26 marzo 2026

Alastair Crooke - La guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran sta andando da cani. E i cittadini degli USA sono costretti a farsi qualche domanda


Donald Trump, Blind Fury 2026

Traduzione da Strategic Culture, 24 marzo 2026.

La macchina propagandistica occidentale -che è l'arma strategica più potente di cui l'Occidente disponga- ha ripetutamente affermato che le forze statunitensi stanno conseguendo una vittoria rapida e schiacciante sull'Iran.
Allo stesso tempo, funzionari dei servizi dello stato sionista stanno contattando i media occidentali, dicendo di scorgere crescenti segni di disordine e di "caos" nel governo di Tehran, e aggiungendo che la catena di comando iraniana sarebbe stata compromessa da gravi perdite.
E perché mai non dirsi sicuri di una vittoria schiacciante? Trump è presumibilmente entrato in guerra con estrema fiducia nel fatto che la potenza militare statunitense avrebbe annientato la struttura statale, la catena di comando e la capacità militare iraniane. I suoi generali sembravano avallare in linea di principio tanta sicurezza, ma aggiungevano anche diversi "ma" che con ogni probabilità non hanno trovato spazio nei meccanismi mentali di Trump.
Insomma, Trump ha proceduto proprio a questo: a una "distruzione" totale. Ondate continue di bombardamenti a distanza. A chi dubita del suo successo nel far crollare la struttura statale iraniana, egli ribatte semplicemente che si andrà avanti a distruggere ancora di più. "Uccideremo altri loro leader".
I media occidentali -compresi quelli dello stato sionista- dopo gli attacchi del 28 febbraio hanno anch'essi esaltato in articoli sull'argomento il carattere devastante del colpo sferrato contro la leadership politica e militare della Repubblica Islamica dell'Iran.
Non è stato fatto alcun tentativo di riflettere criticamente del suo effetto su uno Stato che si stava preparando da venti o quarant'anni a una risposta asimmetrica a una guerra incombente. Non è stato fatto alcuno sforzo per riflettere sul reale impatto delle bombe su uno Stato che ha rimosso tutta la sua infrastruttura militare (compresa la sua "aviazione") dalla superficie terrestre, solo per seppellirla in profondi insediamenti sotterranei.
Non è stato fatto alcuno sforzo per valutare l'impatto dell'uccisione dei capi politici e militari iraniani sull'atteggiamento dell’opinione pubblica. Non si è nemmeno cercato di capire in che modo il "mosaico" della leadership decentralizzata iraniana potesse fornire una risposta tanto rapida quanto pianificata in anticipo alla decapitazione dei suoi vertici. E neppure è stato preso in considerazione il fatto che una struttura di leadership tanto diffusa avrebbe permesso all'Iran di perseguire una lunga guerra di logoramento contro gli Stati Uniti e contro lo stato sionista, in contrasto con l'insistere degli USA e dello stato sionista su guerre brevi che non mettono a dura prova la resilienza popolare.
Al contrario, tutta la copertura mediatica mainstream si è concentrata sull'entità dei danni inflitti a Tehran e alla sua popolazione, forte della implicita presunzione per cui la distruzione delle infrastrutture civili e l'alto numero di vittime civili avrebbero, di per sé, concretizzato una opposizione che si sarebbe "sollevata" e avrebbe "preso le redini" del governo del Paese.
Il fatto che così pochi elementi di questo conflitto siano stati presi adeguatamente in considerazione riflette il fatto che gli Stati Uniti hanno sempre più modellato il loro modo di pensare alla guerra su quello da tempo messo in atto dallo stato sionista. E questo, forse, avrà conseguenze di vasta portata per il futuro dell'Occidente.
Naturalmente esistono ufficiali statunitensi in servizio effettivo che hanno ripetutamente messo in evidenza l'inadegutezza dei bombardamenti massicci come strumento strategico a sé stante, sostenendo che essi non hanno mai portato i risultati attesi; i loro inviti alla cautela tuttavia hanno avuto scarso impatto a fronte del prevalente zeitgeist improntato all'annientamento.
Lo stesso linguaggio utilizzato da Trump e dai suoi per descrivere gli iraniani come malvagi subumani e assassini di bambini è chiaramente destinato a polarizzare lo scontro, al punto da escludere strategie militari diverse dal procedere oltre sulla strada dell'annientamento.
Trump ha dichiarato ai giornalisti del New York Times "di non sentirsi vincolato da alcuna legge, norma, controllo o equilibrio internazionale", e che "gli unici limiti alla sua capacità di usare la potenza militare ameriKKKcana" erano "la mia [sua] stessa moralità. La mia stessa mentalità. È l'unica cosa che può fermarmi".
Secondo quanto riferito, sarebbe rimasto stupito dal fatto che l'attacco a sorpresa degli Stati Uniti contro la leadership iraniana avesse prodotto una immediata risposta sotto forma di contrattacchi alle basi statunitensi nel Golfo: "Non ce lo aspettavamo", ha detto Trump; né aveva previsto la successiva chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz, sebbene gli iraniani avessero detto senza mezzi termini che avrebbero fatto proprio questo. Era consapevole del rischio, eppure è andato avanti, affermando di "non aver pensato" che gli iraniani avrebbero assunto il controllo dello stretto di Hormuz.



Le dinamiche del commercio mondiale di petrolio e gas

Controllare un flusso che ammonta a circa il 20% del petrolio mondiale e quello di un volume analogo di gas in transito per Hormuz conferisce all’Iran un potere senza paragoni sull'intera sfera economica basata sul dollaro. Una realtà che rappresenta una minaccia ancora più specifica per gli Stati del Golfo, poiché Hormuz funge anche da corridoio per fertilizzanti, approvvigionamenti alimentari e molto altro ancora.
La chiusura selettiva di Hormuz comporta poi conseguenze economiche globali di seconda e di terza ricaduta per il resto del mondo. Come ha osservato il 23 marzo Lloyd's Intelligence,
Diversi governi –tra cui quelli di India, Pakistan, Iraq, Malesia e Cina– sono in trattativa diretta con Tehran, che coordina i transiti delle navi tramite un nuovo sistema di registrazione e controllo gestito dai Guardiani della Rivoluzione Islamica ... Lloyds ... ritiene [che] i Guardiani della Rivoluzione Islamica dovrebbero far entrare in vigore nei prossimi giorni un processo più formalizzato per l'approvazione del transito delle navi.
Allora per quale motivo lo stato sionista ha intensificato in modo tanto strategico gli attacchi ai terminali iraniani che ricevono gas dal giacimento di South Pars, che la Repubblica Islamica dell'Iran condivide con il Qatar? Lo stato sionista continua a dire che Trump abbia dato il via libera per l’attacco. Trump ha risposto che "lo stato sionista ha attaccato oggi il giacimento di gas South Pars in Iran senza informare gli Stati Uniti o il Qatar".
L'attacco alle infrastrutture energetiche iraniane ha, com'era prevedibile, innescato una escalation con attacchi missilistici iraniani alle infrastrutture energetiche del Golfo e alzando così il livello del conflitto a quello di una guerra economica dalle gravi conseguenze.
In sostanza, a essere adesso in discussione sono i termini in base ai quali il mondo potrà acquistare petrolio e gas. Gli acquirenti potranno acquistare energia pagandola in valute diverse dal dollaro? Sembra di sì: il Pakistan è riuscito a negoziare il passaggio dei propri carichi attraverso Hormuz proprio in questo modo, dimostrando che gli acquisti erano stati pagati in yuan.
La questione, quindi, non riguarda solo la presenza militare statunitense nella regione -cui l'Iran insiste nel voler porre termine- ma l'intento di porre completamente fine al commercio in dollari nella regione.
Questo -se l'Iran riuscirà a spuntarla- potrebbe rappresentare la (difficile) via d’uscita per la sopravvivenza economica degli Stati del Golfo.
Gli Stati del Golfo potrebbero presto dover decidere da che parte stare in questa guerra. Da un lato, si sono integrati corpo e anima nello stile di vita mercantilista statunitense, che corrisponde al paradigma che l'Iran minaccia di rovesciare. Dall'altro, le prospettive future del Golfo -su cui dovranno riflettere- potrebbero dipendere dalla disponibilità della Repubblica Islamica dell'Iran a consentire loro di attraversare Hormuz.
Se la stretta dell'Iran sul sistema economico globale venisse esercitata in modo selettivo, ovvero secondo criteri specifici, è possibile che altri Stati -compresi quelli europei- possano essere costretti a venire a compromessi con Tehran per garantire il proprio benessere economico futuro.


Le strutture di potere invisibili degli Stati Uniti

In ogni caso, non sono soltanto le monarchie del Golfo a dover riflettere su quale posizione assumere a seguito di questa guerra economica sconsiderata e potenzialmente molto dannosa. Negli Stati Uniti c’è chi insiste sul fatto che anche gli statunitensi debbano considerare come comportarsi.
Il commentatore statunitense Bret Weinstein ha recentemente impressionato molti statunitensi che, come lui, avevano sostenuto attivamente Trump e che sono rimasti confusi e turbati dalla sua partecipazione a una guerra contro l'Iran, specialmente perché tutto questo ha messo in blico la sua presidenza.
"Perché un uomo [come] Trump, che di politica ci capisce, dovrebbe commettere un errore così evidente?"
In una discussione con Tucker Carlson, Weinstein ha suggerito che uno dei motivi potrebbe essere che Trump in realtà non ha il controllo della situazione:
"Noi statunitensi dobbiamo fare un esame di coscienza non solo su quanto male funzioni il sistema e su cosa ci spinga a fare, ma su come esso funzioni effettivamente. Su [chi] è che ci spinge a fare ciò che facciamo".
La questione va al di là del fatto che Trump ha infranto la promessa fatta in campagna elettorale per cui non ci sarebbe stata "nessuna nuova guerra all’estero". Reuters riporta oggi che "l'amministrazione Trump sta valutando di dispiegare migliaia di soldati statunitensi in più in Medio Oriente – mentre Trump nei confronti dell'Iran prende in considerazione tra le prossime mosse il tentativo di mettere in sicurezza lo Stretto".
Weinstein ha sottolineato nella sua conversazione con Tucker Carlson che da tempo -dal 1961 o 1963- il sistema statunitense sembra essere gravemente compromesso: non ha più a cuore gli interessi statunitensi. Infatti, ha sostenuto, la linea politica degli USA è diventata visibilmente antitetica ai reali interessi degli statunitensi in molti ambiti, dalla finanza alla sanità. E che lo Stato si era trasformato in una struttura "anticostituzionale" dopo gli eventi del novembre 1963, diventando l'esatto opposto di ciò che gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere.
Weinstein attribuiva questa situazione a "qualcosa" di non dichiarato; qualcosa che sfugge all'osservazione del visibile. Ha avanzato l'idea dell'esistenza di una "struttura di potere nascosta" il cui controllo e i cui interessi non sono affatto chiari: "Cosa la guida? Chi detiene esattamente il potere in questo sistema? Non lo sappiamo", ha sostenuto. Quali erano gli interessi non dichiarati che hanno spinto gli Stati Uniti a tutta una serie di guerre in Medio Oriente?
Ecco perché il caso Epstein è così importante, ha sottolineato Weinstein: i pochi dettagli resi noti hanno delineato una struttura di potere che coinvolgeva servizi segreti, denaro e corruzione, rivelando una acuta crisi costituzionale e con rischi per la sicurezza su cui negli USA si è taciuto.
I cittadini degli USA avevano bisogno di essere prontamente informati su cosa fosse questa struttura di potere e su quali fossero i suoi intenti. E successivamente di discutere su quale atteggiamento assumere e su come recuperare gli elementi che potrebbero portare al ripristino di un assetto statale che abbia al centro i loro interessi.

18 marzo 2026

Alastair Crooke - Il piano di Trump per la guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran? Non avere nessun piano.


Missile antinave 2026


Traduzione da Strategic Culture, 16 marzo 2026.

La condotta delle ostilità fondata su attacchi aerei a distanza, tipica degli Stati Uniti e dello stato sionista, viene messa in discussione da una guerra strategica asimmetrica di tipo molto diverso. Una guerra pianificata per la prima volta dalla Repubblica Islamica dell'Iran più di venti anni fa.
È importante tenerlo presente quando si cerca di valutare quale sia il vero bilancio della guerra. È come paragonare arance e limoni; sono cose profondamente diverse.
Gli Stati Uniti e lo stato sionista stanno sganciando un gran numero di ordigni a distanza sull'Iran. Ma fino a che punto e con quale effetto? Non è dato saperlo.
Sappiamo, tuttavia, che l'Iran ha un suo piano di guerra asimmetrica. Una piano la cui attuazione è solo all'inizio, e che si muove per gradi verso un pieno sviluppo. Il pieno dell'arsenale missilistico iraniano non è ancora venuto allo scoperto, e neppure i suoi missili più recenti, i suoi droni sommergibili e le motovedette da guerra dotate di missili antinave, che devono ancora essere dispiegate. Quindi non conosciamo il pieno potenziale dell'Iran e non possiamo dire quale effetto potrebbe avere il suo dispiegamento completo. Hezbollah invece è adesso pienamente operativo, e gli Houthi (apparentemente) stanno aspettando il via libera per bloccare Bab el-Mandeb così come è stato bloccato lo stretto di Hormuz.
L'origine della strategia asimmetrica iraniana risale al 2003, quando gli USA distrussero totalmente il comando militare centralizzato iracheno con una massiccia campagna aerea durata tre settimane.
All'indomani della guerra in Iraq, per gli iraniani si pose la questione di come costruire una struttura militare deterrente dal momento che non possedevano e che non potevano possedere nulla che assomigliasse a un potenziale aereo paragonabile. E in una situazione in cui gli Stati Uniti potevano anche osservare dall'alto le condizioni delle infrastrutture militari iraniane grazie alle loro telecamere satellitari ad alta risoluzione.
Ebbene, la prima contromisura fu semplicemente quella di lasciare il meno possibile della struttura militare iraniana allo scoperto, in modo che non potesse essere osservata dall'alto o dallo spazio. Le sue componenti dovevano essere sotterranee. E in profondità; al di là della portata della maggior parte degli ordigni.
In secondo luogo, i missili trincerati in profondità potevano effettivamente diventare la forza aerea della Repubblica Islamica dell'Iran, ovvero potevano sostituire una forza aerea convenzionale. L'Iran ha quindi costruito e accumulato missili per più di vent'anni.
Grazie all'intensa attività di ricerca intrapresa nel campo della tecnologia missilistica, secondo quanto riferito la Repubblica Islamica dell'Iran produce 10-12 modelli di missili da crociera e balistici. Alcuni sono ipersonici; altri possono trasportare una serie di submunizioni esplosive guidabili, destinate a evitare le misure di difesa antimissile.
I missili di grandi dimensioni vengono lanciati da profondi silos sotterranei dispersi per tutto l'Iran, che è grande come l'Europa occidentale ed è ricco di catene montuose e di foreste. Anche i missili antinave sono disseminati lungo le estese coste del Paese.
La terza contromisura è stata quella di trovare una soluzione alla decapitazione dei comandi militari, che nel 2003 fu perseguita con successo nel caso di Saddam Hussein grazie alla strategia dello "Shock and Awe".
Nel 2007 venne adottata la dottrina mosaico.
Fondamento della dottrina, la divisione dell'infrastruttura militare iraniana in comandi provinciali autonomi, ciascuno con le proprie scorte di munizioni, i propri silos missilistici e, ove opportuno, le proprie forze navali e le proprie formazioni di milizia.
Ai comandanti locali sono stati affidati piani di battaglia delegati in anticipo, insieme al potere di lanciare azioni militari di propria iniziativa nel caso di un attacco diretto a decapitare i vertici a Tehran. Piani di battaglia e protocolli sarebbero sati attivati automaticamente in seguito all'eliminazione delle massime cariche.
Nella Repubblica Islamica dell'Iran l'articolo 110 della Costituzione del 1979 conferisce il ruolo di comandante in capo delle forze armate esclusivamente alla Guida Suprema. Nessuno, e nessuna istituzione, può ignorare o revocare le sue direttive. Qualora la nuova Guida Suprema venisse uccisa, entrerebbero comunque in vigore le direttive da essa stabilite in anticipo e nessun'altra autorità avrebbe il potere di interferirvi.
In breve, se un attacco ne decapita i vertici, l'apparato militare iraniano opera come un sistema automatico e decentralizzato per la ritorsione e non può essere facilmente fermato o controllato.
L'editorialista militare Patricia Marins osserva:
L’Iran sta conducendo una guerra asimmetrica quasi perfetta, assorbendo gli attacchi, rendendo strategicamente inutilizzabili le basi circostanti, distruggendo i radar e mantenendo il controllo dello Stretto di Hormuz, pur conservando la propria capacità missilistica.
Gli Stati Uniti e lo stato sionista si trovano in una situazione estremamente difficile perché conoscono un solo tipo di guerra [il bombardamento aereo indiscriminato di obiettivi prevalentemente civili, dal momento che non riescono a distruggere gli insediamenti missilistici sotterranei]. Ora si trovano di fronte a un Iran strategicamente ben posizionato, che combatte secondo i propri termini e secondo i propri tempi. Cosa ha fatto l’Iran? Si è concentrato sulla resilienza contro i bombardamenti. E ha conservato quasi tutto il suo arsenale in grandi basi sotterranee che gli Stati Uniti e lo stato sionista hanno già cercato di violare impiegando enormi quantità di ordigni.
Un’altra importante lezione che l’Iran ha tratto dalla guerra del 2003 in Iraq è stata che la condotta bellica di Stati Uniti e stato sionista è centrata per intero su brevi bombardamenti aerei per decapitare i vertici della leadership e le strutture di comando. Le vulnerabilità che una struttura di comando centralizzata implica sono state contrastate dall'adozione di una struttura a mosaico, che ha decentralizzato e distribuito in modo ampio la struttura di comando su più livelli, in modo che non potesse andare in tilt nel caso di un attacco di sorpresa che ne eliminasse i vertici.
Una ulteriore intuizione strategica che l'Iran ha ricavato dalla guerra in Iraq è che l’Occidente è strutturato militarmente per guerre aeree brevi e intense.
Dal punto di vista iraniano la contromisura era quella di "andare sul lungo periodo". La decisione strategica dell'attuale leadership iraniana di optare per una guerra lunga deriva direttamente da questa intuizione, ovvero dall'assunto che le forze armate occidentali siano costruite per un approccio del tipo "spara e scappa", oltre che dalla convinzione che il popolo iraniano sia più resiliente ai mali della guerra rispetto all'opinione pubblica dello stato sionista o a quella occidentale.
I meccanismi alla base della scelta di far durare la guerra fino a farla diventare controproducente per Trump riguardano essenzialmente il solo campo della logistica.


L'Iran stringe sulla logistica

Lo stato sionista e gli Stati Uniti si sono preparati ed equipaggiati fin dal principio per una guerra breve. Nel caso degli Stati Uniti, addirittura brevissima: dal sabato mattina in cui è stato assassinato Khamenei fino al lunedì in cui i mercati azionari statunitensi avrebbero riaperto.
L'Iran ha reagito entro un'ora dall'assassinio dell'Imam Khamenei secondo le direttive già impartite ai sensi della strategia mosaico, prendendo di mira le basi statunitensi nel Golfo Persico. Secondo quanto riferito il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha utilizzato vecchi missili balistici e droni prodotti attorno al 2012 e 2013. Lo scopo di utilizzare vecchi missili e droni in modo così generoso era chiaramente quello di ridurre le scorte di missili intercettori a disposizione delle basi statunitensi nel Golfo.
Al tempo stesso è stato intrapreso un analogo processo volto a ridurre le scorte di missili intercettori dello stato sionista. In tutto il Golfo e nello stato sionista, la penuria di intercettori è diventata evidente.
Il primo livello della stretta sulla logistica è stato questo.
Il secondo livello è la stretta economica ed energetica causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz nei confronti degli avversari, ma non degli amici. La chiusura di Hormuz ha lo scopo di innescare una crisi finanziaria e nelle linee di rifornimento in Occidente, in modo da esercitare una stretta sulle prospettive finanziarie che la guerra potrebbe offrire all'Occidente. Indebolire i mercati significa indebolire la determinazione di Trump.
Il terzo livello riguarda il sostegno alla guerra da parte dell'opinione pubblica statunitense. Il rifiuto iraniano di accettare di aprire trattative o un cessate il fuoco, optando invece per una guerra lunga, fa naufragare le aspettative dell'opinione pubblica, sfida le previsioni sul consenso e fa aumentare l'ansia e l'incertezza.
Quali potrebbero quindi essere gli obiettivi finali dell’Iran? In primo luogo, rimuovere la costante minaccia di un attacco militare. Poi forzare la revoca delle sanzioni -assedio costante al popolo iraniano- e la restituzione dei beni congelati. In ultimo, la fine dell’occupazione sionista di Gaza e dei territori palestinesi.
Forse l'Iran crede anche di poter rovesciare l'equilibrio geopolitico nell'area del Golfo Persico per sottrarre i punti nevralgici per la navigazione e i corridoi marittimi della regione all'egemonia statunitense e aprirli al passaggio delle navi dei BRICS, senza sanzioni, sequestri o blocchi da parte di Washington. Lanciando così una sorta di "libertà di navigazione" al contrario -per così dire- nel senso originale dell’espressione.
Chiaramente, la leadership iraniana comprende perfettamente che se i piani per la guerra asimmetrica avessero successo, potrebbero stravolgere l’equilibrio geostrategico non solo dell’Asia occidentale, ma del mondo intero.
E allora, che ne è del piano di Trump? Il biografo del Presidente Michael Wolff ha detto il 15 marzo:
Lui [Trump] non ha nessun piano. Non sa cosa sta succedendo. Non è davvero in grado di formulare un piano. Mette su un'iniziativa che fa del chiasso, e nella sua mente questo diventa anche un motivo di orgoglio: nessuno sa cosa farò dopo, quindi tutti hanno paura di me, e questo mi rende oltremodo potente. Non avere un piano diventa il piano.
La metafora, suggerisce Wolff, è quella di Trump come istrione:
Sale sul palco e improvvisa man mano che procede; ed è molto orgoglioso di questa capacità, che è una capacità notevole.
Wolff descrive Trump dicendo:
"Fermeremo la guerra. Inizieremo la guerra. Li bombarderemo; negozieremo; otterremo una resa incondizionata". Nulla accade se non per sua [di Trump] iniziativa. E questa cambia di momento in momento.
In realtà, l'unico criterio che conta per Trump è di essere considerato un vincitore. Il 15 marzo ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno vinto la guerra: "Abbiamo vinto. Abbiamo vinto la scommessa nella prima ora". Solo che nel giro di un altro paio di settimane la vulnerabile volubilità della sua condotta potrebbe diventare più evidente intanto che i mercati del petrolio, azionari e obbligazionari precipitano in una spirale al ribasso. Trump sta telefonando in giro cercando di trovare qualcuno che possa offrirgli una via d’uscita vincente dalla guerra che ha iniziato lui.
Solo che su quando finirà la guerra gli iraniani possono dire la loro.
E hanno fatto sapere che per quanto li riguarda è appena cominciata.

04 marzo 2026

Alastair Crooke - Iran. Trump la fa finita con quell'inganno che chiama diplomazia

Traduzione da Strategic Culture, 2 marzo 2026.

I negoziati diplomatici di giovedì 26 febbraio -nonostante le ostentazioni di ottimismo da parte di mediatori e negoziatori- hanno confermato una impasse sostanziale.
Le richieste che gli Stati Uniti presentavano all'Iran erano:
- Lo smantellamento completo dei siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan.
- Il trasferimento agli Stati Uniti di tutto l'uranio arricchito.
- La fine di tutte le clausole di caducità, con l'obbligo di restrizioni permanenti.
- L'accettazione della fine delle operazioni di arricchimento, con la sola eccezione del reattore di ricerca di Tehran.
- Un alleggerimento minimo delle sanzioni, con un ulteriore alleggerimento solo dopo la piena conformità a quanto sopra.
Queste richieste erano chiaramente formulate per ostacolare -piuttosto che facilitare- qualsiasi soluzione diplomatica. Esse riflettono una strategia che presuppone una radicata convinzione che l'Iran sia un Paese debole che avrebbe sicuramente capitolato davanti alla dimostrazione di forza militare degli Stati Uniti. Questa ipotesi è sempre stata presuntuosa. Si è rivelata palesemente falsa, poiché, come prevedibile, Tehran ha respinto le richieste degli Stati Uniti:
- [L'Iran] ha insistito sul riconoscimento del suo diritto (ai sensi del Trattato di non Proliferazione) di arricchire l'uranio per scopi civili.
- Non ha accettato di porre fine all'arricchimento.
- Ha rifiutato di trasferire al di fuori del proprio territorio l'uranio che ha arricchito.
- Ha insistito sul fatto che qualsiasi accordo deve includere sia il riconoscimento del suo diritto all'arricchimento, sia una significativa revoca delle sanzioni. L'Iran rifiuta l'idea di dover essere soggetto a restrizioni di natura indefinita.
Il clima alla fine dei colloqui era decisamente ottimista. Il primo negoziatore iraniano, il ministro degli Esteri Araghchi, ha dichiarato: "La sessione di oggi è stata la più produttiva finora. Abbiamo presentato con chiarezza le nostre richieste". La parte iraniana voleva che fosse chiaro, sia per il pubblico in Iran che per quello fuori dal Paese, che aveva (almeno) negoziato in modo serio.
Tuttavia secondo alcune fonti statunitensi la decisione di attaccare era già stata presa durante l'incontro del 29 dicembre 2025 tra Netanyahu e Trump a Mar-a-Lago.
I vertici della Repubblica Islamica dell'Iran avevano ben compreso che qualsiasi concessione che l'Iran avrebbe potuto ragionevolmente offrire nei colloqui non avrebbe dato a Trump la rapida "vittoria" politica che desiderava. Tanto più che l'Iran insisteva sul fatto che la difesa missilistica non era negoziabile.
Pur ponendo il programma nucleare iraniano al centro dei colloqui, il segretario di Stato americano Rubio in vista di questo (ultimo) giro di negoziati aveva comunque sottolineato che dal punto di vista di Washington la minaccia dei missili balistici iraniani era "una componente fondamentale che non può essere ignorata".
L'improbabile affermazione di Rubio è tuttavia in linea con quanto riportato dalla stampa ebraica dello stato sionista, secondo cui dopo l'incontro di Netanyahu con Trump nel dicembre 2025 era stato Netanyahu a chiedere che gli Stati Uniti colpissero le capacità missilistiche dell'Iran e che l'attacco all'arsenale dei missili balistici avesse la priorità rispetto agli attacchi alle strutture nucleari iraniane.
Lo stesso articolo (pubblicato nello stato sionista) riferiva che Trump aveva accettato la pressante richiesta di Netanyahu.
In tutto questo Trump è rimasto irremovibile sul fatto che, qualunque fosse stato l'esito dell'impasse iraniana -che ci si arrivasse perché l'Iran aveva capitolato o che ci si arrivasse col ricorso alla forza- lui personalmente avrebbe dovuto uscire dal confronto apparendo "forte" e con un "risultato storico" al suo attivo.

Una guerra alla ricerca di una giustificazione

Così, con la fine della diplomazia, il conflitto si è spostato dal regno del calcolo strategico e del realismo a quello del condizionamento psicologico. Cioè, al trovare il modo per presentare una guerra senza alcun motivo chiaro agli occhi di un pubblico statunitense sempre più scettico. E al come scatenare la guerra nel modo migliore per fornire il giusto vantaggio psicologico a Trump in vista delle elezioni di metà mandato.
Da qui derivano le assurde affermazioni di Trump secondo cui l'Iran sta lavorando alla produzione di missili balistici intercontinentali con cui attaccare il territorio degli Stati Uniti. In questa narrativa psicologica, Trump non sta solo salvando lo stato sionista, sta salvando l'AmeriKKKa!
Questa priorità sul condizionamento psicologico sta costringendo un'amministrazione Trump già di per sé divisa ad allontanarsi sempre più dalla realtà, nell'affannosa ricerca di un casus belli plausibile per giustificare l'attacco militare contro l'Iran. L'Iran, nonostante le affermazioni di Rubio, non minaccia gli Stati Uniti con missili balistici intercontinentali. L'Iran non rappresenta affatto una minaccia per gli Stati Uniti, né possiede armi nucleari.
Non fatevi illusioni, osserva Will Schryver:
Questa è una guerra voluta dagli Stati Uniti. Questa guerra, con tutte le sue conseguenze, è responsabilità degli Stati Uniti. Questa è la guerra di Trump. Questa guerra è iniziata il 3 gennaio 2026, per ordine diretto di Donald Trump.
Solo che per l'entourage di Trump affermare apertamente che attaccare l'Iran serve a consolidare l'egemonia dello stato sionista in Medio Oriente viene considerato un argomento poco allettante al fine di promuovere "un'altra grande guerra in Medio Oriente" presso un elettorato statunitense che non vuole saperne di caduti e che è sempre più scettico nei confronti della priorità data da Trump agli interessi dello stato sionista.
L'imbarazzo per la mancanza di una giustificazione per la guerra è diventato secondo ogni evidenza così acuto che i funzionari statunitensi hanno concordato che a colpire per primo sarebbe dovuto essere lo stato sionista, al fine di rendere una guerra contro l'Iran il più accettabile possibile, sul piano politico, per l'opinione pubblica interna.
Anna Barsky in una edizione in ebraico di Ma'ariv della scorsa settimana ha sostenuto che il suggerimento che fosse lo stato sionista a "passare all'azione per primo"
... passa dall'ironico al agghiacciante. Perché delinea uno scenario in cui lo stato sionista compie, consapevolmente e intenzionalmente, il primo passo di una mossa che mira prima di ogni altra cosa a influenzare l'opinione pubblica negli Stati Uniti.
Trump immaginava dapprincipio che ammassare forze statunitensi fosse di per sé sufficiente a incutere tanta soggezione all'Iran da renderne scontata la capitolazione. Witkoff lo ha detto chiaramente su Fox News: Trump era confuso e frustrato dal fatto che l'Iran non avesse ancora capitolato davanti a un tale dispiegamento di forze vicino al proprio territorio.
Solo che al di là di questo Trump –che vive di dichiarazioni roboanti e di promesse sulla "incredibile potenza militare ameriKKKana"– era rimasto sconcertato a veder trapelare notizie secondo cui, nonostante l'accumulo di forze, gli Stati Uniti non hanno la capacità militare "per sostenere [qualcosa di più di] un intenso assalto aereo di quattro o cinque giorni sull'Iran - o una settimana di attacchi di minore intensità".
Trump, successivamente, ha contraddetto i suoi generali. I generali gli avevano esibito un quadro molto più complesso: non erano disposti a garantire il rovesciamento della Repubblica Islamica dell'Iran, non ci sarebbe stata alcuna certezza sulla durata della campagna, e non sarebbe stato possibile prevedere con precisione la risposta di Tehran, né le implicazioni a livello regionale.
Probabilmente e nonostante gli avvertimenti, Trump immaginava (o sperava...) una breve guerra sanguinosa di pochi giorni, dopo la quale avrebbe potuto proclamare la "vittoria" in mezzo alle macerie sparse ovunque, per poi sperare di barcamenarsi verso un cessate il fuoco intanto che i media avrebbero titolato a caratteri di scatola che "Trump fa la pace". Un'altra volta.
Le guerre, ovviamente, non sono mai determinate da una sola parte. L'Iran aveva avvertito che se fosse stato attaccato avrebbe scatenato una guerra totale, non solo in Iran ma in tutta la regione. Già dal primo giorno di guerra questo è quello che l'Iran ha fatto, con attacchi alle basi statunitensi in tutto il Golfo Persico: le basi militari statunitensi sono in fiamme e fumano sotto gli occhi di tutti.
Le principali compagnie petrolifere hanno appena sospeso le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz.
Trump –ma più precisamente Netanyahu– ha appena scatenato una guerra su più fronti, con attacchi contro lo stato sionista che arrivano da molte direzioni (dall'Iran, dallo Yemen, dall'Iraq ...). È più probabile una guerra lunga che una guerra rapida.
Trump è bloccato in una situazione di Zugzwang. È costretto a muovere contro l'Iran, ma così facendo aggrava la propria situazione. Secondo quanto riferito, "molti all'interno del Pentagono ritengono che gli Stati Uniti andranno incontro a un disastro epocale se si impegneranno eccessivamente in un conflitto su larga scala con l'Iran [e non agiranno in modo ‘brillante’]".
Nonostante questo, lo slancio ideologico bellicista proveniente dal campo di Netanyahu e dai suoi vari alleati e finanziatori negli Stati Uniti si è rivelato irresistibile. Questi ultimi vedono un attacco degli Stati Uniti come un'occasione di quelle che arrivano una volta sola in una generazione per ridisegnare la mappa geostrategica, per rifondare l'Iran come alleato filo-occidentale dello stato sionista in una nuova coalizione in guerra contro il radicalismo islamico.
Tali intendimenti, per quanto fantasiosi, non dovrebbero essere liquidati con leggerezza. Sono profondamente radicati in un certo ambiente culturale e in varie credenze escatologiche.
La logistica bellica ha una sua dinamica: una volta avviato il dispiegamento militare, occorre un grande sforzo per invertire la tendenza. All'inizio della prima guerra mondiale si rivelò impossibile per i leader europei invertire la dinamica del dispiegamento, semplicemente a causa dei limiti intrinseci del sistema ferroviario. Ci vuole un grande sforzo per arrestare una guerra su vasta scala.
Nel dare il via a una prova di forza globale tanto determinante, Trump non sarà in grado, proprio come re Canuto, di "ordinare" alla marea di ritirarsi. Ha dato il via a eventi che determineranno il nostro futuro geopolitico globale. Il futuro di Cina, Russia e Iran sarà in bilico, in un modo o nell'altro.
Anche l'ordine economico è in bilico. La soluzione di Trump alla crisi del debito dipende in gran parte dalla sua guerra commerciale. La praticabilità dei dazi con cui Trump intende mitigare i suoi obblighi sul debito dipende dall'egemonia del dollaro. E l'egemonia del dollaro è in gran parte una funzione del mantenimento del mito dell'invulnerabilità militare eccezionale degli Stati Uniti.
Ma con l'Iran che ha smascherato a tutti gli effetti il suo bluff, Trump si trova di fronte alla scelta umiliante tra l'abbassare la cresta per uscire dal pasticcio manipolando qualche pronta richiesta di cessate il fuoco -come fece a giugno 2025 nella guerra dei 12 giorni per proclamare la "vittoria"- oppure, nel caso la guerra dovesse protrarsi, accettare che l'esercito statunitense venga percepito come una tigre di carta e vedere le conseguenze ripercuotersi sul mercato del debito.
Trump è un sostenitore davvero convinto dello stato sionista, ma è a un passo dal far naufragare la sua presidenza su questo scoglio.
Forse non aveva scelta.

02 marzo 2026

Firenze. Il quarto di quarto d'ora di celebrità di Leila Farahbakhsh



Un chiarimento innanzitutto, caso mai ce ne fosse bisogno.
Dai contenuti qui presentati da diciotto anni potrebbe sembrare che chi scrive nutra una vaga propensione verso la Repubblica Islamica dell'Iran.
Il che non è vero per niente, perché chi scrive è gelidamente schierato con la Repubblica Islamica dell'Iran nel modo più deciso e inequivocabile
Il 28 febbraio 2026 gli USA e lo stato sionista hanno aggredito la Repubblica Islamica dell'Iran. 
Might is right e il resto è conseguenza; e chi non tiene a fare la figura dello stratega da caffè a tanto limita le proprie considerazioni.
Il giorno successivo a Firenze qualcuno ha organizzato un brevissimo corteo contro l'aggressione.
Pochi minuti prima che il corteo partisse una certa Leila Farahbakhsh si è appellata ai presenti e ha iniziato a inveire riportando cifre e contenuti da propaganda "occidentalista" -come tali neppure degni di disprezzo, figuriamoci di elaborate confutazioni- e accusando in pratica i manifestanti di non prestare un'obbedienza sufficientemente pronta, sufficientemente rispettosa e sufficientemente leale alle consegne di qualche anziano estimatore della Savak. Curiosamente coincidenti con quelle del governo statunitense e di quello dello stato sionista.
Pessima conoscenza del terreno, nonostante la Farahbakhsh affermi di vivere a Firenze da oltre quindici anni e abbia competenze accademiche e professionali di un tale livello da permettere a chi scrive attribuzioni causali in cui l'incompetenza cede tranquillamente ogni spazio alla malafede. Nelle piazze di Firenze l'antisionismo e l'antiamericanismo sono per lo più disposizioni stabili della personalità non negoziabili e di briosa ovvietà, diffusi tra le persone più serie anche in ambienti insospettabili. A questa costruttiva situazione va aggiunto un secondo elemento importante: comportamenti simili, a mero pro delle "reti sociali" e della "libera informazione" (il cui "lavoro", sempre più spesso dipendente dalla liberalità con cui il Dipartimento per l'Editoria elargisce pubblico denaro, si evita ovviamente di riportare in link) sono senz'altro possibili.
Ma meglio se in condizioni di sicurezza.
Infatti dopo un quarto di quarto d'ora due gendarmi della sezione politica vestiti da gendarmi della sezione politica hanno curato il quieto allontanamento della  Farahbakhsh.