28 ottobre 2026

Alastair Crooke - Per l'architettura finanziaria occidentale l'aggressività di Trump potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso


Traduzione da Forum Geopolitica, 26 ottobre 2026.

 Quasi ovunque si avverte con sempre maggiore chiarezza che il progetto economico liberale occidentale è sul punto di subire un grave crollo. La cosa è emersa con particolare evidenza nelle strade di Parigi, ma la si può notare anche negli Stati Uniti, dove l'accodarsi del presidente Trump alla guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran sembra aver compromesso le possibilità dei repubblicani nelle elezioni di metà mandato previste per il mese prossimo. Nessuno può prevedere quale linea politica deciderà di seguire Trump, qualora gli elettori considerassero le elezioni come una disconferma nei confronti dell sua persona. Tuttavia è molto probabile che nei prossimi due anni assisteremo a una presidenza rabbiosa, frustrata e imprevedibile.
Forse la chiave per comprendere l'attuale turbolenza europea va ricercata nel 2024: il ciclo elettorale francese era iniziato con le elezioni del Parlamento europeo, in cui il Rassemblement National (RN), di orientamento di destra e guidato dalla Le Pen aveva ottenuto una vittoria schiacciante. Il RN conquistò trenta seggi (31,37% dei voti), mentre Ensemble (la coalizione del presidente Macron) ne ottenne solo 13 (14,6% dei voti).
A seguito della pesante sconfitta della sua coalizione centrista, Macron sciolse immediatamente l’Assemblea Nazionale e indisse elezioni anticipate. Queste portarono a una situazione di stallo senza precedenti, con il Parlamento diviso in tre principali blocchi politici e senza che nessun singolo gruppo riuscisse a conquistare i 289 seggi necessari per la maggioranza assoluta. Uno stallo che sarebbe perdurato.
Sebbene il Rassemblement National della Le Pen fosse in testa al primo turno, il ritiro tattico al secondo turno da parte dei candidati di centro e di sinistra ha modificato il quadro finale per mezzo di una (legittima) manovra di voto tattico in circoscrizioni strategiche, volta a garantire che il RN non finisse vittorioso, nonostante fosse in testa al primo turno.
I recenti disordini violenti a Parigi sono legati ai risultati delle elezioni francesi del 2024: le elezioni hanno prodotto un parlamento frammentato e in stallo, che Macron sperava di poter manipolare. Ciò ha alimentato un crescente malcontento della popolazione per il rifiuto della élite governativa europea di assumersi la responsabilità degli errori che avevano portato alla più grave crisi economica attraversata dal continente.
Gli aspetti chiave della crisi francese -immigrazione fuori controllo, servizi pubblici in crisi e costo della vita sempre in aumento- sono comuni praticamente a tutte le principali economie liberali. In breve, sebbene i problemi economici associati agli Stati occidentali possano sembrare avere ciascuno caratteristiche proprie e legate alle specificità nazionali, essi hanno tutti radici più profonde che vanno cercate nella risposta finanziarizzata con cui l'Occidente ha reagito alla grande crisi finanziaria del 2008.
Adesso queste contraddizioni e queste tensioni stanno raggiungendo il loro apice per mezzo dei conflitti correlati e interconnessi in Ucraina, Iran e tra Yemen e Arabia Saudita, che in questo momento rischiano di portare la crisi economica a un livello di criticità finanziaria del tutto diverso; una crisi che potrebbe sfociare in un crollo del sistema.
Il fatto che la crisi stia raggiungendo il culmine deriva dal perseguimento simultaneo di due obiettivi contraddittori: il mantenimento di costosi Stati sociali e al tempo stesso la volontà di lasciarsi andare a guerre che avrebbero l'obiettivo di tutelare la posizione di un Occidente che -pretenderebbe Marco Rubio- dovrebbe restare "alla guida del mondo". Sono proprio queste guerre che, come era prevedible, hanno causato l'impennata del costo della vita che sta mandando in rosso i bilanci della maggior parte degli Stati ad economia liberale.
Aggredendo la Repubblica Islamica dell'Iran Trump ha commesso un errore di valutazione che ha fatto impennare il costo della vita con gli aumenti del prezzo dei carburanti e dell'energia, che a loro volta hanno premuto al rialzo sui tassi di interesse e sul mercato obbligazionario. Trump inoltre, sia pure alternando slanci ed esitazioni, ha continuato a impegnarsi militarmente in Ucraina saricando sull'Europa gli oneri finanziari della guerra. Cosa che è bastata a far saltare i limiti di bilancio dei Paesi europei.
La pressione fiscale è salita ovunque, in Europa e oltre, influendo pesantemente su voci della spesa pubblica come l'istruzione e l'assistenza sanitaria. Intanto venivano falcidiati interi distretti nel cuore industriale del continente. La disoccupazione è esplosa, soprattutto quella giovanile. La sola Germania ha perso quasi mezzo milione di posti di lavoro nel settore industriale negli ultimi sei anni. Né l'Europa né gli Stati Uniti sono oggi generalmente competitivi in termini di prezzi. L'inflazione energetica ha reso irraggiungibili molti mercati di esportazione.
La legittimità della classe politica sta precipitando in tutto il mondo occidentale. La disperazione e la rabbia della popolazione stanno crescendo. Il risentimento ribolle. È esploso prima in Francia, ma altri Paesi ne faranno esperienza a loro volta.
Si tratta di una crisi a scoppio ritardato. L'Iran e AnsarAllah hanno fatto scattare la loro trappola energetica addosso a Trump. Non ci sono vie d'uscita facili o semplici, da una situazione come questa. Infatti, se gestita male attraverso una escalation militare statunitense o da parte dello stato sionista, la guerra aggraverà seriamente la crisi economica occidentale perché l'Iran reagirà colpendo le infrastrutture energetiche del Golfo. E dati i lunghi tempi necessari per la ricostruzione di infrastrutture petrolifere altamente complesse, è certo che una carenza strutturale di combustibile provocherà danni sempre più gravi alle linee di approvvigionamento globali. Lo stesso vale per gli attacchi di AnsarAllah alle infrastrutture energetiche saudite.
Nel caso dell'Ucraina, la consueta mancata conoscenza della Russia da parte dell'Europa ha condotto quest’ultima a cacciarsi in trappola con le proprie mani. Nel 2022 la leadership europea ha abbracciato l’Ucraina e Zelensky, vedendo nell’Ucraina un presunto progetto liberale basato sulle regole e potenzialmente in grado di conferire all’Europa il significato e lo scopo che mancavano tanto alla NATO quanto all'Unione Europea. Naturalmente, la prospettiva che l'assedio delle sanzioni europee potesse alla fine spodestare il presidente Putin era errata, ma dietro vi si intravedeva la brillante prospettiva di aprire il petrolio e le materie prime rare russe allo sfruttamento da parte europea.
"Agli effetti pratici", scrive Aurelien, "in Europa si rafforzò sempre di più il desiderio di colonizzare uno spazio politico che storicamente era stato controllato dalla Russia", ma che ora sarebbe stato inglobato nella sfera liberale in espansione situata a ovest di essa. L'ostilità russa verso ambizioni tanto esplicite è stata attribuita, in maniera distorta, alla nostalgia della Russia per il proprio impero.
Eppure, come osserva Aurelien,
I russi non vedevano affatto in questo modo il periodo successivo alla metà degli anni '90. Quello che vedevano era la perdita del controllo su quello che in precedenza era stato un prezioso spazio strategico, senza alcun modo plausibile per recuperarlo. Ecco perché le proposte per un cessate il fuoco e per una qualche spartizione geografica dell'Ucraina non hanno portato, né porteranno, a nulla. La partita è cambiata e la posta in gioco è molto più alta di quanto non fosse in precedenza. Nel 2022 i russi avrebbero probabilmente accettato la proposta di una Ucraina neutrale sul serio, senza militari stranieri sul terreno e con gli estremisti nazionalisti esclusi dal governo. Adesso non esiste più alcuna possibilità che questo si verifichi, e considero gli attuali bombardamenti su Kiev come parte di una strategia operativa volta a distruggere il Paese come entità vitale, in modo che non possa essere utilizzato in futuro come base per operazioni militari. Ponti, sistemi di comunicazione, porti, produzione e distribuzione di energia elettrica, reti di trasporto, impianti industriali e aeroporti, tra le altre cose, saranno distrutti... Nulla fa pensare che in Occidente lo abbiano capito. Non lo capiranno perché non si rendono conto che la strategia russa è ormai andata ben oltre l'Ucraina, e mira a esorcizzare lo spettro di un potenziale attacco che provenga dallo spazio a ovest della Russia per almeno una generazione, forse di più.
Ecco in cosa consiste la trappola che connette tutti i conflitti apparentemente separati: l'ambizione dell’Occidente a "mantenere il proprio posto alla guida del mondo", ma coltivata da una realtà fatta di declino e di bilanci pubblici al collasso.
Il progetto ucraino si è schiantato contro un muro, non solo sul campo di battaglia, ma sul fatto che l'Europa è finanziariamente al verde. L'Europa non può assolutamente mettere sul tavolo altri centocinquantacinque miliardi di dollari.
Allo stesso modo, non è possibile che le economie liberali occidentali basate sul welfare possano sopravvivere a una guerra prolungata contro l'Iran e gli Houthi. Economicamente parlando, hli europei stanno guardando nell'abisso. Forse che l'Occidente è disposto a correre un ancora più grave rischio di sovvertimenti violenti semplicemente per evitare di dover chinare la testa davanti all'Iran o alla Russia? Per l'architettura finanziaria occidentale, l'aggressività di Trump potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso.

22 ottobre 2026

Alastair Crooke - Gli USA nella guerra per la supremazia assoluta


USA e UE, ottobre 2026

Traduzione da Forum Geopolitica, 20 ottobre 2026.

C'è un cambiamento di paradigma in atto. Lo strato sovranazionale interconnesso che per lungo tempo ha perseguito il proprio grande disegno globale costruendo il consenso dell'opinione pubblica per le guerre che conduceva per ridurre tutti alla sottomissione si è finalmente scontrato con i limiti della propria potenza. Il re è nudo, adesso; e se ne sono accorti tutti.
I suoi strumenti consueti -l'esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, le terapie d'urto in economia, le guerre valutarie- non riescono più a puntellare la weltanschauung della élite statunitense per cui sarebbe "inimmaginabile" che gli USA, usciti vincitori dalla guerra fredda, dovrebbero vedersela con un mondo in cui non sono più loro a dettar legge. Il 7 ottobre, "nella luce dorata di una sera ateniese, con l'Acropoli alle spalle spalle", il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha apertamente elogiato il colonialismo; si è esibito in una serie di eclatanti omissioni storiche e ha invocato il ritorno al dominio occidentale sul mondo. Rubio ha affermato che l'Occidente deve ricorrere alla forza militare per "mantenere il proprio ruolo di guida del mondo", che l'Occidente è "la più; grande civiltà del mondo" e ha dichiarato con enfasi che si tratta di una "civiltà che oggi dobbiamo difendere con la stessa passione con cui lo fecero i nostri antenati".
Il problema è che oggi gli strumenti cui l'Occidente è tradizionalmente ricorso per mantenersi alla testa del pianeta si stanno rivelando meno efficaci contro Stati che dispongono di alternative: Cina, Russia e Iran sono chiari segnali di come le guerre economiche, le guerre finanziarie e persino le guerre vere e proprie non portino più a risultati rapidi. Matrix, insomma, non vince più tanto alla svelta.
Sostenere che gli Stati che si fondano su civiltà dalla lunga storia possano opporsi agli USA con più forza significa ignorare completamente la natura profonda di questo conflitto. Quella portata avanti per il conseguimento di un governo mondiale unico è una guerra volta a eliminare dalla scena proprio queste realtà, latrici di un modo diverso di osservare e comprendere il mondo.
Cosa significa questo? Fu l'ex primo ministro britannico Benjamin ad affermare nel 1846 che "il mondo è governato da personaggi molto diversi da quelli immaginati da chi non si trova dietro le quinte".
Disraeli si produsse in vari ed espliciti ammonimenti contro la "rivoluzione mondiale", vale a dire le "rivoluzioni colorate" di oggi. Disraeli intravide e denunciò più volte "un disegno" dietro la serie di rivoluzioni scoppiate in varie parti del mondo dell'epoca, intorno alla metà del XIX secolo.
Oggi a riecheggiare Disraeli è Emmanuel Todd, stimato storico e antropologo francese. Anche Todd vede nelle guerre odierne qualcosa di ben più profondo di una serie di conflitti territoriali separati e distinti.
Mosca non sta conducendo una guerra contro i venti milioni circa di persone che vivono in Ucraina.
L'Ucraina è il terreno in cui Mosca si sta confrontando con l'intero blocco atlantista, con la NATO nel suo insieme, con i suoi servizi di intelligence, con i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L'Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.
Ucraina, Iran, Yemen o Cina non sono altro che teatri operativi. Campi di battaglia tra i tanti che costituiscono lo spazio della guerra ibrida, collegati solo dal fatto di essere stati trascinati in una guerra mondiale latente.
Per Todd, le guerre odierne sono la manifestazione di uno scontro di civiltà tra un Occidente in declino e una Russia che difende una concezione più tradizionale e più sovrana dell'ordine politico e sociale. Wolfgang Münchau suggerisce che è plausibile che le guerre in Ucraina, in Iran e in Medio Oriente possano diventare una guerra sola, mentre la rivalità geopolitica tra Cina e USA resterebbe il principale conflitto dei nostri tempi.
Emmanuel Todd ha sottolineato che l'Occidente, nonostante la sua apparente superiorità economica e tecnologica, sta mostrando i segni di una fragilità profonda: invecchiamento demografico, crisi di fiducia, deindustrializzazione e disorientamento ideologico.
Per decine di anni, come ha scritto Mattias Forsgren,
Il nucleo centrale dell'Occidente ha vissuto di finanziarizzazione e di delocalizzazione sistematica della produzione. La capacità industriale è stata trasferita in paesi a basso salario, mentre le economie metropolitane si sono orientate verso l'estrazione di rendite, l'inflazione degli asset e il riciclaggio del risparmio globale attraverso il sistema del dollaro. Nel 2008 c'è mancato poco al crollo, e questo ha reso evidente fino a che punto questo assetto fosse arrivato vicino all'abisso. Gli anni del Covid hanno seguito, su scala più ampia, lo stesso schema. I problemi strutturali rimangono irrisolti. Si è invece messo in piedi un sistema ancora più indebitato e ancora più fragile.
Un sistema finanziario indebitato, adesso vulnerabile nei confronti di una crisi finanziaria potenzialmente devastante.
Fino al 2022, anno in cui l'Unione Europea ha scelto di schierarsi a fianco dell'Ucraina, gli Stati europei più importanti erano parte del grande disegno capeggiato dal blocco di potere del "governo globale". Un disegno cui sono ancora asserviti. Solo che con l'ascesa di Trump non vi vengono più considerati dei partner a pieno titolo. La realtà oggi è che gli USA, per conservare la loro supremazia, non possono rischiare che la situazione si scaldi fino a trascendere in una guerra a tutto campo con i loro contendenti. Le loro forze armate sono troppo ridotte e inadatte.
Di contro, avversari come la Russia e l'Iran hanno scelto una strategia più sottile, più lenta, ma anche di gran lunga più ambiziosa, suggerisce Todd. Si tratta di una strategia che combina pressione militare, guerra economica, battaglie diplomatiche, influenza geopolitica e guerra dell'informazione. L'obiettivo non è solo vincere sul piano militare, ma rimodellare in modo duraturo l'ordine mondiale.
Per venire a capo di una guerra che segue un paradigma tanto diverso, gli USA stanno scaricando l'aspetto del confronto sul terreno su dei belligeranti di prossimità.
"il continente europeo si sta trasformando da alleato a risorsa: prosciugato economicamente, assoggettato politicamente e considerato militarmente come teatro cui far pagare i costi della ricostruzione dell'impero" (Forsgren).
La strategia statunitense nella sua espressione più estrema è costituita da una escalation controllata del confronto in cui il territorio degli USA verrebbe tenuto fuori dalle ostilità, mentre quello europeo dovrebbe reggere sia l'attrito convenzionale sia il rischio nucleare.
Se continua a fare la guerra per conto terzi fornendo incessantemente all'Ucraina missili e droni che le consentono di colpire il territorio russo in profondità, l'Europa deve mettere in conto una rappresaglia russa, sia pure attentamente modulata contro risorse vulnerabili. L'Europa si troverebbe comunque in guerra contro la Russa. E sarebbe una guerra che, come riconosce Wolfgang Münchau, essa non è in grado di vincere.
Quali mercati obbligazionari andranno in fumo per primi? Chi esaurirà per primo i missili intercettori? Grazie alla tanto denigrata Politica Agricola Comune, l'Europa non resterà a corto di cibo. Ma sotto ogni altro aspetto -militare, energetico, finanziario- l'Europa è in svantaggio.
L'Europa non dispone delle risorse militari convenzionali che le servirebbero a procdere con una propria escalation decisiva; le armi nucleari rischiano quindi di apparire come l'unica "soluzione rapida" praticabile.
Il mantra per cui le minacce nucleari del Presidente Putin sarebbero un bluff serve principalmente ad allentare sul piano psicologico la cautela nei confronti di una escalation europea. Una escalation che potrebbe rischiare di indurre Mosca a ritenere di non avere altra scelta se non quella di ricorrere alle armi nucleari tattiche per ripristinare la credibilità della deterrenza nucleare russa.
In un simile contesto -e con il potenziale di escalation degli Stati Uniti in gran parte esaurito- quasi certamente gli USA non sarebbero disposti a rischiare concretamente che le loro città possano essere colpite da un attacco nucleare man mano che il conflitto si inasprisce.
"Le armi nucleari tattiche statunitensi erano state progettate per essere utilizzate sul suolo europeo e contro forze in esso presenti, proprio per racchiudere entro limiti geografici un qualsiasi scontro nucleare", sostiene Forsgren.
Pertanto, i fautori della strategia del "Design" mirano a mettere la Russia con le spalle al muro, in una posizione tale per cui le uniche alternative sarebbero una ritirata strategica oppure cercare di raggiungere i suoi obiettivi distruggendo l'Europa. Una distruzione che comunque comporterebbe per la Russia il prezzo dei danni che le armi nucleari europee infliggerebbero al suo territorio e alle sue forze armate, mentre il territorio statunitense e la rispettiva sovrastruttura finanziaria rimarrebbero fuori portata,
scrive Forsgren.
Sembra che l'idea sia quella per cui aumentando gradualmente il livello di pressione -ovvero mantenendo la Russia in uno zugzwang che non arrivi ad un aperto scontro nucleare strategico- negli ambienti militari statunitensi si speri di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi che comporterebbe una guerra di più vaste proporzioni.
Da molti decenni a questa parte l'obiettivo è sempre lo stesso: costringere la Russia alla capitolazione. Nel caso si arrivasse a tanto ci sarebbe un teatro operativo in meno nel grande conflitto per procura volto a subordinare la Cina al "progetto" di governo mondiale.
Più l'Europa viene messa nella posizione di fare da fronte nucleare sacrificabile, più acuto diventa il dilemma. L'effetto pratico è quello di mettere l'intero continente europeo -e il processo decisionale russo- nella posizione di chi ha tolto la sicura al grilletto.
Gli europei devono sicuramente rendersi conto di come vengono strumentalizzati per spingere la Russia in una guerra che nessuno vuole, né la Russia stessa né i cittadini comuni in Europa. Eppure, avendo abbracciato con tanto zelo la causa ucraina come se fosse un totem in grado di mettere d'accordo tutti i litigiosi partiti europei, essi potrebbero benissimo andare incontro a una catastrofe economica e politica se l'Europa continuasse con le provocazioni contro la Russia.
Quella di raddoppiare la posta, come gli europei sembrano intenzionati a fare, non è una strategia. Il loro allarmismo per una (immaginaria) aggressione ibrida russa può facilmente diventare una profezia autorealizzante che porta accidentalmente a una vera e propria guerra, ingenuamente intesa da qualche addetto alla sicurezza occidentale come un mezzo per mettere la Russia alle strette e costringerla alla resa.
Siamo arrivati a un punto per cui la classe politica europea non permette neppure che si discuta apertamente di guerra. Le élite europee si aggrappano a una strategia fondata sulla negazione del fatto che l'Ucraina sta perdendo la guerra. Gli USA e l'Europa sono sull'orlo di un crollo del mercato obbligazionario, e si trovano davanti alla chiara evidenza del fatto che l'unica arma che avevano contro la Russia, quella delle sanzioni, non ha mai funzionato.
Le esitazioni di Trump sul proseguire con il blocco petrolifero contro la Russia -ad esempio, ha autorizzato l'acquisto di russo per manipolare al ribasso il prezzo al dettaglio negli Stati Uniti- e l'iniziativa di Witkoff sul riavviare il Nord Stream come incentivo per indurre Mosca ad avviare i negoziati inizieranno a frantumare il fronte comune europeo? Staremo a vedere.


30 settembre 2026

Alastair Crooke - In guerra con la Russia. I presupposti errati alla base di un'isteria collettiva

 Alastair Crooke - Settembre 2026


Traduzione da Strategic Culture, 28 settembre 2026.

Negli ultimi giorni abbiamo visto la classe politica europea alzare al massimo i toni, con dichiarazioni chiaramente concordate e condivise: "La guerra con la Russia è alle porte; la Russia intende attaccare la NATO; dobbiamo prepararci; facciamo scorta di acqua in bottiglia, cibo in scatola e prepariamoci a offrire i nostri figli alla leva" – "Molti moriranno; ma è loro dovere difendere il loro Paese".
Quante assurdità. Per ribadire il concetto i leader europei, compresi l'Alto Rappresentante dell’Unione Europea Kallas e il Cancelliere tedesco Merz, si sono recentemente presentati in mimetica per sottolineare di essere "pronti alla difesa", durante il Vertice europeo sull’Artico del 14 settembre. Qui c'è una foto di quei politici in divisa.
Hanno un'aria assurda. Ma questo non fa perdere d'importanza a una questione: di quale isteria sono caduti vittime i tecnocrati europei?
A prima vista la convinzione unanimemente espressa per cui la Russia starebbe per attaccare l'Europa e che la guerra sarebbe imminente non ha alcun senso. L'Europa non dispone né degli uomini, né delle munizioni, né delle risorse finanziarie, né della capacità industriale per muovere guerra a quella che oggi può essere considerata una delle principali grandi potenze militari, oltre a essere lo Stato che possiede il più vasto arsenale di armi nucleari.
ZeroHedge osserva che
Tra i più accesi sostenitori di questa narrativa infondata [su un presunto attacco russo] figurano i leader degli Stati baltici. Ad esempio, questa settimana il presidente lettone Edgars Rinkevics è arrivato al punto di affermare che gli "attacchi" russi contro l’UE e la NATO sarebbero già iniziati. I Paesi baltici stanno persino emanando piani per preparare la popolazione all'emergenza, facendo l'ipotesi di uno scenario stile Alba Rossa.
"Non stiamo parlando di una guerra convenzionale. Stiamo parlando di ogni genere di provocazioni, di sabotaggi e di saggi delle difese; sicuramente si tratta di qualcosa che sta già accadendo mentre parliamo", ha affermato il leader lettone.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha affermato questa settimana che la Russia potrebbe sferrare attacchi episodici fingendo che si tratti di "incidenti", al fine di "paralizzare o almeno indebolire la motivazione dei paesi della NATO", come riportato dall’Associated Press. "Esiste il rischio concreto che droni o altri tipi di ordigni entrino nel territorio di uno o più paesi del fianco orientale e che abbiano persino effetti distruttivi", ha aggiunto Tusk, avvertendo che "Mosca potrebbe arrivare al punto di sferrare nei prossimi mesi un attacco aereo di qualche tipo sul territorio della NATO per dimostrare che l’impegno alla difesa comune previsto dall'articolo 5 dell'alleanza militare non è altro che qualche parola su un pezzo di carta".
Eppure, nonostante la massa di prove, i leader europei continuano a montarsi la testa per prepararsi psicologicamente a ricorrere all'articolo 5. Contro una grande potenza dotata di armi nucleari.
Sulla scia di questa campagna mediatica il ministro degli Esteri Sergej Lavrov è stato esplicito:
"Vorrei sottolineare che non abbiamo alcun interesse a iniziative del genere [attaccare l’Europa]. Se invece fosse l’Europa -che parla quotidianamente di prepararsi alla guerra contro la Russia- ad attaccare la Russia, sarebbe una guerra completamente diversa. E sarebbe molto breve".
Cosa si nasconde dietro questa apparente assurdità? Da un lato, è chiaro che le élite al potere a Bruxelles sanno che i loro errori strategici (il sostegno incondizionato all'Ucraina, il sacrificio del modello economico europeo sull'altare delle pressioni contro la Russia, il loro appoggio alla guerra contro l'Iran e la loro indifferenza verso le sofferenze in Medio Oriente) torneranno a perseguitarle.
Il loro allarmismo nei confronti della Russia sa più di disperazione che di riflessione ponderata o di quell'atteggiamento cauto che si dovrebbe avere riguardo ai rischi -molto reali- di fomentare in questo modo qualche guerra. Lo establishment è senz'altro consapevole del fatto che la crisi energetica derivante dalla guerra degli USA e dello stato sionista contro la Repubblica Islamica dell'Iran non è più "in arrivo", ma è già arrivata.
Il costo della vita si impenna, i posti di lavoro spariscono e si prospetta anche un crollo dei mercati, soprattutto di quel mercato obbligazionario in cui livello dei tassi d’interesse definisce il valore di tutte le altre attività di rischio. Di fronte a tutto questo, questi politici malsicuri potrebbero aver concluso che scatenare la paura sia l'unico modo per distogliere l'attenzione dai propri fallimenti e, forse, concedersi la speranza di una sopravvivenza elettorale.
Quella della sopravvivenza è una motivazione fondamentale, ma c'è anche la probabilità che la psiche delle élite si fondi su due proposizioni false, che tuttavia la classe politica considera plausibili.
La prima proposizione falsa è che la Russia abbia lanciato una guerra preventiva nel febbraio 2022 per impadronirsi di Kiev e di circa il sessanta per cento dell'Ucraina.
A spiegare come stessero le cose in realtà sono i fatti verificatisi in precedenza in Siria. La Russia è entrata ufficialmente nel conflitto civile siriano nel settembre 2015, in seguito a una richiesta del presidente Assad. L'intervento russo si è rivelato di portata limitata: un dispiegamento aereo molto ridotto (da ventotto a trentaquattro velivoli) e un numero minimo di forze speciali da combattimento. Il contributo russo comprendeva principalmente consiglieri militari, controllori aerei avanzati e polizia militare.
La presenza russa in Siria era volutamente simbolica: una dichiarazione di serietà di intenti, piuttosto che il desiderio di impegnarsi in una guerra sul terrreno. Infatti, l’obiettivo di Mosca era proprio quello di evitare di impegnarsi direttamente in scontri terrestri. Ciononostante i raid aerei russi –con il sostegno delle truppe di terra iraniane– hanno aiutato l'esercito siriano a respingere le forze jihadiste da Aleppo. Questo ha portato a una tregua mediata da Russia e Turchia alla fine del 2016 e al processo di pace di Astana avviato poco dopo.
L'approccio di Putin ad Aleppo ha fornito chiare indicazioni su quali sarebbero stati i criteri adottati all'inizio in Ucraina. La Russia ha schierato una forza stimata tra i quindici e i trentamila uomini fuori e nei dintorni di Kiev, durante il primo assalto all'inizio del 2022. La narrativa europea per cui questa formazione avrebbe avuto lo scopo di conquistare Kiev è ridicola: quarantamila soldati potrebbero riempire una piazza, ma come farebbero a conquistare una città da più di tre milioni di abitanti? È assurdo.
Ciononostante, commentatori europei e statunitensi -tra i quali Robert Pape- sostengono che siccome il tentativo di conquistare Kiev era fallito, dando per scontato che Putin si aspettasse che la sua dimostrazione simbolica di star facendo sul serio inducesse la NATO a fare marcia indietro, questo suggerirebbe -come Pape sostiene- che Putin sia caduto nella trappola della escalation. Pape crede che Putin cercasse una rapida vittoria nel 2022; il fallimento di questo obiettivo lo avrebbe impantanato in una escalation con prospettive di successo sempre più scarse e quindi Putin finirà per perdere. "È solo una questione di tempo".
Lungi dall’essere un fallimento, la dimostrazione di forza di Mosca in Siria, per quanto modesta, ha funzionato: Astana è stato il modello tratto dall'esperienza in Siria. Entro la fine di marzo 2022, il Processo di Istanbul aveva prodotto il Comunicato di Istanbul, un quadro di riferimento per una composizione della controversia con l'Ucraina. Questa iniziativa fallì per un motivo soltanto: fu Boris Johnson ad affossarla. La Russia fu costretta a riorganizzarsi, cosa che fece con successo, sebbene al prezzo di una lunga guerra di logoramento e della perdita inutile di centinaia di migliaia di vite ucraine.
A rimanere impantanata in una escalation è stata l'Europa, e ce l'ha portata Boris Johnson.
Sembra che gli europei se la cantino e se la suonino sul loro successo nella guerra contro la Russia innanzitutto per quello che considerano un fallito attacco a Kiev, e poi per la smodata fiducia che ripongono nelle sanzioni finanziarie. L'ex ministro delle Finanze francese Le Maire, in un momento di euforia, ha dichiarato una "guerra economica e finanziaria senza quartiere contro la Russia". Ha insistito sul fatto che le sanzioni avrebbero soffocato e fatto crollare l'economia russa. In realtà la Russia è passata dal 2007 a un modello economico nazionale fondato sull'autosufficienza, e continua a prosperare.
Allora, chi ha intrappolato chi? A capovolgere la situazione è proprio la fallace premessa immaginata dall'Occidente per cui la Russia sarebbe stata costretta a una escalation dopo il fallimento di un inesistente piano volto a conquistare Kiev.
L'Occidente ha compiuto un'analisi errata. Un'analisi errata che lo ha avvinto in una spirale di azioni che rischiano di portare inavvertitamente l'Europa a una guerra contro la Russia. Una guerra che nessun europeo vuole.

24 settembre 2026

Alastair Crooke - Un mondo capovolto. La filosofia di Alasdair MacIntyre

 Un mondo in bilico, 2026


Traduzione da
Strategic Culture, 21 settembre 2026.

Passi da una conferenza tenuta presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca il 7 settembre 2026.

Il futuro del pianeta viene spesso descritto come quello di un mondo multipolare o multinodale; il presupposto implicito è che i vari Stati andrebbero più d’accordo e risolverebbero le loro divergenze più facilmente con il confronto piuttosto che con la guerra.
Una simile convinzione era ampiamente diffusa negli anni precedenti il primo conflitto mondiale. Erano stati scritti libri che facevano pensare che una guerra non potesse verificarsi: il testo di riferimento su questo concetto, originariamente pubblicato nel 1910 con il titolo The Great Illusion, diventò un bestseller internazionale.
Il suo autore Norman Angell sosteneva che le nazioni dipendessero ormai moltissimo da un sistema commerciale globale altamente interconnesso e che quindi il costo economico di una guerra avrebbe superato di gran lunga qualsiasi potenziale guadagno. Affermava che un Paese vittorioso avrebbe subito una rovina economica pari a quella degli sconfitti e che questo avrebbe reso obsoleto il tradizionale concetto di conquista militare. L'interpretazione corrente della sua tesi fu che una guerra fosse quindi "impossibile".
Le sue idee si rivelarono errate. La Grande Guerra scoppiò puntualmente.
L'idea di un mondo multipolare retto dalle interazioni esiste anche oggi, ma la guerra resta una minaccia accentuata dal rifiuto dell’Occidente di ascoltare -o di comprendere- ciò che dicono gli Stati sovrani fondati su una civiltà. Questa incapacità di ascoltare con impegno empatico è alla radice delle valutazioni dei servizi segreti occidentali sulla Repubblica Islamica dell'Iran e sulla Federazione Russa, tragicamente errate. La stessa incapacità è alla base della rappresentazione della Cina come im qualcosa di talmente "altro" da renderla un enigma agli occhi occidentali.
In After Virtue, un importante saggio pubblicato nel 1981, Alasdair MacIntyre sosteneva che il progetto illuminista avesse disconnesso l'uomo da quanto lo radicava alla tradizione ma che non fosse riuscito a produrre una morale vincolante basata esclusivamente sulla Ragione. Di conseguenza, molti di coloro che vivono in Occidente vivono in un mondo di "caos morale e di frammentazione, in cui forze caotiche e disintegratrici hanno quasi completamente cancellato dal panorama culturale europeo la ricerca di una morale solida".
È importante capire che il "caos morale" e la "frammentazione" di cui parla MacIntyre vengono deliberatamente alimentati per indebolire la presa delle radici nazionali, comunitarie e religiose, proprio al fine di colpire e indebolire la coesione nazionale e la sovranità della civiltà.
MacIntyre è convinto che solo la tradizione culturale -che dispone di una narrazione centrata sulla morale- fornisca un contesto in grado di contemplare concetti come il Bene, la Giustizia, il Telos.
In assenza di tradizioni, il dibattito morale non ha basi e diventa un teatro di illusioni in cui la semplice indignazione e la mera protesta si prendono il centro della scena.
Fin dall'inizio si tracciano i limiti: i partecipanti si affrettano a schierarsi. Ma così prendendo posizione sembrano rendersi incapaci di ascoltare l'Altro... Tutti sentono il calore, ma nessuno vede la luce.
Oggi, pensa MacIntyre, non è rimasta altro che una serie di semplici frammenti di una tradizione più antica che egli rintraccia nella "Società Eroica". Si tratta di frammenti troppo isolati perché il nostro discorso morale, anche se ricorre a termini come Bene, Giustizia e Dovere, è stato privato del contesto che lo renderebbe comprensibile. In altre parole MacIntyre pone la virtù del mondo eroico e omerico al di là della portata dell'Occidente.
I limiti sono tracciati. La corsa a schierarsi è cominciata. Le forze "caotiche" e disintegratrici di oggi hanno quasi completamente cancellato la riflessione morale dalla cultura europea. La caratteristica più sorprendente dei dibattiti morali è la loro tendenza a non giungere mai a una conclusione netta.
Quando tutti i giudizi morali sono privati del loro contesto diventano poco più che espressioni di preferenza, di un atteggiamento o di un sentire; in altre parole diventano espressioni emotive. Il dibattito perde equilibrio e si trasforma in un teatro di narrazioni in cui l'indignazione e la polarizzazione delle posizioni occupano il centro della scena.
Il problema è che schierandosi in modo tanto emotivo e tanto di parte, gli attori diventano incapaci di ascoltare l’Altro. Gli "Altri" quindi, che si tratti della Russia, dell'Iran o della Cina, secondo il funzionamento di questo modo di intendere le cose diventano semplicemente invisibili perché hanno un modo diverso di orientare l'attenzione verso il mondo.
Così, possiamo essere (e siamo) portati verso una guerra da messaggi narrativi fatti apposta per costringere gli esseri umani a ripartire il mondo in un determinato modo, senza che che se ne rendano nemmeno conto. Veniamo indirizzati verso un "mondo unico" retto dall'Illuminismo, in cui ogni alterità –sia essa russa, iraniana o cinese– diventa invisibile alle norme e alle modalità con cui ci accostiamo al reale.
In questa guerra si capovolge il mondo. La maggior parte delle persone non stanno ripartendo attivamente il mondo che le circonda e sembrano essersi accontentate del fatto che qualcun altro provveda al posto loro. Davanti ai nostri stessi occhi si impasta e si stende una qualsiasi narrativa. La macchina funziona in questo modo: la maggior parte delle persone in Occidente crede di avere una solida presa sulla realtà, fatti, prove e conclusioni. In realtà ci troviamo di fronte a una struttura che capovolge intenzionalmente questa presunta comprensione del reale. All'interno della macchina la ripartizione del mondo avviene al contrario: prima si ricevono i messaggi, poi si rimescolano e si stendono le raffigurazioni del reale proprio come se fossero un impasto, finché non si adattano al disegno prestabilito. Se necessario, alla macchina mediatica si inverte il senso di marcia e il pastone del reale ne esce con caratteristiche opposte.
Come possono quindi le civiltà sovrane sfuggire alla trappola di MacIntyre? Possono forse riunire i frammenti di intuizioni e conoscenze più antiche per costruire un contesto tale da rendere nuovamente intelligibile il discorso morale?
Uscire dallo spazio pomposo del pensiero meccanicistico e della narrativa manipolata non è né facile né semplice. Tutt'altro. E va tenuto presente cosa serve per provarci. Occorre cambiare la nostra consapevolezza e il nostro modo di guardare al mondo.
Il modo in cui orientiamo la nostra coscienza verso il reale, ci dice il neurologo Iain McGilchrist, è di cruciale importanza perché il modo in cui lo facciamo determina e modifica quello che vi troveremo e quello che ne comprenderemo. E man mano che definiamo gli spazi del mondo che ci circonda in modo diverso, ne avremo una pecezione ampliata che farà venire alla luce spazi rimasti fino a quel momento insondati.
Un ritorno a modi di pensare più antichi come quello del "tutto in una volta, tutto insieme" (il pensiero attraverso l'immagine) e ad altre fonti di cognizione può aprire una via di mediazione tra l'apparente contrapposizione tra soggettivo e oggettivo che la razionalità meccanicistica lascia spesso a irrigidirsi finché non diventa un ostacolo insormontabile. Anche l’approccio apofatico può smussare gli spigoli del pensiero concettuale introducendo una intermedietà in grado di ritagliarsi uno spazio in mezzo ad argomentazioni spigolose e taglienti. Questi modi di pensare possiedono una logica propria che è altra cosa rispetto alle rigidità dell'Illuminismo.
Questa è la lezione che l'Iran e la sua riscoperta del pensiero antico stanno offrendo al mondo oggi.
Albert Einstein una volta osservò che "la mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un servo fedele. Abbiamo creato una società che onora il servo, ma ha dimenticato il dono".


14 settembre 2026

Sul libro "Sionismo e Nazismo, due facce della stessa medaglia" di Francesco Lazzeri, pubblicato da Sensibili alle Foglie


Francesco Lazzeri - Sionismo e Nazismo, due facce della stessa medaglia

Sensibili alle Foglie è una cooperativa editoriale fondata nel 1990.
Ha un catalogo di cinquecento titoli e fattura meno di centomila euro l'anno.
Nel 2025 ha pubblicato un saggio di Francesco Lazzeri intitolato Sionismo e Nazismo, facce della stessa medaglia.
Uno scritto che ha terremotato le classifiche di vendita, fatto impennare il fatturato, stravolto la vita del signor Lazzeri trovatosi a non sapere come affrontare l'improvvisa notorietà e il fiume di inviti arrivatogli da ogni dove, e causato un'ondata di panico entusiastico anche negli ambienti più defilati della storiografia contemporanea.
Beh, non proprio.
Pare che una associazione di avvocati e giuristi ebrei -per tramite di una ditta specializzata in reputazione sul web che stando ai dati disponibili potrebbe tranquillamente comprarsi la cooperativa con tutti i lavoratori dentro- non abbia apprezzato lo stesso.
Comunicato di Sensibili alle Foglie sulla richiesta di rimozione, su questa libreria, della pagina online del libro Sionismo e Nazismo facce della stess medaglia, di Franco Lazzeri

Per dovere civico Sensibili alle foglie segnala la richiesta, pervenutaci tramite il provider che ospita la nostra libreria online, di rimuovere la pagina [qui su Archive] dedicata al libro Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia, di Francesco Lazzeri, da noi edito nel 2025. La richiesta è stata inviata al provider dall'Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTD Srl con la motivazione che "il contenuto è segnalato come incitamento o approvazione della violenza; incitamento all'odio e contenuti discriminatori su basi etniche o religiose, con particolare riferimento alle narrazioni antisemite; negazione o grossolana banalizzazione della Shoah; disinformazione che contribuisce alla diffusione dell'odio o alla giustificazione della violenza". Si tratta con tutta evidenza di una richiesta intimidatoria, intentata strumentalmente da soggetti provocatori, con lo scopo ultimo, probabilmente, di ottenere una causa civile attraverso la quale chiedere aleatori "indennizzi" in denaro. Come editori siamo impegnati da trentasei anni a combattere l'odio e la discriminazione su basi etniche o religiose, e in questo quadro, il libro "Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia" documenta come gli ebrei siano stati, nel corso della storia, vittime del sionismo oltre che del nazismo (e in generale dei Paesi europei). In un tempo storico in cui la propaganda israeliana viene quotidianamente alimentata per impedire legittime critiche all'operato dello Stato di Israele, e a ridosso della discussione, nel parlamento italiano, del ddl che mira a equiparare l'antisionismo all'antisemitismo, non ci stupisce che venga presa di mira la pagina online del libro di Francesco Lazzeri, con il quale vi invitiamo a organizzare incontri in presenza per parlare della sua preziosa ricerca storica. Tenuto conto che a) in questo momento storico chi esercita fisicamente violenza e odio al di fuori di qualsiasi diritto internazionale è sotto gli occhi di tutti nella cronaca di ogni giorno; b) la discriminazione su base etnica o religiosa in questo momento è in atto fisicamente contro i palestinesi e gli islamici, peraltro anch'essi provenienti da popolazioni di lingua semitica; c) le radici dell'attuale regime di apartheid, di pulizia etnica e di pratiche genocidarie messe in atto da Israele risalgono all'ideologia sionista; d) non si può considerare disinformato un lavoro che presenta 58 pagine di fonti documentarie e di bibliografia di testi riconosciuti in tutto il mondo come testi di qualità chiediamo a tutti di non dimenticare la Palestina e le indicibili violenze di cui sono ogni giorno bersaglio i palestinesi di ogni età e genere, affermando con forza in ogni sede il loro diritto alla resistenza e all'autodeterminazione.
In questa sede ci siamo comportati secondo quanto già fatto in casi analoghi.
Abbiamo immediatamente acquistato una copia del libro e ne promettiamo ai lettori una meditata e oggettiva recensione. L'obiettivo è sempre lo stesso: fare quanto in nostro potere perché gli esiti di certe iniziative siano il più possibile opposti a quelli desiderati.
Ci siamo comportati allo stesso modo e per analoghi motivi con tutti i libri di Barbara Balzerani, con quello di Pasquale Abatangelo e con vari altri volumi mal accolti da certi ben vestiti con l'aperitivo facile abituati a trattare chiunque considerino meno ricco di loro come uno sguattero poco diligente.

07 settembre 2026

Autistici/Inventati annuncia la chiusura

 

Non piacere agli yankee significa rischiare una versione contemporanea della interditio aqua et igni, ampliabile a mero arbitrio alla rappresaglia priva di veri limiti.
Ovviamente, nel silenzio assoluto del sedicente "sovranismo".
Il che va benissimo: chi, come chi scrive, diffida del democratismo "occidentale" e ne disprezza scopertamente i propagandisti non potrebbe trovare migliore conferma alle proprie tesi.
Nessuno dubita della sincerità con cui l'Occidente difende la libertà di parola: la condizione imprescindibile è che la si eserciti a Tehran.



A/I chiude - Restare Umani
Sep 6, 2026

Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese finché avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto partigiana.
Per noi restare umani non è un semplice slogan.
Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate.
Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte.
A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i servizi a breve termine.
Non c’è un modo facile per dirlo o per spiegarlo.
Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi.
Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati.
Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”.
Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani.
A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere.

Collettivo Autistici/Inventati


Questo scritto è pubblicato anche su Poliverso.org e su IoNonStoConOriana.com.

28 agosto 2026

Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati: ora nel mirino c’è l’infrastruttura del dissenso



Premessa. Antiamericanismo e antisionismo sono disposizioni stabili della personalità con cui in questa sede viene solitamente categorizzato ogni aspetto del reale. Si tratta di un atteggiamento che presenta molti vantaggi, primo tra tutti quello di non annoiare con lunghe spiegazioni.
Lo stato che occupa la penisola italiana viene citato nel testo originale; come nostro uso ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.


Washington inserisce il collettivo italiano nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.
Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.
Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.
Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.
Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici. Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.
Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.
È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana. La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.
Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?
La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.
È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.
Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.
Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti. Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’antiterrorismo.
Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e sicuritaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.
È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di terrorismo; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.
È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.
Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.
Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.
È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.
Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.
Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».
Ed è precisamente questo il punto.
La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.
Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’antiterrorismo che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.
Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.


Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.
Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivisti, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.
Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.
L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità.

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”


Questo scritto viene riportato su iononstoconoriana.com, iononstoconorianablog.com e poliverso.org