Traduzione da Strategic Culture, 6 luglio 2026.
Il piano A? Rovesciare la Repubblica Islamica, considerata nient'altro che un fragile castello di carte. Il suo crollo -a sentire le previsioni- avrebbe provocato un effetto a catena abbattendo diversi fronti collegati all'Asse della Resistenza, secondo l'analisi del Mossad e della rete dei centri del potere sionista negli USA. Alcuni funzionari statunitensi si erano comunque mostrati dubbiosi.
L'idea che ci sarebbe stata una rivolta popolare in Iran si è rivelata, al contrario, un errore strategico di tale portata che ha fatto da catalizzatore per la Repubblica Islamica, che adesso è più forte, più ribelle, più assertiva. Persino gli esperti dello stato sionista ammettono che la fallace premessa alla base della guerra ha generato un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente. Fino a quel momento, come ha potuto affermare un importante commentatore militare sionista come Alon Ben David, lo stato sionista era il punto di riferimento in Medio Oriente per ogni interesse mondiale; d'ora in poi, lo Stato di riferimento è e sarà l'Iran. Questa considerazione ha attestato fino a che punto si fosse andati oltre ogni limite.
Così la congrega filosionista è passata al piano B: una gabola basata sul protocollo d'intesa. Che Trump interpreta in una maniera tale che nel caso (improbabile) che l'Iran si adeguasse, si ritroverebbe di fatto disarmato, perché l'accordo sul nucleare spoglierebbe lo Stato di ogni prerogativa in virtù dei requisiti previsti per le "verifiche": ispezioni dell'AIEA a sorpresa, invasive e "senza limiti" di "siti sotterranei segreti", scienziati e istituti di ricerca passati a setaccio. Tutto in piazza, ancora una volta.
Considerato nel contesto delle aspirazioni di più vasta portata che lo stato sionista ripone nel piano B, l'obiettivo sarebbe quello di imporre al tempo stesso la lobotomia di Hezbollah, tramite un accordo di disarmo separato da attuare per mezzo di formazioni filogovernative libanesi compiacenti in grado di premere da nord sul movimento, intanto che lo stato sionista procederebbe da sud con la desertificazione.
In contemporanea il piano prevede la cauterizzazione della Resistenza palestinese ispirandosi al "Programma dei villaggi strategici" dei tempi del Vietnam, precursore del trasferimento forzato in campi di concentramento recintati e di fatto inabitabili.
In terzo luogo, il piano contempla la neutralizzazione della Resistenza irachena tramite un nuovo Primo Ministro compiacente insediato dagli ameriKKKani, Ali al Zaidi. Il quale al Zaidi, con il pretesto di una campagna anticorruzione e con il sostegno degli Stati Uniti, si è messo a pretendere che la Resistenza irachena disarmi entro il 30 settembre. La neutralizzazione della Resistenza irachena è vista come fondamentale ai fini di facilitare un'incursione siriana da parte delle milizie jihadiste del presidente Jolani nel Libano settentrionale, al fine di completare la morsa che si stringe su Hezbollah.
Tutto sommato, il piano B sembra suggerire un progetto di pacificazione regionale molto completo, specialmente se considerato insieme agli sforzi statunitensi volti a forzare l'apertura di un "corridoio ameriKKKano" sul versante omanita dello Stretto di Hormuz.
Probabilmente il piano per la pacificazione regionale sarà visto come una astuta mossa di Trump per mitigare la pressione esercitata su di lui dall'ira dei neoconservatori a motivo delle "concessioni" che ha fatto all'Iran nel protocollo d’intesa.
Ma è davvero una mossa tanto astuta? A Marco Rubio è stato affidato il compito di controllare che lo establishment di Beirut si allineasse allo stato sionista nel comune antagonismo contro Hezbollah. Solo che il pezzo di carta che ne è venuto fuori sul disarmo di Hezbollah non gode di alcuna legittimità; è in contraddizione con la Costituzione libanese e richiederebbe l'avallo del Consiglio dei Ministri e l'approvazione del Parlamento per avere una qualche validità o un qualche significato.
L'accordo tra stato sionista e Libano invece è efficace nell'infliggere un colpo mortale alla struttura di coordinamento tra Stati Uniti e Iran, concordata separatamente da Vance e presieduta dal Qatar, per la supervisione del rispetto del memorandum d'intesa in Libano. L'iniziativa con cui Rubio ha escluso l'Iran dal quadro di coordinamento per il Libano va contro il memorandum d'intesa e contro gli sforzi di mediazione compiuti da Vance. Il "documento" tripartito di Rubio non risolverà nulla, ma lascerà che la "questione libanese" continui a essere una ferita aperta.
Eppure, un cessate il fuoco in Libano e il ritiro dello stato sionista sono fondamentali perché il protocollo d'intesa non rimanga lettera morta. Sembra che Netanyahu abbia incaricato Ron Dermer proprio di convincere Rubio a sabotarlo.
Così, adesso alla Casa Bianca sono ai ferri corti sull'Iran Vance e Rubio. Il protocollo d'intesa intanto scivola verso la sospensione; rimarrà probabilmente in vigore, sia pure in uno stato comatoso.
Intanto sta andando tutto a rotoli. Il principale sfidante di Netanyahu alle prossime elezioni, l'ex capo delle Forze di Difesa dello stato sionista (IDF) ed ex membro del governo di guerra Gadi Eisenkot ha confermato questa settimana che "l'Iran non è mai arrivato ad avere armi nucleari. Sono ben consapevole di tutte le informative dei servizi segreti... Netanyahu sta inventando la realtà, sta creando minacce dal nulla, ed è così che spaventa l'opinione pubblica dello stato sionista". L’ex primo ministro Bennett si è detto d’accordo, ha sostenuto che le affermazioni di Netanyahu sono "bugie" e accusandolo di "fare reverse engineering sulla storia".
Tutto questo non sarà di aiuto a Trump, costretto come si trova a dover riaprire con urgenza e completamente lo Stretto di Hormuz per evitare una grave crisi economica. Contrariamente all'opinione per cui si tratterebbe di una mossa astuta, esiste l'idea (sempre più diffusa tra gli iraniani, tra gli altri) per cui l'Iran sarebbe vittima di un inganno. Il protocollo d'intesa altro non sarebbe che uno escamotage per forzare l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, come ha dedotto Vance, al fine di riempire le riserve strategiche di petrolio statunitensi e occidentali, oltre che per guadagnare tempo per capire quali potrebbero essere le pressioni cui gli USA potrebbero ricorrere per forzare sugli altri elementi previsti nel protocollo.
L’opinione corrente, in quella Assemblea degli Esperti che nella Repubblica Islamica dell'Iran ha un'importanza fondamentale e anche presso la gente comune, si è irrigidita contro qualsiasi concessione agli Stati Uniti, specialmente per quanto riguarda il permesso di transito alle navi (ostili) che attraversano lo Stretto di Hormuz. Il proposito generale è quello di mantenere la morsa iraniana su Hormuz fino a quando il dolore non diventerà lancinante.
Così, mentre a Washington si aprono delle fratture e l'Iran diventa sempre più diffidente nei confronti di Trump e dei suoi cambiamenti di rotta, il protocollo d'intesa si rivela un inganno teso soltanto a far riaprire lo Stretto, prima di colpire l'Iran sia indirettamente -colpendo i suoi alleati della Resistenza- sia in modo più duro.
È interessante notare che il prendere piede di questa opinione va affermandosi nel momento in cui il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si è detto convinto che anche gli "accordi" raggiunti ad Anchorage con Trump fossero probabilmente un inganno da parte degli Stati Uniti.
Insomma: chi si è preso gioco di chi? Per ora, il petrolio proveniente dal Golfo Persico non è diretto verso gli Stati Uniti. Secondo la Reuters, almeno cinque superpetroliere che trasportano un totale di dieci milioni di barili di petrolio saudita caricato a Ras Tanura hanno attraversato lo Stretto di Hormuz. Due delle cinque superpetroliere che hanno lasciato lo Stretto sono dirette in Giappone, mentre altre due stanno facendo rotta verso la Cina. Il che significa -come ha sottolineato Larry Johnson- che anche se le petroliere dovessero in questo momento dirigersi verso gli Stati Uniti il Paese si troverebbe comunque ad affrontare una grave carenza di greggio acido almeno fino al 23 agosto, considerando i quarantadue giorni necessari per il viaggio verso gli Stati Uniti. Il greggio acido è una materia prima fondamentale per la produzione di gasolio e carburante avio nelle complesse raffinerie statunitensi.
A giochi fatti, occorre sospendere l'analisi della guerra intrapresa da USA e stato sionista contro l'Iran, poiché sia Trump che Netanyahu stanno entrando in una fase di stallo in vista delle elezioni. Trump potrebbe minacciare di "annientare" l'Iran se questo non capitola e non china il capo, ma è dubbio che gli Stati Uniti possano mantenere a lungo la propria presenza militare nella regione con le scorte di munizioni che vanno esaurendosi. Ciononostante, un ulteriore episodio di guerra vera e propria è altamente probabile. E ampiamente previsto in Iran.
È possibile un breve attacco militare degli Stati Uniti contro l'Iran come dimostrazione di potenza, ma otterrebbe ben poco. E nulla di strategico.
Allora, chi sta perdendo in questa guerra? Lo stato sionista e Netanyahu. Netanyahu è in grave difficoltà anche sul fronte elettorale.
Il previsto trionfo dello stato sionista in Medio Oriente è stato un fallimento. Anche la guerra rivoluzionaria contro la Russia e l’assedio alla Cina, ad essa collegati, stanno vacillando. E persino la presa dello stato sionista sugli USA, fino a oggi inattaccabile, si trova messa in discussione.
Dopo che Netanyahu ha convinto Trump a ritirarsi dall'accordo sul nucleare iraniano nel 2015, i principali commentatori sionisti in materia di sicurezza hanno iniziato a lamentare il loro errore strategico definendolo "uno dei più grandi errori strategici del ventunesimo secolo". Sorprendentemente, nello stato sionista c'è qualcuno -comprese figure militari in alto nella scala gerarchica- che sta già rimpiangendo di aver assassinato la Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio 2026. "Almeno con Khamenei sapevamo a che punto eravamo", ha dichiarato una fonte militare sionista di alto livello a Ben Caspit.
"[Khamenei] aveva delle linee rosse, aveva una strategia ed era, in una certa misura, lucido. C'era una certa stabilità nella follia iraniana. L'attuale leadership è molto meno stabile, di gran lunga più estrema e imprevedibile. Sono inebriati dal potere e dall’arroganza, convinti di aver sconfitto sia l'AmeriKKKa che lo stato sionista".


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