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29 settembre 2024

28 settembre 2024. Comunicato di Hezbollah sulla morte di Sayyed Hassan Nasrallah

Nel nome di Dio, il Compassionevole, il Misericordioso.

Combattano dunque sul sentiero di Allah, coloro che barattano la vita terrena con l’altra. A chi combatte per la causa di Allah, sia ucciso o vittorioso, daremo presto ricompensa immensa. (An-Nisa 74)

Dio Onnipotente ha detto il vero.

Sua Eminenza il Capo della Resistenza, il giusto servitore, se n'è andato da grande martire per unirsi al suo Signore e al Suo compiacimento; un leader eroico, audace, coraggioso, saggio, perspicace e fedele che si è unito al corteggio dei martiri dell'eterna e luminosa Karbala nel divino percorso di fede sulle orme dei profeti e degli imam martiri.
Sua Eminenza Sayyed Hassan Nasrallah, Segretario Generale di Hezbollah, si è unito ai suoi grandi e immortali compagni nel martirio di cui ha guidato il cammino per quasi trent'anni, durante i quali li ha condotti di vittoria in vittoria succedendo al Capo dei martiri della Resistenza islamica nel 1992 fino alla liberazione del Libano nel 2000, alla gloriosa vittoria divina nel 2006 e a tutte le battaglie condotte nel segno dell'onore e del sacrificio fino alla eroica battaglia in sostegno della Palestina, di Gaza e del popolo palestinese oppresso.
Porgiamo le nostre condoglianze alla Guida in ogni tempo (che Dio affretti la sua ricomparsa), alla Guida dei musulmani l'Imam Sayyed Ali Khamenei, che la sua ombra perduri, alle grandi autorità, ai mujahidin, ai credenti, alla nazione della resistenza, al nostro dolente e combattivo popolo libanese, all'intera nazione islamica, a tutti i popoli liberi e oppressi del mondo, e alla sua onorata e dolente famiglia. Ci congratuliamo con Sua Eminenza il Segretario Generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, che Dio si compiaccia di lui, per aver ricevuto il più alto riconoscimento divino, quello dello Imam Hussein -che la pace sia con lui- realizzando i suoi più preziosi intenti e il più alto gradi della fede e del puro credo come martire sul cammino di Gerusalemme e della Palestina. Offriamo le nostre condoglianze e congratulazioni ai suoi compagni martiri che si sono uniti alla sua pura e santa schiera dopo l'infido raid sionista a sud di Beirut.
Gli alti gradi di Hezbollah promettono al martire più insigne, più sacro e più prezioso del nostro percorso costellato di sacrifici e di martiri che continueranno il suo jihad nel confronto con il nemico, a sostegno di Gaza e della Palestina, e in difesa del Libano e del suo saldo e onorevole popolo.
Agli onorevoli mujahidin e agli eroi vittoriosi e trionfanti della Resistenza islamica: in voi è riposta la fiducia dell'amato martire Sayyid. Siete suoi fratelli, siete stati il suo scudo inespugnabile e il gioiello nella corona del suo eroico sacrificio. Il nostro leader, Sua Eminenza Sayyed, è ancora tra noi con il suo pensiero, il suo spirito e la sua sacra guida. A voi mantenere la promessa di lealtà e l'impegno nella resistenza e nel sacrificio fino alla vittoria.

25 settembre 2024

Alastair Crooke - Lo stato sionista sarà così scriteriato da cogliere l'occasione? "Siamo davvero alla guerra totale?"




   Traduzione da
Strategic Culture, 23 settembre 2024.


"Da oggi [dal giorno delle esplosioni simultanee dei cercapersone] di accordi e soluzioni non è più il caso di parlare", scrive Ibrahim Amine redattore di Al-Akhbar noto per i suoi stretti contatti con la leadership di Hezbollah: "In un solo minuto il nemico è riuscito a sferrare un colpo durissimo al corpo della Resistenza islamica... [Inoltre] con l'operazione di ieri, il nemico ha confermato di non voler rispettare le regole di ingaggio. Si sono dunque aperte le porte di una guerra senza limiti, tetti e confini? Da oggi in poi il nemico sionista non farà più distinzione tra un combattente che opera al fronte e un individuo che lavora in un ufficio lontano", ha osservato Amine.
Nel corso dell'ultimo anno sia lo stato sionista che Hezbollah hanno evitato una escalation grave osservando regole di ingaggio non scritte o taciti accordi tra le parti, come quello di non prendere di mira i civili. Ora tutto questo non esiste più.
Nel suo primo discorso dopo le esplosioni di martedì e mercoledì il leader di Hezbollah Sayed Nasrallah ha ammesso che il suo gruppo ha "subito un duro e crudele colpo". Ha accusato lo stato sionista di aver violato "tutte le convenzioni e le leggi" e ha detto che "dovrà affrontare una giusta punizione e un'amara resa dei conti". Ma non ha descritto come Hezbollah potrebbe vendicarsi, "né ha accennato al momento, al modo o al luogo" in cui ciò avverrà.
Nasrallah ha avvertito:
“Il nemico dichiara come suo obiettivo ufficiale il ritorno dei coloni al Nord. Noi accettiamo la sfida: al nord non tornerete. Anzi, faremo fuggire altri sionisti dalle loro case. Speriamo che lo stato sionista entri in Libano, stiamo aspettando giorno e notte i suoi carri armati per dar loro il benvenuto".
Queste considerazioni hanno un senso. Fin dall'inizio, Hezbollah si è configurato militarmente più per una guerra totale con lo stato sionista che per una guerra calibrata e limitata, che non ha mai corrisposto al meglio con i punti di forza di Hezbollah.
È chiaro che la guerra è entrata in una nuova fase; per sottolineare questo punto giovedì sera dopo il discorso di Nasrallah Hezbollah ha dato il via a uno dei suoi più pesanti attacchi contro lo stato sionista. Il Segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin avrebbe informato i leader del Congresso la sera stessa del timore di un'imminente offensiva israeliana in Libano.
La valutazione di Nasrallah sul fatto che una guerra sia imminente è pienamente condivisa da almeno alcuni alti comandanti militari sionisti, anche se non da tutti. Molti sono convinti che la guerra con Hezbollah potrebbe ingrandirsi fino a diventare una guerra regionale e portare al collasso dello stato sionista.
Insomma, "Non si fa una cosa del genere, non si colpiscono migliaia di persone pensando che la guerra non ci sarà", ha detto il brigadiere generale a riposo Amir Avivi, che guida lo Israel Defence and Security Forum, un gruppo di ex comandanti militari falchi. "Perché non lo abbiamo fatto per undici mesi? Perché non eravamo ancora disposti a entrare in guerra. E adesso? Adesso lo stato sionista è pronto alla guerra". "C'è molta pressione da parte della società per andare in guerra e vincerla", ha detto Avivi. "A meno che Hezbollah domani mattina non dica: 'D'accordo, messaggio ricevuto. Ci ritiriamo dal sud del Libano' la guerra è imminente".
Un sondaggio condotto a fine agosto dallo Israel Democracy Institute, un think tank di Gerusalemme, ha rilevato che il 67% degli intervistati ebrei ritiene che lo stato sionista debba reagire con più forza nei confronti di Hezbollah. Tra questi, il 46% ritiene che lo stato sionista debba lanciare un'offensiva in profondità colpendo le infrastrutture libanesi, mentre il 21% vuole una dura risposta diretta soltanto contro le infrastrutture di Hezbollah.
Le osservazioni del generale Avivi riflettono probabilmente una realtà di fondo che è diventata fin troppo chiara: Amos Hochstein, l'inviato statunitense, non è riuscito a ottenere alcun progresso "diplomatico" per quanto riguarda il ritiro di Hezbollah dal sud del Libano. Al tempo stesso i funzionari statunitensi (secondo il WSJ) ammettono ora che un cessate il fuoco a Gaza, per Biden, è "fuori portata" e che allo stesso modo il logorante confronto militare dello stato sionista al confine meridionale del Libano che ha portato allo sfollamento dell'80% dei suoi abitanti non ha ottenuto alcun risultato. Anche i residenti nel nord dello stato sionista rimangono degli sfollati.
Sembra quindi che lo stato sionista si sia avviato verso un conflitto di più ampia portata. Un anticipo lo si è già avuto: Il 17 settembre gli Houthi hanno lanciato un missile contro un obiettivo vicino all'aeroporto Ben Gurion. Il missile ha percorso 1300 miglia in meno di 12 minuti, ovvero ha volato a velocità ipersonica avvicinandosi a Mach 9 -irraggiungibile per le difese antiaeree- e ha colpito il suo obiettivo.
È probabile che vedremo volare altri missili ipersonici di questo tipo -immuni alle difese antiaeree- se la guerra dovesse aggravarsi e se l'Iran dovesse intervenire.
Come spesso succede nei conflitti, la cosa paradossale è che l'operazione dei cercapersone esplosivi è stata apparentemente del tutto fortuita per quanto riguarda i tempi. Non è stata pianificata specificamente per portare lo stato sionista in una nuova fase del conflitto libanese:
Fonti altolocate di alcuni servizi di intelligence regionali hanno riferito ad Al-Monitor che la decisione di effettuare l'operazione è stata 'imposta' allo stato sionista da un errore dei suoi stessi servizi... Il piano originale dell'esercito sionista era di far esplodere gli ordigni nel caso di una guerra totale con Hezbollah per conseguire un vantaggio strategico, non quello di farli esplodere martedì", hanno aggiunto le fonti. Tuttavia, i sospetti di almeno due membri di Hezbollah hanno indotto gli ambienti dei servizi sionisti ad accettare che il piano scattasse in anticipo. Dopo che diversi giorni fa un membro di Hezbollah in Libano ha sospettato che ci fosse qualcosa che non andava con i cercapersone - ed è stato ucciso, hanno riferito le fonti... [ il piano è stato] infine fatto scattare. La successiva decisione di far esplodere le ricetrasmittenti sarebbe stata dettata dal fatto che ci si aspettava che dopo le esplosioni dei cercapersone Hezbollah avrebbe diffidato delle radio.
Tra poche settimane le condizioni meteorologiche sarebbero cambiate, limitando -o addirittura bloccando- le operazioni aeree. Lo stato sionista si è trovato a dover scegliere tra due strade alternative: dare il via a un'operazione entro poco tempo, o aspettare la prossima primavera per aumentare la pressione su Hezbollah affinché cambi le proprie allocazioni. Nello stato sionista tuttavia la situazione politica si preannuncia estremamente incerta: a dicembre riprenderanno per Netanyahu le udienze in tribunale.
Il fatto che un appartenente a Hezbollah inziasse a sospettare dei cercapersone non era previsto e ha cambiato le carte in tavola, facendo alzare il livello dello scontro.
Non sorprende che nello stato sionista si pensi che l'operazione dei cercapersone abbia inferto un duro colpo al sistema di comunicazione di Hezbollah, tale da paralizzare le capacità militari del movimento e da offrire allo stato sionista l'intervallo di tempo necessario a invadere via terra il sud del Libano per stabilirvi una "zona cuscinetto" che potrebbe facilitare il ritorno degli abitanti nel nord dello stato sionista. Nasrallah promette il contrario: dalle loro case nel nord dello stato sionista dovranno sfollare altri abitanti ancora.
L'idea che le comunicazioni di Hezbollah siano rimaste paralizzate è velleitaria e non riesce a distinguere tra quella che può essere definita la società civile di Hezbollah e il suo braccio militare.
Hezbollah è un movimento civile, oltre che una potenza militare. Esso rappresenta l'autorità per un settore significativo della popolazione di Beirut e del Paese, e questo costituisce una responsabilità che impone al Movimento di garantire l'ordine civile e la sicurezza. I cercapersone e le radio erano in dotazione principalmente dalle sue forze di sicurezza civile -di fatto una polizia civile che gestisce la sicurezza e l'ordine nelle zone del Libano controllate da Hezbollah- oltre che dai suoi reparti logistici e di supporto. Dal momento che questo personale non è costituito da forze combattenti, non si riteneva che avesse bisogno di sistemi di comunicazione davvero sicuri.
Già prima della guerra del 2006 Hezbollah aveva eliminato tutte le comunicazioni via cellulare e via linea fissa, usando invece un proprio sistema dedicato a fibra ottica e una rete di portaordini destinati ai quadri militari. In breve, le comunicazioni di Hezbollah a livello civile hanno subito un duro colpo, ma questo non avrà un impatto eccessivo sulle sue forze militari. Per anni il Movimento ha operato secondo il criterio per cui le sue unità avrebbero potuto continuare a combattere anche in caso di interruzione completa delle comunicazioni ottiche o di perdita di un quartier generale.
Cosa succederà adesso? Ci sono diversi scenari possibili. In sostanza, Netanyahu adesso si sente più tranquillo. Al discorso degli ostaggi è stata messa la sordina e i piani per l'espulsione calibrata e senza chiasso della popolazione palestinese stanno andando avanti sotto la supervisione dei ministri Ben Gvir, Smotrich e altri della destra. Il Ministro della Difesa Gallant ha persino dichiarato la "vittoria" militare a Gaza.
Sembra anche che lo stesso Gallant si sia piegato all'inevitabile. Netanyahu, a quanto pare, l'ha avuta vinta per quanto riguarda l'escalation contro Hezbollah aggirando le obiezioni di Gallant e degli alti ufficiali delle forze armate senza dover licenziare il popolare Gallant da ministro della Difesa e senza dover accogliere nel suo governo il problematico Gideon Saar.
Il ministro della Difesa Gallant, il capo delle forze armate Halevi e altri funzionari militari hanno rilasciato mercoledì sera delle dichiarazioni che sembravano suggerire che si stesse preparando una guerra totale contro Hezbollah, poche ore dopo l'ondata di esplosioni dei dispositivi di comunicazione in tutto il Libano.
Dal punto di vista di Netanyahu, gli Stati Uniti -per quanto a malincuore- sono impegnati a sostenere stato sionista in questa guerra e anche in un conflitto di più ampia portata nel caso l'Iran dovesse entrare nella mischia. Gli Stati Uniti hanno fatto capire che il loro sostegno non è a tempo indeterminato, ma Netanyahu probabilmente conta sul fatto che il loro impegno si intensificherà ineluttabilmente con l'evolversi degli eventi lasciandoli ulteriormente incastrati. In ogni caso gli ambienti vicini al potere che sostengono lo stato sionista non accetterebbero mai la prospettiva di lasciarlo a se stesso mentre si trova in pericolo. A giudicare dalle dichiarazioni dello stato sionista l'idea prevalente è che Hezbollah si vendicherà, ma che lo farà in modo diverso da come ha risposto fino a oggi. Si accontenterà di reagire in modo limitato? Questo non è chiaro. Ma qualsiasi cosa faccia potrebbe portare a uno scambio di bordate che a sua volta farà precipitare la situazione verso una guerra vera e propria.
Alti funzionari delle forze armate sioniste e di altri settori negli ambienti della sicurezza si esprimono deplorando apertamente "le mosse sconsiderate che il loro governo è intenzionato a compiere a nord". Da un lato, queste mosse comportano il molto concreto rischio molto di far deflagrare un conflitto generale non solo al confine con il Libano, ma nell'intera regione; dall'altro, non promettono una soluzione che permetta agli abitanti del nord di tornare alle loro case, né la liberazione degli ostaggi a Gaza.

10 aprile 2024

Alastair Crooke - Nel caos brutale della guerra le leggi, le convenzioni e le norme di condotta scompaiono

 


Traduzione da Strategic Culture, 8 aprile 2024.

Siamo sull'orlo di quella che potrebbe essere definita una guerra caotica. Non è la formula usata spesso in passato dallo stato sionista per intimidire gli avversari; stavolta è diverso.
Il reporter sionista Eddie Cohen ha dichiarato, all'indomani dell'attacco contro ial consolato iraniano: "Noi vogliamo la guerra, con l'Iran e con Hezbollah, e lo diciamo a chiare lettere. Non avete ancora capito?". "Lo stato sionista vuole trascinare l'Iran in una guerra su larga scala per poter colpire gli impianti nucleari iraniani", anche se questi impianti sono fuori dalla portata degli USA e dello stato sionista, sepolti sotto le montagne.
Cohen, e naturalmente i vertici militari dello stato sionista, lo sanno; nonostante questo lo stato sionista si sta chiudendo in una logica che può portare solo alla sconfitta. Le strutture nucleari iraniane sono al sicuro contro gli attacchi dello stato sionista. La distruzione delle infrastrutture civili iraniane, che invece sono obiettivi scoperti, può provocare molte vittime ma di per sé non farà crollare lo stato iraniano. Trita Parsi colloca in un contesto diverso l'obiettivo perseguito dallo stato sionista con l'attacco al consolato iraniano di Damasco:
Un aspetto importante, nella condotta seguita dallo stato sionista con la connivenza di Biden, è che esso si è impegnato in uno sforzo deliberato e sistematico volto a calpestare leggi e norme esistenti in materia di guerra.
Anche in tempo di guerra le ambasciate sono intoccabili? Lo stato sionista ha appena bombardato una sede diplomatica iraniana a Damasco.
Bombardare gli ospedali è un crimine di guerra? Lo stato sionista ha bombardato tutti gli ospedali di Gaza. Ha persino assassinato medici e pazienti all'interno degli ospedali.
La Corte Internazionale di Giustizia ha obbligato stato sionista a consentire la consegna di aiuti umanitari a Gaza? Lo stato sionista impedisce attivamente l'arrivo degli aiuti.
La morte per fame dei civili come metodo di guerra è vietata dal diritto internazionale umanitario? Lo stato sionista ha deliberatamente creato una carestia a Gaza.
I bombardamenti indiscriminati sono illegali secondo il diritto umanitario internazionale? Lo stesso Biden ammette che lo stato sionista sta bombardando Gaza in modo indiscriminato.
L'elenco continua. Tuttavia, ad essere molto significativa è la violazione da parte dello stato sionista dell'immunità che la Convenzione di Vienna accorda alle sedi diplomatiche, oltre al livello delle personalità uccise. È un segnale importante: lo stato sionista vuole la guerra... ma con il sostegno degli Stati Uniti, ovviamente.
L'obiettivo dello stato sionista, in primo luogo, è quello di fare scempio di norme, convenzioni e leggi di guerra; quello di creare un'anarchia geopolitica in cui tutto è permesso e che, con la Casa Bianca che assiste frustrata ma connivente a ogni scempio deliberato contro qualsiasi norma di condotta, permetta a Netanyahu di afferrare gli USA per le briglie e portare il cavallo della Casa Bianca all'acqua, ovvero alla sua "Grande Vittoria" regionale escatologica; una guerra necessariamente brutale al di là delle linee rosse esistenti e priva di qualsiasi limite.
Dal punto di vista simbolico è altrettanto significativo del bombardamento di Damasco il fatto che Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna -dopo un breve omaggio formale alla Convenzione di Vienna- si siano rifiutati di condannare la distruzione del consolato iraniano, mettendo così in dubbio l'immunità che la Convenzione di Vienna stabilisce per le sedi diplomatiche.
Implicitamente, il rifiuto di condannare questa iniziativa verrà ampiamente interpretato come una tacita approvazione del primo timido passo compiuto dallo stato sionista verso la guerra con Hezbullah e con l'Iran. Questo caotico nichilismo dello stato sionista, con il suo sapore biblico, tuttavia non ha alcun rapporto in termini puramente razionali con l'aspirazione di Netanyahu a una "Grande Vittoria". La realtà è che lo stato sionista ha perso la deterrenza. Essa non verrà ripristinata; lo impedisce la rabbia profonda che lo stato sionista ha suscitato nel mondo islamico con i massacri a Gaza degli ultimi sei mesi.
Tuttavia esiste una seconda ragione per cui lo stato sionista è intenzionato a violare deliberatamente il diritto e le norme umanitarie: Il giornalista sionista Yuval Abraham ha riferito in modo molto approfondito sulla rivista +972 come lo stato sionista abbia sviluppato un sistema di intelligenza artificiale chiamato Lavender per generare liste di individui da uccidere a Gaza. Non esiste quasi nessuna verifica per mano umana; solo una specie di approvazione che richiede una ventina di secondi, per assicurarsi che l'obiettivo indicato sia di sesso maschile, dato che non risulta che l'esercito della Resistenza schieri delle donne.
Il ricorso a queste liste di individui da eliminare è palesemente al di fuori di ogni legge, come riportato da varie fonti utilizzate da Abraham: la cosa può andare esente da critiche solo facendola diventare qualcosa di normale, come una iniziativa fra tante nella generale illegalità e rifacendosi di fatto a un eccezionalismo sovrano:
L'esercito sionista attacca sistematicamente gli individui presi come bersagli mentre si trovano nelle loro case -di solito di notte, quando c'è tutta la famiglia- piuttosto che nel corso delle attività militari... Sono stati utilizzati ulteriori sistemi automatizzati, tra cui uno chiamato "Dov'è papà?", pensati proprio per seguire gli individui da colpire una volta che sono entrati in casa... Tuttavia è successo che un'abitazione venisse colpita, di solito in piena notte, e che l'individuo preso di mira non ci fosse proprio.
Il risultato è che migliaia di palestinesi - la maggior parte dei quali donne, bambini o comunque persone non coinvolte nei combattimenti - sono stati spazzati via dagli attacchi aerei sionisti, soprattutto durante le prime settimane di guerra, a causa delle decisioni di un sistema di intelligenza artificiale".
"Non ci interessava uccidere gli operativi [di Hamas] quando si trovavano in un edificio militare... o erano impegnati in un'attività militare", ha detto A., un funzionario dei servizi, a +972 e Local Call. "Anzi, l'esercito sionista li ha bombardati senza esitare a casa loro, come prima opzione. È molto più facile bombardare la casa di una famiglia. Il sistema è stato ideato per cercarli in quei contesti".
"Inoltre... quando si trattava di colpire quelli che Lavender indicava come militanti di bassa truppa, l'esercito preferiva usare solo missili non guidati, comunemente noti come bombe stupide (in contrasto con le bombe di precisione, quelle "intelligenti") che possono distruggere interi edifici con i loro occupanti dentro e causare un numero significativo di vittime. Non si vogliono sprecare ordigni costosi per gente poco importante: per il paese è molto costoso e poi c'è carenza [di queste bombe]".
L'esercito ha anche stabilito, durante le prime settimane di guerra, che per ogni combattente di basso grado di Hamas indicato da Lavender era lecito uccidere fino a quindici o venti civili... nel caso in cui l'obiettivo fosse un ufficiale superiore di Hamas con il grado di comandante di battaglione o di brigata, in diversi casi l'esercito ha autorizzato l'uccisione di più di cento civili per eliminare un singolo comandante".
"Lavender -che è stato sviluppato per designare bersagli umani nella guerra in corso- ha contrassegnato come eliminabili circa trentasettemila palestinesi come sospetti militanti di Hamas; per lo più si tratta di bassi gradi (il portavoce delle forze armate sioniste ha negato l'esistenza di questa lista di individui da eliminare, in una dichiarazione a +972 e Local Call)".
Non c'è quindi motivo per stupirsi se lo stato sionista cerca di mimetizzare simili dettagli entro una serie di generalizzate e ordinarie violazioni del diritto umanitario: "Volevano permetterci di attaccare [i soldati semplici] in automatico. Questo è il Santo Graal. Una volta che si passa in modalità automatica, la designazione dei bersagli diventa incontrollabile".
Non è difficile ipotizzare cosa potrebbe stabilire la Corte Internazionale di Giustizia...
Qualcuno è convinto che a Lavender, questo zoppicante sistema di intelligenza artificiale, non verrebbe chiesto di sfornare liste di individui da eliminare se lo stato sionista decidesse di entrare in Libano? Un'altra ragione per collaudare prima a Gaza le procedure, detto per inciso.
Il punto essenziale del resconto di +972 Magazine (che cita molte fonti) è che le forze armate dello stato sionista non si sono concentrate sull'eliminazione delle Brigate Qassam di Hamas, come invece hanno sostenuto. "Mi ha molto sopreso il fatto che ci abbiano chiesto di bombardare una casa per uccidere un singolo soldato sul terreno; un bersaglio davvero di poca importanza nel contesto del combattimento", ha detto una delle fonti in merito al ricorso all'intelligenza artificiale per designare presunti militanti di bassa forza.
"Obiettivi di questo livello io li ho soprannominati 'obiettivi spazzatura'. Tuttavia, li consideravo eticamente pià ammissibili degli obiettivi che bombardavamo solo per 'deterrenza', i condomini evacuati e rasi al suolo solo così, tanto per distruggere qualcosa".
Questo resoconto chiarisce quanto siano infondate le affermazioni dello stato sionista sulla distruzione di diciannove dei ventiquattro battaglioni di Hamas: una fonte che critica Lavender a causa della sua imprecisione ne sottolinea un difetto ovvio: "Discrimina in modo vago". Come distinguere un combattente di Hamas da un qualsiasi altro civile di Gaza?
"Al suo apice, il sistema è riuscito a desginare trentasettemila individui come bersagli umani potenziali", ha detto B. "Ma i numeri cambiavano di continuo, perché dipende da come si stabiliscono i criteri per definire qualcuno come militante di Hamas. Ci sono stati momenti in cui i criteri per definire i militanti sono stati più ampi; il sistema ha iniziato a indicare di tutto, dal personale della protezione civile agli agenti di polizia; gente per cui sarebbe stato un peccato sprecare bombe".
Proprio durante la prima settimana di aprile, il ministro e componente del governo di guerra Ron Dermer è stato incaricato di recarsi a Washington per sostenere che il successo delle forze armate sioniste nel debellare diciannove battaglioni di Hamas giustificava un'incursione a Rafah, per distruggere i quattro o cinque battaglioni che lo stato sionista sostiene vi siano ancora presenti.
Ciò che è chiaro è che l'intelligenza artificiale ha rappresentato uno strumento fondamentale per lo stato sionista nella sua "vittoria" a Gaza. Lo stato sionista si accinge a vendere specchietti per le allodole profumati alla lavanda.
Al contrario i palestinesi, consapevoli di essere inferiori di numero, hanno una visione molto diversa: sono passati a un nuovo modo di pensare che dà al semplice atto di resistere un significato civile; un percorso che porta a una vittoria metafisica -e molto probabilmente anche a una sorta di vittoria militare- per il popolo palestinese; se non nel corso della loro vita, almeno in futuro. La natura asimmetrica del conflitto che lo stato sionista non è mai riuscito a comprendere sta proprio in questo.
Lo stato sionista vuole essere temuto, credendo che questo possa ripristinare il suo potenziale di deterrenza. Amira Hass scrive che, a prescindere dalla repulsione per questo governo e per i suoi componenti, "la grande maggioranza [dei cittadini dello stato sionista] crede ancora che la guerra sia la soluzione". E Mairav Zonszein, scrivendo su Foreign Policy, osserva che "il problema non è solo Netanyahu, è la società dello stato sionista".
Puntare il dito contro Netanyahu è facile, e distoglie l'attenzione dal fatto che la guerra a Gaza non è la guerra di Netanyahu, è la guerra dello stato sionista. E il problema non è solo Netanyahu, è l'elettorato dello stato sionista... Un'ampia maggioranza -l'88% dei cittadini ebrei dello stato sionista intervistati a gennaio- ritiene che lo stupefacente numero di morti palestinesi, che in quel momento erano più di venticinquemila, sia giustificato. Un'ampia maggioranza dell'opinione pubblica ebraica pensa anche che le forze armate dello stato sionista a Gaza stiano ricorrendo alla forza in modo adeguato, se non addirittura troppo scarso... Dare tutta la colpa al Primo Ministro non coglie l'essenza della questione. Non tiene conto del fatto che i cittadini dello stato sionista hanno da tempo precorso, permesso o comunque accettato il sistema di occupazione militare e di disumanizzazione dei palestinesi messo in atto da parte del loro Paese.
Né lo stato sionista né gli Stati Uniti hanno tuttavia una strategia globale per affrontare la guerra in corso. L'approccio dello stato sionista è tutto tattico: sostiene di aver ridotto Hamas ai minimi termini, di aver trasformato Gaza in un inferno umanitario e di aver preparato la scena per il "piano decisivo" che Bezalel Smotrich avrebbe ideato per i palestinesi. Ancora Amira Hass:
"Accettare uno status inferiore, emigrare ed essere cacciati sotto l'apparenza dell'adesione volontaria, o affrontare la sconfitta e la morte in guerra". Questo è il piano che si sta attuando a Gaza e in Cisgiordania, con la maggioranza dei cittadini dello stato sionista che si comporta da complice attivo ed entusiasta o che acconsente passivamente alla sua realizzazione.
Anche la visione statunitense è tattica... e molto lontana dalla realtà: prospettare la trasformazione di Gaza in uno staterello collaborazionista "sul tipo di Vichy"; immaginare che la pressione politica dei francesi in Libano costringerà Hezbollah a ritirarsi dalle terre in cui è radicato da sempre nel sud del Libano; immaginare che la Casa Bianca di Biden sia in grado di ottenere attraverso la pressione politica quello che lo stato sionista non può ottenere col ricorso alle armi.
A essere paradossale è il fatto che lo stato sionista e gli Stati Uniti hanno una loro immagine della situazione, ma sono convinti che si tratti della realtà. Anche questo va a vantaggio dell'Iran e del Fronte di Resistenza. Come dice il vecchio adagio, "non disturbare mai il tuo nemico mentre sta facendo un errore".

21 febbraio 2024

Alastair Crooke - Stato sionista: l'Asse della Resistenza ha un piano. Con i fantasiosi stratagemmi statunitensi sono assicurati fallimenti a ripetizione

 


Traduzione da Strategic Culture, 19 febbraio 2024.

  In un discorso tenuto il 13 febbraio 2024 il leader di Hezbollah Seyed Nasrallah ha dichiarato che il partito continuerà l'offensiva sul confine almeno fino a quando non cesserà il massacro a Gaza. La guerra a Gaza tuttavia è tutt'altro che finita. E Nasrallah ha avvertito che anche se si dovesse raggiungere un cessate il fuoco a Gaza, "se il nemico dovesse prendere una qualsiasi iniziativa, torneremo a operare secondo la prassi e le regole cui ci eravamo in precedenza attenuti. Scopo della resistenza è quello di imporre una deterrenza al nemico, e noi reagiremo di conseguenza".
Il Ministro della Difesa dello stato sionista Gallant ha sottolineato che, contrariamente alle aspettative della comunità internazionale, si aspetta che la guerra in Libano continui. Gallant ha dichiarato che l'esercito ha intensificato gli attacchi contro Hezbollah di un livello, su una scala da uno a dieci:
"Gli aerei dell'aeronautica militare che volano attualmente nei cieli del Libano hanno bombe più pesanti per obiettivi più lontani. Hezbollah è salito di mezzo gradino, noi di uno intero... Possiamo attaccare non solo fino a venti chilometri [dal confine], ma anche fino a cinquanta chilometri, a Beirut e in qualsiasi altro luogo".
Non è chiaro quale sia la "linea rossa" che Hezbollah dovrebbe oltrepassare perché lo stato sionista risponda in modo significativamente più intenso, fino a livelli molto più alti; i leader sionisti hanno suggerito che un attacco a un sito strategico, un attacco che porti a gravi perdite fra i civili o un sostanziale sbarramento su Haifa potrebbero costituire il punto di rottura.
Nel nord dello stato sionista sono ora schierate tre divisioni, non una come di consueto; l'esercito sionista ha più forze pronte ad agire sul confine settentrionale che a prepararsi per un'incursione a Rafah, a questo punto. È chiaro, come ha specificato il Capo di Stato Maggiore Halevy, che lo stato sionista si sta preparando alla guerra contro Hezbollah, più che per un'operazione a Rafah.
La minaccia su Rafah è un bluff per fare pressione su Hamas affinché ceda sull'accordo e sugli ostaggi?
In un modo o nell'altro, i capi politici e militari dello stato sionista sono irremovibili: le forze armate sioniste entreranno a Rafah, "prima o poi".
L'attacco sferrato da Hezbollah a Safed contro il quartier generale del comando regionale settentrionale dello stato sionista il 14 febbraio è stato di un tipo diverso dal consueto e ha provocato due morti e altre sette vittime; nello stato sionista viene considerato l'attacco più grave dall'inizio della guerra e Ben Gvir lo definisce una "dichiarazione di guerra". I successivi attacchi sionisti hanno ucciso undici persone, tra cui sei bambini, in una serie di colpi contro villaggi nel sud del Libano, come rappresaglia per il blitz di Safed; il feroce scambio di bordate continua tuttora.
L'attacco contro Safed è andato a colpire in profondità in Galilea; molto probabilmente il suo scopo era quello di segnalare che Hezbollah non ha intenzione di obbedire alle richieste occidentali di accordare allo stato sionista un cessate il fuoco che consenta ai cittadini dello stato sionista evacuati dal nord di fare ritorno alle loro case. Come ha confermato Nasrallah in un duro attacco a quei mediatori esterni (occidentali) che fanno solo i difensori dello stato sionista e non si occupano mai dei massacri a Gaza: "È più facile spostare il fiume Litani in avanti verso i confini, che respingere i combattenti di Hezbollah dai confini fin dietro il fiume Litani... Vogliono che paghiamo un prezzo senza che lo stato sionista si impegni in nulla".
Dato lo stato di cose, i residenti del nord dello stato sionista non torneranno alle loro case, ha fatto capire Naasrallah. E ha lasciato anche intendere che un numero ancora più grande di cittadini dello stato sionista rischia di dover sfollare: "Lo stato sionista deve preparare rifugi, scantinati, alberghi e scuole per ospitare due milioni di coloni che saranno evacuati dal nord della Palestina [se lo stato sionista dovesse espandere la zona di guerra]".
Nasrallah ha così indicato quello che è chiaramente il piano strategico generale dell'Asse della Resistenza. Nell'ultima settimana c'è stata una serie di incontri tra gli alti dirigenti dell'Asse in tutta la regione e Nasrallah sta parlando per conto loro: "Continueremo a combattere lo stato sionista fino a quando non scomparirà dalla carta geografica. Uno stato sionista forte è pericoloso per il Libano; uno stato sionista demoralizzato, sconfitto ed esaurito è meno pericoloso per il Libano".
"L'interesse nazionale del Libano, dei palestinesi e del mondo arabo è che lo stato sionista esca sconfitto da questa battaglia: pertanto, noi ci stiamo impegnando a sconfiggere lo stato sionista".
Detto altrimenti, l'Asse della Resistenza una propria visione sull'esito del conflitto ce l'ha. Ed è quella di uno stato sionista "demoralizzato, sconfitto ed esaurito". Quindi, di uno stato sionista che rinuncia al progetto sionista e che si è riconciliato con l'idea che gli ebrei possano vivere come ebrei tra il fiume e il mare, senza per questo godere di diritti diversi da quelli degli altri che ci vivono. Che sono i palestinesi. Sull'altro fronte esiste un piano strategico occidentale, come riporta lo Washington Post, che gli Stati Uniti e diversi paesi arabi contano di presentare entro poche settimane; è un piano a lungo termine per arrivare a una pace tra stato sionista e palestinesi, che prevede un "calendario" per la creazione di uno "stato" palestinese inizialmente demilitarizzato: "Per forza di cose prevede innanzitutto un accordo sugli ostaggi, accompagnato da un cessate il fuoco di sei settimane tra stato sionista e Hamas. Sebbene possa essere definito "cessazione delle ostilità" o "pausa umanitaria prolungata", tale cessate il fuoco segnerà la fine de facto della guerra secondo le linee e la portata con cui è stata combattuta a partire dal 7 ottobre".
Il piano affronta il tema della Gaza postbellica in termini già noti. Come afferma l'autorevole commentatore sionista Alon Pinkas: "Parallelamente all'annuncio Stati Uniti, Gran Bretagna e forse altri paesi prenderanno in considerazione -e in ultimo pubblicheranno- una dichiarazione d'intenti congiunta in cui riconoscono uno Stato palestinese provvisorio, smilitarizzato e futuro, senza delinearne o specificarne i confini".
"Tale riconoscimento non è necessariamente in contraddizione con la legittima e ragionevole richiesta dello stato sionista di sovrintendere alla sicurezza sull'area a ovest del fiume Giordano nel prossimo futuro... [costituisce] un percorso pratico, con una data tempistica e non reversibile per uno stato palestinese che viva fianco a fianco in pace con lo stato sionista... il cui riconoscimento potrebbe anche essere sottoposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come risoluzione vincolante. Una volta che i paesi arabi avranno approvato un tale inquadramento, gli Stati Uniti ritengono che né la Russia né la Cina porranno il veto... "Nel contesto della fase di "regionalizzazione", tuttavia, gli statunitensi creeranno un meccanismo di cooperazione per la sicurezza regionale. Alcuni a Washington immaginano una regione riconfigurata, con una nuova "architettura di sicurezza", come antesignana di una versione mediorientale dell'Unione Europea da sviluppare per gradi ai fini di una maggiore integrazione economica e infrastrutturale".
Insomma, eccoci un'altra volta con il Nuovo Medio Oriente!
Persino Alon Pinkas, con la sua lunga esperienza di ex diplomatico per lo stato sionista, ammette: "Vi sembra un piano troppo fantasioso? Non siete gli unici...".
Alla base dell'iniziativa esistono elementi implausibili che si è semplicemente deciso di ignorare. In primo luogo, il ministro delle Finanze dello stato sionista Smotrich ha reagito al piano arabo-statunitense qui accennato affermando che "è in atto un tentativo statunitense, britannico e arabo per fondare uno stato terrorista" a ridosso dello stato sionista. In secondo luogo, (come nota ancora Smotrich): "Vedono i sondaggi. Vedono come la maggioranza assoluta dei cittadini dello stato sionista si opponga a questa idea [di uno stato palestinese]"; in terzo luogo, circa settecentomila coloni sono stati fatti stabilire in Cisgiordania al preciso scopo di impedire la nascita di un qualsiasi stato palestinese.
Gli Stati Uniti hanno davvero intenzione di imporre tutto questo a uno stato sionista ostile? E in che modo?
Inoltre, dal punto di vista della Resistenza uno "stato" palestinese provvisorio, smilitarizzato e futuro, senza confini delineati o specificati, non è uno stato. È un bantustan puro e semplice.
La realtà è che quando uno stato palestinese poteva costituire una prospettiva concreta, almeno vent'anni or sono, la comunità internazionale ha chiuso volentieri un occhio -e lo ha fatto per decenni - sul totale e riuscito sabotaggio del progetto da parte dello stato sionista. Oggi le circostanze sono molto cambiate: lo stato sionista si è spostato molto a destra ed è in preda a una passione escatologica per espandere il territorio che controlla sull'intera "Terra di Israele".
Gli Stati Uniti e l'Europa devono incolpare solo se stessi per il vicolo cieco in cui si sono cacciati. E una posizione politica come quella delineata da Biden sta chiaramente causando danni strategici incalcolabili agli Stati Uniti e ai loro compiacenti alleati europei.
Anche per quanto riguarda il Libano è bene essere chiari: lo stato sionista pretende dal Libano ben più che un cessate il fuoco reciproco. Non c'è alcuna garanzia, anche se si dovesse raggiungere un cessate il fuoco a Gaza come parte di un accordo globale per la fine della guerra, che Nasrallah accetti di ritirare tutte le sue forze dal confine con lo stato sionista o, viceversa, che lo stato sionista onori gli impegni.
E con gli Stati Uniti che per "soluzione" al problema palestinese intendono una improbabile entità palestinese provvisoria, disarmata e del tutto impotente incastonata all'interno di uno stato sionista dotato di ogni forza armata e che esercita "il pieno dominio della sicurezza dal fiume al mare", non sarebbe sorprendente se Hezbollah scegliesse piuttosto di perseguire il piano dell'Asse che punta a un post-sionismo sconfitto ed esausto. Il commentatore sionista Zvi Bar'el scrive:
"Anche se le ipotesi statunitensi dovessero diventare un piano operativo, non è ancora chiaro quale politica adotterà lo stato sionista per il Libano. Anche allontanando Hezbollah in modo che le cittadine dello stato sionista non siano più nel raggio d'azione dei suoi missili anticarro, non si elimina la minaccia di decine di migliaia di missili a medio e lungo raggio. L'equazione di deterrenza tra stato sionista e Hezbollah continuerà a determinare la realtà lungo il confine".
[L'attuale ipotesi operativa degli Stati Uniti, presentata dall'inviato speciale dell'Amministrazione Amos Hochstein nelle sue precedenti visite in Libano, "è che un accordo sulla definizione dei confini tra stato sionista e Libano porterà al riconoscimento definitivo e completo del confine internazionale, togliendo così a Hezbollah la base formale per giustificare la sua continua lotta contro lo stato sionista per liberare i territori libanesi occupati. Allo stesso tempo, consente al governo libanese di ordinare al proprio esercito di prendere posizione lungo il confine per affermare la propria sovranità sull'intero territorio ed esigere che le forze di Hezbollah si ritirino dalle zone di confine".
Si tratta soltanto di un altro proposito velleitario e fantasioso. E contiene un vizio di fondo: il piano operativo di Hochstein non include un accordo sulle fattorie di Sheba'a, ma solo sulla Linea Blu, il confine concordato nel 2000, ma che non è riconosciuto dal Libano come confine internazionale. Se la questione delle fattorie di Sheba'a non viene risolta, Hezbollah non andrà a vincolarsi a un accordo di demarcazione limitato e che ometta quella zona.
Dopo l'attacco di Hamas allo stato sionista del 7 ottobre ogni stratagemma, ogni protocollo tirato fuori da qualche armadio ammuffito dell'Ala Ovest e a cui gli Stati Uniti si sono aggrappati è fallito. Quella che doveva essere un'operazione militare limitata e compartimentata a Gaza da parte delle forze armate sioniste si è trasformata in una tempesta di fuoco regionale. Le portaerei inviate per dissuadere altri attori dal farsi coinvolgere hanno fallito per quanto riguarda gli Houthi; le basi statunitensi in Iraq e Siria sono diventate bersagli, e gli attacchi alle basi statunitensi si susseguono nonostante i tentativi degli Stati Uniti di sferrare "colpi" di deterrenza.
È chiaro che Netanyahu sta ignorando Biden e "sfidando il mondo", come testimoniano i titoli dei giornali di questa settimana:
"Sfidando Biden, Netanyahu raddoppia la posta nei piani per combattere a Rafah" (Wall Street Journal)
"Lo stato sionista mette alle strette Rafah, Netanyahu sfida il mondo" (Washington Post)
"Gli Stati Uniti non sanzioneranno lo stato sionista per l'operazione a Rafah che non rispetta i civili" (Politico)
"L'Egitto costruisce una cinta muraria al confine mentre incombe l'offensiva sionista; le autorità stanno facendo delimitare un'area nel deserto con muri di cemento come soluzione di emergenza per un possibile afflusso di rifugiati palestinesi" (Wall Street Journal)
Netanyahu ha promesso di andare avanti e il 14 febbraio ha detto che lo stato sionista avrebbe organizzato una "massiccia" operazione contro la città di Rafah, una volta che i residenti fossero stati "evacuati". I sionisti dicono esplicitamente che la Casa Bianca non si oppone al blitz di Rafah, a condizione che ai palestinesi sia data l'opportunità di "evacuare". Verso dove non si sa; intanto l'Egitto sta costruendo un campo profughi dal proprio lato del confine, con muri di cemento tutt'attorno...
A questo punto, tutti i vari problemi degli Stati Uniti -la polarizzazione politica, l'allargamento della guerra, i finanziamenti per le operazioni militari, l'alienazione tra gli elettori arabi degli swing-state e l'affossamento della credibilità percepita di Biden- cominciano ad alimentarsi e a rafforzarsi a vicenda. Quella che era nata come una questione di politica estera -la sconfitta di Hamas da parte dello stato sionista- è diventata una grave crisi interna.
La disapprovazione diffusa negli Stati Uniti verso la condotta bellica dello stato sionista sta alimentando la crescita di importanti movimenti di protesta. Chi può davvero credere che l'ennesimo viaggio di Blinken nella regione a questo punto potrà risolvere qualcosa, si chiede Malcom Kyeyune?
È difficile dire quale sarà la situazione nella regione tra un paio di mesi. Siamo entrati in un periodo di violenti rivolgimenti e le forze che stanno distruggendo il vecchio status quo si rafforzano a cascata reciprocamente.


17 gennaio 2024

Alastair Crooke - Le reazioni viscerali fanno commettere errori di strategia. Gli USA nella palude della guerra a Gaza, nello Yemen e anche in Iraq


Traduzione da Strategic Culture, 15 gennaio 2024.

La Cina e la Russia hanno conservato una notevole calma mentre osservavano con attenzione lo spostamento delle placche tettoniche globali in risposta alle "due guerre", quella in Ucraina e quella su più fronti dello stato sionista. In realtà non c'è da sorprendersi: entrambi i paesi possono starsene a guardare Biden e i suoi che continuano a fare errori strategici, in Ucraina e nelle guerre dello stato sionista.
L'intreccio delle due guerre, ovviamente, darà forma alla nuova era. Esistono dei rischi concreti, ma per il momento Russia e Cina possono osservare da lontano questo svilupparsi di una congiuntura climatica nella politica mondiale, e possono aumentare gradualmente l'intensità del logoramento fino a rendere incandescente la situazione.
Il punto è che Biden, che è al centro della tempesta, non è un Sun-Tzu dalla mente distaccata. La sua politica è personalista e altamente viscerale: come ha scritto Noah Lanard nella sua analisi forense su Come Joe Biden è diventato il falco più falco d'AmeriKKKa, la sua stessa squadra lo dice chiaramente: La politica di Biden viene dalle sue kishkes, le sue viscere [in yiddish, n.d.t.].
Lo si può vedere nei tratti sdegnosi e scenografici con cui Biden sbeffeggia il Presidente Putin definendolo un "autocrate", e nel come parla delle vittime dell'attacco di Hamas, che sono state massacrate, violentate e prese in ostaggio, mentre "le sofferenze dei palestinesi sono lasciate nel vago - sempre che vengano menzionate". "Credo che i palestinesi non li consideri neppure", afferma Rashid Khalidi, professore di studi arabi moderni alla Columbia University.
Esiste una lunga e attendibile storia sui leader che traggono sul momento la decisione giusta dal loro inconscio, senza ponderati calcoli razionali. Nel mondo antico questa era una qualità molto apprezzata. Odisseo la possedeva; era chiamata la μῆτις. Ma questa capacità dipendeva da un temperamento spassionato e dalla capacità di vedere le cose in tutti i loro aspetti, di cogliere le due facce di una medaglia, diremmo oggi.
Ma cosa succede se, come suggerisce il professor Khalidi, le kishkes sono piene di rabbia, di livore e di istintivo parteggiare per lo stato sionista, alimentati da una visione obsoleta del clima interno dello stesso stato? "Sembra che non ammetta l'umanità degli [altri]", come ha detto un ex membro dell'esecutivo di Biden a Lanard.
Ebbene, gli errori - errori strategici - diventano inevitabili. E questi errori stanno impelagando sempre di più gli Stati Uniti, proprio come previsto dalla Resistenza. Michael Knights, studioso del think tank neo-con Washington Institute, ha osservato che
Gli Houthi sono forti dei loro successi e non saranno facili da scoraggiare. Si stanno proprio godendo il loro momento, a tenenere testa a una superpotenza che probabilmente non è in grado di dissuaderli.
Tutto ciò avviene mentre la guerra in Ucraina si sta dirigendo verso la propria scontata conclusione, sempre che non ci sia già arrivata.
Sia negli Stati Uniti che tra i loro alleati in Europa si riconosce che la Russia ha prevalso in modo schiacciante, e in tutti i campi del conflitto. Non c'è quasi nessuna possibilità di mettere rimedio a questa situazione, a prescindere dal denaro o dal rinnovato "sostegno" occidentale.
Ai militari ucraini toccano tutti i giorni gli amari frutti di questo dato di fatto. Sono arrivati a capirlo anche molti membri della classe dirigente di Kiev, ma hanno paura di parlare. Il gruppo di integralisti dietro Zelensky, tuttavia, insiste a voler portare avanti le proprie illusioni sull'organizzazione di una nuova offensiva.
Se l'Occidente si fermasse, compirebbe un atto caritatevole nei confronti dei morituri di un'altra vacua mobilitazione. L'esito, ineludibile, è quello di un accordo per porre fine al conflitto. Alle condizioni della Russia. Ma non dimentichiamo le kishkes di Biden: un simile risultato significherebbe che Putin ha vinto, e che gli allori cui Biden aspirava sono finiti in cenere. La guerra deve continuare anche se il suo unico esito fosse quello di lanciare missili a lungo raggio direttamente sulle città russe, cioè un crimine di guerra.
È ovvio dove si andrà a parare. Biden si trova in una buca che non può che diventare più profonda ancora. Non può smettere di scavare?
Alcuni negli Stati Uniti potrebbero desiderare che lo faccia, dato che le prospettive elettorali dei Democratici stanno peggiorando. Ma sembra probabile che non possa farlo, perché in quel caso a vincere sarebbe quel Putin che rappresenta la sua nemesi.
E quella nemesi ha già vinto, ovviamente.
A proposito dello stato sionista, Lanard prosegue:
... Biden ha spesso fatto risalire il suo inflessibile sostegno allo stato sionista... a "una lunga, lunga discussione" con Henry "Scoop" Jackson - un senatore notoriamente falco (una volta descritto come "più sionista dei sionisti").
Dopo essere diventato vicepresidente, Biden è rimasto fedele alla sua convinzione che fosse necessario avere "piena luce": "la pace verrà solo se ci sarà piena luce tra stato sionista e Stati Uniti". In un libro di memorie pubblicato l'anno scorso, Netanyahu ha scritto che Biden ha chiarito fin da subito la sua disponibilità a essergli di aiuto: "Non hai molti amici qui, carissimo", avrebbe detto Biden. "Io sono l'unico amico che hai. Quindi rivolgiti a me in caso di bisogno".
Nel 2010, quando Netanyahu fece infuriare Obama intraprendendo una corposa espansione degli insediamenti proprio mentre Biden era nello stato sionista, Peter Beinart riferì che mentre Biden e i suoi volevano gestire la controversia in privato, Obama e il suo entourage presero una strada completamente diversa: Il Segretario Clinton diede a Netanyahu 24 ore per rispondere, avvertendolo che "Se non vi adeguerete, la questione potrebbe avere conseguenze senza precedenti sulle relazioni bilaterali; qualcosa di mai visto prima". "Biden si mise subito in contatto con l'esterrefatto Netanayhu... Biden sconfessò del tutto il Segretario di Stato [Clinton] e diede a [Netanyahu] un segnale forte sul fatto che qualsiasi cosa si stesse progettando a Washington si trattava di un gesto avventato e [che] avrebbe potuto renderlo inoffensivo al suo ritorno".
Quando la Clinton vide la trascrizione, "capì di essere stata gettata sotto l'autobus" da Biden, disse un funzionario. Beinart ha concluso che
durante un periodo critico all'inizio dell'amministrazione Obama, quando la Casa Bianca pensava di esercitare concrete pressioni su Netanyahu per mantenere in vita la prospettiva di uno Stato palestinese, Biden ha fatto più di ogni altro funzionario di gabinetto per proteggere Netanyahu.
È chiaro che tali resoconti permettono di collocare Biden visceralmente al fianco di alcuni membri del gabinetto di guerra di Netanyahu: "Non faremo un bel niente se non proteggere lo stato sionista", ha detto Biden a dicembre durante una raccolta fondi; "niente di niente".
Un sostegno tanto inscalfibile rappresenta un sicuro contesto per i prossimi errori strategici degli Stati Uniti, come Mosca, Teheran e Pechino avranno capito.
L'ex diplomatico dello stato sionista e attuale insider di Washington Alon Pinkas ritiene che, nonostante una guerra tra stato sionista e Hezbollah sarebbe devastante per entrambe le parti, "essa sembra tuttavia inevitabile. Come mai?".
"Mentre Washington non crede possibile un simile sviluppo... lo stato sionista sembra rassegnato all'idea. Tanto che un articolo dello Washington Post cita funzionari statunitensi che "si dicono allarmati", convinti che [Netanyahu] incoraggi l'escalation come chiave per la propria sopravvivenza politica".
Ma cosa dicono a Biden le sue kishkes? Se Pinkas ritiene inevitabile un'operazione militare da parte dello stato sionista per "spostare" Hezbollah a nord del Litani, e se lo stato sionista è "rassegnato a intraprenderla", non sarebbe anche probabile -dato l'incrollabile sostegno di Biden allo staot sionista- che anche Biden sia in qualche modo rassegnato a una guerra?
Che dire della notizia riportata domenica 7 gennaio dallo Washington Post, secondo cui Biden avrebbe incaricato il suo staff di impedire una guerra totale tra stato sionista e Hezbollah? Quel resoconto -chiaramente fatto trapelare di proposito- era probabilmente inteso a chiamare in correità gli Stati Uniti, nel caso in cui fosse scoppiata una guerra nel nord del paese. Il senatore Lindsay Graham ha recapitato un messaggio ben diverso a Netanyahu durante il loro incontro di giovedì scorso, e poi anche a Mohamed Bin Salman ncontrato più tardi nella sua tenda nel deserto; proprio come nel 2010, Biden ha detto a mezza voce a Netanyahu di ignorare il messaggio di Obama sulla ineludibile necessità di uno Stato palestinese? Gli alti esponenti statunitensi non sono soliti incontrare sia il premier sionista che, successivamente, il principe ereditario, senza aver contattato il comando della Casa Bianca.
La chiave per comprendere i complessi problemi che un'azione militare in Libano comporta risiede nella necessità di vederla da una prospettiva più ampia: dal punto di vista dei neoconservatori, il confronto con Hezbollah richiama i pro e i contro di una più ampia "guerra" degli Stati Uniti contro l'Iran. Tale conflitto comporterebbe aspetti geopolitici e strategici diversi e più esplosivi, dal momento che sia la Cina che la Russia hanno stretto con l'Iran una partnership strategica.
L'inviato statunitense Hochstein si trova a Beirut questa settimana e, secondo quanto riferito, è stato incaricato di richiamare la parte libanese e quella sionista al rispetto di quanto disposto dalla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2006, che non è mai stata attuata.
Il governo libanese ha proposto alle Nazioni Unite una road map per l'attuazione della risoluzione 1701. Il percorso prevede di chiudere un accordo su tutti i tredici punti di confine contestati, e propone di delimitare di conseguenza i confini tra Libano e stato sionista. Solo che, come sottolinea Pinkas, un tale modo di presentare la questione è del tutto fuorviante, perché la Risoluzione 1701 non riguarda una mera disputa territoriale irrisolta con il Libano. L'obiettivo principale della Risoluzione 1701 era ed è il disarmo e la smobilitazione di Hezbollah, ma nel piano del governo libanese Hezbollah non viene nemmeno menzionato. Il che pone chiari interrogativi sul suo realismo e sulle sue intenzioni.
Perché Hezbollah dovrebbe convincersi a disarmare quando Netanyahu, insieme al Ministro della Difesa Gallant, ha annunciato in una dichiarazione congiunta nel fine settimana del 7 gennaio che "la guerra non è vicina alla fine, né a Gaza né ai confini settentrionali" con il Libano?
Gallant nelle stesse circostanze ha detto a chiare lettere che lo stato sionista non tollererà che ai circa centomila suoi cittadini sfollati dalle loro case nel nord sia impossibile rientrare a causa delle minacce di Hezbollah. Se non dovesse affermarsi la soluzione diplomatica di Hochstein, che prevede che Hezbollah disarmi e si allontani dal sud del Libano, secondo quanto promesso da Gallant lo stato sionista interverrà militarmente. "La clessidra si capovolgerà presto", ha avvertito.
Forse l'aspetto più scoraggiante e minaccioso di un confronto militare tra stato sionista e Hezbollah sta nel fatto che a quanto pare è una cosa inevitabile, conclude Pinkas:
La sensazione è che si tratti di una conclusione scontata. In assenza di un accordo politico reciprocamente concordato e duraturo, e data la ragion d'essere di Hezbollah e le ambizioni regionali dell'Iran, lo scoppio di una guerra del genere potrebbe essere solo una questione di tempo.
Così non c'è da sorprendersi se al suo arrivo nello stato sionista Blinken si è imbattuto in un profondo scetticismo sulla possibilità di raggiungere un accordo con il Libano per il ritiro di Hezbollah al di là del fiume Litani, come riferisce il commentatore dello stato sionista Ben Caspit. Certo, di sollevare l'argomento con Hezbollah non se ne è parlato neppure...!
Se lo stato sionista dovesse invadere il Libano per tentare di allontanare Hezbollah dal confine, ovviamente invaderebbe uno stato sovrano membro delle Nazioni Unite. A prescindere dalle circostanze, questo gesto verrebbe immediatamente denunciato a livello internazionale come aggressione illegale.
Lo scopo di questi negoziati è allora quello di cercare di far accettare allo stato libanese un accordo svuotato, che ignori la situazione delle fattorie di Sheba pur accettando la risoluzione 1701 in linea di principio, in modo che lo stato sionista non possa essere accusato di aver invaso uno stato sovrano?
Anche in questo caso non potrebbe trattarsi di una tattica, adottata col benestare di Hezbollah, per evitare di incolpare i circoli libanesi di aver scatenato una guerra che danneggerebbe lo stato, addossando allo stato sionista la responsabilità di aver lanciato un attacco al Libano? L'iniziativa sulla risoluzione 1701 non potrebbe essere altro che una farsa, con lo sguardo rivolto alle possibili conseguenze legali? Se così fosse, in che modo potrebbe influire il messaggio che Biden potrebbe inviare per vie traverse allo stato sionista? Sappiamo che uno dei messaggi inviati dagli Stati Uniti all'Iran dice che gli Stati Uniti non vogliono una guerra con l'Iran. Tutto questo sta preparando la scena affinché Biden affermi di nuovo che il suo incrollabile sostegno per lo stato sionista è ancora intatto? Quasi certamente.
La Russia, l'Iran, la Cina e gran parte del mondo stanno osservando come gli Stati Uniti si stiano lasciando trascinare in una serie di errori strategici che si susseguono uno via l'altro, e che senza dubbio rimodelleranno l'ordine globale a loro vantaggio.

12 marzo 2020

Alastair Crooke - Il Medio Oriente tradito dalle sue élite



Traduzione da Strategic Culture, 3 marzo 2020.

Un influente pezzo grosso della Lega Araba ha fatto tuoni e fulmini poco tempo fa: era impossibile per il mondo arabo accettare qualcosa di diverso dal laicismo moderno del ventunesimo secolo; l'Islam andava bandito. Il golpe in Egitto ("Se volete chiamarlo così...") contro il governo dei Fratelli Musulmani era stato, a suo dire, un'iniziativa assolutamente adeguata. Un governo di ispirazione islamica non sarebbe stato tollerabile e hanno fatto proprio bene a rovesciarlo, e si faceva bene anche a respingere l'influenza iraniana sul mondo arabo.
Di argomenti a sostegno di quanto sopra, non ne presentava neanche uno. Emotività allo stato puro, per dirla con Alasdair MacIntrye. Vale a dire, nient'altro che l'espressione di una preferenza, la definizione di un atteggiamento o di un sentire, con il proposito di produrre nell'uditorio una risposta emotiva: proprio quello che è successo. Insomma: in un ambiente che ha virato sull'emotivo come il Medio Oriente di oggi, non è certo dalla ragione che ci si possono attendere delle soluzioni; dobbiamo soltanto tenere duro e decidere il nostro atteggiamento a livello soggettivo. Le questioni morali, nel migliore dei casi, non sono altro che retorica.
Questo fa pensare che l'istanza sul piano morale di questo luminare su quanto serve al "ventunesimo secolo" del mondo arabo non sia poi razionale come vorrebbe essere. Non è affatto razionale, anzi. Quando ogni argomentazione morale non è altro che l'esplicitazione di una preferenza soggettiva, qualsiasi serio tentativo di comprensione razionale è destinato a fallire.
Un approccio emotivo come questo alla presenza di istanze discordanti quanto basta (c'erano manifestanti "populisti" iraniani e arabi ad assistere) presenta solo le potenzialità perché la situazioni degeneri in una ridda di urla o peggio. Discutere in questi termini non porta in nessun caso a qualche soluzione. Si tracciano innanzitutto le linee, e poi i partecipanti si mettono di qua o di là. Nello schierarsi tuttavia pare che essi perdano la capacità di ascoltare gli altri, di condividere i valori o anche i dati di fatto. Tutti si accalorano, ma nessuno ci vede chiaro.
Ebbene, la questione non riguarda tanto i meriti -o i pretesi difetti- dell'Islam come viene inteso nella Repubblica dell'Iran. Riguarda il completo tradimento perpetrato dalle élite arabe nei confronti dei rispettivi popoli.
Le autocrazie e le oligarchie arabe moderne si presentano come neutrali, laiche, razionali e prive di valori intesi come punti fermi, intanto che si adoperano in favore di esiti già decisi, come con il colpo di stato contro il presidente Morsi. In realtà esse stanno semplicemente scimmiottando l'ideologia occidentale neoliberista e mercantilista. Chiudendo di fatto ogni via di scampo alla crisi che incombe sui paesi del Medio Oriente.
Il problema in questo modo di affrontare le cose, concretizzato dal "moderno ventunesimo secolo" di un pezzo grosso dei nostri giorni, è che esso testimonia fino a che punto le istituzioni civili e politiche più importanti del mondo arabo sono state sistematicamente indebolite da quelle stesse élite che avrebbero dovuto guidarle e rappresentarle.
Abbiamo tutti bisogno di certe istituzioni; della famiglia, delle associazioni religiose e laiche, e ovviamente delle istituzioni formali del governo. Esse costituiscono, insieme al retaggio di archetipi morali, miti e letteratura che le sostiene, la struttura durevole della vita comunitaria. Assegnano dei ruoli, insegnano l'autocontrollo, rafforzano l'uniformità e così conferiscono significato alla vita. E così facendo formano la personalità di quanti vi partecipano.
Il tradimento delle élite si misura dal grado in cui le istituzioni sono state indebolite, in nome del potere e per anestetizzare lo scontento popolare e i movimenti di protesta.
Negli ultimi tempi lo scontento nei confronti del sistema nei paesi arabi ha avuto ampia visibilità per il Libano e l'Iraq, ed ampia visibilità ha avuto anche il recrudere del vecchio clima nei paesi del Golfo; è stato un tentativo di conferire un particolare tono alle manifestazioni di piazza, indirizzando lo scontento per i problemi del mondo arabo contro l'Iran tramite l'orchestrazione di una fitta presenza sui media sociali. Ovviamente in queste manovre c'è lo zampino di Washington, che fomentando gli scontri settari spera di indebolire e di contenere l'Iran.
Sono state le élite globaliste del ventunesimo secolo nel loro insieme -quelle arabe comprese- ad aver minato di proposito le istituzioni più importanti per la vita della gente comune. Nel fare questo hanno abolito la maggior parte, se non tutti, i modi per dare sfogo in maniera civile alla crescente pressione dello scontento. Proprio il globalismo privo di valori ha cercato di disancorare il singolo dalle pastoie del genere, dell'identità storica e dall'idea stessa di comunità. Il risultato è stato quello di attirare discredito e delegittimazione su gran parte di queste importanti istituzioni.
A colpire di più è stato il fatto che nello stesso momento in cui questo pezzo grosso della élite araba scopriva le carte e bandiva gli islamici dalla democrazia, i dimostranti della nuova ondata di proteste che percorre la regione mettevano ben in chiaro, per giunta nello stesso scambio di battute, che adesso, loro, la democrazia la disprezzano. La disprezzano quanto la disprezzano gli stessi autocrati. Secondo i manifestanti, la democrazia è stata manipolata in tutto e per tutto in nome degli interessi delle élite, ed è diventata lo strumento per imbrigliare e soffocare il dissenso. E questo lo dicono, senza mezzi termini.
Ricorrendo a un discorso infarcito di una morale di facciata e pieno di vocaboli come bene, giustizia e dovere, queste élite hanno privato il discorso politico regionale del suo vecchio contesto, islamico o filosofico che fosse. Ed era il contesto che conferiva significato al discorso politico regionale. Tolto quello, sono rimasti i toni accesi e nessuno a vederci chiaro.
E allora, potrebbe chiedere il lettore. E allora in Medio Oriente lo scontento cresce; cosa vorranno i manifestanti, a parte la cacciata delle loro élite? Non è chiaro; un'ondata giacobina? Di sicuro, in tutta la regione il modello di governo praticato dalle élite attuali non fa certo venire in mente il bene, la giustizia o il dovere ma l'avidità, l'egoismo e la corruzione.
Arrivati a cotanto risultato, gli autocrati si affidano -o meglio, si consolano- con la peculiarità che è stata definita come "resilienza dell'autocrazia mediorientale": il fenomeno, imprevisto, per cui le monarchie e gli autocrati si sono dimostrati più capaci di reggere rispetto alle repubbliche.
Ora che il Medio Oriente si trova con le spalle al muro cosa faranno, reggeranno al colpo, introdurranno delle riforme o si abbandoneranno alla repressione?
Per il caso del Libano e della Giordania, è chiaro che il modello economico da cui entrambi i paesi sono stati dipendenti in passato non funziona più. Probabilmente nessuno dei due riuscirà a dimostrarsi in grado di riformarlo. Le loro élite non possono e soprattutto rifiutano di farlo. Qualsiasi nuovo modello è al di là del raggiungibile, in entrambi i casi.
La Giordania e il Libano non sono delle eccezioni. Ci sono altri paesi con le spalle al muro, sia a causa di un modello economico regionale ormai fallito sia a causa degli aut aut su cui l'amministrazione Trump ha basato la propria politica per riplasmare il Medio Oriente, che è la traduzione operazionale del suo concetto del destino di Israele e della sua missione giudaico-cristiana.
Chiaro che gli ultimatum connessi allo stato sionista, diretti via via alla Giordania, al Libano, all'Iraq, alla Siria e all'Iran stanno facendo alzare e inasprire la pressione su questi paesi e le tensioni al loro interno. Difficile capire quale potrebbe essere la loro risposta. Qualcuno potrebbe anche crollare; altri, come l'Iran o il Libano, potrebbero considerare il rispondere a Washington -magari in un modo cosiddetto asimmetrico- come l'unica reazione possibile.
Il greggio ai minimi, la popolazione che cresce a vista d'occhio, le alte aliquote fiscali, l'acqua che scarseggia e i mutamenti climatici che si accaniscono sull'agricoltura rappresentano fattori di crisi veri e presenti, anche per i paesi del Golfo.
La creazione di un laicismo a misura di ventunesimo secolo da parte delle autocrazie arabe ha creato anche un vuoto di valori morali che finirà inevitabilmente per essere colmato da maschi alfa, che vi sfogheranno la loro brama di potere e il loro rancore. Da un altro punto di vista, per dirla con MacIntyre, un mondo governato dalle emozioni non è né stabile né autosufficiente. Anzi, diventa un campo di battaglia per intenti contrastanti, fintanto che non si afferma un qualche uomo forte o un qualche dittatore.
Con l'allentarsi dei legami comunitari e dei valori morali che essi rappresentano, è inevitabile che i singoli perdano la strada. Perdono la propria virtus, intesa come in antico come il proprio posto, i propri legami con un dato contesto sociale insieme con la considerazione che gliene derivava e col concetto stesso di darsi da fare per una comunità, o per qualcosa di più ampio del loro mero narcisismo.
Mujyahidd è un blogger saudita molto stimato. Ha preso diligente nota di ciò che questo comporta per i giovani sauditi di oggi: corse sfrenate con le auto nei centri cittadini, dilaganti rapine a mano armata e furti d'auto in pieno giorno, nessuno a tutelare l'ordine costituito, festini zuppi di alcol e di eccessi.
Mujyahidd è un osservatore assennato, e si chiede semplicemente cosa stia succedendo a una società come quella saudita, che è conservatrice e tradizionalista ma tutto d'un tratto mostra anche tratti licenziosi. Il problema rappresentato da due culture incompatibili e dai contrasti laceranti costrette a coesistere potrà essere risolto, o finirà prima o poi per mandare in pezzi il regno?
Le riforme autentiche come tali, proprio come in altri paesi mediorientali, sono state impedite dalla necessità delle élite di concentrarsi sulla propria sopravvivenza. Una cosa che è sempre stata più importante.

25 febbraio 2020

Alastair Crooke - La aurea mediocritas liberale di Trump? Svanita.




Traduzione da Strategic Culture, 17 febbraio 2020.

Si pensi all'esempio della Giordania o del Libano: due paesi con un modello economico a pezzi. Il Libano finanzia il proprio considerevole deficit con le rimesse degli immigrati. La Giordania ha un disavanzo del 6% sul PIL che fino ad oggi è stato ripianato da prebende versate ogni anno dai paesi del Golfo e dagli USA. Il contributo della UE è relativamente piccolo. Questi flussi provenienti dall'esterno sono ormai agli sgoccioli, o stanno per arrivarci: il basso prezzo del greggio sta svenando le finanze dei paesi del Golfo, e alcuni di essi non hanno più intenzione di finanziare a pioggia il deficit giordano. Si limiteranno a offrire prestiti per motivi di affari.
Che fare, a chi rivolgersi per avere d'ora in poi protezione e finanziamenti visto che è assai improbabile che si arrivi all'autosufficienza? Non è un problema semplice. Le riforme radicali autentiche sono considerate essenziali da tutti, ma vengono bloccate nella pratica da qualche élite o da qualche leader settario. Di qui la tentazione di fare quello che si è sempre fatto: cercare il modo di barcamenarsi e di battere cassa fra i diversi schieramenti politici.
Tutto questo non tiene conto di un dato essenziale: la linea politica di Trump e il suo mai celato disprezzo per la "aurea mediocritas liberale" non lasciano alcuno spazio al barcamenarsi dei paesi del Medio Oriente. Trump polarizza di proposito ogni questione, lasciando solo due possibilità opposte.
L'effetto complessivo dei metodi di Trump -cui si accompagnano pressioni fortissime- nel contesto di decenni di sostegno statunitense all'egemonia securitaria dello stato sionista può arrivare alla fine. Può finire non -per così dire- con una giungla, ma con un vasto deserto in cui i pochi mezzi di produzione indipendenti della regione vengono devastati da guerre incessanti e in cui imperano la guerra finanziaria e sanzioni feroci e ubique. Gli ulivi di Idlib in Siria, un tempo produttivi, sono ridotti a dei ceppi. I terreni agricoli di al Hasakah sono in rovina. E questi non sono che due esempi.
Insomma, stiamo portando avanti un modello economico al collasso. Un modello economico che è al collasso non solo per la Giordania e per il Libano, che devono già vedersela con questa prospettiva, ma anche per i ricchi stati del Golfo. Senza l'adozione di riforme sostanziali, che saranno verosimilmente bloccate da questa o da quella élite corrotta, i più ricchi paesi del Medio Oriente potrebbero toccare il fondo della cassa fra il 2027 e il 2034 perché secondo le proiezioni pubblicate questo mese dal Fondo Monetario Internazionale la regione si sta indebitando. In capo ad altri dieci anni, sempre secondo la stessa fonte, finirebbero anche tutti i proventi non derivati dal petrolio. E in questo quadro si verrebbe a trovare una popolazione giovane in sovrannumero, disoccupata, incattivita e pronta a esplodere.   
Ed ecco un'altra aurea mediocritas liberale mandata in fumo da Trump, tratta dal quotidiano dello stato sionista Haaretz. Joathan Tobin rimarca che il problema che la lobby filosionista AIPAC deve affrontare è dato semplicemente dal fatto che il clima politico non è più favorevole al modo in cui essa ha portato avanti le proprie istanze negli ultimi decenni. Secondo l'articolo, all'inizio era facile per l'AIPAC comportarsi come un ombrello in grado di coprire i sostenitori dello stato sionista, che fossero di destra, di sinistra o di centro; avevano un'agenda comune che contemplava il sostegno al governo dello stato sionista e la sicurezza dello stato ebraico.
Il primo ostacolo al mantenimento di un atteggiamento bipartisan almeno di facciata da parte dell'AIPAC sta nel fatto che l'amministrazione Trump ha concesso allo stato sionista e ai suoi sostenitori ameriKKKani più o meno tutto quello che essi erano andati chiedendo alla Casa Bianca nel corso degli ultimi quarant'anni. Il ritiro di Trump dall'accordo per il nucleare iraniano lo ha messo in sintonia con la battaglia senza esclusione di colpi che la lobby sta conducendo per affossare il concretizzarsi della politica estera di Barack Obama.
Col riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale dello stato sionista e il suo sostegno per la sovranità sulle alture del Golan, con la pretesa che l'Autorità Palestinese smetta di sovvenzionare i terroristi e le loro famiglie, uniti a un piano di pace fortemente sbilanciato in favore dello stato ebraico, i democratici non hanno più alcuna agibilità politica per contendere a Trump il titolo di "amico di Israele".
Peggio ancora, non esiste alcuna mezza misura per il Partito Democratico, e neppure per la diaspora "democratica" araba mediorientale. Come spiega Max Blumenthal in una conversazione con Robert Scheer, la macchina della Clinton farà di tutto per fermare Bernie Sanders (il titolo dell'intervista si concentra sulla svolta a destra dei democratici clintoniani e sulla politica dello stato sionista). La discussione si centra poi si Bernie Sanders, che potrebbe diventare il primo presidente ebreo degli Stati Uniti se la macchina del partito non riuscirà a distruggerlo prima, come insinua Blumenthal. I mercati finanziari sembrano pensare che Sanders possa vincere la nomination solo per essere sconfitto a novembre da Trump. Cosa che agli investitori del mercato statunitense andrebbe bene.
Riguardo allo stato sionista "Mi sembra [che ci sia] una vera contraddizione [nel] Partito Democratico, di cui siete almeno un po' consapevoli," disce Scheer. "Donald Trump suscita molta repulsione. E molti democratici davvero non amano [Il primo ministro dello stato sionista Benjamin] Netanyahu. Ora, i sondaggi mostrano che gli ebrei sono, e lo sapete, aperti alla questione palestinesi come qualsiasi altro settore dell'elettorato. Bernie Sanders, che è l'unico candidato ebreo, è l'unico che ha osato parlare dei palestinesi, dire che anche loro sono degli esseri umani e che hanno dei diritti. Per questo lo hanno attaccato come attaccano te [Blumenthal], dicendo che è un ebreo che odia se stesso.
Insomma, sperare che dopo il 2020 ci possa essere un presidente democratico più accomodante può rivelarsi un pio desiderio. In concreto è verosimile che Sanders venga fermato prima della nomination o magari sconfitto dopo, alle elezioni. In un modo o nell'altro, l'"accordo del secolo" resterà in vigore.
E questo è il punto. Di concerto con Jared Kushner, Netanyahu ha tolto di mezzo, un pezzetto per volta, la prospettiva di una soluzione basata su due stati. E lo ha fatto ponendo condizioni che erano fatte apposta per non poter essere rispettate. Inoltre ha tolto la terra sotto i piedi ai "moderati" della regione, dimostrando che il "processo di pace" di Oslo poteva essere strozzato senza che lo stato sionista avesse a patirne qualche sofferenza. L'"accordo del secolo" ha potuto essere lanciato nel silenzio della comunità internazionale, si è potuta trasferire l'ambasciata USA a Gerusalemme senza che nessuno reagisse, Gerusalemme è "diventata" la capitale indivisa dello stato sionista, e il Golan è stato assegnato allo stato sionista. Tutto, senza incorrere in alcuno di quei detrimenti che a detta dei "moderati" mediorientali e dello stato sionista ne sarebbero stati conseguenza. Anzi, contrariamente alle aspettative dei moderati, che vaticinavano l'isolamento per lo stato sionista, in occasione del recente vertice sull'olocausto i leader mondiali si sono riversati a Gerusalemme.
Torniamo alla Giordania. Dopo la polarizzazione radicale verso lo stato sionista operata da Trump il clima politico per l'AIPAC "non è più quello favorevole in cui la lobby ha perseguito i propri scopi per molti decenni"; lo stesso vale per la Giordania, e per la stessa ragione.
Una volta che sarà avvenuta l'annessione della valle del Giordano, ed è probabile che non ci vorrà molto, la Giordania per lo stato sionista perderà importanza; conterà solo come discarica per i profughi palestinesi. La CIA, già ben inserita nei servizi di intelligence giordani, si adopererà per favorire gli interessi dello stato sionista. Il resto è scritto: al Libano verrà ordinato di assimilare la popolazione palestinese concedendole pieni diritti, cosa che sta già verificandosi, ed è probabile che poi toccherà alla Giordania.
Di questi tempi è entrato nell'uso dire che la Giordania si trova fra l'incudine e il martello. Anche un'espressione tanto scoraggiante implica la possibilità di scegliere tra l'uno e l'altro, cosa che invece la Giordania non può fare. Cosa può offrire la Giordania al Golfo, oltre al fatto di essere una monarchia e somigliare in questo alle altre monarchie regionali? Le future entrate della Giordania sarebbero assicurate da un atteggiamento maggiormente ostile verso l'Iran? Sarà, ma intanto l'Arabia Saudita ha già tagliato gli stanziamenti per la Giordania, e gli altri paesi del Golfo se la stanno vedendo con ristrettezze finanziarie proprie. Il cespite principale consiste nell'esasperare ulteriormente le minacce di re Abdallah contro l'asse sciita, ma questo potrebbe solo complicare i rapporti economici del regno con i propri vicini, che con l'Iran hanno rapporti migliori della Giordania.
Non si tratta di accanirsi contro la Giordania o contro il Libano. Trump sta deliberatamente facendo piazza pulita della mediocritas liberale e con questo vuol fare emergere nude e crude le dinamiche fondamentali e la distribuzione del potere fra le parti. In breve, vuole ridurre qualsiasi negoziato a un aut aut: o fai come dico io, o ti distruggo finanziariamente. Sono i sistemi dell'immobiliare newyorkese. Quando un inquilino si mette di mezzo a una grossa operazione, gli si toglie la terra di sotto i piedi. Gli si stacca la corrente, gli si chiude l'acqua, e alla fine gli si infesta di topi ogni cosa. L'alternativa è questa: o ti togli dai piedi, o se rimani ti rendo la vita impossibile.
I palestinesi hanno il ruolo dell'inquilino sgradito, secondo quelli di Kushner; che si trovino una sistemazione da qualche altra parte, in Giordania o in Libano. Insistere imperterriti sulla prospettiva ormai svaporata dei due stati o intraprendere qualsiasi altra iniziativa non aiuterà certo i giordani a evitare certe proposte di compromesso. L'essenza degli aut aut è questa.
Su questo non c'è dubbio. La politica degli aut aut cui Trump ricorre in Medio Oriente costituisce una profonda minaccia per i paesi arabi. Alcuni di essi potrebbero non sopravvivere intatti a questo periodo. Tra l'altro il redattore del quotidiano libanese al Akhbar Ibrahim al Amine ha scritto l'11 febbraio: "Sembra che gli ameriKKKani abbiano deciso di far crollare il Libano, e che i sauditi abbiano fatto propria la stessa idea... [e] per il resto degli attori regionali, sembra si voglia lasciarli in condizioni di grande confusione...".
Oggi come oggi potrebbe non apparire tanto chiara, ma la natura di questa minaccia si paleserà presto. Gli ameriKKKani non le capiscono, le conseguenze del creare una base di disperati, di disoccupati e di orientati al radicalismo in tutto il Medio oriente? Qualcuno le capisce, non sono mica stupidi. Per chi non le vuole capire, politica significa semplicemente procedere all'operazione a lungo termine che consiste nella fondazione della Grande Israele. Come ha detto il romanziere ameriKKKano Upton Sinclair a quanti si mostrano coscienti, "è [comunque] difficile portare un uomo alla consapevolezza, quando il suo stipendio dipende proprio dal non essere consapevole".