30 settembre 2026

Alastair Crooke - In guerra con la Russia. I presupposti errati alla base di un'isteria collettiva

 Alastair Crooke - Settembre 2026


Traduzione da Strategic Culture, 28 settembre 2026.

Negli ultimi giorni abbiamo visto la classe politica europea alzare al massimo i toni, con dichiarazioni chiaramente concordate e condivise: "La guerra con la Russia è alle porte; la Russia intende attaccare la NATO; dobbiamo prepararci; facciamo scorta di acqua in bottiglia, cibo in scatola e prepariamoci a offrire i nostri figli alla leva" – "Molti moriranno; ma è loro dovere difendere il loro Paese".
Quante assurdità. Per ribadire il concetto i leader europei, compresi l'Alto Rappresentante dell’Unione Europea Kallas e il Cancelliere tedesco Merz, si sono recentemente presentati in mimetica per sottolineare di essere "pronti alla difesa", durante il Vertice europeo sull’Artico del 14 settembre. Qui c'è una foto di quei politici in divisa.
Hanno un'aria assurda. Ma questo non fa perdere d'importanza a una questione: di quale isteria sono caduti vittime i tecnocrati europei?
A prima vista la convinzione unanimemente espressa per cui la Russia starebbe per attaccare l'Europa e che la guerra sarebbe imminente non ha alcun senso. L'Europa non dispone né degli uomini, né delle munizioni, né delle risorse finanziarie, né della capacità industriale per muovere guerra a quella che oggi può essere considerata una delle principali grandi potenze militari, oltre a essere lo Stato che possiede il più vasto arsenale di armi nucleari.
ZeroHedge osserva che
Tra i più accesi sostenitori di questa narrativa infondata [su un presunto attacco russo] figurano i leader degli Stati baltici. Ad esempio, questa settimana il presidente lettone Edgars Rinkevics è arrivato al punto di affermare che gli "attacchi" russi contro l’UE e la NATO sarebbero già iniziati. I Paesi baltici stanno persino emanando piani per preparare la popolazione all'emergenza, facendo l'ipotesi di uno scenario stile Alba Rossa.
"Non stiamo parlando di una guerra convenzionale. Stiamo parlando di ogni genere di provocazioni, di sabotaggi e di saggi delle difese; sicuramente si tratta di qualcosa che sta già accadendo mentre parliamo", ha affermato il leader lettone.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha affermato questa settimana che la Russia potrebbe sferrare attacchi episodici fingendo che si tratti di "incidenti", al fine di "paralizzare o almeno indebolire la motivazione dei paesi della NATO", come riportato dall’Associated Press. "Esiste il rischio concreto che droni o altri tipi di ordigni entrino nel territorio di uno o più paesi del fianco orientale e che abbiano persino effetti distruttivi", ha aggiunto Tusk, avvertendo che "Mosca potrebbe arrivare al punto di sferrare nei prossimi mesi un attacco aereo di qualche tipo sul territorio della NATO per dimostrare che l’impegno alla difesa comune previsto dall'articolo 5 dell'alleanza militare non è altro che qualche parola su un pezzo di carta".
Eppure, nonostante la massa di prove, i leader europei continuano a montarsi la testa per prepararsi psicologicamente a ricorrere all'articolo 5. Contro una grande potenza dotata di armi nucleari.
Sulla scia di questa campagna mediatica il ministro degli Esteri Sergej Lavrov è stato esplicito:
"Vorrei sottolineare che non abbiamo alcun interesse a iniziative del genere [attaccare l’Europa]. Se invece fosse l’Europa -che parla quotidianamente di prepararsi alla guerra contro la Russia- ad attaccare la Russia, sarebbe una guerra completamente diversa. E sarebbe molto breve".
Cosa si nasconde dietro questa apparente assurdità? Da un lato, è chiaro che le élite al potere a Bruxelles sanno che i loro errori strategici (il sostegno incondizionato all'Ucraina, il sacrificio del modello economico europeo sull'altare delle pressioni contro la Russia, il loro appoggio alla guerra contro l'Iran e la loro indifferenza verso le sofferenze in Medio Oriente) torneranno a perseguitarle.
Il loro allarmismo nei confronti della Russia sa più di disperazione che di riflessione ponderata o di quell'atteggiamento cauto che si dovrebbe avere riguardo ai rischi -molto reali- di fomentare in questo modo qualche guerra. Lo establishment è senz'altro consapevole del fatto che la crisi energetica derivante dalla guerra degli USA e dello stato sionista contro la Repubblica Islamica dell'Iran non è più "in arrivo", ma è già arrivata.
Il costo della vita si impenna, i posti di lavoro spariscono e si prospetta anche un crollo dei mercati, soprattutto di quel mercato obbligazionario in cui livello dei tassi d’interesse definisce il valore di tutte le altre attività di rischio. Di fronte a tutto questo, questi politici malsicuri potrebbero aver concluso che scatenare la paura sia l'unico modo per distogliere l'attenzione dai propri fallimenti e, forse, concedersi la speranza di una sopravvivenza elettorale.
Quella della sopravvivenza è una motivazione fondamentale, ma c'è anche la probabilità che la psiche delle élite si fondi su due proposizioni false, che tuttavia la classe politica considera plausibili.
La prima proposizione falsa è che la Russia abbia lanciato una guerra preventiva nel febbraio 2022 per impadronirsi di Kiev e di circa il sessanta per cento dell'Ucraina.
A spiegare come stessero le cose in realtà sono i fatti verificatisi in precedenza in Siria. La Russia è entrata ufficialmente nel conflitto civile siriano nel settembre 2015, in seguito a una richiesta del presidente Assad. L'intervento russo si è rivelato di portata limitata: un dispiegamento aereo molto ridotto (da ventotto a trentaquattro velivoli) e un numero minimo di forze speciali da combattimento. Il contributo russo comprendeva principalmente consiglieri militari, controllori aerei avanzati e polizia militare.
La presenza russa in Siria era volutamente simbolica: una dichiarazione di serietà di intenti, piuttosto che il desiderio di impegnarsi in una guerra sul terrreno. Infatti, l’obiettivo di Mosca era proprio quello di evitare di impegnarsi direttamente in scontri terrestri. Ciononostante i raid aerei russi –con il sostegno delle truppe di terra iraniane– hanno aiutato l'esercito siriano a respingere le forze jihadiste da Aleppo. Questo ha portato a una tregua mediata da Russia e Turchia alla fine del 2016 e al processo di pace di Astana avviato poco dopo.
L'approccio di Putin ad Aleppo ha fornito chiare indicazioni su quali sarebbero stati i criteri adottati all'inizio in Ucraina. La Russia ha schierato una forza stimata tra i quindici e i trentamila uomini fuori e nei dintorni di Kiev, durante il primo assalto all'inizio del 2022. La narrativa europea per cui questa formazione avrebbe avuto lo scopo di conquistare Kiev è ridicola: quarantamila soldati potrebbero riempire una piazza, ma come farebbero a conquistare una città da più di tre milioni di abitanti? È assurdo.
Ciononostante, commentatori europei e statunitensi -tra i quali Robert Pape- sostengono che siccome il tentativo di conquistare Kiev era fallito, dando per scontato che Putin si aspettasse che la sua dimostrazione simbolica di star facendo sul serio inducesse la NATO a fare marcia indietro, questo suggerirebbe -come Pape sostiene- che Putin sia caduto nella trappola della escalation. Pape crede che Putin cercasse una rapida vittoria nel 2022; il fallimento di questo obiettivo lo avrebbe impantanato in una escalation con prospettive di successo sempre più scarse e quindi Putin finirà per perdere. "È solo una questione di tempo".
Lungi dall’essere un fallimento, la dimostrazione di forza di Mosca in Siria, per quanto modesta, ha funzionato: Astana è stato il modello tratto dall'esperienza in Siria. Entro la fine di marzo 2022, il Processo di Istanbul aveva prodotto il Comunicato di Istanbul, un quadro di riferimento per una composizione della controversia con l'Ucraina. Questa iniziativa fallì per un motivo soltanto: fu Boris Johnson ad affossarla. La Russia fu costretta a riorganizzarsi, cosa che fece con successo, sebbene al prezzo di una lunga guerra di logoramento e della perdita inutile di centinaia di migliaia di vite ucraine.
A rimanere impantanata in una escalation è stata l'Europa, e ce l'ha portata Boris Johnson.
Sembra che gli europei se la cantino e se la suonino sul loro successo nella guerra contro la Russia innanzitutto per quello che considerano un fallito attacco a Kiev, e poi per la smodata fiducia che ripongono nelle sanzioni finanziarie. L'ex ministro delle Finanze francese Le Maire, in un momento di euforia, ha dichiarato una "guerra economica e finanziaria senza quartiere contro la Russia". Ha insistito sul fatto che le sanzioni avrebbero soffocato e fatto crollare l'economia russa. In realtà la Russia è passata dal 2007 a un modello economico nazionale fondato sull'autosufficienza, e continua a prosperare.
Allora, chi ha intrappolato chi? A capovolgere la situazione è proprio la fallace premessa immaginata dall'Occidente per cui la Russia sarebbe stata costretta a una escalation dopo il fallimento di un inesistente piano volto a conquistare Kiev.
L'Occidente ha compiuto un'analisi errata. Un'analisi errata che lo ha avvinto in una spirale di azioni che rischiano di portare inavvertitamente l'Europa a una guerra contro la Russia. Una guerra che nessun europeo vuole.

24 settembre 2026

Alastair Crooke - Un mondo capovolto. La filosofia di Alasdair MacIntyre

 Un mondo in bilico, 2026


Traduzione da
Strategic Culture, 21 settembre 2026.

Passi da una conferenza tenuta presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca il 7 settembre 2026.

Il futuro del pianeta viene spesso descritto come quello di un mondo multipolare o multinodale; il presupposto implicito è che i vari Stati andrebbero più d’accordo e risolverebbero le loro divergenze più facilmente con il confronto piuttosto che con la guerra.
Una simile convinzione era ampiamente diffusa negli anni precedenti il primo conflitto mondiale. Erano stati scritti libri che facevano pensare che una guerra non potesse verificarsi: il testo di riferimento su questo concetto, originariamente pubblicato nel 1910 con il titolo The Great Illusion, diventò un bestseller internazionale.
Il suo autore Norman Angell sosteneva che le nazioni dipendessero ormai moltissimo da un sistema commerciale globale altamente interconnesso e che quindi il costo economico di una guerra avrebbe superato di gran lunga qualsiasi potenziale guadagno. Affermava che un Paese vittorioso avrebbe subito una rovina economica pari a quella degli sconfitti e che questo avrebbe reso obsoleto il tradizionale concetto di conquista militare. L'interpretazione corrente della sua tesi fu che una guerra fosse quindi "impossibile".
Le sue idee si rivelarono errate. La Grande Guerra scoppiò puntualmente.
L'idea di un mondo multipolare retto dalle interazioni esiste anche oggi, ma la guerra resta una minaccia accentuata dal rifiuto dell’Occidente di ascoltare -o di comprendere- ciò che dicono gli Stati sovrani fondati su una civiltà. Questa incapacità di ascoltare con impegno empatico è alla radice delle valutazioni dei servizi segreti occidentali sulla Repubblica Islamica dell'Iran e sulla Federazione Russa, tragicamente errate. La stessa incapacità è alla base della rappresentazione della Cina come im qualcosa di talmente "altro" da renderla un enigma agli occhi occidentali.
In After Virtue, un importante saggio pubblicato nel 1981, Alasdair MacIntyre sosteneva che il progetto illuminista avesse disconnesso l'uomo da quanto lo radicava alla tradizione ma che non fosse riuscito a produrre una morale vincolante basata esclusivamente sulla Ragione. Di conseguenza, molti di coloro che vivono in Occidente vivono in un mondo di "caos morale e di frammentazione, in cui forze caotiche e disintegratrici hanno quasi completamente cancellato dal panorama culturale europeo la ricerca di una morale solida".
È importante capire che il "caos morale" e la "frammentazione" di cui parla MacIntyre vengono deliberatamente alimentati per indebolire la presa delle radici nazionali, comunitarie e religiose, proprio al fine di colpire e indebolire la coesione nazionale e la sovranità della civiltà.
MacIntyre è convinto che solo la tradizione culturale -che dispone di una narrazione centrata sulla morale- fornisca un contesto in grado di contemplare concetti come il Bene, la Giustizia, il Telos.
In assenza di tradizioni, il dibattito morale non ha basi e diventa un teatro di illusioni in cui la semplice indignazione e la mera protesta si prendono il centro della scena.
Fin dall'inizio si tracciano i limiti: i partecipanti si affrettano a schierarsi. Ma così prendendo posizione sembrano rendersi incapaci di ascoltare l'Altro... Tutti sentono il calore, ma nessuno vede la luce.
Oggi, pensa MacIntyre, non è rimasta altro che una serie di semplici frammenti di una tradizione più antica che egli rintraccia nella "Società Eroica". Si tratta di frammenti troppo isolati perché il nostro discorso morale, anche se ricorre a termini come Bene, Giustizia e Dovere, è stato privato del contesto che lo renderebbe comprensibile. In altre parole MacIntyre pone la virtù del mondo eroico e omerico al di là della portata dell'Occidente.
I limiti sono tracciati. La corsa a schierarsi è cominciata. Le forze "caotiche" e disintegratrici di oggi hanno quasi completamente cancellato la riflessione morale dalla cultura europea. La caratteristica più sorprendente dei dibattiti morali è la loro tendenza a non giungere mai a una conclusione netta.
Quando tutti i giudizi morali sono privati del loro contesto diventano poco più che espressioni di preferenza, di un atteggiamento o di un sentire; in altre parole diventano espressioni emotive. Il dibattito perde equilibrio e si trasforma in un teatro di narrazioni in cui l'indignazione e la polarizzazione delle posizioni occupano il centro della scena.
Il problema è che schierandosi in modo tanto emotivo e tanto di parte, gli attori diventano incapaci di ascoltare l’Altro. Gli "Altri" quindi, che si tratti della Russia, dell'Iran o della Cina, secondo il funzionamento di questo modo di intendere le cose diventano semplicemente invisibili perché hanno un modo diverso di orientare l'attenzione verso il mondo.
Così, possiamo essere (e siamo) portati verso una guerra da messaggi narrativi fatti apposta per costringere gli esseri umani a ripartire il mondo in un determinato modo, senza che che se ne rendano nemmeno conto. Veniamo indirizzati verso un "mondo unico" retto dall'Illuminismo, in cui ogni alterità –sia essa russa, iraniana o cinese– diventa invisibile alle norme e alle modalità con cui ci accostiamo al reale.
In questa guerra si capovolge il mondo. La maggior parte delle persone non stanno ripartendo attivamente il mondo che le circonda e sembrano essersi accontentate del fatto che qualcun altro provveda al posto loro. Davanti ai nostri stessi occhi si impasta e si stende una qualsiasi narrativa. La macchina funziona in questo modo: la maggior parte delle persone in Occidente crede di avere una solida presa sulla realtà, fatti, prove e conclusioni. In realtà ci troviamo di fronte a una struttura che capovolge intenzionalmente questa presunta comprensione del reale. All'interno della macchina la ripartizione del mondo avviene al contrario: prima si ricevono i messaggi, poi si rimescolano e si stendono le raffigurazioni del reale proprio come se fossero un impasto, finché non si adattano al disegno prestabilito. Se necessario, alla macchina mediatica si inverte il senso di marcia e il pastone del reale ne esce con caratteristiche opposte.
Come possono quindi le civiltà sovrane sfuggire alla trappola di MacIntyre? Possono forse riunire i frammenti di intuizioni e conoscenze più antiche per costruire un contesto tale da rendere nuovamente intelligibile il discorso morale?
Uscire dallo spazio pomposo del pensiero meccanicistico e della narrativa manipolata non è né facile né semplice. Tutt'altro. E va tenuto presente cosa serve per provarci. Occorre cambiare la nostra consapevolezza e il nostro modo di guardare al mondo.
Il modo in cui orientiamo la nostra coscienza verso il reale, ci dice il neurologo Iain McGilchrist, è di cruciale importanza perché il modo in cui lo facciamo determina e modifica quello che vi troveremo e quello che ne comprenderemo. E man mano che definiamo gli spazi del mondo che ci circonda in modo diverso, ne avremo una pecezione ampliata che farà venire alla luce spazi rimasti fino a quel momento insondati.
Un ritorno a modi di pensare più antichi come quello del "tutto in una volta, tutto insieme" (il pensiero attraverso l'immagine) e ad altre fonti di cognizione può aprire una via di mediazione tra l'apparente contrapposizione tra soggettivo e oggettivo che la razionalità meccanicistica lascia spesso a irrigidirsi finché non diventa un ostacolo insormontabile. Anche l’approccio apofatico può smussare gli spigoli del pensiero concettuale introducendo una intermedietà in grado di ritagliarsi uno spazio in mezzo ad argomentazioni spigolose e taglienti. Questi modi di pensare possiedono una logica propria che è altra cosa rispetto alle rigidità dell'Illuminismo.
Questa è la lezione che l'Iran e la sua riscoperta del pensiero antico stanno offrendo al mondo oggi.
Albert Einstein una volta osservò che "la mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un servo fedele. Abbiamo creato una società che onora il servo, ma ha dimenticato il dono".


14 settembre 2026

Sul libro "Sionismo e Nazismo, due facce della stessa medaglia" di Francesco Lazzeri, pubblicato da Sensibili alle Foglie


Francesco Lazzeri - Sionismo e Nazismo, due facce della stessa medaglia

Sensibili alle Foglie è una cooperativa editoriale fondata nel 1990.
Ha un catalogo di cinquecento titoli e fattura meno di centomila euro l'anno.
Nel 2025 ha pubblicato un saggio di Francesco Lazzeri intitolato Sionismo e Nazismo, facce della stessa medaglia.
Uno scritto che ha terremotato le classifiche di vendita, fatto impennare il fatturato, stravolto la vita del signor Lazzeri trovatosi a non sapere come affrontare l'improvvisa notorietà e il fiume di inviti arrivatogli da ogni dove, e causato un'ondata di panico entusiastico anche negli ambienti più defilati della storiografia contemporanea.
Beh, non proprio.
Pare che una associazione di avvocati e giuristi ebrei -per tramite di una ditta specializzata in reputazione sul web che stando ai dati disponibili potrebbe tranquillamente comprarsi la cooperativa con tutti i lavoratori dentro- non abbia apprezzato lo stesso.
Comunicato di Sensibili alle Foglie sulla richiesta di rimozione, su questa libreria, della pagina online del libro Sionismo e Nazismo facce della stess medaglia, di Franco Lazzeri

Per dovere civico Sensibili alle foglie segnala la richiesta, pervenutaci tramite il provider che ospita la nostra libreria online, di rimuovere la pagina [qui su Archive] dedicata al libro Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia, di Francesco Lazzeri, da noi edito nel 2025. La richiesta è stata inviata al provider dall'Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTD Srl con la motivazione che "il contenuto è segnalato come incitamento o approvazione della violenza; incitamento all'odio e contenuti discriminatori su basi etniche o religiose, con particolare riferimento alle narrazioni antisemite; negazione o grossolana banalizzazione della Shoah; disinformazione che contribuisce alla diffusione dell'odio o alla giustificazione della violenza". Si tratta con tutta evidenza di una richiesta intimidatoria, intentata strumentalmente da soggetti provocatori, con lo scopo ultimo, probabilmente, di ottenere una causa civile attraverso la quale chiedere aleatori "indennizzi" in denaro. Come editori siamo impegnati da trentasei anni a combattere l'odio e la discriminazione su basi etniche o religiose, e in questo quadro, il libro "Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia" documenta come gli ebrei siano stati, nel corso della storia, vittime del sionismo oltre che del nazismo (e in generale dei Paesi europei). In un tempo storico in cui la propaganda israeliana viene quotidianamente alimentata per impedire legittime critiche all'operato dello Stato di Israele, e a ridosso della discussione, nel parlamento italiano, del ddl che mira a equiparare l'antisionismo all'antisemitismo, non ci stupisce che venga presa di mira la pagina online del libro di Francesco Lazzeri, con il quale vi invitiamo a organizzare incontri in presenza per parlare della sua preziosa ricerca storica. Tenuto conto che a) in questo momento storico chi esercita fisicamente violenza e odio al di fuori di qualsiasi diritto internazionale è sotto gli occhi di tutti nella cronaca di ogni giorno; b) la discriminazione su base etnica o religiosa in questo momento è in atto fisicamente contro i palestinesi e gli islamici, peraltro anch'essi provenienti da popolazioni di lingua semitica; c) le radici dell'attuale regime di apartheid, di pulizia etnica e di pratiche genocidarie messe in atto da Israele risalgono all'ideologia sionista; d) non si può considerare disinformato un lavoro che presenta 58 pagine di fonti documentarie e di bibliografia di testi riconosciuti in tutto il mondo come testi di qualità chiediamo a tutti di non dimenticare la Palestina e le indicibili violenze di cui sono ogni giorno bersaglio i palestinesi di ogni età e genere, affermando con forza in ogni sede il loro diritto alla resistenza e all'autodeterminazione.
In questa sede ci siamo comportati secondo quanto già fatto in casi analoghi.
Abbiamo immediatamente acquistato una copia del libro e ne promettiamo ai lettori una meditata e oggettiva recensione. L'obiettivo è sempre lo stesso: fare quanto in nostro potere perché gli esiti di certe iniziative siano il più possibile opposti a quelli desiderati.
Ci siamo comportati allo stesso modo e per analoghi motivi con tutti i libri di Barbara Balzerani, con quello di Pasquale Abatangelo e con vari altri volumi mal accolti da certi ben vestiti con l'aperitivo facile abituati a trattare chiunque considerino meno ricco di loro come uno sguattero poco diligente.

07 settembre 2026

Autistici/Inventati annuncia la chiusura

 

Non piacere agli yankee significa rischiare una versione contemporanea della interditio aqua et igni, ampliabile a mero arbitrio alla rappresaglia priva di veri limiti.
Ovviamente, nel silenzio assoluto del sedicente "sovranismo".
Il che va benissimo: chi, come chi scrive, diffida del democratismo "occidentale" e ne disprezza scopertamente i propagandisti non potrebbe trovare migliore conferma alle proprie tesi.
Nessuno dubita della sincerità con cui l'Occidente difende la libertà di parola: la condizione imprescindibile è che la si eserciti a Tehran.



A/I chiude - Restare Umani
Sep 6, 2026

Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese finché avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto partigiana.
Per noi restare umani non è un semplice slogan.
Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate.
Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte.
A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i servizi a breve termine.
Non c’è un modo facile per dirlo o per spiegarlo.
Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi.
Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati.
Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”.
Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani.
A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere.

Collettivo Autistici/Inventati


Questo scritto è pubblicato anche su Poliverso.org e su IoNonStoConOriana.com.

28 agosto 2026

Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati: ora nel mirino c’è l’infrastruttura del dissenso



Premessa. Antiamericanismo e antisionismo sono disposizioni stabili della personalità con cui in questa sede viene solitamente categorizzato ogni aspetto del reale. Si tratta di un atteggiamento che presenta molti vantaggi, primo tra tutti quello di non annoiare con lunghe spiegazioni.
Lo stato che occupa la penisola italiana viene citato nel testo originale; come nostro uso ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.


Washington inserisce il collettivo italiano nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.
Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.
Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.
Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.
Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici. Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.
Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.
È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana. La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.
Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?
La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.
È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.
Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.
Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti. Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’antiterrorismo.
Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e sicuritaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.
È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di terrorismo; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.
È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.
Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.
Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.
È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.
Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.
Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».
Ed è precisamente questo il punto.
La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.
Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’antiterrorismo che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.
Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.


Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.
Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivisti, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.
Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.
L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità.

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”


Questo scritto viene riportato su iononstoconoriana.com, iononstoconorianablog.com e poliverso.org


26 agosto 2026

Alastair Crooke - Trump vuole alzare la posta per costringere l'Iran alla resa


Traduzione da Strategic Culture, 24 agosto 2026.

I sessanta giorni previsti dal protocollo d'intesa sono passati. Il quadro delle precondizioni dettate dall'Iran per l'eventuale avvio di un negoziato, tuttavia, è ancora lettera morta.
Invece del tanto decantato "accordo con l'Iran", il Presidente Trump si ritrova con un quadro che è quasi l'esatto contrario di quello cui voleva arrivare quando ha adottato il protocollo; certo, non è chiaro se intendesse davvero muoversi in quel quadro fino ad arrivare a una sorta di accordo concreto, o se tutta la faccenda non fosse altro che un espediente che Trump cercava di sfruttare come punto d'appoggio per esercitare il massimo della pressione egemonica statunitense sull'Iran, al fine di costringere la Repubblica Islamica ad aprire lo Stretto di Hormuz alle condizioni dettate dagli USA.
Non esistono colloqui. I negoziati sono a zero. Lo Stretto di Hormuz resta -come lo era all’inizio- al centro del conflitto ed è di fatto chiuso. Nel frattempo, la possibilità di una escalation è diventata molto più concreta -si potrebbe dire quasi inevitabile- poiché l'Iran ha manifestato l'intenzione di intensificare in modo proattivo le azioni ostili contro obiettivi infrastrutturali statunitensi e del Golfo, a meno che Trump non si attenga, nelle prossime tre o quattro settimane, alle ben note precondizioni stabilite dall'Iran.
Una di queste precondizioni non è più implicita, ma esplicita: gli iraniani hanno specificato che la questione palestinese deve rientrare nel quadro preliminare di un "cessate il fuoco per tutti o cessate il fuoco per nessuno". Ovviamente lo stato sionista non accetterà. Sta ricorrendo alla forza in misura sempre maggiore, in una vera e propria "spoliazione territoriale" contro i campi profughi e i villaggi palestinesi in Cisgiordania.
Chiaramente, è improbabile che Trump accetti le condizioni preliminari fissate dall'Iran. Nel loro insieme infatti esse richiedono senza mezzi termini lo smantellamento totale dell'infrastruttura militare statunitense che circonda l’Iran. Di fatto, il ritiro degli USA dall'Asia occidentale.
La cosa che Trump assolutamente non sopporta è di fare la figura del perdente.
Dal suo punto di vista è andata ancora peggio: la guerra contro l'Iran da lui voluta, invece di fare del Medio Oriente un mare di tranquillità e pace "dopo mille anni di conflitti", come egli stesso ha affermato, ha invece fatto da detonatore per le numerose tensioni latenti della regione facendole deflagrare. Il Medio Oriente oggi è una polveriera, altro che un esempio di convivenza pacifica. Persino gli alleati di un tempo si sono rivoltati contro di lui.
L'incendio più grave è quello nel teatro palestinese. Il Likud ha tenuto le primarie. E le elezioni generali nello stato sionista sono previste per il 27 ottobre. Ma è già chiaro che alcuni esponenti della destra politica stanno pianificando di incendiare la Cisgiordania per assicurarsi la vittoria alle urne o quantomeno per cancellare la possibilità che si possa formare un qualsiasi altro governo. I politici dello stato sionista hanno accennato a un'iniziativa provocatoria che avrebbe al centro la moschea di al Aqsa.
Il contesto palestinese ovviamente resta il detonatore in grado di incendiare la regione. Come sottolinea Ben Caspit:
Il piano dei fanatici… è quello di creare il caos, di scatenare una guerra biblica tra Gog e Magog, al termine della quale sarà possibile attuare il "piano decisionale" di Smotrich ed espellere i palestinesi… o -come dicono loro- costringerli ad andarsene… La fine di questo piano segnerà la fine di coloro che sognano di fare di Gaza una riviera, con folle di abitanti che la abbandonano in autobus per una "immigrazione volontaria"… Non succederà nulla di tutto questo. Ci ritroveremo invece con una carneficina su vasta scala e saremo in pericolo in un modo più serio, più concreto e minaccioso di qualsiasi cosa abbiamo affrontato fino a oggi…
Furibondo e frustrato, Trump ha convocato il 22 agosto una riunione dei suoi a Camp David per valutare le prossime mosse in vista della fine del periodo di sessanta giorni previsto dal protocollo d'intesa per favorire l'allentamento delle tensioni.
Secondo una notizia tanto categorica quanto attendibile riportata da Marjory Taylor Green, Trump avrebbe espresso ancora una volta i sensi della propria grande frustrazione per non aver raggiunto il suo obiettivo: quello di costringere la Repubblica Islamica dell'Iran alla resa e alla capitolazione.
L'Iran si è rivelato un osso duro per un Trump tanto perplesso quanto arrabbiato, che starebbe valutando altre strategie per costringerlo alla resa. Insomma, leggiamo che Marjorie Taylor Greene ha fatto trapelare indiscrezioni per cui Trump avrebbe nuovamente discusso la possibilità di utilizzare armi nucleari tattiche non strategiche contro l'Iran.
Non è la prima volta che Trump ventila questa possibilità. Secondo quanto riferito, avrebbe già sollevato la questione in due occasioni precedenti, la prima delle quali ad aprile a combattimenti in corso. L’interesse di Trump per l'argomento ha tuttavia radici più antiche. Secondo quanto riferito, era al centro della sua disputa con Rex Tillerson e con James Mattis.
All’epoca, Tillerson era Segretario di Stato e Mattis Segretario alla Difesa. Durante il suo primo mandato, Trump andava sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto poter utilizzare le armi nucleari tattiche con maggiore libertà. "Perché no?", chiedeva. Perché noi [gli Stati Uniti] dovremmo trattenerci o impedirci dal ricorrervi, si chiedeva Trump. E la risposta che riceveva sempre, da Tillerson e Mattis, era che le armi nucleari servivano solo a fini di deterrenza strategica. Non dovevano essere impiegate a casaccio, come alternativa ad altri tipi di armamento.
A quanto pare a Trump questa risposta non piaceva. Ecco, adesso siamo tornati alla stessa discussione, perché non solo Trump ha sollevato nuovamente la questione durante la riunione della scorsa settimana e questa dunque è probabilmente la terza volta che tira fuori la questione nel contesto della guerra con l'Iran, ma il tema si sta affacciando anche in un contesto inedito.
Elbridge Colby, sottosegretario al Pentagono responsabile della politica di difesa che ha svolto un ruolo significativo nella stesura della dichiarazione sulla sicurezza nazionale, sembra sostenere che le armi nucleari tattiche debbano essere riclassificate come "armi tattiche" vere e proprie e non limitate al mero ruolo di deterrenza strategica. Colby sostiene che se gli USA andassero incontro a un fallimento nel campo militare convenzionale -per esempio in Iran- questo potrebbe giustificare il ricorso al nucleare tattico come compensazione per la perdita della deterrenza convenzionale.
La questione è ancora in attesa di una soluzione definitiva.
Ed è proprio in questo contesto che Netanyahu ha mentito, parlando di una imminente minaccia nucleare da parte della Repubblica Islamica dell'Iran su cui non esistono prove, così come non ci sono prove concrete del fatto che l'Iran stia approntando un ordigno nucleare, come pretenderebbero invece i servizi militari dello stato sionista. Netanyahu non ha prodotto alcuna prova a sostegno di questa tesi durante le discussioni sull’attacco all’Iran del 28 febbraio; ne sono convinti all’unanimità i giornalisti investigativi dello stato sionista.
L'Aman, il servizio di intelligence militare dello stato sionista, ha fornito all'esecutivo un parere di totale disconferma. Sono state condotte numerose indagini da parte di giornalisti di altissimo livello, i quali concordano tutti sul fatto che l’intelligence militare non avesse presentato alcuna prova del fatto che l'Iran si stesse muovendo verso la realizzazione di un'arma, né informazioni che indicassero la sua intenzione di farlo, né dati che suggerissero che sul campo stesse accadendo qualcosa che potesse far supporre l'avvio di un programma di armamento.
In breve, non c'è nulla che giustifichi un attacco nucleare tattico preventivo da parte degli Stati Uniti "per impedire all’Iran di dotarsi di una bomba". Asserire il contrario significherebbe mentire, proprio come ai tempi della guerra in Iraq.
Il contesto in cui vanno inquadrate le discussioni sulla possibilità che gli Stati Uniti sgancino un ordigno nucleare sull'Iran è questo. La possibilità rimane, ma vi sono diverse voci nell'entourage di Trump che vi si oppongono con fermezza, ritenendo che il suo utilizzo costituirebbe un grave crimine di guerra.
Per il momento dunque Trump ha deciso di trascinare l'Iran alla sconfitta in campo economico. Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Bessent insiste sul fatto che la situazione economica dell'Iran sia catastrofica e che -secondo sua parafrasi- imporrà all'Iran "la madre e il padre" di tutte le sanzioni.
Quanto è praticabile questa strategia? L'Iran ha davvero l'acqua alla gola come suggerisce Bessent, oppure no? Se si considerasse la Borsa di Tehran come un indicatore affidabile dell’andamento dell’economia iraniana, si noterebbe che da maggio ha registrato un incremento del 58,7%. È vero, in Iran l'inflazione è alta. Ma il tasso di crescita dell'inflazione è passato dal 7,2% di giugno al 3,2% di oggi. Il deprezzamento del rial iraniano continua, ma molto più lentamente.
All’inizio del conflitto l'Iran aveva per mare centoquaranta milioni di barili di petrolio destinati all’esportazione, che gli hanno fruttato risorse pari a circa un miliardo di dollari. Tra il 23 febbraio e il 13 aprile, Bessent ha temporaneamente revocato le sanzioni sul petrolio. Durante quei sessantasei giorni, l'Iran ha venduto altri ottanta milioni di barili.
Quindi sì, i volumi delle esportazioni petrolifere dell'Iran sono in calo, ma il loro prezzo di vendita è più alto.
Questo non significa che la situazione economica in Iran sia rosea. Significa che ad oggi non ci sono prove della situazione disperata di cui parla Bessent, e che neppure si registrano disordini dovuti alla situazione economica.
Gli Stati Uniti possono tentare di bloccare i corridoi marittimi, ma quelli terrestri che vanno dall'Iran al Pakistan e dal Mar Caspio fino alla Russia funzionano ancora.
L'economia iraniana, forse, potrebbe essere più resiliente di quanto supponga Bessent. Quale sarebbe allora il suo piano? Non si sa. Ma gli obiettivi più ovvi sarebbero l'imposizione di sanzioni alle raffinerie cinesi di piccole dimensioni che tradizionalmente acquistano grandi quantità di petrolio iraniano. E forse anche l'imposizione di sanzioni alle banche cinesi che finanziano tale commercio. Questa sembra essere una possibile prima opzione. La seconda opzione potrebbe essere quella di espropriare le criptovalute e gli asset digitali dell'Iran, ove possibile. E chiedere agli alleati di sequestrare tutti gli asset iraniani presenti nelle loro giurisdizioni.
Nel loro insieme sembrerebbero misure molto impressionanti e minacciose. Ma le circostanze di oggi sono molto diverse da quelle del 2015, quando per la prima volta entrò in vigore l'accordo sul nucleare iraniano. Nel 2015 l'accordo era integrato in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, pertanto le sue disposizioni erano vincolanti per la Russia e per la Cina.
Russia e Cina hanno si sono in larga misura attenute alle sanzioni previste dall'accordo, fino a quando non è venuto a cadere inseguito al ritiro di Trump nel 2018. Adesso le circostanze sono molto diverse. Russia e Cina non sono più così favorevoli alle sanzioni contro l'Iran. Al contrario, si sono trasformate in cobelligeranti dell'Iran in questa guerra: cobelligeranti perché forniscono servizi di informazione, mettono a disposizione i mezzi tecnici con cui passare informazioni in tempo reale alle postazioni missilistiche e alle installazioni di base in Iran, e forniscono anche altri tipi di appoggio, forse agevolando il ricorso a sistemi di pagamento che aggirano il dollaro.
Bessent potrebbe avere in mente di prendere di mira gli acquirenti di petrolio iraniano in Cina, e anche le banche cinesi. Ma questo porterebbe gli Stati Uniti in diretto contrasto con entrambi i paesi. L'ultima volta che gli Stati Uniti hanno applicato sanzioni alle teapots, le piccole raffinerie cinesi, la Cina ha promulgato una legge che rende illegale per le entità cinesi, sia nazionali che estere, ottemperare alle sanzioni degli USA.
Farebbe di nuovo lo stesso? Senz'altro, con ogni probabilità. Il mondo non è quello del 2015: il dollaro statunitense sarà ancora il mezzo di scambio più utilizzato per le transazioni commerciali, ma non è più la principale riserva mondiale. Adesso la principale riserva mondiale è l'oro.
E oggi, le ragioni per cui storicamente il dollaro è diventato la valuta dominante stanno venendo meno. Proprio come è successo alla sterlina, che ha perso in modo inaspettatamente rapido la posizione privilegiata che aveva ricoperto.
Il vantaggio di avere titoli del Tesoro statunitense come riserva per i tempi difficili viene chiaramente a mancare, se Bessent ne vieta la vendita nel disperato tentativo di preservare il valore del dollaro sul mercato dei cambi lasciando i detentori in difficoltà, come sta accadendo in questo momento. Naturalmente, le esigenze di rimborso del debito continueranno a fungere da domanda di dollari, ma in sostanza il fondamento della spropositata posizione globale del dollaro risiedeva nell'emissione di credito in dollari a basso costo.
Quel vantaggio non esiste più. Le obbligazioni cinesi a dieci anni sono oggi più convenienti del 3%. Non sorprende quindi che le banche europee stiano ora concedendo prestiti ai clienti tramite le obbligazioni Panda cinesi, in un mercato del debito in renminbi in continua espansione.
E se tutti i beni dell'Iran criptovalute comprese dovessero essere arbitrariamente sequestrati dagli Stati Uniti, quali beni potrebbero mai dirsi al sicuro? La fiducia nella valuta statunitense sta già venendo meno, mentre il valore di cambio del dollaro cala e la volatilità prende il sopravvento.
Le iniziative contro l'Iran di Bessent potrebbero rivelarsi controproducenti, sia perché indebolirebbero ulteriormente il dollaro, sia perché spingerebbero di fatto altri Paesi a rivolgersi alla Repubblica Popolare Cinese e all'autostrada finanziaria alternativa, garante di sicurezza e di stabilità, che essa ha messo in piedi senza clamore.
Oggi gli alleati dell'Iran, sia pure non nel contesto di un'alleanza militare a tutti gli effetti ma in quello di una serie di partenariati di vario grado, hanno indubbiamente aiutato l'Iran e probabilmente continueranno ad aiutarlo ad aggirare il sistema del dollaro statunitense, tenendo aperta la porta all'evoluzione del sistema globale. Non hanno alcun interesse a vedere l'Iran sconfitto.


21 agosto 2026

Alastair Crooke - L'atomica iraniana invocata da Netanyahu non esisteva, proprio come le armi chimiche irachene

 

Traduzione da Strategic Culture, 15 agosto 2026.

Il presidente Trump ha preso per oro colato il bellicoso entusiasmo del Segretario alla Guerra Hegseth ("La potenza militare degli Stati Uniti è impressionante"), solo per scoprire troppo tardi che gli Stati Uniti, in una guerra il cui esito dipende dalle difese aeree, sono a corto di intercettori. "I calcoli sulle forniture sono altrettanto severi. Ci vorranno quattro anni per ricostituire le scorte (non quattro mesi), perché i componenti includono materiali che si ottengono da terre rare su cui la Cina ha il controllo".
Pare che Hegseth ora sia finito in disgrazia, mentre sarebbe in ascesa la stella del Segretario al Tesoro Bessent.
A quanto sembra, Bessent non ha mai smesso di rassicurare Trump sul fatto che la carenza di petrolio innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz "è temporanea e gestibile" (e non lo è), sostenendo inoltre che anche l'inflazione legata al problema delle fonti energetiche si attenuerà una volta che le tensioni globali si saranno placate. Ci ha scommesso la testa. E Trump sembra credere possibile questo manipolare i prezzi degli idrocarburi e del mercato dei futures.
Tuttavia, i dati che circolano a Washington sulle navi che sarebbero passate attraverso il corridoio dell'Oman non corrispondono al vero. Brett Erickson, di Obsidian Risk Advisors, scrive:
Dopo aver parlato con diversi miei colleghi di cui mi fido ciecamente, non ho rintracciato alcuna prova a sostegno del fatto che ogni giorno otto milioni di barili transitino attraverso la rotta dell'Oman, né alcuna prova del fatto che ogni giorno escano dallo stretto nove milioni di barili. Zero. Non qualcosa per cui si può dire "forse" o "in potenza". Davvero nessuna prova. E, cosa ancora più schiacciante, [ci sono invece] dati che dimostrano esattamente il contrario.
Alla domanda "Il loro piano è semplicemente quello di tenere un profilo basso finché tutto non va a rotoli? E poi cosa succederà?", Erickson risponde:
Da quanto ho capito, in realtà sono convinti che alcuni di questi dati siano veritieri. Sono stupidi, non sono per forza in malafede... il che è peggio.
Trump si sarebbe risolto a cercare di costringere la Repubblica Islamica dell'Iran a capitolare assediandola economicamente, ma non è una strategia credibile.
Anche se una stretta ancora più severa riuscisse a peggiorare ulteriormente la situazione del popolo iraniano, è improbabile che le loro sofferenze portino a un esito finale vantaggioso, come ad esempio un rovesciamento dell'esecutivo in stile Delcy Rodriguez.
Contro lo stato sionista e contro gli USA, la Repubblica Islamica dell'Iran sta lottando per la propria esistenza. Se la leadership iraniana dovesse mai essere costretta a scegliere tra la capitolazione e l'escalationm sceglierebbe quasi certamente l'escalation. La decisione di intensificare il confronto militare –per mettere sotto pressione Trump– in effetti sembra essere già stata presa, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Mosen Rezaei, segretario di fresca nomina del Comitato Supremo per la Sicurezza Nazionale. L'Iran proseguirà con azioni militari proattive, anche se Trump decidesse di rinunciare all'intervento militare.
L'Iran inoltre non mostra alcun segno di collasso economico a causa del rinnovato blocco statunitense. All'inizio del conflitto l'Iran disponeva, secondo le stime, di una quantità di barili di petrolio compresa fra i centoventi e i centoquaranta milioni, stoccata in petroliere al largo delle coste. Me ha esportati altri ottanta milioni durante il breve periodo di validità del protocollo di intesa. Il rial infatti si è rafforzato per il tempo in cui il protocollo è rimasto valido; la domanda quindi è: cosa succederà se l'Iran non solo si rifiuterà di capitolare, ma diventerà ancora più intransigente nei confronti di Trump, che è proprio quello che sembra stia facendo?
Danny Citrinowicz, uno dei principali analisti militari nello stato sionista, nota che mantenere l'attuale situazione di stallo non è affatto privo di costi per gli Stati Uniti. Il transito da Hormuz rimane fortemente limitato; il Mar Rosso è chiuso alle esportazioni saudite; e le forze statunitensi sono costrette a sostenere una costosa presenza militare e un blocco navale. Inoltre, le scorte di munizioni statunitensi sono agli sgoccioli mentre Tehran dispone può ancora ricorrere a molti sistemi per ostacolare le forze statunitensi e minacciare il traffico marittimo regionale. Nel frattempo, le conseguenze economiche dell'interruzione dei flussi energetici di sicuro non ricadono soltanto sull'Iran. Come ha osservato questa settimana il Wall Street Journal,
I produttori di energia del Golfo Persico stanno giungendo alla conclusione che il controllo dell'Iran sullo Stretto di Hormuz diventerà permanente, interrompendo a tempo indeterminato le loro esportazioni di petrolio e gas e le forniture energetiche a livello mondiale... [di fatto non hanno] alcuna valida opzione per contrastare [un Iran più assertivo].
Quello del petrolio non è l'unico settore compromesso dal conflitto. Anche una serie di linee di rifornimento cui si devono componenti vitali è stata interrotta.
Se alla fine dovesse risultare chiaro che gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza aver verificato con la dovuta accortezza lo stato delle proprie scorte di armamenti, erroneamente convinti del fatto che la guerra si sarebbe conclusa "nel giro di un fine settimana" come aveva detto con insistenza a Trump il capo del Mossad David Barnea durante una riunione nella Situation Room dell'11 febbraio 2026, e se dovesse emergere che il Segretario al Tesoro ha mentito sulla reale situazione energetica, qualcuno si troverà a dover rispondere a domande molto serie.
Dallo stato sionista, l'esperto in studi strategici Shemuel Meir solleva i dubbi più pressanti cui occorre dare una risposta:
- La guerra contro l'Iran è stata davvero una guerra "preventiva", scatenata con il falso pretesto di una minaccia imminente?
- Netanyahu ha mentito sull’imminenza di una minaccia nucleare da parte iraniana?
- Detto altrimenti, Netanyahu ha fatto come quella volta dell'Iraq e delle armi di distruzione di massa, per spingere Trump alla guerra?
In un articolo pubblicato all'inizio di luglio di quest'anno, il famoso editorialista dello stato sionista Ben Caspit ha ammonito Netanyahu:
...Davvero, Bibi? Gli iraniani avevano l'atomica? Dici sul serio? Sai, sei il Primo Ministro. Ogni dichiarazione, frase o parola che pronunci finisce sui titoli dei giornali. Quando dici una cosa del genere, ci sono delle conseguenze: ne sei consapevole? Beh, mi dispiace deluderti... ma l'Iran non possedeva bombe atomiche. Proprio per niente. Nemmeno per scherzo... Non si può dire che l'Iran avesse l'atomica perché non è vero... Perché è una balla pura e semplice.
In effetti, su Conflicts Forum avevamo osservato all'inizio di luglio (vedi qui) che, insieme a Caspit, un coro di ex funzionari e osservatori di spicco nel campo della sicurezza e dei servizi nello stato sionista si è detto sicuro che Netanyahu avesse mentito sulla minaccia nucleare iraniana nel periodo precedente alla guerra, e che su questo argomento stia mentendo a tutt'oggi.
Shemuel Meir sottolinea che nella dottrina militare dello stato sionista una guerra preventiva ha lo scopo di eliminare una minaccia esistenziale che sia tale nell'immediato, laddove non vi siano dubbi sull'imminenza della minaccia.
Meir afferma tuttavia che
Noi [l'opinione pubblica dello stato sionista] sostanzialmente non sappiamo cosa sia successo, né come sia stata presa la decisione di lanciare prima una guerra preventiva il 13 giugno 2025 (La "Operazione Rising Lion") e poi una sua prosecuzione con la seconda fase iniziata il 28 febbraio 2026 (La "Lion's Roar"). Come sia stata presa la decisione di lanciare questa guerra è una cosa che rimane, come afferma Aluf Benn, nella "scatola nera" del processo decisionale di Netanyahu.
Meir continua:
Cerchiamo quindi di esaminare, per quanto possibile, i fatti. Per determinare quanto fosse solida la giustificazione di una guerra che ha cambiato il volto del Medio Oriente e che... nonostante fosse una guerra convenzionale, è stata la prima guerra preventiva nucleare della storia. Condotta inoltre con l'approvazione del presidente degli Stati Uniti.
Sorge spontanea questa domanda: com'è possibile che non siano state presentate al pubblico una analisi critica e una approfondita cronaca investigativa sul processo decisionale alla base della guerra preventiva del giugno 2025? La cosa è particolarmente sorprendente alla luce di due rapporti investigativi che lo stato sionista ha provveduto a pubblicare -in maniera piuttosto inattesa- nelle ultime due settimane...
Entrambe queste ulteriori indagini... si basano su fonti attendibili e su valide entrature ai livelli più alti dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa dello stato sionista. In entrambi i resoconti abbiamo appreso qualcosa che non avevamo sentito da nessun'altra parte: fatti e dettagli riguardanti le riserve espresse dal Capo dello Stato Maggiore sulla seconda guerra preventiva [del 28 febbraio], quella che aveva lo scopo di risolvere il problema nucleare rovesciando la Repubblica Islamica".
Meir aggiunge:
Secondo i rapporti investigativi, il capo dei servizi militari Aman (il responsabile nazionale della valutazione dei servizi segreti, nel sistema dello stato sionista) e il capo della Divisione Ricerca dei servizi hanno valutato e scritto nelle informative consegnate al Primo Ministro e ai membri dell'esecutivo che nella seconda guerra contro l'Iran le probabilità di successo erano basse. Per chiunque conosca la storia dei servizi segreti dello stato sionista, si è trattato di una valutazione coraggiosa.
Nel dare il via alle due fasi di una stessa guerra preventiva, Netanyahu ha detto che la ragione della guerra era costituita da "nuove informazioni provenienti dai servizi" che mettevano in guardia da una minaccia nucleare imminente tale da mettere in pericolo l'esistenza stessa dello stato sionista. Secondo lui, lo stato sionista non poteva restare a guardare; era imperativo entrare in guerra immediatamente. Per rappresentare quanto immediato fosse il pericolo, Netanyahu ha saturato il dibattito pubblico sia nel periodo precedente la prima guerra sia nel corso dell'anno passato tra le due "guerre" ricorrendo a metafore esistenziali come quella del "coltello alla gola", e ha paragonato gli impianti nucleari iraniani ai campi di sterminio nella distruzione degli ebrei d'Europa.
La notte del 13 giugno 2025, in merito alla minaccia esistenziale immediata rappresentata dall'arma nucleare iraniana, Netanyahu dichiarò che il momento era giunto. L'Iran era al punto di non ritorno perché nei mesi precedenti aveva compiuto a ritmo serrato quei "chiari passi che non aveva mai compiuto prima verso la militarizzazione, ovvero verso la creazione di un'arma nucleare, e non semplicemente verso l'accumulo di materiale fissile.
Esisteva davvero una minaccia all'esistenza dello stato sionista il 13 giugno 2025, si chiede Shemuel Meir?
Le argomentazioni apparentemente basate su informative dei servizi che avrebbero contenuto "nuove informazioni", esibite da Netanyahu e dai capi dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa dello stato sionista riguardo a un'accelerazione del programma militare iraniano prevista per l'immediato futuro (questo passaggio al militare era un elemento chiave nelle loro argomentazioni) erano in contraddizione con valutazioni altamente affidabili e aggiornate. Tra queste figuravano rapporti dei servizi segreti statunitensi che contraddicevano le affermazioni in merito ad una minaccia nucleare immediata e che, a quanto pare, erano noti ai servizi segreti dello stato sionista.
"Secondo un'inchiesta di Ronen Bergman (Yedioth Ahronoth, 26 giugno 2026) basata su fonti di alto livello dei servizi segreti sionisti, questi ultimi non disponevano di informazioni concrete che indicassero che stesse effettivamente iniziando la realizzazione di un programma militare. C’erano solo "informazioni preoccupanti su riflessioni e discussioni", ma nessuna prova concreta che indicasse che erano entrati in azione dei laboratori per la produzione di armi.
A questo punto ci si chiede: "Tutti gli alti funzionari dello Stato Maggiore delle forze armate sioniste e dei servizi di intelligence militare concordavano nel sostenere senza riserve l'argomento del Primo Ministro per cui si trattava di un attacco preventivo necessario per sventare una minaccia nucleare immediata? Si è trattato di una guerra per eliminare una minaccia esistenziale immediata, o piuttosto di una guerra in cui si è cercato di cogliere un'occasione"?
Altri resoconti indicano che nessuno degli alti funzionari presenti accennò alla possibilità che l'Iran potesse non implodere, e neppure a quella che potesse emergere più forte dal conflitto.
Meir si chiede: gli alti ufficiali delle forze armate sioniste che hanno condiviso questa decisione hanno seguito le procedure corrette, "o sono stati talmente travolti dall'euforia di Netanyahu da non riuscire a riconoscere la missione metafisica che egli si era autoattribuito nel suo ruolo di 'Protettore di Israele', ovvero attaccare l'Iran e distruggere qualsiasi possibilità di un accordo diplomatico sul nucleare"? Meir aveva verificato nel dettaglio in un precedente articolo intitolato "Requiem per l'accordo nucleare" che un terzo di dell'autobiografia di Netanyahu intitolata "Bibi - My story" è dedicato proprio a quella stessa missione metafisica. Una guerra contro gli impianti nucleari iraniani era da sempre il sogno di Netanyahu.
A questo punto per lo stato sionista si tratta davvero di una questione di vita o di morte, dato che per quanto riguarda gli obiettivi dichiarati la loro guerra è stata un completo fallimento.
E la cosa riguarda anche gli statunitensi. Durante l'incontro dell'11 febbraio 2026 nella Situation Room della Casa Bianca, Netanyahu ha esercitato forti pressioni sul presidente Trump, suggerendo che in Iran i tempi fossero maturi per rovesciare la Repubblica Islamica e dicendosi convinto che una missione congiunta tra Stati Uniti e stato sionista potesse una volta per tutte porvi fine.
I funzionari statunitensi presenti, che avevano espresso dubbi sulle affermazioni da parte sionista, erano forse a conoscenza del fatto che il capo dell'Aman e il capo della Divisione di Ricerca dei servizi dello stato sonista avevano scritto nero su bianco nei rapporti di intelligence consegnati a Netanyahu e ai membri dell'esecutivo che c'erano poche possiblità che la Repubblica Islamica crollasse? Era stato il capo del Mossad, al contrario, a insistere sul fatto che la guerra contro l'Iran sarebbe stata una passeggiata militare.
La valutazione dell'Anam tuttavia corrispondeva perfettamente con indiscrezioni attendibili provenienti da funzionari e analisti dei servizi statunitensi pubblicate durante la Guerra dei Dodici Giorni nel giugno 2025.
Il New York Times, lo Wall Street Journal e la CBS riferirono tutti che le dette fonti dei servizi statunitensi non erano a conoscenza di alcunché di nuovo che facesse pensare che l'Iran si fosse mosso per realizzare un ordigno nucleare, che non vi era stato alcun cambiamento nella valutazione dei servizi, che l’Iran non aveva imboccato la strada che porta al nucleare militare e che non era stata impartita alcuna direttiva in questo senso.
Nonostante tutto questo Trump ha deciso per la guerra. E la guerra continua a tutt'oggi.
Per quale motivo?