo aver ricevuto dal Presidente Pezeshkian la garanzia che nei rapporti con gli USA avrebbe assicurato il rispetto dei principi fondamentali della Repubblica Islamica dell'Iran.
La dichiarazione è stata un avvertimento sia per gli Stati Uniti che per i negoziatori iraniani: l'approvazione del protocollo di intesa da parte dell'Iran non costituiva un mandato in bianco, ma era anzi strettamente legata ai dieci principi originariamente enunciati dalla nuova Guida Suprema.
A un certo punto, la leadership iraniana sembra essere giunta alla conclusione che l'Iran fosse vittima di un imbroglio da parte degli Stati Uniti; che il protocollo di intesa fosse mendace "e che l’insieme degli eventi successivi all'annuncio del memorandum avrebbe rispecchiato una strategia statunitense basata sulla convinzione che nel precedente scambio di colpi con l'Iran [gli Stati Uniti e lo stato sionista] non fossero riusciti a raggiungere i propri obiettivi, rendendo necessaria una sospensione dello scontro -sia pure temporanea- al fine di riorganizzarsi e prepararsi meglio, per riprendere le ostilità quando si fossero presentate le condizioni giuste".
Questo ha indotto l'Iran a riconsiderare la situazione, ritenendo che tutto quanto atteneva Hormuz e il Libano costituisse la leva fondamentale per intraprendere una nuova guerra, mentre l’Occidente faceva pressione nel contesto di una strategia di contenimento e gli USA e lo stato sionista si preparavano a riprendere lo scontro.
La strategia messa in atto sul momento dagli Stati Uniti non comporta cambiamenti negli obiettivi degli USA e dello stato sionista, quanto un adeguamento nei meccanismi operativi per consentire qualche compromesso che Washington ritiene necessario. Ad esempio, una collaborazione più stretta con la Turchia e il coinvolgimeno della Siria con Jolani, per tramite di Erdogan. L'idea è quella di rimescolare le carte in Libano e poi "valutare come stanno le cose", come ha sottolineato Vance.
Non è certo che questa nuova condotta funzionerà. Il mondo sta cambiando rapidamente. Il pronosticato trionfo dello stato sionista in Medio Oriente si è rivelato un fallimento. Probabilmente fallirà anche la manovra di Trump, basata sul protocollo di intesa, per aprire lo Stretto di Hormuz.
Anche la guerra contro la Russia e l'assedio alla Cina ad essa collegati stanno vacillando; e anche la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inscalfibile, viene messa in discussione. Un esponente di spicco del Partito Democratico statunitense, Rahm Emanuel, potenziale candidato alla presidenza per il 2028, ha preso la parola il 12 luglio nello stato sionista lanciando un monito inequivocabile. Lo stato sionista "ha perso il sostegno del mondo, è diventato un 'paria regionale' [e la sua] alleanza con gli Stati Uniti è 'a un bivio'".
In ultimo, ormai E infine, ecco che compare un cigno nero a nuotare sempre più in pieno sole. Eric Katz, scrivendo su Notus, afferma che "la bozza di un rapporto ad uso interno per il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti intende mettere in guardia dai rischi posti dal mercato dell'intelligenza artificiale, paragonandone gli aspetti chiave alla bolla delle dotcom che ha sconvolto l'economia statunitense quando è scoppiata nei primi anni 2000".
Gli analisti del Tesoro hanno scritto:
Gli analisti di professione presso il Dipartimento del Tesoro hanno riscontrato che le aziende di IA sono radicate nell'economia statunitense in modo più profondo di quanto lo fossero i loro predecessori del settore dotcom, e che rappresentano un rischio significativo per l'intero sistema qualora le condizioni finanziarie dovessero cambiare, gli obiettivi di produttività non venissero raggiunti o vari colli di bottiglia ne ostacolassero la crescita.
Una flessione del mercato dell'IA provocherebbe onde d'urto in tutto l'ecosistema economico.
Una flessione dei mercati negli USA –aggravata da una crisi energetica– potrebbe rivelarsi disastrosa per le speranze di Trump in vista delle elezioni di metà mandato.

08 luglio 2026

Alastair Crooke - Gli USA congelano il protocollo d'intesa con la Repubblica Islamica dell'Iran e passano al piano B


Trump, Netanyahu, bandiera bianca. Luglio 2026

Traduzione da Strategic Culture, 6 luglio 2026. 

Il piano A? Rovesciare la Repubblica Islamica, considerata nient'altro che un fragile castello di carte. Il suo crollo -a sentire le previsioni- avrebbe provocato un effetto a catena abbattendo diversi fronti collegati all'Asse della Resistenza, secondo l'analisi del Mossad e della rete dei centri del potere sionista negli USA. Alcuni funzionari statunitensi si erano comunque mostrati dubbiosi.
L'idea che ci sarebbe stata una rivolta popolare in Iran si è rivelata, al contrario, un errore strategico di tale portata che ha fatto da catalizzatore per la Repubblica Islamica, che adesso è più forte, più ribelle, più assertiva. Persino gli esperti dello stato sionista ammettono che la fallace premessa alla base della guerra ha generato un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente. Fino a quel momento, come ha potuto affermare un importante commentatore militare sionista come Alon Ben David, lo stato sionista era il punto di riferimento in Medio Oriente per ogni interesse mondiale; d'ora in poi, lo Stato di riferimento è e sarà l'Iran. Questa considerazione ha attestato fino a che punto si fosse andati oltre ogni limite.
Così la congrega filosionista è passata al piano B: una gabola basata sul protocollo d'intesa. Che Trump interpreta in una maniera tale che nel caso (improbabile) che l'Iran si adeguasse, si ritroverebbe di fatto disarmato, perché l'accordo sul nucleare spoglierebbe lo Stato di ogni prerogativa in virtù dei requisiti previsti per le "verifiche": ispezioni dell'AIEA a sorpresa, invasive e "senza limiti" di "siti sotterranei segreti", scienziati e istituti di ricerca passati a setaccio. Tutto in piazza, ancora una volta.
Considerato nel contesto delle aspirazioni di più vasta portata che lo stato sionista ripone nel piano B, l'obiettivo sarebbe quello di imporre al tempo stesso la lobotomia di Hezbollah, tramite un accordo di disarmo separato da attuare per mezzo di formazioni filogovernative libanesi compiacenti in grado di premere da nord sul movimento, intanto che lo stato sionista procederebbe da sud con la desertificazione.
In contemporanea il piano prevede la cauterizzazione della Resistenza palestinese ispirandosi al "Programma dei villaggi strategici" dei tempi del Vietnam, precursore del trasferimento forzato in campi di concentramento recintati e di fatto inabitabili.
In terzo luogo, il piano contempla la neutralizzazione della Resistenza irachena tramite un nuovo Primo Ministro compiacente insediato dagli ameriKKKani, Ali al Zaidi. Il quale al Zaidi, con il pretesto di una campagna anticorruzione e con il sostegno degli Stati Uniti, si è messo a pretendere che la Resistenza irachena disarmi entro il 30 settembre. La neutralizzazione della Resistenza irachena è vista come fondamentale ai fini di facilitare un'incursione siriana da parte delle milizie jihadiste del presidente Jolani nel Libano settentrionale, al fine di completare la morsa che si stringe su Hezbollah.
Tutto sommato, il piano B sembra suggerire un progetto di pacificazione regionale molto completo, specialmente se considerato insieme agli sforzi statunitensi volti a forzare l'apertura di un "corridoio ameriKKKano" sul versante omanita dello Stretto di Hormuz.
Probabilmente il piano per la pacificazione regionale sarà visto come una astuta mossa di Trump per mitigare la pressione esercitata su di lui dall'ira dei neoconservatori a motivo delle "concessioni" che ha fatto all'Iran nel protocollo d’intesa.
Ma è davvero una mossa tanto astuta? A Marco Rubio è stato affidato il compito di controllare che lo establishment di Beirut si allineasse allo stato sionista nel comune antagonismo contro Hezbollah. Solo che il pezzo di carta che ne è venuto fuori sul disarmo di Hezbollah non gode di alcuna legittimità; è in contraddizione con la Costituzione libanese e richiederebbe l'avallo del Consiglio dei Ministri e l'approvazione del Parlamento per avere una qualche validità o un qualche significato.
L'accordo tra stato sionista e Libano invece è efficace nell'infliggere un colpo mortale alla struttura di coordinamento tra Stati Uniti e Iran, concordata separatamente da Vance e presieduta dal Qatar, per la supervisione del rispetto del memorandum d'intesa in Libano. L'iniziativa con cui Rubio ha escluso l'Iran dal quadro di coordinamento per il Libano va contro il memorandum d'intesa e contro gli sforzi di mediazione compiuti da Vance. Il "documento" tripartito di Rubio non risolverà nulla, ma lascerà che la "questione libanese" continui a essere una ferita aperta.
Eppure, un cessate il fuoco in Libano e il ritiro dello stato sionista sono fondamentali perché il protocollo d'intesa non rimanga lettera morta. Sembra che Netanyahu abbia incaricato Ron Dermer proprio di convincere Rubio a sabotarlo.
Così, adesso alla Casa Bianca sono ai ferri corti sull'Iran Vance e Rubio. Il protocollo d'intesa intanto scivola verso la sospensione; rimarrà probabilmente in vigore, sia pure in uno stato comatoso.
Intanto sta andando tutto a rotoli. Il principale sfidante di Netanyahu alle prossime elezioni, l'ex capo delle Forze di Difesa dello stato sionista (IDF) ed ex membro del governo di guerra Gadi Eisenkot ha confermato questa settimana che "l'Iran non è mai arrivato ad avere armi nucleari. Sono ben consapevole di tutte le informative dei servizi segreti... Netanyahu sta inventando la realtà, sta creando minacce dal nulla, ed è così che spaventa l'opinione pubblica dello stato sionista". L’ex primo ministro Bennett si è detto d’accordo, ha sostenuto che le affermazioni di Netanyahu sono "bugie" e accusandolo di "fare reverse engineering sulla storia".
Tutto questo non sarà di aiuto a Trump, costretto come si trova a dover riaprire con urgenza e completamente lo Stretto di Hormuz per evitare una grave crisi economica. Contrariamente all'opinione per cui si tratterebbe di una mossa astuta, esiste l'idea (sempre più diffusa tra gli iraniani, tra gli altri) per cui l'Iran sarebbe vittima di un inganno. Il protocollo d'intesa altro non sarebbe che uno escamotage per forzare l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, come ha dedotto Vance, al fine di riempire le riserve strategiche di petrolio statunitensi e occidentali, oltre che per guadagnare tempo per capire quali potrebbero essere le pressioni cui gli USA potrebbero ricorrere per forzare sugli altri elementi previsti nel protocollo.
L’opinione corrente, in quella Assemblea degli Esperti che nella Repubblica Islamica dell'Iran ha un'importanza fondamentale e anche presso la gente comune, si è irrigidita contro qualsiasi concessione agli Stati Uniti, specialmente per quanto riguarda il permesso di transito alle navi (ostili) che attraversano lo Stretto di Hormuz. Il proposito generale è quello di mantenere la morsa iraniana su Hormuz fino a quando il dolore non diventerà lancinante.
Così, mentre a Washington si aprono delle fratture e l'Iran diventa sempre più diffidente nei confronti di Trump e dei suoi cambiamenti di rotta, il protocollo d'intesa si rivela un inganno teso soltanto a far riaprire lo Stretto, prima di colpire l'Iran sia indirettamente -colpendo i suoi alleati della Resistenza- sia in modo più duro.
È interessante notare che il prendere piede di questa opinione va affermandosi nel momento in cui il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si è detto convinto che anche gli "accordi" raggiunti ad Anchorage con Trump fossero probabilmente un inganno da parte degli Stati Uniti.
Insomma: chi si è preso gioco di chi? Per ora, il petrolio proveniente dal Golfo Persico non è diretto verso gli Stati Uniti. Secondo la Reuters, almeno cinque superpetroliere che trasportano un totale di dieci milioni di barili di petrolio saudita caricato a Ras Tanura hanno attraversato lo Stretto di Hormuz. Due delle cinque superpetroliere che hanno lasciato lo Stretto sono dirette in Giappone, mentre altre due stanno facendo rotta verso la Cina. Il che significa -come ha sottolineato Larry Johnson- che anche se le petroliere dovessero in questo momento dirigersi verso gli Stati Uniti il Paese si troverebbe comunque ad affrontare una grave carenza di greggio acido almeno fino al 23 agosto, considerando i quarantadue giorni necessari per il viaggio verso gli Stati Uniti. Il greggio acido è una materia prima fondamentale per la produzione di gasolio e carburante avio nelle complesse raffinerie statunitensi.
A giochi fatti, occorre sospendere l'analisi della guerra intrapresa da USA e stato sionista contro l'Iran, poiché sia Trump che Netanyahu stanno entrando in una fase di stallo in vista delle elezioni. Trump potrebbe minacciare di "annientare" l'Iran se questo non capitola e non china il capo, ma è dubbio che gli Stati Uniti possano mantenere a lungo la propria presenza militare nella regione con le scorte di munizioni che vanno esaurendosi. Ciononostante, un ulteriore episodio di guerra vera e propria è altamente probabile. E ampiamente previsto in Iran.
È possibile un breve attacco militare degli Stati Uniti contro l'Iran come dimostrazione di potenza, ma otterrebbe ben poco. E nulla di strategico.
Allora, chi sta perdendo in questa guerra? Lo stato sionista e Netanyahu. Netanyahu è in grave difficoltà anche sul fronte elettorale.
Il previsto trionfo dello stato sionista in Medio Oriente è stato un fallimento. Anche la guerra rivoluzionaria contro la Russia e l’assedio alla Cina, ad essa collegati, stanno vacillando. E persino la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inattaccabile, si trova messa in discussione.
Dopo che Netanyahu ha convinto Trump a ritirarsi dall'accordo sul nucleare iraniano nel 2015, i principali commentatori sionisti in materia di sicurezza hanno iniziato a lamentare il loro errore strategico definendolo "uno dei più grandi errori strategici del ventunesimo secolo". Sorprendentemente, nello stato sionista c'è qualcuno -comprese figure militari in alto nella scala gerarchica- che sta già rimpiangendo di aver assassinato la Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio 2026. "Almeno con Khamenei sapevamo a che punto eravamo", ha dichiarato una fonte militare sionista di alto livello a Ben Caspit.
"[Khamenei] aveva delle linee rosse, aveva una strategia ed era, in una certa misura, lucido. C'era una certa stabilità nella follia iraniana. L'attuale leadership è molto meno stabile, di gran lunga più estrema e imprevedibile. Sono inebriati dal potere e dall’arroganza, convinti di aver sconfitto sia l'AmeriKKKa che lo stato sionista".