24 settembre 2026

Alastair Crooke - Un mondo capovolto. La filosofia di Alasdair MacIntyre

 Un mondo in bilico, 2026


Traduzione da
Strategic Culture, 21 settembre 2026.

Passi da una conferenza tenuta presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca il 7 settembre 2026.

Il futuro del pianeta viene spesso descritto come quello di un mondo multipolare o multinodale; il presupposto implicito è che i vari Stati andrebbero più d’accordo e risolverebbero le loro divergenze più facilmente con il confronto piuttosto che con la guerra.
Una simile convinzione era ampiamente diffusa negli anni precedenti il primo conflitto mondiale. Erano stati scritti libri che facevano pensare che una guerra non potesse verificarsi: il testo di riferimento su questo concetto, originariamente pubblicato nel 1910 con il titolo The Great Illusion, diventò un bestseller internazionale.
Il suo autore Norman Angell sosteneva che le nazioni dipendessero ormai moltissimo da un sistema commerciale globale altamente interconnesso e che quindi il costo economico di una guerra avrebbe superato di gran lunga qualsiasi potenziale guadagno. Affermava che un Paese vittorioso avrebbe subito una rovina economica pari a quella degli sconfitti e che questo avrebbe reso obsoleto il tradizionale concetto di conquista militare. L'interpretazione corrente della sua tesi fu che una guerra fosse quindi "impossibile".
Le sue idee si rivelarono errate. La Grande Guerra scoppiò puntualmente.
L'idea di un mondo multipolare retto dalle interazioni esiste anche oggi, ma la guerra resta una minaccia accentuata dal rifiuto dell’Occidente di ascoltare -o di comprendere- ciò che dicono gli Stati sovrani fondati su una civiltà. Questa incapacità di ascoltare con impegno empatico è alla radice delle valutazioni dei servizi segreti occidentali sulla Repubblica Islamica dell'Iran e sulla Federazione Russa, tragicamente errate. La stessa incapacità è alla base della rappresentazione della Cina come im qualcosa di talmente "altro" da renderla un enigma agli occhi occidentali.
In After Virtue, un importante saggio pubblicato nel 1981, Alasdair MacIntyre sosteneva che il progetto illuminista avesse disconnesso l'uomo da quanto lo radicava alla tradizione ma che non fosse riuscito a produrre una morale vincolante basata esclusivamente sulla Ragione. Di conseguenza, molti di coloro che vivono in Occidente vivono in un mondo di "caos morale e di frammentazione, in cui forze caotiche e disintegratrici hanno quasi completamente cancellato dal panorama culturale europeo la ricerca di una morale solida".
È importante capire che il "caos morale" e la "frammentazione" di cui parla MacIntyre vengono deliberatamente alimentati per indebolire la presa delle radici nazionali, comunitarie e religiose, proprio al fine di colpire e indebolire la coesione nazionale e la sovranità della civiltà.
MacIntyre è convinto che solo la tradizione culturale -che dispone di una narrazione centrata sulla morale- fornisca un contesto in grado di contemplare concetti come il Bene, la Giustizia, il Telos.
In assenza di tradizioni, il dibattito morale non ha basi e diventa un teatro di illusioni in cui la semplice indignazione e la mera protesta si prendono il centro della scena.
Fin dall'inizio si tracciano i limiti: i partecipanti si affrettano a schierarsi. Ma così prendendo posizione sembrano rendersi incapaci di ascoltare l'Altro... Tutti sentono il calore, ma nessuno vede la luce.
Oggi, pensa MacIntyre, non è rimasta altro che una serie di semplici frammenti di una tradizione più antica che egli rintraccia nella "Società Eroica". Si tratta di frammenti troppo isolati perché il nostro discorso morale, anche se ricorre a termini come Bene, Giustizia e Dovere, è stato privato del contesto che lo renderebbe comprensibile. In altre parole MacIntyre pone la virtù del mondo eroico e omerico al di là della portata dell'Occidente.
I limiti sono tracciati. La corsa a schierarsi è cominciata. Le forze "caotiche" e disintegratrici di oggi hanno quasi completamente cancellato la riflessione morale dalla cultura europea. La caratteristica più sorprendente dei dibattiti morali è la loro tendenza a non giungere mai a una conclusione netta.
Quando tutti i giudizi morali sono privati del loro contesto diventano poco più che espressioni di preferenza, di un atteggiamento o di un sentire; in altre parole diventano espressioni emotive. Il dibattito perde equilibrio e si trasforma in un teatro di narrazioni in cui l'indignazione e la polarizzazione delle posizioni occupano il centro della scena.
Il problema è che schierandosi in modo tanto emotivo e tanto di parte, gli attori diventano incapaci di ascoltare l’Altro. Gli "Altri" quindi, che si tratti della Russia, dell'Iran o della Cina, secondo il funzionamento di questo modo di intendere le cose diventano semplicemente invisibili perché hanno un modo diverso di orientare l'attenzione verso il mondo.
Così, possiamo essere (e siamo) portati verso una guerra da messaggi narrativi fatti apposta per costringere gli esseri umani a ripartire il mondo in un determinato modo, senza che che se ne rendano nemmeno conto. Veniamo indirizzati verso un "mondo unico" retto dall'Illuminismo, in cui ogni alterità –sia essa russa, iraniana o cinese– diventa invisibile alle norme e alle modalità con cui ci accostiamo al reale.
In questa guerra si capovolge il mondo. La maggior parte delle persone non stanno ripartendo attivamente il mondo che le circonda e sembrano essersi accontentate del fatto che qualcun altro provveda al posto loro. Davanti ai nostri stessi occhi si impasta e si stende una qualsiasi narrativa. La macchina funziona in questo modo: la maggior parte delle persone in Occidente crede di avere una solida presa sulla realtà, fatti, prove e conclusioni. In realtà ci troviamo di fronte a una struttura che capovolge intenzionalmente questa presunta comprensione del reale. All'interno della macchina la ripartizione del mondo avviene al contrario: prima si ricevono i messaggi, poi si rimescolano e si stendono le raffigurazioni del reale proprio come se fossero un impasto, finché non si adattano al disegno prestabilito. Se necessario, alla macchina mediatica si inverte il senso di marcia e il pastone del reale ne esce con caratteristiche opposte.
Come possono quindi le civiltà sovrane sfuggire alla trappola di MacIntyre? Possono forse riunire i frammenti di intuizioni e conoscenze più antiche per costruire un contesto tale da rendere nuovamente intelligibile il discorso morale?
Uscire dallo spazio pomposo del pensiero meccanicistico e della narrativa manipolata non è né facile né semplice. Tutt'altro. E va tenuto presente cosa serve per provarci. Occorre cambiare la nostra consapevolezza e il nostro modo di guardare al mondo.
Il modo in cui orientiamo la nostra coscienza verso il reale, ci dice il neurologo Iain McGilchrist, è di cruciale importanza perché il modo in cui lo facciamo determina e modifica quello che vi troveremo e quello che ne comprenderemo. E man mano che definiamo gli spazi del mondo che ci circonda in modo diverso, ne avremo una pecezione ampliata che farà venire alla luce spazi rimasti fino a quel momento insondati.
Un ritorno a modi di pensare più antichi come quello del "tutto in una volta, tutto insieme" (il pensiero attraverso l'immagine) e ad altre fonti di cognizione può aprire una via di mediazione tra l'apparente contrapposizione tra soggettivo e oggettivo che la razionalità meccanicistica lascia spesso a irrigidirsi finché non diventa un ostacolo insormontabile. Anche l’approccio apofatico può smussare gli spigoli del pensiero concettuale introducendo una intermedietà in grado di ritagliarsi uno spazio in mezzo ad argomentazioni spigolose e taglienti. Questi modi di pensare possiedono una logica propria che è altra cosa rispetto alle rigidità dell'Illuminismo.
Questa è la lezione che l'Iran e la sua riscoperta del pensiero antico stanno offrendo al mondo oggi.
Albert Einstein una volta osservò che "la mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un servo fedele. Abbiamo creato una società che onora il servo, ma ha dimenticato il dono".


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