traduzione da Strategic Culture, 8 giugno 2026.
La guerra degli Stati Uniti contro la Repubblica Islamica dell'Iran è passata dalla fase iniziale a una nuova fase saliente, in cui l'Iran punta implicitamente sulla possibilità che gli eventi a seguire altro non siano che guerra a tutto campo. Molto probabilmente si tratterà di episodi brevi e circoscritti ma suscettibili di estendersi a livello regionale, qualora gli Stati Uniti (e lo stato sionista) decidessero di intensificare sensibilmente il conflitto.
La nuova fase comporta ovviamente dei rischi, ma l'Iran ha in mano le carte vincenti: la capacità di infliggere alle infrastrutture del Golfo danni sproporzionatamente più gravi come rappresaglia per qualsiasi danno subito, e la consapevolezza che l'Occidente si sta avvicinando sempre più al crollo del settore energetico.
Questo cambio di rotta ha alla base tre punti fermi. In primo luogo, la fiducia nel fatto che l'Iran non sarà (e non potrà essere) estromesso dal controllo su Hormuz e che con il consolidamento delle strutture amministrative nella zona gli altri Paesi prenderanno atto in misura sempre maggiore del controllo iraniano su Hormuz. Un fatto compiuto cui seguirà l'accettazione del controllo iraniano e omanita.
A questo principio fondamentale si accompagna la messa in atto da parte dell'Iran di una intensificata deterrenza nei confronti del blocco navale statunitense. Qualsiasi tentativo di intercettare o attaccare navi iraniane o di interferire con l'amministrazione dello Stretto sarà accolto da reazioni sempre più dure. In definitiva, questa politica potrebbe portare l'Iran a infliggere danni sempre più gravi alle navi da guerra statunitensi. Un altro punto di logoramento.
Il 3 giugno ad esempio gli Stati Uniti hanno lanciato un missile Hellfire contro una petroliera iraniana nei pressi dello Stretto di Hormuz. In risposta, una nave di proprietà (o in parte di proprietà) statunitense, la Panaya, è stata colpita da missili. Inoltre, l'Iran ha lanciato tre ondate di missili da crociera contro la base aerea ed elicotteristica statunitense in Kuwait da cui era partito l’attacco. Sono reperibili immagini che mostrano gravi danni anche all'aeroporto internazionale del Kuwait, sebbene non ci sia certezza sulla causa vera e propria dei danni.
Il secondo punto fermo che influenza questo cambiamento riflette semplicemente il disprezzo degli iraniani verso le continue esorbitanti richieste di Trump, verso le sue minacce esagerate e palesemente al di là delle capacità statunitensi, verso i suoi continui cambiamenti di rotta e verso i toni sprezzanti tenuti nei confronti dell'Iran.
Sembra che la leadership iraniana sia giunta alla conclusione che probabilmente non ci sarà alcun compromesso e che sia meglio interrompere i "negoziati" piuttosto che "continuare inutili trattative in malafede con un regime statunitense ingannevole e decrepito", per dirla con le parole del New York Times. Che fanno pensare che questo approccio caotico alla trattativa non riguardi solo il caso iraniano, ma che con Trump rappresenti un modello coerente di disfunzionalità che si ripete praticamente in tutte le sue iniziative di "pace".
Dietro la decisione dell'Iran di sospendere i colloqui, tuttavia, si cela probabilmente il fatto che sta gradualmente emergendo con chiarezza, dietro le dichiarazioni e le analisi statunitensi e dello stato sionista, che il vero obiettivo dell'attacco a sorpresa del 28 febbraio da parte di Stati Uniti e dello stato sionista non è mai stato il rovesciamento della Repubblica Islamica in sé –mirato a sostituire gli "integralisti" iraniani con un leader più moderato in stile Delcy Rodriguez– ma era piuttosto quello di provocare la completa distruzione e la frammentazione dell'Iran. Una presa d'atto che non poteva che cambiare l'atteggiamento complessivo dell'Iran.
Questa consapevolezza ha consolidato enormemente il sostegno pubblico alla Repubblica Islamica e, allo stesso tempo, ha trasformato la guerra in una lotta esistenziale per preservare i valori etici della Rivoluzione. Da questo punto di vista l'Iran ha poco da discutere con Trump, a parte i termini di un futuro modus vivendi se e quando Washington capirà di essere con le spalle al muro e un atteggiamento realista vi prenderà nuovamente piede.
Il terzo punto alla base di questa nuova fase del conflitto è quello enunciato dall'Iran fin dall'inizio dei colloqui di Islamabad: "Cessate il fuoco per tutti, o cessate il fuoco per nessuno". Un assunto che è stato nuovamente ribadito nel più recente ultimatum dell'Iran a Trump: "Se lo stato sionista avesse messo in atto la minaccia -profferita la settimana scorsa- di radere al suolo il sobborgo meridionale di Beirut Dahiyeh, l'Iran avrebbe colpito duramente il nord dello stato sionista con i suoi missili. I cessate il fuoco devono valere per tutti, o non valgono per nessuno".
Trump ha scelto per il cessate il fuoco e, dopo una telefonata a Netanyahu, ha annunciato che era in vigore. Ha detto a Netanyahu di cancellare il bombardamento previsto su Dahiyeh a sud di Beirut. Nello stato sionista un'ondata massiccia di indignazione proveniente da tutte le parti politiche si è rovesciata su Netanyahu per aver anche solo preso in considerazione l'idea di mettere un freno a qualsiasi attacco in Libano. L'ex primo ministro Naftali Bennett ha accusato Netanyahu di "aver perso il controllo sulla sovranità dello stato sionista". E l'ex primo ministro Yair Lapid ha affermato che lo stato sionista è stato ridotto a uno "Stato vassallo" dalla sospensione degli attacchi.
Da alcuni mesi gli Stati Uniti e lo stato sionista stanno tentando di convincere un certo numero di politici libanesi ad accollarsi il compito di disarmare Hezbollah, come ha spiegato Rubio, "in modo che a farlo non sia lo stato sionista". I libanesi, secondo ogni evidenza, non sono in grado di fare una cosa del genere.
lo stato sionista non ha una strategia coerente per il Libano. L’ex alto ufficiale dell’intelligence militare Danny Citrinowicz indica un altro successo strategico iraniano:
Tehran è riuscita effettivamente a collegare il fronte libanese al più ampio teatro sionista-iraniano. Qualsiasi escalation in Libano viene ora considerata sempre più attraverso il prisma della dinamica USA-Iran.
Ciononostante, egli osserva che
La situazione in Libano rimane altamente instabile. Stato sionista e Hezbollah continuano a interpretare gli attuali accordi in modi fondamentalmente diversi. [Mentre] lo stato sionista sostiene di mantenere la libertà di azione in tutto il Libano eccetto Beirut, Hezbollah [d'altra parte] insiste sul fatto che qualsiasi attività militare dello stato sionista, quale che sia, sia una violazione del cessate il fuoco. Queste interpretazioni contrastanti sono responsabili di un potenziale significativo di rinnovati attriti e di escalation sul campo.
Nello stato sionista, la situazione nelle città del nord rimane nevralgica per quasi tutti i cittadini. Molte città lungo il confine con il Libano e giù fino alla Galilea sono semideserte; "intere fasce di territorio abbandonate dal governo", scrive Ben Caspit. I politici locali sostengono di "essere cittadini dello stato sionista anche loro" e che il governo deve reagire.
Il Libano rimarrà sicuramente terreno di scontro. Non è questione di se, ma di quando scoppierà la prossima crisi. lo stato sionista non lascerà correre: persino i leader dell'opposizione liberale chiedono la distruzione di Hezbollah e protestano contro il fatto che Trump abbia legato le mani a Netanyahu in Libano.
Neanche l'Iran lascerà correre. I mediatori hanno informato gli USA che l'Iran considera la fine della guerra in Libano, il ritiro delle forze dello stato sionista e il ritiro da Hormuz come condizioni cui è subordinata la discussione di ogni altro argomento.
Quindi, ecco la situazione. Gli scontri militari –di fatto una serie di piccoli attacchi da parte delle forze statunitensi contro le navi iraniane e le infrastrutture dello Stretto, derivanti dal desiderio di Trump di ribadire la questione del suo blocco navale all'opinione pubblica statunitense– continuano. Questa situazione è chiaramente esplosiva, proprio come lo è il contesto libanese.
L'Iran sta concretamente prendendo atto della realtà: in questa nuova fase, ricca di per sé di tanti punti caldi, è probabile che prima o poi gli USA non potranno evitare una escalation militare indispensabile alle esigenze di politica interna di Trump e dei suoi finanziatori ebrei.
E i negoziati? Non porteranno a nulla finché lo stato sionista e i miliardari ebrei statunitensi che finanziano la politica rifiuteranno qualsiasi sbocco che lasci l'Iran intatto e più forte e che di conseguenza -nella loro mentalità di bianco e nero- indebolisca il progetto "lo stato sionista innanzitutto" sia negli Stati Uniti che in Medio Oriente.
Un accordo che non preveda un Iran irrimediabilmente indebolito sarà condannato dalle entità su citate come una "negligenza traditrice" da parte di Trump. Trump sarà attaccato senza pietà. Eppure, deve rendersi conto che l'Iran è comunque sul punto di liberarsi dalle catene degli Stati Uniti.
Questa fase del conflitto iraniano probabilmente finirà solo quando l’Occidente cadrà in un baratro economico che è sempre più vicino.


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