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19 febbraio 2026

Lo stato sionista è l'unica democrazia del Medio Oriente e le sue forze armate sono le più morali del mondo nella difesa dei valori occidentali

Jabalya  - 11 ottobre 2023
Scappate, correte a mettervi in salvo. Scappate da Rafah così come scappate da Gaza City, così come scappate da Jabalia, così come scappate da Deir el-Balah, così come scappate da Beit Hanoun, così come scappate da Bani Suheila, così come scappate da Khan Yunis. Scappate o vi uccideremo. Sganceremo bombe GBU-39 sui vostri accampamenti di tende e gli daremo fuoco. Vi crivelleremo di proiettili dai nostri droni dotati di mitragliatrici. Vi colpiremo con l'artiglieria e i carri armati. Vi centreremo con i cecchini. Decimeremo le vostre tende, i vostri campi profughi, le vostre città e cittadine, le vostre case, le vostre scuole, i vostri ospedali e i vostri depuratori dell'acqua. Vi faremo piovere addosso la morte dal cielo. Correte a mettervi in salvo. Ancora e ancora e ancora. Prendete le poche cose che vi sono rimaste. Qualche coperta. Un paio di pentole. Dei vestiti. Non ci interessa quanto siate stanchi, quanto siate affamati, quanto siate spaventati, quanto stiate male, quanto siate vecchi o quanto siate piccoli. Correte. Correte. Correte. E quando correrete terrorizzati verso una parte di Gaza, vi faremo rigirare e correre da un'altra parte. Intrappolati in un labirinto di morte. Avanti e indietro. Su e giù. Da una parte all'altra. Sei. Sette. Otto volte. Giocheremo con voi come con topi in trappola. Poi vi deporteremo, così non tornerete mai più. O vi uccideremo. Il mondo denunci pure il nostro genocidio. Chi se ne importa? I miliardi di aiuti militari arrivano a ciclo continuo dal nostro alleato americano. I caccia. I proiettili d'artiglieria. I carri armati. Le bombe. Un rifornimento senza fine. Uccidiamo i bambini a migliaia. Uccidiamo donne e anziani a migliaia. Malati e feriti, senza medicine e ospedali, muoiono. Avveleniamo l'acqua. Tagliamo i rifornimenti alimentari. Vi riduciamo alla fame. Abbiamo creato noi questo inferno. Siamo noi i padroni. La legge. Il dovere. Un codice di condotta. Per noi non esistono. Ma prima giochiamo un po' con voi. Vi umiliamo. Vi terrorizziamo. Godiamo delle vostre paure. Ci divertono i vostri patetici tentativi di sopravvivere. Voi non siete esseri umani. Siete creature. Untermenschen. Noi coltiviamo la nostra brama di dominio. Guardate i nostri post sui social media. Sono diventati virali. Uno mostra soldati che sghignazzano in una casa palestinese con i proprietari legati e bendati sullo sfondo. Noi ci portiamo via tutto. Tappeti. Cosmetici. Motociclette. Gioielli. Orologi. Contanti. Oro. Oggetti antichi. Ci facciamo beffe della vostra miseria. Applaudiamo la vostra morte. Celebriamo la nostra religione, la nostra nazione, la nostra identità, la nostra superiorità, negando e cancellando le vostre.
La depravazione è morale. 
L'atrocità è eroismo. 
Il genocidio è redenzione.


Chris Hedges, 2024.

03 febbraio 2026

Alastair Crooke - Ricostruire Gaza, ricostruire l'Ucraina. Nella geopolitica di Trump tutto è business

Traduzione da Strategic Culture, 2 febbraio 2026.

Nelle ultime due settimane sono stati mandati all'Iran due messaggi importanti, entrambi rispediti al mittente.
Uno proveniva dagli Stati Uniti e l'altro dallo stato sionista. Il primo era: "Noi [gli Stati Uniti] sferreremo un attacco limitato e voi non dovrete fiatare, o al massimo rispondere solo simbolicamente". Tehran ha respinto questa richiesta, affermando che considererebbe qualsiasi attacco come l'inizio di una guerra su vasta scala.
Il messaggio dello stato sionista, trasmesso attraverso uno dei vari mediatori, era: "Non parteciperemo all'attacco statunitense" e chiedeva poi all'Iran di non prendere di mira lo stato sionista. Anche questa richiesta ha ricevuto una risposta negativa, accompagnata dalla chiara precisazione che, se gli Stati Uniti avessero intrapreso azioni militari, lo stato sionista sarebbe stato immediatamente attaccato. Al tempo stesso l'Iran ha informato tutti gli Stati della regione che qualsiasi attacco lanciato dal loro territorio o spazio aereo avrebbe comportato un attacco iraniano contro chiunque avesse facilitato tali iniziative militari da parte degli USA.
Il contesto in Iran è di quelli in cui le minacce militari da parte degli USA non sono più considerate qualcosa di gestibile, ma come minacce all'esistenza stessa della Repubblica Islamica dell'Iran. Di conseguenza, scrive l'analista iraniano Mostafa Najafi, la leadership iraniana ha
concluso che un attacco statunitense, anche se di portata limitata, non porterebbe alla fine del conflitto... [Piuttosto, comporterebbe] il persistere dell'ombra della guerra e un aumento dei costi militari, economici e politici per il Paese. Su questa base, una risposta globale a qualsiasi attacco, pur accettandone le conseguenze, è vista come una strategia per ripristinare la deterrenza e impedire il protrarsi di una intensa pressione militare.
Sembra, dato il rapporto di Hallel Rosen trasmesso nello stato sionista da Channel 14 sui colloqui del 25 gennaio tra il comandante statunitense del CENTCOM generale Cooper e le sue controparti sioniste che Cooper e i suoi collaboratori abbiano detto ai loro colleghi dello stato sionista che l'amministrazione statunitense fosse interessata in Iran soltanto a un'operazione "pulita, rapida e senza costi", che non richiedesse un dispendio significativo di risorse, non comportasse il coinvolgimento degli Stati Uniti e che non degenerasse all'interno dell'Iran in complicazioni diffuse.
L'Iran ovviamente, non è il Venezuela. Sembra che i tentativi di Trump per mettere in piedi in Iran una brillante operazione del tipo "Si va, bum e poi via" non stiano portando a gran che. Il rischio di fare brutta figura, di non apparire come un "vincitore", è troppo alto, soprattutto in un momento in cui il tasso di approvazione per Trump sta calando.
Gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner erano arrivati nello stato sionista (da Davos, dove si erano concentrati sia sull'Ucraina che su Gaza) per incontrare Netanyahu il sabato in cui il team del CENTCOM era in città.
Senza dubbio Witkoff ha comunicato a Netanyahu – dal punto di vista politico – i dubbi di Trump riguardo al possibile attacco all'Iran che il generale Cooper stava considerando per sommi capi a Tel Aviv.
Witkoff avrebbe più che altro portato l'invito di Trump, lanciato lo stesso fine settimana sia a Netanyahu che a Putin, a partecipare al suo Board of Peace, compreso quanto concerne Gaza.
Putin ha dichiarato di essere pronto a rispondere all'invito di Trump previa revisione dei documenti da parte del suo Ministero degli Esteri, e ha anche suggerito che Mosca potrebbe essere disposta a pagare la quota di un miliardo di dollari richiesta per diventarne membro permanente attingendo dai beni russi congelati negli Stati Uniti. Ha anche aggiunto che ulteriori fondi dalla stessa provenienza potrebbero essere utilizzati per la ricostruzione "dei territori che hanno sofferto durante le ostilità tra Russia e Ucraina [...] una volta firmato l'accordo di pace".
Putin ha dichiarato di voler sollevare avanzare queste proposte in una riunione prevista per il giorno successivo con Witkoff e Kushner, nonché con il presidente palestinese Abbas che avrebbe dovuto visitare Mosca lo stesso giorno.
L'attenzione del mondo è concentrata sul progetto più caro a Trump: la ricostruzione di Gaza. Questo progetto vetrina promosso da Trump, scrive Anna Barsky su Ma'ariv (in ebraico),
mira a trasformare la Striscia in un'entità civile ricostruita e prospera, sul modello degli Stati del Golfo. A guidare questa visione sono due dei suoi più stretti consiglieri: Jared Kushner e Steve Witkoff, che stanno spingendo Trump a fare pressione sullo stato sionista affinché accetti di avviare la ricostruzione nelle zone di Gaza attualmente sotto il controllo dell'IDF, all'interno della zona smilitarizzata. Mentre gli stretti consiglieri del presidente Trump insistono per una rapida ricostruzione della Striscia, lo stato sionista è irremovibile sul fatto che senza un disarmo completo, reale e irreversibile di Hamas non possa esserci alcuna ricostruzione, nemmeno nel territorio sotto il controllo dell'IDF... [Il piano Witkoff] rappresenta quindi un risultato completamente contrario alla visione del mondo di Netanyahu, secondo fonti dello stato sionista... Secondo loro, il Primo Ministro non solo desidera impedire un simile scenario, ma dispone anche degli strumenti pratici per farlo.
"Perché l'amministrazione Trump sta investendo così tante energie nella ricostruzione di Gaza?", ha chiesto Nahum Barnea, decano dei corrispondenti politici dello stato sionista, a un individuo che è stato protagonista dei colloqui tra i due governi nel primo anno di Trump. "Soldi", ha risposto l'uomo. "È tutta una questione di affari. La ricostruzione di Gaza costerà centinaia di miliardi di dollari. Il denaro dovrebbe provenire dagli Stati del Golfo. Gli uomini d'affari vicini a Trump stanno cercando di ottenere la loro parte, in commissioni di intermediazione, in società di costruzione ed evacuazione, e in sicurezza e manodopera".
"Un momento", ha detto [Barnea]. Pensavo che fossero la Turchia e l'Egitto a puntare ai soldi per la ricostruzione, non la gente di Trump. [L'interlocutore] ha detto sorridendo: "Entrambi. Ti sorprenderò. Anche gli uomini d'affari dello stato sionista stanno mostrando interesse. Sono convinti che parte di questa manna finirà nelle loro mani".
Barnea era sbalordito: "Gli stessi che hanno cancellato la Striscia di Gaza e che l'hanno rasa al suolo porteranno via le macerie e ricostruiranno le sue città. Proprio uno Happy End!"
Quindi è possibile intravedere come si stanno mettendo le cose. La domanda che preoccupa la classe politica dello stato sionista è: cosa succederà se Trump decidesse di promuovere il progetto di ricostruzione di Gaza senza il consenso dello stato sionista?
Attenzione, “Kushner e Witkoff non si considerano presenze decorative. Hanno una visione coerente per Gaza, che è in netto contrasto con quella dello stato sionista", avrebbe detto alla Barsky la sua fonte ai piani alti.
Barnea osserva ironicamente: "Netanyahu farà in modo di bluffare sulla fase due del piano". A quel punto l'interlocutore di Barnea ha sorriso di nuovo: "Potrebbe non esserci ricostruzione, [ma] ci saranno i soldi", ha detto.
Il presidente Putin, senza dubbio, è consapevole di tutto questo. E indovinate un po'? Quando Witkoff e Kushner sono arrivati a Mosca desiderosi di discutere l'ingresso di Putin nel Board of Peace, erano accompagnati da Josh Gruenbaum, un altro investitore ebreo statunitense -un nuovo membro attivo del team negoziale di Trump- che era venuto per negoziare con Netanyahu il controllo postbellico di Gaza sotto il Board of Peace di cui lo stesso Gruenbaum era appena stato nominato consigliere senior.
Witkoff, Kushner e Gruenbaum hanno chiaramente a cuore il progetto immobiliare a Gaza, e Putin deve essersene reso conto.
Putin probabilmente ha il polso dell'amministrazione statunitense. È stato lui, dopotutto, a suggerire che parte dei fondi russi congelati potessero essere utilizzati per ricostruire "i territori che hanno sofferto durante le ostilità tra Russia e Ucraina". Trump a Davos ha accennato a un fondo di ottocento miliardi di dollari per la ricostruzione in Ucraina. Non come sovvenzione a fondo perduto -con grande disappunto di Zelensky- ma a condizione che l'Ucraina si ritiri dal Donbass, cosa che Zelensky rifiuta.
Zelensky tuttavia ha adesso un disperato bisogno di denaro (da distribuire ai suoi sostenitori). E Witkoff e Kushner hanno bisogno dell'appoggio di Putin per sbloccare i fondi del Golfo per la ricostruzione di Gaza, che per Trump è un progetto vetrina. Hanno bisogno dell'appoggio di Putin anche per spingere Netanyahu ad avviare finalmente la Fase Due a Gaza.
Putin ha incontrato il presidente Abbas poco prima del suo incontro con Witkoff, Kushner e Gruenbaum. Putin ha un vantaggio in questo caso; nella sua risposta iniziale al Board of Peace, ha sottolineato in modo particolare l'importanza delle decisioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla Palestina. Se Witkoff vuole che il peso politico di Putin porti alla ricostruzione di Gaza -contro l'interesse di Netanyahu- la dimensione palestinese dovrà entrare in gioco, in un modo o nell'altro.
Il consigliere di Putin Ushakov ha anche osservato che è stata discussa "la situazione della Groenlandia". Altre prospettive vantaggiose? Ai tre imprenditori è stato prospettato lo sfruttamento congiunto dell'Artico da parte di Stati Uniti e Russia?
Tutto è business, nella geopolitica di Trump.

16 luglio 2025

Alastair Crooke - Gli errori commessi dall'arroganza statunitense stanno cambiando la natura del conflitto mondiale



Traduzione da Strategic Culture, 15 luglio 2025.

La grande questione emersa dall'attacco statunitense del 22 giugno contro l'Iran –seconda solo a "che fine farà l'iran?"– è se Trump ritenga di poter imporre l'uso retorico dell'affermazione di aver "annientato" il programma nucleare iraniano per un periodo sufficientemente lungo da impedire allo stato sionista di colpire nuovamente l'Iran, e al tempo stesso di poter continuare a sbandierare il suo slogan ad effetto che è "ABBIAMO VINTO, adesso comando io e tutti faranno quello che dico io".
Queste erano le questioni chiave sul conflitto che dovevano essere discusse con Netanyahu durante la sua visita alla Casa Bianca questa settimana. A Netanyahu interessa essenzialmente continuare con la "guerra vera e propria", quindi ha esigenze diverse dalla strategia generale di Trump che è quella del cessate il fuoco. Ad essere implicito nel suo approccio del tipo "si arriva, si bombarda, ce ne andiamo e poi arriva il cessate il fuoco" nei confronti dell'Iran è che Trump potrebbe figurarsi di essere riuscito a creare lo spazio necessario a riprendere il suo obiettivo primario, quello di istituire per tutto il Medio Oriente un ordine più ampio incentrato sullo stato sionista e basato su accordi commerciali, legami economici, investimenti e connettività, per creare un'Asia occidentale guidata dal business con al centro Tel Aviv e con Trump come suo "presidente" de facto.
Una "super autostrada commerciale" che gli servirebbe a spingersi oltre, con gli Stati del Golfo che penetrano nel cuore dell'Asia meridionale dei BRICS per interromperne la connettività e tagliarne i corridoi.
Le condizioni indispensabili all'avvio di un ipotetico "Accordo di Abramo 2.0" -e Trump lo capisce chiaramente- sono la fine della guerra a Gaza, il ritiro dei militari dello stato sionista dalla Striscia e la sua ricostruzione. Nessuna sembra realisticamente raggiungibile.
Ciò che emerge piuttosto è che Trump continua ad essere ossessionato dall'illusione che la sua visione incentrata sullo stato sionista possa concretizzarsi ponendo semplicemente fine al genocidio a Gaza, mentre il mondo assiste inorridito al proseguimento della violenta campagna militare egemonica dello stato sionista in tutta la regione. Il difetto più evidente della premessa al ragionamento di Trump è che gli attacchi dello stato sionista e degli USA avrebbero in qualche modo punito l'Iran. È successo esattamente il contrario. L'Iran ne è uscito più unito, più risoluto e più ribelle. Lungi dal finire relegato a osservare passivamente da bordo campo, l'Iran ora, sulla scia dei recenti eventi, ha ripreso il suo posto di potenza regionale di primo piano. Un ruolo da cui sta preparando una risposta militare che potrebbe cambiare le carte in tavola in caso di ulteriori attacchi da parte dello stato sionista o degli USA.
A essere ignorato da tutte le millanterie occidentali sul successo dello stato sionista è che lo stato sionista aveva scelto di puntare tutto su un attacco a sorpresa del tipo shock and awe. Un attacco che avrebbe rovesciato la Repubblica Islamica in un colpo solo. Non ha funzionato: l'obiettivo strategico è stato fallito e il risultato è stato quello opposto. Ma la cosa più importante è che le tecniche utilizzate dallo stato sionista, che hanno richiesto mesi -se non anni- di preparazione, non si possono ripetere tali e quali adesso che i loro stratagemmi sono stati completamente smascherati.
L'errata interpretazione della realtà iraniana da parte della Casa Bianca indica che gli uomini di Trump si sono lasciati ingannare dall'insistente arroganza con cui lo stato sionista ha ribadito come l'Iran non fosse che un castello di carte destinato a crollare completamente una volta paralizzato dal primo assaggio della forza dimostrata dallo stato sionista con le decapitazioni a sorpresa del 13 giugno.
Si è trattato di un errore sostanziale, che fa parte di una serie di errori simili: che la Cina avrebbe capitolato appena minacciata dell'imposizione di dazi; che la Russia avrebbe potuto essere costretta a un cessate il fuoco anche contro i propri interessi; e che l'Iran sarebbe stato pronto a firmare un documento di resa incondizionata a fronte alle minacce di Trump dopo il 22 giugno.
Gli Stati Uniti hanno commesso degli errori che dimostrano, oltre a un costante distacco dalla realtà geopolitica, come l'arroganza e la spavalderia altro non siano che l'orpello della debolezza occidentale. Lo establishment statunitense si aggrappa a una supremazia ormai in declino, ma così facendo -per giunta senza nulla ottenere- ha invece accelerato la formazione di una potente alleanza geostrategica intenzionata a sfidare gli Stati Uniti.
La deriva occidentale verso il ricorso a mezzucci, menzogne e inganni è stata un campanello di allarme per gli altri Paesi: L'operazione "Spider Web" contro la flotta di bombardieri strategici russi alla vigilia dei colloqui di Istanbul e l'attacco a sorpresa degli Stati Uniti e dello stato sionista contro l'Iran due giorni prima di un previsto successivo round di colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran hanno rafforzato la decisione a resistere della Cina, della Russia e dell'Iran in particolare, ma più in generale in tutto il Sud del mondo.
L'intero quadro delle ostilità in atto per mantenere il primato del dollaro statunitense ne è uscito irreversibilmente alterato.
Tutti sono sul chi vive perché hanno constatato che a fronte della prospettata sconfitta della NATO in Ucraina, l'Occidente sta intensificando la nuova Guerra Fredda su molti fronti: nel Mar Baltico, nel Caucaso, nella periferia dell'Iran (tramite attacchi informatici) e, naturalmente, tramite un'escalation della guerra finanziaria su tutti i fronti. Trump sta nuovamente minacciando di sanzionare l'Iran e qualsiasi Stato che acquisti il suo petrolio. Lunedì 14 luglio Trump ha pubblicato su Truth Social che avrebbe imposto una nuova tariffa del 10% a "qualsiasi paese che si allinei alle politiche antiamericane dei BRICS".
Naturalmente, i vari Paesi si stanno preparando a contrastare questa escalation. La tensione sta aumentando ovunque.
L'Azerbaigian (e persino l'Armenia) vengono utilizzati come armi contro la Russia e l'Iran dalle potenze della NATO e dalla Turchia. L'Azerbaigian è stato utilizzato per facilitare il lancio di droni dello stato sionista contro l'Iran, e il suo spazio aereo è stato utilizzato anche da aerei dello stato sionista per sorvolare il Mar Caspio, in modo che fosse possibile lanciare verso Tehran missili da crociera stand-off dallo spazio aereo azero sul Mar Caspio.
Il Kurdistan iracheno, il Kazakistan e le zone di confine del Belucistan sono stati utilizzati come piattaforme per infiltrare unità di sabotaggio sia in Russia che in Iran, per preposizionare missili, droni e unità di sabotaggio per la guerra asimmetrica.
Sull'altro fronte di questa guerra in pieno dispiegamento Trump si sta affannando per concludere una serie di accordi "commerciali" in tutto il Pacifico, compresi quelli con l'Indonesia, la Thailandia e la Cambogia. L'obiettivo è quello di costruire una “gabbia” di tariffe speciali più elevate per arginare la pratica cinese di ricorrere a triangolazioni, ovvero di esportare merci in altri Paesi che poi le riesportano a loro volta negli USA.
Gli Stati Uniti hanno creato un precedente con il Vietnam, con una tariffa del 40% su queste triangolazioni, che è esattamente il doppio dell'imposta del 20% sui prodotti fabbricati in Vietnam.
Solo che la strategia shock and awe di Trump, che consiste nell'imporre dazi per rilanciare l'attività industriale statunitense e mantenere il resto del mondo soggetto all'egemonia del dollaro, non sta funzionando: Trump è stato costretto ad annunciare una moratoria di novanta giorni sui dazi del Liberation Day nella speranza che nel frattempo venissero conclusi novanta accordi, ma in realtà sono stati raggiunti solo tre "accordi quadro". L'amministrazione è stata quindi costretta a prorogare ancora una volta la moratoria fino al 1° agosto. Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha affermato che molti dei novanta Stati originariamente soggetti ai dazi non hanno nemmeno cercato di contattare gli Stati Uniti per raggiungere un accordo.
La facoltà di punire finanziariamente chi non fa quello che gli USA dicono sta venendo meno. L'alternativa alla rete del dollaro esiste. E non si tratta di una "nuova valuta di riserva".
L'alternativa è la soluzione prevista dalla Cina: una fusione delle piattaforme di pagamento al dettaglio Fintech con i sistemi digitali bancari e delle banche centrali, basata sulla blockchain e su altre tecnologie digitali. Gli Stati Uniti non possono replicare questo approccio perché la Silicon Valley e Wall Street sono in contesta tra loro e non collaboreranno.
Come ha osservato ironicamente Will Schryver un paio di anni fa:
La serie apparentemente infinita di errori causati dall'arroganza dell'impero ha rapidamente accelerato la formazione di quella che è senza dubbio la più potente alleanza militare/economica/geostrategica mai vista in tempi moderni: l'asse tripartito di Russia, Cina e Iran...
Pare incredibile, ma gli USA sono riusciti a passare dalla padella di una guerra regionale per procura contro la Russia alla brace di un conflitto globale che tutti e tre i loro avversari, in costante rafforzamento, considerano ormai una lotta per l'esistenza.
A mio avviso, si tratta quasi certamente della serie di errori geopolitici più inspiegabili e inquietanti che la storia ricordi.

08 luglio 2025

Brian McGlinchey - Gli incredibili costi del sostegno statunitense allo stato sionista



Traduzione da Stark Realities, 6 luglio 2025.

Se qualcuno gli chiedesse quanto costa il sostegno governativo allo stato sionista, uno statunitense potrebbe rispondere che si tratta di tre miliardi e ottocento milioni di dollari all'anno. A tanto ammontano gli aiuti militari che gli Stati Uniti si sono impegnati a versare in base all'attuale memorandum di intesa di durata decennale. Questa risposta tuttavia sottovaluta enormemente il vero costo dei rapporti con lo stato sionista, non solo perché non tiene conto delle varie e ingenti spese che ne derivano, ma soprattutto perché quelli che sono davvero i costi più alti non si possono misurare in dollari.
Lo stato sionista è stato di gran lunga il principale destinatario degli aiuti statunitensi fin dalla sua fondazione nel 1948. Se non consideriamo la breve eccezione dovuta alla guerra in Ucraina, lo stato sionista è generalmente il primo della lista ogni anno nonostante sia uno dei paesi più ricchi del mondo, al terzo posto dopo il Regno Unito e al secondo dopo il Giappone in termini di PIL pro capite. A riprova di ciò, anche prendendo in considerazione la cifra largamente sottostimata di tre miliardi e ottocento milioni di dollari per gli stanziamenti statunitensi a favore dello stato sionista, l'AmeriKKKa ha dato allo stato sionista 404 dollari pro capite nell'anno fiscale 2023, contro i soli quindici dollari pro capite elargiti all'Etiopia, uno dei paesi più poveri della Terra e terzo beneficiario dei fondi statunitensi per lo stesso anno (fonte: Council on Foreign Relations).
Dai tempi della seconda guerra mondiale lo stato sionista ha ottenuto quasi il doppio del secondo beneficiario, che è l'Egitto. Quello che la maggior parte degli statunitensi non capisce, tuttavia, è che gran parte delle somme destinate all'Egitto –nel 2023 un miliardo e quattrocento mlioni di dollari– dovrebbero essere considerate come assegnate anche allo stato sionista, dato il perpetuarsi degli oneri che gli accordi di Camp David del 1978 comportarono per gli USA come mediatori per la pace tra Egitto e stato sionista. Lo stesso vale per la Giordania, quarto beneficiario degli Stati Uniti per l'anno fiscale 2023 con un miliardo e settecento milioni di dollari. Gli aiuti statunitensi al Regno sono aumentati dopo la firma del trattato del 1994 con lo stato sionista; una parte degli aiuti alla Giordania serve ad affrontare il problema dei numerosi rifugiati, che comprendono non solo i palestinesi sfollati a seguito della creazione dello stato sionista, ma anche le masse fuggite dalle guerre dirette alla sovversione di questo o quel Paese condotte dagli Stati Uniti per conto dello stato sionista.
Oltre a tutto questo, vanno considerati gli ulteriori fondi diretti allo stato sionista che il Congresso autorizza di quando in quando, in ulteriore aggiunta a quanto previsto dal suddetto memorandum d'intesa. Dal 7 ottobre, data dell'attacco di Hamas contro lo stato sionista, queste cifre supplementari hanno superato di gran lunga l'impegno previsto nel memorandum. Solo nel primo anno della guerra a Gaza il Congresso e il presidente Biden hanno approvato ulteriori quattordici miliardi e cento milioni di dollari in aiuti militari "di emergenza" a favore dello stato sionista, portando il totale per quell'anno a diciassette miliardi e novecento milioni di dollari. Bisogna anche considerare il fatto che, dato che il governo degli Stati Uniti accumula incessantemente deficit che superano ormai di gran lunga i mille miliardi di dollari, ogni spesa marginale, compresi gli aiuti allo stato sionista, viene finanziata ricorrendo al debito. Debito che comporta interessi passivi e che quindi provoca l'aumento del carico fiscale e dell'inflazione per i cittadini statunitensi.
Oltre ai fondi concessi direttamente allo stato sionista, il governo statunitense stanzia ingenti somme in attività destinate a favorire lo stato sionista o legate a sue iniziative. Ad esempio, solo nel primo anno della guerra contro Gaza dopo il 7 ottobre, l'aumento delle operazioni offensive e difensive della Marina statunitense nel teatro mediorientale è costato agli USA circa quattro miliardi e ottocentosessanta milioni di dollari.
Le spese legate alla guerra a Gaza non solo sono continuate, ma sono anche aumentate. Ad esempio all'inizio del 2025 il Pentagono ha intrapreso una serrata campagna contro gli Houthi dello Yemen. In risposta alla sistematica distruzione di Gaza da parte dello stato sionista, gli Houthi hanno preso di mira lo stato sionista e le navi che secondo loro avevano a che vedere con esso. In risposta, l'AmeriKKKa ha scatenato l'Operazione Rough Rider, che ha spesso contemplato il ricorso a missili da due milioni di dollari contro droni Houthi che ne costano diecimila, per una cifra compresa tra uno e due miliardi.
Gli attacchi militari del Presidente Trump contro gli impianti nucleari iraniani -nel contesto di una guerra iniziata dallo stato sionista con pretesti campati in aria- sono costati agli USA ulteriori uno o due miliardi di dollari, secondo le prime stime. Anche prima dell'attacco contro un programma nucleare che la comunità dell'intelligence statunitense continua a ritenere non finalizzato alla produzione di armi, il Pentagono stava già spendendo ancora più soldi dietro allo stato sionista, collaborando alla difesa del Paese contro la risposta dell'Iran alla sua immotivata aggressione. La fase preparatoria degli attacchi statunitensi ha comportato una mobilitazione massiccia e costosa di uomini e mezzi statunitensi nella regione, mentre il Pentagono si preparava a diversi possibili scenari.


Un marine commosso durante una cerimonia commemorativa tenutasi in Iraq nel 2005
in onore di trentun uomini uccisi in un solo giorno (Anja Nedringhaus/AP).

 Naturalmente la più famigerata impresa diretta a sovvertire un Paese è stata l'invasione dell'Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003. "Se eliminate Saddam, vi garantisco che ci saranno enormi ripercussioni positive sulla regione", assicurò l'attuale Primo Ministro dello stato sionista Benjamin Netanyahu durante un'audizione al Congresso degli Stati Uniti. Facendo la sua parte per aiutare l'amministrazione Bush -dominata da neoconservatori allineati con lo stato sionista e determinati a eliminare uno dei suoi avversari regionali, Netanyahu disse anche che non c'era "alcun dubbio" che Hussein fosse "decisto a sviluppare un'arma nucleare". Il rovesciamento del governo siriano di Assad, alleato dell'Iran, è un altro esempio lampante di sovvertimento a favore dello stato sionista. USA e stato sionista avevano l'intenzione di spezzare la "mezzaluna sciita" che, grazie soprattutto alla cacciata di Saddam, rappresentava un canale diretto per l'influenza iraniana che si estendeva fino ai confini dello stato sionista. Con grande soddisfazione dei governi statunitense e sionista, la Siria è oggi guidata da un ex membro di al Qaeda che, secondo quanto riferito, sarebbe pronto a rinunciare alla rivendicazione di lunga data della Siria sulle alture del Golan, conquistate dallo stato sionista nel 1967.
Secondo il Costs of War Project della Brown University, il costo totale delle operazioni militari statunitensi in Iraq e Siria, comprese le cure mediche e l'assistenza ai veterani per invalidità passate e future, ammonta a duemilanovecento miliardi di dollari. Il bilancio umano è ancora più sconcertante: oltre cinquecentoottantamila vittime fra civili e combattenti. Il numero delle vittime indirette a causa di sfollamenti, malattie e altri fattori è forse due o quattro volte tanto. Più di quattomilaseicento militari statunitensi sono morti in Iraq. I feriti -molti dei quali hanno subito amputazioni e ustioni- sono trentaduemila. Oltre a tanto colossali sofferenze, questi e gli altri interventi intrapresi dagli USA per garantire la supremazia regionale dello stato sionista hanno fomentato un enorme risentimento nei confronti degli Stati Uniti in tutta la regione.
Questo risentimento contribuisce ad alimentare un altro enorme debito che lo stato sionista ha contratto verso gli Stati Uniti: qualsiasi valutazione approfondita dei costi del rapporto tra i due Paesi deve prendere in considerazione il fatto che il sostegno degli Stati Uniti verso lo stato sionista è uno dei principali motori del terrorismo islamico contro gli statunitensi. Non esiste esempio più lampante in proposito dei fatti dell'11 settembre.


 Il soldato Brendan Marrocco ha perso tutti e quattro gli arti in un attentato tramite bomba a bordo strada,
avvenuto in Iraq nel 2009. (Ruth Fremson per il New York Times, tramite 
NBC News).

La rabbia per l'appoggio statunitense verso lo stato sionista è stata una delle principali motivazioni di Al Qaeda, da Osama bin Laden fino ai dirottatori.
Nella sua dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti del 1996, Bin Laden citò il primo massacro di Qana, in cui lo stato sionista uccise 106 civili libanesi che avevano cercato rifugio in un compound delle Nazioni Unite. Egli affermò che i giovani musulmani "ritengono [gli Stati Uniti] responsabili di tutti gli omicidi... commessi dai vostri fratelli sionisti in Libano; voi li avete apertamente riforniti di armi e finanziamenti".
Bin Laden disse che l'idea di colpire i grattacieli negli USA gli era venuta dopo aver assistito alla distruzione di alcuni complessi residenziali in Libano da parte dello stato sionista nel 1982.
La Commissione sull'11 settembre affermò che "l'ostilità verso gli Stati Uniti del mandante Khalid Sheikh Mohammed non derivava dalla sua esperienza di studente in quel Paese, ma piuttosto dal suo violento dissenso nei confronti della politica estera statunitense, favorevole allo stato sionista".
Mohammed Atta, capo dei dirottatori dell'11 settembre, firmò il suo testamento il giorno in cui lo stato sionista iniziò l'operazione "Grapes of Wrath" (Furore) contro il Libano nel 1996. Un amico disse che Atta era furioso e che fece di quel testamento un mezzo per dedicare la sua vita alla causa.
Un conoscente del pilota dirottatore Marwan al-Shehhi gli chiese perché né lui né Atta avessero mai riso. "Come si può ridere quando in Palestina muoiono delle persone?", fu la sua risposta.
Riguardo alle motivazioni dei dirottatori dell'11 settembre, l'agente speciale dell'FBI James Fitzgerald disse alla Commissione sull'11 settembre: "Credo che siano furibondi vereso gli Stati Uniti. Si identificano con il problema palestinese... e credo che tendano a concentrare la loro rabbia sugli Stati Uniti".


Gli attentati dell'11 settembre hanno causato la morte di 2.977 persone, provocato circa cinquanta miliardi di dollari di danni liquidati dalle assicurazioni e dato il via alla guerra globale al terrorismo degli Stati Uniti. Oltre ad essere stato utilizzato come falso pretesto per invadere l'Iraq per conto dello stato sionista, l'11 settembre ha spinto gli Stati Uniti a invadere l'Afghanistan e a intraprendere la successiva missione suicida durata vent'anni, che ha causato la morte di 2.459 soldati statunitensi (su un totale di centosettantaseimila effettivi) ed è costata duemilatrecento miliardi di dollari.
Dobbiamo ora chiederci terrorizzati quale prezzo potremmo trovarci a pagare a causa dei terroristi che saranno spinti ad agire dal sostegno degli Stati Uniti alla sanguinosa violenza dello stato sionista contro Gaza, che ha ucciso più di cinquantaseimila persone -più della metà delle quali donne e bambini- e ha deliberatamente reso gran parte del territorio inabitabile.
Morte e distruzione arrivano dalle armi fornite dagli Stati Uniti, dai caccia F-15, F-16 e F-35 agli elicotteri d'attacco Apache, alle munizioni di precisione, fino ai proiettili di artiglieria e ai fucili. Nessuna arma ha avuto un ruolo più importante nel bilancio scioccante delle vittime civili e nella catastrofica distruzione fisica delle bombe MK-84 da duemila libbre fornite dagli Stati Uniti, che hanno un raggio letale fino a 1.198 piedi. Anche dopo che gli osservatori esterni erano rimasti esterrefatti a fronte del ricorso a queste bombe da parte dello stato sionista in aree densamente popolate, il governo degli Stati Uniti è andato avanti con le forniture.
Se tanta morte e tanta distruzione non fossero incentivi sufficienti a meditare vendette devastanti contro chi sostiene lo stato sionista, c'è anche il fatto che soldati sionisti depravati hanno utilizzato i social media per riprendersi mentre demolivano allegramente interi quartieri residenziali, devastavano negozi, spaccavano giocattoli e beni personali e, secondo un vezzo diffusosi in modo inquietante, sfoggiavano biancheria femminile appartenente a donne palestinesi sfollate. Da sempre politici, opinionisti e cittadini dello stato sionista sostengono apertamente la pulizia etnica, la messa alla fame e altri crimini di guerra. La scorsa settimana diversi soldati sionisti hanno confermato che -su ordine dei superiori- le truppe hanno regolarmente utilizzato armi letali, compresi proiettili di artiglieria, come barbaro sistema per controllare la ressa nei punti di distribuzione degli alimenti. Se un giorno degli ameriKKKani innocenti saranno vittime di terroristi che cercano di vendicare l'orrore inflitto a due milioni di uomini, donne e bambini di Gaza per mezzo di armi fornite dagli Stati Uniti, aspettatevi che l'accaduto alimenti una dinamica perversa per cui lo si accamperà come motivo per raddoppiare il sostegno statunitense allo stato sionista. Si tratta di manipolazioni efficaci, il che rende gli atti terrroristici contro gli USA una vera manna per lo stato sionista. Riflesso di questa dinamica oscura all'indomani dell'11 settembre, il fatto che Netanyahu sembrava faticare a contenere il suo entusiasmo mentre parlava al New York Times:
Alla domanda su cosa significasse l'attacco per le relazioni tra Stati Uniti e stato sionista Benjamin Netanyahu, ex Primo Ministro, ha risposto: "È una cosa molto positiva". Poi si è corretto: "Beh, no, non una cosa molto positiva. Ma genererà immediata simpatia".
Questo fenomeno che si autoalimenta, per cui il terrorismo motivato dal sostegno degli USA allo stato sionista viene utilizzato per promuovere lo stesso sostegno degli USA allo stato sionista, non è l'unico esempio del distorto modo di pensare che sovrintende alle relazioni tra i due Paesi. L'approccio ameriKKKano al Medio Oriente è dominato da un circolo vizioso di cui lo stato sionista è il centro. Ad esempio, agli statunitensi viene raccontato che lo stato sionista è un alleato fondamentale perché funge da baluardo contro l'Iran, e che l'AmeriKKKa ha bisogno di un baluardo contro l'Iran perché esso è un nemico dello stato sionista.


All'indomani dell'11 settembre, gli iraniani organizzarono una veglia a lume di candela in piazza Mohseni a Tehran
per esprimere le proprie condoglianze al popolo statunitense.

In una delle numerose osservazioni sul conto dello stato sionista che a giugno lo hanno portato a essere sollevato dall'incarico di capo della sezione "Levante ed Egitto" dello Stato Maggiore Congiunto degli Stati Uniti, il colonnello dell'esercito Nathan McCormack ha riassunto così la situazione:
Lo stato sionista è il nostro "alleato" peggiore. L'alleanza con lo stato sionista non ci frutta altro che l'inimicizia di milioni di persone in Medio Oriente, in Africa e in Asia.
A poco a poco questa consapevolezza si sta diffondendo in tutto il corpo sociale negli USA. I cittadini hanno fatto caso a come lo stato sionista si sta comportando a Gaza, stanno facendo attenzione come mai prima d'ora al conflitto tra stato sionista e palestinesi, e guardano con sempre maggiore diffidenza ai tentativi dello stato sionista di trascinare gli Stati Uniti in un altro grande conflitto scatenato sulla base di menzogne. Quest'ultimo aspetto ha una risonanza particolare per gli innumerevoli veterani di guerra statunitensi che sono giunti alla terribile conclusione di essersi sacrificati in fin dei conti, loro e i compagni caduti, a vantaggio di un governo straniero e a scapito della sicurezza degli USA.
All'inizio di quest'anno, Pew Research ha scoperto che la maggioranza degli statunitensi ha adesso un'opinione negativa dello stato sionista. Uno dei cambiamenti più sconcertanti si osserva all'interno di quello che è il più forte bastione di sostegno dello stato sionista: il Partito Repubblicano. A far presagire un ulteriore deterioramento della reputazione dello stato sionista ci sono i sentimenti negativi nei confronti di esso espressi da repubblicani sotto i cinquant'anni, che in soli tre anni sono aumentati di quindici punti. La metà di loro ha oggi un'opinione negativa dello stato sionista.
Nel 2010 Meir Dagan, all'epoca a capo del Mossad, avvertì nel corso di una audizione alla Knesset che "lo stato sionista sta gradualmente passando dall'essere una risorsa per gli Stati Uniti a rappresentare un peso". Quindici anni dopo, il fatto che lo stato sionista sia per il popolo statunitense un peso enorme, e che lo sia sotto vari aspetti, è più evidente che mai.

25 ottobre 2024

Il testamento spirituale di Yahya Sinwar



La "libera informazione" ha ritratto Yahya Sinwar praticamente come un sorcio.
Yahya Sinwar è morto con la divisa addosso, combattendo fino all'ultimo respiro contro le forze armate dello stato sionista.
Se ne pubblica qui il testamento spirituale.


Sono Yahya, il figlio di un rifugiato che ha trasformato l’esilio in una patria temporanea e ha fatto di un sogno una battaglia incessante. Mentre scrivo queste parole, ricordo ogni momento della mia vita: dalla mia infanzia nei vicoli, ai lunghi anni di prigionia, a ogni goccia di sangue versata sul suolo di questa terra.
Sono nato nel campo di Khan Yunis nel 1962, in un periodo in cui la Palestina era solo un ricordo lacerato e mappe dimenticate sui tavoli dei politici.
Sono l’uomo che ha intrecciato la sua vita tra fuoco e cenere, e ha capito presto che vivere sotto occupazione significa non avere altro che una prigione permanente.
Sapevo fin da giovane che la vita in questa terra non è come qualsiasi altra, e che chi nasce qui deve portare nel cuore un’arma indistruttibile, e capire che la strada verso la libertà è lunga.
Le mie volontà per voi iniziano qui, da quel bambino che ha lanciato la prima pietra contro l’occupante e che ha imparato che le pietre sono le prime parole con cui possiamo farci sentire da un mondo che osserva in silenzio le nostre ferite.
Ho imparato nelle strade di Gaza che una persona non si misura per gli anni della sua vita, ma per ciò che dà alla sua patria. E così è stata la mia vita: prigioni e battaglie, dolore e speranza. Sono entrato in prigione per la prima volta nel 1988 e sono stato condannato all’ergastolo, ma non conoscevo la via della paura.
In quelle celle oscure, vedevo in ogni muro una finestra verso l’orizzonte lontano e in ogni sbarra una luce che illuminava il cammino verso la libertà. In prigione, ho imparato che la pazienza non è solo una virtù, ma un’arma… un’arma amara, come bere il mare goccia dopo goccia.
Il mio consiglio per voi: non temete le prigioni, poiché sono solo una parte del nostro lungo cammino verso la libertà. La prigione mi ha insegnato che la libertà non è solo un diritto rubato, ma un’idea nata dal dolore e affinata dalla pazienza.
Quando sono stato rilasciato con l’accordo “Wafa al-Ahrar” nel 2011, non sono uscito come ero prima, ne sono uscito più forte e la mia fede è aumentata nel fatto che quello che stiamo facendo non è solo una lotta passeggera, ma piuttosto il nostro destino che portiamo fino all’ultima goccia del nostro sangue.
Io vi esorto a resistere senza cedimenti e a conservare senza compromessi la dignità e il vostro attaccamento a un sogno che non muore.
Il nemico vuole che abbandoniamo la resistenza, per trasformare la nostra causa in un eterno negoziato. Ma vi dico: non negoziate per una cosa che vi spetta di diritto. Temono la vostra fermezza più delle vostre armi.
La resistenza non è solo un’arma che portiamo con noi; è piuttosto il nostro amore per la Palestina in ogni nostro respiro, è la nostra volontà di restarvi nonostante l’assedio e le aggressioni.
Io vi esorto a rimanere fedeli al sangue dei martiri, a coloro che se ne sono andati e che ci hanno lasciato su questo cammino pieno di spine. La strada per la libertà è segnata dal sangue dei martiri; fate che il loro sacrificio non sia reso vano dai calcoli dei politici e dai giochi della diplomazia.
Siamo qui per portare a compimento ciò che essi hanno iniziato e non ci faremo distogliere dal nostro cammino, costi quello che costi. Gaza è stata e rimarrà un saldo baluardo, il cuore della Palestina che non smette mai di battere, anche quando il mondo intero ci crolla addosso.
Quando ho assunto la guida di Hamas a Gaza nel 2017, non si è trattato solo di una transizione di potere, ma della continuazione di una resistenza iniziata con le pietre e proseguita con le armi. Ogni giorno sentivo il dolore del mio popolo sotto assedio e sapevo che ogni passo verso la libertà aveva un prezzo.
Ma vi dico: il prezzo della resa è molto più grande. Pertanto, aggrappatevi alla terra come una radice si aggrappa al suolo, poiché nessun vento può sradicare un popolo deciso a vivere.
Nella battaglia dell'Alluvione di Al Aqsa non sono stato il leader di un gruppo o di un movimento, ma la voce di ogni palestinese che sogna la propria liberazione. Sono stato guidato dalla mia convinzione che la resistenza non sia solo una scelta, ma un dovere.
Volevo che questa battaglia fosse una nuova pagina nel libro della lotta palestinese, una battaglia in cui le fazioni si unissero e tutti si schierassero in un’unica trincea contro un nemico che non ha mai fatto distinzione tra un bambino e un anziano o tra una pietra e un albero.
L'Alluvione di Al Aqsa è stata una battaglia delle anime prima ancora che dei corpi e della volontà prima che delle armi. Quello che ho lasciato dietro di me non è un’eredità personale, ma un’eredità collettiva per ogni palestinese che ha sognato la libertà, per ogni madre che ha portato sulle spalle il figlio martire, per ogni padre che ha pianto amaramente per sua figlia assassinata da un proiettile traditore.
Le mie ultime volontà sono quelle di ricordare sempre che la resistenza non è vana e non sta solo in un proiettile sparato; la resistenza è una vita vissuta con onore e dignità.
La prigionia e l’assedio mi hanno insegnato che la battaglia è lunga e la strada difficile, ma ho anche imparato che i popoli che rifiutano di arrendersi fanno miracoli con le proprie stesse mani.
Non aspettatevi che il mondo faccia giustizia per voi; ho vissuto e testimoniato come il mondo rimanga muto di fronte al nostro dolore.
Non aspettatevi giustizia; siate voi la giustizia. Portate il sogno della Palestina nei vostri cuori e trasformate ogni ferita in un’arma e ogni lacrima in una fonte di speranza.
Questa è la mia volontà: non abbandonate le vostre armi, non lasciate cadere le pietre, non dimenticate i vostri martiri e non compromettete un sogno che vi spetta di diritto. Siamo qui per restare, nella nostra terra, nei nostri cuori e nel futuro dei nostri figli.
Vi affido alla Palestina, la terra che ho amato fino alla morte e il sogno che ho portato sulle spalle come una montagna indomita.
Se cado, non cadete insieme a me; portate al mio posto la bandiera mai caduta e fate del mio sangue un ponte per una generazione più forte nata dalle nostre ceneri. Non dimenticate mai che la patria non è una storia da raccontare ma una realtà da vivere; da ogni martire, mille combattenti della resistenza nascono dal ventre di questa terra.
Se ci sarà una nuova alluvione e io non sarò tra voi, sappiate che sono stata la prima goccia nelle onde della libertà e ho vissuto per vedervi continuare il viaggio.
Siate una spina nella loro gola, un’alluvione che non defluisce, e non calmatevi finché il mondo riconoscerà noi come i legittimi titolari del diritto; noi non siamo dei numeri nei notiziari.
Che Dio ci guidi e protegga tutti.

16 ottobre 2024

Alastair Crooke - Lo stato sionista fa quello che fa perché il piano è sempre stato questo



Traduzione da Strategic Culture, 14 ottobre 2024. 


 Con l'assassinio di Sayed Hassan Nasrallah e di un certo numero di alti dirigenti di Hezbollah a Beirut -espressamente eseguito senza che il Pentagono ne fosse preventivamente informato- Netanyahu ha dato il via a un implicito allargamento della guerra dello stato sionista ai tentacoli della "piovra", per dirla con il termine dello stato sionista: Hezbollah in Libano, Ansarullah nello Yemen, il governo siriano e le forze irachene di Hash'ad A-Shaabi.
Dopo l'assassinio di Ismail Haniyeh e di parte dei quadri dirigenti di Hezbollah (tra cui un alto generale iraniano), l'Iran -demonizzato come la "testa della piovra"- è entrato nel conflitto con una raffica di missili che hanno preso di mira campi di aviazione, basi militari e il quartier generale del Mossad ma che, intenzionalmente, non hanno causato morti.
Lo stato sionista ha così reso gli Stati Uniti (e la maggior parte dei paesi europei) sodali o complici di una guerra che adesso ha preso definitivamente il carattere di una iniziativa neoimperialista contro l'intero non-Occidente. I palestinesi -icone globali dell'aspirazione alla liberazione nazionale- avrebbero dovuto essere spazzati via dalla Palestina storica.
Inoltre, il bombardamento di Beirut e la risposta dell'Iran hanno posto direttamente in conflitto lo stato sionista, sostenuto e materialmente appoggiato dagli Stati Uniti, con l'Iran sostenuto e materialmente appoggiato dalla Russia. Lo stato sionista, avverte il corrispondente militare di Yedioth Ahronoth, "deve fare un colpo di testa e attaccare l'Iran - perché colpire l'Iran 'metterà fine alla guerra in corso'".
Chiaramente, questo segna la fine dei giochi raffinati, della escalation graduale un passo calcolato dopo l'altro, come se si giocasse a scacchi con un avversario che calcola allo stesso modo. Entrambi i contendenti adesso minacciano di prendere a martellate la scacchiera. "Basta con gli scacchi".
Sembra che anche Mosca abbia capito che non c'è modo di giocare a scacchi quando ci si ritrova con un avversario che non è un uomo adulto ma uno spericolato sociopatico pronto a spazzare via la scacchiera e a giocasi il tutto per tutto con una mossa che gli porti una "grande" quanto effimera vittoria.
Secondo una analisi spassionata, o lo stato sionista sta sfidando il proprio stesso esistere sovraesponendosi su sette fronti, oppure spera di invocare proprio una minaccia esistenziale per provocare l'intervento degli Stati Uniti. Come per Zelensky in Ucraina, non ci sono speranze, a meno che gli Stati Uniti non intervengano in modo decisivo con la loro potenza di fuoco. Sia Netanyahu che Zelensky ne sono convinti.
Insomma, in Asia occidentale gli Stati Uniti stanno ora sostenendo nientemeno che una guerra contro l'umanità in se stessa e contro il mondo intero. È chiaro che una cosa simile non può essere nell'interesse dell'AmeriKKKa. I suoi pantagruelici potenti si rendono conto delle possibili conseguenze di un atto di tale macroscopica immoralità contro il mondo? Netanyahu si sta giocando la casa -e con lui adesso anche l'Occidente- sull'esito della sua scommessa alla roulette.
Qualcuno nelle stanze del potere non ha la sensazione che gli Stati Uniti stiano scommettendo sul cavallo sbagliato? Sembra che qualche voce dissenziente e propensa a esprimere riserve ci sia, negli alti quadri delle forze armate statunitensi. Come in ogni gioco di guerra nel Vicino Oriente in cui gli Stati Uniti vengono sconfitti, di queste voci se ne sentono poche. La classe politica nel suo complesso grida vendetta contro l'Iran.
Il perché ci siano così poche voci contrarie a Washington è un tema che è stato affrontato e illustrato dal professor Michael Hudson. Hudson spiega che le cose non sono così semplici e che il contesto non è quello. La risposta del professor Hudson è parafrasata qui di seguito da due lunghi commenti (qui e qui):
Tutto quello che sta succedendo oggi è stato pianificato cinquant'anni fa, nel 1974 e nel 1973. Io ho lavorato allo Hudson Institute per circa cinque anni, dal 1972 al '76. Ho partecipato alle riunioni con Uzi Arad, che è diventato il principale consigliere militare di Netanyahu dopo aver diretto il Mossad. Ho lavorato a stretto contatto con Uzi... Voglio descrivere il graduale prendere forma di tutta la strategia che ha portato agli Stati Uniti di oggi. E gli Stati Uniti di oggi non vogliono la pace, ma vogliono che lo stato sionista prenda il controllo di tutto il Vicino Oriente. Una volta accompagnai il mio mentore Terrence McCarthy allo Hudson Institute per parlare della visione del mondo nell'Islam. Ogni due frasi Uzi mi interrompeva: "No, no, dobbiamo ucciderli tutti". E anche altre persone appartenenti all'Istituto parlavano continuamente di uccidere gli arabi.
Quella di servirsi dello stato sionista come di un ariete a livello regionale per raggiungere gli obiettivi (imperialisti) degli Stati Uniti fu una strategia elaborata soprattutto negli anni '60, dal senatore Henry "Scoop" Jackson. Jackson era soprannominato "il senatore della Boeing" per il suo sostegno al complesso militare-industriale. E il complesso militare-industriale favorì la sua ascesa alla presidenza del Comitato nazionale democratico. Fu anche candidato per due volte, senza successo, alla nomination democratica per le elezioni presidenziali nel 1972 e nel 1976.
Era sostenuto anche da Herman Kahn, che divenne il principale stratega dell'egemonia statunitense all'interno dello Hudson Institute.
All'inizio lo stato sionista non aveva un ruolo importante nel piano statunitense; Jackson (di origine norvegese) odiava semplicemente il comunismo, odiava i russi e aveva un vasto seguito all'interno del Partito Democratico. Solo che mentre si metteva mano a tutto il piano strategico, Herman Kahn conseguì il fondamentale risultato di convincere i responsabili dell'edificazione dell'impero statunitense che la cosa essenziale da fare per mettere le mani sul Medio Oriente era affidarsi allo stato sionista come ad una sorta di legione straniera.
Secondo Hudson questo accordo a distanza ha permesso agli Stati Uniti di recitare la parte del poliziotto buono e allo stato sionista di svolgere il suo ruolo di spietato mandatario. Ecco perché il Dipartimento di Stato ha affidato la gestione della diplomazia statunitense a sionisti militanti: per separare e distinguere il comportamento dello stato sionista dalla pretesa correttezza dell'imperialismo statunitense.
Herman Kahn espose al professor Hudson quali fossero i punti forti di Jackson agli occhi dei sionisti: non era ebreo, era un paladino del complesso militare e un forte oppositore al sistema di contenimento della spesa militare in vigore. Jackson si oppose al contenimento della spesa militare: "la guerra la dobbiamo fare". Provvide quindi a infarcire il Dipartimento di Stato e altre agenzie statunitensi di neoconservatori (Paul Wolfowitz, Richard Pearl, Douglas Fife tra gli altri) che fin dall'inizio introdussero la prospettiva di una guerra mondiale permanente. A farsi carico della linea politica da indicare al governo sono stati innanzitutto, al Senato, alcuni ex assistenti di Jackson.
L'analisi di Herman era un'analisi di sistema: prima si definisce l'obiettivo generale, poi si lavora all'indietro. "Bene, ecco la politica odierna dello stato sionista. Innanzitutto si riducono strategicamente i palestinesi a frazioni isolate. Quelle in cui è stata trasformata Gaza negli ultimi quindici anni".
"L'obiettivo è sempre stato quello di ucciderli. O per lo meno di rendergli la vita così sgradevole da costringerli a emigrare. Questo è il metodo più facile. Perché mai qualcuno dovrebbe voler rimanere a Gaza quando gli succedono cose come quelle che stanno succedendo in questo periodo? Meglio andarsene. E se non se ne andranno dovrete ucciderli. Con le bombe se possibile, perché in questo modo si riducono al minimo le perdite", osserva Hudson.
"Nessuno sembra aver notato che ciò che sta accadendo ora a Gaza e in Cisgiordania si basa sul concetto di frazionamento strategico come fu applicato durante la guerra in Vietnam: l'idea era quella di dividere tutto il Vietnam in piccoli lotti, presidiati in ogni punto di passaggio. Quello che lo stato sionista sta facendo ai palestinesi a Gaza e nei territori è stato sperimentato ai tempi del Vietnam".
Osservandoli bene, scrive Hudson, si notava che questi neoconservatori
praticavano una sorta di religione. Ne ho incontrati molti allo Hudson Institute; alcuni di loro, o i loro padri, erano trotzkisti. E si sono impadroniti dell'idea di rivoluzione permanente di Trotsky. L'idea è quella di una rivoluzione in divenire: mentre Trotsky sosteneva che una volta iniziata nella Russia sovietica essa si sarebbe diffusa in tutto il mondo, i neoconservatori l'hanno adattata affermando "No, la Rivoluzione permanente è l'impero statunitense: si espanderà e si espanderà ancora fino a investire tutto il mondo, e niente potrà fermarci".
I neoconservatori di Scoop Jackson fin dal primo momento avrebbero puntato ad arrivare a fare esattamente quello che stanno facendo oggi. Sostenere la potenza dello stato sionista facendone un combattente per procura nella conquista dei Paesi produttori di petrolio, destinati a diventare parte di una Grande Israele.
L'obiettivo degli Stati Uniti è sempre stato il petrolio. Questo voleva dire che gli Stati Uniti dovevano mettere in sicurezza il Vicino Oriente: a questo proposito potevano contare su due eserciti per procura. Due eserciti che fino a oggi hanno combattuto insieme come alleati. Da una parte i jihadisti di Al-Qaeda, dall'altra le forze armate sioniste che li controllano.
Adesso stiamo assistendo al diffondersi del curioso convincimento per cui quello che lo stato sionista sta facendo sarebbe "tutta colpa di Netanyahu, tutta colpa della destra". Invece fin dal principio sono stati protetti e sostenuti con enormi quantità di denaro, con tutte le bombe di cui avevano bisogno, con tutti gli armamenti di cui avevano bisogno, con tutti i finanziamenti di cui avevano bisogno... Tutte cose che sono state loro elargite proprio per fare esattamente quello che stanno facendo oggi. No, non ci può essere una soluzione basata su due Stati perché Netanyahu ha detto: "Odiamo quelli di Gaza, odiamo i palestinesi, odiamo gli arabi: non ci può essere una soluzione basata su due Stati. Ecco la mia mappa”, ha detto alle Nazioni Unite, "questo è lo stato sionista: non c'è nessuno che non sia ebreo nello stato sionista. Siamo uno Stato ebraico". Lo ha detto esplicitamente.
Hudson arriva poi al fondo di tutta la questione. Ci indica la chiave di volta fondamentale, che è la difficoltà, per gli Stati Uniti, di cambiare approccio. La guerra del Vietnam aveva dimostrato che qualsiasi tentativo di introdurre una leva obbligatoria da parte delle democrazie occidentali non era praticabile. Lyndon Johnson nel 1968 dovette ritirarsi dalla corsa alle elezioni proprio perché ovunque andasse ci sarebbero state manifestazioni contro la guerra.
Il fondamento ineludibile che Hudson sottolinea è la consapevolezza che le democrazie occidentali non possono più mettere in campo un esercito nazionale ricorrendo alla coscrizione. Il risultato è che lo stato sionista -i cui effettivi sono limitati- può sganciare bombe su Gaza e Hezbollah e cercare di distruggere questo o quello, ma né l'esercito dello stato sionista né un qualsiasi altro esercito sarebbero davvero in grado di invadere e di cercare di conquistare un Paese -o anche solo il Libano meridionale- come fecero gli eserciti nella seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti avevano imparato la lezione ed è per questo che sono ricorsi a qualcuno che combattesse per procura.
"Insomma, quali possibilità sono rimaste agli Stati Uniti? Beh, penso che ci sia solo una forma di guerra non atomica che le democrazie possono permettersi, ed è il terrorismo [cioè il perseguimento di un enorme numero di vittime collaterali]. E credo che si debba guardare all'Ucraina e allo stato sionista come all'alternativa terroristica alla guerra atomica", suggerisce Hudson.
Il punto cruciale, osserva Hudson, è questo: cosa può comportare il fatto che lo stato sionista continui a insistere nel voler coinvolgere gli Stati Uniti nella sua guerra regionale? Gli Stati Uniti non invieranno truppe. Non possono farlo. I quadri dirigenti hanno provato con il terrorismo e il risultato del terrorismo è stato quello di far schierare contro l'Occidente tutto il resto del mondo, inorridito dalle stragi gratuite e dalla violazione di tutte le leggi di guerra. Hudson conclude: "Tracce di ragionevolezza nel Congresso non ne intravedo. Penso che il Dipartimento di Stato, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale e la leadership del Partito Democratico, dato il suo radicamento nel complesso militare-industriale, siano assolutamente coinvolti".
E quest'ultimo potrebbe dire: "Beh, chi vuole vivere in un mondo che non possiamo controllare? Chi vuole vivere in un mondo in cui gli altri Paesi sono indipendenti e hanno una loro politica? Chi vuole vivere in un mondo in cui non possiamo avocare a noi il loro surplus economico? Se non possiamo prendere tutto e dominare il mondo, beh, chi vuole vivere in un mondo fatto in quel modo?".
Questa è la mentalità con cui abbiamo a che fare; praticare un gioco raffinato non cambierà questo paradigma. Un fallimento invece sì.

16 giugno 2024

Colin Powers - Come si finanzia un genocidio. L'economia di guerra dello stato sionista

 

Traduzione da Orient XXI, 12 giugno 2024.


Come tutte le guerre, anche quella dello stato sionista contro Gaza è estremamente costosa dal punto di vista economico e il tasso di crescita dell'economia sionista sta crollando. Al momento un crollo effettivo è stato evitato grazie a sovvenzioni tanto pubbliche quanto private provenienti non solo dagli Stati Uniti ma anche dall'Unione Europea, che ha continuato con gli scambi commerciali come se nulla fosse. E non dimentichiamo l'India e la Cina. Benyamin Netanyahu può continuare tranquillamente col suo genocidio di palestinesi.

L'economia dello stato sionista ha fatto segnare un calo del prodotto interno lordo del 21% nell'ultimo trimestre del 2023 rispetto all'anno precedente; il doppio di quanto previsto dalla banca centrale dopo il 7 ottobre. Nel febbraio 2024 l'agenzia statunitense Moody's ha compiuto un passo senza precedenti declassando lo Stato sionista e le sue cinque maggiori banche commerciali.
Le conseguenze peseranno molto sull'industria tecnologica. In tempi normali questo settore dà lavoro a un cittadino dello stato sionista su sette ed è responsabile di circa la metà delle esportazioni del Paese, di un quinto del prodotto interno lordo e di più di un quarto delle entrate fiscali. Questa performance può essere mantenuta solo con l'accesso a capitali stranieri, il cui costo minaccia di aumentare.
Calo degli investimenti in tecnologia Dalla fine del 2022 gli investimenti nell'alta tecnologia sono in costante calo e alla fine del 2023 hanno raggiunto il 20% rispetto al dato già basso dell'anno precedente. Gli investimenti esteri sono crollati del 29%(1). I primi dati per il 2024 mostrano che i flussi sono al minimo da nove anni a questa parte.
Dal momento che il modello di crescita del Paese è legato a questo settore, simili risultati pongono problemi rilevanti. Tanto più che i progetti del Primo Ministro Benyamin Netanyahu di orientare l'economia verso la produzione di materie prime -a scapito di questo settore che egli considera di dubbia fedeltà politica- stanno andando male. Nel marzo 2024 la Compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi (ADNOC) e la British Petroleum (BP) hanno interrotto i colloqui per la prevista acquisizione della metà del più grande produttore di gas naturale dello stato sionista NewMed Energy, preoccupate per i missili degli Houthi e per le ricadute politiche(2).
Tutto questo solleva qualche interrrogativo sulla sostenibilità dell'economia dello stato sionista e, di conseguenza, sulla sua capacità di continuare con la guerra contro Gaza. Gli economisti del Ministero delle Finanze avevano già stimato che le sole manovre di Netanyahu per cambiare la Costituzione e l'opposizione che questa iniziativa ha incontrato avrebbero portato a un taglio della crescita tra i 15 e i 25 miliardi di dollari -14,9 e 18,6 miliardi di euro- all'anno(3). Uno studio della società di consulenza statunitense RAND ha stimato che le perdite economiche in caso di una campagna militare limitata ma a lungo termine contro la Palestina ammonterebbero a 400 miliardi di dollari -oltre 373 miliardi di euro- in dieci anni(4). Secondo il Ministero delle Finanze l'Operazione Iron Scourge sta costando all'economia 269 milioni di dollari -oltre 350 milioni di euro- al giorno - una guerra a livello regionale sarebbe ovviamente molto più costosa.
È lecito chiedersi se la società dello stato sionista, che vive in un relativo benessere materiale, sarebbe in grado di sopportare un ritorno all'economia di guerra degli anni Settanta, quando le spese militari rappresentavano il 30% del PIL. Anche ignorando questo interrrogativo ne sorgono molti altri: le realtà economiche possono influenzare il percorso seguito dai leader politici e militari? Se sì, in che modo? Le aziende straniere che hanno contribuito al genocidio saranno in grado di mantenere la propria politica nel lungo periodo?


Fonti di resilienza a medio termine

Nonostante le oggettive difficoltà, ci sono poche ragioni per credere che le pressioni economiche possano accelerare la fine della guerra nel breve o nel medio termine. Ciò è dovuto alle dimensioni dei mercati finanziari e delle riserve valutarie dello stato sionista da un lato, e alle relazioni esterne dello Stato e dell'economia dall'altro.
1. Mercati dei capitali profondi e riserve abbondanti. La profondità dei mercati dei capitali dello stato sionista consente alla coalizione al potere di finanziare gran parte dei progetti militari a livello locale: quest'anno, circa il 70% dei 60 miliardi di dollari -55,8 miliardi di euro- di titoli di Stato saranno venduti sui mercati nazionali e denominati in New Israeli Shekel (NIS). Inoltre, data la forte domanda da parte delle istituzioni finanziarie locali, i tassi d'interesse rimangono bassi a livello locale, un po' più alti rispetto ai titoli del Tesoro offerti a livello internazionale ma non eccessivamente superiori a quelli attualmente emessi dagli Stati Uniti. Di conseguenza nei primi cinque mesi di quest'anno il Ministero delle Finanze dello stato sionista ha potuto prendere in prestito vendendo titoli di Stato un totale di 67,5 miliardi di NIS -16,7 miliardi di euro- senza doversi accollare pesanti oneri per il rimborso.
Quindi, nonostante il governatore della Banca centrale dello stato sionista non cessi di pronunciare ammonimenti contro un eccessivo indebitamento e nonostante alcuni indicatori segnalino un malessere del mercato Tel Aviv può indebitarsi senza soffrire troppo dal punto di vista finanziario, almeno per il momento. Questo dà ai leader una grande autonomia, che a sua volta si riflette sulla condotta in guerra.
L'accumulo di riserve valutarie negli ultimi due decenni ha un effetto protettivo simile. Dai 27 miliardi di dollari -25 miliardi di euro- del 2005, il valore delle riserve detenute dalla Banca centrale dello stato sionista ha superato i 200 miliardi di dollari -186 miliardi di euro- all'inizio del 2024. Queste attività non solo generano reddito per lo Stato, ma consentono alla banca centrale di difendere lo shekel sui mercati dei cambi(5). Questo contribuisce a mantenere bassa l'inflazione, rafforzando la stabilità dell'economia di guerra.
La violenza genocida dell'esercito richiede tuttavia volumi di munizioni di gran lunga superiori a quelli che i produttori nazionali, che hanno riorientato le loro attività verso prodotti di alta gamma, sono attualmente in grado di produrre. Senza l'incessante flusso di proiettili d'artiglieria, missili, testate e simili quasi tutti provenienti dagli Stati Uniti o da depositi di armi di loro proprietà già presenti nello stato sionista prima di questa guerra (6) e dalla Germania, le attuali campagne a Gaza e nel Libano meridionale andrebbero incontro a un rapido fallimento. Allo stesso modo, senza i cloud forniti da Google e Microsoft e senza la condivisione dei dati di WhatsApp fornita da Meta possiamo essere certi che per lo stato sionista le campagne di omicidi mirati guidate dall'intelligenza artificiale andrebbero incontro a fallimenti altrettanto rapidi.
2. Relazioni estere solide. Il secondo e forse il più importante fattore che spiega la resistenza a medio termine dell'economia dello stato sionista è dato dalla solidità delle sue relazioni estere. Da queste gli arriva ogni tipo di aiuto: dai flussi finanziari al commercio e al supporto logistico, senza dimenticare gli eserciti di riserva della manodopera, come i cinquanta o centomila lavoratori che l'India ha promesso per sostituire i palestinesi in Cisgiordania. Sono cose come queste ad aver consentito che lo stato sionista procedesse a un genocidio. Una vasta costellazione di attori statunitensi, sia pubblici che privati, fornisce attualmente sostegno finanziario alla macchina statale, all'esercito e all'economia. I flussi dal governo federale rimangono i più consistenti. La sovvenzione annuale del Programma di finanziamento militare estero degli Stati Uniti -3,3 miliardi di dollari pari a 3,075 miliardi di euro all'anno dall'amministrazione Obama (2009-2017)- copre generalmente il 15% delle spese per la difesa. Poiché le spese per la difesa sono destinate ad aumentare di quasi 15 miliardi di dollari -13,95 miliardi di euro- entro il 2024, dalla linea di credito gratuita del governo statunitense quest'anno si vedranno aumenti significativi. Lo scorso aprile il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il National Security Act concedendo 13 miliardi di dollari -12 miliardi di euro- di aiuti aggiuntivi alle forze armate statunitensi(7). Di questa somma 5,2 miliardi di dollari sono stati destinati al rifornimento dei sistemi di difesa Iron Dome, Iron Beam e David's Sling, 4,4 miliardi di dollari -4,1 miliardi di euro- alla ricostituzione delle scorte di munizioni esaurite e 3,5 miliardi di dollari -3,2 miliardi di euro- a sistemi d'arma avanzati.


Organizzazioni americane per il budget sionista

Ma non solo. In tutti gli Stati Uniti, anche i singoli Stati, le contee e persino i comuni stanno tirando fuori il libretto degli assegni. Il canale di finanziamento è gestito dalla Development Corporation for Israel (DCI), un ente registrato negli Stati Uniti che agisce come intermediario e sottoscrittore locale per conto del Ministero delle Finanze dello stato sionista. Dal 1951, la DCI emette le cosiddette "obbligazioni dello stato sionista" sul mercato statunitense. Anche se arrivano raramente alla consapevolezza del pubblico, questi strumenti finanziari denominati in dollari e destinati a fornire un sostegno generale al bilancio dello stato sionista rappresentano il 12-15% del suo debito estero totale. Sono quindi una fonte concreta di credito e di valuta forte per Tel Aviv.
Dal 7 ottobre la DCI ha aumentato in modo significativo le vendite di obbligazioni, in parte ampliando la collaborazione con un'organizzazione di destra come l'American Legislative Exchange Council (ALEC). Negli ultimi due decenni l'ALEC è stata una delle forze più influenti dietro le quinte della politica statunitense. Il suo operato consiste tipicamente nel redigere proposte di legge su argomenti che vanno dall'aborto al movimento Boycott, Divestment and Sanctions (BDS), per poi diffondere i modelli legislativi ai suoi alleati nelle legislature statali; in quella sede diventano legge.
Quest'autunno l'ALEC ha diversificato le sue operazioni mobilitando la sua State Financial Officers Foundation per incoraggiare l'acquisto di obbligazioni dello stato sionista da parte dei fondi pensione pubblici e delle tesorerie statali e municipali. I frutti di questi sforzi sono piuttosto impressionanti: 1,7 miliardi di dollari -1,58 miliardi di euro- in di obbligazioni acquistate in soli sei mesi. Al di là del loro valore materiale per lo stato sionista, questi acquisti rappresentano un grande impegno da parte dell'intero apparato statale statunitense. Sia le autorità locali che il governo federale sono pronti a investire somme significative nelle imprese genocide dello stato sionista.
Purtroppo i cittadini e le istituzioni finanziarie hanno lo stesso atteggiamento dei leader. Anch'essi hanno concesso (e/o agevolato) un gran numero di prestiti allo stato sionista dopo che ha iniziato a distruggere Gaza. Alcuni lo hanno fatto la scorsa primavera, quando hanno acquistato quasi tre quarti delle obbligazioni cui si è appena fatto cenno. All'indomani dell'operazione "Iron Sabre", le banche statunitensi hanno anche organizzato vendite di obbligazioni private per conto dello stato sionista , i cui rendimenti non sono stati resi pubblici.


Da Goldman Sachs a BNP-Paribas

Lo sviluppo più significativo è stato l'operazione guidata da Bank of America e Goldman Sachs, che nel marzo 2024 hanno sottoscritto la prima vendita internazionale di obbligazioni dello stato sionista dopo il 7 ottobre. Insieme a Deutsche Bank e BNP Paribas questi finanziatori sono riusciti ad attirare un tale numero di investitori da tutto il mondo da rendere l'operazione la più grande inziativa del genere nella storia dello stato sionista: quasi 7,5 miliardi di eurobond(8).
I contributi da parte di privati dagli Stati Uniti non sono soltanto questi. Sebbene gli investimenti nel settore tecnologico siano complessivamente diminuiti, alcune aziende continuano a immettere capitali nonostante il genocidio in corso. Ad esempio negli ultimi sei mesi Nvidia, leader mondiale nella produzione di chip e nell'intelligenza artificiale con sede a Santa Clara, ha investito somme considerevoli nell'acquisizione di aziende dello stato sionista(9). A dicembre, Intel ha accettato di costruire un nuovo impianto di semiconduttori approfittando di una sovvenzione di 3,2 miliardi di dollari -3 miliardi di euro- e di un'aliquota fiscale estremamente bassa (7,5% anziché 23%). Un mese dopo Palantir Technologies, una società di modellazione di intelligenza artificiale, ha annunciato una nuova partnership strategica con il Ministero della Difesa dello stato sionista.


L'Unione Europea, un'ancora di salvezza

Come dimostra la partecipazione di Deutsche Bank e BNP Paribas all'emissione di Eurobond, l'Europa sta svolgendo un ruolo importante. La Banca Europea per gli Investimenti, con sede in Lussemburgo e di proprietà congiunta dei 27 Stati membri dell'Unione, ha mantenuto la promessa di iniettare liquidità per 900 milioni di dollari -838 milioni di euro- nell'economia dello stato sionista(10). Dal 7 ottobre il programma Horizon Europe, il principale strumento di finanziamento di ricerca e innovazione, ha autorizzato l'assegnazione di quasi un centinaio di sovvenzioni ad aziende e istituzioni dello stato sionista. Su scala più ridotta il Consiglio europeo per gli investimenti (EIC), organizzazione senza scopo di lucro, ha recentemente aumentato i suoi investimenti nelle start up dello stato sionista.
Ma è soprattutto lo scambio di beni e servizi che conta. Il flusso ininterrotto di esportazioni verso il mercato europeo, che rimane il suo principale partner, ha giocato un ruolo chiave nel surplus commerciale dello stato sionista, che ha segnato un 5,1% nell'ultimo trimestre del 2023. Sebbene nelle capitali europee si sia parlato di rivedere l'accordo di associazione dello stato sionista all'Unione Europea, i primi dati pubblicati per il 2024 mostrano che l'UE continua a importare prodotti dello stato sionista: oltre 4,27 miliardi di euro nel primo trimestre. Una somma più o meno in linea con quanto visto negli ultimi anni e che funge da ancora di salvezza per l'economia dello stato sionista.


Gli affari con Cina e India continuano

Il mantenimento da parte di Tel Aviv di legami più o meno pubblici con economie non occidentali ha anche rafforzato la vitalità della sua economia di guerra. Anche se non proprio ai livelli precedenti il 7 ottobre, e senza dubbio ridotti dagli interventi degli Houthi che hanno costretto le compagnie di navigazione a sospendere il commercio diretto, i dati della Banca centrale dello stato sionista indicano che le importazioni dalla Cina sono ancora consistenti: 10 miliardi di dollari (9,3 miliardi di euro) nel primo trimestre del 2024. Esse rimangono una parte vitale dell'economia su base giornaliera, anche se gli investimenti cinesi rimangono depressi per lo più a causa delle pressioni degli Stati Uniti su Tel Aviv.
Il contributo dell'India, che importa grandi quantità di armi dallo stato sionista ed esporta manodopera a basso costo per occupare i posti di lavoro lasciati liberi dai palestinesi, è tutt'altro che trascurabile.
Nonostante le difficoltà è chiaro che le merci indiane continuano ad arrivare nello stato sionista attraverso il Golfo e la Giordania e a rifornire gli scaffali dei negozi.
Infine, bisogna tenere conto delle relazioni ambigue con la Turchia. Sebbene il Ministero del Commercio di Ankara abbia introdotto progressive restrizioni ai traffici con stato sionista a partire dall'inizio di aprile 2024, c'è motivo di credere che la misura non sarà pienamente attuata. Inizialmente la politica prevedeva una moratoria di tre mesi che consentisse alle aziende di evadere gli ordini esistenti attraverso Paesi terzi. È quindi improbabile che la misura porti a una stretta immediata. In secondo luogo, i legami commerciali tra i produttori turchi di acciaio e alluminio e stato sionista sono profondi e di lunga data, e la dipendenza dei produttori turchi da questo mercato è ben nota. Non si può quindi escludere che i produttori turchi trovino un modo per consegnare forniture essenziali non solo alle imprese edili ma anche all'industria degli armamenti, magari attraverso una triangolazione con la Slovenia.
Lo stato sionista può attingere a grandi mercati di capitali e a forti riserve valutarie, nonché avvalersi di solide relazioni con partner economici esteri. Non è soggetto nell'immediato a limiti materiali che gil impediscano di portare a termine il genocidio. A meno che le politiche dei suddetti partner non cambino, lo stato sionista sarà libero di continuare il suo inaccettabile massacro ancora per qualche tempo.


Qualche speranza a lungo termine?

A lungo termine, diversi fattori potrebbero giocare a sfavore di questa economia di guerra. Tra questi la tendenza al disinvestimento menzionata in precedenza e che gli interventi del governo difficilmente riusciranno a invertire. A ciò si aggiunge la possibilità di un aumento delle tasse per ricostituire le riserve. Ma forse la cosa più importante sono le tensioni sociali che il perdurare del genocidio acuirà nei mesi e negli anni a venire. Il Paese è da tempo uno dei più interessati dalla disuguaglianza sociale in tutta la OCSE(11). Secondo criteri di misurazione più sofisticati, il tasso di povertà è attualmente del 27,8% e un terzo della popolazione soffre di insicurezza alimentare. Con buona pace dell'aura di sapore mitologico che ha avvolto la nazione delle start up, risulta anche che la crescita e gli aumenti della produttività raggiunti negli ultimi due decenni sono stati in realtà relativamente bassi. E la fuga dei cervelli ha fatto sentire il suo peso.
A questo stato di cose si aggiunge l'austerità. Dopo aver accumulato enormi deficit durante la campagna contro Gaza, stato sionista sta per accelerare la contrazione del sistema di welfare tagliando la spesa per l'assistenza sociale e per l'istruzione, e intanto spreme le famiglie povere aumentando le imposte al consumo. Non c'è dubbio che ci si debbano aspettare grandi tensioni sociali in un momento in cui la società dello stato sionista è già percorsa da spaccature: tra i pochi che hanno beneficiato del boom tecnologico e immobiliare e i molti altri che non ne hanno ricavato nulla, tra le comunità religiose esentate dal servizio militare e quelle i cui appartenenti devono rischiare la vita per portare avanti la loro idea di conquista; tra una comunità di coloni che beneficia di una speciale dispensa da parte dello Stato e tutte le altre costrette a fare affidamento sui banchi alimentari per garantirsi la sussistenza. In un modo o nell'altro, questo non può che avere un impatto negativo sulla coerenza del progetto statale e sulla capacità dell'attuale governo di perseguire i suoi piani distruttivi.
Per la Palestina, e più in particolare per i palestinesi di Gaza, la situazione è grave. Il tempo necessario perché nella società dello stato sionista si mettano in moto dinamiche sociali di questo genere e perché la capacità dello stato sionista di fare la guerra venga a indebolirsi dall'interno è semplicemente troppo lungo.
Chiunque speri di porre fine a al genocidio può solo asserire che l'unica via percorribile è quella di isolare economicamente lo stato sionista in ogni modo possibile. Finché le solide relazioni esterne del Paese non verranno indebolite o addirittura troncate il motore della violenza dello stato sionista continuerà a girare senza il minimo intoppo. Per bloccarlo fino a far sì che le bombe smettano di cadere è necessario interrompere i circuiti finanziari e commerciali esistenti.


1. Adrian Filut, Economic concerns mount as Israel faces drop in foreign investment and services export, Ctech, 18 marzo 2024.
2. Ani, BP, UAE suspend USD 2 bn gas deal in Israel amid Gaza war, The Economic Times, Bombay, 15 marzo 2024.
3. Nimrod Flaschenberg, Israel’s economy was Netanyahu’s crown jewel. Can apartheid survive without it?, +972 Magazine, 27 marzo 2023.
4. C. Ross Anthony et al., The Costs o the Israeli-Palestinian Conflict, Rand Corporation, Santa Monica (USA), 2015.
5. Galit Alstein, Israel’s $48 billion war leaves it at mercy of bond markets, BNN Bloomberg, Toronto, 22 novembre 2023.
6. Connor Echols, Bombs, guns, treasure: What Israel wants, the US gives, The New Arab, 12 marzo 2024.
7. FY2024 National Security Supplemental Funding : Defense Appropriations, Insight, Congressional Research Service, Washington, 25 aprile 2024.
8. Steven Scheer, Israel sells record $8 billion in bonds despite Oct 7 attacks, downgrade, Reuters, 6 marzo 2024.
9. Meir Orbach, Nvidia continues Israel shopping spree with acquisition of Deci, Ctech, 25 avril 2024.
10. Sharon Wrobel, EU financial arm to invest €900m in Israel, including Western Galilee desalination, The Times of Israel, 25 giugno 2023.
11. Il coefficiente di Gini, che corrisponde a 0 per la perfetta uguaglianza e a 1 per la totale disuguaglianza, è pari a 0,34, contro lo 0,395 degli Stati Uniti e lo 0,298 della Francia.