30 maggio 2026

Automobili. Dedicato al Treggia's Blog

 


"...Ma che cos'è questa roba, maledizione?! Sembra fatta col Lego..."

 Quello delle automobili è un tema molto inusuale in questa sede, ma le automobili sono beni di consumo e riguardano anche la Firenze che non conta e i suoi comportamenti di spesa. Questo scritto è dedicato a Riccardo Venturi, che in materia di automobili che non contano cura immagini e testi di un Treggia's blog - Vecchie auto a Firenze. Sul blog si è mostrato redivivo dopo diversi anni, addirittura con una dedica in cui ringrazia per le pur minime attenzioni riservategli.
Giorgio Marchetti (1943-2014) è stato un architetto lucchese, per decenni collaboratore di Livornocronaca - Il Vernacoliere dove si firmava Ettore Borzacchini. Le gìppe su cui inveiva quasi quarant'anni fa adesso hanno altri nomi (ma nemmeno sempre) e hanno subìto i necessari aggiornamenti. A giudicare da quello che si vede in giro si direbbe che il settore abbia letteralmente debordato, mettendo ai margini dei listini qualunque cosa non somigli alla gìppe, e in particolare al suo aggiornamento che Marchetti avrebbe chiamato sùvve. Pare che linee e forme siano state imposte sul mercato senza nemmeno consultare il marketing, figuriamoci i potenziali clienti. Che infatti all'uscita di qualche nuovo modello sghignazzano tra sodali, commentano ad alta voce e fanno paragoni in cui invocano blocchi di granito, ferri da stiro, casse da morto e nel caso di modelli elettrici anche alberi di Natale o -sentito di persona- PlayStation con le ruote. Insieme alla caduta libera del potere d'acquisto, negata solo dal governo di Roma e dalla madre non sposata che lo presiede dal 2022, il fatto che il mercato offra roba simile a prezzi almeno doppi rispetto al giusto ha contribuito al drastico calo delle vendite e all'altrettanto drastico calo dell'interesse generale verso un qualcosa che per moltissime persone ha perso qualsiasi valenza positiva come simbolo di condizione sociale e serve soltanto per andare in giro. Di solito per recarsi al lavoro a molte decine di chilometri da casa, in zone poco o per nulla servite da mezzi pubblici.
Oltre all'argomento lo scritto riportato ha di inusuale per questo blog anche il linguaggio, che è un livornese di registro piuttosto basso in cui non ci si sorprenderebbe di trovare anche locuzioni blasfeme. Il nome dello stato che occupa la penisola italiana ricorre nell'originale; come nostro uso ce ne scusiamo con i lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.
Una volta la gìppe era la gìppe. E cioè un veicolo militare americano guidato da un caporale nero come il carbone, che scorrazzava per le accidentate strade dell'Italia occupata e/o liberata dagli alleati distribuendo ciuingàmme e cioccolata ai bimbini laceri ed affamati; a volte il quadro veniva completato dal fatto che il nero s'imbriaàva come una civetta e i bimbini laceri ed affamati lo spogliavano tutto ignudo portandogli via anche le impiombature dei denti, mentre i loro babbi provvedevano a smontare le gomme della gìppe per venderle al mercato nero.
Accadeva anche che sotto la gìppe finissero gatti, galline, pensionati ed altri animali con tendenze suicide; qualche volta invece sopra la gìppe ci finivano le sorelle e le mamme dei bimbini laceri ed affamati allo scopo di fornire prestazioni orogenitali alle truppe dei vincitori in cambio di barattoli di latte condensato.
Insomma la gìppe, subito dopo il carrarmato, era il simbolo degli orrori e delle violenze della guerra, la biga del centurione che fendeva la folla degli sconfitti in un lercio trionfo di fame, prostituzione, sifilide; hanno avuto un bel da fare gli americani a riabilitare la gìppe con tutti quei film dove Glenn Ford, Gregory Peck, John Wayne, guidavano con l'elmetto sulle ventitré e una gamba fuori a penzoloni e poi s'innamoravano come citrulli delle ragazze italiane e le portavano in America.
In America una sega, potrebbero commentare molti miei coetanei, figli della guerra dalla pelle troppo scura o dai capelli troppo biondi.
...dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare...
È andata così, poteva andar peggio. Ma a me la gìppe m'è rimasta sui coglioni.
E invece oggi è una ganzata.
Li chiamano fuoristrada questi bussoloni sgargianti e cromati dalle ruote enormi ed artigliate, nipoti supernutrite e scurreggione delle perfide gìppette dei conquistatori, e magari si limitassero a bazzicare i sentieri e i fratturi di campagna. Te le ritrovi davanti e didietro, alte e tronfie, a strombazzare e sgassare ai semafori, cariche di giovanottini sciugnati con gli occhiali a specchio e di ragazzone sgrendinate a cosce all'aria che guardano con compatimento la tua Fiat ingiuriata dal tempo ed alimentata a cambiali.
Queste sono le auto dei discendenti dei vinti, auto dai nomi altisonanti di tribù pellerossa parcheggiate in traverso a occupare con prepotenza tre posti; inutili, dispendiose, irritanti, possiedono lo stesso fascino perverso che apparteneva alle auto dei vincitori ed hanno soppiantato gli spaiderini pottaioni e colorati, bellini sì, ma non abbastanza rusticani per rappresentare la voglia di sopraffazione corsara che cova nei cuori. Quanti stronzoli si fanno il toiota, il mizzubìsci, il ciròchi, il rengeróve, l'interculer, il turbo, il budello di su' ma' non per affrontare -con quei motoroni, con quei rotoni, con quei fanaloni, con gli argani, i verricelli, le taniche, i picconi, le vanghe- impervie spedizioni sull'Annapurna o nel Mato Grosso, ma per spostarsi da Viareggio a Forte dei Marmi, da Livorno a Castiglioncello, da Rimini a Cesenatico, facendo a gara a chi ce l’ha più grosso, più gommato, più strepitante, più caóne.
Forse son gli stessi stronzoli che vanno a fare i corsi di sopravvivenza e le battaglie simulate, che coltivano le arti marziali, che collezionano armi, che hanno quella tragica ed insopprimibile voglia di guerra destinata periodicamente a travolgere le generazioni allevate in una pace faticosa e difficile, e in mancanza di peggio si sfogano con queste autoblindo, si fanno le seghe su Rambo e su Rocky, si gonfiano i muscoli delle chiappe. Il lettore accorto, appeso tra la generazione della guerra e quella del cosiddetto benessere, l'ha preso sufficientemente in culo da tutte e due le parti per essere in grado di individuare le terribili analogie tra i simboli dell'una e dell'altra epoca, ma mi fa francamente schifo veder riaffiorare nei giovani e nei giovanissimi la convinzione che per essere ganzi sia necessario dotarsi di attributi truculenti, di pròtesi metalliche, di aggeggi e marchingegni terribili, di armature cromate e catafratte, venduti a caro prezzo dai mercanti di anime di tutti i tempi coglionando la fragile natura del bipede mammifero.
O affezionato lettore, cui non verrebbe mai in mente di andare a spasso per la passeggiata a mare a bordo di un trattore mietitrebbia, di usare un'autobotte per seguire le esequie di un caro estinto o di invitare ad una gita su un'ambulanza quella signorina che ti concede saltuariamente le sue inestimabili grazie, che cazzo ci fai su una gippona da ottanta milioni che consuma quanto un budello e che in caso di pioggia è a malapena in grado di ripararti i coglioni...?
Dammi retta, palle!

Giorgio Marchetti (Ettore Borzacchini). Da Livornocronaca - Il Vernacoliere, settembre 1989.

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