20 luglio 2021

Genova, luglio 2001

 


"Genova? Dirimente, certo.
Dirimente tra chi c'era e chi non c'era.
Io con chi non c'era non ho nulla da spartire. Se ne vada a pagare il mutuo, a sperare che gli rinnovino il contratto, e roba del genere.
E guai se sento fiatare.
Soprattutto non venga a infastidirmi con Iran, Cuba, Ungheria e russie varie."

"In pratica tornai la sera del ventuno luglio dopo una giornata di cariche e lacrimogeni e precarie vie di fuga perché la gendarmeria arrivava dappertutto, e nei giorni seguenti incontrai praticamente ovunque vecchi conoscenti e anche amici di una vita che mi fecero chiaramente intendere di essere un po' seccati dal vedermi vivo.
Ho preso l'agenda e l'ho buttata nella carta da macero: si vedrà chi finirà peggio.
La crisi perdurante è stata in questo senso ricchissima di soddisfazioni perché di lorsignori non ce n'è stato uno che sia diventato astronauta alla Ferrari (e sì che da piccolo ci teneva tanto).
Mutui da pagare, licenziamenti, storie di corna, in-cre-di-bi-li riflussi in un ciarpame olistico di cui è persino umiliante riferire hanno contribuito non poco a rinsaldare il morale di chi aveva ragione allora ed ha ragione adesso.
Andate a pagare i debiti, cani, e poi via di corsa ad accendere la televisione che se il pargolo torna dall'asilo e non trova peppapìg e masciaeorso sono urli da tremare i vetri..."


19 luglio 2021

Finian Cunningham - Destabilizzare Cuba: sanzioni, pandemia e gazzarra mediatica

  

Manifestazione filogovernativa a Bayamo, provincia di Granma, Cuba, 17 luglio 2021.


Traduzione da Strategic Culture.

Allo zio Sam non piacerà che Mosca e Pechino si facciano largo in quello che ha unilatermente dichiarato essere il suo "cortile di casa". Solo che lo zio Sam ha perso ogni autorità morale necessaria ad avanzare obiezioni credibili.
Un'ondata di manifestazioni dirette contro Cuba è stata descritta dalla Casa Bianca come "espressione spontanea di persone esasperate per la cattiva gestione economica e dalla repressione". Il presidente Joe Biden ha detto che "gli Stati Uniti stanno con il popolo cubano, che rivendica coraggiosamente i propri diritti fondamentali e universali".
Le proteste sembrano essersi placate con la stessa rapidità con cui sono scoppiate nel fine settimana [del 10-11 luglio 2021, n.d.t.]. Il presidente cubano Miguel Diaz-Canel ha ammesso che esiste un legittimo malcontento per le difficoltà materiali sopportate dagli undici milioni di abitanti dell'isola caraibica. Nutrite contromanifestazioni di sostenitori del governo hanno risposto all'appello del presidente a difendere la rivoluzione del paese.
Le autorità cubane accusano gli Stati Uniti di aver orchestrato le proteste per destabilizzare un paese socialista in ginocchio dopo quasi sessant'anni di blocco economico imposto da Washington. Le sanzioni economiche sono state inasprite di recente sotto il presidente Donald Trump, e questo inasprimento paralizzante è stato mantenuto dalla nuova amministrazione Biden.
Durante lo scorso anno c'è stata la pandemia di Covid-19; l'economia cubana ha sofferto terribilmente ed è impossibile eludere la conclusione che le sanzioni di Washington siano state calcolate a bella posta per sfruttare le irripetibili avversità della pandemia. L'industria turisticao del paese è crollata e le misure sociali per limitare la diffusione della malattia hanno avuto un impatto negativo sull'occupazione e sui mezzi di sussistenza. Questo, a sua volta, ha esacerbato la carenza di cibo e la crescita dei prezzi al consumo.
Nel far fronte all'aumentato numero dei ricoveri imposto dalla pandemia si sono verificate interruzioni di corrente, perché le autorità stanno cercando di razionare le risorse per dare priorità alle strutture mediche.
Tutto questo ha, naturalmente, causato enorme frustrazione sociale e portato ad incolpare il governo di quella che può essere facilmente percepita come "cattiva gestione". Ma è bene essere chiari: quella che viene percepita come cattiva gestione non ha cause di natura essenzialmente interna. La responsabilità per la situazione in cui si trova Cuba è di Washington, e del suo ostinarsi a mantenere un criminale embargo ai danni dell'isola.
Le sanzioni economiche americane imposte a Cuba dal 1961 sono sempre state deliberatamente mantenute in vigore per imporrre al popolo privazioni e difficoltà al fine di allontanarlo dal governo socialista e alimentare i disordini. Il comportamento di Washington costituisce un'aggressione, ed è una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite. Anno dopo anno, il governo degli Stati Uniti ignora gli appelli della grande maggioranza dei paesi all'assemblea generale delle Nazioni Unite che lo invitano a revocare le sanzioni.
In tempi normali una condotta tanto cinica fa spavento. Ma durante un anno di una pandemia globale in cui le risorse sanitarie sono al limite e la popolazione più vulnerabile del solito, l'embargo degli Stati Uniti a Cuba è un abominio.
Non che Cuba sia la sola a sopportare la barbarie ameriKKKana. Molte altre nazioni tra cui l'Iran, la Corea del Nord, la Siria, il Venezuela, il Nicaragua e la Russia, sono diventate in varia misura bersaglio della guerra economica ameriKKKana a colpi di sanzioni, in un momento pericoloso per tutto il mondo.
Non c'è dubbio che i responsabili della politica imperialista di Washington abbiano sentito l'odore del sangue, per la posizione particolarmente debole di Cuba. È interessante notare che il Dipartimento di Stato ha stanziato milioni di dollari in più per potenziare le emittenti in Florida; e in Florida vive una numerosa diaspora cubana di destra.
Le ultime proteste scoppiate domenica scorsa sono state precedute da una massiccia mobilitazione di influenza nei media sociali. Secondo un'analisi di Telesur, migliaia di nuovi account sono stati creati nei giorni immediatamente precedenti le manifestazioni. Sembra che il tutto sia stato orchestrato in una sofisticata operazione partita dall'estero e con il coinvolgimento degli Stati Uniti.
Washington ha usato un copione identico per fomentare proteste antigovernative in Bolivia, Venezuela, Bielorussia e Nicaragua. Si saturano in tempi rapidi i social media con meme e post di opinionisti che incitano amanifestare, secondo un modus operandi che è tutt'altro che spontaneo. Il ricorso ad algoritmi crea dal nulla nutrite orde di manifestanti che hanno poco o nulla a che vedere con i numeri reali.
Quando una gazzarra mediatica del genere si lega a un malcontento popolare già esistente per le difficoltà economiche, gli istigatori possono ritenersi soddisfatti, e mettersi ad aspettare l'esplosione sociale messa in preventivo.

Il governo cubano sembra essersi mosso rapidamente per contenere l'ondata di instabilità. Ha accusato gli Stati Uniti di interferire nei suoi affari interni. Anche altri paesi dell'America Latina si sono schierati con l'Avana per denunciare l'ingerenza straniera. Cuba deve effettivamente affrontare grandi sfide e grandi problemi. Ma per la maggior parte la colpa è per intero di Washington e della sua criminale aggressività. La Casa Bianca afferma di stare "valutando come possiamo essere utili direttamente al popolo cubano". Che ne direste di togliere dal collo di Cuba lo scarpone che ci tenete da decenni?
Russia e Cina dovrebbero farsi avanti, e offrire a Cuba un sostegno economico e materiale molto maggiore per dare al suo coraggioso popolo la tregua di cui ha bisogno dopo aver sofferto decenni di guerra economica da parte degli Stati Uniti.
Allo zio Sam non piacerà che Mosca e Pechino si facciano largo in quello che ha unilatermente dichiarato essere il suo "cortile di casa". Solo che lo zio Sam ha perso ogni autorità morale necessaria ad avanzare obiezioni credibili. Russia e Cina dovrebbero ritorcere contro gli ameriKKKani la loro stessa aggressività.

20 giugno 2021

Firenze - A Santo Spirito centinaia di ragazzi distruggono il cordolo messo dall'amministrazione comunale a tutela del sagrato

 

Nel 2021 l'amministrazione comunale ha considerato una priorità irrinunciabile inibire l'accesso al sagrato di Santo Spirito, in una piazza che per qualche insondabile motivo conserva il carattere popolare che ha sempre avuto.
La preparazione gazzettiera è andata avanti per mesi. La pianificazione anche, con divieti e ordinanze fatti rispettare con tutti i ritrovati tecnologici a disposizione della gendarmeria.
Tutto -a sentir loro- in nome della vivibilità e dell'interesse generale. Che si tratti di un'iniziativa utile solo a ribadire la ferma volontà di gentrificare quanto si ostina a sfuggire alla Disneyland del Rinascimento lo sanno tutti benissimo, ma di solito omettono di rivendicarlo.
Nel 1977 -racconta Filippo Scòzzari- il borgomastro bolognese Zangheri e la questura
avevano proibito di sedersi sui gradini di San Petronio, per motivi d’ordine pubblico. Era così, in quegli anni. A qualcuno della nomenklatura veniva in mente una stronzata da due lire, e subito le veniva conferita l’aureola di Editto Per Il Buongoverno. Non che abbiano smesso. Nell’occasione però, qualche bolognese non incazzato, non precario, non studente, non autonomo, non giovane cominciò a sospettare che forse Zangheri cominciava ad entrare nel buio di una astiosa senilità kremlinica, ed il divieto anti studente di mostrare in piazza i maròni pelosi durò l’espás dun matén. Era divertente. Se da compagno voglioso di partecipare indirizzavi all’Unità le tue rimostranze di cittadino perplesso non succedeva un bel nulla. Se come maresciallo in pensione le esternavi al Resto del Carlino apriti cielo, e la noxia veniva rimossa in tre secondi. L’ansioso PCI. Non è stata sofferta la strada per arrivare a Prodi. Solo lunga.
La differenza è che nel 1977 un bagatellfall era un bagatellfall; adesso, l'agenda politica delle amministrazioni locali si compendia di robetta come questa. Sono letteralmente ridotti a non sapere più cosa proibire e sanzionare.
Fatto sta che per ribadire l'autorità e la fondatezza della decisione e in previsione di ulteriori inasprimenti, il 17 giugno l'amministrazione ha fatto intronare attorno al sagrato un coso di gòmena e fittoni.
Il giorno successivo moltissime persone serie hanno tolto di mezzo tutto quanto e hanno rimesso le cose a posto facendo a pezzi la gòmena e usandola per il salto della corda, rovesciando i fittoni e coprendoli di scritte a dileggio dell'amministrazione.
Il primato della realtà sul mondo descritto dalle gazzettine è stato ristabilito.
La gendarmeria difficilmente rimarrà inattiva perché su cose come questa i borgomastri tendono a una certa permalosità, per cui chi scrive si rende fin da ora disponibile a contibuire ad eventuali sottoscrizioni.
Inutile rendicontare l'infastidita indignazione gazzettiera: sappiamo tutti molto bene che la "libera informazione" è capacissima di ammettere e di lodare in modo sperticato certe iniziative, ma esse devono svolgersi a Minsk o a Tehran.
Sta di fatto che, come nel caso della Bologna del 1977, anche nella Firenze del 2021 qualche fiorentino non incazzato, non precario, non studente, non autonomo, non giovane ha cominciato ad avere la conferma -più che il sospetto- che ci sia un limite anche a certe alzate d'ingegno. Il signor Vanni Santoni ha riassunto questo sentire sul Cinguettatore.
È stato corroborante, e anche un po’ rassicurante, vedere che ieri sera un bel gruppone di allegri ragazzini si è messo, tra musica e balli, a giocare al salto della corda con le gomene che erano state posizionate, assieme ai loro orribili supporti di cemento, a deturpare la basilica di Santo Spirito.
Ci sarà di certo chi dirà che anche la più legittima delle proteste, quella contro uno scempio doppio –capolavoro architettonico deturpato, più lo spazio pubblico tolto ai cittadini– fosse essa stessa "degrado". È allora importante affermare subito che non è così. E non solo perché protestare è legittimo (e in questo caso doveroso). Non è così, perché il degrado non sono le piazze vive e vissute dai cittadini, ma architetture ostili che imbruttiscono lo spazio di tutti e limitano l'accesso alla città. Ed è importante anche ricordare, specie a chi questa città la amministra, che i cittadini, i fiorentini, i loro cittadini, sono quelli che rifiutano in massa queste brutture: sono proprio quei ragazzini che saltavano ridendo su quelle corde, e non i turisti di giornata o le società con sede all'estero e cento appartamenti su AirBnb.
Ci sarà anche chi dirà che "allora i cordoni non bastano", e invocherà cancellate o muri di plexiglas o filo spinato pur di impedire che la gente faccia ciò che ha sempre fatto da 500 anni: stare sul sagrato di Santo Spirito, un luogo peraltro specificamente progettato per dialogare con la piazza. A quelli si ricorderà che se il problema sono coloro che pisciano in giro alla notte, vanno installati del bagni pubblici, di cui la città è drammaticamente carente e che se il problema sono quelli (invero rarissimi) che hanno comportamenti effettivamente molesti, la città deve intervenire per evitare quei singoli comportamenti, e non usarli come pretesto per danneggiare tutta la cittadinanza, togliendole uno degli ultimi spazi vivi e vitali di un centro già prostrato da anni di politiche atte a favorirne lo svuotamento e la conseguente turistificazione.

 

04 giugno 2021

Campioni d'Occidente: Cristian Rustignoli


Riceviamo e pubblichiamo un commento con questo contenuto.
Sono Rustignoli Cristian chi a fatto questo articolo social e un demente io non o nulla a che fare con Oriana alepoca ero il n 1 dei traslochi Firenze e provincia appaltatore comune Firenze traslocatore smaltitire enti regione Toscana ora sono sempre traslocatore e presidente ass volontariato Lorenzo Bardellino tetto lavoro e aiuto sociale per tutti per chi a bisogno di una mano sociale contattatemi per lavoro idemil mio numero e 3395006826 e levare ste buffonate illusive se no vi denuncio buccie
Il signor Rustignoli si è sentito offeso da uno scritto in cui si lodavano le sue competenze di traslocatore e gli si augurava di poterle usare per traslocare una sedicente interlocutrice angelica.
Chissà perché.
Non aveva letto il disclaimer qui accanto; eventuali minacce, legali e non, saranno immediatamente esposte al pubblico ludibrio in questa stessa sede.
Si sarebbe risparmiato la fatica.
Si sarebbe risparmiato una figuraccia.
La foto viene dall'autoschedatura sul Libro dei Ceffi di un Cristian Rustignoli di Firenze che -tra scritte su' bracci e cane d'ordinanza- potrebbe benissimo corrispondere a lui.
Vanno notate anche le peculiarità grammaticali e sintattiche del testo.
Lo stato che occupa la penisola italiana obbliga tutti i suoi sudditi a dieci anni di istruzione obbligatoria, oggetto di generosissimi stanziamenti pubblici; evidentemente non sempre sono soldi ben spesi.
Gli dobbiamo comunque delle scuse per due motivi.
Innanzitutto, per non aver prontamente messo in evidenza le sue rimostranze; il commento è del 30 maggio 2021 (sei anni abbondanti dopo il post) e questo scritto è del 4 giugno successivo.
In secondo luogo, per aver scritto male il suo nome. Lo ringraziamo dunque per la precisazione, e provvediamo a cambiare da Christian a Cristian il titolo dell'articolo che lo riguarda.


01 giugno 2021

New York Times - Le postazioni dell'esercito afghano si arrendono a valanga alle forze talebane

 

Su un foglio scritto a mano gli accordi firmati da ufficiali afghani e capi talebani
per la resa di una postazione militare a Mehtarlam. 
Vent'anni leaving no stone unturned. Complimenti per i risultati.


Traduzione da New York Times, 27 maggio 2021.

Decine di avamposti e di basi sotto assedio -oltre a quattro capitali di distretto- si sono arresi agli insorti soltanto questo mese. Il collasso avanza sempre più veloce nelle campagne man mano che le truppe statunitensi si ritirano.

Mehtarlam, Afghanistan - Nei malandati avamposti della provincia di Laghman le scorte di munizioni erano finite. Il cibo era scarso. Alcuni agenti di polizia non venivano pagati da cinque mesi.
Poi, proprio quando le truppe statunitensi hanno iniziato a lasciare il paese all'inizio di maggio, i combattenti talebani hanno assediato sette postazioni isolate tra i campi di grano e gli orti di cipolle di questa provincia dell'Afghanistan orientale.
Gli insorti hanno arruolato gli anziani dei villaggi perché si recassero negli avamposti con un messaggio: arrendersi o morire.
A metà maggio 2021 le forze di sicurezza di tutte e sette le postazioni si erano arrese. Dopo lunghi negoziati, secondo gli anziani del villaggio. Ad almeno centoventi tra soldati e poliziotti è stato dato un passaggio sicuro verso la capitale provinciale controllata dal governo, in cambio della consegna di armi e attrezzature.
"Abbiamo detto loro: 'Guardate che siete messi male; rinforzi non ne arriveranno'", ha detto Nabi Sarwar Khadim, 53 anni, uno dei molti anziani che hanno partecipato alle trattative per la resa.
Dal primo maggio secondo gli anziani dei villaggi e secondo i funzionari governativi almeno ventisei tra basi militari ed avamposti solo nelle quattro province di Laghman, Baghlan, Wardak e Ghazni si sono arresi dopo trattative del genere. Con il morale che sprofonda man mano che le truppe statunitensi se ne vanno, e i talebani che sfruttano propagandisticamente ogni resa come se fosse una loro vittoria, nelle campagne afghane ogni crollo alimenta il successivo.


Gli USA affrettano il ritiro

Si prevede che a luglio tutti gli uomini saranno fuori dall'Afghanistan. A negoziare la resa sono stati anche quattro capoluoghi di distretto, sede di un governatore locale, di un capo della polizia e dei servizi; di fatto le strutture governative sono state consegnate al controllo dei talebani e almeno per il momento i funzionari governativi non si sa che fine abbiano fatto.
I talebani già in passato hanno trattato la resa di truppe afgane, ma mai sulla scala e al ritmo con cui hanno ceduto questo mese le basi militari nelle quattro province che si estendono a est, a nord e ad ovest di Kabul. Questa tattica ha eliminato centinaia di effettivi governativi dal campo di battaglia, assicurato il controllo di un territorio strategico e permesso ai talebani di accaparrarsi armi, munizioni e veicoli.
Spesso senza sparare un colpo.
Il cedimento delle basi militari è un indice del rapido deterioramento dello sforzo bellico del governo; gli avamposti cadono uno dopo l'altro, a volte dopo scontri a fuoco ma spesso dopo una vera e propria resa.
Questi progressi sul terreno fanno parte di un piano di più ampio respiro che consiste nel prendere e nel mantenere il controllo del territorio intanto che il morale delle forze di sicurezza risente dell'uscita dalla scena della coalizione internazionale. Acquistare il consenso di polizia e milizie locali e organizzare cessate il fuoco circoscritti permette ai talebani di consolidare le conquiste in una nutrita offensiva militare, attuata nonostante le richieste di colloqui di pace e di un cessate il fuoco a livello nazionale.
"Il governo non è in grado di tutelare le forze di sicurezza", ha detto Mohammed Jalal, un anziano del villaggio nella provincia di Baghlan. "Se combattono verranno uccisi, quindi devono arrendersi".
A trattare i termini della resa sono i Comitati di Invito e Guida talebani, che intervengono dopo che gli insorti hanno tagliato le strade e i rifornimenti agli avamposti circondati. I capi del comitato o i capi militari talebani telefonano ai comandanti delle basi -e talvolta alle loro famiglie- e offrono di risparmiare la vita degli uomini se gli avamposti vengono consegnati insieme ad armi e munizioni.
In diversi casi i comitati hanno dato a coloro che si arrendevano del denaro -in genere sui centotrenta dollari- e abiti civili e li hanno mandati a casa incolumi. Prima però riprendono gli uomini mentre promettono di non ricongiungersi alle forze di sicurezza. Registrano i loro numeri di telefono e i nomi dei membri della loro famiglia, e assicurano loro che saranno uccisi se rientrano nell'esercito.
"Il comandante talebano e il Comitato di Invito e Guida mi hanno chiamato più di dieci volte e mi hanno chiesto di arrendermi", ha detto il maggiore Imam Shah Zafari, 34 anni, un capo della polizia distrettuale nella provincia di Wardak che ha consegnato centro di comando e armi l'11 maggio, dopo negoziati mediati da anziani del posto.
Dopo che i talebani gli avevano dato un passaggio in macchina fino a Kabul, ha detto, un membro del comitato ha telefonato per assicurargli che il governo non lo avrebbe incarcerato perché si era arreso. "Ha detto: 'Abbiamo molto potere nel governo, e possiamo farti rilasciare'", ha detto il maggiore Zafari.
I comitati talebani approfittano di una caratteristica peculiare dei conflitti afghani: combattenti e comandanti passano regolarmente da una parte all'altra, fanno accordi, negoziano le rese e si tengono cari gli anziani dei villaggi per avere influenza sui residenti locali.
L'attuale conflitto è in realtà costituito da decine di conflitti locali. Si tratta di lotte fra individui in intimità tra loro, in cui fratelli e cugini si combattono l'un l'altro e i comandanti di ogni parte incitano, minacciano e negoziano usando il cellulare.
"C'è un comandante talebano che mi chiama continuamente, cercando di fiaccarmi il morale in modo che mi arrenda", ha detto Wahidullah Zindani, 36 anni, un comandante di polizia barbuto e bruciato dal sole che ha rifiutato le richieste talebane di consegnare il suo avamposto nella provincia di Laghman, forte di nove uomini e ben rifornito di munizioni.
Le rese negoziate fanno parte di una più ampia offensiva nel cui contesto i talebani hanno circondato questa primavera almeno cinque capitali provinciali, secondo un rapporto dell'ispettore generale del Pentagono pubblicato il 18 maggio. L'offensiva si è intensificata dopo il primo maggio, giorno in cui è iniziato il ritiro degli statunitensi. I talebani controllano di diverse strade importanti, e hanno isolato le basi militari e le guarnigioni lasciandole vulnerabili.
Le rese hanno un profondo effetto psicologico.
"Chiamano e dicono che i talebani sono abbastanza potenti da sconfiggere gli Stati Uniti e che possono facilmente prendere la provincia di Laghman; 'dovreste tenerlo presente, prima che vi uccidiamo'", ha detto dei comitati talebani Rahmatullah Yarmal, ventinovenne governatore di Laghman, in un'intervista all'interno del suo complesso fortificato nella capitale provinciale di Mehtarlam.
È una tattica di propaganda efficace, ha ammesso il governatore. Così efficace che alcuni comandanti di avamposti ora si rifiutano di parlare agli anziani o ai negoziatori talebani. Ha detto che molti anziani non sono pacificatori neutrali, ma sostenitori dei talebani scelti con cura.
Il signor Yarmal ha detto che sessanta ufficiali di polizia che si sono arresi e si sono rifugiati nel complesso governativo a lui affidato sono ora pronti a combattere per riprendere i sette avamposti persi. "Penso che li riconquisteremo in un mese", ha detto.
Solo che poche ore dopo queste parole, il 19 maggio, il vicino capoluogo di Dawlat Shah si è arreso senza alcuna resistenza dopo qualche trattativa. La mattina dopo altri cinque avamposti si sono arresi allo stesso modo nel distretto di Alishing, sempre nella provincia di Laghman, hanno detto i funzionari del distretto.
Queste vittorie talebane sono state facilitate anche da un cessate il fuoco di trenta giorni negoziato dagli anziani il 17 maggio nel distretto di Alingar -un territorio molto conteso- che ha permesso ai talebani di spostare risorse ad Alishing, dove in capo a un paio di giorni hanno costretto i cinque avamposti a trattare la resa. Il 21 maggio i talebani hanno violato il cessate il fuoco con nuovi attacchi ad Alingar, ha riferito il signor Khadim.
Questa serie di cedimenti è il secondo caso analogo in due settimane nel distretto di Laghman.
Il 7 maggio tre avamposti e una base militare hanno ceduto senza combattere e allo stesso modo, ha detto il governatore del distretto di Alingar Nasir Ahmad Himat.
"I soldati hanno semplicemente gettato le armi, sono saliti sui loro veicoli e sono rientrati al capolouogo del distretto o nella capitale provinciale", ha detto Faqirullah, un anziano del villaggio che si fa chiamare solo con il nome.
Una domenica, mentre i combattenti talebani stringevano sulla capitale provinciale, il governatore Yarmal ha annunciato che centodieci uomini delle forze di sicurezza che si erano arresi e diversi comandanti che avrebbero dovuto controllarli erano stati arrestati per negligenza.
Il giorno stesso l'esercito afgano ha annunciato che rinforzi e personale dello stato maggiore erano stati inviati d'urgenza a Laghman per cercare di respingere l'assalto talebano.
Nella provincia di Ghazni il consigliere provinciale Hasan Reza Yousofi ha spiegato di aver implorato i funzionari di inviare rinforzi a un avamposto e a una base militare che sono poi caduti in mano ai talebani durante il mese di maggio. Ha fatto ascoltare una telefonata registrata in cui un ufficiale di polizia, Abdul Ahmad, diceva di aver esaurito le munizioni e che i suoi uomini erano ridotti a bere acqua piovana perché la torre dell'acqua della base era stata distrutta da un razzo.
"Siamo spacciati; chiediamo di continuo rinforzi, ma i funzionari non ci aiutano," diceva la voce registrata. "I talebani hanno mandato gli anziani del villaggio a dirci di arrenderci, che eravamo finiti e che nessuno ci avrebbe aiutato."
Hasan Reza Yousofi ha asserito di non sapere se Ahmad sia sopravvissuto alla caduta del suo avamposto.
Per i talebani il negoziato si è rivelato particolarmente fruttuoso nella privincia di Baghlan, in cui si sono arresi almeno in cento, e in quella di Wardak, dove secondo gli alti gradi i negoziati hanno portato alla resa di centotrenta uomini.
Nella provincia di Laghman le trattative che hanno portato alla resa dei sette avamposti sono durate una decina di giorni. Il signro Khadim è il decano del villaggio, e ha detto che diversi anziani hanno trattato con i comandanti di ogni avamposto.
"Noi gli assicuravamo la vita", ha detto. "Non c'era nulla di scritto, solo la nostra parola."
A qualche miglio di distanza il comandante Zindani ha rifiutato di cedere il suo sperduto avamposto a ridosso del fronte. Ha asserito che gli ufficiali che avevano trattato la resa di tre postazioni nelle vicinanze avevano tradito il loro paese.
Muhammad Agha Bambard è uno dei suoi uomini; ha detto che avrebbe combattuto per vendicare la morte di due fratelli che sarebbero stati uccisi dai talebani. Non si sarebbe mai arreso, ha detto.
I nove uomini del comandante Zindani potevano contare in tutto e per tutto su una mitragliatrice, un lanciarazzi e un Kalashnikov per uno, in un avamposto sgangherato e con le mura schizzate di sangue. Zindani era comunque intenzionato a resistere, e lo ha detto anche al comandante talebano che lo ha chiamato assiduamente al telefono pretendendo la sua resa.
"Gli ho detto che combatto per il mio paese," aveva detto Zindani. "Non sono qui per arrendermi."
Un componente del consiglio provinciale ha riferito che la domenica successiva, quattro giorni dopo, l'avamposto è stato sopraffatto durante uno scontro a fuoco con i talebani. Un poliziotto è stato colpito a morte e il comandante Zindani e i suoi uomini disarmati sono stati fatti prigionieri.
Poche ore dopo i talebani hanno pubblicato un video in cui si vede Bambard interrogato da un comandante talebano; è sdraiato su un materasso, col viso e il collo bendati. Il comandante gli chiede in tono di scherno perché avesse scritto sulla sua pagina Facebook che lui vivo il nemico non avrebbe conquistato la postazione.
"Qui siamo in Afghanistan," ha risposto il ferito.


David Zucchino e Najim Rahim.
Zabihullah Ghazi e Jim Huylebroek hanno contribuito dalla provincia di Laghman.

18 maggio 2021

Franco Battiato

 


Sabbia del deserto.
E l'ideale, anacronistico e ridicolo, del miglioramento.



20 aprile 2021

Alastair Crooke - In Medio Oriente qualcosa si muove

 


Traduzione da Strategic Culture, 19 aprile 2021.

Se consideriamo il Medio Oriente come un complesso sistema di reti, è possibile identificare una serie di dinamiche che hanno adesso attivato le proprie potenzialità per imporre una nuova rotta all'intera matrice regionale.
Le basi di alcune di queste potenzialità sono state gettate ormai da qualche tempo. Nel 2007 a Monaco di Baviera il presidente Putin disse davanti a un pubblico in gran parte occidentale che l'Occidente aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti della Russia e che si era messo a sfidarla. "Va bene", disse Putin: "noi la sfida la accettiamo, e la vinceremo".
La sua dichiarazione venne accolta con aperta derisione dal pubblico di Monaco.
Ora, molti anni dopo e in seguito ai litigiosi scambi di Anchorage, la risposta di Putin si è rivelata in tutte le sue implicazioni: La Cina ha detto a Washington, senza mezzi termini, che rifiuta l'imposizione dei valori e dell'egemonia occidentale. La Cina ha quindi raccolto, come la Russia, il guanto della sfida occidentale; in possesso di valori propri e di una propria visione del mondo che è determinata a perseguire, ha notato che gli Stati Uniti non erano in una posizione di forza che consentisse loro di pretendere altrimenti. La Cina o la Russia non cercano la guerra con gli Stati Uniti e non vogliono la guerra fredda; però sono intransigenti sulle proprie "linee rosse". Che dovrebbero essere prese alla lettera e non intese come degli impuntamenti di circostanza, ha indicato la Cina.
Due giorni dopo il Ministro degli Esteri cinese e Lavrov hanno consigliato agli altri stati di non accarezzare nemmeno l'idea di schierarsi con gli USA contro la 'squadra' concertata Russia-Cina; sarebbe inutile. Pochi giorni dopo Wang Li era in Medio Oriente - Arabia Saudita, Emirati Arabi e poi Teheran. Il messaggio era sempre lo stesso: scuotere il giogo dell'egemonia; resistere alle "pressioni" sulla questione dei diritti umani; dare piena attuazione alla propria sovranità. L'attraversamento del Rubicone. In Iran, il ministro degli Esteri Wang Li ha firmato accordi per quattrocento miliardi di dollari in progetti di infrastrutture di trasporto e di energia. Dal punto di vista della Cina, una ragnatela eurasiatica di binari ferroviari e condutture interconnesse ha la potenzialità di abbattere i costi di trasporto e di creare nuovi mercati, mentre l'investimento nell'energia iraniana fornisce alla Cina un accesso sicuro alle fonti energetiche.
Il piano cronologico degli accordi fra Cina e Iran prevede tuttavia anche la cooperazione in materia di sicurezza (con la Cina che appoggia la piena adesione iraniana all'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), esercitazioni navali congiunte, condivisione delle informazioni di intelligence e altro ancora. Ancora più significativa sarà forse l'incorporazione dell'Iran nella Via della Seta Digitale Eurasiatica, che incorpora telecomunicazioni, cablaggio in fibra ottica dalla Cina alla Francia, 5G, sistemi di intelligenza artificiale 'Smart City', piattaforme di pagamento digitale (il gestore di hedge fund americano Kyle Bass sostiene che i sistemi di pagamento digitale della Cina saranno in grado di raggiungere il 62% circa della popolazione mondiale), analisi di cloud storage e strutture internet "sovrane".
L'Iran, anche se non fa ancora parte della Via della Seta Digitale, è già abbastanza "cinese" da questo punto di vista, al pari di gran parte dell'Asia occidentale. Alcune stime suggeriscono che un terzo dei paesi che partecipano alla Nuova Via della Seta a questo punto stiano collaborando per progetti che fanno parte della Via della Seta Digitale.
Le narrazioni occidentali generalmente sopravvalutano la misura in cui i progetti legati alla Via della Seta Digitale sono parte di una strategia cinese coordinata. I progetti raggruppati sotto la corrispondente sigla DSR, tuttavia, sono in gran parte guidati dal settore privato e permettono alle aziende cinesi di trarre vantaggio dal sostegno politico fornito sotto il marchio DSR (un tipo di franchising), mentre rispondono alla crescente domanda di infrastrutture digitali nei paesi della BRI. Fino a poco tempo fa, la Nuova Via della Seta era intesa in gran parte nel modo più tradizionale (cioè ferrovie e condotte), piuttosto che come una 'strada' digitale; ma è quest'ultima che alla fine dividerà una 'Eurasia secondo standard cinesi' dall'Occidente.
Giusto per essere chiari, in qualunque modo si tagli la matrice delle vie di connessione della Nuova Via della Seta -est-ovest o nord-sud - l'Iran si trova proprio al centro della mappa. Il punto qui è che gran parte della fascia settentrionale del Medio Oriente - dal Pakistan al Caspio fino al Mar Nero, al Mediterraneo e all'Europa - è sui tavoli da disegno sia a Mosca che a Pechino.
Mentre la rete fisica e digitale si sviluppa dalla sua crisalide, nessuno Stato del Golfo sarà in grado di ignorare completamente questa entità geopolitica che si estende da Vladivostok a Xingjian. E in effetti non lo stanno facendo; con mille cautele, tenendo presente l'ira di Washington, stanno creandosi qualche appiglio con Mosca e con Pechino. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti sono già nella Via della Seta digitale; sembra improbabile che vadano fino alla piena integrazione, come ha fatto l'Iran con la Cina. Per quanto tempo sarà possibile destreggiarsi tra i protocolli e gli standard cinesi e quelli occidentali, è una questione aperta; alla fin fine la duplicazione degli standard diventa costosa e poco pratica.
È in questo contesto di "parte giusta della storia" che i negoziati degli accordi sul nucleare iraniano dovrebbero essere considerati. Il Dipartimento di Stato indica che gli ambienti vicini a Biden insistono che gli Stati Uniti ottempereranno agli accordi; tuttavia esistono funzionari che, al contrario, affermano che alcune sanzioni rimarranno, senza tuttavia entrare nello specifico del loro numero e del loro tipo. Non c'è da stupirsene: dopo gli accordi sono state varate 1600 sanzioni che sono andate ad aggiungersi a quelle previste dall'Iran Sanctions Act del 1996, dal Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act del 2010, dal capo 1245 del National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2012, dell'Iran Threat Reduction and Syria Human Rights Act del 2012, dell'Iran Freedom and Counter-Proliferation Act del 2012, dell'International Emergency Economic Powers Act e infine del CAATSA Act del 2017...
L'amministrazione Obama ha attuato la maggior parte delle misure di alleggerimento delle sanzioni statunitensi previste dagli accordi sul nucleare iraniano promulgando una serie di deroghe in materia di sicurezza nazionale. Ha anche lasciato in vigore una serie di sanzioni, tra cui l'embargo sulla maggior parte del commercio degli Stati Uniti con l'Iran, le sanzioni che colpiscono il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e altre sanzioni dirette a contrastare il presunto sostegno dell'Iran al terrorismo, oltre che quelle dirette contro il programma iraniano per i missili balistici. Queste deroghe alla sicurezza nazionale tuttavia hanno una durata limitata nel tempo, generalmente per 120 o 180 giorni, a seconda della sanzione specifica; alcune sanzioni richiedono che l'amministrazione giustifichi qualsiasi deroga e fornisca in anticipo un argomento a suo sostegno, per una revisione preventiva da parte del Congresso.
Insomma, le sanzioni statunitensi sono facili da imporre ma non da annullare, sia pure temporaneamente. Questioni istituzionali rendono quasi impossibile eliminarle in maniera definitiva. Non è affatto chiaro se l'amministrazione statunitense possa ottemperare pienamente agli accordi, anche volendo; inoltre è tutt'altro che chiaro fino a dove arrivi la motivazione di Biden in questo campo. Recentemente dal Congresso sono partite due lettere bi-partisan indirizzate a Blinken, in cui si esprime contrarietà a qualsiasi riattivazione degli accordi. Una è firmata da centoquaranta membri del Congresso. Occorre attendere gli eventi. Tuttavia, un Iran teoricamente rispettoso degli accordi -anche senza gli Stati Uniti a fare la loro parte- sarà comunque un giocatore influente sul piano regionale, specialmente se a giugno verrà eletto un presidente conservatore. Le conseguenze saranno considerevoli in tutta la regione: le pressioni per estromettere le forze statunitensi dagli stati mediorientali del nord aumenteranno significativamente.
Una terza dinamica, che risale ai tempi di Obama), è data dal fatto che gli Stati Uniti, sia pure a malincuore, si stanno disimpegnando dalla regione. Questo naturalmente ha dato impulso alla normalizzazione dei rapporti con lo stato sionista da parte di alcuni stati interessati a ripararsi sotto il suo ombrello di sicurezza.
Un'altra ancora è il fatto che la fine dell'era di Netanyahu -che del tu per tu con l'Iran ha fatto un chiodo fisso- potrebbe essere vicina. In questo momento lo stato sionista è in pezzi, a livello decisionale; il gabinetto di sicurezza non si riunisce, non esiste alcuna supervisione sul processo decisionale del Primo Ministro e le istituzioni responsabili della sicurezza stanno rischiando un salto nel vuoto per avere la meglio sui loro rivali. Netanyahu probabilmente sta cercando di segnalare a Washington che è lui ad avere diritto di veto su qualsiasi "accordo" con l'Iran, ed è sospettato dai commentatori locali anche di imporre nello stato sionista un'atmosfera di crisi tale da spingere i piccoli partiti a unirsi a un governo guidato da lui. Ha meno di tre settimane per trovare sessantuno seggi alla Knesset, o si troverà ad affrontare la possibilità di finire in carcere per corruzione; il processo è già iniziato. La realtà è che la coesione non tornerà facilmente a regnare nella politica israeliana, che Netanyahu ne levi le gambe o meno. Lo stato sionista è aspramente diviso su troppi fronti.
Molti funzionari sionisti temono insomma che le varie agenzie in competizione tra di loro per dimostrare il proprio valore, e in assenza di qualsiasi reale supervisione o coordinamento politico, possano finire con l'esagerare e con imporre allo stato sionista una rischiosa escalation militare con l'Iran.
Washington ha le mani legate: Netanyahu e il Mossad hanno spacciato alla squadra di Biden il refrain per cui l'Iran si sarebbe messo a implorare segretamente gli USA di tornare agli accordi. Questo non è vero. Netanyahu insiste su questa linea per confermare l'ipotesi cui è aggrappato da lungo tempo, per cui esercitare una massima pressione metterebbe in ginocchio l'Iran. E vuole dimostrarlo continuando a imporre questa massima pressione. Magari per sempre.
La premessa di Netanyahu è sempre stata che l'Iran, in ginocchio, avrebbe implorato di poter tornare agli accordi. Aveva torto, e questo nello stato sionista è un dato assodato per molti. Ma forse è stata questa analisi, ormai marginale anche negli ambienti politici dello stato sionista, a far sì che la squadra di Biden immaginasse che l'Iran avrebbe accettato di ottemperare pienamente agli accordi anche se gli USA non avessero fatto la propria parte, acconsentendo addirittura al permanere di determinate sanzioni.