28 agosto 2026

Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati: ora nel mirino c’è l’infrastruttura del dissenso



Premessa. Antiamericanismo e antisionismo sono disposizioni stabili della personalità con cui in questa sede viene solitamente categorizzato ogni aspetto del reale. Si tratta di un atteggiamento che presenta molti vantaggi, primo tra tutti quello di non annoiare con lunghe spiegazioni.
Lo stato che occupa la penisola italiana viene citato nel testo originale; come nostro uso ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.


Washington inserisce il collettivo italiano nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.
Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.
Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.
Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.
Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici. Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.
Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.
È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana. La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.
Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?
La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.
È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.
Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.
Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti. Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’antiterrorismo.
Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e sicuritaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.
È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di terrorismo; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.
È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.
Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.
Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.
È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.
Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.
Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».
Ed è precisamente questo il punto.
La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.
Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’antiterrorismo che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.
Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.


Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.
Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivisti, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.
Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.
L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità.

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”


Questo scritto viene riportato su iononstoconoriana.com, iononstoconorianablog.com e poliverso.org


26 agosto 2026

Alastair Crooke - Trump vuole alzare la posta per costringere l'Iran alla resa


Traduzione da Strategic Culture, 24 agosto 2026.

I sessanta giorni previsti dal protocollo d'intesa sono passati. Il quadro delle precondizioni dettate dall'Iran per l'eventuale avvio di un negoziato, tuttavia, è ancora lettera morta.
Invece del tanto decantato "accordo con l'Iran", il Presidente Trump si ritrova con un quadro che è quasi l'esatto contrario di quello cui voleva arrivare quando ha adottato il protocollo; certo, non è chiaro se intendesse davvero muoversi in quel quadro fino ad arrivare a una sorta di accordo concreto, o se tutta la faccenda non fosse altro che un espediente che Trump cercava di sfruttare come punto d'appoggio per esercitare il massimo della pressione egemonica statunitense sull'Iran, al fine di costringere la Repubblica Islamica ad aprire lo Stretto di Hormuz alle condizioni dettate dagli USA.
Non esistono colloqui. I negoziati sono a zero. Lo Stretto di Hormuz resta -come lo era all’inizio- al centro del conflitto ed è di fatto chiuso. Nel frattempo, la possibilità di una escalation è diventata molto più concreta -si potrebbe dire quasi inevitabile- poiché l'Iran ha manifestato l'intenzione di intensificare in modo proattivo le azioni ostili contro obiettivi infrastrutturali statunitensi e del Golfo, a meno che Trump non si attenga, nelle prossime tre o quattro settimane, alle ben note precondizioni stabilite dall'Iran.
Una di queste precondizioni non è più implicita, ma esplicita: gli iraniani hanno specificato che la questione palestinese deve rientrare nel quadro preliminare di un "cessate il fuoco per tutti o cessate il fuoco per nessuno". Ovviamente lo stato sionista non accetterà. Sta ricorrendo alla forza in misura sempre maggiore, in una vera e propria "spoliazione territoriale" contro i campi profughi e i villaggi palestinesi in Cisgiordania.
Chiaramente, è improbabile che Trump accetti le condizioni preliminari fissate dall'Iran. Nel loro insieme infatti esse richiedono senza mezzi termini lo smantellamento totale dell'infrastruttura militare statunitense che circonda l’Iran. Di fatto, il ritiro degli USA dall'Asia occidentale.
La cosa che Trump assolutamente non sopporta è di fare la figura del perdente.
Dal suo punto di vista è andata ancora peggio: la guerra contro l'Iran da lui voluta, invece di fare del Medio Oriente un mare di tranquillità e pace "dopo mille anni di conflitti", come egli stesso ha affermato, ha invece fatto da detonatore per le numerose tensioni latenti della regione facendole deflagrare. Il Medio Oriente oggi è una polveriera, altro che un esempio di convivenza pacifica. Persino gli alleati di un tempo si sono rivoltati contro di lui.
L'incendio più grave è quello nel teatro palestinese. Il Likud ha tenuto le primarie. E le elezioni generali nello stato sionista sono previste per il 27 ottobre. Ma è già chiaro che alcuni esponenti della destra politica stanno pianificando di incendiare la Cisgiordania per assicurarsi la vittoria alle urne o quantomeno per cancellare la possibilità che si possa formare un qualsiasi altro governo. I politici dello stato sionista hanno accennato a un'iniziativa provocatoria che avrebbe al centro la moschea di al Aqsa.
Il contesto palestinese ovviamente resta il detonatore in grado di incendiare la regione. Come sottolinea Ben Caspit:
Il piano dei fanatici… è quello di creare il caos, di scatenare una guerra biblica tra Gog e Magog, al termine della quale sarà possibile attuare il "piano decisionale" di Smotrich ed espellere i palestinesi… o -come dicono loro- costringerli ad andarsene… La fine di questo piano segnerà la fine di coloro che sognano di fare di Gaza una riviera, con folle di abitanti che la abbandonano in autobus per una "immigrazione volontaria"… Non succederà nulla di tutto questo. Ci ritroveremo invece con una carneficina su vasta scala e saremo in pericolo in un modo più serio, più concreto e minaccioso di qualsiasi cosa abbiamo affrontato fino a oggi…
Furibondo e frustrato, Trump ha convocato il 22 agosto una riunione dei suoi a Camp David per valutare le prossime mosse in vista della fine del periodo di sessanta giorni previsto dal protocollo d'intesa per favorire l'allentamento delle tensioni.
Secondo una notizia tanto categorica quanto attendibile riportata da Marjory Taylor Green, Trump avrebbe espresso ancora una volta i sensi della propria grande frustrazione per non aver raggiunto il suo obiettivo: quello di costringere la Repubblica Islamica dell'Iran alla resa e alla capitolazione.
L'Iran si è rivelato un osso duro per un Trump tanto perplesso quanto arrabbiato, che starebbe valutando altre strategie per costringerlo alla resa. Insomma, leggiamo che Marjorie Taylor Greene ha fatto trapelare indiscrezioni per cui Trump avrebbe nuovamente discusso la possibilità di utilizzare armi nucleari tattiche non strategiche contro l'Iran.
Non è la prima volta che Trump ventila questa possibilità. Secondo quanto riferito, avrebbe già sollevato la questione in due occasioni precedenti, la prima delle quali ad aprile a combattimenti in corso. L’interesse di Trump per l'argomento ha tuttavia radici più antiche. Secondo quanto riferito, era al centro della sua disputa con Rex Tillerson e con James Mattis.
All’epoca, Tillerson era Segretario di Stato e Mattis Segretario alla Difesa. Durante il suo primo mandato, Trump andava sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto poter utilizzare le armi nucleari tattiche con maggiore libertà. "Perché no?", chiedeva. Perché noi [gli Stati Uniti] dovremmo trattenerci o impedirci dal ricorrervi, si chiedeva Trump. E la risposta che riceveva sempre, da Tillerson e Mattis, era che le armi nucleari servivano solo a fini di deterrenza strategica. Non dovevano essere impiegate a casaccio, come alternativa ad altri tipi di armamento.
A quanto pare a Trump questa risposta non piaceva. Ecco, adesso siamo tornati alla stessa discussione, perché non solo Trump ha sollevato nuovamente la questione durante la riunione della scorsa settimana e questa dunque è probabilmente la terza volta che tira fuori la questione nel contesto della guerra con l'Iran, ma il tema si sta affacciando anche in un contesto inedito.
Elbridge Colby, sottosegretario al Pentagono responsabile della politica di difesa che ha svolto un ruolo significativo nella stesura della dichiarazione sulla sicurezza nazionale, sembra sostenere che le armi nucleari tattiche debbano essere riclassificate come "armi tattiche" vere e proprie e non limitate al mero ruolo di deterrenza strategica. Colby sostiene che se gli USA andassero incontro a un fallimento nel campo militare convenzionale -per esempio in Iran- questo potrebbe giustificare il ricorso al nucleare tattico come compensazione per la perdita della deterrenza convenzionale.
La questione è ancora in attesa di una soluzione definitiva.
Ed è proprio in questo contesto che Netanyahu ha mentito, parlando di una imminente minaccia nucleare da parte della Repubblica Islamica dell'Iran su cui non esistono prove, così come non ci sono prove concrete del fatto che l'Iran stia approntando un ordigno nucleare, come pretenderebbero invece i servizi militari dello stato sionista. Netanyahu non ha prodotto alcuna prova a sostegno di questa tesi durante le discussioni sull’attacco all’Iran del 28 febbraio; ne sono convinti all’unanimità i giornalisti investigativi dello stato sionista.
L'Aman, il servizio di intelligence militare dello stato sionista, ha fornito all'esecutivo un parere di totale disconferma. Sono state condotte numerose indagini da parte di giornalisti di altissimo livello, i quali concordano tutti sul fatto che l’intelligence militare non avesse presentato alcuna prova del fatto che l'Iran si stesse muovendo verso la realizzazione di un'arma, né informazioni che indicassero la sua intenzione di farlo, né dati che suggerissero che sul campo stesse accadendo qualcosa che potesse far supporre l'avvio di un programma di armamento.
In breve, non c'è nulla che giustifichi un attacco nucleare tattico preventivo da parte degli Stati Uniti "per impedire all’Iran di dotarsi di una bomba". Asserire il contrario significherebbe mentire, proprio come ai tempi della guerra in Iraq.
Il contesto in cui vanno inquadrate le discussioni sulla possibilità che gli Stati Uniti sgancino un ordigno nucleare sull'Iran è questo. La possibilità rimane, ma vi sono diverse voci nell'entourage di Trump che vi si oppongono con fermezza, ritenendo che il suo utilizzo costituirebbe un grave crimine di guerra.
Per il momento dunque Trump ha deciso di trascinare l'Iran alla sconfitta in campo economico. Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Bessent insiste sul fatto che la situazione economica dell'Iran sia catastrofica e che -secondo sua parafrasi- imporrà all'Iran "la madre e il padre" di tutte le sanzioni.
Quanto è praticabile questa strategia? L'Iran ha davvero l'acqua alla gola come suggerisce Bessent, oppure no? Se si considerasse la Borsa di Tehran come un indicatore affidabile dell’andamento dell’economia iraniana, si noterebbe che da maggio ha registrato un incremento del 58,7%. È vero, in Iran l'inflazione è alta. Ma il tasso di crescita dell'inflazione è passato dal 7,2% di giugno al 3,2% di oggi. Il deprezzamento del rial iraniano continua, ma molto più lentamente.
All’inizio del conflitto l'Iran aveva per mare centoquaranta milioni di barili di petrolio destinati all’esportazione, che gli hanno fruttato risorse pari a circa un miliardo di dollari. Tra il 23 febbraio e il 13 aprile, Bessent ha temporaneamente revocato le sanzioni sul petrolio. Durante quei sessantasei giorni, l'Iran ha venduto altri ottanta milioni di barili.
Quindi sì, i volumi delle esportazioni petrolifere dell'Iran sono in calo, ma il loro prezzo di vendita è più alto.
Questo non significa che la situazione economica in Iran sia rosea. Significa che ad oggi non ci sono prove della situazione disperata di cui parla Bessent, e che neppure si registrano disordini dovuti alla situazione economica.
Gli Stati Uniti possono tentare di bloccare i corridoi marittimi, ma quelli terrestri che vanno dall'Iran al Pakistan e dal Mar Caspio fino alla Russia funzionano ancora.
L'economia iraniana, forse, potrebbe essere più resiliente di quanto supponga Bessent. Quale sarebbe allora il suo piano? Non si sa. Ma gli obiettivi più ovvi sarebbero l'imposizione di sanzioni alle raffinerie cinesi di piccole dimensioni che tradizionalmente acquistano grandi quantità di petrolio iraniano. E forse anche l'imposizione di sanzioni alle banche cinesi che finanziano tale commercio. Questa sembra essere una possibile prima opzione. La seconda opzione potrebbe essere quella di espropriare le criptovalute e gli asset digitali dell'Iran, ove possibile. E chiedere agli alleati di sequestrare tutti gli asset iraniani presenti nelle loro giurisdizioni.
Nel loro insieme sembrerebbero misure molto impressionanti e minacciose. Ma le circostanze di oggi sono molto diverse da quelle del 2015, quando per la prima volta entrò in vigore l'accordo sul nucleare iraniano. Nel 2015 l'accordo era integrato in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, pertanto le sue disposizioni erano vincolanti per la Russia e per la Cina.
Russia e Cina hanno si sono in larga misura attenute alle sanzioni previste dall'accordo, fino a quando non è venuto a cadere inseguito al ritiro di Trump nel 2018. Adesso le circostanze sono molto diverse. Russia e Cina non sono più così favorevoli alle sanzioni contro l'Iran. Al contrario, si sono trasformate in cobelligeranti dell'Iran in questa guerra: cobelligeranti perché forniscono servizi di informazione, mettono a disposizione i mezzi tecnici con cui passare informazioni in tempo reale alle postazioni missilistiche e alle installazioni di base in Iran, e forniscono anche altri tipi di appoggio, forse agevolando il ricorso a sistemi di pagamento che aggirano il dollaro.
Bessent potrebbe avere in mente di prendere di mira gli acquirenti di petrolio iraniano in Cina, e anche le banche cinesi. Ma questo porterebbe gli Stati Uniti in diretto contrasto con entrambi i paesi. L'ultima volta che gli Stati Uniti hanno applicato sanzioni alle teapots, le piccole raffinerie cinesi, la Cina ha promulgato una legge che rende illegale per le entità cinesi, sia nazionali che estere, ottemperare alle sanzioni degli USA.
Farebbe di nuovo lo stesso? Senz'altro, con ogni probabilità. Il mondo non è quello del 2015: il dollaro statunitense sarà ancora il mezzo di scambio più utilizzato per le transazioni commerciali, ma non è più la principale riserva mondiale. Adesso la principale riserva mondiale è l'oro.
E oggi, le ragioni per cui storicamente il dollaro è diventato la valuta dominante stanno venendo meno. Proprio come è successo alla sterlina, che ha perso in modo inaspettatamente rapido la posizione privilegiata che aveva ricoperto.
Il vantaggio di avere titoli del Tesoro statunitense come riserva per i tempi difficili viene chiaramente a mancare, se Bessent ne vieta la vendita nel disperato tentativo di preservare il valore del dollaro sul mercato dei cambi lasciando i detentori in difficoltà, come sta accadendo in questo momento. Naturalmente, le esigenze di rimborso del debito continueranno a fungere da domanda di dollari, ma in sostanza il fondamento della spropositata posizione globale del dollaro risiedeva nell'emissione di credito in dollari a basso costo.
Quel vantaggio non esiste più. Le obbligazioni cinesi a dieci anni sono oggi più convenienti del 3%. Non sorprende quindi che le banche europee stiano ora concedendo prestiti ai clienti tramite le obbligazioni Panda cinesi, in un mercato del debito in renminbi in continua espansione.
E se tutti i beni dell'Iran criptovalute comprese dovessero essere arbitrariamente sequestrati dagli Stati Uniti, quali beni potrebbero mai dirsi al sicuro? La fiducia nella valuta statunitense sta già venendo meno, mentre il valore di cambio del dollaro cala e la volatilità prende il sopravvento.
Le iniziative contro l'Iran di Bessent potrebbero rivelarsi controproducenti, sia perché indebolirebbero ulteriormente il dollaro, sia perché spingerebbero di fatto altri Paesi a rivolgersi alla Repubblica Popolare Cinese e all'autostrada finanziaria alternativa, garante di sicurezza e di stabilità, che essa ha messo in piedi senza clamore.
Oggi gli alleati dell'Iran, sia pure non nel contesto di un'alleanza militare a tutti gli effetti ma in quello di una serie di partenariati di vario grado, hanno indubbiamente aiutato l'Iran e probabilmente continueranno ad aiutarlo ad aggirare il sistema del dollaro statunitense, tenendo aperta la porta all'evoluzione del sistema globale. Non hanno alcun interesse a vedere l'Iran sconfitto.


21 agosto 2026

Alastair Crooke - L'atomica iraniana invocata da Netanyahu non esisteva, proprio come le armi chimiche irachene

 

Traduzione da Strategic Culture, 15 agosto 2026.

Il presidente Trump ha preso per oro colato il bellicoso entusiasmo del Segretario alla Guerra Hegseth ("La potenza militare degli Stati Uniti è impressionante"), solo per scoprire troppo tardi che gli Stati Uniti, in una guerra il cui esito dipende dalle difese aeree, sono a corto di intercettori. "I calcoli sulle forniture sono altrettanto severi. Ci vorranno quattro anni per ricostituire le scorte (non quattro mesi), perché i componenti includono materiali che si ottengono da terre rare su cui la Cina ha il controllo".
Pare che Hegseth ora sia finito in disgrazia, mentre sarebbe in ascesa la stella del Segretario al Tesoro Bessent.
A quanto sembra, Bessent non ha mai smesso di rassicurare Trump sul fatto che la carenza di petrolio innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz "è temporanea e gestibile" (e non lo è), sostenendo inoltre che anche l'inflazione legata al problema delle fonti energetiche si attenuerà una volta che le tensioni globali si saranno placate. Ci ha scommesso la testa. E Trump sembra credere possibile questo manipolare i prezzi degli idrocarburi e del mercato dei futures.
Tuttavia, i dati che circolano a Washington sulle navi che sarebbero passate attraverso il corridoio dell'Oman non corrispondono al vero. Brett Erickson, di Obsidian Risk Advisors, scrive:
Dopo aver parlato con diversi miei colleghi di cui mi fido ciecamente, non ho rintracciato alcuna prova a sostegno del fatto che ogni giorno otto milioni di barili transitino attraverso la rotta dell'Oman, né alcuna prova del fatto che ogni giorno escano dallo stretto nove milioni di barili. Zero. Non qualcosa per cui si può dire "forse" o "in potenza". Davvero nessuna prova. E, cosa ancora più schiacciante, [ci sono invece] dati che dimostrano esattamente il contrario.
Alla domanda "Il loro piano è semplicemente quello di tenere un profilo basso finché tutto non va a rotoli? E poi cosa succederà?", Erickson risponde:
Da quanto ho capito, in realtà sono convinti che alcuni di questi dati siano veritieri. Sono stupidi, non sono per forza in malafede... il che è peggio.
Trump si sarebbe risolto a cercare di costringere la Repubblica Islamica dell'Iran a capitolare assediandola economicamente, ma non è una strategia credibile.
Anche se una stretta ancora più severa riuscisse a peggiorare ulteriormente la situazione del popolo iraniano, è improbabile che le loro sofferenze portino a un esito finale vantaggioso, come ad esempio un rovesciamento dell'esecutivo in stile Delcy Rodriguez.
Contro lo stato sionista e contro gli USA, la Repubblica Islamica dell'Iran sta lottando per la propria esistenza. Se la leadership iraniana dovesse mai essere costretta a scegliere tra la capitolazione e l'escalationm sceglierebbe quasi certamente l'escalation. La decisione di intensificare il confronto militare –per mettere sotto pressione Trump– in effetti sembra essere già stata presa, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Mosen Rezaei, segretario di fresca nomina del Comitato Supremo per la Sicurezza Nazionale. L'Iran proseguirà con azioni militari proattive, anche se Trump decidesse di rinunciare all'intervento militare.
L'Iran inoltre non mostra alcun segno di collasso economico a causa del rinnovato blocco statunitense. All'inizio del conflitto l'Iran disponeva, secondo le stime, di una quantità di barili di petrolio compresa fra i centoventi e i centoquaranta milioni, stoccata in petroliere al largo delle coste. Me ha esportati altri ottanta milioni durante il breve periodo di validità del protocollo di intesa. Il rial infatti si è rafforzato per il tempo in cui il protocollo è rimasto valido; la domanda quindi è: cosa succederà se l'Iran non solo si rifiuterà di capitolare, ma diventerà ancora più intransigente nei confronti di Trump, che è proprio quello che sembra stia facendo?
Danny Citrinowicz, uno dei principali analisti militari nello stato sionista, nota che mantenere l'attuale situazione di stallo non è affatto privo di costi per gli Stati Uniti. Il transito da Hormuz rimane fortemente limitato; il Mar Rosso è chiuso alle esportazioni saudite; e le forze statunitensi sono costrette a sostenere una costosa presenza militare e un blocco navale. Inoltre, le scorte di munizioni statunitensi sono agli sgoccioli mentre Tehran dispone può ancora ricorrere a molti sistemi per ostacolare le forze statunitensi e minacciare il traffico marittimo regionale. Nel frattempo, le conseguenze economiche dell'interruzione dei flussi energetici di sicuro non ricadono soltanto sull'Iran. Come ha osservato questa settimana il Wall Street Journal,
I produttori di energia del Golfo Persico stanno giungendo alla conclusione che il controllo dell'Iran sullo Stretto di Hormuz diventerà permanente, interrompendo a tempo indeterminato le loro esportazioni di petrolio e gas e le forniture energetiche a livello mondiale... [di fatto non hanno] alcuna valida opzione per contrastare [un Iran più assertivo].
Quello del petrolio non è l'unico settore compromesso dal conflitto. Anche una serie di linee di rifornimento cui si devono componenti vitali è stata interrotta.
Se alla fine dovesse risultare chiaro che gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza aver verificato con la dovuta accortezza lo stato delle proprie scorte di armamenti, erroneamente convinti del fatto che la guerra si sarebbe conclusa "nel giro di un fine settimana" come aveva detto con insistenza a Trump il capo del Mossad David Barnea durante una riunione nella Situation Room dell'11 febbraio 2026, e se dovesse emergere che il Segretario al Tesoro ha mentito sulla reale situazione energetica, qualcuno si troverà a dover rispondere a domande molto serie.
Dallo stato sionista, l'esperto in studi strategici Shemuel Meir solleva i dubbi più pressanti cui occorre dare una risposta:
- La guerra contro l'Iran è stata davvero una guerra "preventiva", scatenata con il falso pretesto di una minaccia imminente?
- Netanyahu ha mentito sull’imminenza di una minaccia nucleare da parte iraniana?
- Detto altrimenti, Netanyahu ha fatto come quella volta dell'Iraq e delle armi di distruzione di massa, per spingere Trump alla guerra?
In un articolo pubblicato all'inizio di luglio di quest'anno, il famoso editorialista dello stato sionista Ben Caspit ha ammonito Netanyahu:
...Davvero, Bibi? Gli iraniani avevano l'atomica? Dici sul serio? Sai, sei il Primo Ministro. Ogni dichiarazione, frase o parola che pronunci finisce sui titoli dei giornali. Quando dici una cosa del genere, ci sono delle conseguenze: ne sei consapevole? Beh, mi dispiace deluderti... ma l'Iran non possedeva bombe atomiche. Proprio per niente. Nemmeno per scherzo... Non si può dire che l'Iran avesse l'atomica perché non è vero... Perché è una balla pura e semplice.
In effetti, su Conflicts Forum avevamo osservato all'inizio di luglio (vedi qui) che, insieme a Caspit, un coro di ex funzionari e osservatori di spicco nel campo della sicurezza e dei servizi nello stato sionista si è detto sicuro che Netanyahu avesse mentito sulla minaccia nucleare iraniana nel periodo precedente alla guerra, e che su questo argomento stia mentendo a tutt'oggi.
Shemuel Meir sottolinea che nella dottrina militare dello stato sionista una guerra preventiva ha lo scopo di eliminare una minaccia esistenziale che sia tale nell'immediato, laddove non vi siano dubbi sull'imminenza della minaccia.
Meir afferma tuttavia che
Noi [l'opinione pubblica dello stato sionista] sostanzialmente non sappiamo cosa sia successo, né come sia stata presa la decisione di lanciare prima una guerra preventiva il 13 giugno 2025 (La "Operazione Rising Lion") e poi una sua prosecuzione con la seconda fase iniziata il 28 febbraio 2026 (La "Lion's Roar"). Come sia stata presa la decisione di lanciare questa guerra è una cosa che rimane, come afferma Aluf Benn, nella "scatola nera" del processo decisionale di Netanyahu.
Meir continua:
Cerchiamo quindi di esaminare, per quanto possibile, i fatti. Per determinare quanto fosse solida la giustificazione di una guerra che ha cambiato il volto del Medio Oriente e che... nonostante fosse una guerra convenzionale, è stata la prima guerra preventiva nucleare della storia. Condotta inoltre con l'approvazione del presidente degli Stati Uniti.
Sorge spontanea questa domanda: com'è possibile che non siano state presentate al pubblico una analisi critica e una approfondita cronaca investigativa sul processo decisionale alla base della guerra preventiva del giugno 2025? La cosa è particolarmente sorprendente alla luce di due rapporti investigativi che lo stato sionista ha provveduto a pubblicare -in maniera piuttosto inattesa- nelle ultime due settimane...
Entrambe queste ulteriori indagini... si basano su fonti attendibili e su valide entrature ai livelli più alti dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa dello stato sionista. In entrambi i resoconti abbiamo appreso qualcosa che non avevamo sentito da nessun'altra parte: fatti e dettagli riguardanti le riserve espresse dal Capo dello Stato Maggiore sulla seconda guerra preventiva [del 28 febbraio], quella che aveva lo scopo di risolvere il problema nucleare rovesciando la Repubblica Islamica".
Meir aggiunge:
Secondo i rapporti investigativi, il capo dei servizi militari Aman (il responsabile nazionale della valutazione dei servizi segreti, nel sistema dello stato sionista) e il capo della Divisione Ricerca dei servizi hanno valutato e scritto nelle informative consegnate al Primo Ministro e ai membri dell'esecutivo che nella seconda guerra contro l'Iran le probabilità di successo erano basse. Per chiunque conosca la storia dei servizi segreti dello stato sionista, si è trattato di una valutazione coraggiosa.
Nel dare il via alle due fasi di una stessa guerra preventiva, Netanyahu ha detto che la ragione della guerra era costituita da "nuove informazioni provenienti dai servizi" che mettevano in guardia da una minaccia nucleare imminente tale da mettere in pericolo l'esistenza stessa dello stato sionista. Secondo lui, lo stato sionista non poteva restare a guardare; era imperativo entrare in guerra immediatamente. Per rappresentare quanto immediato fosse il pericolo, Netanyahu ha saturato il dibattito pubblico sia nel periodo precedente la prima guerra sia nel corso dell'anno passato tra le due "guerre" ricorrendo a metafore esistenziali come quella del "coltello alla gola", e ha paragonato gli impianti nucleari iraniani ai campi di sterminio nella distruzione degli ebrei d'Europa.
La notte del 13 giugno 2025, in merito alla minaccia esistenziale immediata rappresentata dall'arma nucleare iraniana, Netanyahu dichiarò che il momento era giunto. L'Iran era al punto di non ritorno perché nei mesi precedenti aveva compiuto a ritmo serrato quei "chiari passi che non aveva mai compiuto prima verso la militarizzazione, ovvero verso la creazione di un'arma nucleare, e non semplicemente verso l'accumulo di materiale fissile.
Esisteva davvero una minaccia all'esistenza dello stato sionista il 13 giugno 2025, si chiede Shemuel Meir?
Le argomentazioni apparentemente basate su informative dei servizi che avrebbero contenuto "nuove informazioni", esibite da Netanyahu e dai capi dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa dello stato sionista riguardo a un'accelerazione del programma militare iraniano prevista per l'immediato futuro (questo passaggio al militare era un elemento chiave nelle loro argomentazioni) erano in contraddizione con valutazioni altamente affidabili e aggiornate. Tra queste figuravano rapporti dei servizi segreti statunitensi che contraddicevano le affermazioni in merito ad una minaccia nucleare immediata e che, a quanto pare, erano noti ai servizi segreti dello stato sionista.
"Secondo un'inchiesta di Ronen Bergman (Yedioth Ahronoth, 26 giugno 2026) basata su fonti di alto livello dei servizi segreti sionisti, questi ultimi non disponevano di informazioni concrete che indicassero che stesse effettivamente iniziando la realizzazione di un programma militare. C’erano solo "informazioni preoccupanti su riflessioni e discussioni", ma nessuna prova concreta che indicasse che erano entrati in azione dei laboratori per la produzione di armi.
A questo punto ci si chiede: "Tutti gli alti funzionari dello Stato Maggiore delle forze armate sioniste e dei servizi di intelligence militare concordavano nel sostenere senza riserve l'argomento del Primo Ministro per cui si trattava di un attacco preventivo necessario per sventare una minaccia nucleare immediata? Si è trattato di una guerra per eliminare una minaccia esistenziale immediata, o piuttosto di una guerra in cui si è cercato di cogliere un'occasione"?
Altri resoconti indicano che nessuno degli alti funzionari presenti accennò alla possibilità che l'Iran potesse non implodere, e neppure a quella che potesse emergere più forte dal conflitto.
Meir si chiede: gli alti ufficiali delle forze armate sioniste che hanno condiviso questa decisione hanno seguito le procedure corrette, "o sono stati talmente travolti dall'euforia di Netanyahu da non riuscire a riconoscere la missione metafisica che egli si era autoattribuito nel suo ruolo di 'Protettore di Israele', ovvero attaccare l'Iran e distruggere qualsiasi possibilità di un accordo diplomatico sul nucleare"? Meir aveva verificato nel dettaglio in un precedente articolo intitolato "Requiem per l'accordo nucleare" che un terzo di dell'autobiografia di Netanyahu intitolata "Bibi - My story" è dedicato proprio a quella stessa missione metafisica. Una guerra contro gli impianti nucleari iraniani era da sempre il sogno di Netanyahu.
A questo punto per lo stato sionista si tratta davvero di una questione di vita o di morte, dato che per quanto riguarda gli obiettivi dichiarati la loro guerra è stata un completo fallimento.
E la cosa riguarda anche gli statunitensi. Durante l'incontro dell'11 febbraio 2026 nella Situation Room della Casa Bianca, Netanyahu ha esercitato forti pressioni sul presidente Trump, suggerendo che in Iran i tempi fossero maturi per rovesciare la Repubblica Islamica e dicendosi convinto che una missione congiunta tra Stati Uniti e stato sionista potesse una volta per tutte porvi fine.
I funzionari statunitensi presenti, che avevano espresso dubbi sulle affermazioni da parte sionista, erano forse a conoscenza del fatto che il capo dell'Aman e il capo della Divisione di Ricerca dei servizi dello stato sonista avevano scritto nero su bianco nei rapporti di intelligence consegnati a Netanyahu e ai membri dell'esecutivo che c'erano poche possiblità che la Repubblica Islamica crollasse? Era stato il capo del Mossad, al contrario, a insistere sul fatto che la guerra contro l'Iran sarebbe stata una passeggiata militare.
La valutazione dell'Anam tuttavia corrispondeva perfettamente con indiscrezioni attendibili provenienti da funzionari e analisti dei servizi statunitensi pubblicate durante la Guerra dei Dodici Giorni nel giugno 2025.
Il New York Times, lo Wall Street Journal e la CBS riferirono tutti che le dette fonti dei servizi statunitensi non erano a conoscenza di alcunché di nuovo che facesse pensare che l'Iran si fosse mosso per realizzare un ordigno nucleare, che non vi era stato alcun cambiamento nella valutazione dei servizi, che l’Iran non aveva imboccato la strada che porta al nucleare militare e che non era stata impartita alcuna direttiva in questo senso.
Nonostante tutto questo Trump ha deciso per la guerra. E la guerra continua a tutt'oggi.
Per quale motivo?

Firenze. "Ridare dignità al giardino Fallaci per i 20 anni dalla morte di Oriana"?

Firenze, agosto 2026. Un piccione onora Oriana Fallaci

Per le gazzette, agosto è un mese parco di argomenti.
Lo si è detto e ripetuto usque ad nauseam.
Intanto che aspetta il via per cianciare di campanella con la riapertura delle scuole e poi di passare alla colonnina di mercurio con l'avanzare dell'autunno, quel che resta di un gazzettificio ridotto spesso a contare sulla generosità del Dipartimento per l'Editoria (e chissà che non ci sia un motivo) tira fuori roba rimasta a decantare per mesi in qualche file e chiude i numeri in questo modo.
Il 21 agosto il "Corriere Fiorentino" si accorge che da dieci anni Piazzale Oriana Fallaci è Piazzale Oriana Fallaci nell'indifferenza generale.
E meno male che non ci sono nemmeno numeri civici, così la denominazione circola anche poco.
Un certo Andrea Ragazzini dice di aver messo insieme oltre trecento ben vestiti pronti a sostenere la causa di un degno ricordo per la "scrittrice" che in questa sede da quasi vent'anni additiamo con brio primaverile al dileggio di chi legge.

Ragionandoci per i vent'anni dalla morte della Fallaci, il prossimo 15 settembre, mi sono chiesto dove fosse questo "piazzale" a lei intitolato. Per i fiorentini quello è un giardino. Poi sono andato a vedere e il cartello, messo su un picchetto in un'aiuola, è anche mezzo storto e bisogna andare a cercarlo. Al giardino va ridata dignità. E poi non c’è neanche una vera e propria targa con scritto chi è stata Oriana Fallaci, cos’ha fatto, che legame ha con questa città.

 Su cosa abbia fatto e su quale legame abbia avuto quella "scrittrice" con Firenze non è necessario dilungarsi. Da un elemento come Oriana Fallaci sarebbe stato estremamente offensivo essere stimati e a ripetere sempre le stesse cose rischieremmo davvero di causare nei nostri lettori una crisi di indignato rigetto. 
Da parte nostra abbiamo avuto, abbiamo e avremo da eccepire anche se a Oriana Fallaci fosse dedicato un viottolo dalle parti dell'immondezzaio comunale. La cosa più costruttiva da fare sarebbe togliere di mezzo questa intitolazione, scusandosi con i restanti trecentosessantatremila cittadini. Parecchi dei quali, se proprio li si dovesse interpellare, si direbbero cristianamente propensi a lasciare quella donna a un pietoso oblio.
La gazzetta si premura di riportare una precisazione di Andrea Ragazzini per cui la sua "non è una proposta ideologica". Il che, come sanno bene le persone serie, significa l'esatto contrario.
A corredo dell'articolo c'è comunque una foto perfetta: una targa odonomastica che fa da posatoio a un piccione. Un piccione dall'aspetto nemmeno troppo sveglio.

 

12 agosto 2026

Dodici agosto

E si fa ricordare
come una bella domenica di sole.




06 agosto 2026

Francesco Guccini, 1940 - 2026

 


Anche questa sera la luna è sorta
affogata in un colore troppo rosso e vago;
Vespero non si vede, si è offuscata,
la punta dello stilo si è spezzata.
Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago?

Io Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio,
ridotto come un cieco a brancicare attorno,
non ho la conoscenza od il coraggio
per fare quest' oroscopo, per divinar responso;
e resto qui a aspettare che ritorni giorno.

E devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire;
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d'equinozio.
O forse io, forse io ho sottovalutato questo nuovo dio.
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando...

Me ne andavo l'altra sera, quasi inconsciamente,
giù al porto Bosphoreion là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più Occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?

Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto;
ippodromo, bordello e nordici soldati,
Romani e Greci urlate, dove siete andati?
Sentivo bestemmiare in alamanno e in goto...

Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà,
di barbari che forse sanno già la verità.
Di filosofi e di etère, sospesa tra due mondi e tra due ere.
Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
o il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma...

Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile,
segreto e ambiguo come questa vita,
Bisanzio è un mito che non mi è consueto,
Bisanzio è un sogno che si fa incompleto.
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un'altra notte è andata;
Lucifero è già sorto e si alza un po' di vento,
c'è freddo sulla torre o è l'età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata.
Mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento...

05 agosto 2026

Alastair Crooke - La tensione deflagra. E si propaga in tutto il Medio Oriente

 


La scorsa settimana Netanyahu si è recato alla Casa Bianca nello Studio Ovale, per un incontro il cui esito è avvolto dal silenzio. Un silenzio eloquente. Nessun funzionario del governo statunitense è andato all'aeroporto ad accoglierlo, non gli è stato steso alcun tappeto rosso. La visita è stata un fiasco. Lo stato sionista è allo sbando, con la sua strategia della "Grande Israele" ormai logora per la mancanza sia di truppe che di coerenza.
L'ex difensore civico dell'IDF Maggiore Generale Yitzak Brik prevede (Ma'ariv, 26 luglio), che la crisi che sta travolgendo gli apparati di intercettazione dello stato sionista rappresenti "solo il preludio della catastrofe che incombe su di noi".
Nei prossimi scontri con l'Iran la minaccia aumenterà di dieci volte, fino a farci perdere completamente la capacità di intercettare i missili balistici iraniani. Si prevede che questi missili colpiranno i centri abitati, gli obiettivi strategici, le infrastrutture produttive ed economiche, gli istituti scientifici e tecnologici, le istituzioni educative, gli ospedali, le industrie vitali, e ci annienteranno completamente.
Trump -ed era anche ora, si direbbe- ha capito che la guerra che ha iniziato per schiacciare l'Iran gli si è ritorta contro, e ora minaccia di schiacciare lui. Non esiste di fatto alcuna soluzione militare se non quella di smettere di scavare ancora di più, dopo aver già toccato il fondo.
Nel frattempo, l'Iran non gli permette più di andare avanti con il suo ciclo tattico che consiste nel dare il via a un'offensiva che dovrebbe servire a fare pressione, per poi -ogni lunedì- passare a parlare di "accordi imminenti" al fine di manipolare i mercati petroliferi e i prezzi delle azioni. Lunedì 3 agosto un'ondata di vendite allo scoperto sul mercato ha fatto crollare il prezzo del Brent addirittura del 7,7%.
L'Iran, inoltre, intende avere l'ultima parola sull'andamento del conflitto, che (in ogni caso) è destinato a intensificarsi a causa degli sforzi statunitensi volti ad accrescere la pressione dell'accerchiamento. Gli Stati Uniti vogliono dare l'idea di essere riusciti a costringere l'Iran ad accettare una "pace" imposta.
Solo che invece di aumentare la pressione sull'Iran, la strategia di Trump sta mettendo in subbuglio il Medio Oriente, aumentando il rischio di una escalation incontrollata.
Gli ultimi sviluppi -tra cui la dichiarazione dello Yemen di voler reagire all'assedio colpendo aeroporti e porti sauditi e gli attacchi a due importanti raffinerie della Aramco che hanno messo fuori uso l'oleodotto saudita verso il Mar Rosso- hanno trascinato l'Arabia Saudita in un conflitto sia contro lo Yemen, sia (insieme al CENTCOM) contro le milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare in Iraq, che secondo l'Arabia Saudita sarebbero responsabili dei danni alle raffinerie, nonostante Hash'd al Shaabi neghi decisamente. Questi due episodi sottolineano comunque fino a che punto la "guerra di Trump" stia destabilizzando una regione già fragile.
Il 29 luglio l'Arabia Saudita, insieme agli Stati Uniti, ha sferrato consistenti attacchi aerei su almeno sei città irachene uccidendo almeno venti persone e ferendone decine tra i membri delle Unità di Mobilitazione Popolare.
Perché l'Arabia Saudita dovrebbe attaccare Hash'd al Shaabi e non lo Yemen? Probabilmente perché AnsarAllah reagirebbe con dei missili, distruggendo ciò che resta delle infrastrutture petrolifere saudite.
Appena venuta a conoscenza degli attacchi statunitensi contro le postazioni delle Unità di Mobilitazione Popolare, e in coerenza con il principio per cui "un attacco degli Stati Uniti contro un membro dell'Asse della Resistenza è un attacco contro tutti", la Repubblica Islamica dell'Iran ha reagito lanciando missili balistici contro le basi statunitensi in Giordania.
Due nuovi fronti -quello delle Hash'd al Shaabi in Iraq e quello tra Yemen e Arabia Saudita- si sono quindi aggiunti al quadro già incandescente della regione. Eppure, ci sono altri potenziali focolai di tensione che ribollono in subordine: in Libano, il Ministro della Difesa dello stato sionista vanta il fatto che
Ventiquattro villaggi libanesi, vecchi di centinaia di anni, sono stati distrutti. Tutti gli edifici, non uno qua e uno là, ma interi villaggi [sono stati rasi al suolo]. Una distruzione totale. Dovete capire: sono state distrutte da quindicimila a ventimila abitazioni in tutti e ventiquattro i villaggi- E oggi il 70% di Gaza è stato distrutto.
Ancora più significativo è il fatto che il Ministro della Sicurezza Nazionale dello stato sionista Ben Gvir abbia promesso di scatenare i coloni in una guerra contro i palestinesi che vivono in Cisgiordania, al fine di forzare un esodo "volontario" dei palestinesi. Ben Gvir sostiene che il periodo che precede le elezioni nello stato sionista costituisca il momento più propizio per innescare una crisi che, a suo avviso, potrebbe costringere all'evacuazione di interi villaggi palestinesi.
Come se questo caos non bastasse, il 25 luglio i missili statunitensi hanno colpito un quartier generale della Marina delle Guardie Rivoluzionarie nella zona di Ziba Kenar, sul Mar Caspio, nella provincia di Gilan.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato questa settimana che l'attacco -attribuito all'Ucraina- contro una nave iraniana nel Mar Caspio dovrebbe essere considerato un attacco contro l'Iran stesso, sostenendo che l'incidente abbia messo in evidenza la necessità di eliminare quella che ha definito la minaccia rappresentata da Kiev. Ha accusato l'Ucraina di aver ampliato la portata di quelli che ha definito "i suoi attacchi terroristici".
Allora, cosa sta succedendo? Non è chiaro se l'attacco ucraino -in cui è morto un marinaio iraniano- contro una nave che secondo le infondate accuse di Kiev stava trasportando un carico di armi sia stato semplicemente l'equivalente di uno strillo da bambini con cui Zelensky ha cercato di attirare l'attenzione e di suscitare l'interesse di papà Trump oppure qualcosa di più grave. Zelensky in diverse occasioni si è lamentato del fatto che la guerra con l'Iran stesse distogliendo l'attenzione dell'Occidente dalla sua guerra con la Russia. Si è trattato di un tentativo di riorientare Trump verso la guerra ucraina?
Tutte queste dinamiche sono confluite a Washington in occasione della camera ardente di Lindsay Graham, proprio nel momento in cui Laura Loomer –una influencer MAGA ormai in declino, ma che piace a Trump e alla quale egli presta volentieri ascolto– ha effettuato una plateale giravolta di centottanta gradi, svettando tutto a un tratto come la più grande sostenitrice e promotrice della causa ucraina. Forse, proprio al posto del defunto Lindsay Graham.
Su internet circolano numerose speculazioni per cui questa sua ampiamente pubblicizzata folgorazione sulla via di Damasco potrebbe segnare un significativo punto di svolta nella politica statunitense. Tuttavia potrebbe trattarsi anche di un fenomeno effimero destinato a svanire rapidamente. La Loomer non ha alcuna influenza tra i giovani sostenitori del movimento MAGA, ma ne ha ancora sulla base di Trump composta da persone sopra i sessantacinque anni che guardano Fox News.
Al momento tuttavia si pensa che il radicale riorientamento della Loomer segni l'inizio di una considerevole operazione psicologica volta a convincere gli statunitensi che una "AmeriKKKa interventista" possa essere compatibile con il "Prima l'AmeriKKKa" e che quindi sia coerente sostenere lo scontro militare contro la Russia. Questo refratin della Looomer, per così dire, si presenta come una critica ai seguaci MAGA di Pat Buchanan, che aderiscono alla linea che ha dato il titolo al suo libro: A Republic – Not an Empire: Reclaiming AmeriKKKa’s Destiny.
Naturalmente, qualsiasi cambiamento nell'opinione pubblica statunitense che sia favorevole all'interventismo militare è ben accolto nello stato sionista.
Questo cambiamento potrebbe indurre Trump a diventare maggiormente proattivo sulla questione ucraina? Non lo sappiamo. La Loomer ha promesso a Trump un resoconto completo del suo viaggio in Ucraina e del suo incontro con Zelensky. Trump le darà ascolto? O potrebbe ascoltarla senza prestarle attenzione? Chissà.
Il punto è che l'offensiva mediatica volta a ritrarre l'Ucraina come vincitrice -sebbene questo sia oggettivamente falso- sta prendendo vigore almeno presso un settore dell'opinione pubblica statunitense. Michael Wolff, che conosce Trump da molto tempo e ne ha scritta una biografia, osserva che
la virata di centottanta gradi della Loomer sull’Ucraina è ovviamente già in atto [cioè sta prendendo piede]. Zelensky si trova in città... Avrà un incontro con Trump. E Trump, certo, come potrebbe non rendersi conto che l'Ucraina in questo momento si trova decisamente in vantaggio.
In senso più ampio, dal punto di vista della politica estera questa amministrazione è stata un disastro totale... La questione iraniana è un disastro totale. Allinearsi alla Russia è ovviamente una mossa sbagliata... Zelensky, [in precedenza] raffigurato come un perdente, ora è un vincitore: tutto il resto è ora visto come un mucchio di 'mosse sbagliate' [da Trump]. In questo contesto, lui [Trump] ha disperato bisogno di un successo. E l'Ucraina sta cominciando ad apparirgli come una possibile occasione per una sua [vittoria] sfruttando il funerale di Lindsay Graham per passare a una strategia più efficace. Una morte può rivelarsi un gran colpo per le pubbliche relazioni. Bingo. Sì. La Russia è nei guai.
Naturalmente, è scioccante assistere a come le élite occidentali possano essere manipolate attraverso una incessante campagna di pubbliche relazioni. Eppure i commenti di Wolff sono ben più che banali pettegolezzi da rubrica di gossip. Riflettono una psicosi di massa che sta prendendo piede. Non è razionale, ma è piuttosto alimentata da interessi e cricche facoltose che perseguono i propri scopi.
Ecco come funziona: Zelensky vuole presentarsi come "vincitore" agli occhi dell'Europa e di Trump. L'Europa lo esorta a lanciare missili in profondità nel territorio russo per costringere la Russia a concedere un cessate il fuoco. Trump al G7 esprime approvazione per gli attacchi contro la Russia. A questo punto si innesta la prima, con gli attacchi con i droni contro le raffinerie russe. Con le parole di apprezzamento di Trump al G7 si innesta la seconda, e si degenera fino agli attacchi contro la popolazione civile russa (i centri di smistamento della Wildberries per i clienti su internet, i morti nei centri vacanze) tramite missili a maggiore gittata e testate più potenti.
Allo stesso tempo l'Ucraina apre il fuoco su una nave iraniana nel Mar Caspio. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran (IRGC) minaccia ritorsioni. Lo IRGC minaccia il Regno Unito (e Cipro) per il suo coinvolgimento sempre più marcato nella guerra contro l'Iran.
L'Europa tratta la Russia come se non facesse sul serio e continua a propugnare attacchi missilistici in profondità nel territorio russo. La Russia, tuttavia, non può permettere che questi attacchi continuino, sempre più massicci. Nel frattempo, il Medio Oriente sta silenziosamente andando a fuoco. L'Iran non cederà alle pressioni di Trump; né la Cina tollererà la pressione delle sanzioni statunitensi.
Per Trump, risolvere tutto armata mano è impossibile. La miglior cosa che possa fare è impedire che i conflitti finiscano per convergere in un'unica guerra mondiale.