16 giugno 2026

Alastair Crooke - La guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran e la fine di un'epoca

Oil squeeze 2026


Traduzione da Strategic Culture, 15 giugno 2026.

 Il professor Michael Hudson in una recente dissertazione ha contestato coloro che oggi parlano di un "declino dell’egemonia statunitense". Si può parlare di declino quando c'è un qualcosa che va in alto e poi vira verso il basso, sostiene Hudson, riuscendo tuttavia sempre a recuperare. "Solo che non è mai esistito nulla di simile, che statisticamente parlando si presentasse come un ciclo... Qui non c'è nessun declino: qui c'è un crollo".
Stiamo assistendo alla fine di un'epoca. Non con un declino, ma con l'avvio di un brusco cambiamento. E questo cambiamento non proviene dall’esterno: la fine del potere statunitense non è stata il risultato di alcuna guerra civile straniera o di altre guerre contro il dominio degli USA. La fine è venuta dagli stessi Stati Uniti, dal loro tentativo di contrapporre il proprio interesse di potenza egemone a quello di ogni altro paese.
Paradossalmente, afferma il professor Hudson,
ogni mossa che gli USA hanno messo in atto per sfuggire al declino si è trasformata in una delle sue cause. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra per riaffermare il proprio dominio e hanno dimostrato di non essere più i dominatori di niente. Per quarant'anni hanno esercitato la massima pressione per piegare la Repubblica Islamica dell'Iran, e invece hanno costruito proprio l'avversario che adesso [sta sfidando il dominio statunitense].
Per preservare il potere statunitense il presidente Trump ha cercato di imporre una serie di colli di bottiglia all'intera economia mondiale "attraverso il controllo del petrolio, perché del petrolio tutti hanno bisogno", dice Hudson.
Il fatto che Trump sia entrato in guerra contro l'Iran, contro la Russia e abbia cercato di strangolare la Cina non costituisce di per sé la matrice completa delle iniziative per la tutela del potere statunitense. Quella matrice è più ampia. Ma il petrolio è una delle sue dimensioni principali, propio come lo è l'egemonia del dollaro ad esso collegata. Trump vuole chiaramente rafforzare il controllo sulle fonti di energia del mondo affinché gli Stati Uniti possano decidere chi può avere accesso all'energia -cioè né l'Iran, né la Russia, né Cuba- e chi questo accesso se lo vedrà restringere perché si vuole così mettere un freno alle potenzialità della concorrenza, ovvero della Cina.
D’altra parte i fornitori di combustibili -come la Russia- vengono sanzionati proprio per cercare di porre de limiti ai Paesi cui potrebbero arrivare petrolio e gas russi. Gli Stati clienti della potenza imperiale, vale a dire i Paesi europei, sembrano sorprendentemente contenti di fungere da esecutori in questa stretta, trasformandosi essi stessi in prolifici emittenti di sanzioni in piena regola.
Oltre al dominio del settore petrolifero, altri aspetti del tentativo statunitense di imporre una stretta sulle economie del resto del mondo riguardano in primo luogo la politica tariffaria. Trump aveva sperato di poter ricorrere alla minaccia di dazi economicamente devastanti per costringere gli Stati più malleabili a giurare fedeltà a Washington, ad allinearsi alla politica statunitense e a fornire agli USA le materie prime di cui hanno bisogno, in cambio dell'ammissione alla "rete dei collaboratori" di Washington, ovvero al novero degli Stati clienti dell’AmeriKKKa.
In effetti ci sono due "reti dei collaboratori" di Washington: una formata da Trump, dalla sua famiglia e dai suoi partner commerciali, l'altra dai protetti d'oltreoceano dello stesso Trump: gli Stati del Golfo e altri.
Dire "politica tariffaria" è in effetti un modo educato per dire: "Ricorreremo ai dazi, restringeremo il vostro accesso alle fonti di energia o escogiteremo una stretta finanziaria per creare disagi alle vostre economie, a meno che non accettiate di entrare a far parte della 'rete' guidata dagli Stati Uniti".
Né le politiche tariffarie né quelle basate sullo strangolamento energetico sono state prive di battute d’arresto tuttavia, non da ultimo perché l'Iran si è rifiutato di conformarsi e continua a fornire petrolio alla Cina e ad altri suoi alleati.
Quindi il nuovo pilaastro della politica di strangolamento è rappresentata dalla campagna per la "Pax Silica". Arnaud Bertrand spiega che l'amministrazione Trump ha "reso esplicito quale sia lo scopo di questa sua iniziativa":
I Paesi che aderiscono allineano le loro catene di approvvigionamento a Washington, escludono la Repubblica Popolare Cinese -definita eufemisticamente come adusa a "pratiche non di mercato" e a un "dumping sleale"- e in cambio ottengono l'accesso all'ecosistema tecnologico imperiale.
A scanso di equivoci, il Sottosegretario di Stato Jacob Helberg -un ex dipendente di Palantir che è l'ideatore dell'iniziativa- lo afferma chiaramente: chiunque controlli "l’informatica e i minerali che la alimentano" dominerà il XXI secolo, ed è sua intenzione mettere insieme un gruppo di paesi allineati a Washington in una "nuova unità di intenti sulla sicurezza economica" per assicurarsi che siano proprio essi a dominare.
La guerra di Trump per il "Make AmeriKKKa Great Again" ha quindi implicazioni a livello mondiale. Il mondo non potrà semplicemente tornare com'era prima. Wall Street e "i mercati" sembrano credere che ciò sia probabile e persino inevitabile (non riescono a immaginare un futuro diverso), ma il resto del mondo vede la guerra in Iran come il segno di un cambiamento del sistema alla volta di una nuova epoca, proprio perché i combustibili fossili, i fertilizzanti e altri prodotti correlati sono gli elementi che in concreto mandano avanti il mondo.
La guerra in Iran porterà ovunque a una maggiore consapevolezza del fatto che i vari Paesi hanno bisogno di arrivare come minimo all'autosufficienza alimentare, per tutelarsi dall’uso che gli Stati Uniti fanno del commercio estero di derrate alimentari, petrolio, fertilizzanti e praticamente di qualsiasi cosa su cui possano imporre una strozzatura da usare come arma. Ciò implica un ritorno verso economie autosufficienti e a circolo chiuso, in contrasto con il modello della Banca Mondiale che è retto dalle esportazioni e finanziato dal debito.
Andrey Bezrukov, professore presso l’Università russa MGIMO ed ex ufficiale dei servizi SVR, ha affrontato specificamente le sfide del mondo che cambia al Forum di San Pietroburgo il 3 giugno 2026. E sebbene abbia formulato i suoi commenti a proposito del contesto russo, le sue osservazioni valgono per tutto il mondo. Nel suo discorso –che Laura Ru ha sintetizzato— Bezrukov sostiene che la Russia sia entrata in un nuovo e prolungato confronto globale con l'Occidente. A suo dire l'attuale conflitto segna un cambiamento fondamentale nella natura della guerra e definirà la politica e la società russe nel prossimo futuro.
Bezrukov ha sottolineato che l’attuale scontro (militare) non riguarda principalmente la conquista di territori che a suo modo di vedere avrebbero perso gran parte del loro valore tradizionale. Si tratta invece di una guerra di logoramento incentrata sulla compromissione di sistemi critici come le infrastrutture, le reti di comando, le tecnologie, le risorse spaziali, la sicurezza biologica e il dominio dell'informazione... "La strategia dell'Occidente in questa guerra è molto semplice: evitare uno scontro nucleare con noi perché ne uscirebbe sconfitto. Per questo stanno adottando la strategia della rana bollita".
Secondo Bezrukov la Russia dovrebbe aspettarsi di rimanere in uno stato di guerra per molti anni, forse venti o trenta. Durante questo periodo, la Russia dovrà imparare a convivere con la realtà della guerra, pur continuando a perseguire il proprio sviluppo economico.
Un tema centrale del suo discorso è stata la forte critica all’attuale atteggiamento russo. Bezrukov ha sostenuto che la Russia si mostra troppo indulgente nei confronti dei propri avversari. "Siamo lenti. Concediamo troppo [ai nostri nemici]. Non ci temono... perché molte, moltissime linee rosse di cui abbiamo parlato sono rimaste solo sulla carta".
Perché sia possibile affrontare questa nuova realtà, Bezrukov ha invocato una ristrutturazione fondamentale dello Stato e dell'economia. Ha sollecitato la creazione di un sistema a duplice scopo in grado di perseguire sia lo sviluppo che la difesa a lungo termine. Le infrastrutture critiche come i data center, gli impianti di stoccaggio del petrolio e gli hub di comunicazione devono essere interrate o protette secondo gli stessi criteri adottati per le centrali nucleari. Ha inoltre sottolineato la necessità di colmare il divario tra l'esercito e la società civile e di adottare politiche più assertive. La Russia non può aspettarsi un rapido ritorno alle condizioni di tempo di pace e deve quindi riorganizzare in questa prospettiva la propria società, il proprio sistema economico e la propria strategia.
Il discorso di Bezrukov ha attirato molta attenzione per i sui toni e per l'esortazione affinché la Russia si adatti psicologicamente e strutturalmente a un'epoca di confronto che durerà almeno una generazione. Un argomento già affrontato in modo approfondito dal professor Sergei Karaganov.
Questi due contributi presentano un mondo che sta cambiando e che sta cercando di riorganizzarsi in considerazione dell'atteggiamento aggressivo adottato da un'egemonia statunitense in declino, e che si guarda intorno per capire come tutelare la propria economia dai dazi, dal ricatto energetico, dal ricatto tecnologico e dall'attacco del dollaro che gli USA stanno portando contro il resto del mondo, oltre che al tempo steso come adattarsi alla nuova era di guerra geopolitica asimmetrica aperta dalla guerra in Iran.
Il professor Hudson conclude: L'Iran sta lottando per cercare di sopravvivere a quanti intendono sottrargli... la capacità di costruire il proprio futuro. È di questo che si tratta. Si tratta in ultima analisi di una lotta morale che si traduce in una lotta economica e commerciale e sta portando il mondo a provare profonde spaccature.
È proprio questa prospettiva morale e civile a contrapporsi al vuoto materialista radicale trumpiano estatunitense che probabilmente finirà per decidere l'esito delle guerre civili e mondiali dei nostri tempi.


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