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18 febbraio 2026

Alastair Crooke - Ucraina: il negoziato di Trump è un teatro Kabuki che non porta a nulla


Steve Witkoff, febbraio 2026


Traduzione da Strategic Culture, 16 febbraio 2026.

In Ucraina non si risolve niente. Ma non è un intoppo, è un dato strutturale. Anzi, si apre piuttosto la strada al business, agli accordi tra gli stakeholder e alla distribuzione di miliardi in tangenti. Questo è il modello transazionale geopolitico di Trump: il business sostituisce la negoziazione tradizionale, almeno finché i soldi continuano a girare; il denaro è la politica.
Si dice che Trump, Witkoff e Kushner siano fiduciosi di poter costruire un sistema di compensi finanziari per chi in Occidente detiene titoli, per gli investitori e per i politici -nel caso dell'Ucraina l'entourage di Zelensky- che riescano a "conservare i vantaggi finanziari della guerra, senza l'ingrediente accessorio dello spargimento di sangue".
Una volta spartito il malloppo per Trump e Witkoff "le questioni territoriali, le garanzie di sicurezza, lo status di membro dell'Unione Europea e la posizione della NATO sono dettagli di secondo piano cui pensare una volta sistemato il giro dei quattrini. In altre parole, si riducono a ciò che conta davvero, che è il denaro".
Coerentemente con questa visione del mondo i negoziati tra Stati Uniti e Russia sono portati avanti da due guru del settore immobiliare newyorkese (Witkoff e Kushner), insieme a Josh Gruenbaum che è stato anche nominato segretario del "Board of Peace" per Gaza di Trump. Gruenbaum ha precedentemente lavorato per il fondo KKR che, pur non essendo strettamente un "fondo avvoltoio", è specializzato in investimenti aggressivi in titoli di debito in sofferenza.
Dove sono da parte russa le figure professionali in materia di Esteri, in questi colloqui? Il fatto che non vi prendano parte è rimarchevole. Il Ministro degli Esteri Lavrov non partecipa.
Perché? Perché l'ipotesi di Trump e Witkoff è che il conflitto in Ucraina possa essere "risolto da un sistema in cui permanga l'opportunità di ricavarne vantaggi finanziari". Vale a dire: chi ha tratto benefici finanziari dalla guerra in Ucraina -gli stakeholder- deve continuare a goderne. In termini più cinici, "L'agenda per la crescita a sostegno della ricostruzione dell'Ucraina" è un'espressione in codice per dire che il Senato degli Stati Uniti e l'Unione Europea mantengono dinamiche finanziarie da sfruttare a proprio vantaggio.
In sostanza, si tratta della proiezione dell'esperienza immobiliare di Trump a New York in un conflitto reale, uno di quelli in cui di solito è il sangue la vera valuta che si investe. Questo approccio sottolinea il fatto che la degradazione dell'Occidente è arrivata fino a un nichilismo che considera i sacrifici compiuti da uomini e donne a sostegno del loro Paese come qualcosa da comprare, al pari di qualsiasi sciocchezza.
Prendiamo in considerazione chi c'è con Witkoff: da un lato ci sono Blackrock e il suo amministratore delegato Larry Fink, incaricati da Witkoff di raccogliere i fondi per la ricostruzione dell'Ucraina. Larry Fink collabora strettamente con Witkoff e i suoi anche per la ripartizione delle potenziali "opportunità di ricostruzione", pur non essendo direttamente coinvolto nei colloqui di Mosca con il presidente Putin.
Poi ci sono i Rothschild, che sono i principali consulenti del Ministero delle Finanze di Kiev e che sono responsabili della gestione dell'enorme debito obbligazionario ucraino, qualcosa come 216 miliardi di dollari e oltre. Questo significa che i Rothschild sono responsabili dei negoziati con i creditori obbligazionari e della gestione dei loro crediti nei confronti di Kiev. Ci sono anche creditori sovrani che hanno garantito prestiti all'Ucraina da parte di istituzioni finanziarie come il FMI e la Banca Mondiale. La sola Unione Europea ha fornito garanzie per oltre 193 miliardi di euro.
Questi sono i portatori di interesse considerati da Witkoff: i creditori dell'Ucraina, gli interessi di Blackrock e forse KKR. Essi trarranno vantaggio da un pacchetto sulla ricostruzione, nel caso si arrivi a un accordo politico tra gli Stati Uniti e Mosca. "A febbraio 2026, le obbligazioni sovrane ucraine in dollari sono scambiate a un prezzo compreso tra 60 e 76 centesimi di dollaro, cosa che riflette l'alta sensibilità del mercato verso potenziali propettive di pace. I prezzi hanno registrato un significativo rialzo rispetto ai minimi compresi tra 19 e 20 centesimi osservati tra la fine del 2024 e l'inizio del 2025, grazie all'intensificarsi degli sforzi diplomatici".
I Rothschild potrebbero avere o meno interesse diretto al pacchetto dei debiti ucraini, ma come "azienda" i rapporti con il presidente Putin sono stati forieri di amare eperienze per come sono andate le cose con la Yukos. Quest'ultima era la più grande impresa petrolifera e di gas nella Russia degli anni '90.
Nel 2003 Mikhail Khodorkovsky, allora a capo del gigante petrolifero russo Yukos, nominò Lord Jacob Rothschild "garante" o "protettore" della sua partecipazione di controllo nella società. Il trasferimento del controllo della Yukos (che sovrintendeva a gran parte delle risorse petrolifere e di gas della Russia) a Lord Rothschild venne attivato automaticamente nel 2003 dall'arresto di Khodorkovsky da parte delle autorità russe. L'intento era quello di mettere queste risorse fuori dalla portata del presidente Putin. Tuttavia, la Yukos venne successivamente nazionalizzata e spazzata via da imposizioni fiscali che hanno di fatto annullato il valore dei suoi beni.
Nel "bilancio" di Witkoff, dalla parte delle entrate c'è una nuova voce. L'Unione Europea e gli Stati Uniti stanno proponendo un fondo di ricostruzione post-accordo da ottocento miliardi di dollari per i danni di guerra in Ucraina. Tutti gli stakeholder noti hanno interesse a prendersi una fetta di questa torta: Zelensky ha bisogno di qualcosa da dre ai suoi, di stakeholder; e l'Unione Europea sta adeguando alla circostanza i suoi appaltatori della difesa per rivendicare la parte degli ottocento miliardi che spetterebbe loro.
Dalla parte russa c'è Kirill Dmitriev -capo del National Wealth Fund russo formatosi a Wall Street- che ha avviato iniziative per offrire opportunità di investimento agli Stati Uniti nel contesto della strategia degli stakeholder volta a ripristinare i legami economici e a favorire i negoziati. Queste opportunità prevedono progetti congiunti sui minerali delle terre rare e lo sviluppo dell'Artico.
A Mosca la mentalità mercantilista e affaristica di Trump è ben nota. Dal punto di vista di Mosca una Washington intressata a un dialogo con la Russia -dopo un lungo periodo di comunicazioni interrotte- grazie alla prospettiva di "accordi" del genere e al tempo di una presidenza tanto incostante quanto capricciosa, potrebbe valere la pena di un impegno con Witkoff e Kushner.
Il problema di questo approccio centrato sugli affari presenta un grave difetto: i "negoziati" con Witkoff e i suoi non stanno andando avanti. Anzi, le cose stanno andando nella direzione sbagliata, come ha sottolineato con franchezza il ministro degli Esteri Lavrov in due recenti interviste (la scorsa settimana con Rick Sanchez su Russia Today e martedì 10 febbraio con il canale televisivo russo NTV.
Il ministro degli Esteri Lavrov ha sottolineato che gli accordi raggiunti ad Anchorage sono in fase di stallo e anzi stanno subendo una battuta d'arresto "andando nella direzione sbagliata", ha avvertito Lavrov. Non solo le relazioni si stanno raffreddando, ma stanno aumentando le azioni asimmetriche e cresce il rischio di un'escalation, ha fatto notare lo stesso Lavrov.
Cosa sta succedendo?
In primo luogo, alla base dell'approccio con cui Trump porta avanti la sua "strategia commerciale" ci sono diversi parametri distinti, il più importante dei quali una cultura degli accordi che ha al centro il "sistema di vantaggi finanziari". Questo approccio ignora la realtà. La questione delle relazioni della Russia con l'Ucraina (e gli Stati Uniti) non ha alla base la teorica ripartizione di una torta da miliardi di dollari per la ricostruzione.
Il punto cruciale è piuttosto l'imperativo di raggiungere un accordo su dove debba essere fissato esattamente il confine della sfera di interesse della NATO. E, per estensione, su dove si estenda il confine tra la Russia e l'Asia centrale.
Ma le cose stanno andando nella direzione opposta: le interviste a Lavrov lasciano trasparire un marcato senso di frustrazione. Spinto in gran parte dalla crisi del dollaro e dal debito statunitense, Trump è sempre più concentrato su una politica di predominio. E questo concentrarsi sul predominio, pur imposto dal debito, è in netto contrasto con una multipolarità di poteri basata sul rispetto dei reciproci interessi in materia di sicurezza nazionale.
Questo porta al secondo punto: semplicemente, i conflitti e le guerre non sono tutti suscettibili di soluzione a mezzo compenso monetario. Ci sono di mezzo le vicende storiche e il sacrificio di vite umane. Solo una soluzione che comprenda innanzitutto ogni dimensione del contesto che ha portato al conflitto ha qualche possibilità di successo.
E sono proprio le cause profonde della disputa ad essere escluse dal quadro di Witkoff.
Insomma, l'inveterata cultura centrata sugli interessi bancari e finanziari europei e statunitensi apre la via al mantenimento dello status quo in Ucraina, perché esso è previsto come parte integrante di quello che storicamente costituisce un certo atteggiamento.
L'approccio di "tutelare l'interesse degli stakeholder" comporta quindi automaticamente la ricerca di una continuità per le strutture di potere e per le autorità esistenti a Kiev. Senza di esse il valore monetario delle obbligazioni ucraine, molte delle quali sono detenute da Paesi europei, scenderebbe a zero.
L'analista di mercato Alex Krainer ha affermato che "i Paesi europei -compreso il Regno Unito- si trovano in una posizione fiscale catastrofica, in parte perché hanno prestato (o garantito) all'Ucraina centinaia di miliardi che rischiano di diventare crediti inesigibili".
Mosca ha affermato chiaramente che per rendere possibile una stabile coesistenza tra Russia e Kiev è necessario che i vertici del potere politico in Ucraina cambino prospettiva culturale. Per Mosca, il mantenimento di una cultura all'insegna dell'ostilità radicale come quella della presidenza Zelensky equivarrebbe a condannare la Russia a un futuro di ripetuti conflitti, dato che l'Ucraina viene periodicamente riarmata e riorganizzata dai Paesi europei. Qualsiasi auspicato cambiamento nell'orientamento della leadership ucraina tuttavia metterebbe la parola fine al "sistema di compensi finanziari" accuratamente organizzato da Witkoff. Un esito del conflitto determinato dai fatti militari sul campo e che portasse Kiev a cambiare atteggiamento di fondo sarebbe anatema per i portatori di interesse e per i guadagni che hanno messo in programma. I portatori di interesse sono compatti nell'opporsi a questa prospettiva. Il piano Witkoff alimenta efficacemente la loro opposizione a qualsiasi cambiamento nello status quo.
Non sorprende quindi che il ministro degli Esteri Lavrov stia asserendo che i negoziati condotti da Witkoff stanno andando nella direzione opposta a quella auspicata. Non stanno andando avanti. Stanno portando lontano dagli imperativi russi in materia di sicurezza e aprono piuttosto la strada affinché la guerra contro la Russia continui.

24 dicembre 2025

Alastair Crooke - Per lo stato sionista Trump passa da risorsa a grattacapo



Traduzione da Strategic Culture, 22 dicembre 2025.

La nota commentatrice dello stato sionista Anna Barsky scrive su Ma'ariv (in ebraico): "Lasciamo che il piano [di Trump] per Gaza fallisca".
Nello stato sionista sta prendendo campo la volontà di temporeggiare: non replicare con un netto rifiuto... [ma piuttosto] confidare sul fatto che la realtà della regione seguirà il suo corso. [In ogni caso], il disaccordo [sul] piano di Trump per Gaza è concreto... lo stato sionista esige che le cose seguano un ordine preciso: prima il disarmo di Hamas, ovvero la sua effettiva rimozione dal potere, e solo dopo la ricostruzione, la presenza internazionale e il ritiro dei militari dello stato sionista.
Ed ecco il "problema": "L'ufficio del Primo Ministro è consapevole del fatto che Trump, a quanto pare, non intende accettare le precondizioni poste dallo stato sionista". "Ed ecco il nocciolo della questione... Hamas non intende disarmare, né abbandonare il territorio".
Quindi... "Gli Stati del Golfo, l'Egitto e anche settori significativi dello establishment statunitense propongono di procedere secondo un altro ordine: prima si mettono in moto la ricostruzione e la presenza internazionale, poi si introducono una forza di stabilizzazione e un governo tecnico, e poi, 'nel corso del processo', la questione di Hamas viene affrontata [solo] per gradi".
Stando così le cose, la leadership dello stato sionista è rimasta disillusa e frustrata.
Ma questa è solo la punta dell'iceberg. Il problema è più profondo, come sottolinea Alon Mizrahi:
I vertici dello stato sionista stanno notando che gli Stati arabi non hanno accettato di normalizzare i loro rapporti con lo stato sionista. I nazionalisti ebrei possono anche avere il loro uomo alla Casa Bianca, solo che quest'uomo sembra interessato solo a fare soldi con gli arabi. Nessuna annessione [della Cisgiordania]; nessun [cambio di regime] in Iran e ora l'offensiva pretesa di una "Fase 2" a Gaza in cui lo stato sionista dovrebbe non solo tollerare la presenza militare straniera, ma anche permettere la ricostruzione".
Il problema sono gli interessi strategici sempre meno coincidenti di Netanyahu e di Trump: essi sono in disaccordo non solo sul piano di Trump per Gaza, ma anche sulla Siria -dove l'inviato statunitense Tom Barrack sembra schierarsi su posizioni filoturche- e sul Libano, dove Washington sembra schierarsi con Beirut.
"Trump ha bisogno di portare a casa qualche risultato. Ha bisogno di firmare qualcosa". Lo stato sionista invece intenderebbe mantenere la libertà di azione militare di cui gode attualmente in Siria e Libano, solo che la cosa disturba e ostacola gli sforzi degli Stati Uniti di combinare accordi di grande risonanza tra lo stato sionista e le potenze regionali.
Trump vuole il premio Nobel: a giudicare dalle sue recenti dichiarazioni, ritiene che Netanyahu non stia "portando risultati". Una sensazione di disillusione che l'ufficio del Primo Ministro dello stato sionista contraccambia senz'altro.
Ben Caspit riferisce che l'incoerenza con cui Trump prende le proprie decisioni resta una delle principali fonti di frustrazione per Netanyahu:
"Il Presidente oggi può anche essere dalla tua parte, suggerisce un collaboratore... ma è facile che domani cambi idea senza battere ciglio. Con Trump, ogni giorno è una nuova battaglia, a seconda di chi ha parlato la sera prima o di quali interessi economici ci sono in gioco. È una lotta difficile e, soprattutto, senza fine...".
Un commentatore suggerisce che "lavorare con i qatarioti e i sauditi" secondo quanto si pensa nello stato sionista, "rappresenta per Trump la promessa affascinante di investimenti mastodontici, cosa che rafforza la sua immagine di uomo influente e di successo; ma rappresenta anche una cosa più importante ancora: l'aprirsi di entrature personali che potrebbero fargli guadagnare miliardi in affari immobiliari in tutto il Medio Oriente".
La virata di Trump verso un approccio transazionale che mette gli affari avanti a tutto è di fatto descritta nella recente Dichiarazione Strategica Nazionale degli Stati Uniti (NSS), che sposta l'attenzione degli Stati Uniti dalle preoccupazioni per la sicurezza dello stato sionista a "partnership, amicizia e investimenti". La visita di Bin Salman a Washington nel mese di novembre è stata un chiaro indice di questo cambiamento, segnato da incontri ad alto livello, da un forum sugli investimenti e da una lunga lista di accordi sull'espansione della cooperazione in questi settori.
La World Liberty Financial, lanciata nel 2024 dai figli di Trump Donald Jr. ed Eric insieme a soci come Zach e Alex Witkoff (figli dell'inviato di Trump Steve Witkoff), sottolinea come la famiglia Trump abbia nel Golfo delle priorità commerciali, dei progetti che stanno portando miliardi di dollari al patrimonio familiare.
Inoltre l'eccessiva parzialità di Trump nei confronti dello stato sionista, attestata da episodi come quello in cui ha ammesso a Mark Levine alla festa di Chanukkà alla Casa Bianca di essere effettivamente il primo presidente ebreo degli Stati Uniti ("È vero. È vero"), in pratica si è tradotta in un versare gratuitamente sale sulle ferite aperte della sua base elettorale. Questo comportamento ossequioso si è tradotto in un danno strategico per il sionismo, anche tra i conservatori statunitensi del Congresso: "Loro lo stato sionista lo odiano", ha detto Trump durante lo stesso incontro.
"A questo punto", sostiene Alon Mizrahi, "lo stato sionista e le legioni di suoi sostenitori nel sistema politico statunitense devono chiedersi se non hanno commesso un grave errore a puntare tutto su Trump". Hanno sostenuto Trump per motivi strategici, non solo per il suo impegno a difendere l'immagine dello stato sionista e a rendere efficaci le leggi contro l'antisemitismo.
Mizrahi spiega:
Gli obiettivi nel campo delle pubbliche relazioni, pur eleganti e potenzialmente importanti, non sono ciò che interessa davvero [alla destra escatologica sionista]: i suoi scopi fondamentali sono l'espansione del potere reale e il controllo sulle persone e sul territorio. Trump è stato scelto perché aiutasse in questo, perché lo stato sionista possa formalmente annettere parti della Siria, per mettere fine a Hezbollah in Libano, per annettere e ripulire etnicamente la Cisgiordania... per stroncare l'Iran e per frenare l'ascesa di qualsiasi potenza rivale in Medio Oriente, compresa quella dei paesi arabi del Golfo tanto accomodanti nei confronti del sionismo.
Essi sanno di avere poco tempo prima che il disgusto generalizzato per il sionismo che domina nel mondo, compresi gli Stati Uniti, porti alla ribalta nuovi leader, nuove regole e nuovi criteri. Quindi devono agire con urgenza. Ed è quello che stanno facendo: essi non sono interessati a limitare i danni, ma a prepararsi all'impatto. Non stanno giocando in difesa, stanno giocando in attacco.
Ben Caspit scrive che, mentre la seconda fase del piano di Trump per Gaza sarà probabilmente la questione più urgente al vertice di fine anno tra Netanyahu e Trump, è l'Iran a rappresentare la minaccia strategica maggiore per lo stato sionista. Ed è in questo contesto che il commentatore strategico dello stato sionista Shemuel Meir fa notare quello che nello stato sionista viene considerato un altro errore di Trump:
I siti di arricchimento dell'uranio iraniani sono stati davvero distrutti, il 13 giugno? E che fine hanno fatto i 440 kg di uranio arricchito al 60% che l'Iran possiede ancora?
Nell'attuale clima di grosso scetticismo sui risultati dell'attacco di Trump all'Iran, "questa settimana è emersa una novità di grossa rilevanza per il nucleare nel dibattito interno allo stato sionista, con più implicazioni di quanto sembri: Netanyahu ha annunciato inaspettatamente la nomina del suo segretario militare -il maggiore generale Roman Goffman- a nuovo capo del Mossad".
Goffman, che non ha alcuna esperienza nota nel campo dell'intelligence, è più noto per aver scritto alcuni anni fa sulla questione nucleare proponendo un cambiamento radicale nella dottrina di deterrenza strategica dello stato sionista.
In qualità di capo del Mossad, Goffman riferisce direttamente ed esclusivamente a Netanyahu. Nello stato sionista il Primo Ministro è anche il capo della Commissione per l'energia atomica. "Sembra che più che pensare fuori dagli schemi, Goffman pensi come pensa Netanyahu", scrive Meir.
Attraverso gli "accordi Nixon-Golda" avviati da Henry Kissinger cinquant'anni fa, allo stato sionista gli USA hanno concesso in via del tutto eccezionale l'esenzione dall'obbligo di aderire al Trattato di Non Proliferazione. Gli stessi Stati Uniti hanno comunque posto delle condizioni per questa posizione di privilegio tutta speciale: lo stato sionista non avrebbe dichiarato di possedere armi nucleari e non avrebbe condotto test nucleari. Ecco in cosa consiste la ambigua politica nucleare dello stato sionista.
Uno dei possibili motivi per cui Netanyahu sta contemplando l'idea di allontanarsi da questa linea ufficiale di ambiguità è dato da quello che Shemuel Meir chiama "effetto Trump":
Da un lato, c'è un presidente degli Stati Uniti che ha dato il via libera allo stato sionista per un attacco contro siti nucleari nonostante i servizi segreti degli USA avessero valutato che l'Iran non stava costruendo armi nucleari. Dall'altro lato, però, c'è un uomo instabile e imprevedibile.
Un presidente che ha dichiarato che tutti i siti nucleari erano stati distrutti non offre alcuna certezza sul fatto che accorderà a Netanyahu la possibilità di una seconda guerra preventiva; questo, in contrasto con l'affermazione di Netanyahu per cui lo stato sionista si riserverebbe libertà di azione ogni volta che venissero scoperti segnali (reali o meno) di una ripresa del programma nucleare iraniano.
Ebbene, il Mossad ha appena dichiarato che "l'Iran sta solo aspettando l'occasione per costruire una bomba nucleare. L'Iran vuole cancellare lo stato sionista dalla carta geografica. Troveremo i loro agenti. Ci penseremo noi. Giustizia sarà fatta", ha detto David Barnea, capo uscente del Mossad.
Il cambio di leadership al Mossad potrebbe segnalare intenzionalmente che la questione del nucleare iraniano sarà sul tavolo del vertice di fine anno.
Su questa vitale questione, Netanyahu potrebbe anche valutare se Trump, un tempo una risorsa, non sia ora diventato un grattacapo.
"Se rimane in carica e continua a perseguire con determinazione vantaggi finanziari approfittandosi di quest'aura filosionista ma senza offrire nulla di sostanziale allo stato sionista, non vedo proprio come potranno lasciarlo andare avanti", ipotizza Mizrahi. "Preferirebbero di gran lunga che scomparisse".
Tuttavia, anche il vicepresidente J.D. Vance è ora compromesso. "La delegittimazione sistematica degli ebrei" parte oggi anche dal vicepresidente degli Stati Uniti, scrive Anna Barsky su Ma'ariv: "'Esiste differenza tra antipatia per lo stato sionista e antisemitismo'; ecco cosa ha scritto sui social media il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance", ha scritto la Barsky.
Dal punto di vista dello stato sionista non c'è nulla di più inquietante di questa breve e quasi casuale considerazione. Non perché sia sorprendente, non perché sia palese, ma per ciò che simboleggia: l'adozione aperta, da parte di alti funzionari dell'amministrazione statunitense, di una narrativa ideologica che cerca di separare gli atteggiamenti verso lo stato sionista da quelli verso gli ebrei, e di legittimare una profonda ostilità verso lo Stato ebraico mantenendosi apparentemente irreprensibili sul piano morale.
Forse –parafrasando Anna Barsky– nello stato sionista si stanno adesso rendendo contro che la realtà del Medio Oriente sta cambiando.

07 agosto 2025

Alastair Crooke - Un altro attacco statunitense contro l'Iran sarebbe un inutile gesto teatrale

 


Traduzione da Strategic Culture, 4 agosto 2025.

Il presidente degli Stati Uniti, angustiato da una vicenda Epstein che non vuole saperne di passare in secondo piano e messo sotto pressione dai falchi a causa del sensibile collasso dell'Ucraina, sta sparando una raffica di minacce geopolitiche su tutti i fronti. Innanzitutto e soprattutto contro la Russia, ma in secondo luogo contro l'Iran.
"L'Iran è proprio malvagio. Le dichiarazioni degli iraniani sono intrise di malvagità. Sono stati colpiti. Non possiamo permettere loro di avere armi nucleari. Stanno ancora parlando di arricchimento dell'uranio. Chi è che parla così? È proprio stupido. Non lo permetteremo".
Una escalation di qualche genere con la Russia è chiaramente all'ordine del giorno, ma Trump ha minacciato anche di attaccare nuovamente i siti nucleari iraniani. Se lo facesse si tratterebbe di un gesto dimostrativo completamente scollegato dalla realtà delle cose sulla situazione in Iran.
Un altrio attacco, direbbero, significherebbe un'ulteriore regressione -o proprio la parola fine- per la capacità dell'Iran di mettere insieme un'arma nucleare.
E questa sarebbe una bugia.
Theodore Postol, professore emerito di scienza, tecnologia e sicurezza internazionale al MIT, viene considerato il massimo esperto statunitense in materia di armi nucleari e loro sistemi di lancio. Postol esprime alcune osservazioni tecniche controintuitive che questo articolo ha l'intenzione di tradurre in termini politici e che indicano con chiarezza come un ulteriore attacco ai tre siti nucleari colpiti dagli Stati Uniti il 22 giugno sarebbe inutile.
Sarebbe inutile per quanto riguarda l'obiettivo ostentato da Trump, ma un attacco potrebbe comunque esserci, sia pure solo come messinscena volta a facilitare altri e differenti obiettivi come il tentativo di rovesciare la Repubblica Islamica e favorire le ambizioni egemoniche dello stato sionista nella regione.
In parole povere la convincente argomentazione del professor Postol è che l'Iran non ha bisogno di ricostruire il suo precedente programma nucleare per costruire una bomba. Quell'epoca è finita. Sia gli Stati Uniti che lo stato sionista credono -e con ragione, afferma Postol- che la maggior parte delle scorte di uranio altamente arricchito dell'Iran siano sopravvissute all'attacco e siano disponibili.
"I tunnel di Esfahan sono profondi. Sono tanto profondi che gli Stati Uniti non hanno nemmeno provato a farli crollare con le bombe bunker buster. Supponendo che il materiale non sia stato spostato, ora si trova intatto nei tunnel. Dopo una settimana dall'attacco l'Iran aveva già sbloccato l'ingresso di un tunnel".
Insomma, l'attacco statunitense non ha ritardato di anni il programma iraniano. È altamente probabile che la maggior parte dell'uranio altamente arricchito iraniano sia sopravvissuto agli attacchi, pensa Postol.
L'AIEA afferma che al momento dell'attacco l'Iran possedeva 408 kg di uranio arricchito al 60%. Probabilmente gli iraniani lo hanno spostato prima dell'attacco di Trump; secondo Postol lo si sarebbe potuto portare facilmente altrove usando il cassone di un pick up ("o anche un carro trainato da un asino!"). Ma il punto è che nessuno sa dove si trovi quell'uranio arricchito. E quasi certamente è disponibile.
L'argomento essenziale del professor Postol -che evita di accennare a implicazioni politiche- è il paradosso per cui più l'uranio è arricchito, più facile diventa arricchirlo ulteriormente. Di conseguenza l'Iran potrebbe accontentarsi di un impianto di centrifugazione molto più piccolo. Esattamente: molto, molto più piccolo degli impianti su scala industriale di Fordow o di Natanz, progettati per ospitare rispettivamente migliaia e decine di migliaia di centrifughe.
Postol ha elaborato lo schema tecnico di una cascata di 174 centrifughe con cui l'Iran potrebbe arrivare in solo quattro o cinque settimane ad avere l'uranio arricchito -sotto forma di gas esafluoruro- sufficiente a realizzare un ordigno. Nel 2023 l'AIEA aveva trovato particelle di uranio arricchito all'83,7%: un livello militare. Probabilmente si è trattato di un esperimento con cui gli iraniani avrebbero dimostrato a se stessi che erano in grado di farlo quando e come volevano, suggerisce il professor Postol.
Lo schema della cascata di centrifughe di Postol aveva lo scopo di sottolineare il fatto che avendo a disposizione dell'uranio arricchito al 60% occorrono pochi o punti sforzi per proseguire l'arricchimento fino all'83,7%. Eccola qui, la storia dell'arricchimento in segreto.
La cosa che potrebbe risultare ancora più scioccante ad occhi inesperti è che Postol ha ulteriormente dimostrato che una cascata di 174 centrifughe potrebbe essere installata in uno spazio di soli sessanta metri quadrati -la superficie di un modesto appartamento cittadino- e consumerebbe solo poche decine di kilowatt.
Insomma, qualche impianto di arricchimento di dimensioni del genere si potrebbe nascondere ovunque in un paese vasto come l'Iran; aghi in un pagliaio. Anche la conversione dell'uranio in uranio metallico 235 comporterebbe il ricorso a impianti di piccole dimensioni; la si potrebbe eseguire in una struttura di centoventi, massimo centocinquanta metri quadrati.
Sempre a proposito di alcuni dei luoghi comuni che circondano la realtà iraniana, la costruzione di una bomba atomica sferica richiede non più di quattordici chilogrammi di uranio metallico 235 circondato da un riflettore. "Non si tratta di alta tecnologia, è roba da capanno degli attrezzi". Basta assemblare i pezzi e non servono test. Postol afferma che "Little Boy è stato sganciato su Hiroshima senza molti test; è sbagliato pensare che servano test". Ecco sfatato l'altro luogo comune per cui "sapremmo se l'Iran fosse arrivato ad avere capacità nucleari militari perché potremmo rilevare sismicamente il test di una qualsiasi arma".
Una piccola bomba atomica di questo tipo peserebbe solo centocinquanta chili. Le testate di alcuni missili iraniani lanciati contro lo stato sionista durante la guerra dei dodici giorni, sia detto per confronto, ne pesavano tra i quattrocentosessanta e i cinquecento.
Ted Postol è attento a non azzardare valutazioni sulle implicazioni politiche. Eppure sono assolutamente chiare: non ha senso un altro bombardamento su Fordow, Natanz e Isfahan. La stalla è aperta e i buoi sono scappati.
Il professor Postol, come massimo esperto tecnico in materia nucleare, fornisce informazioni al Pentagono e al Congresso. Conosce il direttore dell'intelligence nazionale Tulsi Gabbard, e secondo quanto riferito l'ha messa al corrente della situazione prima dell'attacco di Trump contro Fordow il 22 giugno sostenendo che gli Stati Uniti probabilmente non sarebbero stati in grado di distruggere la sala delle centrifughe, che a Fordow è molto profonda. Altri funzionari del Pentagono, pare, non sarebbero stati della stessa opinione.
Sappiamo che gli Stati Uniti non hanno nemmeno provato a far crollare i tunnel sotto Isfahan con le bombe bunker buster e che si sono accontentati di cercare di bloccare i vari ingressi dei tunnel verso il sito di Isfahan ricorrendo ad armi convenzionali, come i vecchi missili Tomahawk lanciati da sottomarini.
Ripetere l'esercitazione del 22 giugno sarebbe un mero gesto teatrale completamente privo di obiettivi concreti e realistici. Allora perché mai Trump ci starebbe ancora pensando? Durante la sua recente visita in Scozia, ha dichiarato ai giornalisti che l'Iran sta inviando "segnali negativi" e che qualsiasi tentativo di riavviare il suo programma nucleare verrebbe immediatamente represso:
"Abbiamo spazzato via il loro potenziale nucleare. Possono ricominciare. Se lo faranno, lo spazzeremo via più velocemente di quanto vi ci voglia per muovere un dito".
Ci sono diverse possibilità: Trump potrebbe sperare che un ulteriore attacco possa finalmente –secondo lui e altri– provocare la caduta del governo iraniano. Potrebbe anche provare l'istinto di rifuggire da un'escalation contro la Russia, per il pericolo di arrivare a un punto in cui il conflitto potrebbe diventare incontrollabile. E alla fine potrebbe concludere che sarebbe più facile presentare un attacco all'Iran come una dimostrazione della "forza" degli Stati Uniti da presentare poi con un'ulteriore dichiarazione del tipo "colpito e affondato", indipendentemente dai risultati concreti.
Infine, potrebbe pensare di attaccare nella convinzione che lo stato sionista voglia questo attacco, e che anzi ne abbia un disperato bisogno.
La motivazione più probabile potrebbe essere proprio questa. Solo che nell'attuale epoca della geostrategia gli impressionanti miglioramenti nell'accuratezza degli armamenti balistici e ipersonici russi e iraniani -che possono distruggere con precisione un obiettivo con danni collaterali trascurabili e che l'Occidente non è praticamente in grado di intercettare- hanno cambiato le regole del gioco.
E hanno fatto cambiare anche tutto il calcolo geostrategico, specialmente per lo stato sionista. Un ulteriore attacco all'Iran, lungi dal rivelarsi vantaggioso, potrebbe scatenare contro lo stato sionista una risposta devastante a mezzo missili.
Del resto tutte le narrazioni di Trump sono un po' un teatrino. Un teatrino in cui si ostenta sostegno allo stato sionista mentre il vero obiettivo è quello di far crollare e di balcanizzare l'Iran e di indebolire la Russia.
Postol riferisce che un colonnello dell'esercito sionista avrebbe detto a Netanyahu che attaccando l'Iran "probabilmente ce la prenderemmo con uno Stato dotato di armi nucleari". È probabile che Tulsi Gabbard abbia detto lo stesso a Trump.
Il professor Postol è d'accordo. L'Iran deve essere considerato una potenza nucleare non dichiarata, anche se la sua situazione effettiva viene accuratamente celata.

10 luglio 2025

Alastair Crooke - Iran. Trump voleva una guerra perfetta e una vittoria sensazionale: il suo è il "Paese delle performance"...



Traduzione da Strategic Culture, 8 luglio 2025.

"A seconda di chi risponde alla domanda, il bombardamento statunitense degli impianti nucleari iraniani a Fordow, Natanz e Isfahan è stato un successo clamoroso che ha gravemente compromesso il programma nucleare di Tehran oppure un vistoso fuoco di paglia i cui risultati sono stati inferiori alle aspettative... Nel quadro generale, tutto questo non è altro che una recita".
Michael Wolff ha scritto quattro libri su Trump; a suo parere la questione principale, seconda solo a cosa succederà in Iran e a come gli iraniani potrebbero reagire, è data da come reagiranno quelli del MAGA.
E penso che [Trump] sia sinceramente preoccupato, [sottolinea Wolff]. Credo proprio che dovrebbe esserlo. Ci sono due temi essenziali agli occhi di questa coalizione: l'immigrazione e la guerra. Tutto il resto non è intoccabile e può essere oggetto di compromesso. Ma non è certo che su questi due temi siano possibili compromessi.
Il segnale lanciato da Hegseth ("non siamo in guerra con il popolo iraniano, ma solo con il suo programma nucleare") riflette chiaramente un messaggio che di fronte alla reazione dei MAGA ha perso ardimento: "Non fateci caso. Non stiamo davvero facendo la guerra"; ecco cosa stava cercando di dire Hegseth.
Quindi cosa succederà? Ci sono fondamentalmente quattro possibilità: la prima è che gli iraniani dicano "Va bene, ci arrendiamo", ma questo non succederà. La seconda è quella di una guerra prolungata tra Iran e stato sionista, con lo stato sionista che continuerà a subire attacchi mai subiti prima d'ora. La terza è il tentativo di rovesciare la Repubblica Islamica, anche se una cosa del genere non è mai successa in seguito ai soli attacchi aerei. Storicamente, iniziative del genere per mano degli statunitensi si sono sempre svolte in un contesto fatto di massacri, periodi di instabilità lunghi molti anni, terrorismo e caos.
Infine, c'è chi avverte che sarebbe in ballo un Armageddon nucleare con l'obiettivo di distruggere l'Iran. Ma sarebbe un caso di autolesionismo, poiché con esso arriverebbe probabilmente anche l'Armageddon di Trump alle elezioni di metà mandato.
“Mi spiego meglio”, dice Wolff:
Ho fatto molte telefonate, quindi credo di avere un'idea del percorso che ha portato Trump al punto in cui siamo [quello degli attacchi all'Iran]. Le telefonate sono uno dei principali metodi con cui cerco di capire cosa sta pensando (uso il termine "pensare" in senso lato).
Parlo con persone con cui Trump ha parlato al telefono. Voglio dire, l'organizzazione cognitiva di Trump è completamente esterna, e si manifesta in una serie continua di telefonate. Ed è piuttosto facile da seguire, perché Trump dice la stessa cosa a tutti. Quindi è un continuo ripetersi...
In sostanza, quando lo stato sionista ha attaccato l'Iran, lui si è eccitato molto e le sue telefonate erano tutte ripetizioni di un unico refrain: "Vinceranno? È una mossa vincente? È finita? Sono così bravi! È davvero uno spettacolo".
Quindi, ancora una volta, siamo nel mondo dello spettacolo. Questo è un palcoscenico e il giorno prima che attaccassimo l'Iran le sue telefonate ripetevano costantemente: Se lo facciamo, deve essere perfetto. Deve essere una vittoria. Deve sembrare perfetto. Nessuno deve morire.
Trump continua a dire ai suoi interlocutori: "Arrivamo, giù bombe e via! Una gran giornata. Una grande giornata, vogliamo. Vogliamo (eccoci, dice Wolff) una guerra perfetta". Poi, all'improvviso, Trump ha annunciato un cessate il fuoco che secondo Wolff "ha segnato la fine della guerra perfetta di Trump".
E così, all'improvviso, con lo stato sionista e l'Iran che sono sembrati proprio collaborare a mettere in scena questo perfetto film di guerra, "Trump si infastidisce, perché proprio perfetto non è".
Wolff continua:
Trump, a quel punto, era già entrato nel ruolo di uno che dice che "questa è la sua guerra". La sua guerra perfetta. Un drammone televisivo della più bell'acqua, una guerra che è servita per tirare fuori un titolo. E il titolo è ABBIAMO VINTO. Ora comando io e tutti faranno quello che gli dico io. Quello che abbiamo visto in seguito è stato il manifestarsi della sua frustrazione per come è andato a finire il drammone con il titolo eccezionale: nessuno sta facendo quello che lui dice.
Quali sono gli sviluppi di più ampia portata di questo episodietto? Beh, Wolff per esempio ritiene improbabile che Trump venga risucchiato in una guerra lunga e complicata. Perché? "Perché Trump, semplicemente, non ha la capacità di attenzione necessaria. È così. Ha già chiuso: arriva, giù bombe e via".
Nelle considerazioni di Wolff si trova un punto fondamentale da afferrare, per coglierne il più ampio significato strategico: Trump è avido di attenzione. Pensa in termini di titoli da generare, ogni giorno, ma non necessariamente alle politiche che derivano da quei titoli. Cerca il dominio quotidiano dei titoli e per questo vuole definirli attraverso un atteggiamento retorico, modellando la "realtà" per darne una sua "interpretazione" spettacolare in linea col suo stile.
I titoli diventano quindi, per così dire, la materia dell'iniziativa politica. Poi possono svilupparsi in politiche vere e proprie, oppure no.
Al contrario di quello che pensa Wolff, per Trump non sarà facile cavarsela togliendo semplicemente l'Iran da sotto i riflettori, nonostante egli sia capace di prove magistrali quando si tratta di trovare nuovi terreni di contesa. Fondamentalmente Trump si è impegnato a rispettare i sottolitoli per cui "L'Iran non avrà mai la bomba". Si noti che Trump non ha definito la questione in termini politici e si è anzi lasciato margini di manovra per una possibile rivendicazione di vittoria in un secondo momento.
Tuttavia c'è un altro punto fondamentale: l'attacco dello stato sionista all'Iran del 13 giugno avrebbe dovuto far crollare la Repubblica Islamica dell'Iran come un castello di carte. Questo si aspettava lo stato sionista, e chiaramente questo era quello che si aspettava anche Trump: "[Le telefonate di Trump alla vigilia dell'attacco a sorpresa dello stato sionista] erano tutte ripetizioni di un unico refrain: "Vinceranno? È una mossa vincente? È finita? Sono così bravi! È davvero uno spettacolo". Insomma, Trump aveva messo in conto il possibile crollo dello Stato iraniano.
Beh... no. Nessuna fine dei giochi. Nello stato sionista si staranno anche abbracciando gli uni con gli altri emozionati per la pièce teatrale del Mossad del 13 giugno, per la "professionalità" delle decapitazioni guidate dal Mossad, per gli omicidi di scienziati, per gli attacchi informatici e per i sabotaggi. Il Mossad è acclamato da molti nello stato sionista, ma si è trattato solo di successi tattici.
L'obiettivo strategico, il fine ultimo, è stato un fallimento: il castello di carte non solo non è crollato, ma ha reagito vigorosamente. Invece di indebolire la Repubblica Islamica dell'Iran, l'attacco è riuscito ad incendiare il sentimento nazionale sciita e iraniano. Ha ridato vigore a un fervore e a una passione nazionale che erano in gran parte sopiti. L'Iran in futuro sarà più risoluto.
Quindi, se l'attacco dello stato sionista del 13 giugno non ha avuto successo, perché mai le cose dovrebbero andare meglio in un secondo tentativo che troverebbe l'Iran prontissimo a reagire? Contro l'Iran Netanyahu potrebbe preferire una lunga guerra di logoramento che contribuisca alla "grande vittoria in cui spera. Ma Netanyahu adesso non può lasciarsi andare a illusioni del genere (né lo stato sionista può sopravvivere a una guerra di logoramento) senza un aiuto sostanziale da parte degli Stati Uniti (che potrebbe anche non arrivare).
Tuttavia, l'atteggiamento vistosamente ansioso (descritto anche dagli interlocutori di Wolff) di Trump nei confronti degli esiti più o meno rapidamente vittoriosi dell'attacco a sopresa sferrato dallo stato sionista è un indice del suo temperamento: "È una mossa vincente? È finita? Deve essere una vittoria: deve sembrare perfetta! Arrivamo, giù bombe e via!".
Questo modo di fare petulante rivolto al suo entourage denota più una mancanza di fiducia in se stesso che la volontà –o la capacità di concentrazione– necessarie a un lungo scontro privo di un ben definito momento in cui si possa dichiarare la fine dei giochi.
Inoltre, Trump sarà preoccupato -e con buoni motivi- degli effetti di una lunga guerra sulla sua base MAGA, così come sui suoi giovani elettori (che stanno già cominciando ad allontanarsi da lui, come suggeriscono i sondaggi centrati su di essi). La maggioranza di Trump in entrambe le Camere è incredibilmente precaria. Trecento milioni di dollari potrebbero ribaltare la situazione, in un senso o nell'altro.
Occorre ricordare anche un secondo dato di fondamentale importanza. Lo stato sionista è stato attaccato in un modo mai visto prima. A tutt'oggi lo stato sionista nasconde l'estensione dei danni inflittigli dai missili iraniani ma anche i suoi esperti in materia di sicurezza, man mano che prendono atto dell'entità dei danni causati al Paese, stanno arrivando all'amara conclusione che distruggere il “programma” iraniano con mezzi militari potrebbe essere impossibile. Sempre che si riesca a farlo, sarà solo tramite accordi diplomatici di qualche tipo.
Anche il rovesciamento della Repubblica Islamica si è rivelato una chimera. L'Iran non è mai stato così unito e risoluto come lo è oggi. Persino la minaccia di uccidere la Guida Suprema ha avuto l'effetto diametralmente opposto. Quattro autorità religiose sciite (Marja'iyya) -tra cui il celebre Grande Ayatollah Sistani in Iraq- hanno emesso sentenze per cui qualsiasi attacco alla Guida Suprema renderebbe valida una fatwa di jihad che obbligherebbe tutta la Ummah (comunità dei credenti) a unirsi alla guerra religiosa contro l'AmeriKKKa e contro lo stato sionista.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sembrano lontani dal raggiungere un accordo. La AIEA si è resa protagonista del problema, invece di contribuire in qualche modo alla soluzione. L'attenzione di Trump per la questione di un cessate il fuoco in Ucraina sembra si stia affievolendo, e anche per l'Iran alla fine il risultato potrebbe essere lo stesso: quello di lunghi negoziati che non portano a nulla, mentre l'Iran riprende silenziosamente il suo programma di arricchimento. E presumibilmente lo stato sionista scaglierà altri attacchi contro l'Iran, provocandone l'inevitabile risposta e una escalation.

08 maggio 2025

Alastair Crooke - Donald Trump, il campione degli accordi che non conclude accordi



Traduzione da Strategic Culture, 5 maggio 2025.

La versione corrente, sia in Ucraina che in Iran, è che il presidente Trump vuole arrivare a un accordo. In tutti e due i casi la cosa è fattibile, ma sembra che Trump sia comunque riuscito a mettersi con le spalle al muro. Trump tiene a presentare la sua amministrazione come un qualcosa di più spiccio, di più cattivo e di molto meno incline ai sentimentalismi. Essa aspira ad affermarsi, a quanto sembra, anche come qualcosa di più centralizzato, coercitivo e radicale.
In politica interna definire l'ethos trumpiano in questi termini può anche essere fondato. In politica estera tuttavia Trump tergiversa. Il motivo non è chiaro, ma è una cosa che offusca le sue prospettive nei tre settori fondamentali per le sue aspirazioni di "pacificatore": l'Ucraina, l'Iran e Gaza.
Certamente Trump deve la sostanza del suo mandato al dilagante malcontento economico e sociale piuttosto che alla sua pretesa di essere un pacificatore; tuttavia gli obiettivi chiave della politica estera rimangono importanti per mantenere un buon livello di consenso e di inziativa.
Si potrebbe rispondere che nei negoziati internazionali un presidente ha bisogno di circondarsi di personalità determinate ed esperte in grado di sostenerlo. E Trump di queste personalità non ne dispone.
Prima mandare il suo inviato Witkoff a parlare con il presidente Putin, pare che il generale Kellogg abbia presentato a Trump una proposta di armistizio in stile Versailles, basata sull'idea che la Russia fosse alle corde: il piano era formulato in termini che sarebbero stati più appropriati a una capitolazione. La proposta di Kellogg sottintendeva anche l'idea che Trump avrebbe fatto a Putin un "grande favore", a toglierlo dal pantano ucraino in cui era andato a cacciarsi. Ed è proprio questa la linea che Trump ha adottato a gennaio. Dopo aver affermato che la Russia aveva perso in guerra un milione di uomini, Trump aveva aggiunto che "con il suo rifiutare ogni accordo, Putin sta distruggendo la Russia". Disse anche che l'economia russa era "alla rovina" e, cosa ancora più significativa, che avrebbe preso in considerazione l'ipotesi di imporre sanzioni o dazi alla Russia. In un successivo post su Truth Social, Trump ha scritto: "Farò alla Russia, la cui economia sta crollando, e al presidente Putin, un FAVORE davvero grosso".
Debitamente imbeccato dai suoi, il presidente potrebbe aver pensato di offrire a Putin un cessate il fuoco unilaterale e, in men che non si dica, di arrivare rapidamente ad un accordo che avrebbe ascritto a proprio merito. Tutte le premesse su cui si basava il piano Kellogg -il fatto che la Russia soffrisse per le sanzioni e che la guerra ormai in stallo fosse costata enormi perdite- erano false. Nessuno nell'entourage di Trump ha quindi svolto le dovute verifiche sulla strategia di Kellogg? Sembra che -per pigrizia- abbiano preso come modello la guerra di Corea, senza stare neanche a chiedersi se si trattasse di un paragone appropriato o meno.
Nel caso della guerra di Corea il cessate il fuoco lungo la linea del fronte precedette le considerazioni politiche, che arrivarono solo in un secondo momento. E che a tutt'oggi permangono irrisolte.
Con questo insistere anzitempo per un cessate il fuoco immediato durante i colloqui con i funzionari russi a Riyadh, Trump li ha invitati a rifiutare. Soprattutto perché gli uomini di Trump non avevano un piano concreto su come attuare un cessate il fuoco, e si sono limitati a dare per scontato che tutti i dettagli potessero essere affrontati a posteriori. Insomma, la questione è stata presentata a Trump come una facile vittoria.
Cosa che non era.
Il risultato era ovvio: il cessate il fuoco è stato rifiutato. Se al lavoro ci fosse stata gente davvero competente non si sarebbe arrivati a tanto. Nessuno dei funzionari di Trump ha sentito cosa aveva detto Putin il 14 giugno dell'anno scorso, quando aveva esposto con molta chiarezza al Ministero per gli Affari Esteri la posizione russa su un cessate il fuoco, posizione da allora regolarmente ribadita? A quanto pare no.
Eppure, quando l'inviato di Trump Witkoff è tornato dal lungo incontro con il presidente Putin per riferire sulla spiegazione dettagliata fornitagli di persona da quest'ultimo sul perché un qualsiasi cessate il fuoco avrebbe dovuto essere preceduto da un inquadramento politico -a differenza di quanto accaduto in Corea- il generale Kellogg gli avrebbe seccamente ribadito che "gli ucraini non accetteranno mai".
Fine della discussione, a quanto pare. Nulla di fatto.
La situazione è rimasta la stessa, nonostante diversi altri voli diretti a Mosca. A Mosca si attendono conferme sul fatto che Trump è in grado di consolidare la sua posizione e di prendere la situazione in pugno. Fino a quel momento, Mosca è pronta ad agevolare un "ravvicinamento delle posizioni", ma non approverà un cessate il fuoco unilaterale. E nemmeno Zelensky.
A rimanere incomprensibile è come mai Trump non interrompa i flussi di armi e di intelligence statunitensi verso Kiev e non dica agli europei di togliersi dai piedi. Kiev dispone forse di una qualche forma di potere di veto? Gli uomini di Trump non hanno capito che gli europei sperano semplicemente di ostacolare l'obiettivo di Trump, che è quello di normalizzare le relazioni con la Russia? Sarà il caso che comincino a capirlo.
Sembra che il "dibattito" -se così si può chiamarlo- all'interno dell'amministrazione Trump abbia in gran parte escluso i dati reali. Si è svolto ad un livello normativo elevato, dove certi fatti e certe verità sono semplicemente dati per scontati.
Forse ha pesato molto una dinamica analoga al fenomeno dei costi irrecuperabili: più si continua con una linea di condotta -non importa quanto stupida- meno si è disposti a cambiarla. Cambiarla sarebbe interpretato come riconoscere l'errore, e riconoscere l'errore è il primo passo verso la perdita del potere.
E c'è un parallelo nei colloqui con l'Iran.
Trump ha in mente di arrivare a un accordo negoziato con l'Iran che raggiungerebbe il suo obiettivo di un Iran senza armi nucleari. Obiettivo che sarebbe esso stesso tautologico, dato che la comunità dei servizi statunitensi ha già stabilito che l'Iran non possiede armi nucleari.
Come si fa a fermare una cosa che non esiste? Beh, l'intenzione è un concetto estremamente difficile da definire. Quindi, l'entourage di Trump riparte dall'inizio, dal punto fermo originario stabilito dalla Rand Organisation per cui non esiste alcuna differenza qualitativa tra l'arricchimento dell'uranio a fini pacifici e quello a fini militari. Quindi, non dovrebbe essere consentito alcun arricchimento.
Solo che l'Iran l'uranio lo arricchisce, grazie alla concessione di Obama nell'ambito del JCPOA, che lo ha permesso sia pure con alcune limitazioni.
Circolano molte idee su come quadrare il cerchio, ovvero il rifiuto dell'Iran di rinunciare all'arricchimento e l'impossibilità di Trump di usare le parole come armi. Nessuna di queste idee è nuova: importare in Iran materie prime arricchite; esportare l'uranio altamente arricchito dall'Iran in Russia (cosa già fatta nell'ambito del JCPOA) e chiedere alla Russia di costruire l'impianto nucleare iraniano per alimentare l'industria locale. Il problema è che la Russia lo sta già facendo. Un impianto è già in funzione e un altro è in costruzione.
Anche lo stato sionista naturalmente ha avanzato le sue proposte: eliminare alla radice tutte le infrastrutture di arricchimento e le capacità missilistiche dell'Iran.
Solo che l'Iran non accetterà mai.
Quindi, la scelta è tra un sistema di ispezioni e sorveglianza tecnica, implementato in un accordo simile al JCPOA -che non farà la felicità né dello stato sionista né la leadership istituzionale ad esso vicina- o un'azione militare.
Il che ci riporta all'entourage di Trump e ai disaccordi all'interno del Pentagono.
Pete Hegseth ha fatto avere all'Iran questo messaggio, pubblicato su un suo account sui social:
Vediamo il vostro sostegno LETALE agli Houthi. Sappiamo esattamente cosa state facendo. Sapete molto bene di cosa è capace l'esercito statunitense e siete stati avvertiti. Ne pagherete le CONSEGUENZE nel momento e nel luogo da noi scelti.
Chiaramente, Hegseth è un frustrato. Come ha osservato Larry Johnson:
Gli uomini di Trump si sono mossi sulla base di [un'altra] falsa supposizione, ovvero che i collaboratori di Biden non abbiano compiuto seri sforzi per distruggere l'arsenale di missili e di droni degli Houthi. I sostenitori di Trump credevano di poter bombardare gli Houthi fino a sottometterli. Invece, gli Stati Uniti stanno dimostrando a tutti i paesi della regione i limiti della loro potenza navale e aerea... Nonostante più di seicento sortite di bombardamento, gli Houthi continuano a lanciare missili e droni contro le navi statunitensi nel Mar Rosso e contro obiettivi all'interno dello stato sionista.
Pare che gli uomini di Trump si siano prima cacciati in un conflitto con lo Yemen e poi in un negoziato complicati con l'Iran, ancora una volta senza aver controllato di essere tutti d'accordo sullo Yemen. Si tratta davvero di un ragionamento di gruppo?
In una situazione di incertezza come quella attuale, la solidarietà viene vista come un fine in sé e nessuno vuole essere accusato di "indebolire l'Occidente" o di "rafforzare l'Iran". Se devi sbagliare, meglio sbagliare in compagnia del maggior numero possibile di persone.
Lo stato sionista lascerà correre? Sta lavorando alacremente con il generale Kurilla (il generale statunitense al comando del CENTCOM) nel bunker sotto il Dipartimento della Difesa, preparando piani per un attacco congiunto contro l'Iran. Lo stato sionista sembra molto impegnato in questa occupazione.
Tuttavia, l'ostacolo fondamentale al raggiungimento di un accordo con l'Iran è ancora più cruciale, in quanto -così come è attualmente concepito- l'approccio degli Stati Uniti ai negoziati viola tutte le regole su come avviare un trattato di limitazione degli armamenti.
Da un lato c'è lo stato sionista, che ha armi nucleari e la capacità per lanciarle con sottomarini, aerei e missili. Lo stato sionista il ricorso alle armi nucleari lo ha anche minacciato, sia recentemente a Gaza sia durante la prima guerra in Iraq, in risposta ai missili Scud di Saddam Hussein.
A mancare, qui, è un minimo di principio di reciprocità. Si dice che l'Iran minaccia lo stato sionista, quando è lo stato sionista a minacciare regolarmente l'Iran. E lo stato sionista ovviamente vuole che l'Iran sia neutralizzato e disarmato, mentre insiste per non dover rendere conto di niente: niente trattato di non proliferazione, niente ispezioni dell'AIEA, nessuna ammissione.
I trattati di limitazione agli armamenti avviati da JF Kennedy e da Krusciov derivavano dal successo dei negoziati con cui gli Stati Uniti ritirarono i propri missili dalla Turchia prima che la Russia ritirasse i propri da Cuba.
Deve essere chiaro a Trump e Witkoff che proposte sbilanciate come quella che rivolgono all'Iran non hanno alcuna relazione con le realtà geopolitiche e sono quindi prima o poi destinate al fallimento. La squadra di Trump si sta mettendo con le spalle al muro da sola, costringendosi ad un'azione militare contro l'Iran di cui poi dovrà assumersi la responsabilità.
Trump questo non lo vuole, l'Iran non lo vuole. Quindi, si è approfondita la questione? L'esperienza dello Yemen è stata presa in considerazione nella sua interezza? Quelli di Trump hanno pensato a qualche via d'uscita? Un modo innovativo per uscire da questo dilemma e di ripristinare almeno in parte una parvenza di trattato di limitazione degli armamenti come lo si intende in modo classico potrebbe essere l'avanzare l'idea, da pare di Trump, che è giunto il momento che lo stato sionista aderisca al trattato di non proliferazione e che sottoponga le sue armi all'ispezione dell'AIEA.
Trump lo farà? No.
Il motivo è ovvio.
La trasformazione degli USA voluta da Trump passa dal ricostruire gli USA innanzitutto.

29 gennaio 2025

Alastair Crooke - Cosa intende fare Trump, vuole arrivare ai ferri corti con la Russia oppure no?



Traduazione da Strategic Culture, 28 gennaio 2025.

La retorica di Trump sulla Russia che avrebbe perso un milione di uomini nel conflitto ucraino non è soltanto assurda (il numero reale non raggiunge nemmeno i centomila): il fatto che abbia tirato fuori roba del genere evidenzia come la consueta giustificazione per cui Trump sarebbe solo malaccortamente disinformato sembri sempre meno plausibile.
Dopo aver parlato di un milione di morti russi, Trump asserisce che Putin sta distruggendo la Russia perché non si risolve ad accordarsi. Aggiungendo (apparentemente a margine) che Putin potrebbe aver già deciso di "non arrivare ad un accordo".
Trump poi nota, in un modo che denoterebbe una curiosa mancanza di interesse, che i negoziati dipendono interamente dal fatto che Putin ne sia interessato o meno. Scrive anche che l'economia russa è alla rovina e, soprattutto, afferma che prenderebbe in considerazione sanzioni o dazi doganali contro la Russia se Putin non accettasse di trattare. In un successivo post su Truth Social, Trump scrive: "Farò alla Russia, la cui economia sta crollando, e al presidente Putin, un FAVORE davvero grosso".
Si tratta, siamo chiari, di una narrazione di tutt'altro ordine. Non sono più le parole del suo inviato Kellogg o di un altro membro della sua amministrazione; sono le parole di Trump stesso, in qualità di Presidente. Trump risponde alla domanda di un giornalista: "Sanzionerebbe la Russia" se Putin non venisse al tavolo dei negoziati? E la risposta è "Sembra probabile".
Potremmo chiederci quale sia la strategia di Trump. Sembra piuttosto che sia lui, a prepararsi all'eventualità che i negoziati vadano male. Del fatto che Putin ha ripetutamente dichiarato di essere interessato e disponibile a trattare deve essere a conoscenza per forza. Su questo non ci sono dubbi.
Tuttavia Trump smentisce i toni con cui ci si rivolge ai perdenti tornando a quanto pare sul discorso: "Voglio dire... è un meccanismo grande, quindi alla fine le cose si sistemeranno...".
Qui sembra dire che il "grande meccanismo" russo alla fine vincerà. La Russia sarà un vincitore, e non un perdente.
Forse Trump sta pensando semplicemente di lasciare che le dinamiche della prova di forza in atto sul piano militare arrivino al loro esito. Se il suo pensiero è questo non può esplicitarlo con chiarezza, perché le élite europee sprofonderebbero ancora di più in una spirale patologica.
Se poi Trump fosse seriamente intenzionato ad arrivare a negoziati costruttivi con Putin, non è certo un bell'esordio quello di mostrarsi profondamente irrispettoso nei confronti del popolo russo dando a intendere che i russi e il Presidente Putin altro non sarebbero che dei "perdenti" che hanno un disperato bisogno di trattare; la verità è che è stato Trump, in precedenza, a parlare di arrivare ad un accordo entro ventiquattro ore. La sua mancanza di rispetto non sarà apprezzata: non solo da Putin, ma anche dalla maggior parte dei russi.
Trattare i russi da perdenti non otterrà altro scopo che quello di irrigidire l'atteggiamento di quanti in Russia si oppongono a un compromesso sull'Ucraina.
Il livello della cosa è che la Russia, in ogni caso, rifiuta collettivamente l'idea di qualsiasi compromesso che "si riduca a congelare il conflitto lungo la linea di ingaggio, perché questo darebbe tempo per riarmare i resti dell'esercito ucraino per poi iniziare un nuovo ciclo di ostilità. A quel punto dovremmo combattere di nuovo, ma questa volta da posizioni politiche meno vantaggiose", ha osservato il professor Sergei Karaganov. Inoltre, "l'amministrazione Trump non ha motivo di negoziare con noi alle condizioni che noi [la Russia] abbiamo stabilito. La guerra è economicamente vantaggiosa per gli Stati Uniti... e [forse] anche per togliere alla Russia il suo ruolo di potente sostegno strategico del principale concorrente degli USA, che è la Cina".
Il professor Dmitri Trenin prevede allo stesso modo che
Il tentativo di Trump di arrivare in Ucraina a un cessate il fuoco lungo le linee del fronte fallirà. Il piano statunitense ignora le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza e non tiene conto delle cause profonde del conflitto. Nel frattempo, le condizioni di Mosca rimarranno inaccettabili per Washington, poiché significherebbero di fatto la capitolazione di Kiev e la sconfitta strategica dell'Occidente. In risposta Trump imporrà ulteriori sanzioni a Mosca. Nonostante la forte retorica antirussa, gli aiuti statunitensi all'Ucraina diminuiranno e gran parte di quest'onere finirà spostato sui Paesi dell'Europa occidentale.
Allora perché considerare la Russia come uno spregevole perdente, a meno che questo non faccia parte della strategia di Trump per chiudere la questione ucraina? La costruzione di una narrazione in cui gli USA sono vincitori senza mezzi termini pare irrealizzabile; allora perché non invertirne i termini? A ostacolare il missione compiuta è solo l'atteggiamento da sconfitti della Russia.
Questo porta inevitabilmente a chiedersi quale sia precisamente il significato del ritorno alla Casa Bianca del "più famoso imputato penale d'AmeriKKKa" e della sua promessa di una "rivoluzione del buon senso".
"Non c'è dubbio che sia rivoluzionario", sostiene Matt Taibbi:
Trump ha galvanizzato il risentimento [che nasce dalla cattiva distribuzione del reddito], mettendo in piedi una versione politica della marcia di Sherman che ha lasciato in fiamme le istituzioni statunitensi. La grande stampa è morta. Il Partito Democratico è a rischio di scissione. Gli ambienti accademici stanno per buttar giù una dose da cavallo di pillole amare, e dopo gli ordini esecutivi firmati lunedì un sacco di responsabili dei programmi per la diversità, l'equità e l'inclusione dovranno imparare a scrivere codice" [cioè, si ritroveranno disoccupati].
 Sì, osserva Taibbi,
mi manda in bestia vedere una serqua da galera di amministratori delegati su cui ci sarebbe parecchio da ridire (in particolare Bezos, Pinchai e il ripugnante Cook) seduti di fronte a Trump, insieme ad altri pezzi grossi di Wall Street... tuttavia, se l'accordo è stato quello per cui il sostegno a Trump avrebbe loro restituito piattaforme che tornano a essere meri e ottusi strumenti di profitto, credo che rimpiangerò la banda che c'era prima. Lo Wall Street Journal è stato probabilmente il più vicino a catturare l'essenza di questa considerazione dell'evento con il titolo in prima pagina di ieri: "La nuova oligarchia è quella vecchia, ma se la passa molto meglio".
Per molti russi, tuttavia, l'impressione lasciata dal discorso in cui Trump li ha trattati da perdenti è che non cambierà nulla: l'idea di infliggere una qualche sconfitta strategica alla Russia è stata una pietra miliare della politica statunitense per così tanto tempo che ha finito per trascendere la linea politica dei partiti e viene perseguita in ogni caso, indipendentemente dall'amministrazione che occupa la Casa Bianca. Oggi avrebbe ripreso nuovo vigore: come avverte Nikolai Patrushev, Mosca si aspetta che Washington fomenti apposta i dissidi tra Russia e Cina.
Steve Bannon tuttavia, con il suo solito linguaggio forbito, spiega in qualche modo la stranezza di questo Trump rivoluzionario e della sua deludente "retorica buona per i perdenti".
Bannon avverte che l'Ucraina rischia di diventare "il Vietnam di Trump", se Trump non riuscirà a imprimere una netta svolta agli eventi e si lascerà risucchiare ancora di più dalla guerra. "È quello che è successo a Richard Nixon. Finì per impadronirsi delle operazioni e quella divenne la sua guerra, non quella di Lyndon Johnson", ha osservato Bannon.
Bannon "sostiene la necessità di porre fine agli importantissimi aiuti militari statunitensi a Kiev, ma teme che il suo vecchio capo cada nella trappola tesa da un'improbabile alleanza tra l'industria della difesa statunitense, gli europei e persino alcuni amici dello stesso Bannon, che secondo lui sarebbero adesso mal consigliati".
In una chiamata su Zoom con Alex Krainer Bannon ha trovato conferma alla premessa dei suoi ragionamenti. Trump e i suoi sarebbero passati all'offensiva fin dal primo giorno di mandato: "I giorni del tuono iniziano lunedì". Bannon non parlava però di un'offensiva di Trump contro i cinesi, gli iraniani o i russi. Trump e la sua squadra si stanno preparando ad affrontare loro.
Loro, nelle parole di Bannon, "sono le persone che controllano l'impero più potente del mondo; elezioni o non elezioni, democrazia o non democrazia, non rinunceranno spontaneamente ai loro privilegi e alle loro prerogative: si andrà allo scontro".
Sì, la guerra quella vera è quella sul piano interno, non quella contro la Russia, la Cina o l'Iran, che potrebbe magari diventare un diversivo rispetto allo scontro sostanziale.
Cercando un paragone, se l'obiettivo di Trump fosse davvero quello di arrivare a negoziare un compromesso sull'Ucraina, dobbiamo contrapporre alla sua retorica infarcita di supponenza quella del tentativo di John F. Kennedy, cinquantanove anni fa, di rompere il ciclo di antipatia reciproca che aveva congelato le relazioni tra Est e Ovest dopo il 1945. Colpito dalla crisi dei missili di Cuba nel 1962, Kennedy voleva infrangere un paradigma sclerotizzato. Kennedy -come Trump- cercava di "porre fine alle guerre" e di essere ricordato dalla storia come un "costruttore di pace".
In un discorso alla American University di Washington il 10 giugno 1963, JFK i russi li elogiò. Parlò dei loro successi nelle scienze, nelle arti e nell'industria e rese omaggio ai loro sacrifici nella Seconda Guerra Mondiale, che era costata venticinque milioni di persone, un terzo del loro territorio e due terzi della loro economia.
Non fu un mero esercizio di retorica. Kennedy propose il Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari, il primo degli accordi sul controllo degli armamenti degli anni Sessanta e Settanta. L'avvisaglia dell'avvio di un taglio netto -ispirato da Bannon- ci sarebbe anche, come nota Larry Johnson: "Il Pentagono avrebbe licenziato o sospeso tutto il personale direttamente responsabile della gestione dell'assistenza militare all'Ucraina. Tutti quanti dovranno affrontare un'indagine sull'uso dei fondi provenienti dal bilancio statunitense".
 Laura Cooper, vicesegretario del Pentagono per la Russia, l'Ucraina e l'Eurasia, ha già rassegnato le dimissioni segnando l'inizio di quello che alcuni vedono come una svolta strategica. Cooper era una figura chiave nella supervisione di aiuti militari all'Ucraina che assommavano a centoventisei miliardi di dollari. La sua dipartita, unita a quello che sembra essere un repulisti dello staff del Pentagono dedicato allo sforzo bellico di Kiev, mette in dubbio che l'Ucraina possa continuare a godere del flusso di armi e finanziamenti statunitensi che riceveva sotto Biden.
La ristrutturazione getta anche un'ombra sul gruppo di contatto per la difesa dell'Ucraina, che sotto Lloyd Austin era arrivato a coalizzare nell'appoggio a Kiev una cinquantina di Paesi.
 Gli Stati Uniti avrebbero ritirato tutte le richieste ai contraenti per la logistica che passa da Rzeszow, da Costanza e da Varna. Nelle basi NATO in Europa, tutte le spedizioni verso l'Ucraina sono state sospese e interrotte. Questo rientra nell'ordine esecutivo di Trump che blocca l'assistenza globale degli Stati Uniti per novanta giorni, in attesa di una verifica e di un'analisi costi-benefici.
Nel frattempo, Mosca e la Cina si stanno debitamente preparando alla prospettiva di un più intenso impegno diplomatico con l'attuale Presidente Trump. Xi e Putin hanno tenuto una videochiamata di novantacinque minuti poche ore dopo l'improvvisata conferenza stampa di Trump nello Studio Ovale. Xi ha fornito a Putin i dettagli della sua conversazione con Trump, che non era stata programmata per coincidere con l'insediamento di Trump ma era stata in origine decisa per dicembre.
Entrambi i leader sembrano inviare a Trump un messaggio condiviso: l'alleanza tra Cina e Russia non è provvisoria. I due Paesi sono uniti nella causa comune rappresentata dalla collaborazione nella tutela dei rispettivi interessi nazionali. Sono disposti a parlare con Trump e ad impegnarsi in negoziati seri. Tuttavia, rifiutano di farsi intimidire o minacciare.
Nikolai Patrushev, consigliere di Putin e membro del Consiglio di sicurezza russo, ha così ritratto il punto di vista russo su questa videochiamata tra i due leader: "Per l'amministrazione Biden, l'Ucraina era una priorità incondizionata. È chiaro che i rapporti fra tra Trump e Biden sono quelli tra due antagonisti. Pertanto, l'Ucraina non sarà tra le priorità di Trump. A lui interessa di più la Cina".
In particolare, Patrushev ha avvertito:
Penso che gli attriti fra Washington e Pechino si aggraveranno e che gli statunitensi li aggraveranno, anche di proposito. Per noi la Cina è stata e rimane il partner più importante, e alla Cina siamo legati da rapporti di cooperazione strategica privilegiata.
Per quanto riguarda la linea russa in relazione all'Ucraina, essa rimane invariata. Per noi è importante che l'Operazione Speciale assolva ai propri compiti, che sono quelli noti e che rimangono invariati. Credo che i negoziati sull'Ucraina debbano essere condotti tra Russia e Stati Uniti senza la partecipazione di altri Paesi occidentali.
Voglio sottolineare ancora una volta che il popolo ucraino ci è ancora vicino, fraterno e legato da vincoli secolari con la Russia per quanto i propagandisti di Kiev ossessionati dalla "ucrainità" sostengano il contrario. Quello che accade in Ucraina ci riguarda. È particolarmente inquietante [quindi] che la violenta imposizione dell'ideologia neonazista e una russofobia rabbiosa distruggano le città un tempo prospere dell'Ucraina tra cui Charkiv, Odessa, Nikolaev e Dnipropetrovsk.
È possibile che nel prossimo anno l'Ucraina cessi del tutto di esistere.

15 gennaio 2025

Alastair Crooke - Trump, l'Iran e il piano strategico di Obama


traduzione da Strategic Culture, 13 gennaio 2025.

 Come un antico orologio fracassato -con i suoi elaborati ingranaggi, le ruote dentate e le altre parti interne che fuoriescono dall'involucro- così è il Medio Oriente, con i suoi meccanismi esposti e rotti allo stesso modo. Tutta la regione è in gioco: Siria, Libano, Qatar, Giordania, Egitto, Iran.
L'originale piano strategico di Obama per arginare e bilanciare le energie potenzialmente violente dell'Asia occidentale venne passato all'entourage di Biden alla fine del mandato di Obama, e di Obama portava ancora con chiarezza lo imprimatur, fino a quando non è collassato dopo il 7 ottobre 2023.
Netanyahu ne ha deliberatamente distrutto i meccanismi: con iniziative di sfrenata distruzione Netanyahu ha fatto piazza pulita di uno status quo che vedeva come una camicia di forza con cui gli statunitensi avrebbero impedito alla Grande Israele di arrivare alla propria "Grande Vittoria". Netanyahu mal tollerava i vincoli degli USA anche se, mandando in pezzi tutto quanto, invece di liberare la Grande Israele potrebbe aver scatenato dinamiche che si riveleranno molto più minacciose, per esempio in Siria.
La pietra angolare dell'equilibrio regionale di Obama era descritta in una lettera segreta inviata alla Guida Suprema della Repubblica Islamica dell'Iran nel 2014 e in cui -come riporta il Wall Street Journal, Obama proponeva a Khamenei di agire congiuntamente in Iraq e Siria contro lo Stato Islamico che vi controllava territori. Questa iniziativa congiunta, tuttavia, era subordinata al raggiungimento da parte dell'Iran di un accordo nucleare con gli Stati Uniti.
La lettera riconosceva esplicitamente gli interessi dell'Iran in Siria; per alleviare le preoccupazioni dell'Iran sul futuro del suo stretto alleato, il Presidente al Assad, la lettera affermava che le operazioni militari degli Stati Uniti in Siria non erano rivolte contro il Presidente Assad o contro le sue forze di sicurezza.
L'intesa tra Obama e Khamanei, va notato, si estendeva implicitamente a Hezbollah, che si era unito all'Iran per combattere lo Stato Islamico in Siria:
Tra gli altri messaggi trasmessi a Teheran, secondo i funzionari statunitensi dell'epoca, c'era anche che le operazioni militari degli Stati Uniti in Iraq e Siria non miravano a indebolire Tehran o i suoi alleati.
Ovviamente, gli impegni presi da Obama nei confronti dell'Iran erano menzogne: Obama aveva già firmato nel 2012 (o anche prima) un mandato presidenziale segreto (cioè un ordine) perché i servizi statunitensi fornissero appoggio ai ribelli siriani nel loro tentativo di spodestare il Presidente Assad.
La lettera del 2014 stabiliva che se l'Iran avesse stretto un accordo sul nucleare i suoi interessi nella regione sarebbero stati rispettati e che avrebbero potuto estendersi anche al Libano, nel contesto di un'amministrazione congiunta internazionale (come esemplificato dalla mediazione dell'inviato statunitense Hochstein sui confini marittimi tra Libano e Siria).
Lo scopo di questo progetto molto complesso era una delle ossessioni fondanti di Obama: arrivare all'instaurazione di un proto-stato palestinese, sia pure sotto la forma di protettorato amministrato e sostenuto dalla comunità internazionale piuttosto che sotto la forma di Stato nazionale sovrano.
Perché Obama ha insistito su un assetto che era un tale anatema per la destra dello stato sionista e per i sostenitori ameriKKKani dello stato sionista? Sembra che (a ragione) diffidasse di Netanyahu e conoscesse bene la determinazione di quest'ultimo a impedire che uno Stato palestinese si concretizzasse.
Con questa iniziativa all'insegna dell'equilibrio tra potenze, Obama aveva cercato indirettamente di legare l'Iran e i suoi alleati al concetto di "Stato" palestinese come egli lo intendeva. Il tutto aveva lo scopo di porre sotto crescente pressione lo stato sionista, affinché acconsentisse alla sua instaurazione. Senza una intensa pressione sullo stato sionista era chiaro a Obama che uno Stato palestinese sarebbe rimasto lettera morta.
Netanyahu aveva già messo anche troppo in chiaro già negli anni Settanta che la sua intenzione era quella di assistere al completo svuotamento della presenza palestinese in Cisgiordania. La cosa era evidente nell'intervista che Netanyahu rilasciò allo scrittore Max Hastings, che stava scrivendo un libro su suo fratello.
Netanyahu non amava Obama, e ne diffidava tanto quanto Obama diffidava di lui.
Dopo il 7 ottobre 2023, con l'anello di fuoco rappresentato da sette fronti di guerra che si stringeva attorno allo stato sionista, Netanyahu ha deciso di rompere i vincoli della camicia di forza. E ci è riuscito.
Tuttavia, non è certo che la struttura finemente elaborata da Obama avrebbe mai funzionato. In ogni caso Netanyahu -sfidando apertamente la Casa Bianca- ha deciso di sbarazzarsi delle remore di Obama e di Biden e di distruggere l'intero progetto di Obama incentrato sull'Iran.
La logica della serie di devastazioni che lo stato sionista ha operato nella regione ha fatto pensare a Netanyahu, così come a molti nello stato sionista e tra gli statunitensi che fanno i sionisti di complemento, che l'Iran sia adesso "incredibilmente vulnerabile" -per dirla con il generale Jack Keane- a causa della perdita della Siria, che era lo snodo centrale dell'Asse della Resistenza.
Axios scrive:
Visti i recenti progressi dell'Iran in campo nucleare, il presidente eletto Trump dovrà prendere una decisione cruciale nei primi mesi del mandato: neutralizzare la minaccia [nucleare iraniana] attraverso negoziati e pressioni [crescenti], oppure ordinare un attacco militare. Diversi consiglieri di Trump ammettono in privato che il programma iraniano è ormai così avanzato che questa strategia [iniziale] potrebbe non essere più efficace. Ciò rende l'opzione militare una possibilità reale”. Il ministro sionista per gli Affari strategici Ron Dermer ha incontrato Trump a Mar-a-Lago in novembre. Dermer ha pensato che ci fossero grandi probabilità che Trump appoggiasse un attacco militare sionista contro le strutture nucleari iraniane -cosa che nello stato sionista stanno prendendo in seria considerazione- o che addirittura ordinasse un attacco statunitense. Nelle ultime settimane, alcuni consiglieri del Presidente Biden hanno sostenuto in privato la necessità di colpire i siti nucleari iraniani prima che Trump entri in carica, dato che l'Iran e i suoi alleati sono così gravemente indeboliti.
Solo che tutto questo potrebbe rivelarsi un pio desiderio. Il 7 gennaio 2025 Trump ha ripubblicato un video sulla piattaforma Truth Social in cui, con la partecipazione del professore della Columbia University Jeffrey Sachs, si parla degli sforzi con cui la CIA si sarebbe segretamente impegnata per destabilizzare il governo siriano e rovesciare Assad, dell'influenza di Netanyahu, del ruolo della lobby sionista nello spingere gli Stati Uniti verso la guerra in Iraq e dei continui tentativi di Netanyahu di coinvolgere gli stessi Stati Uniti in un potenziale conflitto con l'Iran. Sachs ha spiegato che le guerre in Iraq e in Siria sono state fabbricate da Netanyahu e che non hanno nulla a che fare con la "democrazia".
"Netanyahu sta ancora cercando di farci combattere contro l'Iran. È un autentico figlio di puttana, perché ci ha fatto cacciare in guerre senza fine", ha detto il professor Sachs nell'intervista ripubblicata.
Tuttavia, come osserva Barak Ravid, "nell'ambiente di Trump c'è anche chi pensa che cercherà di arrivare a un accordo prima di prendere in considerazione un attacco". A novembre, a chi gli chiedeva se c'era la possibilità di una guerra con l'Iran, Trump ha risposto: "Tutto può succedere, è una situazione molto volatile".
Cosa significa questo per l'Iran?
Essenzialmente, l'Iran ha due opzioni: In primo luogo, segnalare agli Stati Uniti la propria disponibilità a stipulare una sorta di nuovo accordo nucleare con l'esecutivo di Trump -un segnale che il suo Ministro degli Esteri ha peraltro già inviato- e poi attendere un successivo incontro Trump-Putin per rifondare una architettura di sicurezza globale postbellica e che sia coronato da successo. A partire da questo accordo globale a grandi linee, Tehran potrebbe sperare di negoziare un proprio accordo separato con gli Stati Uniti.
Naturalmente, questo sarebbe l'esito migliore.
Tuttavia, l'ambasciatore Chas Freeman ha affermato che, sebbene una pace equilibrata tra Stati Uniti e Russia sia (teoricamente) possibile, sarà "molto difficile" arrivarci. Ray McGovern ha aggiunto più volte che Trump è "abbastanza intelligente" da sapere di non avere grandi carte da giocare con la Russia nello spazio eurasiatico e che, da bravo realista, ha altri e più grandi obiettivi.
È per questo che Trump e Musk stanno rimestando in modo tanto rimarcato nel calderone della geopolitica: Canada, Groenlandia e Panama come parte degli Stati Uniti? Saranno anche chiacchiere da Trump, ma la Groenlandia e Canada insieme potrebbero cambiare l'equilibrio con la Russia: forse che Trump è intenzionato ad esercitare maggiore pressione sull'Artico, per minacciare i confini settentrionali della Russia? Dall'Artico, per dei missili diretti contro di essa, il volo sarebbe più breve.
Dall'altra parte, Musk ha scatenato un fuoco di fila in Europa con i suoi tweet e il suo invito a un livestream con Alice Weidel dell'AfD. La Germania è il cuore della NATO e dell'UE. Se la Germania si allontanasse dalla prospettiva di una guerra con la Russia andandosi a unire ad altri Paesi europei che hanno già cambiato orientamento, Trump potrebbe plausibilmente porre fine al considerevole onere economico che grava sull'economia statunitense rappresentato dal dispiegamento di truppe nell'UE. Come dice il colonnello Doug Macgregor, quante volte dobbiamo dire alla gente che "gli ameriKKKani non vivono in Europa: noi viviamo nell'emisfero occidentale!".
Musk ha effettivamente lanciato una bomba in favore della libertà di parola contro l'egemonia mediatica europea che controlla strettamente il discorso in tutto il continente e che obbedisce al deep state anglosassone.
Questo porterà all'accordo con la Russia e con la massa continentale asiatica che Trump sta cercando? Staremo a vedere.
L'opzione alternativa per l'Iran è più rischiosa, e dipende dalla valutazione dei servizi segreti iraniani sulla probabilità che lo stato sionista tenti un attacco preventivo: l'Iran ha cioè l'opzione di un'ulteriore "Operazione Vera Promessa" in cui però lo scopo non è più quello di fare deterrenza, come nelle versioni precedenti, ma -come spiega Shivan Mahendrarajah- quello di mettere in chiaro che una vittoria sionista è improbabile e dimostrare che un conflitto avrebbe costi inaccettabili, smontando così l'illusoria narrazione di uno stato sionista destinato immancabilmente a trionfare.
Nel 2003, come ha notato Mahendrarajah, l'Iran aveva proposto agli Stati Uniti un "grande accordo". L'amministrazione Bush lo rifiutò. Sarebbe possibile richiamarlo in vita non attraverso colloqui sul nucleare, in cui adesso l'Iran ha la mano più debole, ma con l'uso calibrato della forza. Sarebbe una scommessa audace e di vasta portata.

(Questa è la seconda parte dello scritto “Può Trump salvare l'America da se stessa?”. La prima parte può essere letta qui).