30 aprile 2026

Alastair Crooke - Un meccanicismo errato alla base dei molti fallimenti geopolitici dell'Occidente


Trump a Hormuz, primavera 2026

Traduzione da Strategic Culture, 27 aprile 2026.

 Circa quindici anni fa scrissi che per comprendere il conflitto tra stato sionista e palestinesi non era più il caso di fare affidamento sulla prospettiva occidentale, improntata a un razionalismo laico. Era ormai evidente, già allora, che il futuro della regione sarebbe stato caratterizzato da guerre sempre più definite da simboli religiosi: qualcosa come Al Aqsa contro il Terzo Tempio.
Da allora le cose sono andate avanti: nello stato sionista le elezioni politiche del novembre 2022 hanno portato una nuova leadership impegnata a fondare lo stato sionista sulla "Terra della Grande Israele", allontanandone la popolazione non ebraica e applicando la legge halachica.
La piattaforma del nuovo governo era espressione di propositi escatologici e messianici, con alla base una teleologia volta a perseguire un percorso verso la Redenzione messianica. Non era una piattaforma laica e neppure era formulata in toni illuministici.
La mia tesi, allora come oggi, è che le prospettive occidentali, meccanicistiche e laiche, non porteranno a una buona comprensione di questi radicali cambiamenti. L'Occidente insiste nell'applicare i propri precetti concettuali occidentalizzati a cose -come il messianismo e la ricerca della Redenzione- che si trovano al di fuori della prospettiva della odierna coscienza postmoderna occidentale. Comprendiamo abbastanza bene la politica del potere, ma per la maggior parte dei laici occidentali quella dell'escatologia è in gran parte una cosa fuori questione.
È inutile cercare di convincere gente dominata da una visione messianica che una soluzione ai loro problemi consisterebbe in una struttura politica a due Stati nella Palestina storica; in questi casi si attende con fervore l'Armageddon, foriero di rovina per i non ebrei.
E neppure si può considerare questo fenomeno come una fase passeggera o come un capriccio. Il messianismo è stato un impulso molto rilevante per l'ebraismo, sia pure in modo ondivago, sin dai tempi di Sabbatai Zevi (anni ’60 del XVII secolo) e di Jacob Franks (XVIII secolo). Elementi di messianismo sono rintracciabili anche nelle concezioni europee, durante le fasi più tarde dell'Illuminismo.
Lo storico e studioso ebreo Gershom Scholem ha correttamente previsto che il sionismo religioso -che negli ultimi decenni si è allineato con il Likud e con il movimento dei coloni- opera come un movimento messianico militante, animato da un carattere apocalittico e radicale che lo spingerebbe a forzare le cose verso un esito escatologico. Ad esempio, esigendo che lo Stato si impegni in un massiccio controllo territoriale. La conquista territoriale diventerrebbe un imperativo per ragioni legate alla fine dei tempi.
Forse non c'è da rimanere sorpresi se la razionalità meccanicistica occidentale si è dimostrata altrettanto incapace di comprendere ciò che motiva l'Iran quanto lo è è stata nel comprendere lo stato sionista di oggi. Un approccio letterale, semplicemente, stronca alla base qualsiasi possibilità di comprendere in modo approfondito l'anima rivoluzionaria dell'Iran. Preferiamo piuttosto proiettare sull'Iran la nostra immagine dello Stato-nazione del XIX secolo, il concetto di uno Stato retto da un governo centralizzato e gerarchizzato inteso come vettore dominante e a volte autocratico, attraverso il quale un tempo si attuavano le linee generali della politica secondo altri principi di legittimità.
In un'intervista del 1979 con Richard Falk, l'Ayatollah Khomeini affermò con chiarezza che la Rivoluzione rappresentava il trionfo di una civiltà piuttosto che un trionfo nazionale. Sottolineò che, a suo avviso, il tessuto comunitario di base per tutte le persone nel mondo islamico era di natura civile e religiosa, e non nazionale e territoriale. Khomeini spiegò che al contrario di quanto succedeva in Europa, in Medio Oriente gli Stati sovrani territoriali costruiti attorno all'identità nazionale non formavano una comunità naturale.
Al centro delle sue considerazioni c'ea l'idea che un governo coerente con i valori islamici non potesse reggersi in modo affidabile sui principi democratici senza essere soggetto alla guida religiosa -non soggetta ad elezione- da parte dei massimi studiosi del clero islamico, guida che costituisse la fonte della massima autorità politica.
La repressione dell'Islam con la laicizzazione forzata e la distruzione del Califfato perseguite da Mustafa Kemal all'inizio del 1900 avevano portato Seyyed Qutb a predicare l’avanguardismo rivoluzionario fino a quando non venne messo a morte nel 1966. Gli scritti di Qutb -ma in particolare il suo La giustizia sociale nel pensiero islamico, uscito in coincidenza con l'ondata di proteste di massa in tutto il mondo musulmano in conseguenza della spartizione della Palestina nel 1947- gettarono le basi fondamentali del pensiero rivoluzionario che sarebbe emerso in Iran.
Per gli iraniani, il messaggio di Qutb rappresentava l'invito a tornare a quello che erano stati, a riallacciare i legami con la propria storia e con un lignaggio leggendario che si estende molto indietro nel tempo. Una prospettiva che riflette una trasformazione più spirituale e interiore dell'essere umano e che contempla un mondo in cui la coscienza è strutturata in modalità gerarchiche e in cui vige la disposizione a lottare contro l'oppressione e a prendersi cura dei diseredati.
Guardare all'Iran attraverso la lente dello Stato-nazione significa quindi fraintendere l'Iran. I limiti del pensiero meccanicistico rendono impossibile per gli osservatori esterni comprendere l'Iran o prevederne il futuro. Oggi, i giovani iraniani stanno tornando con entusiasmo all'ethos che reggeva la Rivoluzione del 1979. C'è una nuova e palpabile energia in Iran, ed è di tipo radicale. Le sue ripercussioni si stanno diffondendo ben oltre i confini dell'Iran.
Se noi occidentali vogliamo ascoltare e comprendere, sarebbe saggio prima di tutto guardarci allo specchio. Siamo davvero così laici e dediti alle strategie razionali come pensiamo di essere?
Lo storico militare statunitense Michael Vlahos, in un lungo saggio intitolato America is a Religion, sottolinea che gli stessi Stati Uniti sono tutt'altro che immuni dalle correnti dell’idealismo messianico, del millenarismo e del manicheismo. "Si tratta di un carattere persistente, la cui corrente profonda confluisce nel cristianesimo":
Sin dalla loro fondazione gli Stati Uniti hanno perseguito, con ardente fervore religioso, una suprema vocazione alla redenzione dell'umanità, alla punizione dei malvagi e all'instaurazione sulla terra di un millenarismo da età dell'oro. Gli Stati Uniti hanno fermamente perseguito la visione che li voleva investiti della missione divina di dover essere il "nuovo Israele di Dio".
Naturalmente, questa "religione civile" statunitense è indissolubilmente legata alla Riforma, al cristianesimo calvinista e al protestantesimo. "Sebbene la sua lettura delle Scritture sia diventata laica nell'era progressista, la religione statunitense è rimasta comunque legata alle sue radici fondanti", sostiene Vlahos.
Pertanto, l’AmeriKKKa non ha soltanto un carattere messianico; non è soltanto "posseduta dalla passione e dallo zelo", ma manifesta una visione implicitamente biblica che proclama la sua fede nella natura predestinata del suo percorso. Una "nazione eletta" per scelta divina, chiamata ad agire in nome della Provvidenza come redentrice del mondo.
Tuttavia, come racconta Vlahos e come è successo con le ultime elezioni nello stato sionista, gli Stati Uniti hanno avuto il loro momento di metamorfosi: è stato innescato da sessant'anni (1963-2023) di ripetute e sterili débacle sul campo di battaglia:
Ogni iniziativa è stata intrapresa per adempiere alla profezia escatologica della democrazia globale, e ogni volta quel sogno è svanito.
Di conseguenza, scrive Vlahos, il messianismo statunitense si è involuto in
una caricatura manichea di se stesso, in cui la buona novella statunitense è stata sostituita dallo spettro sempre presente del Male e dalla minaccia della forza. Le sacre parole di Libertà e Democrazia, pur essendo ancora invocate, sono diventate un mantra vuoto.
Il vangelo statunitense non predica più la redenzione e l’espiazione: è diventato imposizione e punizione.
Un cambiamento che è avvenuto in un istante l'11 settembre e che è proseguito con Guantanamo.
Quasi dall'oggi al domani gli USA hanno abbandonato le regole internazionali e le norme del diritto e hanno invece costruito un arcipelago di tortura e incarcerazione arbitraria, senza controllo né possibilità di appello.
Oggi gli Stati Uniti stanno vivendo una profonda polarizzazione interna. Continuano comunque a perseguire conflitti all'estero, i cui obiettivi i leader statunitensi cercano di collegare a narrazioni redentrici fatte appunto per la contesa sul piano interno, convalidando il refrain della "Pace attraverso la Forza" attraverso la guerra contro l’Iran. Lo establishment statunitense considera così una "vittoria" in una guerra come un mezzo per ripristinare la propria posizione politica a livello nazionale e internazionale. Michael Vlahos definisce questa dualità "una dinamica reciprocamente distruttiva".
Ad essere garantito, in pratica, è il fato che Washington non sarà in grado di ragionare lucidamente sull'Iran e che prenderà decisioni tattiche sbagliate.

22 aprile 2026

Alastair Crooke - Troppo precipitosa la gioia dei mercati: la guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran potrebbe riprendere con intensità e vastità maggiori

 

Aprile 2026 Donald Trump Mosè a Hormuz

Traduzione da Strategic Culture,20 aprile 2026.

La guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran sta entrando in una nuova fase che potrebbe non corrispondere alle attese di molti, soprattutto nell'ambiente dei mercati finanziari. Il 19 aprile Trump ha detto, tra le altre cose, che lo Stretto di Hormuz era aperto e che l'Iran aveva accettato di non chiuderlo mai più; che l'Iran, con l'aiuto degli Stati Uniti, aveva rimosso o stava rimuovendo tutte le mine marine, e che gli Stati Uniti e l'Iran avrebbero collaborato per far uscire dall'Iran l'uranio altamente arricchito (HEU). Trump ha scritto:
Ce la faremo insieme. Entreremo in Iran, con calma e senza fretta, e inizieremo a scavare con grandi macchinari... Lo riporteremo negli Stati Uniti molto presto.
Il Presidente aveva detto in precedenza che l'Iran aveva accettato di consegnare le proprie scorte di uranio altamente arricchito.
Nessuna di queste affermazioni era vera. O Trump stava fantasticando aggrappandosi a fantasie che credeva verità, oppure stava manipolando i mercati. La cosa avrebbe funzionato bene, se fosse vera questa seconda ipotesi. Il petrolio è sceso e i mercati sono saliti alle stelle. Secondo quanto si legge in giro, venti minuti prima della dichiarazione per cui lo Stretto di Hormuz era aperto e non sarebbe più stato chiuso è stata effettuata una vendita allo scoperto di petrolio per settecentosessanta milioni di dollari... Qualcuno ha messo su un bel gruzzolo.
Tutta questa turbolenza ha creato molta confusione. Trump ha anche affermato che un nuovo ciclo di colloqui e un probabile accordo con l'Iran ci sarebbero stati molto presto, addirittura durante questo fine settimana. La probabilità che vi siano dei colloqui è inesistente. L'agenzia di stampa iraniana Tasnim riferisce che "la parte statunitense è stata informata tramite il mediatore pakistano che noi [l'Iran] non accettiamo una seconda sessione [di colloqui]".
Fin dall'inizio del discusso cessate il fuoco mediato dal Pakistan, l'Iran avrebbe dovuto consentire il passaggio giornaliero di un limitato numero di navi. La cosa era comunque soggetta alle condizioni per il transito fissate dall'Iran.
Il risultato netto delle manipolazioni di Trump è stato quello di indurre l'Iran a ribadire le proprie condizioni sul transito a Hormuz, sulle scorte di uranio altamente arricchito (HEU) e sul suo diritto a procedere con l'arricchimento in termini ancora più rigidi e meno flessibili.
I colloqui di Islamabad avevano già dimostrato all'Iran che il quadro in dieci punti che dapprincipio Trump aveva considerato una "base praticabile" per l’avvio di negoziati diretti non era affatto tale. Il quadro iraniano era stato accantonato verso la fine della giornata, quando gli Stati Uniti sono tornati ai punti chiave per la marcia trionfale che avevano messo in programma: la fine a tempo indeterminato delle operazioni di arricchimento da parte dell'Iran, la cessione agli Stati Uniti dei quattrocentotrenta Kg già esistenti di uranio arricchito al 60% e l'apertura senza pedaggi dello Stretto di Hormuz.
In breve, la posizione degli Stati Uniti altro non era che la ripresentazione di quanto lo stato sionista va pretendendo da lungo tempo. Aver di nuovo toccato con mano la malafede statunitense non avrà fatto altro che rafforzare la convinzione della Repubblica Islamica dell'Iran di dover tenere alta la guardia e di dover considerare tutta questa artefatta confusione da parte degli USA come null'altro che uno spargere fumo su una escalation militare già messa in programma.
L'Iran ha rifiutato le richieste e ha così innescato l'improvvisa decisione degli Stati Uniti di staccare la spina a Islamabad alla fine della giornata, mettendo così in luce il contesto sostanziale che c'è dietro l'abbandono delle trattative da parte degli Stati Uniti: la frustrazione di Netanyahu. La grossa frustrazione di Netanyahu. "Come dice [Netanyahu], 'i media', che fanno un gran comodo perché li si può sempre incolpare, sono riusciti a consolidare la narrativa secondo cui lo stato sionista avrebbe perso la guerra [con l'Iran]", ha scritto Ravit Hecht su Haaretz:
Poche persone comprendono il potere di messaggi brevi, incisivi e inequivocabili meglio di Netanyahu... Con il tempo che stringe e la sua reputazione internazionale in declino, Netanyahu è alla disperata ricerca di almeno un successo inequivocabile tra gli ambiziosi obiettivi proclamati nella prima settimana di guerra, quando l'arroganza e l'adrenalina permeavano ancora ogni briefing governativo. Un cambio di regime a Tehran? Non è più all'ordine del giorno. Il vago obiettivo di 'creare le condizioni' per un tale cambiamento è svanito. Porre fine al programma missilistico balistico dell'Iran sembra ora del tutto irrealistico; lo riconoscono anche i ministri di Netanyahu. Per quanto riguarda la rete di formazioni combattenti regionali dell'Iran, l'influenza di Tehran potrebbe indebolirsi, ma pochi credono che possa essere smantellata del tutto. A questo punto è rimasta in gioco una carta soltanto: l'uranio. La cerchia di Netanyahu spera che, come nelle crisi passate, l'aumento della pressione possa costringere l'Iran a cedere le sue scorte di uranio arricchito. Netanyahu sta puntando tutto su questo risultato, o sulla possibilità che una nuova guerra possa ancora destabilizzare la Repubblica Islamica.
Ecco perché il vicepresidente Vance -che riceveva istruzioni quasi ogni ora dalla Casa Bianca o da Tel Aviv- ha chiuso i colloqui in modo tanto precipitoso. Era chiaro che da essi non sarebbe emerso uno di quei messaggi di netta e incisiva vittoria da cui dipende il futuro di Netanyahu.
L'avvocato statunitense specializzato in diritto costituzionale Robert Barnes (amico di Vance) riferisce in una intervista che
Trump ha iniziato a mostrare segni di demenza precoce nel settembre 2025... Confabula frequentemente, perde spesso le staffe scatenandosi in sfoghi pieni di urla ed è incapace di pensiero critico. E (secondo Barnes, in condizioni del genere) Trump è davvero convinto che gli Stati Uniti abbiano sconfitto l'Iran e non comprende l'enorme danno economico che la chiusura dello Stretto di Hormuz sta causando all'economia mondiale.
In breve, Barnes afferma che il delirio di Trump secondo cui l'Iran sarebbe sul punto di capitolare riflette il suo stato mentale compromesso. Trump sarebbe incapace di comprendere la realtà... secondo una interpretazione panglossiana che il segretario Pete Hegseth fa del suo meglio per rafforzare.
Come Netanyahu, probabilmente anche Trump crede che esercitare pressioni e poi ancora pressioni sull'Iran potrebbe portare a una trionfante vittoria con tanto di trofeo da sventolare, sia pure metaforicamente: quattrocentotrenta Kg di uranio arricchito. Sia che l'Iran sia stato costretto a cederli a causa della pressione economica, sia che siano stati carpiti sul campo con un'operazione spettacolare da parte delle forze armate statunitensi.
Di fronte a questa crisi nel cuore della Casa Bianca il vicepresidente Vance, secondo quanto riferito (anche in questo caso da Barnes), avrebbe lavorato febbrilmente dietro le quinte per organizzare un nuovo incontro con l'Iran a Islamabad, nonostante il processo politico sia stato deliberatamente compromesso dai massicci attacchi aerei e terrestri sferrati dallo stato sionista in Libano, che hanno ucciso e ferito quasi un migliaio di persone (quasi tutte civili) durante i negoziati di cessate il fuoco, nonché dagli attacchi che sono comunque proseguiti anche dopo che Trump avrebbe "proibito" allo stato sionista di attaccare il Libano con l'inizio del cessate il fuoco.
Tuttavia, dopo molti tira e molla da parte del Pakistan e con messaggi che circolavano in molte direzioni, "ieri sera un ufficiale militare iraniano ha dichiarato che Tehran aveva emesso un ultimatum definitivo per gli Stati Uniti, affermando che l'Iran era a un'ora dal dare il via a un'operazione militare e ad attacchi missilistici contro le forze dello stato sionista che stavano attaccando il Libano, il che [alla fine] ha costretto Trump a dichiarare un cessate il fuoco in Libano", sia pure con grande rabbia da parte dello stato sionista. I funzionari sionisti erano furiosi, perché li si sarebbe informati solo a cose fatte.
Non è affatto chiaro se lo stato sionista rispetterà un cessate il fuoco che anzi ha già violato. Netanyahu, tutti i leader dell'opposizione e una grande maggioranza dell'opinione pubblica dello stato sionista concordano nel desiderio di continuare la guerra.
I colloqui di Islamabad sono falliti in primo luogo perché non era pensabile colmare le distanze tra le due parti con una sola sessione. In secondo luogo, le parti avevano visioni diverse e inconciliabili della realtà sul campo. Gli Stati Uniti, a quanto pare, hanno intrapreso i negoziati sulla base dell'"ipotesi" che l'altra parte fosse già militarmente distrutta e ridotta alla disperazione.
L'Iran al contrario ha intrapreso le trattative con la convinzione di essere uscito più forte rispetto a com'era dopo la guerra dei dodici giorni. Secondo il punto di vista dell'Iran l'effetto del controllo di Hormuz e del Mar Rosso non aveva ancora raggiunto un punto in cui si poteva affermare che fosse l'Iran a rimetterci di più, e di sicuro non era arrivato a un punto per cui sarebbe stato accettabile per l'Iran fare concessioni significative.
Quale è probabile che sia un prossimo sviluppo? Beh, che la guerra riprenda peggio di prima. Una guerra vecchio stile dalla portata più ampia, centrata probabilmente su un'altra massiccia serie di attacchi missilistici contro le infrastrutture civili iraniane dal momento che la banca dati degli obiettivi statunitensi e sionisti non era mai stata concepita per prevedere più di qualche giorno di attacchi.
Il 14 aprile, il Consiglio di Sicurezza russo ha avvertito che "i negoziati per un cessate il fuoco potrebbero essere una copertura utilizzata da Washington per prepararsi [anche] a una guerra terrestre... Gli Stati Uniti e lo stato sionista possono utilizzare i colloqui di pace per prepararsi a un'operazione terrestre contro l’Iran, mentre il Pentagono continua ad aumentare il numero delle truppe statunitensi nella regione".
Trump ha aperto un nuovo fronte, con l'intento di infliggere all'Iran ulteriori danni economici per mezzo di blocchi e di sanzioni. Il bersaglio principale è comunque la Cina, perché -come afferma il Segretario al Tesoro Scott Bessent- la Cina è stata il principale acquirente di petrolio a prezzo scontato dall'Iran. Bessent sostiene che questa nuova dimensione sia l'equivalente finanziario dei precedenti attacchi miitari statunitensi e sionisti contro l'Iran. Bessent ha definito l'iniziativa come una parte di una "Operazione Economic Fury" volta a tagliare i flussi di entrate dell'Iran, in particolare quelli derivanti dalle vendite illecite di petrolio e dalle reti di contrabbando.
Bessent ha anche affermato che gli Stati Uniti imporranno sanzioni secondarie a qualsiasi paese, azienda o istituzione finanziaria che continui ad acquistare petrolio iraniano o che consenta al denaro iraniano di transitare attraverso i propri conti. Ha descritto questa come "una misura molto severa". Bessent ha esplicitamente avvertito che se si dimostrerà che i fondi iraniani transitano attraverso i conti di una qualsiasi banca, gli Stati Uniti applicheranno sanzioni secondarie.
Se questo annuncio è inteso a costringere la Cina a esercitare pressioni sull'Iran perché si arrenda allo stato sionista e agli Stati Uniti, allora costituisce un grave fraintendimento di come stiano le cose, sia in Iran che in Cina. Probabilmente si ritorcerà contro Trump.
Tutto questo andrà ad aprire un altro fronte economico nella guerra, ed estenderà la guerra economica a livello globale.
È probabile che Cina e Russia non interpretino questa dichiarazione se non come un altro tentativo degli Stati Uniti -dopo il blocco del Venezuela- di strozzare le linee di approvvigionamento energetico della Cina. Ormuz rimane ancora aperto alle navi cinesi. Il tentativo di blocco di Trump è stato una prima stretta; adesso minaccia di sanzionare le banche e il commercio cinesi.
Col senno di poi la guerra dei dazi di Trump sarà considerata una cosa da nulla rispetto alla minaccia di un attacco alle linee di approvvigionamento della Repubblica Popolare Cinese.

14 aprile 2026

Alastair Crooke - La Repubblica Islamica dell'Iran intende rompere l'accerchiamento occidentale


Repubblica Islamica dell'Iran. I negoziatori a Islamabad, aprile 2026

Traduzione da Strategic Culture, 13 aprile 2026.

 La cessazione temporanea delle ostilità in tutta l’Asia occidentale è seriamente a rischio. Dapprincipio era previsto un cessate il fuoco su "tutti i fronti" compreso il Libano, cosa prevista da una delle dieci precondizioni iraniane per dei negoziati che portassero alla fine della guerra. Trump ha effettivamente detto che i dieci punti proposti dall'Iran potevano costituire una "base praticabile" per avviare dei negoziati diretti.
Per la Repubblica Islamica dell'Iran i dieci punti sono delle precondizioni, piuttosto che punti di partenza da cui sarebbero scaturiti i negoziati.
La CBS ha riferito che a Trump era stato detto che i termini dell'Iran, che egli aveva accettato giovedì, si sarebbero applicati all’intera regione mediorientale e lo stesso Trump si era detto d'accordo che comprendessero anche il Libano. I mediatori hanno riferito che il cessate il fuoco avrebbe compreso anche il Libano, l'annuncio del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif comprendeva anche il Libano. Anche il ministro degli Esteri Araghchi ha confermato che i termini comprendevano anche il Libano.
La posizione di Trump, tuttavia, è cambiata radicalmente dopo una telefonata di Netanyahu. Secondo quanto scritto dal corrispondente dello stato sionista Ronan Bergman su Yediot Ahoronot, Netanyahu ha improvvisamente mandato tutto all'aria all'ultimo momento: nello stato sionista entrambi i livelli –quello militare e quello politico– hanno ricevuto l'ordine di dimostrare che non esisteva alcun cessate il fuoco con Hezbollah, sferrando un massiccio attacco in Libano contro quartieri residenziali densamente popolati e uccidendo e ferendo oltre mille persone, in gran parte civili.
E mentre erano in corso gli attacchi contro il Libano, lo stato sionista ha annunciato di voler avviare un'iniziativa politica –colloqui diretti con il governo libanese incentrati sul disarmo di Hezbollah e sulla normalizzazione delle relazioni tra il Libano e lo stato sionista– al fine di ottemperare alla richiesta di Netanyahu per "ulteriori attacchi contro Hezbollah in un breve lasso di tempo, prima che gli statunitensi cerchino di estendere la stessa atmosfera di cessate il fuoco anche al Libano", scrive Anna Barsky su Ma'ariv. "Nello stato sionista le considerazioni in generale confidano in una parziale comprensione di certe necessità da parte statunitense. Comprensione che non è affatto assicurata". Alon Ben David, un importante corrispondente militare dello stato sionista, ha osservato che l’iniziativa del Primo Ministro potrebbe sfociare in Libano in una guerra civile, aggiungendo tra parentesi che "questo è sempre stato l'obiettivo".
Gli assunti iraniani tuttavia sono opposti alla concezione "rivista" dagli USA per cui il Libano non è mai stato parte integrante della richiesta che si riferiva a "tutti i fronti". Per Tehran il concetto è molto semplice: o c'è un cessate il fuoco per tutti, o non c'è un cessate il fuoco per nessuno. I negoziati sarebbero cominciati solo se Trump fosse stato in grado di frenare Netanyahu e la sua brama di ulteriori ondate di bombardamenti a tappeto in Libano. Trump ha una effettiva capacità di controllare Netanyahu, il quale -al pari di alcuni Stati del Golfo, secondo quanto riferito- vuole ancora che Trump "vada fino in fondo, fino al rovesciamento di quel regime malvagio", sottolinea Ronen Bergman.
La realtà tuttavia è dura, per gli USA:
Gli Stati Uniti hanno perso presenza navale e basi militari nella regione del Golfo Persico; tutto quanto il loro arsenale di munizioni a lunga gittata è stato quasi esaurito proprio come gli armamenti per la difesa aerea, che si sono dimostrati tristemente inefficaci. Ecco in quale forma si presenta una sconfitta strategica decisiva.
Come ha affermato Ben Rhodes, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: "È difficile perdere una guerra tanto breve in modo tanto netto".
Cosa abbia spinto Trump a passare da un post pubblicato un martedì sera in cui diceva "stasera morirà un'intera civiltà" ad accettare in campo a qualche ora di negoziare sulla base del piano in dieci punti dell'Iran è materia di congetture. Ma a raccontare com'è andata, forse, possono essere le immagini affiancate dell’elicottero precipitato durante il malaugurato tentativo del presidente Carter di portare gli ostaggi statunitensi fuori dall'Iran nel 1980 e dei rottami dell'aereo statunitense vicino a Esfahan, risultato dell'abortito tentativo -fatto sabato 4 aprile- di impadronirsi di uranio arricchito da un tunnel a Esfahan.
Come ha notato un commentatore, l’unica cosa che manca rispetto allo scenario da fine 1980 è la Guida Suprema, perché Ali Khamenei è stato assassinato. A pagare il prezzo politico del disastro, all'epoca, fu ovviamente il Presidente Carter.
Ricordiamo anche che la guerra in corso è iniziata con un attacco a sorpresa per uccidere la Guida Suprema Ali Khamenei; si pensava che sarebbe stata una guerra breve, della durata di pochi giorni. L'articolo del New York Times sulla riunione dell'11 febbraio 2026, durante la quale Netanyahu ha convinto Trump a partecipare a un attacco contro l'Iran, conferma che "il Presidente sembrava pensare che sarebbe stata una guerra molto breve… (e) in nessun momento durante le deliberazioni chi presiedeva l'incontro [il generale Caine] ha esplicitamente detto al Presidente che una guerra contro l'Iran era una pessima idea...[Il generale Caine] chiedeva costantemente: 'Ma dopo, che si fa'? Solo che il signor Trump per lo più sembrava sentire solo quello che voleva sentire".
E quello che Trump ha scelto di sentire durante il briefing dell'11 febbraio coincideva perfettamente con i reconditi desideri di Netanyahu: "L'Iran era un caso a parte" per Trump, così come per Netanyahu. "Lui [Trump] considerava l'Iran un avversario particolarmente pericoloso ed era disposto a correre grossi rischi per [realizzare] il suo desiderio di smantellare la teocrazia iraniana", ha riportato il New York Times.
Né Trump né Netanyahu -nonostante il briefing ufficiale di tre ore dell'11 febbraio- avevano affatto messo in conto che la Repubblica Islamica dell'Iran avrebbe riposto sferrando immediatamente dopo l'assassinio della Guida Suprema una serie di violenti attacchi contro le basi statunitensi nel Golfo, nonostante i precedenti ammonimenti provenienti dall'Iran avessero chiaramente lasciato intendere questa prospettiva.
L'intero piano di attacco dell'11 febbraio, approvato durante la riunione nella Situation Room della Casa Bianca, si basava su attacchi intesi a decapitare i vertici della Repubblica Islamica e su bombardamenti aerei a distanza, in nome di una convinzione viscerale (piuttosto che basata su prove) che ne sarebbe sicuramente seguita una rivolta interna tale da rovesciare la Repubblica Islamica.
Non sorprende quindi che Trump stia ora cercando disperatamente una via d'uscita dalla débacle che lo stato sionista gli ha ammannito. Come Carter, è in difficoltà sia politicamente che militarmente. Ma qualsiasi via d'uscita significativa richiederà da parte sua concessioni importanti;— concessioni che strideranno dolorosamente con il rancore che prova verso l'Iran e verso gli iraniani.
Sembra probabile che i negoziati non porteranno a un accordo. L'Iran si è fatto un punto di impegno di far saltare un paradigma vecchio di settant'anni costringendo –con la minaccia di sofferenze economiche e di mercato– gli Stati Uniti ad accettare la "liberazione" dell'Iran dal repressivo panopticon impostogli dagli USA e dallo stato sionista. Il dubbio è se a tanto si arriverà con più o meno morte, con più o meno guerra.

08 aprile 2026

Alastair Crooke - La guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran: si canta vittoria ma si ammette la sconfitta, aprire lo Stretto di Hormuz non è facile


Hormuz Strait, april 2026

Traduzione da Strategic Culture, 7 aprile 2026.

Bloomberg: "Si può sostenere che sia stato l'Iran a ottenere la vittoria strategica più significativa... Tutto indica che la capacità di Tehran di controllare lo Stretto sta migliorando".
Le sconfitte che l'Occidente continua a subire "[sono] soprattutto... sul piano dell'intelletto". E "non essere in grado di capire ciò che si vede significa che è impossibile reagire in modo efficace". Così ha sostenuto Aurelien. Ma "il problema va oltre lo scontro sul campo: va a considerare e a coinvolgere la natura delle guerre asimmetriche e le loro dimensioni economiche e politiche".
Questo vale in particolare per l'Iran, caso in cui Washington sembra incapace di comprendere che il suo avversario dispone effettivamente di una strategia che contempla aspetti economici e politici, e che la sta mettendo in atto.
[In linea con l'ossessione occidentale per le banalità], tutta l’attenzione dei media si è recentemente concentrata sul dispiegamento delle truppe statunitensi nella regione e sui loro possibili impieghi, come se ciò, di per sé, potesse essere decisivo per qualcosa. Invece sul piano concreto il tema sostanziale è dato dallo sviluppo e dalla messa in atto da parte degli iraniani di una guerra di nuova concezione fondata su missili, droni e difese preparate in anticipo; sviluppi che l'Occidente, con la sua mentalità incentrata sulle piattaforme, non è capace di comprendere e di elaborare [cioè di assimilare pienamente la strategia alla base della guerra asimmetrica].
La Repubblica Islamica dell'Iran ha concepito e ideato la propria dottrina di sicurezza oltre vent'anni fa. A indurla una volta per tutte a optare per un paradigma asimmetrico fu, nel 2003, la totale distruzione da parte degli Stati Uniti del comando militare centralizzato iracheno a seguito di una massiccia campagna di bombardamenti su Baghdad durata tre settimane.
Per la Repubblica Islamica dell'Iran i termini del problema diventarono quelli di come realizzare una struttura militare deterrente senza disporre -e senza poter disporre- di alcunché che somigliasse a un potenziale aereo pari a quello degli avversari. E per giunta quando gli Stati Uniti potevano osservare dall'alto l'estensione dell'infrastruttura militare iraniana grazie alle loro telecamere satellitari ad alta risoluzione.
Insomma, la prima risoluzione fu semplicemente quella di lasciare esposto il minor numero possibile di elementi della propria struttura militare, in modo che non potessero essere osservati dall'alto. Le sue componenti dovevano essere trasferite nel sottosuolo, e in profondità, così da risultare al di là della portata della maggior parte delle bombe. In secondo luogo, i missili lanciati da silos sotterranei sarebbero potuti davvero diventare la "forza aerea" dell'Iran, andando a sostituire un'aeronautica convenzionale. La Repubblica Islamica dell'Iran ha quindi costruito e accumulato missili per più di vent’anni. Terzo punto, l'infrastruttura militare iraniana è stata ripartita in comandi provinciali autonomi per decentralizzare i centri di comando, ciascuno con proprie scorte di munizioni, silos missilistici separati e, ove opportuno, proprie forze navali e proprie milizie.
In breve, la macchina militare iraniana è stata progettata per funzionare come una macchina di ritorsione automatizzata e decentralizzata nel caso di un attacco che ne decapitasse i vertici; e non può essere facilmente fermata o controllata.
Quando non si riesce a comprendere quello che si ha davanti agli occhi, la cosa più facile da fare è ricorrere a ciò che si conosce –in questo caso accumulare truppe– e continuare a fare cose che in passato non hanno funzionato comunque.
Una vita fa un Trump più giovane –bramoso di farsi ammirare come una star nel mondo immobiliare di Manhattan– scelse l'avvocato newyorkese Roy Cohen come proprio mentore personale. "Roy Cohen in particolare era anche l’avvocato delle cinque grandi famiglie mafiose della città; proprio grazie a relazioni come queste si era guadagnato la reputazione di persona con cui non si scherza", racconta il commentatore militare sionista Alon Ben David:
Nella maggior parte dei casi, a Trump bastava presentare Cohen alla controparte perché quest'ultima accettasse le sue condizioni. A volte Trump era anche costretto... a trascinare la controparte in tribunale, dove Cohen mostrava i denti ai giudici e vinceva. Ma per Trump quello era tutto: vincere. Non ingrandire la torta, non arrivare a un accordo vantaggioso per entrambe le parti: una vittoria solo per lui, e se appena possibile che arrivasse con la resa dell'avversario.
Il tempo passa e oggi, come scrive Ben David, è il colosso militare statunitense a fare il Roy Cohen di Trump. Trump ostenta davanti agli iraniani la potenza militare ameriKKKana, augurandosi che capitolino alla svelta altrimenti gli toccherà slacciare il guinzaglio. Trump si è lamentato con Witkoff dopo che l'armata di navi da guerra statunitensi si era radunata al largo delle coste del Golfo Persico, dicendo di essere rimasto "perplesso e confuso" sul come mai gli iraniani non avessero già capitolato alla sola vista di quel dispiego di potenza navale.
[La causa dello stupore di Trump era data dal fatto che] questa volta si trova di fronte a un avversario diverso da qualsiasi altro con cui abbia mai avuto a che fare. Questi non sono magnati immobiliari di Manhattan o mafiosi di Atlantic City; sono persiani, condividono una cultura millenaria, e hanno un diverso concetto del tempo e di cosa sia una vittoria.
Trump ora non sa cosa fare: è confuso e non sa come sbrogliarsi da questa situazione. Ha minacciato l'Iran e l'Iran non si arrende. E come c’era da aspettarsi Netanyahu, temendo che Washington possa avviare negoziati con l'Iran prima che le capacità militari iraniane siano state completamente smantellate, "sta facendo pressione sull'amministrazione Trump affinché conduca un'operazione breve e ad alta intensità che potrebbe prevedere anche forze di terra", scrive il commentatore sionista Ben Caspit su Ma'ariv.
Mentre Trump invia messaggi contraddittori sulla prospettiva di colloqui con la Repubblica Islamica, i funzionari dello stato sionista ritengono che stia valutando tre opzioni: in primo luogo, intensificare le ostilità attaccando le infrastrutture energetiche iraniane sull'isola di Kharg e nel giacimento di gas di South Pars. Una seconda opzione sarebbe un'operazione di terra per sottrarre all'Iran le scorte di uranio altamente arricchito. Una terza possibilità presa in considerazione sarebbe quella di negoziare un accordo con l'Iran, ma una tale prospettiva sarebbe vista dall'ambiente dei vertici dello stato sionista come "una chiara vittoria iraniana, che aprirebbe la strada alla sopravvivenza della Repubblica Islamica", scrive Caspit. "Lo stato sionista punta a indebolire la Repubblica Islamica al punto da renderne impossibile la ripresa: così spera, magari incoraggiando future proteste di massa. Questo argomento viene usato anche per convincere Washington a continuare la guerra", sottolinea Caspit.
Una quarta possibilità potrebbe essere quella per cui Trump si limita a dichiarare vittoria e lascia perdere tutto quanto.
Cosa potrebbe realisticamente sperare di ottenere Trump ampliando la portata delle ostilità?
In primo luogo, sia i funzionari militari dello stato sionista che quelli statunitensi ritengono ormai che sovvertire la Repubblica Islamica sia una cosa quasi impossibile da realizzare con il solo ricorso ad attacchi aerei. In passato questo sistema non ha mai funzionato.
In secondo luogo, l'ostentata fiducia con cui l'amministrazione statunitense si riferisce -ad esempio- alla conquista militare definitiva dello Stretto di Hormuz dovrebbe essere vista più come un grido bellicoso e come un fantasticare che sono la spia di un problema più grave, che è quello della mancanza di una strategia.
Non si tratta di deduzioni da fatti concreti. Non occorre nemmeno che la situazione reale faccia pensare a qualche cosa di effettivamente realizzabile: la verità è ciò che noi vogliamo che essa sia; la verità è ciò che fa sentire noi a nostro agio. Preferiamo il mito alla realtà.
Il fatto è che non esiste un modo semplice per riaprire lo Stretto. Qualsiasi riapertura negoziata richiederebbe, come minimo, concessioni sostanziali all'Iran, compreso il riconoscimento esplicito della sovranità iraniana su quella via navigabile.
Un tentativo di concordare un cessate il fuoco per aprire Hormuz richiederebbe di arrivare a qualcosa di applicabile su tutti i fronti: richiederebbe che lo stato sionista cessasse le operazioni in Libano, che AnsarAllah interrompesse analogamente gli attacchi contro lo stato sionista, che l'Iraq interrompesse i suoi e che lo stato sionista cessasse le operazioni nella Palestina occupata.
In terzo luogo, Trump è convinto che il "cambio di regime" sia già avvenuto perché non aveva mai sentito prima i nomi dei nuovi leader iraniani: "Si tratta di persone diverse da chiunque si sia mai sentito nominare fino a oggi, e francamente si sono dimostrate più ragionevoli. Quindi, abbiamo avuto un cambio di regime totale, ben oltre quello che chiunque avrebbe ritenuto possibile". Trump non sa chi siano i "nuovi" leader del terzo livello della leadership iraniana, ma presume comunque che saranno più flessibili nei negoziati con gli Stati Uniti. Su cosa si basa una simile dichiarazione fiduciosa? Non servirebbero dei fatti concreti?
Quarto, qualsiasi tentativo di aprire lo Stretto di Hormuz con un attacco militare diretto implicherebbe per gli USA il rischio di subire perdite considerevoli: Hormuz è casa loro e gli iraniani si preparano da molti anni a un possibile scontro nella zona. Da sola, la geografia di Hormuz –stretti corsi d’acqua, vicinanza alla costa e fitti sistemi di difesa iraniani– pone rischi gravi ed evidenti. Da dove partirebbero le truppe? Come verrebbero rifornite? Come verrebbero evacuate?
Anche se le forze statunitensi dovessero conquistare Kharg, una o tutte e tre le isole adiacenti alla costa degli Emirati Arabi Uniti, l'Iran potrebbe comunque attaccare le petroliere non autorizzate a transitare nel canale, tramite droni di superficie, sommergibili o missili lanciati dal continente.
Ammesso che l'operazione riesca, le posizioni militari statunitensi sulle isole non risolverebbero il problema fondamentale: l'Iran avrebbe comunque la capacità di infliggere danni (attacchi missilistici e vittime) da lontano, e ricorrerebbe a questa leva per imporre ulteriori iniziative di escalation.
Quinto problema, come nel caso della proposta di prendere sotto custodia l'uranio arricchito dell'Iran, non esiste un modo per essere sicuri che i quattrocentotrenta chili di uranio arricchito al 60% di cui l'Iran dispone siano sottratti al suo controllo se non sequestrandoli. Un accordo per cui l'Iran rinuncerebbe all'uranio è improbabile, così come lo è sequestrarli tramite un'operazione militare di una complessità inaffrontabile.
Secondo il Washington Post, quando Trump ha richiesto l'elaborazione di un piano per sequestrare l’uranio arricchito dall'Iran l’esercito statunitense lo ha messo al corrente del fatto che si sarebbe trattato di un’operazione complessa che avrebbe contemplato il trasporto aereo di attrezzature di scavo e la costruzione di una pista all'interno dell'Iran per consentire agli aerei cargo di portar via il materiale, il tutto da compiersi schierando centinaia di soldati.
Un'operazione militare da parte delle forze speciali statunitensi per il sequestro dell'uranio richiederebbe una conoscenza meticolosa del sito (o dei siti) in cui è conservato, oltre a piani di preparazione e di esfiltrazione ben fondati. Gli Stati Uniti sanno almeno se la quantità di uranio esistente è ancora conservata in un solo sito o se è stata suddivisa?
Non vi è alcuna indicazione che gli Stati Uniti abbiano riflettuto a fondo su un'operazione del genere. Il che suggerisce che questo aspetto potrebbe essere pianificato come un'operazione di bandiera: mettere in piedi una incursione vicino a Esfahan, fingere di aver sequestrato l'uranio e darsela a gambe alla svelta prima che le forze iraniane ammazzino tutti quanti.
Infine, per quanto riguarda la distruzione delle capacità missilistiche dell'Iran, non esiste alcun modo per arrivarci, semplicemente. I depositi e gli impianti di produzione iraniani sono dispersi su tutto il territorio del Paese e profondi nel sottosuolo. Forse, mentire sarebbe l’opzione migliore per Trump per poter parlare di vittoria a questo proposito.
L'Iran ha messo in moto il vasto meccanismo del suo sistema a mosaico, che prevede azioni militari a lungo termine e pianificate in anticipo. Questo è il punto: il contrattacco strategico dell'Iran non è stato concepito per portare a un compromesso negoziato, ma piuttosto per creare circostanze che gli permettano di sfuggire alla gabbia che l'Occidente gli ha imposto, e che è fatta di sanzioni infinite, blocchi, isolamento e assedio.
La scomoda realtà per gli Stati Uniti e per i loro alleati è che ogni risposta militare o diplomatica disponibile per il contrattacco strategico dell’Iran comporta notevoli svantaggi.
La guerra, per Trump e per gli Stati Uniti, è una sconfitta. Trump ormai si rende conto che la guerra è persa: può essere persa, ma non è finita. Potrebbe durare ancora per un po’ di tempo.
Dopo un mese di ostilità "si può sostenere che sia stato l'Iran ad aver ottenuto la vittoria strategica più significativa", osserva Bloomberg, "con la sempre più stretta presa sul traffico che passa attraverso lo Stretto di Hormuz":
Tutto indica che la capacità di Teheran di controllare lo Stretto si sta rafforzando... La chiusura quasi totale di Hormuz dall'inizio di marzo... si è rivelata un'arma asimmetrica eccezionalmente efficace nella lotta dell'Iran contro due delle forze militari più potenti del mondo.

07 aprile 2026

Firenze. Ancora sul quarto di quarto d'ora di celebrità di Leila Farahbakhsh


Strage alla scuola Shajareh Tayyebeh, Repubblica Islamica dell'Iran, 28 febbraio 2026.

Il 28 febbraio 2026 lo stato sionista e gli USA hanno aggredito la Repubblica Islamica dell'Iran.
Il giorno successivo a Firenze una certa Leila Farahbakhsh si è coraggiosamente[*] guadagnata un quarto di quarto d'ora di celebrità inveendo contro un corteo pacifista.
Come spesso succede in questi casi, dietro il coraggio di tante brillanti jeunes filles mandato in diretta web ad uso dell'occidentalame più o meno ringhioso c'è il quieto lavoro della gendarmeria, sodale esperto e discreto a tutela di integrità fisiche altrimenti a forte rischio. Nel momento in cui Leila faceva l'Oriana, nella Repubblica Islamica dell'Iran si scavava tra le macerie della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh nella cittadina di Minab; l'intraprendenza sionista e statunitense aveva liberato di un sol colpo dello hijab oltre centosettanta bambine. Le aveva liberate anche di tutta la testa, ma gli amanti della libertà non badano certo a simili sottigliezze. Rispetto alle imprese belliche del passato la propaganda "occidentalista" ha almeno il vantaggio di risparmiare ridicolaggini sulla democrazia da esportazione; might is right, e a comandare c'è un aggregato di straricchi che giustamente mal sopportano anche la mera coesistenza con qualsiasi cosa non sia di loro gusto.
Oltre ad aver restituito con metodi analoghi la libertà ad almeno altre mille persone (mal contate), gli USA e lo stato sionista hanno nel frattempo liberato l'Iran da almeno una trentina di sedi universitarie che ne opprimevano il suolo, da importanti infrastrutture e da un certo numero di industrie pesanti. Decapitarne i vertici pare non sia servito a gran che, con buona pace degli sceneggiatori dei film sull'argomento che tanti andranno senz'altro a vedere in qualche multisala di periferia, godendo di qualche altra imprescindibile libertà come quella di riempirsi il ventre di robaccia che li avvelena. Si legge di reiterati e insistenti bombardamenti su installazioni militari e impianti nucleari evidentemente duri a collassare, il che fa pensare che chi li ha progettati e costruiti sapesse benissimo cosa stava facendo. Della comunicazione politica del presidente degli USA abbiamo raccolto una scarna ed eloquente antologia. A confronto, la comunicazione che proviene dalla politica e dalla diplomazia della Repubblica Islamica dell'Iran si presenta come un esempio di assennata e costruttiva concretezza e ci saremmo ovviamente stupiti del contrario.
Nei primi giorni di marzo la performance di Leila Farahbakhsh le è valsa da parte delle gazzette l'attenzione che cercava, rilanciata sulle "reti sociali" da un certo numero di procedure automatiche e di buoni a nulla in carne ed ossa. "Il mio popolo aspettava quegli aerei", "il 98% della popolazione è contento, sta festeggiando", "...chi guida l'Iran oggi non capisce il linguaggio della diplomazia", "Sono una donna iraniana e ho diritto di parlare".
Nessuno ha intenzione di impedirglielo, tant'è che abbiamo pensato bene di ricorrere ad archive.org per limitare la labilità del web. Con difensori simili qualsiasi causa può tranquillamente fare a meno dei nemici.
Tanto basti per la "libera informazione", che è giusto tenere nella considerazione che merita.
All'inizio del 2026 è uscito Storia dell'Iran. Rivoluzione, guerra e resistenza (1979-2025) di Paola Rivetti, un saggio sull'attivismo politico nella Repubblica Islamica dell'Iran costruito con basi metodologiche rigorose, documentate sulla scorta di un'esperienza ultradecennale e valido al punto da farci senz'altro sorvolare sul suo ricorso al linguaggio inclusivo e la sua attenzione per cose come i "corpi non eteronormati". Sulla sollevazione del 2022 ad opera di Donna Vita Libertà e per inciso sulla "diaspora iraniana" delle Farahbakhsh, sul suo orientamento e sulla sua rilevanza, la Rivetti nota che
La grande solidarietà internazionale spesso si accompagnò ad azioni simboliche da parte dei rappresentanti istituzionali, molti dei quali strumentalizzarono le proteste per avanzare politiche e visioni islamofobe e antimigranti nel proprio paese.
La diaspora iraniana, attivissima nel sostenere e popolarizzare il messaggio delle proteste in Iran, ebbe un ruolo ambiguo: fu spesso criticata, infatti, per il tentativo di imporsi internazionalmente come leadership politica del movimento in Iran, sostituendosi alle persone in loco [A. Azizi, The Fiasco of Iranian Diaspora Politics, in «New Lines Magazine», 22 aprile 2024, https://newlinesmag.com/argument/thefiasco-of-iranian-diaspora-politics].

Durante la conferenza stampa [alla Georgetown University di Washington nel febbraio 2023] la questione dell’unità [del fronte della protesta] fu messa in primo piano, al punto che venne ritenuta più importante della visione politica sostenuta. L’attrice Golshifteh Farahani e il calciatore Ali Karimi addirittura dichiararono che chiunque avesse sollevato la questione del futuro, proponendo un assetto istituzionale per l’Iran del dopo-Repubblica islamica o chiedendo una discussione in proposito, sarebbe stato considerato un traditore. [Video of the News Conference "The Future of Iran’s Democracy Movement", 10 febbraio 2023, https://www.facebook.com/watch/?v=706189387966426.] Farzaneh, residente da molti anni a Roma, femminista e attiva nelle mobilitazioni in sostegno di Donna Vita Libertà, commentò che questa mossa era autoritaria: non teneva conto né delle posizioni degli iraniani nel paese né di quelle nella diaspora, dove esistono (come è normale) diversi posizionamenti politici.

Dall’Iran, le attività della diaspora erano viste e accolte con sentimenti contrastanti. [...] ne veniva criticata la tendenza a sostituire le voci degli iraniani di Iran invece di amplificarle, e a cooptare Donna Vita Libertà per rinforzare interessi politici specifici. I monarchici, in particolare, suscitavano –e suscitano– questa preoccupazione presso molti iraniani per il loro sostegno all’etnonazionalismo persiano, la loro islamofobia e la loro grande avversione per i movimenti progressisti incluso il femminismo [S. Toossi, Analysis: Why Are Iranian Monarchists Backing Israel over Its Gaza War?, 9 marzo 2024, https://www.aljazeera.com/features/2024/3/9/the-strange-alliancebetween-iranian-monarchists-and-israel; Reza Pahlavi Keynote Address - 2024 Israeli-American Summit, Washington D.C., 20 settembre 2024, https://www.youtube.com/watch?v=KQ0JG2-Wrck; A. Macdonald, Wife of Reza Pahlavi Posts “Women, Life, Freedom” Over Image of Israeli Soldier, in «Middle East Eye», 19 aprile 2023, https://www.middleeasteye.net/news/iran-israel-pahlavi-wife-postswoman-life-freedom-soldier. Inoltre, vi sono numerosi articoli e video sui social che catturano le voci e la forza di questa tendenza]. Inoltre, la diaspora non necessariamente ha dimostrato dimestichezza, anche per ragioni di classe, con i problemi che gli iraniani di Iran hanno, soprattutto in connessione a Donna Vita Libertà. In molti, dopo il 2022, hanno cercato di lasciare il paese per trovare rifugio all’estero a causa della repressione. Eppure, pochissime voci si sono levate dalla diaspora per mettere in luce la connessione etica e politica che esiste tra l’esprimere solidarietà a un movimento di opposizione perseguitato in un determinato paese, e la necessità di aprire i confini e offrire rifugio agli attivisti di tale movimento. [...] Infine, alcuni segmenti della diaspora rimasero sordi alla solidarietà interetnica che, fortissima, arrivò dall’Iran. Invece, usarono le proteste per rafforzare una narrativa suprematista persiana. D'abitudine, pensiamo ai movimenti sociali come attori politici progressisti ma non è necessariamente così. Infatti, è necessario considerare anche l’influenza della destra suprematista bianca sulla diaspora iraniana, soprattutto negli Stati Uniti di Trump, nel legittimare discorsi e progetti politici apertamente razzisti contro le minoranze etniche non persiane [The voice of Baluch women, Woman, Life, Freedom!, in «Slingers Collective», 8 ottobre 2022, https://slingerscollective.net/the-voice-ofbaluch-women-woman-life-freedom/].


[*] Nel linguaggio della "libera informazione" si indica con coraggio quello che i realisti meglio disposti chiamano sfrontatezza lardellata di prepotente malafede. La stessa "libera informazione" definisce imprenditore visionario chi rischia seriamente di visionare bilanci in rosso e revisori contabili sprezzanti, e ragazzo solare chi va incontro molto giovane a sorte molto grama.

02 aprile 2026

Alastair Crooke - La Repubblica Islamica dell'Iran dichiara la supremazia missilistica sui Territori Occupati: audace mossa strategica e monito sulla deterrenza nucleare


Alastair Crooke, marzo 2026

Traduzione da Strategic Culture, 27 marzo 2026.


Siamo ormai alla quarta settimana di guerra: quali saranno i prossimi avvenimenti?


Innanzitutto, l'Iran è stato sottoposto a pesanti bombardamenti la cui efficacia militare è però tutt'altro che evidente. La capacità dell'Iran di contrattaccare colpendo gli interessi statunitensi e dello stato sionista ni Paesi del Golfo persiste, e con crescente potenza. I vertici della Repubblica Islamica operano efficacemente nella modalità opaca -chiamata mosaico- che hanno deliberatamente scelto; e l'Iran continua con le sue raffiche regolari di missili e di droni elevando sempre di più il livello di sofisticata accuratezza del proprio fuoco missilistico. Il sostegno popolare alle istituzioni della Repubblica Islamica si è consolidato.
I bombardamenti statunitensi e dello stato sionista stanno causando gravi danni all'Iran, ma ci sono poche prove che questi attacchi abbiano colpito -o distrutto- le "città" missilistiche iraniane, diffuse e scavate in profondità, sparse su tutto il territorio del Paese. Le prove fanno invece pensare che, non riuscendo a distruggere le infrastrutture militari sotterranee dell'Iran, gli Stati Uniti e lo stato sionista abbiano iniziato a colpire obiettivi civili per cercare di demoralizzare la popolazione. Proprio come già visto in Libano e in Palestina.
Eppure, a sembrare fuori di dubbio è il fatto che l'Iran ha adottato una strategia attentamente ponderata, che si sta sviluppando secondo fasi distinte. Trump invece non ha neppure un piano, e ogni giorno cambia idea. Lo stato sionista un piano ce l'ha: consiste nell'assassinare il maggior numero possibile di quegli alti gradi iraniani che i sistemi di intelligenza artificiale forniti dagli USA riescono a individuare. Oltre a questo, l'obiettivo dello stato sionista è quello di smembrare l'Iran, dividerlo in piccoli stati etnici e settari e ridurlo a una realtà debole e anarchica secondo il modello siriano.
Per ora, gli obiettivi dichiarati dagli Stati Uniti hanno preso la forma di reiterate minacce di escalation che vanno dagli attacchi alle infrastrutture economiche (gli impianti di gas di South Pars) a due attacchi di un certo peso nelle immediate vicinanze dei siti nucleari iraniani (Nantaz e la centrale nucleare di Bushehr, gestita congiuntamente da Iran e Russia). Presumibilmente i missili che hanno colpito nelle vicinanze delle centrali vanno considerati come un mandare a dire che esiste la possibilità di una escalation statunitense o sionista a livello nucleare. L'Iran tuttavia ha reagito lanciando missili contro la città di Dimona, nelle immediate vicinanze dell'impianto nucleare costruitovi dallo stato sionista.
Dopo gli attacchi a Dimona, che hanno causato gravi danni, l'Iran ha rilasciato una dichiarazione recisa e significativa: ha affermato di aver raggiunto la "supremazia missilistica". Un'affermazione basata sul fatto che lo stato sionista non era stato in grado di lanciare alcun intercettore per fronteggiare l'attacco iraniano contro uno dei suoi siti strategici statali meglio sorvegliati.
Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo militare, ha detto che la guerra è "entrata in una nuova fase":
"I cieli dello stato sionista sono indifesi... Sembra che sia giunto il momento di attuare la fase successiva del piano stabilito..."
Non c'è dubbio, secondo l'esperto di questioni militari Will Schryver, che le scorte statunitensi (i siti di stoccaggio degli Stati Uniti) siano prossime ad esaurirsi e che il numero di sortite sia crollato a causa della carente manutenzione e dell'insufficiente sostegno logistico. Gli aerei con equipaggio statunitense non riescono ancora a penetrare in profondità nello spazio aereo iraniano. L'Iran invece sostiene di disporre di scorte abondanti.
Trump negli ultimi giorni ha alzato la posta in gioco e ha posto l'Iran davanti a un ultimatum: "Aprite Hormuz entro quarantotto ore o le vostre centrali elettriche civili saranno progressivamente distrutte, a partire dalla più grande". Per inciso, la centrale più grande dell'Iran è proprio quella di Bushehr, gestita congiuntamente da Iran e Russia. Sembra che Trump punti ancora a strappare una rapida capitolazione. Tuttavia l'Iran ha già respinto l'ultimatum e in risposta ne ha emesso uno proprio.


L’ultimatum dell’Ayatollah Mojtaba Khamenei a Trump

In un ben argomentato discorso lungo dodici minuti, lo Ayatollah Imam Sayyed Mojtaba Khamenei ha iniziato con i familiari toni retorici per passare poi a qualcosa di molto più significativo. La prima metà del suo discorso ha seguito il copione previsto, ma come riportato dalla commentatrice libanese Marwa Osman:
A metà discorso il tono è passato dal retrospettivo allo strategico. Sayyed Khamenei ha delineato tre richieste concrete, ciascuna con una tempistica definita: un rapido ritiro militare statunitense dal Medio Oriente; una revoca totale delle sanzioni entro sessanta giorni, e un risarcimento finanziario a lungo termine per i danni economici. Poi è arrivato l'ultimatum: se le condizioni non verranno accolte, l'Iran intensificherà la sua risposta, economicamente, militarmente e potenzialmente a livello nucleare. Non per ipotesi, ma in concreto: chiudendo lo Stretto di Hormuz, formalizzando i legami di difesa con Russia e Cina e passando dall'ambiguità alla deterrenza nucleare dichiarata.
Anche la tempistica delle reazioni dall'estero è stata eloquente. Nel giro di poche ore sia Pechino che Mosca hanno rilasciato dichiarazioni in cui mostrano di appoggiare -in modo accuratamente formulato ma inequivocabile- la linea della nuova Guida Suprema, cosa che suggerisce l'esistenza di un qualche accordo.
La guerra sta entrando in una nuova fase. Trump controlla attentamente il corso degli eventi che sono e che saranno, per quanto riguarda i loro riflessi in patria nella corsa alle elezioni di metà mandato a novembre. In genere gli statunitensi tendono a decidere come -o se- votare entro settembre/ottobre. Gli uomini di Trump stanno cercando freneticamente di trovare una via d'uscita dalla guerra che, entro l'estate, sia loro possibile presentare come una plausibile "vittoria" per Trump. Ammesso che sia possibile arrivare a qualche cosa del genere.
Simplicius suggerisce "che i minacciati imminenti attacchi di Trump contro la rete energetica iraniana abbiano un effetto destabilizzante e di distrazione, teso a consentire ai Marines statunitensi e alla 82ª Divisione aviotrasportata di conquistare l'isola di Kharg o altre isole iraniane. Fonti 'di alto livello' continuano ad affermare che l’operazione con truppe sul terreno è ancora altamente probabile".
L’Iran è evidentemente pronto a tenere testa a Trump man mano che l'escalation prosegue. In Iran la leadership viene esercitata secondo uno stile evidentemente diverso, con l'ascesa della nuova Guida Suprema: non c'è più interesse per intensificare chissà quale va e vieni, si punta a risultati decisivi in grado di cambiare il panorama geostrategico dell’Asia occidentale.
E l'Iran ritiene che Hormuz rappresenti il punto fondamentale per arrivare a tanto.
L'Iran ha istituito un corridoio marittimo delimitato e sicuro per far transitare nello Stretto di Hormuz le navi approvate e controllate dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran; condizione per il transito è che il carico venga pagato in yuan e che venga corrisposta una tassa. Si stima che le entrate potenziali per l'Iran potrebbero ammontare a ottocento miliardi di dollari l'anno con un regime normativo di questo tipo, che è simile a quello del Canale di Suez.
Questo, in teoria, permette di rifornire il mercato energetico; il problema è che l'Iran non dovrebbe far altro che limitarsi a chiudere lo Stretto se Trump dovesse attuare il suo ultimatum.
Il professor Michael Hudson osserva che le nuove richieste dell'Iran sono "di una tale portata da sembrare impensabili per l'Occidente: i paesi arabi dell'OPEC devono porre fine ai loro stretti legami economici con gli Stati Uniti, a cominciare dai data center statunitensi gestiti da Amazon, Microsoft e Google ... E [devono] cedere le riserve in petrodollari di cui dispongono, riserve che hanno sovvenzionato la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti sin dagli accordi [sui petrodollari] del 1974".
"Il riciclaggio dei petrodollari è stato alla base della finanziarizzazione e della militarizzazione del commercio mondiale del petrolio da parte degli USA, nonché della loro strategia imperiale volta a isolare i paesi recalcitranti a conformarsi all’ordine mondiale basato sulle regole statunitensi. Che non sono vere e proprie regole, ma semplicemente le pretese che gli USA avanzano", afferma il Prof. Hudson.
La stretta iraniana su Hormuz –oltre al controllo del Mar Rosso da parte degli Houthi– potrebbe strappare agli Stati Uniti il dominio sull'energia e sui suoi prezzi e, in assenza dell'afflusso di petrodollari a Wall Street, mettere fine al dominio globale finanziarizzato degli Stati Uniti.
Ciò che è in gioco in questo caso non è solo l'aspirazione della Repubblica Islamica dell'Iran di cacciare l'esercito statunitense dal Medio Oriente, ma anche un vero capovolgimento geopolitico perché i Paesi del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo e quelli asiatici come il Giappone e la Corea del Sud sarebbero costretti per necessità a diventare clientes dell'Iran per ottenere l'accesso alla via navigabile di Hormuz. E perché solo l'Iran sarebbe in grado di garantire un passaggio sicuro.
Se l'Iran riuscisse a mantenere la stretta su Hormuz, un nuovo stato di cose strategico interverrebbe a ridefinire la geopolitica in Asia.

01 aprile 2026

Хвала вам, Босна! Hvala ti, Bosno!

 

La foto che accompagna questo scritto raffigura l'interno della moschea di Haji Kurt a Mostar ed è stata scelta appositamente per contrariare e deridere "occidentalisti", buoni a nulla da rete sociale, pallonisti, molti altri singoli e molti altri aggregati che meritano di essere contrariati e derisi.
Chi scrive esprime i sensi della propria stima e della propria considerazione ai signori Vasilj, Dedic, Muharemovic, Katic, Kolasinac, Bajraktarevic, Sunijc, Basic, Memic, Demirovic e Dzeko che in un posto come Zenica (neanche a Sarajevo: a Zenica) si sono messi in pantaloncini corti anche con quattro gradi e, incitati e rampognati dal signor Barbarez, hanno spinto a furia di calci un arnese sferico al di là di un telaio fatto con tre pali di metallo più volte di quanto non lo abbiano fatto altri undici tizi più o meno provenienti dalla penisola italiana.
Grazie a loro è verosimile che colazioni dei campioni (con relative giare di creme alla nocciola), pummarole, cuochi col cappellone, valigie piene di parmigiano stipate e serrate con il piglio di chi si accinge a passare la dogana con un carico che scotta, macchinette del caffè, bevande inebrianti al sapore di detersivo per piatti che si atteggiano a squisitezze al limone e tutto il solito corredo che fa garanzia e orgoglio del verde, del bianco e del rosso a bande verticali di uguali dimensioni rimarranno lontano dai palinsesti, dalla visibilità pubblicitaria e soprattutto dalle gonadi delle persone serie per altri quattro anni almeno.