15 giugno 2019

In morte di Franco Zeffirelli



Franco Zeffirelli è stato un regista gazzettescamente definito "maestro" per meriti pregressi e abbondantemente dimenticati; è passato trai più il 15 giugno 2019 a novantasei anni dopo essersi atteggiato a morituro per lo meno per tre lustri consecutivi.
Lo ha strozzato la balia, si dice sarcasticamente in questi casi a Firenze.
Nel novembre del 2002 Firenze ospitò il Social Forum europeo; giornate di assemblee, dibattiti e manifestazioni sulla globalizzazione che si chiusero con un mostruoso corteo in cui dominava la ferma contrarietà all'aggressione statunitense all'Iraq, che foriera di tanti benefici, di tanti miglioramenti e di tanti vantaggi si sarebbe rivelata negli anni a seguire.
Lo svolgimento di ogni iniziativa, in una settimana di altissima partecipazione democratica, si tenne in un ordine da caserma prussiana nonostante le gazzette avessero tentato con ogni mezzo a loro disposizione di dettare una linea politica perentoria e improntata a tutt'altro, che nei giorni e nei mesi successivi sarebbe stata oggetto di aperto dileggio in ogni sede.
Si potrebbe persino sostenere che le perduranti difficoltà degli "occidentalisti" fiorentini siano a tutt'oggi parzialmente dovute a quei giorni memorabili, in cui tanta feccia con la cravatta si guadagnò lo scherno di almeno un paio di generazioni.
Il "Corrierino della Seratina" primeggiò, in questa repellente campagna denigratoria portata avanti per mesi e mesi; in questa sede se ne è più volte dato conto.
Tra i campioni di collodio che quella gazzettina eresse a uniche interpretazioni lecite del reale (chi si azzardava a obiettare era un terrorista) si trovavano gli starnazzi di Oriana Fallaci e, nel numero del 21 ottobre 2002, la mandolinesca serqua di ciance di questo regista, pubblicata per gli stessi fini e inquadrata nello stesso contesto.
In questa sede l'ipocrisia non ha mai avuto cittadinanza. Rendiamo dunque l'onore delle armi a questo Zeffirelli riproponendo ai lettori il capo d'opera con cui sputava sulla parte più reattiva e consapevole della società contemporanea, che in molti casi non gliele mandò certo a dire.
Il testo dell'articolo è reperibile a tutt'oggi in vari siti web. Sono evidenziate a nostra cura le considerazioni più offensive.



"Salvate Firenze dai no-global . Mandateli tutti a Viareggio":

"Caro direttore, questa patata bollente del raduno dei no-global a Firenze comincia a scottare le dita a parecchia gente. Il governo ha certamente preso decisioni forti, ma il pericolo che corre una città tanto cara al cuore di ogni cittadino civile del mondo richiede misure di emergenza che potranno essere sembrate offensive al prefetto Serra. Lo possiamo capire, però: questo alto funzionario, esempio di civiltà e correttezza, è stato anche lui vittima di una diffusa speranza di poter trovare un’intesa civile con questi gruppi senza regole né leggi che oggi promettono rispetto verso la città per poi metterla, domani, a ferro e fuoco come hanno fatto dovunque si siano affacciati.
Come se non bastasse, tutto questo dovrebbe succedere in un momento storico in cui sono drammaticamente in gioco i destini del nostro pianeta. La presenza di questa folla che contiene cellule violente e bellicose (in numero «difficile da calcolare») è proprio l’ultimo problema di cui Firenze e l’Italia avevano bisogno.
Una patata bollentissima davvero. Lo avevano subito capito tutti, meno che il primo cittadino, Leonardo Domenici, e il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini. E’ stato fatto perfino un referendum in cui i tre quarti dei fiorentini hanno espresso un parere contrario. Niente da fare; i due amministratori sono stati ciechi e sordi ad ogni consiglio, illudendosi di poter tenere a bada questi gruppi tanto diversi e riportarli nel seno della comunità civile.
E allora che si può fare? Lo sgomento sta prendendo tutti, perché le idi di novembre incombono. Si pensa addirittura, con la scusa di «lavori in corso», di proteggere i tesori più esposti come si fece durante la guerra. Qualcuno dice, giustamente, che sarebbe un insulto all’immagine della nostra identità democratica. Come sarebbe un insulto anche la serrata dei negozi e delle attività commerciali minacciata dai fiorentini per i giorni del raduno. Insulto, d’accordo, ma che devono fare allora? Lasciare che questi energumeni sfascino Ponte Vecchio, via Tornabuoni, l’antico e il nuovo centro? La nostra sola consolazione sarà quella di chiamare il sindaco e il presidente della Regione a rispondere per quello che potrà succedere. Ma sarà una ben magra soddisfazione.
Io mi trovo in questi giorni a New York e ho visto con i miei occhi come è governata e difesa, e come i diritti dei cittadini siano protetti. Una questione come quella posta dai no-global non sarebbe stata neppure recepita. E in ogni caso la New York Police avrebbe saputo mostrare una grinta e un’autorità in confronto alle quali i modesti tentativi delle nostre forze dell’ordine per far rispettare le leggi sono una pallida ombra. Firenze appartiene alla cultura e alla civiltà del mondo: quelli che non la rispettano e che la minacciano dovrebbero essere presi a cinghiate, proprio come si vide fare da un padre esasperato ne I vitelloni di Fellini.
Ora lo Stato italiano fa finalmente la voce grossa, sia pure, mi sia permesso, un po’ tardivamente. Ci risulta infatti che questi vili «kamikaze» si stiano già organizzando in Toscana da un bel po’ di tempo, sparsi in ville e agriturismi del Chianti (affittati, pare, fino al primo di novembre), e che una fitta rete di appoggio in città è già pronta: tombini, rifugi di extracomunitari sicuramente di fede islamica pronti ad aiutare, e quant’altro, perché questi violenti abbiano a portata di mano i loro arnesi e i loro travestimenti. Sono fatti e informazioni precise, non pettegolezzi.
Bloccare alle frontiere i sospetti è un modo di prendere in mano la situazione, anche se non si può più nulla contro coloro che sono già arrivati. Auguriamoci che i cittadini italiani siano solidamente e consapevolmente solidali. Quelli di tutto il mondo certamente lo saranno e apprezzeranno la forza, l’intelligenza e il coraggio di questo governo che ha difeso una città che appartiene a tutto il mondo. Se poi questi «bravi ragazzi», con diversi obiettivi e strategie, vogliono ritrovarsi pacificamente insieme per capirsi, per farsi conoscere e rispettare, come molti di loro affermano, scelgano comunque un altro scenario. Che ne so? Viareggio, per esempio. È sempre in Toscana ed è strutturata e preparata caratterialmente ad ospitare e a tenere a bada un «carnevale». Ma i viareggini lo vorranno? "

09 giugno 2019

Firenze, via del Corso, giugno 2019. Ricordate Don Roberto Tassi, Oriana Fallaci e la Tour Eiffel da far saltare in aria?



Firenze. Le elezioni amministrative si sono appena tenute e visto che dall'episodio su ricordato sono passati altri sei anni di degrado e insihurézza abbaiati a tutte gazzette si pensava che gli "occidentalisti" sarebbero una buona volta riusciti a "cambiare colore" a Firenze, dato che la mutazione antropologica del loro target e la conseguente amplificazione del loro elettorato sembrava renderlo un obiettivo realizzabile.
Invece l'ennesima persona rispettabile messa a rendere presentabile la solita colmata di deiezioni ha fallito anche stavolta, e di brutto, per il puro e semplice motivo che a Firenze chi vuole fare politica di destra si iscrive al PD.
Non si sa se gioire per l'ennesima riconsegna ai sottoscala della casistica umana che sarebbe finita ad "amministrare" la città o fremere di ripugnanza all'idea di un altro lustro di ciance, amplificate da moltissimo tempo senza ritegno alcuno da quelle autoschedature per mediocri che chiamano "reti sociali".
In ogni caso, nulla di meglio che una camminata per la città notturna dopo una delle prime giornate davvero calde dell'anno, in quel degrado e in quell'insihurézza che amiamo moltissimo.
Intanto che studentesse alla scuola della strada e laureati all'università della vita dimenticano mutui da pagare e alimenti da versare cercando qualche zingaro cui dare fuoco, abbiamo fatto caso -con colpevolissimo ritardo- a un'interessante trasformazione nel setting della chiesa di Santa Maria de' Ricci in via del Corso.
Non ci sono più tazebao irosi e strappucchiati.
Dal 2015 Don Roberto Tassi non ne è più parroco, e a suo nome in internet figura anche qualche vecchia ciancia deteriore delle più prevedibili e ingloriose, che non è nostra intenzione condividere.
Adesso ne è preposto Don Vittorio Ianari, che figura come "esperto di questioni mediorientali" in forza alla Comunità di Sant'Egidio.
E le ciance contro l'Islàmme del suo predecessore hanno fatto la fine che era logico che facessero.
Quando si lavora sodo e con coerenza non si ha né tempo né voglia di assecondare certi cialtroni.

01 giugno 2019

I paninari al potere



Maggio 2019. Lo stato che occupa la penisola italiana si impegna nella propria costituzione al rispetto del cosiddetto "pareggio di bilancio", ed ha degli impegni internazionali da rispettare.
Non certo da oggi.
A Bruxelles lo sanno, e lo hanno ricordato anche a quelli di Roma.
A Roma comandano un per nulla appariscente docente universitario che certe cose dovrebbe saperle senza che si debba ripetergliele, un sovrappeso divorziato che non è stato capace di laurearsi neppure in sedici anni, e uno di Pomigliano d'Arco.
I tre hanno reagito come primedonne contrariate.
Le persone un po' più serie hanno fatto altre considerazioni.

Paninari al potere. La generazione dei Salvini-Di Maio è quella dei paninari anni '80  caratterizzati dal disimpegno sociale e dall'aureo cazzeggio.
Ora sono al potere e l'aureo cazzeggio è la modalità con cui lo esercitano.
A fronte di una realtà che procede alimentata dalla potente dialettica "materiale" delle cose, troviamo la risposta dei fancazzisti storici che parlano di grembiulini nelle scuole, di sparare al ladro che entra dalla finestra, di chiudere i porti per far dispetto a qualche barcone di migranti, di stampare di nascosto moneta fasulla da rifilare ai creditori, di scrivere e riscrivere decreti sicurezza perché in fondo non si è mai sicuri di niente, di riaprire le case chiuse, di ripristinare il servizio militare anche se le caserme non esistono più.

(Il commentatore thedayafter su Repubblica.)

31 maggio 2019

Alastair Crooke - La trappola di Bolton: additare l'Iran come minaccia nucleare e distogliere l'attenzione dal suo progetto nascosto.



Traduzione da Strategic Culture, 27 maggio 2019.

Il Presidente Putin aveva visto giusto quando aveva predetto che le iniziative degli USA che costringevano l'Iran a venire meno agli accordi sul nucleare sarebbero finite presto nel dimenticatoio, come infatti è stato, e che i principali mass media statunitensi avrebbero adottato a tutto campo una narrativa antiiraniana. Cosa verificatasi anche questa.

John Bolton ha messo in funzione la sua trappola, un gesto che farà inevitabilmente salire la tensione tra Iran e USA. Bolton ha cambiato musica, passando dalla "Grande Israele" o Accordo del Secolo, un progetto che richiedeva il prendere a bastonate l'opposizione iraniana, alla minaccia di un potenziale raggiungimento della capacità di costruire atomiche da parte dell'Iran, dal momento che l'Iran si trova effettivamente costretto ad accumulare uranio arricchito, anche fino al 3,67%.
Per dirla con precisione, col ritiro da parte degli Stati Uniti dei capitolati di esenzione che permettevano all'Iran di rimanere negli stretti limiti fissati dagli accordi per quanto riguarda il possesso di uranio e di acqua pesante (proveniente da Arak) si sanziona l'esportazione di qualunque eccedenza iraniana (esportazione cui l'Iran era obbligato dagli accordi). Pompeo e Bolton hanno così deliberatamente reso inevitabile la violazione degli accordi. La prospettiva di questa violazione (e il fatto che l'Iran abbia risposto minacciando di produrre uranio ancora più arricchito) permette alla squadra di Trump di scrivere un copione in cui l'Iran sta cercando di dotarsi di armi nucleari.
In che modo tutto questo è utile a Pompeo e a Bolton per incastrare l'Iran? Per capirlo, dobbiamo rifarci alla fondamentale dottrina politica elaborata nel 1958 da Albert Wholstetter della Rand Corporation: non esiste e non può esistere alcuna differenza sostanziale tra un arricchimento dell'uranio rivolto a scopi pacifici e uno rivolto a scopi bellici. Wholstetter affermò che i procedimenti sono identici e quindi per fermare la proliferazione è necessario che agli Stati inaffidabili come l'Iran non sia concesso procedere ad alcuna procedura di arricchimento, ovvero ad alcun programma nucleare.
La dottrina di Wohlstetter è alla base di tutte le accalorate liti che hanno portato agli accordi sul nucleare iraniano. Obama alla fine si defilò dalle provocazioni permettendo che l'Iran procedesse a un basso arricchimento sotto sorveglianza internazionale secondo un accordo formulato in termini tali che all'Iran sarebbe stato necessario almeno un anno per accumulare il materiale necessario l'ordigno. Questo significa che l'Iran avrebbe impiegato più di un anno per accumulare uranio arricchito bastante per un ordigno.
Pompeo e Bolton hanno effettivamente deciso di propria iniziativa che all'Iran è consentito un arricchimento dello 0%. La stampa occidentale ha ripreso a frignare sul nuovo concretizzarsi della minaccia atomica iraniana. È bene essere chiari: è Bolton a volere questo dall'Iran. Bolton ha eliminato il solo compromesso che si era frapposto sulla strada verso una soluzione militare imposta dagli Stati Uniti, sotto la minaccia di incombenti iniziative militari agitata dallo stato sionista. E la tesi di Wohlstetter, che negli Stati Uniti gode ancora di un seguito significativo, non offre alcuna pezza d'appoggio per alleviare le tensioni.
Di nuovo, è bene essere chiari: dall'Iran non sta arrivando alcuna minaccia di proliferazione. L'Iran ha rispettato gli accordi sul nucleare; la cosa è stata verificata dall'agenzia internazionale per l'energia atomica svariate volte. Adesso gli Stati Uniti hanno reso letteralmente impossibile il rispetto degli accordi eliminando gli stessi capitolati di esenzione che consentivano all'Iran di rispettarli. Questo è il punto che Putin ha specificato; e le origini di tutta la faccenda saranno ora sommerse dalle ciarle sulla proliferazione.
Come mai Pompeo de Bolton si stanno dedicando con tanto impegno al progetto per incastrare l'Iran?
Chi è che sta insistendo in questa direzione? Chi c'è dietro? Una componente essenziale -per Trump- è la sua base elettorale evangelica: si definisce evangelico un ameriKKKano su quattro. Sono stati gli evangelici a insistere perché l'ambasciata degli Stati Uniti fosse trasferita a Gerusalemme; sono stati gli evangelici a sostenere la rivendicazione della sovranità sionista sul Golan da parte di Trump; sono stati gli evangelici a sostenere l'annessione delle colonie sioniste; e sono stati gli evangelici a sostenere il rifiuto degli accordi sul nucleare da parte degli Stati Uniti. Sopra ogni altra cosa, galvanizzati come sono dai traguardi raggiunti, adesso guardano finalmente a Trump perché diventi realtà la Grande Israele della Bibbia.
Trump non è evangelico: è presbiteriano sin da ragazzino. Nel corso degli anni tuttavia si è avvicinato agli evangelici e ha fatto loro capire di essere convinto che la costruzione di una "Grande Israele" porrebbe fine ai conflitti in Medio Oriente portando nella regione una pace duratura. Tale sarebbe l'eredità politica della sua presidenza.
È vero che Trump continua a ripetere, magari in buona fede, che non vuole la guerra; tuttavia la creazione di una Grande Israele non è questione di risistemare i palestinesi in qualche sede alternativa, come farebbe un piccolo immobiliarista, in modo che lo stato sionista possa svilupparsi ed estendersi fino alla "Grande Israele". Laurent Guyénot, un luminare negli studi biblici, scrive per tutto questo possiede anche un'altra dimensione spesso sottovalutata ma densa di significato.
Il sionismo non può essere un movimento nazionalista come gli altri perché rispecchia il destino di Israele così come esso viene esplicitato nella Bibbia... Senz'altro Theodor Herzl e Max Nordau erano sinceri quando affermavano di volere che lo stato sionista fosse "un paese come gli altri"... [Ma dire] che il sionismo è biblico non significa che esso sia religioso; per i sionisti la Bibbia rappresenta sia una narrativa nazionale che un programma geopolitico più che un testo religioso; nell'antico ebraico il vocabolo "religione" non ha alcun corrispettivo.
Ben Gurion non era religioso; in sinagoga non andava mai e mangiava pancetta a colazione. Però era ferventemente biblico. Dan Kurzman [il biografo di ben Gurion] lo definisce "la personificazione del sogno sionista" e riporta una sua affermazione che indica quanto fosse fermamente convinto che ci fosse una missione da compiere: "Io credo nella nostra superiorità morale e intellettuale e nella nostra capacità di costituire un modello per la redenzione della razza umana".
"Dieci giorni dopo la proclamazione dell'indipendenza dello stato sionista [Ben Gurion] scriveva nel suo diario: "Irromperemo nella Transgiordania, bombarderemo Amman e distruggeremo il suo esercito, poi cadrà la Siria, e se l'Egitto continuerà a combattere bombarderemo Porto Said, Alessandria e il Cairo." Aggiunge poi: "questa sarà la ritorsione per quello che hanno fatto (gli egiziani, gli aramei e gli assiri) ai nostri avi ai tempi della Bibbia."
Millantando la capacità nucleare bellica iraniana Bolton e Pompeo stanno deliberatamente distogliendo l'attenzione da tutto questo. L'idea di concretizzare una "Grande Israele" in linea col suo destino metafisico e in possesso di una condizione di prestigio tale che "tutte le nazioni" pagheranno tributo "alla montagna di Yahvehm alla casa del dio di Giacobbe" quando "la Legge nascerà da Sion e la parola di Yahveh da Gerusalemme" è musica per le orecchie dei cristiani sionisti, dal momento che sono convinti che proprio questo sarà quello che anticiperà il ritorno del loro Messia e che avvicinerà la Fine dei Tempi.
Ovviamente qualsiasi intento di questo tipo, esplicitato o meno che sia, è destinato a incontrare l'opposizione di un paese di antica civiltà come l'Iran, che dispone di una metafisica molto potente e in contrasto con questa. Perché la "Grande Israele" diventi una realtà, occorre inficiare l'opposizione dell'Iran alle pretese di "elezione divina" dello stato sionista.
Bolton non è un evangelico ma è un alleato stretto della destra sionista. Spiega meglio Ben Caspit, un editorialista sionista di primo piano:

"Gli Stati Uniti non hanno intenzione di invadere l'Iran," ha messo le mani avanti la [mia] fonte sionista, "ma gli iraniani stanno cercando di indicare agli ameriKKKani che [qualsiasi escalation] ... Potrebbe provocare danni gravi agli interessi ameriKKKani e imporre un prezzo più alto di qualsiasi cosa il governo di Saddam Hussein fosse stato capace di intentare...".
La freddezza di Netanyahu per il crescere della tensione si può evincere dalla [sua comparsa] davanti a una commissione del Congresso nei giorni che portarono all'invasione dell'Iraq; affermò che Hussein stava cercando di costruire armamenti nucleari e che rovesciare il governo iracheno avrebbe arginato l'Iran e posto le basi per una maggiore stabilità in tutto il Medio Oriente. La storia ha provato che le predizioni di Netanyahu erano interamente sbagliate... Adesso, Netanyahu sta cercando di ammorbidire i toni in modo che non si pensi a lui come a quello che ha insistito perché gli ameriKKKani attaccassero l'Iran. Non è affatto certo che ci riuscirà.
Lo stato sionista adesso sta cercando di ridimensionare il suo sostegno per la posizione del consigliere sulla sicurezza nazionale John Bolton, che per ora la causa di un confronto diretto con l'iraniani ed è dunque considerato il più interventista di tutta l'amministrazione. Secondo qualcuno che ha lavorato con Netanyahu in campo militare per anni e che si è espresso a condizione di mantenere l'anonimato, "dovrebbe essere chiaro che quando nessuno lo sente Netanyahu prega che Bolton riesca a convincere il presidente ad attaccare l'Iran, ma la cosa non deve essere troppo evidente. [Netanyahu] non deve essere identificato con questo atteggiamento, soprattutto dopo essere già stato oggetto di attenzioni negative per essere stato quello che ha spinto gli Stati Uniti ad aggredire l'Iraq." Gerusalemme sta assistendo al contrasto fra i toni concilianti del presidente Donald Trump, intenzionato a evitare un avventurismo militare non necessario, e l'approccio più bellicista di Bolton. La paura è che Trump sarà il primo a cedere in questa guerra di nervi con l'Iran, che alla fine perderà interesse e abbasserà la pressione."
Nell'ottobre del 2003 ebbe luogo un incontro a Gerusalemme cui presero parte tre ministri sionisti in carica -Benjamin Netanyahu compreso- e Ruchard Perle -ex collega di John Bolton- come ospite d'onore. Fu firmata una dichiarazione in cui si affermava che Gerusalemme godeva di una "peculiare autorevolezza per diventare un centro di unificazione mondiale" e si statuiva: "Noi crediamo che uno degli obiettivi della rinascita di ispirazione divina di Israele sia quello di farla diventare il centro della nuova unificazione di tutti i paesi, che porterà a un'epoca di pace e di prosperità come vaticinato dai Profeti."
Tutto questo non è soltanto una qualche schermaglia astratta in merito a una dottrina nucleare. La escalation contro l'Iran serve invece per nascondere un conflitto metafisico e di civiltà assai più profondo. L'Iran ovviamente di questo è consapevole. E Putin ovviamente aveva ragione quando prevedeva che il mancato rispetto degli accordi da parte dell'Iran sarebbe stato usato come un'arma, ma che l'Iran aveva avuto poca scelta. Starsene tranquilli intanto che Trump stringeva a morte era semplicemente fuori questione.

29 maggio 2019

Firenze, la giornata di uno scrutatore



Una domenica piovosa a Firenze, quella del 26 maggio 2019.
Il seggio è allestito in una scuola elementare; gentilissimi, i custodi hanno lasciato una scatola di frutta con un cartellino che invita tutti a servirsene.
Il pomeriggio precedente si era provveduto a tutte le operazioni preliminari, con la verifica e la timbratura delle schede, il posizionamento dei sigilli dove servivano e tutto quanto il resto.
Alle sette del mattino si ammettono gli elettori. Comincia una processione, a tratti anche intensa, composta praticamente per intero da ultrasettantenni con le tessere elettorali cariche di bolli. In Comune sono consapevoli della situazione e hanno fatto avere ai presidenti di seggio uno stampato da consegnare a chi si trova in questa situazione: ci sono le istruzioni e gli indirizzi per provvedere al rinnovo in tempo, senza intasare le strutture all'ultimo minuto. Alla fine della giornata si saranno raccolte almeno una trentina di attestazioni pronunciate con sicurezza da gente convintissima che la cosa non la riguardava dal momento che non sarebbe arrivata viva al giro successivo. La trentunesima viene accolta da chi scrive con un'apertissima manifestazione di insofferenza.
A votare si presentano ipovendenti e non deambulanti (questa la definizione giuridica) accompagnati e, sempre accompagnate, persone dal comportamento non perfettamente lucido. Per loro è la cabina 1, vicinissima all'entrata.
Il tempo passa in modo regolare e piuttosto noioso: solo nel primo pomeriggio si presenta un diversivo.
Un signore nella media -vale a dire appena uscito dal circolo pensionati, ed è una valutazione generosa- fa l'atto di avventarsi sull'altro scrutatore lamentando la perdita di un telefono e minacciando l'intervento della gendarmeria.
L'altro scrutatore lo guarda senza capire; un vecchio cellulare è da ore su un tavolo senza che nessuno lo abbia reclamato, figuriamoci impossessarsene.
Il tale fa finta di vederlo solo allora, e se ne va dopo aver profuso ringraziamenti. Se avesse scelto lo scrivente come comprimario alla scenaggiata ne avrebbe avuto un gelido "ma cosa vuoi denunciare che come ti danno una guardata ci finisci tu in centrale..."
Arriva, unica, una ragazza di diciotto anni che vota per la prima volta. Probabilmente anche per l'ultima, in considerazione del fatto che l'ambiente della politica rappresentativa viene considerato infrequentabile da moltissime persone serie.
Alla fine della giornata l'affluenza risulta molto più alta della media peninsulare: quasi venti punti in più.
Solo che scorrendo l'elenco degli iscritti si nota l'assenza quasi totale delle classi comprese fra il 1980 e il 2001.
I giovani non votano, e basta.
Non è certo il caso di chiedersi il perché: se almeno venti milioni di sudditi non partecipano alle consultazioni deve esserci più di un motivo ed è verosimile che i motivi non siano gli stessi dappertutto e per tutte le classi, anche se per l'esperienza di chi scrive è sicuro che una parte consistente degli astenuti, almeno a Firenze, consideri l'offerta politica contemporanea inaccettabile, se non proprio ripugnante e/o offensiva.
Lo spoglio rivela tracce dell'umanità che è passata per il seggio. Preferenze sbagliate o strampalate (un "Berlusconi" vergato in corsivo tremolante fra le preferenze per le elezioni di quartiere), croci vergate con rabbia fin quasi a forare la scheda, qualche sporadico insulto, voti doppi su liste opposte destinati a finire tra le schede nulle.
Il lavoro di presidio, di spoglio, di verbalizzazione e di chiusura del seggio tiene impegnate sei persone per un numero di ore decisamente sproporzionato a quello che potremmo definire più una mancia di incoraggiamento che una retribuzione. Parte degli interessati, componenti del bigio e diffuso numero del genere mogliaccàsa figliascuola e il resto tuttolavoro, non manca di farlo notare ad alta voce più volte prima che arrivi la fine della sfacchinata, con la consegna dei verbali a notte fatta da un pezzo.

Restano i risultati.
Firenze ha, all'apparenza, sorpreso: il politicame "occidentalista" ha raccolto suffragi magrissimi, una specie di Kobarid inattesa. Qualcosa non deve aver funzionato: questa volta in quell'ambiente doveva maturare il passaggio di bandiera dai liberisti in cravatta ai sovranisti con le pezze al culo. E il passaggio, difficile, è stato affrontato more solito con una eterodirezione che ha imposto al povero Ubaldo Bocci una linea politica tra l'incolore e il ridicolo.
Questo però stupisce solo chi non conosce la realtà locale. A Firenze, chi vuol fare politica di destra si iscrive da decenni al partito di maggioranza; in caso contrario non il rischio, ma la certezza, è quello di fare la figura del ben vestito appena piovuto dalla luna.
L'attribuzione causale di chi scrive è più spiccia e senz'altro errata, ma si basa sull'assunto che Firenze sia una cosa, lo stato che occupa la penisola italiana un'altra.


23 maggio 2019

Alastair Crooke - Alle pressioni statunitensi l'Iran reagisce rispondendo che il danno può essere reciproco




Traduzione da Strategic Culture, 20 maggio 2019.


La dottrina "della massima pressione" cara a Trump sta avvicinandosi al fine vita? Trump non ne è convinto: "chiamatemi" (quando proprio non ne potete più), fa sapere a tutti quelli che ha assediato e sanzionato. A quanto pare ha fatto avere a Tehran anche un numero di telefono, per tramite dell'ambasciata svizzera. Solo che da Tehran non telefonerà nessuno.

Sembra che il periodo in cui si attendono gli eventi stia arrivando ovunque a conclusione: a dispetto di tutta la retorica non ha portato ad alcun risultato. In particolare sembra che la Cina abbia abbandonato i nodi e i toni concilianti per chiamare invece il suo popolo a raccolta per una lotta strategica dolorosa ma necessaria. Anche la Corea del Nord sembra abbia finito la pazienza con i negoziati senza sbocco; e adesso anche l'Iran, come gli altri, sta facendo capire che subire senza resistere intanto che gli Stati Uniti esercitano il massimo della pressione senza soffrirne alcun effetto collaterale non è una possibilità contemplata. Comincia adesso la fase successiva, in cui questi paesi sono pronti e sono intenzionati a imporre a Trump un dazio, per quanto asimmetrico.
Il pericolo evidente nel ricorso ad una strategia che prevede l'esercizio della massima pressione, e che magari è stata anche proficua, nell'ambiente immobiliare newyorkese da cui viene Trump, sta nel fatto che in geopolitica mettere l'avversario con le spalle al muro fin quando quello non "telefona" per arrendersi presenta qualche evidente problema: innanzitutto una resa significa verosimilmente la fine politica -o letterale- per il capo della compagine avversaria.
In secondo luogo, gli avvoltoi pazienti come John Bolton non hanno mai dubitato del fatto che la strategia di Trump non avrebbe mai funzionato. A dire il vero, Bolton è stato perfettamente esplicito a questo riguardo. Non ha usato infingimenti. Bolton semplicemente non crede che la Corea del Nord cederà mai il proprio arsenale nucleare in seguito a qualche negoziato; e non crede neppure che i vertici politici dell'Iran cambieranno mai l'assetto del paese. A logica dunque, solo il rovesciamento del governo produrrà il tipo di cambiamento tanto caro a Bolton, ovvero la condiscendenza verso gli interessi statunitensi.
Bolton e i compari che la pensano come lui sono consapevoli del fatto che devono pazientemente attendere finché Trump non si sarà stancato di aspettare vicino al telefono e non gli risulterà chiaro che tutti i convocati gli hanno dato buca. Intanto comunque i compari di Bolton -come lo stato sionista- ammazzano il tempo dell'attesa lavorandosi i mass media con una serqua di notizie che ingigantiscono le "minacce" dell'avversario di turno. Un classico in questi casi sono le foto satellitari che "dimostrano" la nequizia della controparte.
L'Iran è così passato ad avvertire Washington che non intende accettare di subire i costi che questa "massima pressione" comporta per la popolazione in quello che per Washington è un esercizio privo di rimesse e che quindi può andare avanti a tempo indeterminato. L'Iran sta cercando di porvi dei limiti.
All'inizio del mese il Jihad Islamico Palestinese ha lanciato da Gaza dei missili di cui lo stato sionista non conosceva l'esistenza. I missili hanno ucciso cinque cittadini dello stato sionista e mostrato che il vantato sistema antimissile Iron Dome è in qualche misura inefficace. Il 12 maggio alcune petroliere al largo della costa di Fujaira -il numero esatto non è noto- hanno subito dei danni al timone che le hanno messe completamente fuori uso. Due giorni dopo alcuni droni hanno attaccato due centrali di pompaggio interrompendo il passaggio di circa 3 milioni di barili di petrolio al giorno, in un oleodotto che va da est ad ovest fra le province orientali e quelle occidentali dell'Arabia Saudita.
Si tratta di tre eventi distinti, non necessariamente connessi tra di loro; l'Iran può esservi coinvolto o meno -e l'Iran nega ogni coinvolgimento- ma rappresentano comunque un deciso messaggio diretto ai tre principali protagonisti del sostegno all'inasprimento delle pressioni contro l'Iran: gli Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita e lo stato sionista. Il messaggio essenziale è che il danno può essere reciproco.
Questo tris di avvertimenti non indica soltanto che l'inasprirsi della pressione sull'Iran può portare terze parti a subire danni asimmetrici; esso toglie la foglia di fico all'"arte dell'accordo" di Trump. Trump ha tolto dal tavolo le carte palestinesi (Gerusalemme, il Golan, l'annessione dei territori degli insediamenti e le negazione al diritto al ritorno per i rifugiati) ma i tre avvertimenti indeboliscono la posizione di Trump nella sua politica della massima pressione verso l'Iran, perché mettono in discussione il sostegno regionale per qualsiasi ulteriore escalation statunitense. La casa dei Saud, oggi alle prese con un'altra ondata di purghe e con le lotte intestine, si sentirà al sicuro quanto basta per superare l'escalation statunitense contro l'Iran? Gli Emirati Arabi Uniti penseranno a quanto sono vulnerabili le loro esportazioni di petrolio? Lo stato sionista non pensa con nervosismo a cosa potrebbe comportare un conflitto su più ampia scala in termini di attacchi missilistici, dopo il campioncino fattogli avere dal Jihad Islamico? E Trump è tanto sicuro oggi che si possa manipolare il mercato del petrolio in maniera da evitare che il prezzo della benzina negli Stati Uniti si impenni? Le carte sono state mescolate un'altra volta.
I tre segnali indicano che nel gioco esistono nuovi limiti da non superare, proprio come limiti da non superare sono stati stabiliti da Hezbollah e dallo stato sionista nel conflitto che li contrappone a nord. L'Iran ha indicato che non intende arrivare alla guerra, ma che non accetterà neppure di farsi stritolare a morte.
Al di là di questo, scopo del tutto può essere quello di guastare l'intesa fra Trump e Bolton. Tocca a Trump dire se intende dare ragione a Bolton (e alla sua idea di arrivare a qualsiasi costo a rovesciare il governo iraniano) o se il limite da non superare per lui quello che non contempla alcuna nuova "guerra ameriKKKana" in Medio Oriente."Io non credo che Trump voglia la guerra", ha detto il Ministro degli Esteri Zarif durante la sua visita a New York il mese scorso indicando in Muhammad bin Zayed, Muhammad bin Salman, Bolton e Netanyahu i veri guerrafondai.
Staremo a vedere: gli USA, l'Arabia Saudita lo stato sionista e gli Emirati Arabi Uniti adesso devono considerare come reagire alla risposta iraniana. L'Iran rischia che Trump possa decidersi per quello che potrebbe considerare un compromesso, esibirsi di nuovo in un messaggino su Twitter a mezzo missile da crociera come quello spedito alla Siria lo scorso anno, tanto per ostentare la sua determinazione e non per causare all'Iran un danno strategico.
L'ambasciatore statunitense in Arabia Saudita ha detto che una volta che sia saltato fuori chi è stato a sabotare le petroliere gli Stati Uniti dovrebbero attuare "contromisure ragionevoli, guerra esclusa".
Perché Trump potrebbe fare una guerra?
Forse Trump crede alle analisi dello stato sionista per cui l'Iran è sull'orlo del crollo e che una spintarella basterebbe a far perdere la presa al governo iraniano e a farlo scivolare nell'abisso. Netanyahu si è detto insistentemente convinto con Trump che l'Iran è sul punto di crollare, ed è chiaro che le reti interne agli Stati Uniti -compresi gli esuli iraniani- sono della stessa idea. Questa convinzione potrebbe sembrare facile da liquidare come priva di qualsiasi appiglio concreto, ma si tratta di un'idea quasi certamente passata direttamente ai piani alti di una Casa Bianca che si è mostrata molto ricettiva.
L'intera linea politica di Trump inoltre è essenzialmente rivolta al piano interno, a riportare negli Stati Uniti posti di lavoro nel settore manifatturiero; il suo approccio è quello mercantile, quello fondato sulla trattativa; cosa del genere non tengono conto della base evangelica del suo elettorato, ovvero di uno statunitense ogni quattro. Al contrario, questo settore dell'elettorato ha in politica estera un interesse molto forte: quello di adempiere le profezie bibliche su Israele, e quindi a riportare il Messia sulla terra. Un eminente cristiano sionista prevede:
È trascorso esattamente un anno da quando l'ambasciata statunitense in Israele è stata spostata a Gerusalemme e gli evangelici ameriKKKani stanno festeggiando l'obiettivo raggiunto e se ne sentono politicamente galvanizzati. Robert Stearns, pastore evangelico e ascoltata voce del movimento cristiano sionista ha detto che gli evangelici "traggono forza" dal trasferimento dell'ambasciata e sono "motivati" a nient'altro che ad aumentare il loro attivismo a favore dello Stato ebraico... Stearns crede che "nei prossimi anni l'attivismo a sostegno di Israele crescerà come non è mai cresciuto prima". A chi si dice convinto che il trasferimento dell'ambasciata porterà ad un atteggiamento accomodante e rilassato, Stearns risponde: "Non avete ancora visto nulla. Questo è solo l'inizio."
La politica di Trump nei confronti dell'Iran, compreso il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi sul nucleare iraniano, si inquadra nel contesto di questo attivismo evangelico; di qui le pressioni elettorali che Trump subisce da parte del proprio elettorato più fedele.
Il sionismo ebraico, per quanto laico, è stato sin dall'inizio un progetto biblico; osserva Laurent Guyénot: "Il fatto che il sionismo sia biblico non significa che sia religioso; per i sionisti la Bibbia rappresenta sia una narrativa nazionale sia un programma geopolitico piuttosto che un testo religioso: in realtà nell'ebraico antico non esiste alcun vocabolo che indichi il concetto di religione. Ben Gurion non era religioso; in sinagoga non andava mai e mangiava pancetta colazione. Invece era ferventemente biblico".
Di conseguenza quando i cristiani sionisti e il leader dello stato sionista vagheggiano di una "Grande Israele" , porzioni bibliche, non stanno solo facendo un riferimento romantico ad una narrativa vecchia di due millenni: "il sionismo non può essere un movimento nazionalista analogo agli altri", scrive Guyénot, "perché esso richiama il destino di Israele così come esso viene espresso nella Bibbia". È in questo, in questa natura di grande progetto ideologico, che i cristiani sionisti degli Stati Uniti acquisiscono rilevanza politica tanto grande. Col tempo essi possono dunque riuscire a influenzare la risposta di Trump ai tentativi iraniani di imporre agli Stati Uniti e ai loro alleati regionali un limite da non superare.
"Il progetto", per così dire, proprio in conseguenza della sua implicita ideologia richiede nientemeno che una nuova ridefinizione del medio oriente in stile Sykes-Picot; una cosa verosimilmente problematica come lo fu la ridefinizione originale. Lo stato sionista dovrebbe crescere sul piano politico -e non soltanto in termini di territori annessi- per diventare "grande Israele"; i suoi effettivi confini verrebbero ridisegnati; i palestinesi verrebbero eliminati dalla scena, dispersi divisi, e le altre minoranze etniche regionali come i curdi verrebbero elevate al rango di paesi sovrani o incoraggiate alla secessione come i baluci, gli azeri ed altre. Al crescere dello stato sionista dovrebbe corrispondere una riduzione e/o un indebolimento di altre compagini storiche come la Siria, la Mesopotamia e la Persia, in modo da conferire stabilità al nuovo assetto in stile Sykes-Picot.
Trump tentennerebbe davanti all'idea dello scompiglio causato da una salva di missili Tomahawk? Probabilmente no. Gli evangelici voteranno sicuramente per lui nel 2020 anche solo per aver trasferito l'ambasciata a Gerusalemme. Paradossalmente, l'instabilità del Medio Oriente potrebbe anche andargli bene, perché essa aiuterebbe a consolidare il dominio dell'AmeriKKKa sul mercato energetico mondiale, convincendo gli europei ad acquistare gas ameriKKKano dato che le forniture mediorientali sono cosa "inaffidabile".
Il calcolo implicito nei messaggi iraniani è che Trump non voglia la guerra; d'altronde neppure l'Iran la vuole. Per evitarla è tuttavia necessario che Trump rispetti i limiti invalicabili stabiliti dall'Iran. Insomma, tocca a lui reagire razionalmente e prendere le distanze da Bolton. 
Dobbiamo sperare che l'Iran ci abbia visto giusto. E se invece Trump penserà che non può deludere la base evangelica del proprio elettorato e farà lanciare qualche missile? Questo è il rischio che l'Iran si sta accollando. L'alternativa però è il non fare niente, e non fare niente significa più probabilmente agevolare il percorso di minacce sempre più gravi cui sta pensando Bolton, destinato a tenere Trump sotto pressione fino a pensare che l'unica alternativa sia dare la parola al cannone.

21 maggio 2019

Mario Razzanelli candidato a Firenze: un giovane di belle speranze per Ubaldo Bocci



Come i lettori avranno notato da anni, in questa sede l'attualità politica dello stato che occupa la penisola italiana non è più oggetto di interesse perché l'argomento è diventato inaffrontabile da parte di chiunque abbia un minimo di rispetto per se stesso.
Che se ne occupi pure il cicaleccio delle "reti sociali", con tutte le conseguenze del caso; in un contesto in cui è normale rischiare di essere aggrediti fisicamente da parte di qualche laureato all'università della vita se si usa in maniera corretta il congiuntivo, l'attuale democratismo rappresentativo funziona in maniera pressoché perfetta ed è giustissimo che ognuno abbia quello che si merita.
Ci limiteremo dunque a evidenziare la mutazione antropologica dell'"occidentalismo", anni fa impersonato da liberisti in cravatta dediti al sorridente smantellamento dei diritti altrui in un tripudio di donne poco vestite e servi volenterosi, oggi trasformatisi in sovranisti con le pezze al culo dediti al dragaggio dei contesti sociali più abbrutiti, per ramazzare suffragi in quelle zone di marginalità che avevano personalmente contribuito a creare.
In occasione delle elezioni amministrative a Firenze gli "occidentalisti" si sono trovati davanti a un problema che è ormai una costante della loro pratica politica, vale a dire cercare qualcuno che si addossasse lo stigma della candidatura e che non suscitasse reazioni emetiche nelle persone serie. Sono andati a cercare un certo Ubaldo Bocci, chiamato come tutti i suoi predecessori a cercare di rendere presentabili individui e programmi che presentabili non sono. La funzione di questo indossatore di maglioncini è soltanto quella di conferire profumo di fragola a uno sformato di escrementi.

Dietro di lui c'è un sottobosco di morti in piedi (come il vivace signore qui sopra, che viene anche a parlare di normalità) che pare fatto apposta per soddisfare l'unico settore veramente degno di attenzione per la politica rappresentativa, che è fatto di ultraottantenni incarogniti, la televisione a riempirgli la testa e le giornate di oscenità e di propaganda, le doppiette nella vetrinetta del soggiorno e qualche repellente cagnaccio mordace a gironzolare nella resede del terratetto condonato e impestato di telecamere e di serrature.
Uno di questi questuanti è Mario Razzanelli.
Mario Razzanelli è un volto noto ai nostri lettori, uno che galleggia nella totale ininfluenza da una ventina d'anni. E che deve avere soldi da buttare se ha spedito centinaia di volantini e se ha acquistato diversi spazi sulle gazzette.
Il caposaldo della politica di questo signore è la contrarietà a un sistema di trasporto che è apprezzato da tutta Firenze tranne che da lui e dai preagonici che lo stimano. A differenza delle altre volte a questo giro ha persino rinunciato ai fotomontaggi. Forse perché erano, ovviamente, fatti da cani.
E i ggggiovani no tramvia chissà che fine hanno fatto.
L'esame del programmino elettoraluccio di Mario Razzanelli deve partire da una premessa. Razzanelli ha cambiato casacca almeno per la terza volta, passando al "partito" fondato e diretto da uno straricco polipregiudicato che ad oggi ha passato anche lui gli ottant'anni da un pezzo. L'esame del programmino elettoraluccio di Mario Razzanelli può compendiarsi di un sintetico nichts neues. Solita ripetizione ecoica di ciarle stupide e cattive che sono ormai talmente in tanti a ripetere che la "competizione elettorale" è ridotta da anni a una gara a chi ripete ecoicamente la ciarla più stupida e cattiva.
Se dovessero decidere di girare un film sui morti viventi ambientato a Firenze, la politica "occidentalista" potrebbe fornire comparse e protagonisti credibili ed entusiasti.