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12 marzo 2020

Alastair Crooke - Il Medio Oriente tradito dalle sue élite



Traduzione da Strategic Culture, 3 marzo 2020.

Un influente pezzo grosso della Lega Araba ha fatto tuoni e fulmini poco tempo fa: era impossibile per il mondo arabo accettare qualcosa di diverso dal laicismo moderno del ventunesimo secolo; l'Islam andava bandito. Il golpe in Egitto ("Se volete chiamarlo così...") contro il governo dei Fratelli Musulmani era stato, a suo dire, un'iniziativa assolutamente adeguata. Un governo di ispirazione islamica non sarebbe stato tollerabile e hanno fatto proprio bene a rovesciarlo, e si faceva bene anche a respingere l'influenza iraniana sul mondo arabo.
Di argomenti a sostegno di quanto sopra, non ne presentava neanche uno. Emotività allo stato puro, per dirla con Alasdair MacIntrye. Vale a dire, nient'altro che l'espressione di una preferenza, la definizione di un atteggiamento o di un sentire, con il proposito di produrre nell'uditorio una risposta emotiva: proprio quello che è successo. Insomma: in un ambiente che ha virato sull'emotivo come il Medio Oriente di oggi, non è certo dalla ragione che ci si possono attendere delle soluzioni; dobbiamo soltanto tenere duro e decidere il nostro atteggiamento a livello soggettivo. Le questioni morali, nel migliore dei casi, non sono altro che retorica.
Questo fa pensare che l'istanza sul piano morale di questo luminare su quanto serve al "ventunesimo secolo" del mondo arabo non sia poi razionale come vorrebbe essere. Non è affatto razionale, anzi. Quando ogni argomentazione morale non è altro che l'esplicitazione di una preferenza soggettiva, qualsiasi serio tentativo di comprensione razionale è destinato a fallire.
Un approccio emotivo come questo alla presenza di istanze discordanti quanto basta (c'erano manifestanti "populisti" iraniani e arabi ad assistere) presenta solo le potenzialità perché la situazioni degeneri in una ridda di urla o peggio. Discutere in questi termini non porta in nessun caso a qualche soluzione. Si tracciano innanzitutto le linee, e poi i partecipanti si mettono di qua o di là. Nello schierarsi tuttavia pare che essi perdano la capacità di ascoltare gli altri, di condividere i valori o anche i dati di fatto. Tutti si accalorano, ma nessuno ci vede chiaro.
Ebbene, la questione non riguarda tanto i meriti -o i pretesi difetti- dell'Islam come viene inteso nella Repubblica dell'Iran. Riguarda il completo tradimento perpetrato dalle élite arabe nei confronti dei rispettivi popoli.
Le autocrazie e le oligarchie arabe moderne si presentano come neutrali, laiche, razionali e prive di valori intesi come punti fermi, intanto che si adoperano in favore di esiti già decisi, come con il colpo di stato contro il presidente Morsi. In realtà esse stanno semplicemente scimmiottando l'ideologia occidentale neoliberista e mercantilista. Chiudendo di fatto ogni via di scampo alla crisi che incombe sui paesi del Medio Oriente.
Il problema in questo modo di affrontare le cose, concretizzato dal "moderno ventunesimo secolo" di un pezzo grosso dei nostri giorni, è che esso testimonia fino a che punto le istituzioni civili e politiche più importanti del mondo arabo sono state sistematicamente indebolite da quelle stesse élite che avrebbero dovuto guidarle e rappresentarle.
Abbiamo tutti bisogno di certe istituzioni; della famiglia, delle associazioni religiose e laiche, e ovviamente delle istituzioni formali del governo. Esse costituiscono, insieme al retaggio di archetipi morali, miti e letteratura che le sostiene, la struttura durevole della vita comunitaria. Assegnano dei ruoli, insegnano l'autocontrollo, rafforzano l'uniformità e così conferiscono significato alla vita. E così facendo formano la personalità di quanti vi partecipano.
Il tradimento delle élite si misura dal grado in cui le istituzioni sono state indebolite, in nome del potere e per anestetizzare lo scontento popolare e i movimenti di protesta.
Negli ultimi tempi lo scontento nei confronti del sistema nei paesi arabi ha avuto ampia visibilità per il Libano e l'Iraq, ed ampia visibilità ha avuto anche il recrudere del vecchio clima nei paesi del Golfo; è stato un tentativo di conferire un particolare tono alle manifestazioni di piazza, indirizzando lo scontento per i problemi del mondo arabo contro l'Iran tramite l'orchestrazione di una fitta presenza sui media sociali. Ovviamente in queste manovre c'è lo zampino di Washington, che fomentando gli scontri settari spera di indebolire e di contenere l'Iran.
Sono state le élite globaliste del ventunesimo secolo nel loro insieme -quelle arabe comprese- ad aver minato di proposito le istituzioni più importanti per la vita della gente comune. Nel fare questo hanno abolito la maggior parte, se non tutti, i modi per dare sfogo in maniera civile alla crescente pressione dello scontento. Proprio il globalismo privo di valori ha cercato di disancorare il singolo dalle pastoie del genere, dell'identità storica e dall'idea stessa di comunità. Il risultato è stato quello di attirare discredito e delegittimazione su gran parte di queste importanti istituzioni.
A colpire di più è stato il fatto che nello stesso momento in cui questo pezzo grosso della élite araba scopriva le carte e bandiva gli islamici dalla democrazia, i dimostranti della nuova ondata di proteste che percorre la regione mettevano ben in chiaro, per giunta nello stesso scambio di battute, che adesso, loro, la democrazia la disprezzano. La disprezzano quanto la disprezzano gli stessi autocrati. Secondo i manifestanti, la democrazia è stata manipolata in tutto e per tutto in nome degli interessi delle élite, ed è diventata lo strumento per imbrigliare e soffocare il dissenso. E questo lo dicono, senza mezzi termini.
Ricorrendo a un discorso infarcito di una morale di facciata e pieno di vocaboli come bene, giustizia e dovere, queste élite hanno privato il discorso politico regionale del suo vecchio contesto, islamico o filosofico che fosse. Ed era il contesto che conferiva significato al discorso politico regionale. Tolto quello, sono rimasti i toni accesi e nessuno a vederci chiaro.
E allora, potrebbe chiedere il lettore. E allora in Medio Oriente lo scontento cresce; cosa vorranno i manifestanti, a parte la cacciata delle loro élite? Non è chiaro; un'ondata giacobina? Di sicuro, in tutta la regione il modello di governo praticato dalle élite attuali non fa certo venire in mente il bene, la giustizia o il dovere ma l'avidità, l'egoismo e la corruzione.
Arrivati a cotanto risultato, gli autocrati si affidano -o meglio, si consolano- con la peculiarità che è stata definita come "resilienza dell'autocrazia mediorientale": il fenomeno, imprevisto, per cui le monarchie e gli autocrati si sono dimostrati più capaci di reggere rispetto alle repubbliche.
Ora che il Medio Oriente si trova con le spalle al muro cosa faranno, reggeranno al colpo, introdurranno delle riforme o si abbandoneranno alla repressione?
Per il caso del Libano e della Giordania, è chiaro che il modello economico da cui entrambi i paesi sono stati dipendenti in passato non funziona più. Probabilmente nessuno dei due riuscirà a dimostrarsi in grado di riformarlo. Le loro élite non possono e soprattutto rifiutano di farlo. Qualsiasi nuovo modello è al di là del raggiungibile, in entrambi i casi.
La Giordania e il Libano non sono delle eccezioni. Ci sono altri paesi con le spalle al muro, sia a causa di un modello economico regionale ormai fallito sia a causa degli aut aut su cui l'amministrazione Trump ha basato la propria politica per riplasmare il Medio Oriente, che è la traduzione operazionale del suo concetto del destino di Israele e della sua missione giudaico-cristiana.
Chiaro che gli ultimatum connessi allo stato sionista, diretti via via alla Giordania, al Libano, all'Iraq, alla Siria e all'Iran stanno facendo alzare e inasprire la pressione su questi paesi e le tensioni al loro interno. Difficile capire quale potrebbe essere la loro risposta. Qualcuno potrebbe anche crollare; altri, come l'Iran o il Libano, potrebbero considerare il rispondere a Washington -magari in un modo cosiddetto asimmetrico- come l'unica reazione possibile.
Il greggio ai minimi, la popolazione che cresce a vista d'occhio, le alte aliquote fiscali, l'acqua che scarseggia e i mutamenti climatici che si accaniscono sull'agricoltura rappresentano fattori di crisi veri e presenti, anche per i paesi del Golfo.
La creazione di un laicismo a misura di ventunesimo secolo da parte delle autocrazie arabe ha creato anche un vuoto di valori morali che finirà inevitabilmente per essere colmato da maschi alfa, che vi sfogheranno la loro brama di potere e il loro rancore. Da un altro punto di vista, per dirla con MacIntyre, un mondo governato dalle emozioni non è né stabile né autosufficiente. Anzi, diventa un campo di battaglia per intenti contrastanti, fintanto che non si afferma un qualche uomo forte o un qualche dittatore.
Con l'allentarsi dei legami comunitari e dei valori morali che essi rappresentano, è inevitabile che i singoli perdano la strada. Perdono la propria virtus, intesa come in antico come il proprio posto, i propri legami con un dato contesto sociale insieme con la considerazione che gliene derivava e col concetto stesso di darsi da fare per una comunità, o per qualcosa di più ampio del loro mero narcisismo.
Mujyahidd è un blogger saudita molto stimato. Ha preso diligente nota di ciò che questo comporta per i giovani sauditi di oggi: corse sfrenate con le auto nei centri cittadini, dilaganti rapine a mano armata e furti d'auto in pieno giorno, nessuno a tutelare l'ordine costituito, festini zuppi di alcol e di eccessi.
Mujyahidd è un osservatore assennato, e si chiede semplicemente cosa stia succedendo a una società come quella saudita, che è conservatrice e tradizionalista ma tutto d'un tratto mostra anche tratti licenziosi. Il problema rappresentato da due culture incompatibili e dai contrasti laceranti costrette a coesistere potrà essere risolto, o finirà prima o poi per mandare in pezzi il regno?
Le riforme autentiche come tali, proprio come in altri paesi mediorientali, sono state impedite dalla necessità delle élite di concentrarsi sulla propria sopravvivenza. Una cosa che è sempre stata più importante.

25 febbraio 2020

Alastair Crooke - La aurea mediocritas liberale di Trump? Svanita.




Traduzione da Strategic Culture, 17 febbraio 2020.

Si pensi all'esempio della Giordania o del Libano: due paesi con un modello economico a pezzi. Il Libano finanzia il proprio considerevole deficit con le rimesse degli immigrati. La Giordania ha un disavanzo del 6% sul PIL che fino ad oggi è stato ripianato da prebende versate ogni anno dai paesi del Golfo e dagli USA. Il contributo della UE è relativamente piccolo. Questi flussi provenienti dall'esterno sono ormai agli sgoccioli, o stanno per arrivarci: il basso prezzo del greggio sta svenando le finanze dei paesi del Golfo, e alcuni di essi non hanno più intenzione di finanziare a pioggia il deficit giordano. Si limiteranno a offrire prestiti per motivi di affari.
Che fare, a chi rivolgersi per avere d'ora in poi protezione e finanziamenti visto che è assai improbabile che si arrivi all'autosufficienza? Non è un problema semplice. Le riforme radicali autentiche sono considerate essenziali da tutti, ma vengono bloccate nella pratica da qualche élite o da qualche leader settario. Di qui la tentazione di fare quello che si è sempre fatto: cercare il modo di barcamenarsi e di battere cassa fra i diversi schieramenti politici.
Tutto questo non tiene conto di un dato essenziale: la linea politica di Trump e il suo mai celato disprezzo per la "aurea mediocritas liberale" non lasciano alcuno spazio al barcamenarsi dei paesi del Medio Oriente. Trump polarizza di proposito ogni questione, lasciando solo due possibilità opposte.
L'effetto complessivo dei metodi di Trump -cui si accompagnano pressioni fortissime- nel contesto di decenni di sostegno statunitense all'egemonia securitaria dello stato sionista può arrivare alla fine. Può finire non -per così dire- con una giungla, ma con un vasto deserto in cui i pochi mezzi di produzione indipendenti della regione vengono devastati da guerre incessanti e in cui imperano la guerra finanziaria e sanzioni feroci e ubique. Gli ulivi di Idlib in Siria, un tempo produttivi, sono ridotti a dei ceppi. I terreni agricoli di al Hasakah sono in rovina. E questi non sono che due esempi.
Insomma, stiamo portando avanti un modello economico al collasso. Un modello economico che è al collasso non solo per la Giordania e per il Libano, che devono già vedersela con questa prospettiva, ma anche per i ricchi stati del Golfo. Senza l'adozione di riforme sostanziali, che saranno verosimilmente bloccate da questa o da quella élite corrotta, i più ricchi paesi del Medio Oriente potrebbero toccare il fondo della cassa fra il 2027 e il 2034 perché secondo le proiezioni pubblicate questo mese dal Fondo Monetario Internazionale la regione si sta indebitando. In capo ad altri dieci anni, sempre secondo la stessa fonte, finirebbero anche tutti i proventi non derivati dal petrolio. E in questo quadro si verrebbe a trovare una popolazione giovane in sovrannumero, disoccupata, incattivita e pronta a esplodere.   
Ed ecco un'altra aurea mediocritas liberale mandata in fumo da Trump, tratta dal quotidiano dello stato sionista Haaretz. Joathan Tobin rimarca che il problema che la lobby filosionista AIPAC deve affrontare è dato semplicemente dal fatto che il clima politico non è più favorevole al modo in cui essa ha portato avanti le proprie istanze negli ultimi decenni. Secondo l'articolo, all'inizio era facile per l'AIPAC comportarsi come un ombrello in grado di coprire i sostenitori dello stato sionista, che fossero di destra, di sinistra o di centro; avevano un'agenda comune che contemplava il sostegno al governo dello stato sionista e la sicurezza dello stato ebraico.
Il primo ostacolo al mantenimento di un atteggiamento bipartisan almeno di facciata da parte dell'AIPAC sta nel fatto che l'amministrazione Trump ha concesso allo stato sionista e ai suoi sostenitori ameriKKKani più o meno tutto quello che essi erano andati chiedendo alla Casa Bianca nel corso degli ultimi quarant'anni. Il ritiro di Trump dall'accordo per il nucleare iraniano lo ha messo in sintonia con la battaglia senza esclusione di colpi che la lobby sta conducendo per affossare il concretizzarsi della politica estera di Barack Obama.
Col riconoscimento di Trump di Gerusalemme come capitale dello stato sionista e il suo sostegno per la sovranità sulle alture del Golan, con la pretesa che l'Autorità Palestinese smetta di sovvenzionare i terroristi e le loro famiglie, uniti a un piano di pace fortemente sbilanciato in favore dello stato ebraico, i democratici non hanno più alcuna agibilità politica per contendere a Trump il titolo di "amico di Israele".
Peggio ancora, non esiste alcuna mezza misura per il Partito Democratico, e neppure per la diaspora "democratica" araba mediorientale. Come spiega Max Blumenthal in una conversazione con Robert Scheer, la macchina della Clinton farà di tutto per fermare Bernie Sanders (il titolo dell'intervista si concentra sulla svolta a destra dei democratici clintoniani e sulla politica dello stato sionista). La discussione si centra poi si Bernie Sanders, che potrebbe diventare il primo presidente ebreo degli Stati Uniti se la macchina del partito non riuscirà a distruggerlo prima, come insinua Blumenthal. I mercati finanziari sembrano pensare che Sanders possa vincere la nomination solo per essere sconfitto a novembre da Trump. Cosa che agli investitori del mercato statunitense andrebbe bene.
Riguardo allo stato sionista "Mi sembra [che ci sia] una vera contraddizione [nel] Partito Democratico, di cui siete almeno un po' consapevoli," disce Scheer. "Donald Trump suscita molta repulsione. E molti democratici davvero non amano [Il primo ministro dello stato sionista Benjamin] Netanyahu. Ora, i sondaggi mostrano che gli ebrei sono, e lo sapete, aperti alla questione palestinesi come qualsiasi altro settore dell'elettorato. Bernie Sanders, che è l'unico candidato ebreo, è l'unico che ha osato parlare dei palestinesi, dire che anche loro sono degli esseri umani e che hanno dei diritti. Per questo lo hanno attaccato come attaccano te [Blumenthal], dicendo che è un ebreo che odia se stesso.
Insomma, sperare che dopo il 2020 ci possa essere un presidente democratico più accomodante può rivelarsi un pio desiderio. In concreto è verosimile che Sanders venga fermato prima della nomination o magari sconfitto dopo, alle elezioni. In un modo o nell'altro, l'"accordo del secolo" resterà in vigore.
E questo è il punto. Di concerto con Jared Kushner, Netanyahu ha tolto di mezzo, un pezzetto per volta, la prospettiva di una soluzione basata su due stati. E lo ha fatto ponendo condizioni che erano fatte apposta per non poter essere rispettate. Inoltre ha tolto la terra sotto i piedi ai "moderati" della regione, dimostrando che il "processo di pace" di Oslo poteva essere strozzato senza che lo stato sionista avesse a patirne qualche sofferenza. L'"accordo del secolo" ha potuto essere lanciato nel silenzio della comunità internazionale, si è potuta trasferire l'ambasciata USA a Gerusalemme senza che nessuno reagisse, Gerusalemme è "diventata" la capitale indivisa dello stato sionista, e il Golan è stato assegnato allo stato sionista. Tutto, senza incorrere in alcuno di quei detrimenti che a detta dei "moderati" mediorientali e dello stato sionista ne sarebbero stati conseguenza. Anzi, contrariamente alle aspettative dei moderati, che vaticinavano l'isolamento per lo stato sionista, in occasione del recente vertice sull'olocausto i leader mondiali si sono riversati a Gerusalemme.
Torniamo alla Giordania. Dopo la polarizzazione radicale verso lo stato sionista operata da Trump il clima politico per l'AIPAC "non è più quello favorevole in cui la lobby ha perseguito i propri scopi per molti decenni"; lo stesso vale per la Giordania, e per la stessa ragione.
Una volta che sarà avvenuta l'annessione della valle del Giordano, ed è probabile che non ci vorrà molto, la Giordania per lo stato sionista perderà importanza; conterà solo come discarica per i profughi palestinesi. La CIA, già ben inserita nei servizi di intelligence giordani, si adopererà per favorire gli interessi dello stato sionista. Il resto è scritto: al Libano verrà ordinato di assimilare la popolazione palestinese concedendole pieni diritti, cosa che sta già verificandosi, ed è probabile che poi toccherà alla Giordania.
Di questi tempi è entrato nell'uso dire che la Giordania si trova fra l'incudine e il martello. Anche un'espressione tanto scoraggiante implica la possibilità di scegliere tra l'uno e l'altro, cosa che invece la Giordania non può fare. Cosa può offrire la Giordania al Golfo, oltre al fatto di essere una monarchia e somigliare in questo alle altre monarchie regionali? Le future entrate della Giordania sarebbero assicurate da un atteggiamento maggiormente ostile verso l'Iran? Sarà, ma intanto l'Arabia Saudita ha già tagliato gli stanziamenti per la Giordania, e gli altri paesi del Golfo se la stanno vedendo con ristrettezze finanziarie proprie. Il cespite principale consiste nell'esasperare ulteriormente le minacce di re Abdallah contro l'asse sciita, ma questo potrebbe solo complicare i rapporti economici del regno con i propri vicini, che con l'Iran hanno rapporti migliori della Giordania.
Non si tratta di accanirsi contro la Giordania o contro il Libano. Trump sta deliberatamente facendo piazza pulita della mediocritas liberale e con questo vuol fare emergere nude e crude le dinamiche fondamentali e la distribuzione del potere fra le parti. In breve, vuole ridurre qualsiasi negoziato a un aut aut: o fai come dico io, o ti distruggo finanziariamente. Sono i sistemi dell'immobiliare newyorkese. Quando un inquilino si mette di mezzo a una grossa operazione, gli si toglie la terra di sotto i piedi. Gli si stacca la corrente, gli si chiude l'acqua, e alla fine gli si infesta di topi ogni cosa. L'alternativa è questa: o ti togli dai piedi, o se rimani ti rendo la vita impossibile.
I palestinesi hanno il ruolo dell'inquilino sgradito, secondo quelli di Kushner; che si trovino una sistemazione da qualche altra parte, in Giordania o in Libano. Insistere imperterriti sulla prospettiva ormai svaporata dei due stati o intraprendere qualsiasi altra iniziativa non aiuterà certo i giordani a evitare certe proposte di compromesso. L'essenza degli aut aut è questa.
Su questo non c'è dubbio. La politica degli aut aut cui Trump ricorre in Medio Oriente costituisce una profonda minaccia per i paesi arabi. Alcuni di essi potrebbero non sopravvivere intatti a questo periodo. Tra l'altro il redattore del quotidiano libanese al Akhbar Ibrahim al Amine ha scritto l'11 febbraio: "Sembra che gli ameriKKKani abbiano deciso di far crollare il Libano, e che i sauditi abbiano fatto propria la stessa idea... [e] per il resto degli attori regionali, sembra si voglia lasciarli in condizioni di grande confusione...".
Oggi come oggi potrebbe non apparire tanto chiara, ma la natura di questa minaccia si paleserà presto. Gli ameriKKKani non le capiscono, le conseguenze del creare una base di disperati, di disoccupati e di orientati al radicalismo in tutto il Medio oriente? Qualcuno le capisce, non sono mica stupidi. Per chi non le vuole capire, politica significa semplicemente procedere all'operazione a lungo termine che consiste nella fondazione della Grande Israele. Come ha detto il romanziere ameriKKKano Upton Sinclair a quanti si mostrano coscienti, "è [comunque] difficile portare un uomo alla consapevolezza, quando il suo stipendio dipende proprio dal non essere consapevole".

29 giugno 2019

Alastair Crooke - La sostanza economica dell'"Accordo del Secolo"



Traduzione da Strategic Culture, 25 giugno 2019.

Non c'è niente di nuovo nel dire che l'"Accordo del Secolo" è, come è sempre stato, un progetto essenzialmente economico. Sembra invece che le sue implicazioni politiche siano considerate dalla Casa Bianca come poco più che la conseguenza inevitabile di un'architettura aprioristicamente economica e già in corso di sviluppo.
In altre parole l'intenzione è quella di far sì che siano i dati economici concreti a plasmare il risultato sul piano politico; il piano politico passa in secondo piano e la sua importanza è stata comunque resa minima dalla preventiva eliminazione da parte di Trump di ogni elemento rilevante di cui i palestinesi potessero avvalersi in sede negoziale.
La stretta finanziaria sui palestinesi è ben documentata. Da un lato l'Autorità Palestinese -che storicamente dipende dalle sovvenzioni saudite- sta tranquillamente avviandosi alla bancarotta; nel frattempo Gaza è confinata in condizioni di umiliante dipendenza concedendole con il contagocce fondi che le vengono destinate dal Qatar col benestare dello stato sionista. L'ammontare di questo minimo mensile viene attentamente calibrato dallo stato sionista in base a quelle che esso ritiene essere norme di "buona condotta" il cui soggetto è generalmente Hamas.
Da un lato abbiamo un assedio finanziario il cui scopo è quello di rendere i palestinesi condiscendenti verso il "pacchetto qualità della vita" che l'"Accordo" dovrebbe portare con sé e di cui il vertice in Bahrein tenutosi qualche giorno fa è stato la vetrina. l'"Accordo" tuttavia presenta anche un aspetto meno noto, riassunto nel titolo di un articolo di McClatchy, che suona "La Casa Bianca considera il forum sull'energia in Egitto come una roadmap per la pace in Medio Oriente".
In un successivo articolo McClatchy ha pubblicato la mappa della "roadmap" energetica statuitense per il Mediterraneo Orientale, recentemente resa pubblica. Ne emerge un quadro più completo: il "forum sul gas" sponsorizzato dagli Stati Uniti, "secondo tre funzionari superiori dell'amministrazione, la mappa resa pubblica e ottenuta da McClatchy ha spinto alcuni appartenenti al Consiglio per la Sicurezza Nazionale [degli Stati Uniti] a dare la priorità all'organizzazione di un forum per il gas nel Mediterraneo Orientale, che possa al tempo stesso stimolare e imbrigliare le economie di vari paesi rimasti al palo per decenni".
Sarà il caso di spiegare meglio questo innocente eufemismo, stimolare e imbrigliare. Il significato autentico di questa espressione è che il modo di integrare lo stato sionista nella sfera economica regionale si concretizza in primo luogo sul piano dell'energia. L'intenzione non è quella di integrare il solo stato sionista nella sfera economica egiziana, ma di fare in modo che la Giordania, l'autorità palestinese e magari anche il Libano finiscano per difendere in parte dall'energia sionista -insieme a presunti partner come lo stato che occupa la penisola italiana, la Grecia e la parte greca dell'isola di Cipro- con gli Stati Uniti che si offrono di mettere in piedi con le loro competenze tecniche le infrastrutture del "forum sul gas".
Il nocciolo dell'"Accordo" è questo. Non si tratta soltanto di normalizzare la situazione politica dello stato sionista in Medio Oriente, ma di rendere economicamente dipendenti dalle infrastrutture statunitensi per il gas mediorientale gli egiziani, i palestinesi, i giordani e magari anche il Libano, anche se la cosa è più difficile.
Come è inevitabile che sia, e come nota McClatchy, esiste uno sviluppo in subordine:
"Su questo fronte l'amministrazione può contare sul sostegno di improbabili alleati. Eliot Engel, presidente democratico della Commmisione per gli Affari Esteri della Camera... Ha detto che il progetto per il forum per gas nel Mediterraneo costituiva un'opportunità strategica per le Stati Uniti per rintuzzare gli sforzi dei russi di estendere la propria influenza sulle fonti energetiche della zona. 'Io penso che [il presidente russo Vladimir] Putin e la Russia non possano controllare la situazione e non siano neppure in grado di farlo,' ha detto Engel".
Insomma, l'amministrazione statunitense sta promuovendo due iniziative bipartisan al Congresso per "rinutizzare" la presenza russa nella regione. Una consiste nel promuovere una partnership sull'energia nel Mediterraneo Orientale; l'altra, parallela, nel minacciare sanzioni verso le imprese europee che sostengono la costruzione del Nord Stream 2, il gasdotto che porta in Germania il gas russo.
Ci sono comunque due grossi ostacoli che si frappongono al "rintuzzamento" della Russia e alla contemporanea normalizzazione dell'inquadramento economico dello stato sionista in Medio Oriente. Il primo, come nota Simon Henderson dello Washington Institute, è che l'idea per cui la geologia della zona potrebbe favorire il riposizionamento dell'Europa o anche sostituire la sua dipendenza dal gas russo "allo stato attuale delle conoscenze sembra una forzatura. Per cambiare le cose bisognerebbe trovare altri giacimenti enormi come il Leviathan o lo Zohr egiziano":
"L'idea che le fonti energetiche del Mediterraneo orientale potrebbero influire sul bilancio energetico europeo in modo tale da erodere la quota di mercato russa è fantasia; l'Europa ha una tale fame di gas, e la Russia può fornirne tanto, che anche solo sperare di arrivarci a partire dalle limitate riserve fino a oggi scoperte è un pio desiderio," ha detto Henderson. "Sperare di trovare gas non è la stessa cosa che trovarlo".
Insomma, uno hub egiziano finalizzato all'esportazione potrebbe funzionare, per come stanno le cose, solo incanalando i più piccoli giacimenti mediorientali di recente scoperta -con un generoso contributo dallo stato sionista- in gasdotti che portino ai due impianti per la liquefazione che esistono vicino a Porto Said e ad Alessandria. Solo che la disponibilità mondiale di gas liquefatto è alta, i prezzi sono competitivi, e non c'è alcuna certezza che uno hub del genere abbia un senso sul piano commerciale.
E poi c'è l'ostacolo principale: la geopolitica. Qualsiasi iniziativa che punti a integrare lo stato sionista nel Medio Oriente è per forza una questione delicata. Mentre i funzionari statunitensi fanno gli ottimisti sulla leadership egiziana del loro "forum sul gas" dopo l'incontro di al Sissi e di Trump dello scorso aprile, l'Egitto (che è un punto di appoggio nel piano statunitense per arginare l'Iran) poco dopo la visita si è ritirato -con gesto piuttosto rimarchevole e per lo scorno degli stessi USA- dalla MESA (Middle East Strategic Alliance), l'alleanza militare  strategica che l'amministrazione Trump stava cercando di mettere in piedi contro l'Iran.
Per quanto riguarda gli accordi nel settore energetico, anche siglare un trattato con lo stato sionista non mette certo fine alla sensibilità del pubblico nei confronti di un riavvicinamento ad esso, nota Henderson. A dispetto di qualsiasi "trattato di pace", molti giordani sono ancora contrari all'idea di usare il gas del Leviathan proveniente dallo stato sionista per la produzione di elettricità su vasta scala a cominciare dai primi mesi del prossimo anno. Ad Amman hanno cercato di sviare questo risentimento ribattezzando la fornitura "gas settentrionale" o "gas AmeriKKKano", enfatizzando il ruolo della Noble nella sua produzione.
E qui c'è un altro aspetto della stessa questione. L'Egitto ovviamente non vuole fare parte di un'alleanza contro l'Iran capeggiata dagli USA come la MESA. E allo stesso modo per quale motivo l'Egitto o anche la Giordania o un altro qualunque degli interessati al "forum sul gas" dovrebbero volersi allineare a un piano statunitense per estromettere i russi dal Medio Oriente? L'Egitto può anche aver aderito al progetto per uno hub per il gas, ma intanto sta firmando un contratto da due miliardi di dollari per comprare più di venti caccia russi Sukhoi 35. I partecipanti allo hub davvero pensano che questo hub egiziano sia rivale delle esportazioni russe in Europa?
Probabilmente no: in fin dei conti l'idea che un ipotetico hub energetico possa "rintuzzare la Russia" è anch'essa una fantasia. L'Europa ha una tale fame di gas, e la Russia ha una tale capacità di fornirgliene, che è un pio desiderio anche solo pensarci. L'Unione Europea ad esempio non mostra alcun particolare interesse per il problematico gasdotto che collega il Mediterraneo Orientale con Cipro e poi con la Grecia cui gli USA hanno contribuito con sette miliardi di dollari. La geologia sottomarina è troppo complicata e i costi troppo alti.
Ovviamente, lo stato sionista spera di trovare altri giacimenti. Ma la scadenza per aggiudicarsi l'autorizzazione alle prospezioni in diciannove zone marine è stata posticipata a metà agosto, a quanto sembra per mancanza di investitori interessati. Per adesso pare che ai giganti del settore interessino di più le autorizzazioni messe all'asta da Cipro.
E qui torna in ballo la politica. Fare parte di un "forum sul gas" statunitense in cui Nicosia -i greci di Cipro- è un componente importante pone senza mezzi termini l'iniziativa e i suoi partecipanti in contrasto con la Turchia, che non rinuncerà facilmente alle proprie ambizioni sul Mediterraneo Orientale: ha appena annunciato che realizzerà a Cipro Nord una base aeronavale. E non lo farà neppure il Libano. Al Sissi e Erdogan non si amano a livello personale, ma perché mai altri dovrebbero farsi trascinare in una simile questione?
La Russia non pare troppo interessata alle potenzialità produttive del Medio Oriente che si affaccia sul Mediterraneo. Le interessa piuttosto un gasdotto che vada dall'Iran all'Iraq per raggiungere l'Europa passando dalla Turchia o anche dalla Siria.
Insomma, l'"Accordo" di Kushner e di Trump per integrare lo stato sionista nell'economia energetica della regione sembra destinato a essere accolto con scetticismo e sfiducia, al pari di tutti gli altri termini dello stesso progetto.
 

21 luglio 2015

Alastair Crooke - Una nuova moda: giocherellare con la guerra per procura



Traduzione da Conflicts Forum.

Nell'ultimo scritto abbiamo citato il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti. "La questione è parte non secondaria della strategia che stiamo adottando sul terreno: se quel governo [Baghdad, N.d.A.] non fa quello che si ritiene faccia, dobbiamo cercare un'altra volta di mettere le forze di terra locali -sempre che vogliano ancora stare a nostro fianco- in condizioni di mantenere stabile il paese. Solo che non ci sarà un solo stato, in Iraq".
Poi abbiamo riferito che gli USA considerano lo YPG -un affiliato siriano al PKK- come caso esemplare per la messa in pratica di questa strategia. Abbiamo anche considerato che la pura e semplice prospettiva che lo YPG fondi un territorio curdo nel nord della Siria sarebbe sufficiente a sconvolgere politicamente tutta la regione.
Il governo turco è piuttosto sicuro che questo possa accadere, sicché ha reagito alzando il livello dello scontro ed ordinando immediatamente ad una divisione dell'esercito regolare di attraversare la frontiera per prendere il controllo della enclave di Jarabulus che si trova attualmente sotto il controllo di an Nusra, per evitare che cadesse nelle mani dello YPG. Un'incursione del genere, che dal punto di vista del diritto è un atto di  guerra, avrebbe senza dubbio scatenato una escalation da parte degli alleati della Siria. L'esercito turco ha risposto picche all'ordine governativo, ed ha avuto buon gioco considerando che l'esito incerto delle elezioni fa del governo attualmente in carica qualcosa che può occuparsi solo degli affari correnti.
Il 2 luglio 2015 il britannico Daily Telegraph ha riferito che "alti ufficiali di paesi del Golfo e di altri stati" avevano riferito al Telegraph che "Gli Stati Uniti hanno bloccato il tentativo da parte dei loro alleati mediorientali di consegnare per via aerea armi pesanti ai curdi [in Iraq] e che questi ultimi hanno annunciato che "avrebbero fatto da soli" rifornendo i curdi di armamenti anche se questo avrebbe significato aggirare le autorità irachene e i loro spalleggiatori ameriKKKani, che pretendono che tutte le armi arrivino per tramite di Baghdad".
Lo scopo ostentato di questa ulteriore "attivazione" dei curdi, a sentire quelli del Telegraph, è rappresentato dal metterli in condizioni di poter combattere lo Stato Islamico. Se si prosegue nella lettura però diventa chiaro che i paesi del Golfo vogliono armare specificamente i Peshmerga. E' bene essere chiari: la cosa non ha molto a che vedere con lo Stato Islamico, e qui il Telegraph racconta qualche balla. Lo scopo fondamentale è quello di puntellare un Barzani indebolito -che a quanto rivelano alcuni cablo diplomatici sauditi resi pubblici è un fedele alleato dell'Arabia Saudita, oltre che dello stato sionista- nella lotta in corso contro altre fazioni curde tra le quali c'è lo YPG che è ostile a Barzani, sta acquistando il predominio e resta vicino al Presidente Assad.
I paesi del Golfo si sono uniti anche loro al baraccone di quelli che attivano gente che gli faccia la guerra per procura, e le loro vere intenzioni sono chiare: aggirare Baghdad ed indebolirne l'autorità. In pratica, fare a pezzi l'Iraq come la Siria.
Di tutti i casi di "abilitazione" che alla fine riusciranno a ridurre in briciole l'Iraq  o la Siria, questo non è che un esempio. Ce ne sono altri: anche la Giordania sta pensando di armare le tribù sunnite della provincia di Anbar grazie a finanziamenti sauditi (fonte: Al Quds al Arabi, 29 giugno) e di servirsi di an Nusra, vale a dire di al Qaeda, per farle mettere in piesdi una "zona di sicurezza" a Daraa e nella Siria meridionale.
Anche in questo caso l'iniziativa viene presentata come utile a combattere lo Stato Islamico. Solo che se dovesse divenire realtà istituzionalizzerebbe i rapporti che ci sono tra le tribù sunnite giordane e quelle della provincia irachena di Anbar, che metterebbero in piedi un nuovo centro di potere in Iraq in contrapposizione a qualsiasi governo a guida sciita. E gli sciiti in Iraq sono la maggioranza assoluta, pari al sessanta o settanta per cento della popolazione. Su questa "espansione" dello stato giordano nelle zone arabe sunnite dell'Iraq e della Siria, che trasformerebbe la Giordania in un nuovo centro di potere sunnita, sono in corso accese discussioni. Un editorialista giordano ha scritto: "La Giordania, al pari di altri paesi del Medio Oriente, rischia di rimanere vittima di sabotaggio e frammentazione.... Oppure potrebbe dirsi essa stessa un incubatore per gli arabi sunniti. In sostanza, o ci espandiamo secondo una nuova modalità, o cessiamo di esistere!". Vari paesi europei in passato si sono baloccati con l'idea di una tresca del genere, allo scopo dichiarato di "bilanciare" l'influenza iraniana in Iraq.
I funzionari giordani si affannano a garantire che non hanno intenzione di mettersi contro Baghdad, eppure la Giordania, come gli stati del Golfo, considera Baghdad "l'espressione dell'aborrito settarismo che permea di sé le élite e l'attuale governo [iracheno]" (Al Quds al Arabi, 20 giugno).
Come ha recentemente scritto Foreign Policy,
Anche consegnare armi alle milizie sunnite rappresenta una decisione rischiosa. Prima di armare direttamente altre milizie di orientamento etnico o settario, sia i responsabili della politica statunitense che l'opinione pubblica dovrebbero capire meglio il passato dei nostri potenziali alleati, ed anche i loro possibili interessi per il futuro. E dovrebbero capire soprattutto quali potrebbero essere le conseguenze indesiderate dell'aver armato queste milizie sunnite.
Secondo documenti recentemente resi pubblici provenienti dal predecessore dello Stato Islamico, ottenuti durante un raid statunitense-iracheno nel 2010 e pubblicati dal Combating Terrorism Center di West Point fanno pensare che alcuni dei politici sunniti iracheni di maggiore importanza abbiano collaborato col predecessore dello Stato Islamico nel 2009, quando il gruppo attraversò il suo periodo peggiore. Alcune di queste rilevanti personalità possono aver collaborato con lo Stato Islamico a vantaggio proprio, altre a vantaggio della comunità sunnita, altre ancora per indebolire la presa dei curdi nelle aree etnicamente miste a nord del paese. La minaccia dello Stato Islamico oggi come oggi ha imposto la sordina a quest dinamiche, ma c'è da pensare che esse riemergeranno se e quando le condizioni di sicurezza saranno migliorate. Adesso, alcuni di quegli stessi uomini politici stanno facendo lobby negli Stati Uniti perché le milizie che fanno capo ai loro rispettivi feudi ricevano denaro ed armi...
Le voci ricorrenti affermano che lo Stato Islamico deve la posizione che occupa nella lotta politica a carattere settario in Iraq alla confusione che seguì il ritiro degli Stati Uniti. Fu quello il momento in cui i sunniti iracheni vennero lasciati a difendersi da soli dal dispotico governo centrale favorevole agli sciiti. La recrudescenza dello Stato Islamico in Iraq nel 2013 e nel 2014 si è verificata in u momento in cui la minoranza sunnita del paese era propensa ad accettare il gruppo [lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante] considerandolo un baluardo contro la marginalizzazione politica e contro la repressione per mano del governo allora presieduto da Nouri al Maliki.
Nei mass media e nei luoghi della politica statunitense questo modo di vedere le cose è stato predominante, per cui al Maliki e i suoi alleati sciiti nel governo iracheno portano  il marchio della colpa per aver soffiato sul fuoco delle nuovamente inasprite frizioni settarie, lo stesso che ha permesso allo Stato Islamico di affermarsi un'altra volta e di scatenare la brutale campagna che ha lasciato il mondo attonito.
I nuovi documenti pubblicati dal CTC invece indicano che le voci ricorrenti vanno considerate con attenzione. Sono ricchi di importanti implicazioni per comprendere lo scisma settario in corso in Iraq e di informazioni utili al dibattito attualmente in corso sul come stabilizzare il paese messo in ginocchio dalla guerra.
Insomma, i paesi del Golfo ed i loro alleati sembra abbiano l'intenzione di smontare pezzo a pezzo importanti compagini statali del Medio Oriente. Va detto che gli Stati Uniti ed i loro alleati, entro certi limiti, stanno cercando di dissuaderli dal procedere in questo senso, per esempio cercando di evitare che si scavalchi Baghdad mandando armi ai curdi. Solo che l'AmeriKKKa, l'Europa e lo stato sionista portano tutti parte della responsabilità e dei demeriti. La sala operativa che si trova a nord di Amnman "controlla", stipendia ed arma forze controllate da al Qaeda o an Nusra che dir si voglia, il cosiddetto "Esercito dello Hermon" in Siria, e ne fanno parte anche ameriKKKani e britannici, con lo stato sionista che "opera dietro le quinte". Per quanto tempo ancora gli stati europei pretenderanno di mandare in tribunale musulmani che sono cittadini europei -e di spedirli in galera a vita- per aver aiutato al Qaeda, quando loro stessi stanno facendo la stessa cosa?
Pare che i paesi del Golfo e i loro alleati, con lo stato sionista che agisce sottobanco, stiano portando a compimento la strategia esposta nel 1997 in "A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm" ["Un taglio netto: una nuova strategia per il dominio"] , un brogliaccio neo-con buttato giù dopo che nello stato sionista i laburisti erano stati sconfitti alle elezioni del 1996, anno in cui era salito al potere il Likud di Netanyahu. Nel documento si proponeva "...Di dare un taglio netto a slogan come quelli che cercano una 'pace generale' [era l'obiettivo del partito laburista, N.d.A.] in favore di un concetto tradizionale di strategia basato sull'equilibrio dei poteri".
L'idea di arrivare ad una pace generale con tutti i confinanti dello stato sionista fu abbandonata in favore del concetto di pace selettiva con alcuni paesi (la Turchia e la Giordania, per la precisione) e di implacabile antagonismo nei confronti di altri (Iraq, Siria, Iran). Il peso specifico dei suoi alleati strategici avrebbe sempre fatto sì che l'equilibrio dei poteri rimanesse favorevole allo stato sionista, che avrebbe potuto usare la posizione di vantaggio per rovesciare i governi dei suoi avversari strategici utilizzando qualche "terza forza" controllata sottobanco oltre al "principio di prelazione". "Ridisegnando" in questo modo "la mappa del Medio Oriente", lo stato sionista avrebbe "plasmato la realtà regionale" e secondo le affermazioni degli autori sarebbe arrivato "non soltanto ad arginare i propri avversari, ma a superarli".
Ci si riferisce spesso a questo "A Clean Break" vedendovi il prologo della guerra in Iraq, ma ci si dimentica spesso che il documento aveva proposto il rovesciamento del governo in Iraq soprattutto come mezzo per "indebolire, contenere ed infine mettere all'angolo la Siria".  Rovesciare Saddam in Iraq era solo una tappa in un cammino che doveva ostacolare e infine rovesciare il Presidente Assad nella confinante Siria. L'analista strategico statunitense Pat Buchanan così scrive: "Nella strategia di Perle, Feith e Wurmser il nemico per eccelelnza dello stato sionista è la Siria, ma la via per arrivare a Damasco passa per Baghdad".
Nel 2007, dopo la guerra del 2006 in cui lo stato sionista aveva fallito l'obiettivo di sbaragliare Hezbollah, il Daily Telegraph riportava un'affermazione di David Wurmser, il principale autore di "A Clean Break".
"Abbiamo bisogno di fare tutto quanto è in nostro potere per destabilizzare il governo siriano e sfruttare ogni singolo momento in cui esso dovesse sovraesporsi a livello strategico, ha detto David Wurmser, che di recente ha rassegnato le dimissioni dopo quattro anni in cui ha svolto le funzioni di consigliere per le questioni mediorientali per il vice Presidente Dick Cheney.
"Questo dovrebbe prevedere anche l'elevazione deliberata del livello dello scontro, per quel tanto che serve a rovesciare il governo se necessario". Secondo Wurmser la fine della presenza baathista a Damasco potrebbe innescare un effetto domino che finirebbe per coinvolgere anche Tehran".
Pare che l'Arabia Saudita ed i suoi alleati -con lo stato sionista che agisce da dietro le quinte- si siano in buona misura assunti la responsabilità di cercare di arrivare in fondo alla strategia descritta in A Clean Break. Il Presidente Obama ha pensato fosse necessario, dal punto di vista politico, assentire entro certi limiti al progetto, attenendosi comunque ad una "linea rossa" rappresentata dal non cacciare di nuovo e in modo determinante la macchina militare statunitense nel ginepraio mediorientale.
Che lo stato sionista voglia vedere Siria, Iraq, Iran e Libano frammentati in staterelli a carattere settario, tribale ed etnico è comprensibile: per quale motivo invece gli Stati del Golfo e i loro alleati nella regione dovrebbero dedicarsi con tanto impegno alla demolizione di grosse entità del mondo arabo?  L'accreditato studioso ed editorialista indiano Aijaz Ahmad ha spiegato in poche parole, in una intervista del 2011, che
...La Siria è l'ultimo rappresentante rimasto del nazionalismo arabo così come lo si intendeva storicamente. La Siria si definisce ancora oggi socialista. Nonostante abbia varato riforme neoliberiste di ampia portata, il settore statale vi è ancora dominante. La Siria bandisce, alla lettera, la religione dalla politica. Non riconosce l'esistenza di partiti politici religiosi. La Siria è nemico storico dello stato sionista per molte ragioni diverse... laica, democratica -beh, non proprio democraticissima, ma laica e nazionalista araba, di un nazionalismo laico, repubblicano, antisionista ed antimonarchico che segue una politica sociale ed economica piuttosto progressista: per esempio ha distrutto gli ultimi retaggi di feudalesimo in Egitto.
Ecco, la Siria è l'ultimo rappresentante rimasto di tutto questo. I sauditi, i qatarioti, le monarchie del Golfo odiano la Siria per vecchi motivi, la odiano in reazione al tipo di nazionalismo che essa rappresenta e questo odio è rinfocolato dal più recente allineamento compiuto dalla Siria sulle posizioni dell'Iran...
Dai giorni della Dottrina Truman il mondo sunnita considera l'Islam come un baluardo contro ogni forza insurrezionale, nazionalista o comunista che sia, in questa parte del mondo. Uno dei più importanti capi dei Fratelli Musulmani, con tutto un gruppo di aderenti, fu ben accolto da Eisenhower alla Casa Bianca. La sintonia con i Fratelli Musulmani risale a quei tempi... Ed è lo stesso processo che ha portato gli jihadisti in Afghanistan. L'Islam avrebbe combattuto il nazionalismo arabo e il comunismo... [gli imperialisti] li hanno sconfitti ovunque [grazie a questo accordo] e la Siria viene considerata un nemico dello stesso genere, ovvero l'ultimo nemico del genere che sia rimasto da sconfiggere.
Certo, qualcuno che storce il naso c'è sempre, c'era in Libia e c'era in Siria, per un sacco di ragioni. Ma in Siria erano davvero molto pochi ad essere scontenti. Storicamente i Fratelli Musulmani vi potevano contare su una base molto ridotta. Negli anni Sessanta e all'inizio dei Settanta erano abbastanza potenti... Ma il governo li teneva a freno molto bene. Quindi, in Siria c'erano i Fratelli Musulmani, e molti intellettuali in esilio a Parigi, soprattutto a Parigi anzi, ed anche altrove... Gli ameriKKKani e l'Occidente sapevano fin dall'inizio che la loro unica possibilità in Siria sarebbe stata quella di impiantare una cosiddetta "zona liberata", magari al confine con la Turchia, che sarebbe potuta diventare una specie di Bengasi... che sarebbe potuta diventare terreno per intervenire militarmente.
Sapevano che non ci sarebbe stata alcuna insurrezione popolare del tipo che si è verificato in Egitto. In Siria sono in troppi a temere i Fratelli Musulmani. La Siria è un paese autenticamente laico, e di gran lunga: oltretutto il venticinque per cento della popolazione è fatto di minoranze di vario genere ed il fatto che il governo di Assad insista decisamente sul laicismo permette a questo venticinque per cento di confidare molto nello stato. Non c'era quindi alcun terreno utile. Tutto questo è stato orchestrato di proposito, fin dal principio.

19 febbraio 2015

Alastair Crooke - La Giordania sta facilitando la strategia dello Stato Islamico?


Traduzione da Huffington Post.


Lo scorso settembre ho scritto che "lo Stato Islamico non ha fatto nulla per caso: le sue azioni riflettono una seria e deliberata pianificazione. Esiste una mappa delle pronosticate conquiste su cui sono segnati con cura tutti i pozzi di petrolio e che risale al 2006. La strategia che ha portato alla presa di Mossul è costata due anni di lavoro". Anche la terrificante immolazione in gabbia del tenente Muath al Kaseasbeh è stata condotta tenendo presente l'impatto emotivo che una morte di quel genere avrebbe avuto sui giordani e sull'Occidente. Si è trattato di qualcosa di molto deliberato, non di un atto di barbarie compiuto al momento. E' importante capire quello che si trova dietro ed al di là del fatto in se stesso.
Lo scorso anno citai un articolo dal libanese Al Akhbar e scrissi dell'esistenza di uno hadith (un detto attribuito al Profeta Muhammad) che afferma che "l'ora della resurrezione, lungamente attesa" non arriverà per i credenti se non dopo l'arrivo dei Bizantini ad al Amaq (la Turchia meridionale) o a Dabiq (una cittadina siriana a nord di Aleppo). Inoltre, presso vari gruppi religiosi mediorientali, cristiani compresi, è oggi diffusa la convinzione che questi segni che prefigurano l'arrivo dell'ora suprema siano evidenti in quanto accade oggi nel mondo. I seguaci dello Stato Islamico pensano che la citazione di Dabiq da parte del Profeta significhi che un grande scontro avverrà tra l'"Occidente crociato" e l'Islam, e che la dichiarazione del califfato da parte dello Stato Islamico abbia reso imminente la battaglia.
Secondo lo Stato Islamico i "Bizantini" indicano l'"Occidente crociato" di oggi ed i suoi accoliti. I combattenti dello Stato Islamico sostengono che questa epica "Guerra della Croce" inizierà con un attacco dei "crociati" contro lo Stato Islamico in Siria e che, alla fine, saranno le forze dell'Islam a prevalere come affermato dalla profezia; il redentore arriverà di conseguenza.

Lo Stato Islamico agisce sempre in maniera intenzionale

Lo Stato Islamico prende lo hadith alla lettera, come una profezia biblica di cui si spera la realizzazione letterale. Se questo accadrà, significherà per il mondo che lo Stato Islamico è davvero il califfato della fine dei tempi e che la redenzione del mondo, tanto a lungo attesa, è al suo inizio. Perché la profezia si realizzi, lo Stato Islamico ha bisogno che le forze crociate, ovvero gli ameriKKKani o comunque truppe della coalizione, si presentino sul terreno e che subiscano una sconfitta evidente, che costituirebbe la "prova" del fatto che lo Stato Islamico ha una guida divina. Lo Stato Islamico deve subire gli attacchi aerei della coalizione rimanendo in condizioni sufficientemente buone, in primo luogo per denunciare l'inefficacia degli attacchi, e poi per non lasciare all'Occidente altra scelta che quella di intervenire sul terreno. Nel 2006 Hezbollah si trincerò in modo analogo, scavando fino a quaranta metri sotto il livello del suolo, durante i bombardamenti sionisti nel Libano meridionale: usciva dalle trincee per continuare a lanciare missili contro lo stato sionista, fino a quando lo stato sionista non pensò che non esistesse alternativa all'impegnare l'esecito in un'invasione del Libano del sud per mettere fine agli attacchi. Allo stato sionista, l'invio di truppe di terra costò perdite pesanti ed inevitabili.
La recente richiesta dal Presidente Obama al Congresso di consentire un utilizzo limitato di forze di terra in Iraq o in Siria indica che la strategia dello Stato Islamico ha conseguito un almeno parziale successo. L'aver fatto della morte del pilota giordano una accurata messa in scena da film dell'orrore aveva esattamente lo scopo di suscitare questa reazione.
Fin dal momento in cui ha iniziato con queste provocazioni deliberate, lo Stato Islamico si è mostrato sicuro del fatto che gli attacchi aerei statunitensi non avrebbero portato alla sua sconfitta, anzi. Fino ad oggi gli eventi gli hanno dato ragione. Intervistate da Al Akhbar, alcune fonti dello Stato Islamico "parlano di una strategia di resistenza che i Crociati non hanno la capacità di mettere in atto [e sostengono che] il fatto che lo Stato Islamico continui ad esistere e che regga agli attacchi [aerei] sono sicure attestazioni della sua vittoria". Secondo Al Akhbar "la maggior parte degli appartenenti allo Stato Islamico" condivide questa opinione. Al Akhbar scrive che "Tutti pensano che resistere ad un'alleanza di quaranta paesi senza venirne schiacciati, resistere al resto del mondo, significa che una potenza divina si trova a loro fianco".

Perché colpire la Giordania?

Lo Stato Islamico non soltanto è riuscito a spingere il Presidente Obama ad inviare truppe di terra, ma uccidendo il pilota giordano ha provocato la Giordania, che lo ha attaccato confermando la concezione che lo Stato Islamico ne ha: la Giordania come poco più che la prima linea dell'areale dei Crociati, e di fatto stato crociato anch'essa. Inoltre, influenti editorialisti della stampa saudita stanno facendo pressione perché si arrivi "a quanto si è deciso [probabilmente] lontano dal pubblico: un'operazione militare giordana [di terra] contro lo Stato Islamico in territorio siriano". Se si arrivasse a questo, molti musulmani vedrebbero ai loro occhi confermata la profezia di Dabiq. Esiste anche un'altra ragione per provocare la Giordania: il suo essere esposta alla polarizzazione dell'opinione pubblica e ai disordini. Lo Stato Islamico fin dal suo nome vero di "Stato Islamico in As Sham", o "Grande Siria", indica di considerare la Giordania come un territorio che fa parte del califfato. Originariamente, la Giordania era parte dello As Sham.
Nello Stato Islamico i cittadini giordani sono terzi per numerosità, probabilmente superano i tremila combattenti. Le radici dello Stato Islamico sono piantate nei disastrati sobborghi industriali di Amman da molto prima che scoppiasse la guerra in Iraq; da quegli stessi sobborghi proveniva Abu Musab al Zarqawi, il cui cognome viene dalla zona più povera di Amman, la Zarqa in cui sono stati ammassati i diseredati provenienti dalle campagne. E' cosa nota che i giordani sono la maggioranza nel Fronte al Nusra. Nel primo numero di Dabiq, la rivista dello Stato Islamico, si legge che proprio al Zarqawi ha preparato la strada allo Stato Islamico. L'attuale "califfo", Abu Bakr al Baghdadi, ha ripreso le sue idee sulla costruzione dello "Stato Islamico" proprio da al Zarqawi, oltre che da quell'Abu Omar al Baghdadi che è stato suo predecessore.
La granguignolesca morte di al Kaseasbeh fa parte della nota strategia rivoluzionaria della polarizzazione: si oltraggia il potere costituito e lo si costringe ad una reazione smodata contro i simpatizzanti dello Stato Islamico, che in Giordania non mancano. A quel punto, quelli che erano solo dei simpatizzanti cambiano volto, e diventano degli insorti veri e propri. In altre parole, in Giordania lo Stato Islamico ha appena acceso il fronte interno.
Esiste anche un'altra dimensione fondamentale, al di là dell'incendiare la Giordania e del considerarla estensione del proprio teatro di guerra; una dimensione che ha sempre fatto parte della strategia dello Stato Islamico.
Ci sono molte differenze tra lo Stato Islamico ed al Qaeda, soprattutto per quanto riguarda le priorità nel conflitto. Il principio seguito dai combattenti dello Stato Islamico afferma che "combattere gli apostati vicini è più importante che combattere gli infedeli lontani [come lo stato sionista o l'Occidente]". Di conseguenza, sconfiggere gli "apostati" in Giordania avvicina lo Stato Islamico al momento in cui potrà confrontarsi con gli "infedeli lontani".
Al Qaeda si comportava invece in modo opposto. Per giustificare il proprio comportamento, i capi dello Stato Islamico invocano la "guerra all'apostasia" del 632-633, intrapresa dal califfo Abu Bekr contro quei musulmani che avevano abiurato il proprio credo dopo la morte del Profeta Muhammad, ed anche contro chi criticava il califfato o vi si opponeva.
Detto altrimenti, molti wahabiti, compresi quelli dello Stato Islamico, "credono che gli sciiti siano più pericolosi degli ebrei". E questo spiega come mai alcuni jihadisti sarebbero propensi a cooperare con lo stato sionista, anche se la cosa non uscirebbe dai ranghi dell'espediente temporaneo, e perché lo stato sionista sarebbe propenso a cooperare con certi jihadisti.
E nella visione dello Stato Islamico proprio di espediente temporaneo si tratta. Secondo Radwan Mortada di Al Akhbar, "sostanzialmente essi credono che liberare la Palestina senza prima aver stabilito il califfato nei paesi confinanti non abbia importanza. Fonti collegate allo Stato Islamico hanno riferito ad Al Akhbar che "la guerra finale che porterà alla liberazione della Palestina sarà condotta dal califfato e preceduta dalla sua instaurazione in [as Sham]", sulla base delle affermazioni che esse attribuiscono al Profeta Muhammad. Le stesse fonti hanno aggiunto che "solo Allah sa quanto i soldati del califfato siano impazienti di bruciare le tappe necessarie e di arrivare a combattere gli ebrei in Palestina, ma colui che commette qualche azzardo prima che il tempo sia venuto, viene punito vedendosi negato l'obiettivo".
Nello stesso articolo, Mortada sottolinea quello che un altro jihadista afferma:
"Nessuno può muovere guerra allo stato sionista, tranne coloro che vi confinano [direttamente]". Lo jihadista aggiunge poi, sarcastico: "Certo, i mujaheddin non saranno in grado di bombardare lo stato sionista dal cielo.... lo Stato Islamico è ancora lontano dai confini sionisti, ma se arriva in Giordania e nella Siria meridionale (il Golan e Quneitra) le cose cambieranno".
Lo stato sionista, le implicazioni regionali su più vasta scala

Ed ecco il secondo piano che occorre considerare per l'immolazione del pilota giordano: la strategia mira ad includere la Giordania nel califfato.
Su un primo livello, con l'atto in sé è iniziata la destabilizzazione della Giordania. A livello politico, con questa azione lo Stato Islamico inasprisce ed aggrava le contraddizioni politiche implicite nella linea adottata dalla Giordania.
Da una parte -ed è la cosa più ovvia, almeno a prima vista- la Giordania va dicendo di aver fatto il possibile per tenersi fuori dal conflitto in corso in Siria. La Siria è un vicino ingombrante e la sua lunga memoria non perdonerà e non dimenticherà eventuali azioni ostili compiute nel corso della guerra; inoltre, gli stessi vertici dello stato giordano in passato hanno potuto constatare che il loro paese è tutt'altro che invulnerabile nei confronti del radicalismo islamico acceso.
Dall'altra parte invece la Giordania è stata, ed è a tutt'oggi, precaria dal punto di vista finanziario; ha dovuto cercare assistenza in Arabia Saudita e negli Stati Uniti; sotto il peso della necessità la Giordania è rimasta coinvolta nell'alleanza tra Stati Uniti, Arabia Saudita e stato sionista; ha partecipato ad un comando congiunto controllando, per esempio, la pressione esercitata dal fronte dell'opposizione jihadista nel sud della siria, dove ufficialmente opera Jaish al Islam, un gruppo jihadista salafita legato all'Arabia Saudita, che si suppone "moderato" e che agisce di concerto con Jabhat an Nusra, il braccio ufficiale di al Qaeda in Siria agevolato dallo stato sionista. Non ci sono moltre prove del fatto che re Abdullah abbia opposto resistenza a queste pressioni; piuttosto, ce ne sono del contrario. Dopo l'orribile uccisione di al Kaseasbeh, come nota Joshua Keating dello Slate's, "gli USA desiderano davvero che i giordani si vendichino per l'assassinio del loro pilota" nei confronti dello Stato Islamico in Iraq e in Siria, ed offrono un "nuovo piano di aiuti da un miliardo di dollari" come "ulteriore incentivo".
Questa linea presenta delle contraddizioni evidenti: la Giordania non può permettersi di inimicarsi a morte il governo siriano, ma nonostante questo è rimasta sempre più impelagata a fianco di sauditi e sionisti, cosa che ha compreso anche l'aiutare an Nusra. Stato sionista e Giordania, nel triangolo formato nel punto in cui si incontrano le loro frontiere, hanno fornito aiuto ad an Nusra ed ai combattenti di Jaish al Islam, coprendoli anche con razzi e artiglieria. Arabia Saudita e stato sionista stanno ancora cercando di assestare a Damasco qualche brutto colpo: per lo stato sionista, l'alleanza strategica con l'Arabia Saudita passa sopra qualsiasi altra considerazione.
In effetti, ora la Giordania è in guerra contro lo Stato Islamico, mentre continua ad aiutare migliaia di jihadisti salafiti, compresi quelli di al Qaeda che militano in an Nusra. Per qualcuno, l'entrata in guerra della Giordania potrebbe fare da catalizzatore e convincere altri paesi arabi a fare lo stesso; è invece probabile che lo Stato Islamico sia davvero riuscito a far detonare le contraddizioni interne al paese, e ad accendere la miccia della polarizzazione. La coalizione potrebbe trovarsi ad incoraggiare la Giordania ad intraprendere un cammino che potrebbe portare alla mobilitazione di un'insurrezione jihadista contro la monarchia, e portare lo Stato Islamico a ridosso delle frontiere sioniste.
Un sistema per farsi un'idea più generale è vedere in che modo la combinazione di due fenomeni piuttosto diversi e tra loro separati ha gettato tutta la regione dal sud del fiume Litani nel Libano meridionale fino al Golan e a Quneitra e poi fino alla Giordania e al Mar Rosso in condizioni di potenziali disordini e scontri. L'uccisione di un generale iraniano e di vari esponenti di Hezbollah da parte dello stato sionista ha cambiato la situazione nel nord: Hezbollah ha affermato che le "regole di ingaggio" con lo stato sionista, che fino ad oggi avevano limitato l'aspetto militare del loro attrito a ben determinate risposte entro i limiti del Libano meridionale, non sono più valide. Con l'assassinio commesso in Siria, lo stato sionista ha di fatto aperto un nuovo fronte che va dal Libano del sud fino al Golan occupato. Il segretario generale di Hezbollah Seyyed Hassan Nasrallah lo ha annunciato in un discorso in cui ha detto che il lungo intervallo in cui i problemi della regione erano tanto gravi da non lasciare tempo per pensare allo stato sionista è finito, e che lo stato sionista è di nuovo tra gli obiettivi.
Arabia Saudita e stato sionista portano gran parte della responsabilità di aver spinto la Giordania in guerra contro lo Stato Islamico; colpa delle loro pressioni, e dell'aver sempre più invischiato il regno ai loro tentativi di rovesciare il governo del suo vicino siriano. Il risultato ottenuto è dato dalle conseguenze impreviste di tutte queste iniziative: una vasta area del Medio Oriente, un'area che confina con lo stato sionista, viene considerata utile sia a consolidare il califfato in as Sham sia come base di partenza per un successivo attacco allo stato sionista. Proprio quello che i leader dello Stato Islamico volevano.