30 settembre 2026

Alastair Crooke - In guerra con la Russia. I presupposti errati alla base di un'isteria collettiva

 Alastair Crooke - Settembre 2026


Traduzione da Strategic Culture, 28 settembre 2026.

Negli ultimi giorni abbiamo visto la classe politica europea alzare al massimo i toni, con dichiarazioni chiaramente concordate e condivise: "La guerra con la Russia è alle porte; la Russia intende attaccare la NATO; dobbiamo prepararci; facciamo scorta di acqua in bottiglia, cibo in scatola e prepariamoci a offrire i nostri figli alla leva" – "Molti moriranno; ma è loro dovere difendere il loro Paese".
Quante assurdità. Per ribadire il concetto i leader europei, compresi l'Alto Rappresentante dell’Unione Europea Kallas e il Cancelliere tedesco Merz, si sono recentemente presentati in mimetica per sottolineare di essere "pronti alla difesa", durante il Vertice europeo sull’Artico del 14 settembre. Qui c'è una foto di quei politici in divisa.
Hanno un'aria assurda. Ma questo non fa perdere d'importanza a una questione: di quale isteria sono caduti vittime i tecnocrati europei?
A prima vista la convinzione unanimemente espressa per cui la Russia starebbe per attaccare l'Europa e che la guerra sarebbe imminente non ha alcun senso. L'Europa non dispone né degli uomini, né delle munizioni, né delle risorse finanziarie, né della capacità industriale per muovere guerra a quella che oggi può essere considerata una delle principali grandi potenze militari, oltre a essere lo Stato che possiede il più vasto arsenale di armi nucleari.
ZeroHedge osserva che
Tra i più accesi sostenitori di questa narrativa infondata [su un presunto attacco russo] figurano i leader degli Stati baltici. Ad esempio, questa settimana il presidente lettone Edgars Rinkevics è arrivato al punto di affermare che gli "attacchi" russi contro l’UE e la NATO sarebbero già iniziati. I Paesi baltici stanno persino emanando piani per preparare la popolazione all'emergenza, facendo l'ipotesi di uno scenario stile Alba Rossa.
"Non stiamo parlando di una guerra convenzionale. Stiamo parlando di ogni genere di provocazioni, di sabotaggi e di saggi delle difese; sicuramente si tratta di qualcosa che sta già accadendo mentre parliamo", ha affermato il leader lettone.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha affermato questa settimana che la Russia potrebbe sferrare attacchi episodici fingendo che si tratti di "incidenti", al fine di "paralizzare o almeno indebolire la motivazione dei paesi della NATO", come riportato dall’Associated Press. "Esiste il rischio concreto che droni o altri tipi di ordigni entrino nel territorio di uno o più paesi del fianco orientale e che abbiano persino effetti distruttivi", ha aggiunto Tusk, avvertendo che "Mosca potrebbe arrivare al punto di sferrare nei prossimi mesi un attacco aereo di qualche tipo sul territorio della NATO per dimostrare che l’impegno alla difesa comune previsto dall'articolo 5 dell'alleanza militare non è altro che qualche parola su un pezzo di carta".
Eppure, nonostante la massa di prove, i leader europei continuano a montarsi la testa per prepararsi psicologicamente a ricorrere all'articolo 5. Contro una grande potenza dotata di armi nucleari.
Sulla scia di questa campagna mediatica il ministro degli Esteri Sergej Lavrov è stato esplicito:
"Vorrei sottolineare che non abbiamo alcun interesse a iniziative del genere [attaccare l’Europa]. Se invece fosse l’Europa -che parla quotidianamente di prepararsi alla guerra contro la Russia- ad attaccare la Russia, sarebbe una guerra completamente diversa. E sarebbe molto breve".
Cosa si nasconde dietro questa apparente assurdità? Da un lato, è chiaro che le élite al potere a Bruxelles sanno che i loro errori strategici (il sostegno incondizionato all'Ucraina, il sacrificio del modello economico europeo sull'altare delle pressioni contro la Russia, il loro appoggio alla guerra contro l'Iran e la loro indifferenza verso le sofferenze in Medio Oriente) torneranno a perseguitarle.
Il loro allarmismo nei confronti della Russia sa più di disperazione che di riflessione ponderata o di quell'atteggiamento cauto che si dovrebbe avere riguardo ai rischi -molto reali- di fomentare in questo modo qualche guerra. Lo establishment è senz'altro consapevole del fatto che la crisi energetica derivante dalla guerra degli USA e dello stato sionista contro la Repubblica Islamica dell'Iran non è più "in arrivo", ma è già arrivata.
Il costo della vita si impenna, i posti di lavoro spariscono e si prospetta anche un crollo dei mercati, soprattutto di quel mercato obbligazionario in cui livello dei tassi d’interesse definisce il valore di tutte le altre attività di rischio. Di fronte a tutto questo, questi politici malsicuri potrebbero aver concluso che scatenare la paura sia l'unico modo per distogliere l'attenzione dai propri fallimenti e, forse, concedersi la speranza di una sopravvivenza elettorale.
Quella della sopravvivenza è una motivazione fondamentale, ma c'è anche la probabilità che la psiche delle élite si fondi su due proposizioni false, che tuttavia la classe politica considera plausibili.
La prima proposizione falsa è che la Russia abbia lanciato una guerra preventiva nel febbraio 2022 per impadronirsi di Kiev e di circa il sessanta per cento dell'Ucraina.
A spiegare come stessero le cose in realtà sono i fatti verificatisi in precedenza in Siria. La Russia è entrata ufficialmente nel conflitto civile siriano nel settembre 2015, in seguito a una richiesta del presidente Assad. L'intervento russo si è rivelato di portata limitata: un dispiegamento aereo molto ridotto (da ventotto a trentaquattro velivoli) e un numero minimo di forze speciali da combattimento. Il contributo russo comprendeva principalmente consiglieri militari, controllori aerei avanzati e polizia militare.
La presenza russa in Siria era volutamente simbolica: una dichiarazione di serietà di intenti, piuttosto che il desiderio di impegnarsi in una guerra sul terrreno. Infatti, l’obiettivo di Mosca era proprio quello di evitare di impegnarsi direttamente in scontri terrestri. Ciononostante i raid aerei russi –con il sostegno delle truppe di terra iraniane– hanno aiutato l'esercito siriano a respingere le forze jihadiste da Aleppo. Questo ha portato a una tregua mediata da Russia e Turchia alla fine del 2016 e al processo di pace di Astana avviato poco dopo.
L'approccio di Putin ad Aleppo ha fornito chiare indicazioni su quali sarebbero stati i criteri adottati all'inizio in Ucraina. La Russia ha schierato una forza stimata tra i quindici e i trentamila uomini fuori e nei dintorni di Kiev, durante il primo assalto all'inizio del 2022. La narrativa europea per cui questa formazione avrebbe avuto lo scopo di conquistare Kiev è ridicola: quarantamila soldati potrebbero riempire una piazza, ma come farebbero a conquistare una città da più di tre milioni di abitanti? È assurdo.
Ciononostante, commentatori europei e statunitensi -tra i quali Robert Pape- sostengono che siccome il tentativo di conquistare Kiev era fallito, dando per scontato che Putin si aspettasse che la sua dimostrazione simbolica di star facendo sul serio inducesse la NATO a fare marcia indietro, questo suggerirebbe -come Pape sostiene- che Putin sia caduto nella trappola della escalation. Pape crede che Putin cercasse una rapida vittoria nel 2022; il fallimento di questo obiettivo lo avrebbe impantanato in una escalation con prospettive di successo sempre più scarse e quindi Putin finirà per perdere. "È solo una questione di tempo".
Lungi dall’essere un fallimento, la dimostrazione di forza di Mosca in Siria, per quanto modesta, ha funzionato: Astana è stato il modello tratto dall'esperienza in Siria. Entro la fine di marzo 2022, il Processo di Istanbul aveva prodotto il Comunicato di Istanbul, un quadro di riferimento per una composizione della controversia con l'Ucraina. Questa iniziativa fallì per un motivo soltanto: fu Boris Johnson ad affossarla. La Russia fu costretta a riorganizzarsi, cosa che fece con successo, sebbene al prezzo di una lunga guerra di logoramento e della perdita inutile di centinaia di migliaia di vite ucraine.
A rimanere impantanata in una escalation è stata l'Europa, e ce l'ha portata Boris Johnson.
Sembra che gli europei se la cantino e se la suonino sul loro successo nella guerra contro la Russia innanzitutto per quello che considerano un fallito attacco a Kiev, e poi per la smodata fiducia che ripongono nelle sanzioni finanziarie. L'ex ministro delle Finanze francese Le Maire, in un momento di euforia, ha dichiarato una "guerra economica e finanziaria senza quartiere contro la Russia". Ha insistito sul fatto che le sanzioni avrebbero soffocato e fatto crollare l'economia russa. In realtà la Russia è passata dal 2007 a un modello economico nazionale fondato sull'autosufficienza, e continua a prosperare.
Allora, chi ha intrappolato chi? A capovolgere la situazione è proprio la fallace premessa immaginata dall'Occidente per cui la Russia sarebbe stata costretta a una escalation dopo il fallimento di un inesistente piano volto a conquistare Kiev.
L'Occidente ha compiuto un'analisi errata. Un'analisi errata che lo ha avvinto in una spirale di azioni che rischiano di portare inavvertitamente l'Europa a una guerra contro la Russia. Una guerra che nessun europeo vuole.

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