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23 maggio 2019

Alastair Crooke - Alle pressioni statunitensi l'Iran reagisce rispondendo che il danno può essere reciproco




Traduzione da Strategic Culture, 20 maggio 2019.


La dottrina "della massima pressione" cara a Trump sta avvicinandosi al fine vita? Trump non ne è convinto: "chiamatemi" (quando proprio non ne potete più), fa sapere a tutti quelli che ha assediato e sanzionato. A quanto pare ha fatto avere a Tehran anche un numero di telefono, per tramite dell'ambasciata svizzera. Solo che da Tehran non telefonerà nessuno.

Sembra che il periodo in cui si attendono gli eventi stia arrivando ovunque a conclusione: a dispetto di tutta la retorica non ha portato ad alcun risultato. In particolare sembra che la Cina abbia abbandonato i nodi e i toni concilianti per chiamare invece il suo popolo a raccolta per una lotta strategica dolorosa ma necessaria. Anche la Corea del Nord sembra abbia finito la pazienza con i negoziati senza sbocco; e adesso anche l'Iran, come gli altri, sta facendo capire che subire senza resistere intanto che gli Stati Uniti esercitano il massimo della pressione senza soffrirne alcun effetto collaterale non è una possibilità contemplata. Comincia adesso la fase successiva, in cui questi paesi sono pronti e sono intenzionati a imporre a Trump un dazio, per quanto asimmetrico.
Il pericolo evidente nel ricorso ad una strategia che prevede l'esercizio della massima pressione, e che magari è stata anche proficua, nell'ambiente immobiliare newyorkese da cui viene Trump, sta nel fatto che in geopolitica mettere l'avversario con le spalle al muro fin quando quello non "telefona" per arrendersi presenta qualche evidente problema: innanzitutto una resa significa verosimilmente la fine politica -o letterale- per il capo della compagine avversaria.
In secondo luogo, gli avvoltoi pazienti come John Bolton non hanno mai dubitato del fatto che la strategia di Trump non avrebbe mai funzionato. A dire il vero, Bolton è stato perfettamente esplicito a questo riguardo. Non ha usato infingimenti. Bolton semplicemente non crede che la Corea del Nord cederà mai il proprio arsenale nucleare in seguito a qualche negoziato; e non crede neppure che i vertici politici dell'Iran cambieranno mai l'assetto del paese. A logica dunque, solo il rovesciamento del governo produrrà il tipo di cambiamento tanto caro a Bolton, ovvero la condiscendenza verso gli interessi statunitensi.
Bolton e i compari che la pensano come lui sono consapevoli del fatto che devono pazientemente attendere finché Trump non si sarà stancato di aspettare vicino al telefono e non gli risulterà chiaro che tutti i convocati gli hanno dato buca. Intanto comunque i compari di Bolton -come lo stato sionista- ammazzano il tempo dell'attesa lavorandosi i mass media con una serqua di notizie che ingigantiscono le "minacce" dell'avversario di turno. Un classico in questi casi sono le foto satellitari che "dimostrano" la nequizia della controparte.
L'Iran è così passato ad avvertire Washington che non intende accettare di subire i costi che questa "massima pressione" comporta per la popolazione in quello che per Washington è un esercizio privo di rimesse e che quindi può andare avanti a tempo indeterminato. L'Iran sta cercando di porvi dei limiti.
All'inizio del mese il Jihad Islamico Palestinese ha lanciato da Gaza dei missili di cui lo stato sionista non conosceva l'esistenza. I missili hanno ucciso cinque cittadini dello stato sionista e mostrato che il vantato sistema antimissile Iron Dome è in qualche misura inefficace. Il 12 maggio alcune petroliere al largo della costa di Fujaira -il numero esatto non è noto- hanno subito dei danni al timone che le hanno messe completamente fuori uso. Due giorni dopo alcuni droni hanno attaccato due centrali di pompaggio interrompendo il passaggio di circa 3 milioni di barili di petrolio al giorno, in un oleodotto che va da est ad ovest fra le province orientali e quelle occidentali dell'Arabia Saudita.
Si tratta di tre eventi distinti, non necessariamente connessi tra di loro; l'Iran può esservi coinvolto o meno -e l'Iran nega ogni coinvolgimento- ma rappresentano comunque un deciso messaggio diretto ai tre principali protagonisti del sostegno all'inasprimento delle pressioni contro l'Iran: gli Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita e lo stato sionista. Il messaggio essenziale è che il danno può essere reciproco.
Questo tris di avvertimenti non indica soltanto che l'inasprirsi della pressione sull'Iran può portare terze parti a subire danni asimmetrici; esso toglie la foglia di fico all'"arte dell'accordo" di Trump. Trump ha tolto dal tavolo le carte palestinesi (Gerusalemme, il Golan, l'annessione dei territori degli insediamenti e le negazione al diritto al ritorno per i rifugiati) ma i tre avvertimenti indeboliscono la posizione di Trump nella sua politica della massima pressione verso l'Iran, perché mettono in discussione il sostegno regionale per qualsiasi ulteriore escalation statunitense. La casa dei Saud, oggi alle prese con un'altra ondata di purghe e con le lotte intestine, si sentirà al sicuro quanto basta per superare l'escalation statunitense contro l'Iran? Gli Emirati Arabi Uniti penseranno a quanto sono vulnerabili le loro esportazioni di petrolio? Lo stato sionista non pensa con nervosismo a cosa potrebbe comportare un conflitto su più ampia scala in termini di attacchi missilistici, dopo il campioncino fattogli avere dal Jihad Islamico? E Trump è tanto sicuro oggi che si possa manipolare il mercato del petrolio in maniera da evitare che il prezzo della benzina negli Stati Uniti si impenni? Le carte sono state mescolate un'altra volta.
I tre segnali indicano che nel gioco esistono nuovi limiti da non superare, proprio come limiti da non superare sono stati stabiliti da Hezbollah e dallo stato sionista nel conflitto che li contrappone a nord. L'Iran ha indicato che non intende arrivare alla guerra, ma che non accetterà neppure di farsi stritolare a morte.
Al di là di questo, scopo del tutto può essere quello di guastare l'intesa fra Trump e Bolton. Tocca a Trump dire se intende dare ragione a Bolton (e alla sua idea di arrivare a qualsiasi costo a rovesciare il governo iraniano) o se il limite da non superare per lui quello che non contempla alcuna nuova "guerra ameriKKKana" in Medio Oriente."Io non credo che Trump voglia la guerra", ha detto il Ministro degli Esteri Zarif durante la sua visita a New York il mese scorso indicando in Muhammad bin Zayed, Muhammad bin Salman, Bolton e Netanyahu i veri guerrafondai.
Staremo a vedere: gli USA, l'Arabia Saudita lo stato sionista e gli Emirati Arabi Uniti adesso devono considerare come reagire alla risposta iraniana. L'Iran rischia che Trump possa decidersi per quello che potrebbe considerare un compromesso, esibirsi di nuovo in un messaggino su Twitter a mezzo missile da crociera come quello spedito alla Siria lo scorso anno, tanto per ostentare la sua determinazione e non per causare all'Iran un danno strategico.
L'ambasciatore statunitense in Arabia Saudita ha detto che una volta che sia saltato fuori chi è stato a sabotare le petroliere gli Stati Uniti dovrebbero attuare "contromisure ragionevoli, guerra esclusa".
Perché Trump potrebbe fare una guerra?
Forse Trump crede alle analisi dello stato sionista per cui l'Iran è sull'orlo del crollo e che una spintarella basterebbe a far perdere la presa al governo iraniano e a farlo scivolare nell'abisso. Netanyahu si è detto insistentemente convinto con Trump che l'Iran è sul punto di crollare, ed è chiaro che le reti interne agli Stati Uniti -compresi gli esuli iraniani- sono della stessa idea. Questa convinzione potrebbe sembrare facile da liquidare come priva di qualsiasi appiglio concreto, ma si tratta di un'idea quasi certamente passata direttamente ai piani alti di una Casa Bianca che si è mostrata molto ricettiva.
L'intera linea politica di Trump inoltre è essenzialmente rivolta al piano interno, a riportare negli Stati Uniti posti di lavoro nel settore manifatturiero; il suo approccio è quello mercantile, quello fondato sulla trattativa; cosa del genere non tengono conto della base evangelica del suo elettorato, ovvero di uno statunitense ogni quattro. Al contrario, questo settore dell'elettorato ha in politica estera un interesse molto forte: quello di adempiere le profezie bibliche su Israele, e quindi a riportare il Messia sulla terra. Un eminente cristiano sionista prevede:
È trascorso esattamente un anno da quando l'ambasciata statunitense in Israele è stata spostata a Gerusalemme e gli evangelici ameriKKKani stanno festeggiando l'obiettivo raggiunto e se ne sentono politicamente galvanizzati. Robert Stearns, pastore evangelico e ascoltata voce del movimento cristiano sionista ha detto che gli evangelici "traggono forza" dal trasferimento dell'ambasciata e sono "motivati" a nient'altro che ad aumentare il loro attivismo a favore dello Stato ebraico... Stearns crede che "nei prossimi anni l'attivismo a sostegno di Israele crescerà come non è mai cresciuto prima". A chi si dice convinto che il trasferimento dell'ambasciata porterà ad un atteggiamento accomodante e rilassato, Stearns risponde: "Non avete ancora visto nulla. Questo è solo l'inizio."
La politica di Trump nei confronti dell'Iran, compreso il ritiro degli Stati Uniti dagli accordi sul nucleare iraniano, si inquadra nel contesto di questo attivismo evangelico; di qui le pressioni elettorali che Trump subisce da parte del proprio elettorato più fedele.
Il sionismo ebraico, per quanto laico, è stato sin dall'inizio un progetto biblico; osserva Laurent Guyénot: "Il fatto che il sionismo sia biblico non significa che sia religioso; per i sionisti la Bibbia rappresenta sia una narrativa nazionale sia un programma geopolitico piuttosto che un testo religioso: in realtà nell'ebraico antico non esiste alcun vocabolo che indichi il concetto di religione. Ben Gurion non era religioso; in sinagoga non andava mai e mangiava pancetta colazione. Invece era ferventemente biblico".
Di conseguenza quando i cristiani sionisti e il leader dello stato sionista vagheggiano di una "Grande Israele" , porzioni bibliche, non stanno solo facendo un riferimento romantico ad una narrativa vecchia di due millenni: "il sionismo non può essere un movimento nazionalista analogo agli altri", scrive Guyénot, "perché esso richiama il destino di Israele così come esso viene espresso nella Bibbia". È in questo, in questa natura di grande progetto ideologico, che i cristiani sionisti degli Stati Uniti acquisiscono rilevanza politica tanto grande. Col tempo essi possono dunque riuscire a influenzare la risposta di Trump ai tentativi iraniani di imporre agli Stati Uniti e ai loro alleati regionali un limite da non superare.
"Il progetto", per così dire, proprio in conseguenza della sua implicita ideologia richiede nientemeno che una nuova ridefinizione del medio oriente in stile Sykes-Picot; una cosa verosimilmente problematica come lo fu la ridefinizione originale. Lo stato sionista dovrebbe crescere sul piano politico -e non soltanto in termini di territori annessi- per diventare "grande Israele"; i suoi effettivi confini verrebbero ridisegnati; i palestinesi verrebbero eliminati dalla scena, dispersi divisi, e le altre minoranze etniche regionali come i curdi verrebbero elevate al rango di paesi sovrani o incoraggiate alla secessione come i baluci, gli azeri ed altre. Al crescere dello stato sionista dovrebbe corrispondere una riduzione e/o un indebolimento di altre compagini storiche come la Siria, la Mesopotamia e la Persia, in modo da conferire stabilità al nuovo assetto in stile Sykes-Picot.
Trump tentennerebbe davanti all'idea dello scompiglio causato da una salva di missili Tomahawk? Probabilmente no. Gli evangelici voteranno sicuramente per lui nel 2020 anche solo per aver trasferito l'ambasciata a Gerusalemme. Paradossalmente, l'instabilità del Medio Oriente potrebbe anche andargli bene, perché essa aiuterebbe a consolidare il dominio dell'AmeriKKKa sul mercato energetico mondiale, convincendo gli europei ad acquistare gas ameriKKKano dato che le forniture mediorientali sono cosa "inaffidabile".
Il calcolo implicito nei messaggi iraniani è che Trump non voglia la guerra; d'altronde neppure l'Iran la vuole. Per evitarla è tuttavia necessario che Trump rispetti i limiti invalicabili stabiliti dall'Iran. Insomma, tocca a lui reagire razionalmente e prendere le distanze da Bolton. 
Dobbiamo sperare che l'Iran ci abbia visto giusto. E se invece Trump penserà che non può deludere la base evangelica del proprio elettorato e farà lanciare qualche missile? Questo è il rischio che l'Iran si sta accollando. L'alternativa però è il non fare niente, e non fare niente significa più probabilmente agevolare il percorso di minacce sempre più gravi cui sta pensando Bolton, destinato a tenere Trump sotto pressione fino a pensare che l'unica alternativa sia dare la parola al cannone.

04 marzo 2019

Alastair Crooke - La lunga partita del signor Bolton contro l'Iran. Il Pakistan diventa un altro cliente dell'Arabia Saudita.



Traduzione da Strategic Culture, 25 febbraio 2019.

Lo Wall Street Journal ha pubblicato un articolo il cui solo titolo la dice lunga: "L'ambizione di una NATO araba svanisce nella discordia". Non c'era da stupirsene. Lo stesso Antony Zinni, generale dei Marines in pensione che doveva promuovere l'iniziativa e che ha rassegnato le dimissioni, ha detto che era chiaro fin dall'inizio che l'idea di metter in piedi una "NATO araba" era troppo ambiziosa. "Non è che fossero tutti lì pronti a buttarsi in un'alleanza analoga alla NATO," ha detto. "Una delle cose che ho cercato di fare è stato proprio togliere di mezzo l'idea di una NATO per il Golfo o di una NATO per il Medio Oriente." La sua programmazione si era invece concentrata su "aspettative più realistiche," conclude l'articolo del WSJ.
A quanto sembra "non tutti i paesi mediorientali interessati alla proposta vogliono fare dell'Iran una questione centrale; una preoccupazione che ha costretto gli USA a definire l'alleanza come una coalizione allargata," spiega lo WSJ. Anche questo non sorprende perché a preoccupare veramente i paesi del Golfo oggi come oggi è più che altro la possibilità che la Turchia (insieme al Qatar) scateni i Fratelli Musulmani -i cui vertici si stanno già riunendo a Istanbul- contro i nemici mortali della Turchia che sono Mohammed bin Zaid e gli Emirati Arabi Uniti. Ai vertici dello stato turco sono convinti che MbZ e gli Emirati, insieme a bin Salman, abbiano ispirato le recenti iniziative volte a circondare la frontiera meridionale turca con un cordone di staterelli curdi ostili.
Anche i leader del Golfo sono consapevoli del fatto che se vogliono ricacciare indietro l'influenza turca dal Levante non possono prendere una posizione esplicitamente antiiraniana. Nel Levante una strada del genere non è percorribile.
Quindi l'Iran è fuori pericolo? Ovviamente no. Assolutamente no. La MESA (Middle East Security Alliance) può anche essere il nuovo mezzo per costruire una NATO araba meno intransigente, ma il suo celato intento, sotto la regia di Bolton, resta quello di concentrarsi sull'Iran proprio come sull'Iran era concentrata fin dall'inizio l'idea di una NATO araba. E come poteva essere altrimenti, data l'ossessione per l'Iran del governo Trump?
Cosa vediamo succedere, allora? Fino a pochissimo tempo fa il Pakistan era, economicamente, sulla corda. Sembrava che avrebbe dovuto ricorrere un'altra volta al Fondo Monetario Internazionale ed era chiaro che in prospettiva, se la cosa fosse passata, si sarebbe trattato di un'esperienza assai dolorosa. Il Segretario di Stato Mike Pompeo alla metà del 2018 andava dicendo che gli USA non avrebbero probabilmente sostenuto un programma del Fondo Monetario perché alcuni dei suoi prestiti avrebbero potuto essere usati per ripagare precedenti prestiti fatti al Pakistan dalla Cina. Gli USA inoltre avevano punito il Pakistan tagliando drasticamente l'assistenza finanziaria statunitense all'esercito pakistano per la lotta al terrorismo. Insomma, il Pakistan stava scivolando inesorabilmente verso il default e l'unico salvatore possibile era la Cina.
A quel punto è arrivato all'improvviso qualcuno che ci metteva una pezza. Mohammed bin Salman in visita ha promesso un piano di investimenti da venti miliardi di dollari come "prima fase" di un articolato programma volto a rianimare l'economia pakistana. La proposta veniva dopo tre miliardi in contanti per il ripianamento dei debiti e altri tre miliardi di agevolazioni sul pagamento delle forniture di greggio saudita. Delle fate madrine non avrebbero potuto fare di meglio. E questa magnificenza arriva dopo che gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso un mese fa al Pakistan sei miliardi e duecento milioni di dollari per ripianare i buchi di bilancio.
Gli USA vogliono, e vogliono perentoriamente, che il Pakistan imponga ai talebani in Afghanistan un "accordo di pace" con gli USA che consenta ai soldati statunitensi di rimanere in permanenza sul posto: una cosa che i talebani hanno sempre rifiutato; anzi, la vicenda ha messo il ritiro delle truppe straniere al primo posto delle loro priorità.
Poi però si sono verificati due eventi rivelatori. Il 13 febbraio un attentatore suicida ha diretto un veicolo carico di eplosivo contro un autobus di Guardiani della Rivoluzione Islamica nella provincia iraniana del Sistan-Belucistan. Il portavoce della Majlis ha detto che l'attacco, che ha fatto ventisette vittime nel corpo di élite dei Guardiani della Rivoluzione, è stato "pianificato e portato a termine da qualcuno che si trova in Pakistan". Ovviamente un gesto di rottura tanto provocatorio nella provincia più delicata dal punto di vista etnico di tutto l'Iran può anche non significare nulla, ma forse il nuovo flusso di denaro dai paesi del Golfo è andato a fertilizzare un'altra messe di madrase wahabite nel Belucistan pakistano e c'entra qualche cosa, come fa pensare l'aspro avvertimento al Pakistan da parte del comandante dei Guardiani della Rivoluzione generale Sulemani.
In ogni caso esistono relazioni che indicano come il Pakistan stia esercitando forti pressioni sui leader dei talebani afghani affinché acconsentano alla pretesa di Washington di installare basi permanenti in Afghanistan.
Sembra che gli USA, dopo aver bastonato il Pakistan per non aver fatto abbastanza contro i talebani, abbiano compiuto una virata di centoottanta gradi. Washington adesso è amicissima del Pakistan... con i sauditi e gli Emirati Arabi Uniti a mettere firme sugli assegni. E Washington conta sul Pakistan non perché esso argini e sconfigga i talebani, ma per coinvolgerlo in un "accordo di pace" che implichi la sua acquiescenza a diventare un altro centro nevralgico dell'apparato militare statunitense, al pari del rivificato centro nevralgico di Erbil, in quel Kurdistan iracheno che confina con le province curde dell'Iran. Spiega un ex ambasciatore indiano, MK Bhadrakumar:
"Come evoluzione per il prossimo futuro sauditi ed emiratini si aspettano che la tradizionale ideologia afghano-islamica dei talebani riprenda forza insieme alla sua concezione squisitamente afghanocentrica cui si aggiunge una significativa dote di dottrina wahabita... [così da] rendere possibile l'integrazione dei talebani nella rete jihadista mondiale, in cui coabiterebbero con organizzazioni estremistiche come lo Stato Islamico o al Qaeda... così da poter intraprendere progetti geopolitici in regioni come l'Asia centrale, il Caucaso o l'Iran muovendo dal territorio afghano e sotto il comando di una leadership afghana a servizio straniero."
Lo scorso 11 febbraio il generale Votel, capo del CentCom, ha detto al Comitato per le Forze Armate del Senato statunitense: "Se il Pakistan gioca un ruolo positivo nell'accordo sul conflitto in Afghanistan, gli USA avranno l'occasione e il motivo per sostenerlo; la pace nella regione è la priorità più importante tanto per gli USA quanto per il Pakistan." Il progetto della MESA va avanti, ma sottobanco.
E il secondo evento rivelatore? Esistono resoconti credibili secondo cui i combattenti dello Stato Islamico nella zona di Deir ez Zor in Siria stanno ricevendo "facilitazioni" (pare sottoforma di congrui quantitativi di oro e pietre preziose) per trasferirsi in Afghanistan.
Per molto tempo l'Iran è stato afflitto nella regione del Sistan e Belucistan dall'operato di fazioni apertamente secessioniste sostenute nel corso degli anni da paesi stranieri. Ma all'Iran possono arrivare pericoli anche dal confinante Afghanistan. L'Iran ha rapporti con i talebani, ma a inventare i talebani della corrente Deobandi -che è una variante dello wahabismo- è stata Islamabad, e Islamabad è da sempre il primo fattore di influenza su questo gruppo per lo più composto da pashtun, laddove l'influenza iraniana raggiunge più che altro i tagiki dell'Afghanistan settentrionale. Ovviamente anche l'Arabia Saudita ha da decenni relazioni con i mujaheddin pashtun dell'Afghanistan.
Durante la guerra in Afghanistan negli anni Ottanta e anche in seguito l'Afghanistan è sempre stato la porta d'ingresso all'Asia Centrale per il fondamentalismo islamico. In altre parole, l'ansia con cui l'AmeriKKKa anela a stabilirvi posizioni permanenti (e l'arrivo di militanti dalla Siria) può in qualche modo far pensare che nelle idee degli USA vi sia un secondo fine, quello di mettersi in condizione di influire sullo sviluppo della sfera commerciale e delle vie di rifornimento russe e cinesi in Asia Centrale.
Cosa significa tutto questo nel complesso? Innanzitutto era dal 2003 che il signor Bolton andava chiedendo che si realizzasse una presenza permanente in Iraq per mettere l'Iran sotto pressione. Adesso è cosa fatta. Le forze speciali statunitensi (per lo più) ritirate dalla Siria si stanno ridislocando in questo nuovo punto nevralgico in Iraq; il loro compito, a detta di Trump, è quello di "controllare l'Iran". Trump, diciamo pure senza volerlo, con un commento del genere ha scoperto gli altarini.
Un esame accurato dei punti nevralgici on cui gli USA hanno circondato l'Iran consente comunque di identificare il resto del piano del signor Bolton. Questi centri si trovano proprio nei pressi delle minoranze etniche in territorio iraniano: sunniti, curdi, baluci... alcune delle quali hanno una storia di rivolte. Per quale motivo le forze speciali statunitensi si stanno radunando nella struttura irachena? In questo caso si tratta di personale specializzato in programmi di addestramento e assistenza. Reparti del genere vengono associati a gruppi di insorti per fornire loro addestramento e assistenza nella lotta contro il potere costituito. Alla fine programmi di questo genere finiscono con la realizzazione di zone sicure destinate a proteggere le forze che hanno assecondato gli statunitensi. Esempi del genere sono Bengasi in Libia e al Tanaf in Siria.
Colpire l'Iran è il proposito recondito del programma MESA; è un proposito ambizioso, ma nei prossimi mesi verrà rinforzato con nuovi giri di vite economici destinati a troncare le vendite di greggio iraniano (man mano che i diritti scadono) e con un'azione diplomatica il cui intento è quello di scompaginare i rapporti dell'Iran con la Siria, il Libano e l'Iraq.
L'iniziativa avrà successo? Probabilmente no. I talebani hanno puntualmente cancellato l'ultima riunione che avevano in programma con i funzionari pakistani, che avrebbero esercitato ulteriori pressioni su di loro perché arrivassero ad un accordo con Washington; i talebani sono orgogliosi della loro lunga storia fatta di cacciate degli occupanti stranieri. L'Iraq non ha alcuna intenzione di diventare il vaso di coccio in una nuova contesa fra Stati Uniti e Iran; il governo iracheno può quindi ritirare l'invito rivolto alle forze statunitensi a rimanere nel paese. Laq Russia -che ha intrapreso un proprio processo di pace con i talebani- non vorrà trovarsi costretta a schierarsi in un montante conflitto fra Stati Uniti, stato sionista e Iran. Russi e cinesi non vogliono veder turbato l'equilibrio della regione.
Più nel dettaglio, l'India rimarrà sconcertata a vedere che il programma MESA considera alleato preferenziale il Pakistan; tanto più è probabile che l'India, a torto o a ragione, considererà l'autobomba suicida del 14 febbraio nello Jammu-Kashmir che ha fatto 40 vittime fra i poliziotti indiani come un indice del fatto che l'esercito pakistano si è ripreso quanto basta per ridare vigore alla storica contesa con l'India per il territorio dello Jammu - Kashmir, che è probabilmente la zona più militarizzata del mondo e che fino ad oggi è stata teatro di tre guerre fra India e Pakistan. A quel punto avrebbe senso per l'India fare fronte comune con l'Iran per evitare l'isolamento.
Nonostante i limiti che vengono dalla politica concreta gli sviluppi degli eventi fanno pensare che a Washington stia proprio prendendo forma un preciso tentativo per arrivare a un tu per tu con l'Iran.

29 dicembre 2018

Alastair Crooke - Ecco l'effetto Khashoggi: Erdogan rovescia gli equilibri e i paesi del Golfo precipitano nella confusione



Traduzione da Strategic Culture, 26 novembre 2018.

Sembra che il quartetto impegnato a discolpare Mohammed bin Salman -composto dagli USA, dallo stato sionista, dagli Emirati Arabi Uniti... e dallo stesso Mohammed bin Salman, ovviamente- pensi di aver raggiunto alla grande il proprio scopo con Trump che ha sentenziato a discolpa: "Magari è stato lui, magari no". Probabilmente sono piuttosto soddisfatti di se stessi. Ora come ora Mohammed bin Salman rimane al suo posto e può imbarazzare tutti con la sua presenza al G20 mettendosi caparbio a cercare di stringere la mano agli altri leader davanti a una falange di fotografi, intanto che quelli cercano di scansare l'appestato arto. Ma seppure Mohammed bin Salman riesce a scampare alla crisi, dall'accaduto emerge più di ogni altra cosa quanto sia stato bravo a distruggere la Casa dei Saud intesa come impresa dedita alla leadership condivisa, e a minare alle radici le credenziali islamiche dell'Arabia Saudita. Il Presidente Trump e Jared Kushner, quasi inconsapevolmente, hanno cospirato perché questo fosse il risultato.
E che risultato. Come hanno detto a Istanbul a Pepe Escobar, "La macchina di Erdogan ha visto [nella vicenda Khashoggi] una di quelle occasioni che càpitano una volta nella vita per distruggere allo stesso tempo la traballante credibilità islamica della Casa dei Saud e per rafforzare il neoottomanesimo turco, ma tutto entro un contesto ikhwanita [ovvero nello stile dei Fratelli Musulmani]". Ora, si tratta di una sparata un po' grossa: magari il mondo arabo non è così ansioso di accogliere a braccia aperte il ritorno dell'impero ottomano o i Fratelli Musulmani. Ma con i paesi del Golfo così a terra in tedmini di legittimazione, Erdogan probabilmente è nel giusto se pensa di essersi messo a sfondare una porta aperta.
Ci sono interessi strategici che mettono il vento in poppa agli intenti di Erdogan. Erdogan ha dalla sua -come parte di ciò che la Turchia intende cercare di ottenere smettendola di rivelare poco per volta i dettagli della vicenda Khashoggi- la fine dell'assedio saudita al Qatar. Nel contesto della contrattazione è possibile che l'emiro del Qatar (così ci è stato detto) si rechi prossimamente in visita a Riyadh e che possa esserci una qualche distaccata -per non dire gelida- riconciliazione con Mohammed bin Salman. Il fatto è che il Qatar è fortemente debitore verso Erdogan per la fine dell'assedio... e per il precedente dislocamento di militari turchi nell'emirato, a tutela da qualsiasi aggressione saudita. Al pari della Turchia, anche l'emiro del Qatar è un generoso sostenitore dei Fratelli Musulmani.
La Turchia può contare anche su una stretta collaborazione strategica con l'Iran, divergenze sulla Siria nonostante. I due paesi condividono un forte interesse per la fine della presenza statunitense in Siria, e per la fine del progetto curdo nella regione patrocinato dallo stato sionista. Della partita fanno parte anche in questo caso i Fratelli Musulmani; il loro idillio con l'Arabia Saudita è finito, e certi settori del movimento -ancora in frantumi dopo la guerra contro di esso condotta dagli stati del Golfo- stanno tornando ai vecchi amori: Hezbollah e l'Iran; i Fratelli Musulmani non hanno mai rotto con la Turchia. Insomma, sembra che i Fratelli Musulmani siano destinati a diventare la bassa truppa nella battaglia in cui la Turchia intende strappare la corona della supremazia del mondo islamico all'Arabia Saudita.
Dietro questo convergere di interessi politici ci sono comunque anche il petrolio e il gas. A condurre i giochi in questo campo è la Russia, e la Turchia ne è il presunto centro. Senza troppo chiasso, Mosca sta consolidando un nuovo asse dell'energia: il Qatar ha già iniettato preziosa liquidità nella Rosneft, il gigante petrolifero russo, acquistandovi una voce rilevante e fornendole i mezzi per effettuare acquisizioni nel grande giacimento egiziano di Zohr. Il Qatar sta anche collaborando con l'Iran per lo sfruttamento del giacimento North Dome - South Pars, che i due paesi condividono nel Golfo Persico e che è il più grande del mondo. Recentemente il Qatar ha esteso in modo significativo i propri impianti per la produzione di gas naturale liquefatto. Anche l'Iraq ha appena ecconsentito a coordinare con la Russia le operazioni nel settore del petrolio e del gas.
Non è difficile capire cosa sta succedendo. Questa settimana la Russia ha completato la costruzione del TurkStream, il gasdotto sottomarino che la connette a quella Turchia che è al centro dei giochi in materia di fonti energetiche. Come nota Pepe Escobar, "il TurkStream si compone di due linee, ciascuna delle quali in grado di veicolare 15,75 miliardi di metri cubi di gas all'anno. La prima è destinata al mercato turco. La seconda passerà a 180 Km dalle frontiere occidentali della Turchia e raggiungerà l'Europa meridionale e sudorientale; le prime consegne sono previste per la fine del prossimo anno. I potenziali clienti sono la Grecia, lo stato che occupa la penisola italiana, la Bulgaria, la Serbia e l'Ungheria".
E la seconda fase? Ecco, presto il vecchio progetto di un oleodotto regionale che parte dal Golfo Persico e attraverso l'Iran e la Siria va verso l'Europa, magari passando dalla Turchia, potrebbe diventare di nuovo politicamente fattibile perché risponderebbe agli interessi di tutte le parti interessate ai nuovi equilibri politici regionali. Cosa significa questo? Significa che l'asse costituito da Qatar, Turchia, Iran e Russia può imporsi nel campo della produzione energetica in Medio Oriente, costringendo l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti a un ruolo da comprimari. E poi c'è l'Iraq. Oltre al suo accordo di cooperazione nel settore con i russi, l'Iraq si è appena impegnato con l'Iran in un accordo di libero scambio, nonostante le minacce dei funzionari statunitensi. Pare proprio che gli sforzi fatti per mantenere l'Iraq entro la sfera di influenza degli USA non abbiano portato a gran che.
L'opportunità più unica che rara che la Turchia ha per "sotterrare la credibilità in materia di Islam della Casa dei Saud e per ripristinare le antiche istanze di Istambul per la supremazia sul mondo islamico" hanno ovviamente messo in allarme i paesi del Golfo, che si sentono profondamente vulnerabili.
Mohammed bin Zayed sta facendo pressione, con gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait e il Bahrain, perché in Siria venga ripristinata la "prerogativa araba" e per "unirsi" al Presidente Assad nel respingere le influenze non arabe -ovvero turche ed iraniane- nel Levante. Non c'è dubbio che almeno in parte l'iniziativa di bin Zayed è dovuta all'intento di prendere le distanze e di differenziarsi rispetto all'oggi vituperato Mohammed bin Salman.
Nel Levante sunnita tira una pessima aria per Mohammed bin Salman, ci riferiscono persone recatesi negli ultimi tempi sul posto; si sta mettendo in discussione anche il ruolo di Custode dei Luoghi Santi di Mecca e Medina perché la barbarie commessa contro Khashoggi ha costretto a prendere in considerazione questioni che riguardano la sicurezza personale, oltre che quelle legate allo sfruttamewnto economico dei pellegrini diretti alla Mecca. I musulmani osservanti in genere si chiedono se valga la pena affrontare il pellegrinaggio: esiste un movimento che si è fatto portavoce del boicottaggio. La questione dell'indignazione popolare non andrebbe sottovalutata; i Luoghi Santi, con Gerusalemme, sono una componente identitaria importante.
L'iniziativa di Mohammed bin Zayed intenzionata a "salvare" il Levante dagli influssi non arabi potrebbe avere l'effetto collaterale di riportare la Siria all'ordine del mondo arabo, ovvero di restituirle il seggio nella Lega Araba; anche solo per questo sarebbe ben accolta a Damasco. Nel suo senso più ampio inoltre l'idea attesta il riconoscimento politico da parte dei paesi del Golfo del dato di fatto strategico della regione. Un altro fatto che non può che aiutare ad ampliare la portata della riconciliazione sul piano interno, e ad ultimare l'emarginazione degli jihadisti in Siria.
A nostro parere, pretendere di più non sarebbe altro che un pio desiderio per Mohammed bin Zayed e per i suoi patrocinatori occidentali. In generale i siriani non sono più sensibili alle sirene del panarabismo come in passato. In fondo, i siriani sono stati traditi più di una volta dall'ideale panarabo e l'idea di "una più grande Siria" ha perso terreno; oggi si nota di più un nazionalismo arabo siriano intransigente. Dalla guerra emerge una Siria più dura, meno cedevole. Damasco può anche accogliere di buon grado i tentativi di riavvicinamento da parte dei paesi del Golfo, ma non tollererà lezioni di idealismo panarabo da parte di chi ha finanziato la guerra contro questo antico paese arabo o contro chi lo ha sostenuto nei momenti difficili.
A restare nei pasticci adesso non è la Russia, come prevedeva fiducioso Obama, non è la Siria, non sono i suoi alleati. Il vento è cambiato. Adesso sono i paesi del Golfo, timorosi per quello che potrebbe succedergli se la Casa dei Saud dovesse crollare, a doversela vedere con una credibilità e una legittimazione in pezzi. Ed è lo stato sionista a trovarsi anch'esso nei pasticci, sia pure per ragioni diverse. Lo stato sionista aveva deliberatamente iniziato un percorso per il quale si era aggressivamente adoperato; un percorso che lo metteva contro l'Iran, contro la Siria, contro l'Iraq, contro la Turchia (combattuta avvalendosi dei curdi) e contro Hezbollah. Probabilmente Netanyahu sperava di trarre vantaggi dalla mancanza di buonsenso mostrata da Trump in questo contesto e dalla manipolazione delle smodate ambizioni di Mohammed bin Salman. Lo stato sionista ha oltremodo inasprito la propria ostilità con centinaia di incursioni aeree sulla Siria fino ad impattare e a mettere in pericolo gli interessi militari russi, a furia di insistere sul proprio diritto di bombardare liberamente e regolarmente il territorio siriano.
Ebbene, il comando supremo russo è stanco delle incursioni aeree sioniste. I russi vogliono una Siria stabile. Netanyahu aveva scommesso sul fatto che Trump, Kushner e Mohammed bin Salman -una compagine esigua e che non rappresenta nessuno- avrebbero cambiato il volto del Medio Oriente e ha perso: ci ha rimesso la supremazia nei cieli del settore nord dello scenario mediorientale. Putin rifiuta adesso di incontrarlo. Bibi ha messo lo stato sionista all'angolo: deve decidere se rovesciare il tavolo e mettersi contro gran parte della regione -oltre che contro i propri sottomessi palestinesi- o se fare come stanno facendo a Damasco i leader dei paesi del Golfo: prendere atto di una realtà sgradita, e fare buon viso.
L'altra domanda è: perché Erdogan continua a centellinare dettagli sul caso Khashoffi anche quando Trump e lo establishment europeo vorrebbero cordialmente che la facesse finita? Perché non accetta quanto gli viene offerto e non chiude il becco? Perché anche Erdogan teme che la Turchia resti impelagata nei propri problemi tutti particolari. Khashoggi rappresenta la possibilità di uscire dall'impasse, ed Erdogan se ne sta servendo.
In effetti la Turchia ha usato toni retorici vivaci, ma al di sotto di essi ci sono le preoccupazioni concrete dei turchi: Erdogan sa che la Turchia è apertamente sotto pressione alle proprie frontiere marittime e terrestri e che ha sofferto sul piano interno per la crisi della lira e per le sanzioni finanziarie venute adesso meno grazie alle oculate rivelazioni sull'affare Khashoggi. Erdogan sa bene che una volta che lo stato sionista avrà completato il gasdotto EastMed diretto a Cipro e verso l'Europa la Cipro Nord controllata dai turchi dovrà probabilmente fare a meno delle entrate che le derivano dal gasdotto. Sa anche che le prospezioni condotte dalle compagnie petrolifere occidentali che fanno gli interessi degli USA e della UE si stanno spingendo in zone di dubbia sovranità, rivendicate dalla Turchia e dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord.
Poi ci sono i curdi, sostenuti dallo stato sionista e dai paesi europei, che stanno cercando alacremente di liberare una fascia di territorio lungo la frontiera meridionale del paese. E ad est, in Armenia, c'è il nuovo governo filooccidentale, da rivoluzione colorata, di Nikol Pashinyan. La Turchia è sotto pressione da ogni lato. Queste tensioni esasperate e il logorio finanziario che le ha precedute, secondo la valutazione turca, denunciano una politica di contenimento capeggiata dagli USA e anche la possibilità di un ulteriore colpo di stato contro la Turchia.
Non c'è da meravigliarsi che a Istanbul regni l'eccitazione. Erdogan sta usando in modo competente e strategicamente vantaggioso le rivelazioni sul caso Khashoggi che vengono porte ai mass media. Erdogan se ne serve per coprirsi dal minaccioso piano, nato nel Golfo, per cacciare i rivali turchi in un accerchiamento ostile; al tempo stesso può assistere alle contorsioni di chi agevolò il tentativo di colpo di stato contro la sua persona -la stampa turca ha identificato in questo ruolo proprio Mohammed bin Zayed e Mohammed bin Salman- alle prese con una perdita di credibilità che sta invertendo gli equilibri fra le forze in campo.

23 dicembre 2018

Alastair Crooke - L'Iran, albatro legato al collo degli USA



Traduzione da Strategic Culture, 19 novembre 2018.


"Né il signor Trump, né alcun altro esponente della sua amministrazione, hanno reso pubblica alcuna conclusione su come sia morto il signor Khashoggi o su chi abbia la responsabilità di averne ordinato l'uccisione", scrive seccamente un editoriale dello Washington Post. "Anzi, hanno fatto finta di star aspettando gli esiti di un'indagine saudita... il problema ovvio, in questo caso, è che si dà per scontato che lo stesso Mohammed bin salman non si trovi dietro il caso Khashoggi, nonostante esistano abbondanti prove a carico del principe ereditario. Non esiste alcuna indagine saudita, e l'amministrazione statunitense questo lo sa di sicuro; esiste solo un'operazione di depistaggio maldestramente camuffata da inchiesta."
Un aspetto della questione è quello che riguarda la politica interna statunitense. La Casa Bianca viene sempre più considerata -come implica lo scritto dello Washington Post- coinvolta in un tacito avallo del depistaggio. Questo significa che la Casa Bianca viene considerata talmente dedita a mantenere Mohammed bin Salman al suo posto di cardine per la strategia in Medio Oriente di Trump, che essa e il signor Bolton vedranno solo quello che vogliono vedere -e sentiranno solo quello che vorranno sentire- di qualsiasi prova il governo turco esibirà e che abbia l'aria di riguardare Mohammed bin Salman.
Il Presidente Trump si mantiene pronto all'azione. Ha detto: "Nel corso della prossima settimana avrò un'opinione molto più definita sulla vicenda... Mi sto facendo un'idea molto chiara." Ma potrebbe essere saggio muoversi con prudenza: l'importante quotidiano turco Yeni Safak, che è vicino al governo e che giorno per giorno ha riportato indiscrezioni sull'inchiesta, ha riferito che Maher Mutrib, funzionario dei servizi sauditi che ha guidato ad Ankara una squadraccia composta da quindici persone, dopo l'uccisione di Khashoggi ha parlato direttamente in quattro occasioni col capo dell'ufficio privato del principe ereditario Badr al Asaker. Se è stato Mutrib a rivolgersi al capo di gabinetto di Mohammed bin Salman con l'espressione "Di' al tuo capo", le implicazioni che ne derivano sono chiare. Non esistono conferme ufficiali ma è possibile -e probabile- che i servizi turchi dispongano di altri dettagli, prezioso materiale da svelare poco per volta per gettare discredito sulla linea politica saudita ogni volta che il regno cercherà di mettere la parola fine alla questione. Sembra proprio che Erdogan voglia la pelle di Mohammed bin Salman.
In ogni caso, la natura e i rapporti fra costi e benefici della relazione fra sauditi e statunitensi rappresenta chiaramente una questione destinata a diventare importante a Washington. Adam Schiff, presidente del comitato dei servizi alla Camera, la ha già identificata -insieme al "chi, cosa, dove"- come primo argomento per un'interrogazione a cura del Partito Democratico in occasione della prima sessione con i nuovi eletti.
La questione comunque più importante -e questo Trump può non essere ancora pronto ad ammetterlo- è il fatto che la sua strategia per il Medio Oriente si trova in grossi guai, anche se Mohammed bin Salman riesce a sopravvivere nel suo ruolo di erede designato, cosa che sembra probabile dato il forte attaccamento di Trump nei suoi confronti. A rendere complicate le cose non è solo l'orripilante uccisione di Khashoggi; si tratta di ben di più. Il caso Khashoggi ha aperto un vaso di Pandora pieno di brutti sviluppi. Dagli ambienti del Golfo sta venendo fuori che l'assassinio di Khashoggi non è né un fatto isolato, né un caso straordinario nel Golfo di oggi. Buzzfeed News ha rivelato che i vertici degli Emirati Arabi Uniti hanno organizzato e diretto una unità composta da mercenari stranieri al preciso compito di uccidere metodicamente i capi dei Fratelli Musulmani nello Yemen (al Islah) intanto che l'Arabia Saudita agevolava in silenzio le forze di al Qaeda nello stesso paese nella lotta agli insorti Houthi. Più recentemente il New York Times ha svelato il tentativo di un ufficiale superiore saudita di stringere un contratto da due miliardi di dollari con organizzazioni statunitensi, sempre per eliminazioni metodiche di personalità iraniane. Per dirla senza tanti giri di parole, a leggere roba del genere sembra di essere tornati ai tempi di Saddam Hussein: principi che "spariscono" dalla Svizzera o da Parigi, primi ministri sequestrati, dissidenti e principi anziani incarcerati a capriccio.
Ovvio che i cosiddetti realisti reagiranno con un "e allora?". E risposte del genere arrivano dai "funzionari occidentali" in contesti come le conferenze stampa col Financial Times, da cui grondano sospiri svogliati pieni di "non ci sono alternative". "Funzionari occidentali dubitano che il trentatreenne principe corra il rischio di essere rimosso, tanto esteso è il suo potere; sotto il suo controllo ci sono le forze armate e i servizi di sicurezza... Non esiste alcun candidato preciso per sostituirlo, e il principe Mohammed si è accattivato il sostegno dei giovani e della élite liberale grazie alle riforme sociali varate nel corso della propria veloce quanto effimera ascesa," sentenziano. Davvero non ne esiste nessuno? Non esiste nessun altro in grado di ricoprire nessuno di questi ruoli?
Bene, allora la strategia complessiva di Trump ha un problema. Un problema che ha tre aspetti. Il primo è quello psicologico. Mohammed bin Salman o l'Arabia Saudita oggi come oggi incarnano qualcosa di autorevole e di cogente sotto il punto di vista della leadership o della visione politica? Il regno saudita ha oggi il carisma necessario a unire il mondo sunnita sotto il proprio stendardo e a guidare le ostilità di Trump contro l'Iran? La maggior parte dei popoli della regione è rimasta disgustata dalla guerra nello Yemen, già prima che Khashoggi venisse ucciso.
In secondo luogo, può essere che non tutti i resoconti abbiano evidenziato i rischi che il signor Trump corre sul piano politico a sovvenzionare con tanta generosità quella autentica idiozia che è una piattaforma costituita da un solo uomo? Cos'altro sta in agguato, ignorato ed invisibile, appena sotto la superficie? A proposito, anche il Primo Ministro Netanyahu ha fondato la propria piattaforma su pilastri altrettanto precariamente sottili.
Infine, in considerazione di tutto quello che sta venendo fuori, c'è quella che oggi costituisce l'idea sostanziale veicolata dai paesi del Golfo: di cosa si fanno portabandiera oggi i paesi del Golfo, dopo il tramonto delle benevole elargizioni monarchiche e paternalistiche nei confronti di soggetti più o meno capaci di gratitudine? Forse dell'idea di un'autocrazia semilaica, di uno stato securitario onnipresente, e di un neoliberismo scatenato? Chiaramente, tutto questo si potrebbe rivelare un valido argomento nei confronti dello stato sionista, ma nel contesto della riacquisizione di sovranità sul piano energetico, nazionale e culturale che sta avendo luogo nel quadrante settentrionale della regione questa plumbea prospettiva non ha alcun corso. Inoltre, far propria la struttura di uno stato securitario, in sé e di per sé, non è cosa da paese che ha fiducia in se stesso ma fa pensare all'esistenza di un dissenso interno in crescita e a pressioni che mettono in pericolo l'esistenza stessa dello stato, che è necessario arginare e reprimere.
Effetto collaterale della morte di Khashoggi è stato proprio questo inatteso gettare luce su quest'ultimo punto, la crescita della repressione sul piano interno. Si tratta di rivelazioni che fanno pensare che l'asse di un futuro conflitto in Medio Oriente non sarà quello che Trump e Netanyahu avevano sperato. Al centro non ci sarà l'Iran, ma un'ulteriore serie di confronti con i Fratelli Musulmani e con i loro protettori, la Turchia e il Qatar. Alcuni paesi del Golfo temono di più la dissidenza di orientamento islamico dei Fratelli Musulmani sul fronte interno dei propri emirati di quanto temano l'Iran, che non ha una storia di espansionismo statale al di fuori dei propri confini. Sono questi timori a guidare -e a rappresentare- il nuovo riallineamento della regione.
Gli stessi paesi del Golfo, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, temono che la Turchia, antica potenza politica ottomana ed imperiale nonché sede della 'umma islamica, potrebbe riuscire ad usurpare le credenziali saudite in materia di Islam; una deminutio capitis che ridurrebbe l'Arabia Saudita a nulla più che un mero custode della Mecca e di Medina. La stampa turca è piena di rivendicazioni di questo tipo. Tutto questo toglierebbe ai paesi del Golfo molto del loro significato e del loro valore agli occhi di Washington.
Intanto che i paesi del Golfo si volgevano ad un assetto semilaico per compiacere l'Occidente, la Turchia si impossessava senza tanto chiasso di quanto rimaneva della screditate credenziali islamiche del Golfo, sottoforma di un islamismo dai toni morbidi, nello stile dei Fratelli Musulmani, e di un assai esplicito revanscismo neoottomano, alimentato dalla convinzione che la Turchia sia la vittima di un complotto di cui fanno parte Mohamed bin Zayed, gli USA e lo stato sionista.
Un prossimo conflitto dunque è più probabile si svolga fra un Golfo intimorito e una Turchia sempre più assertiva e decisa a puntare alla guida del mondo islamico. L'Iran? L'Iran può assistere agli eventi con ottimismo: i sauditi sono sotto pressione affinché mettano termine alla loro guerra contro lo Yemen e all'assedio del Qatar. Inoltre, la nuova dinamica della regione non farà che spingere verso l'Iran sia la Turchia che il Qatar.
Niente di tutto questo può essere considerato come promettente per il signor Trump. La Turchia rincarerà la dose abbracciando la causa palestinese, sostenuta dall'Iran e dal Qatar. Mohammed bin Salman non avrà né la credibilità né la levatura necessarie a guidare una qualsiasi nuova "guerra" contro l'Iran dopo il disastro dello Yemen. Né potrà costringere i palestinesi alla capitolazione a fronte dell'"accordo del secolo". Anche suo padre, praticamente interdetto, e la Casa dei Saud, sono consapevoli del fatto che la strategia di Netanyahu è quella di seppellire anche l'idea di uno stato palestinese; in ogni caso la strategia di Bibi verrà probabilmente superata da questioni di politica interna, dal momento che lo stato sionista è alle prese con le conseguenze delle dimissioni di Lieberman.
Tutto questo genera un interrogativo: perché l'amministrazione Trump continua a considerare un'Arabia Saudita guidata da Mohammed bin Salman come una fonte di stabilità strategica? Non è che, semplicemente, le vecchie abitudini sono dure a morire? La linea politica di Trump non contempla solo l'uscita dall'accordo sul nucleare iraniano ma si spinge ben oltre, fino a cercare di rovesciare la Repubblica Islamica per mezzo di sanzioni che alla fine, pensiamo noi, si riveleranno un albatro che lo stesso Trump si è avventatamente appeso al collo senza che ce ne fosse alcun bisogno. Non funzioneranno, e la credibilità dell'AmeriKKKa in Medio Oriente sarà perduta appena questo fallimento diverrà evidente.

10 dicembre 2018

Alastair Crooke - I piani di Netanyahu per il Medio Oriente stanno andando in malora



Traduzione da Strategic Culture, 5 novembre 2018.

Nahum Barnea è nello stato sionista un editorialista autorevole. Sullo Yedioth Ahronoth dello scorso maggio (nell'edizione in lingua ebraica) ha messo nero su bianco i termini che sottendono la linea politica di Trump per il Medio Oriente: dopo l'uscita degli USA dall'accordo sul nucleare iraniano avvenuta l'8 maggio, secondo Barnea Trump avrebbe minacciato una grandinata di fuoco e fiamme contro Tehran... e ci si aspettava che Putin avrebbe trattenuto l'Iran dall'attaccare lo stato sionista muovendo dal territorio siriano, lasciando così Netanyahu libero di stabilire nuove regole del gioco che mettessero lo stato sionista in condizioni di colpire e distruggere i militari iraniani in qualsiasi punto della Siria -e non solo nelle zone di confine, come gli era consentito in precedenza- secondo volontà e senza timore di reazioni.
Questo era il primo livello della strategia di Netanyahu: l'arginamento dell Iran e la mancanza di reazioni da parte dei russi a fronte di operazioni aeree coordinate dello stato sionista nei cieli siriani. "Solo una cosa non è chiara [su questo accordo]", ha detto a Ben Caspit un alto funzionario della difesa sionista vicinissimo a Netanyahu: "chi è che lavora per chi? Netanyahu è a servizio di Trump, o è il Presidente Trump a essere a servizio di Netanyahu? A un osservatore esterno... sembra che i due agiscano in perfetta sincronia. Dall'interno la sensazione è ancora più forte, è quella di una collaborazione... che a volte fa sembrare che i due facciano davvero parte di un unico, grande ufficio".
Fin dall'inizio c'è stato anche un secondo livello. La "piramide rovesciata" delle operazioni di ridefinizione del Medio Oriente ha avuto come punto di partenza Mohammed bin Salman. Secondo lo Washington Post è stato Jared Kushner a "fare di Mohammed bin Salman il campione riformista in grado di portare quella ultraconservatrice monarchia zuppa di petrolio nella modernità. Kushner ha sostenuto in privato per mesi, l'anno scorso, che Mohammed bin Salman sarebbe stato l'elemento essenziale per dare forma a un piano per la pace in Medio Oriente e che con la benedizione del principe la gran parte del mondo arabo vi si sarebbe adeguato". Continua poi il Post scrivendo che è stato Kushner "a insistere perché il suocero facesse il primo viaggio all'estero una volta in carica a Riyadh, a dispetto delle obiezioni dell'allora Segretario di Stato Rex Tillerson e degli ammonimenti del Segretario alla Difesa Jim Mattis".
Ecco, adesso Mohammed bin Salman risulta implicato nell'assassinio di Khashoggi, in un modo o nell'altro. Bruce Riedel del Brookings, esperto conoscitore della realtà saudita ed ex funzionario superiore della CIA e della Difesa statunitense scrive che "per la prima volta da cinquant'anni a questa parte il regno agisce a favore dell'instabilità" (anziché per la stabilità del Medio Oriente) e suggerisce che in certi ambienti a Washington adesso ci sia un po' di evidente resipiscenza tardiva. Il "processo di formazione di un unico grande ufficio" cui ha fatto riferimentov il funzionario dello stato sionista che ha parlato con Caspit è noto come "passaggio a tubo di stufa": la difesa della linea politica di un altro paese e le informazioni su cui essa si basa vengono fatte arrivare direttamente al Presidente saltando a piè pari gli ambienti ufficiali di Washington e aggirando qualsiasi supervisione statunitense, eliminando la possibilità che qualche funzionario si esprima in merito al suo contenuto. Risultato di questo modo di fare è stata la débacle strategica del caso Khashoggi. Che arriva all'indomani di precedenti "errori" strategici: la guerra nello Yemen, l'assedio del Qatar, il sequestro di Hariri, il ricatto in alte sfere al Ritz-Carlton.
Per colmare questa lacuna, uno "zio" (il principe Ahmad bin Abdel Aziz) è stato richiamato a Riyadh dall'esilio in Occidente sotto garanzie fornite dai servizi statunitensi e britannici, per rimettre ordine in questi pasticci e per controllare e valutare la torma di consiglieri di Mohammed bin Salman, oltre che per prevenire ulteriori e roboanti "errori". Sembra anche che il Congresso statunitense voglia la fine della guerra nello Yemen, cui il prinicipe Ahmad si è sempre opposto così come si era opposto all'innalzamento di Mohammed bin Salman al ruolo di principe ereditario; il generale Mattis ha invocato un cessate il fuoco entro un mese. Si tratta di un passo avanti verso il ripristino del buon nome del regno.
Per adesso, principe ereditario è sempre Mohammed bin Salman. Lo sostengono il presidente egiziano al Sissi e il Primo Ministro Netanyahu. "Mentre funzionari statunitense considerano una più vigorosa risposta [all'uccisione di Khashoggi], Kushner ha sottolineato l'importanza dell'alleanza fra Arabia Saudita e USA nella regione", riferisce lo Washington Post. Lo zio di Mohammed bin Salman, che come figlio di re Abdel Aziz in base al tradizionale sistema di successione sarebbe anch'egli compreso nella linea dinastica, spera senz'altro di rimediare a qualcuno dei danni apportati alla reputazione della Casa dei Saud e a quella del regno. Ci riuscirà? Mohammed bin Salman permetterà ad Ahmad di mettere ordine nella centralizzazione di potere che gli ha procurato soprattutto tanti nemici? La Casa dei Saud ha la volontà di farlo, o è ancora troppo sconcertata dalla piega presa dagli eventi?
Il Presidente turco Erdogan potrebbe rendere questo delicato processo ancora più difficile rivelando ulteriori dettagli sul caso Khashoggi in mano al suo paese, nel caso Washington rifiutasse di prendere in sufficiente considerazione le sue, di richieste. Erdogan sembra pronto ad adoperarsi per il ripristino della supremazia ottomana all'interno del mondo sunnita ed è verosimile che abbia in mano altre buone carte, come le intercettazioni delle chiamate fra il cellulare dell'assassino e Riyadh. E sono carte che stanno comunque perdendo valore col puntare dell'attenzione dei mass media alle elezioni statunitensi di metà mandato.
Sarà il tempo a dirlo, ma è questo concorrere di dinamiche dall'esito incerto quello cui Bruce Reidel fa riferimento quando parla di "instabilità" in Arabia Saudita. Qui si impone anche un'altra questione: quale influenza potrebbe avere tutto questo sulla "guerra" contro l'Iran di Netanyahu e di Mohammed bin Salman?
Sembrano passati secoli dal maggio 2018. Trump è sempre il solito Trump, ma Putin non è il solito Putin. L'apparato militare russo ha fatto valere il proprio peso presso il Presidente per esprimere il proprio disappunto per gli attacchi aerei dello stato sionista in territorio siriano, attacchi che avevano l'asserito proposito di colpire le forze iraniane in Siria. Il Ministero della Difesa russo inoltre ha avvolto la Siria in una fascia di missili e apparati di disturbo elettronico che coprono lo spazio aereo del paese. Anche la situazione politica è cambiata: Germania e Francia sono entrate nel processo di Astana per la Siria. L'Europa vuole che i profughi siriani tornino alle loro case, e questo significa che l'Europa vuole la stabilità in Siria. Anche alcuni paesi del Golfo hanno intrapreso tentativo per normalizzare le relazioni con lo stato siriano.
Gli ameriKKKani sono ancora in Siria, ma un Erdogan rinvigorito -che oltre a tutti gli elementi sul caso Khashoggi che gli hanno messo in mano i suoi servizi segreti ha dalla propria parte anche il rilascio del pastore statunitense- intende distruggere le ambizioni curde nel nord e nell'est della Siria appoggiate dagli USA e dallo stato sionista. Mohammed bin Salman, che finanziava il progetto per conto degli USA e dello stato sionista, si dissocerà dalla questione secondo le richieste fatte da Erdogan nel contesto dell'uccisione di Khashoggi. Washington inoltre vuole che la guerra nello Yemen, che doveva servire come pantano in cui cacciare l'Iran, finisca quanto prima. Washington vuole anche che cessino le pressioni contro il Qatar.
Tutto questo significa la rovina del piano di Netanyahu per il Medio Oriente, ma ci sono due ulteriori conseguenze ancora più cariche di significato.
Intanto, Netanyahu e Mohammed bin Salman hanno perso l'accesso diretto a Trump che passava da Jared Kushner saltando a piè pari l'intera trafila statunitense di tare e di controlli. La scorciatoia che passava da Kushner non è servita a mettere Washington in guardia per gli "errori" prossimi venturi, né Kushner è stato in grado di prevenirli. Sia il Congresso che i servizi segreti statunitensi e britannici stanno già dandosi di gomito a riguardo, e non hanno alcuna stima per Mohammed bin Salman. Non è un segreto che il loro uomo fosse invece il principe Mohammed bin Naif. Mohammed bin Naif che è a tutt'ora agli arresti nel suo palazzo.
Trump continuerà a sperare di proseguire col suo "piano Iran" e con l'Accordo del Secolo fra stato sionista e palestinesi, patrocinato a livello nominale dall'Arabia Saudita con dietro tutto il mondo sunnita. Tump non vuole arrivare alla guerra con l'Iran, ma è convinto piuttosto che un'insurrezione popolare rovescerà la Repubblica Islamica.
Seconda conseguenza, l'obiettivo del principe Ahmad chiaramente non è causare instabilità o arrivare alla guerra con l'Iran. Ahmad intende ripristinare la reputazione della sua famiglia e recuperare qualcuna delle credenziali che ne facevano l'eminenza del mondo sunnita e che sono venute meno con la guerra nello Yemen e con la sfida che la Turchia neoottomana le sta portando adesso. Si può supporre che la Casa dei Saud non abbia alcun interesse a sostituire la disastrosa e costosa guerra contro lo Yemen con un'altra guerra, di più ampia portata e contro un vicino grande e potente come l'Iran; sarebbe una cosa priva di senso. Ecco forse il motivo per cui si assiste all'affannarsi dello stato sionista per la normalizzazione dei rapporti con gli stati arabi, anche se la cosa non comporta alcun miglioramento per la condizione dei palestinesi.
Con buona capacità di preveggenza Nehum Barnea scriveva a maggio sullo Yediot Ahronot: "Trum può anche dichiarare il ritiro degli USA dall'accordo sul nucleare iraniano, e dare ad esso corso. Ma sotto l'influenza di Netanyahu e della sua nuova squadra di governo ha scelto di spingersi anche oltre. Le sanzioni economiche contro l'Iran saranno molto più severe di quelle in vigore prima che l'accordo venisse siglato. "Colpiscili nel portafoglio," ha deetto Netanyahu a Trump: "se li colpisci nel portafoglio inizieranno a soffocare. E quando inizieranno a soffocare cacceranno gli ayatollah".
Anche stavolta, un po' di considerazioni sono passate direttamente al presidente degli USA saltando la trafila. I suoi funzionari possono anche avergli detto che si trattava di fantasie. Non esiste alcun caso in cui le sole sanzioni abbiano causato il rovesciamento del governo di un paese. Gli USA possono anche usare le loro pretese di egemonia giudiziaria come ulteriore rinforzo, ma nell'elevare sanzioni contro l'Iran si sono di fatto isolati. L'Europa non vuole che l'insicurezza aumenti, non vuole diventare meta di altri profughi. La rigida posizione di Trump ha costretto Kim Jong Un al negoziato? O magari è stato Kim Jong Un a considerare un incontro con Trump come il prezzo da pagare per continuare sul percorso di riunificazione della Corea? Trump era consapevole del fatto che l'Iran avrebbe sofferto economicamente ma che avrebbe proseguito sulla sua strada, sanzioni o non sanzioni? No. Ecco: il problema dell'affidarsi a chi salta la trafila è proprio questo.

24 novembre 2018

Alastair Crooke - Il delitto Khashoggi al complesso incrocio di tre punti di svolta



Traduzione da Strategic Culture, 23 ottobre 2018.


Per i realisti, un Khashoggi smembrato vivo e assassinato non è che un giornalista morto. Un evento non eccezionale; raramente poi gli stati cambiano linea politica per un morto, per quanto raccapricciante sia stata la sua fine. Tutto vero, senz'altro. Ma è vero anche che un evento isolato può verificarsi nel momento giusto, quello in cui la svolta è ormai innescata, quello in cui un qualsiasi unico fiocco di neve in più fa muovere una valanga di dimensioni sproporzionate rispetto a ciò che la scatena. Sarà lo stesso per la morte di Khashoggi? Molto probabilmente sì perché esistono diversi punti instabili in Medio Oriente; situazioni in cui anche un evento dalla portata trascurabile può innescare sommovimenti significativi. La situazione rappresenta un complesso incrocio di dinamiche in mutamento.
Khashoggi è stato letteralmente fatto a pezzi. Un'allegoria di quanto sta accadendo in una regione che si sta sgretolando. Khashoggi è stato un tempo un appartenente ai Fratelli Musulmani ed era considerato la loro icona; è stato smembrato in modo raccapricciante. La sua fine, almeno in Medio Oriente, potrebbe essere considerata allegoria del corpo vivo dei Fratelli Musulmani steso prono su un banco e fatto a pezzettini dagli apparatchik sauditi e ricordare quasi alla perfezione la campagna che gli Stati del Golfo hanno intrapreso per distruggere i Fratelli Musulmani e spazzarli via dalla regione.
L'allegoria si fa patetica soprattutto perché a suo modo Khashoggi simboleggiava anche l'ambiguo tentacolo che andava dalla al Qaeda di Bin Laden ai Fratelli Musulmani, anche se negli ultimi tempi Khashoggi riservava la sua stima al solo Bin Laden. Khashoggi era entrato nei Fratelli Musulmani più o meno contemporaneamente a Bin Laden; aveva fatto lunghi viaggi in Afghanistan con il leader di al Qaeda, e ne aveva scritto uno dei primi profili per una rivista saudita nel 1988 ( si veda The Osama Bin Laden I Know di Peter Bergen).
Il primo punto di svolta su cui il mondo si è giustamente soffermato è la possibilità che Trump si ritrovi, pur di malavoglia, costretto dal lento accumularsi delle prove a una radicale revisione dei rapporti fra USA e Arabia Saudita per la prima volta dal 1948. In questo contesto sarebbe costretto ad ammettere che Mohammed bin Salman non è un pilastro solido, nonostante vi si fondino i principali elementi della politica estera statunitense: il rovesciamento del governo in Iran, il calmiere al prezzo del petrolio intanto che si sottopone l'Iran ad ulteriori sanzioni, la vendita di armamenti statunitensi e il far arrivare allo stato sionista il suo "accordo del secolo". Certamente, nessuno sa cosa potrebbe succedere in Arabia Saudita nel caso Mohammed bin Salman venisse allontanato dal suo ruolo di presunto erede designato. Dalla famiglia degli al Saud stanno trapelando mugugni facili da udire.
Trump vorrà davvero arrivare a un esito del genere? Farà di tutto per evitarlo, solo che il Congresso e lo zoccolo duro evangelico già da molto tempo esprimono opinioni critiche e sempre più aspre circa i rapporti con l'Arabia Saudita: dagli avvenimenti dell'undici settembre 2001 fino alla catastrofe dello Yemen, scontento e critiche sugli stretti legami fra gli USA e Mohammed bin Salman non hanno fatto che crescere.
A Washington sono in pochi a credere che l'affermazione di Trump sul potenziale di vendita per centodieci miliardi di armamenti sia qualcosa di diverso da una spacconata; a tutt'oggi le transazioni in corso, già avviate ai tempi di Obama, assommano a nulla più di qualche lettera d'intenti non vincolante. E oggi come oggi gli USA non sono più dipendenti dalla sicurezza delle forniture petrolifere saudite. Che i rapporti fra i due paesi si raffreddassero (e virassero all'ostilità) era dunque inevitabile. L'opinione pubblica è chiaramente più consapevole degli orrori che sono alla base del brutale jihadismo wahabita (si consideri la Siria), e il lento mettersi in moto delle "riforme" come le intendono i sauditi non ha alcuna comunanza di significato con quello che si intende altrove con lo stesso vocabolo. L'assassinio di Khashoggi sarà il fiocco di neve che mette in moto la valanga? Se dobbiamo considerare il senatore Lindsay Graham come un indicatore attendibile, sembrerebbe di sì: "Questo tizio [Mohammed bin Salman] deve andarsene", continua a dire Graham.
L'uccisione di Khashoggi è allegorica anche in riferimento a un secondo punto di svolta. Khashoggi è stato fatto a pezzi in Turchia, proprio mentre stava per contrarre matrimonio all'interno dell'ambiente dello AKP (lo zio della promessa sposa era uno dei fondatori del partito). Khashoggi era anche amico del Presidente Erdogan. L'orribile evento ha permesso a Erdogan di perorare oltremodo la causa della Turchia, specie se si considera che esso si è verificato proprio mentre un tribunale turco ordinava la scarcerazione del pastore statunitense Brunson. Accogliendo Brunson alla Casa Bianca, Trump è stato oggetto di una conversione sulla via di Damasco e ha detto che adesso considera la Turchia molto di buon occhio. Erdogan sfrutterà al massimo questo vantaggio per allontanare gli USA dai curdi nell'est della Siria, e per rafforzarsi nel mettere Washington contro Mosca.
Erdogan ovviamente mira più in alto. Si sta servendo dell'affare Khashoggi per puntare, nientemeno, al ruolo di guida del mondo islamico, sperando di contenderlo con successo all'Arabia Saudita. Dopo la sconfitta degli wahabiti in Siria, Erdogan sente che l'Islam sunnita è sull'orlo del precipizio e si è messo a usare senza pudore il linguaggio e l'immaginario ottomani per sostenere le proprie istanze; i corsivi della stampa turca ci mettono del loro, chiedendo che l'Arabia Saudita smetta di esercitare la propria egemonia wahabita sui luoghi sacri di Mecca e Medina.
Anche questo costituisce un potenziale punto di svolta. L'Arabia Saudita sta perdendo colpi; dal punto di vista politico è sempre stato un paese marginale, ma il regno sopperiva profondendo denaro e accreditandosi come custode dei Luoghi Santi.
Gli Stati del Golfo, dopo che gli eccessi dello Stato Islamico hanno alienato loro le simpatie di ameriKKKani ed europei, hanno inziato a rifarsi a una narrativa improntata alla moderazione e a sostenere una "guerra alla teocrazia" piuttosto che arrischiarsi a condannare senza mezzi termini la violenza jihadista, presa di posizione questa inaccettabile al loro stesso clerov puritano. Il fatto è che mentre questa "guerra alla teocrazia" potrebbe essere intesa come un esplicito impegno a combattere lo Stato Islamico, dal punto di vista retorico è servita assai meglio per mettere l'Iran, Hezbollah e i Fratelli Musulmani sullo stesso piano dello Stato Islamico. La narrativa, molto artificiosa, che Trump ha adottato senza riserve è questa.
La tiritera della "moderazione" ha comportato per le monarchie del Golfo un concertato e confuso tentativo di prendere le distanze dall'assetto statale islamico. Come notato da Ahmad Dailami, il nazionalismo monarchico che Mohammed bin Salman ha usato per allontanare il regno dal suo stesso puritanesimo islamico non è stato sostituito né da un credo alternativo, né da un autentico laicismo.
In Occidente Khashoggi è considerato un liberale favorevole alle riforme democratiche; di fatto egli era un tenace sostenitore del sistema monarchico. Di cui Mohammed bin Salman è il capo effettivo. Khashoggi sosteneva che tutte le monarchie di questo genere fossero riformabili: solo le repubbliche laiche come l'Iraq, la Siria o la Libia non lo erano, e dovevano essere rovesciate. Il punto in cui si è trovato in disaccordo con Mohammed bin Salman era il suo vedere con maggior favore non una virata verso il laicismo o verso un liberalismo all'occidentale, ma una islamizzazione riformatrice della politica araba secondo i principi dei Fratelli Musulmani. Di fatto la stessa cosa che pensa Erdogan.
Ecco dunque il secondo potenziale punto di svolta. Per adesso Erdogan ha avuto successo nello sfruttare l'assassinio di Khashoggi; riuscirà anche a plasmarne le conseguenze, facendo venire meno il sostegno degli USA ai Paesi del Golfo per ridirigerlo verso il modello turco improntato ai dettami dei Fratelli Musulmani? Nel corso degli anni gli USA sono stati ondivaghi -spesso anche con brusche oscillazioni- passando dal sostegno per i Fratelli Musulmani visti come catalizzatore per il cambiamento in Medio Oriente, per tornare poi a guardare alla competenza con cui i servizi segreti sauditi riuscivano a schierare jihadisti pronti a tutto come alla miglior soluzione per un veloce rovesciamento di qualche governo.
Trump ha accennato alla possibilità di un cambiamento del genere quando si è espresso a favore della Turchia durante il suo incontro con il pastore Brunson: "Si tratta di un magnifico passo per instaurare sostanziali e peculiari rapporti con la Turchia. Oggi abbiamo della Turchia un'opinione molto diversa da quella che avevamo ieri. Credo che questa sia la nostra occasione per avvicinarci alla Turchia, per avere rapporti molto, molto, più stretti. Avere buoni rapporti col Presidente Erdogan sta diventando sempre più importante."
E che dire del possibile terzo punto di svolta? Si tratta, ovviamente, dello stato sionista. L'ex ambasciatore statunitense nello stato sionista Dan Shapiro scrive:
La raccapricciante eliminazione di Khashoggi ha implicazioni che vanno molto oltre l'aver mostrato la natura brutale e priva di scrupoli del principe ereditario saudita. A Gerusalemme e a Washington si stanno pentendo di tutta la strategia che avevano elaborato per il Medio Oriente, e non ultimo per contrastare l'Iran... La scioccante brutalità del rapimento e dell'assassinio di Jamal Khashoggi da parte delle forze di sicurezza saudite non può essere fatta passare in sordina, non importa quanto improbabili siano i tentativi di indorarne la pillola come il chiamare in causa un interrogatorio andato storto o affermare che si è trattato dell'opera di qualche canaglia.
Le implicazioni non si limitano alla tragedia che ha colpito la famiglia e la promessa sposa di Khashoggi. La videnda fa sorgere interrogativi sostanziali in USA e nello stato sionista sull'intera strategia che avevano elaborato per il Medio Oriente... l'assassinio di Khashoggi non è soltanto un gesto che per abiezione supera ogni limite; esso evidenzia anche la sostanziale inaffidabilità dell'Arabia Saudita di Mohammed bin Salman come partner strategico. Quanto accaduto nel consolato saudita di Istanbul riecheggia le parole che furono usate un tempo per descrivere l'eliminazione di un avversario da parte di Napoleone: "Si tratta di qualcosa di peggio di un delitto: si tratta di un errore." Di un errore strategico, si potrebbe aggiungere.
Di fatto esso dà adito a un punto di svolta gravido di potenziali conseguenze. Lo stato sionista ha perduto, o per lo meno ha visto molto ridimensionata, la superiorità aerea che aveva in Siria e nel quadrante settentrionale della regione. Lo stato sionista dipendeva da questa superiorità aerea; ma dopo la perdita di un aereo Ilyushin Il-20 con quindici uomini da parte dei russi nei cieli siriani il 17 settembre, Mosca ha installato un formidabile ombrello di difesa aerea ed elettronica che copre gran parte del settore.
In seguito a questo il bilancio strategico in Medio Oriente tende a una precaria parità. Il pendolo della potenza punta a nord: "Non sarà facile per lo stato sionista destreggiarsi in questa situazione, dato che il mondo della politica estera statunitense si è velocemente diviso in uno schieramento antiiraniano e in uno antisaudita... Pere lo stato sionista [è possibile che] il contraccolpo più grave della morte di Khashoggi [sia che] Mohammed bin Salman, ossessivamente dedito a mettere a tacere i propri critici, stia sabotando i tentativi di creare una corrente di consenso internazionale che faccia pressione sull'Iran," conclude Shapiro. Lo stato sionista si trova davanti diverse alternative: premere su Trump perché convinca Putin a fare marcia indietro sullo schieramento dei missili antiaerei S300 in Siria, sfidare direttamente le difese aeree russe, o accettare il nuovo equilibrio strategico nella regione.
Trump alla fine deciderà come considerare l'assassinio di Khashoggi, se far finta di nulla oppure no. Una cosa che potrà senz'altro avere un'influenza sulla strada che lo stato sionista deciderà di imboccare, insieme con tutto il Medio Oriente.

27 gennaio 2018

Alastair Crooke - La realtà del dopoguerra in Siria. Chi sta arginando chi?



Traduzione da Strategic Culture, 23 gennaio 2018.

Tutto il tramestìo e tutto l'affaccendarsi della Casa Bianca con Mohammed bin Salman (MbS), Mohammed bin Zayed (MbZ) e Bibi Netanyahu in nome dell'"accordo del secolo" non solo non ha portato ad alcun accordo, ma ha esasperato le tensioni nel Golfo infilandolo in una crisi quasi capace di minacciarne l'esistenza. Adesso, gli stati del Golfo sono molto vulnerabili. L'ambizione ha spinto alcune personalità a ignorare i limiti contingenti, che sono quelli di piccoli emirati tribali che vivono di traffici, e li ha spinti ad allargarsi, a credersi giocatori di peso, architetti di primo piano del nuovo ordine mediorientale.
La squadra di Trump e anche certi europei, avvelenati da questi ambiziosi attori trentenni reduci da qualche business school del Golfo, si sono bevuti tutto quanto. La famiglia presidenziale ha accolto la narrativa -che è l'esatto contrario della verità- che definisce l'Iran e l'Islam sciita come oltremodo infidi e terroristi, e ha pensato che forzare la mano per un accordo fra Arabia Saudita e stato sionista sarebbe servito a mettere un freno all'Iran e ai suoi alleati; in cambio, lo stato sionista avrebbe finalmente ottenuto quella "normalizzazione" dei rapporti con il mondo sunnita che va cercando da tanto tempo. Questo prevedeva l'accordo del secolo.
Bene: l'avventata decisione su Gerusalemme ha messo fine al gioco. Anzi, l'affermazione di Trump ha avuto l'effetto contrario, ha dato al Medio Oriente un punto d'appoggio su cui gli ex contendenti nel conflitto siriano possono trovare una causa comune: la difesa di Gerusalemme come elemento storico e culturale, come fuoco identitario condiviso da musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire il Medio Oriente, dopo le tensioni e i conflitti degli ultimi tempi.
I paesi del Golfo, dopo aver perso la guerra in Siria, si ritrovano infilati in un'altra spinosa schermaglia; sembra proprio una specie di jihad a guida ameriKKKana contro gli sciiti e tutte le loro manifestazioni nella regione, reali o immaginarie che siano. Un piano altamente ambizioso che non va bene né dal punto di vista degli affari (Dubai, per esempio, che è sostanzialmente un piccolo stato commerciale del Golfo, sopravvive grazie ai traffici con l'Iran e con il Pakistan, dove pure esiste una considerevole popolazione sciita) né dal punto di vista di una politica prudente: l'Iran è una nazione vera, con seimila anni di storia e una popolazione che sfiora i cento milioni di abitanti.
Non c'è da meravigliarsi se questo discusso piano sta dividendo il GCC. L'Oman, legato all'Iran da antichi rapporti, non lo ha mai condiviso. Il Kuwait, in cui esiste una significativa componente sciita, considera gli sciiti nell'ottica della coesistenza e dell'inclusione. Dubai teme per la propria economia, mentre il Qatar... ecco, angariare il Qatar ha portato al suo allineamento di un nuovo asse regionale con l'Iran e la Turchia.
Soprattutto, la ricerca dell'accordo fa parte del revanscismo economico ameriKKKano di un'AmeriKKKa che recupera i territori economici ceduti ad altri a causa della (presunta) "trascuratezza delle passate amministrazioni", come riporta l'analisi della Sicurezza Stategica Nazionale (NSS). A quanto sembra a Washington stanno giocherellando con l'idea di mettere dazi alle merci cinesi, di imporre sanzioni alla Russia e di scatenare contro l'Iran una guerra economica allo scopo di rovesciarne il governo. Nel caso il Presidente Trump dovesse perseguire questa politica -e sembra proprio che questa sia la sua intenzione- Cina, Russia e Iran prenderanno a loro volta contromisure economiche di qualche genere. L'areale e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro sono già frammentati, e potrebbero ulteriormente frammentarsi, forse al punto che l'Arabia Saudita potrebbe accettare per il proprio greggio pagamenti in yuan.
In poche parole la base di liquidità, i petrodollari su cui si basano l'ipersfera finanziarizzata del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si assottiglierà. E questo succede in un momento in cui i redditi petroliferi sono già crollati, crollo che ha rappresentato la prima fase della frammentazione del petrodollaro attualmente in corso e che ha costretto i paesi del Golfo ad una stretta fiscale di cui hanno fatto le spese i cittadini. Di recente la Cina ha intralciato i piani di guerra commerciale degli USA, lasciando filtrare intenzionalmente, per poi ritrattarla, l'idea che la banca centrale cinese avrebbe smesso di acquistare buoni del tesoro statunitense o che avrebbe disinvestito. E l'importante agenzia cinese di valutazione del credito Dagong ha abbassato la classificazione del debito sovrano statunitense da A- a BBB+ facendo concretamente pensare che i buoni del tesoro statunitense in possesso dei paesi del Golfo non sono più quei "titoli privi di rischi" che si credeva che fossero. Anzi, potrebbero diventare soggetti a svalutazione, col crescere dei tassi di interesse o con l'impatto del quarto quantitative easing.
Come sono arrivati i paesi del Golfo a trovarsi esposti in questo modo? Essenzialmente non riconoscendo i propri limiti e dunque superandoli. Una risposta stringata è questa. Alla fine degli anni Novanta e all'inizio del decennio successivo il Qatar, con il suo padrone Hamad bin Khalifa, era considerato prepotentemente attivo sul piano politico, ben oltre il modesto peso assegnatogli da una popolazione di duecentomila abitanti. Il Qatar aveva lanciato la rete di notizie Al Jazira; una novità sorprendente per il mondo arabo dell'epoca e che sarebbe diventata uno strumento molto potente nel corso della cosiddetta "primavera araba". Ad Al Jazira sono state attribuite -almeno così mi disse all'epoca l'emiro- la caduta del Presidente Mubarak e la fondazione della base politica per la corrispettiva ondata di proteste popolari nel 2011. Probabilmente l'emiro faceva delle valutazioni corrette; all'epoca sembrava che gran parte dei paesi del Golfo, Emirati compresi, potesse essere sovvertita dalla guerriglia mediatica di Al Jazira e finisse in mano ai Fratelli Musulmani, che il Qatar stava proteggendo in qualità di strumento per "riformare" il mondo arabo sunnita.
Insomma, il Qatar stava sfidando l'Arabia Saudita, e la stava sfidando non soltanto sul piano politico; proteggendo i Fratelli Musulmani, il Qatar sfidava proprio la dottrina che poneva le basi religiose della monarchia assoluta dell'Arabia Saudita. Al contrario della Casa dei Saud, i Fratelli Musulmani affermano che la sovranità spirituale appartiene al popolo, alla comunità dei credenti, e non a un qualche "re" saudita. Questo inebriamento rivoluzionario qatariota, che minacciava nella sua stessa essenza il dominio dei Saud, ha suscitato l'odio dei sauditi. E lo stesso ha fatto MbZ, convinto -a ragione- che i Fratelli Musulmani avessero Abu Dhabi nel mirino. Nella questione sono entrati anche antichi rancori, oltre alla competizione che divide Abu Dhabi dal Qatar. L'emiro qatariota alla fine si è esposto troppo, e nel 2013 è stato costretto a lasciare il trono e ad andare in esilio.
Abu Dhabi storicamente non si è mai inteso granché bene con l'Arabia Saudita, che trattava con una certa sufficienza questi emirati di piccolo cabotaggio. MbZ tuttavia aveva visto in MbS un'opportunità, per sé e per Abu Dhabi, di esercitare una certa influenza e soprattutto di far diventare l'emirato una sorta di nuovo Qatar in grado di atteggiarsi ben al di là di quanto gli permettesse il proprio scarso peso politico. A differenza del Qatar però non avrebbe dovuto cercare di tenere testa all'Arabia Saudita, ma di prendere il ruolo di un "Mago di Oz" che, operando dietro le quinte, muovesse le leve saudite per esercitare pressione sugli USA e ottenere l'approvazione ameriKKKana per l'impegno di MbS e di MbZ contro i Fratelli Musulmani e per una posizione laica, neoliberista e anti iraniana.
Subito dopo la guerra dello stato sionista contro Hezbollah nel 2006 MbZ riuscì a mettere in piedi, tramite il generale Petraeus all'epoca comandante del CentCom, un canale diretto con gli ameriKKKani e a concentrarsi sulla minaccia rappresentata dall'Iran; usò con disinvoltura il timore di inflitrazioni da parte dei Fratelli Musulmani per aprire una porta all'espansione del controllo di Abu Dhabi su Dubai e sugli altri emirati sul piano della sicurezza, e utilizzò il sostegno finanziario di Abu Dhabi verso gli altri emirati dopo la crisi finanziaria del 2008. Tutte queste iniziative sono confluite in una sorta di manuale sull'eliminazione dei rivali politici e sull'acquisizione di un potere privo di contrasti. Una scalata che è servita da guida per la successiva ascesa di MbS alla volta del potere assoluto in Arabia Saudita, col più anziano MbZ a fare da guida. I due intendevano nientemeno che rovesciare il corso degli eventi in Medio Oriente arginando l'Iran e, con l'aiuto ameriKKKano e sionista, ripristinare la supremazia dell'Arabia Saudita.
Il Presidente Trump ha abracciato senza riserve -e a quanto sembra in modo irrevocabile- MbS e MbZ. Ma anche questo si è rivelato essere un caso in cui qualcuno, nel Golfo, ha fatto il passo più lungo della gamba. Trump potrebbe non arrivare a far considerare normalità una Gerusalemme sionista, Netanyahu potrebbe non arrivare a calmare i rapporti con i palestinesi partendo dalla coalizione che lo sostiene, né potrebbe formarne un'altra. In ogni caso, neppure Abu Mazen potrebbe cedere sullo status di Gerusalemme. Insomma, Trump ha semplicemente "consegnato" la città santa allo stato sionista, segnando in questo modo un momento saliente del quasi completo isolamento diplomatico dell'AmeriKKKa. Sul piano politico MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno tutti fallito, e si trovano umiliati e indeboliti. Importante è il fatto che adesso il Presidente Trump si trova avvinto ad una leadership saudita vacillante e alla propria radicale antipatia verso l'Iran, come è emerso alle Nazioni Unite nel discorso che ha tenuto a Settembre davanti all'assemblea generale.
Nello schierarsi a favore di questo piano contrario all'Iran, il Presidente Trump si trova -grazie all'aver mal giudicato la capacità di MbS e di Mbz di arrivare a qualche risultato significativo- a non poter contare su alcuna truppa sul terreno. Il GCC, il Consiglio degli Stati del Golfo, è diviso; l'Arabia Saudita è in crisi, l'Egitto sta passando nel campo di Mosca con l'acquisto di missili russi S300 per un miliardo di dollari, e di cinquanta Mig 29 per altri due miliardi. La Turchia è persa, e sta facendo il doppio gioco con Mosca e con Washington per i propri scopi. La maggior parte dell'Iraq sta di fatto con Damasco e con Tehran. Perfino gli europei sono titubanti davanti alla politica statunitense nei confronti dell'Iran.
Ovviamente Trump può comunque nuocere all'Iran; può farlo anche senza venir meno agli acordi sul nucleare. Il suo generare incertezza sul suo ritiro o meno dagli accordi, più il suo minacciare sanzioni di altro genere sono probabilmente abbastanza perché le imprese europee e di altra significativa provenienza rifuggano da progetti commerciali con l'Iran;  ma per quanto doloroso questo possa essere per il popolo iraniano, non può certo nascondere la realtù delle cose nel dopoguerra in Siria: in Libano, in Siria o in Iraq poche cose possono succedere senza che l'Iran ne sia coinvolto, in un modo o nell'altro. Persino la Turchia non può perseguire una stategia contro i curdi all'insegna del realismo senza l'assistenza iraniana. Russia e Cina hanno entrambe bisogno dell'aiuto iraniano per assicurarsi che il loro progetto per la realizzazione di "Una sola via, una sola strada" non venga inficiato da jihadisti estremisti.
La realtà è questa. Mentre i leader ameriKKKani ed europei parlano senza sosta dei propri piani per "arginare" l'Iran, l'Iran e i suoi alleati nella regione (Siria, Libano, Iraq e, in una misura non prevedibile, la Turchia) stanno di fatto "arginando" AmeriKKKa e stato sionista, contro cui agiscono con la deterrenza militare. Inoltre il centro di gravità economico della regione si sta inesorabilmente allontanando dal Golfo, puntando verso il progetto euroasiatico russo-cinese. La potenza economica del Golfo ha superato il proprio punto massimo.
Il dislocare una "piccola" forza d'occupazione statunitense nel nord-est della Siria non significa minacciare l'Iran, ma mettere un ostaggio in mano a Damasco e a Tehran. Tale è il cambiamento nell'equilibrio dei poteri fra paesi del quadrante settentrionale della regione e paesi di quello meridionale. La presenza di militari ameriKKKani in Siria con l'ostentato fine di "arginare l'Iran" rappresenta un gesto simbolico di cui gli USA potrebbero pentirsi se la Turchia dovesse muoversi, e che potrebbero in fin dei conti abbandonare, lasciando i curdi loro alleati di un tempo a vedersela con l'arido vento siriano.