Traduzione da Strategic Culture, 24 agosto 2026.
I sessanta giorni previsti dal protocollo d'intesa sono passati. Il quadro delle precondizioni dettate dall'Iran per l'eventuale avvio di un negoziato, tuttavia, è ancora lettera morta.
Invece del tanto decantato "accordo con l'Iran", il Presidente Trump si ritrova con un quadro che è quasi l'esatto contrario di quello cui voleva arrivare quando ha adottato il protocollo; certo, non è chiaro se intendesse davvero muoversi in quel quadro fino ad arrivare a una sorta di accordo concreto, o se tutta la faccenda non fosse altro che un espediente che Trump cercava di sfruttare come punto d'appoggio per esercitare il massimo della pressione egemonica statunitense sull'Iran, al fine di costringere la Repubblica Islamica ad aprire lo Stretto di Hormuz alle condizioni dettate dagli USA.
Non esistono colloqui. I negoziati sono a zero. Lo Stretto di Hormuz resta -come lo era all’inizio- al centro del conflitto ed è di fatto chiuso. Nel frattempo, la possibilità di una escalation è diventata molto più concreta -si potrebbe dire quasi inevitabile- poiché l'Iran ha manifestato l'intenzione di intensificare in modo proattivo le azioni ostili contro obiettivi infrastrutturali statunitensi e del Golfo, a meno che Trump non si attenga, nelle prossime tre o quattro settimane, alle ben note precondizioni stabilite dall'Iran.
Una di queste precondizioni non è più implicita, ma esplicita: gli iraniani hanno specificato che la questione palestinese deve rientrare nel quadro preliminare di un "cessate il fuoco per tutti o cessate il fuoco per nessuno". Ovviamente lo stato sionista non accetterà. Sta ricorrendo alla forza in misura sempre maggiore, in una vera e propria "spoliazione territoriale" contro i campi profughi e i villaggi palestinesi in Cisgiordania.
Chiaramente, è improbabile che Trump accetti le condizioni preliminari fissate dall'Iran. Nel loro insieme infatti esse richiedono senza mezzi termini lo smantellamento totale dell'infrastruttura militare statunitense che circonda l’Iran. Di fatto, il ritiro degli USA dall'Asia occidentale.
La cosa che Trump assolutamente non sopporta è di fare la figura del perdente.
Dal suo punto di vista è andata ancora peggio: la guerra contro l'Iran da lui voluta, invece di fare del Medio Oriente un mare di tranquillità e pace "dopo mille anni di conflitti", come egli stesso ha affermato, ha invece fatto da detonatore per le numerose tensioni latenti della regione facendole deflagrare. Il Medio Oriente oggi è una polveriera, altro che un esempio di convivenza pacifica. Persino gli alleati di un tempo si sono rivoltati contro di lui.
L'incendio più grave è quello nel teatro palestinese. Il Likud ha tenuto le primarie. E le elezioni generali nello stato sionista sono previste per il 27 ottobre. Ma è già chiaro che alcuni esponenti della destra politica stanno pianificando di incendiare la Cisgiordania per assicurarsi la vittoria alle urne o quantomeno per cancellare la possibilità che si possa formare un qualsiasi altro governo. I politici dello stato sionista hanno accennato a un'iniziativa provocatoria che avrebbe al centro la moschea di al Aqsa.
Il contesto palestinese ovviamente resta il detonatore in grado di incendiare la regione. Come sottolinea Ben Caspit:
Il piano dei fanatici… è quello di creare il caos, di scatenare una guerra biblica tra Gog e Magog, al termine della quale sarà possibile attuare il "piano decisionale" di Smotrich ed espellere i palestinesi… o -come dicono loro- costringerli ad andarsene… La fine di questo piano segnerà la fine di coloro che sognano di fare di Gaza una riviera, con folle di abitanti che la abbandonano in autobus per una "immigrazione volontaria"… Non succederà nulla di tutto questo. Ci ritroveremo invece con una carneficina su vasta scala e saremo in pericolo in un modo più serio, più concreto e minaccioso di qualsiasi cosa abbiamo affrontato fino a oggi…
Furibondo e frustrato, Trump ha convocato il 22 agosto una riunione dei suoi a Camp David per valutare le prossime mosse in vista della fine del periodo di sessanta giorni previsto dal protocollo d'intesa per favorire l'allentamento delle tensioni.
Secondo una notizia tanto categorica quanto attendibile riportata da Marjory Taylor Green, Trump avrebbe espresso ancora una volta i sensi della propria grande frustrazione per non aver raggiunto il suo obiettivo: quello di costringere la Repubblica Islamica dell'Iran alla resa e alla capitolazione.
L'Iran si è rivelato un osso duro per un Trump tanto perplesso quanto arrabbiato, che starebbe valutando altre strategie per costringerlo alla resa. Insomma, leggiamo che Marjorie Taylor Greene ha fatto trapelare indiscrezioni per cui Trump avrebbe nuovamente discusso la possibilità di utilizzare armi nucleari tattiche non strategiche contro l'Iran.
Non è la prima volta che Trump ventila questa possibilità. Secondo quanto riferito, avrebbe già sollevato la questione in due occasioni precedenti, la prima delle quali ad aprile a combattimenti in corso. L’interesse di Trump per l'argomento ha tuttavia radici più antiche. Secondo quanto riferito, era al centro della sua disputa con Rex Tillerson e con James Mattis.
All’epoca, Tillerson era Segretario di Stato e Mattis Segretario alla Difesa. Durante il suo primo mandato, Trump andava sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto poter utilizzare le armi nucleari tattiche con maggiore libertà. "Perché no?", chiedeva. Perché noi [gli Stati Uniti] dovremmo trattenerci o impedirci dal ricorrervi, si chiedeva Trump. E la risposta che riceveva sempre, da Tillerson e Mattis, era che le armi nucleari servivano solo a fini di deterrenza strategica. Non dovevano essere impiegate a casaccio, come alternativa ad altri tipi di armamento.
A quanto pare a Trump questa risposta non piaceva. Ecco, adesso siamo tornati alla stessa discussione, perché non solo Trump ha sollevato nuovamente la questione durante la riunione della scorsa settimana e questa dunque è probabilmente la terza volta che tira fuori la questione nel contesto della guerra con l'Iran, ma il tema si sta affacciando anche in un contesto inedito.
Elbridge Colby, sottosegretario al Pentagono responsabile della politica di difesa che ha svolto un ruolo significativo nella stesura della dichiarazione sulla sicurezza nazionale, sembra sostenere che le armi nucleari tattiche debbano essere riclassificate come "armi tattiche" vere e proprie e non limitate al mero ruolo di deterrenza strategica. Colby sostiene che se gli USA andassero incontro a un fallimento nel campo militare convenzionale -per esempio in Iran- questo potrebbe giustificare il ricorso al nucleare tattico come compensazione per la perdita della deterrenza convenzionale.
La questione è ancora in attesa di una soluzione definitiva.
Ed è proprio in questo contesto che Netanyahu ha mentito, parlando di una imminente minaccia nucleare da parte della Repubblica Islamica dell'Iran su cui non esistono prove, così come non ci sono prove concrete del fatto che l'Iran stia approntando un ordigno nucleare, come pretenderebbero invece i servizi militari dello stato sionista. Netanyahu non ha prodotto alcuna prova a sostegno di questa tesi durante le discussioni sull’attacco all’Iran del 28 febbraio; ne sono convinti all’unanimità i giornalisti investigativi dello stato sionista.
L'Aman, il servizio di intelligence militare dello stato sionista, ha fornito all'esecutivo un parere di totale disconferma. Sono state condotte numerose indagini da parte di giornalisti di altissimo livello, i quali concordano tutti sul fatto che l’intelligence militare non avesse presentato alcuna prova del fatto che l'Iran si stesse muovendo verso la realizzazione di un'arma, né informazioni che indicassero la sua intenzione di farlo, né dati che suggerissero che sul campo stesse accadendo qualcosa che potesse far supporre l'avvio di un programma di armamento.
In breve, non c'è nulla che giustifichi un attacco nucleare tattico preventivo da parte degli Stati Uniti "per impedire all’Iran di dotarsi di una bomba". Asserire il contrario significherebbe mentire, proprio come ai tempi della guerra in Iraq.
Il contesto in cui vanno inquadrate le discussioni sulla possibilità che gli Stati Uniti sgancino un ordigno nucleare sull'Iran è questo. La possibilità rimane, ma vi sono diverse voci nell'entourage di Trump che vi si oppongono con fermezza, ritenendo che il suo utilizzo costituirebbe un grave crimine di guerra.
Per il momento dunque Trump ha deciso di trascinare l'Iran alla sconfitta in campo economico. Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Bessent insiste sul fatto che la situazione economica dell'Iran sia catastrofica e che -secondo sua parafrasi- imporrà all'Iran "la madre e il padre" di tutte le sanzioni.
Quanto è praticabile questa strategia? L'Iran ha davvero l'acqua alla gola come suggerisce Bessent, oppure no? Se si considerasse la Borsa di Tehran come un indicatore affidabile dell’andamento dell’economia iraniana, si noterebbe che da maggio ha registrato un incremento del 58,7%. È vero, in Iran l'inflazione è alta. Ma il tasso di crescita dell'inflazione è passato dal 7,2% di giugno al 3,2% di oggi. Il deprezzamento del rial iraniano continua, ma molto più lentamente.
All’inizio del conflitto l'Iran aveva per mare centoquaranta milioni di barili di petrolio destinati all’esportazione, che gli hanno fruttato risorse pari a circa un miliardo di dollari. Tra il 23 febbraio e il 13 aprile, Bessent ha temporaneamente revocato le sanzioni sul petrolio. Durante quei sessantasei giorni, l'Iran ha venduto altri ottanta milioni di barili.
Quindi sì, i volumi delle esportazioni petrolifere dell'Iran sono in calo, ma il loro prezzo di vendita è più alto.
Questo non significa che la situazione economica in Iran sia rosea. Significa che ad oggi non ci sono prove della situazione disperata di cui parla Bessent, e che neppure si registrano disordini dovuti alla situazione economica.
Gli Stati Uniti possono tentare di bloccare i corridoi marittimi, ma quelli terrestri che vanno dall'Iran al Pakistan e dal Mar Caspio fino alla Russia funzionano ancora.
L'economia iraniana, forse, potrebbe essere più resiliente di quanto supponga Bessent. Quale sarebbe allora il suo piano? Non si sa. Ma gli obiettivi più ovvi sarebbero l'imposizione di sanzioni alle raffinerie cinesi di piccole dimensioni che tradizionalmente acquistano grandi quantità di petrolio iraniano. E forse anche l'imposizione di sanzioni alle banche cinesi che finanziano tale commercio. Questa sembra essere una possibile prima opzione. La seconda opzione potrebbe essere quella di espropriare le criptovalute e gli asset digitali dell'Iran, ove possibile. E chiedere agli alleati di sequestrare tutti gli asset iraniani presenti nelle loro giurisdizioni.
Nel loro insieme sembrerebbero misure molto impressionanti e minacciose. Ma le circostanze di oggi sono molto diverse da quelle del 2015, quando per la prima volta entrò in vigore l'accordo sul nucleare iraniano. Nel 2015 l'accordo era integrato in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, pertanto le sue disposizioni erano vincolanti per la Russia e per la Cina.
Russia e Cina hanno si sono in larga misura attenute alle sanzioni previste dall'accordo, fino a quando non è venuto a cadere inseguito al ritiro di Trump nel 2018. Adesso le circostanze sono molto diverse. Russia e Cina non sono più così favorevoli alle sanzioni contro l'Iran. Al contrario, si sono trasformate in cobelligeranti dell'Iran in questa guerra: cobelligeranti perché forniscono servizi di informazione, mettono a disposizione i mezzi tecnici con cui passare informazioni in tempo reale alle postazioni missilistiche e alle installazioni di base in Iran, e forniscono anche altri tipi di appoggio, forse agevolando il ricorso a sistemi di pagamento che aggirano il dollaro.
Bessent potrebbe avere in mente di prendere di mira gli acquirenti di petrolio iraniano in Cina, e anche le banche cinesi. Ma questo porterebbe gli Stati Uniti in diretto contrasto con entrambi i paesi. L'ultima volta che gli Stati Uniti hanno applicato sanzioni alle teapots, le piccole raffinerie cinesi, la Cina ha promulgato una legge che rende illegale per le entità cinesi, sia nazionali che estere, ottemperare alle sanzioni degli USA.
Farebbe di nuovo lo stesso? Senz'altro, con ogni probabilità. Il mondo non è quello del 2015: il dollaro statunitense sarà ancora il mezzo di scambio più utilizzato per le transazioni commerciali, ma non è più la principale riserva mondiale. Adesso la principale riserva mondiale è l'oro.
E oggi, le ragioni per cui storicamente il dollaro è diventato la valuta dominante stanno venendo meno. Proprio come è successo alla sterlina, che ha perso in modo inaspettatamente rapido la posizione privilegiata che aveva ricoperto.
Il vantaggio di avere titoli del Tesoro statunitense come riserva per i tempi difficili viene chiaramente a mancare, se Bessent ne vieta la vendita nel disperato tentativo di preservare il valore del dollaro sul mercato dei cambi lasciando i detentori in difficoltà, come sta accadendo in questo momento. Naturalmente, le esigenze di rimborso del debito continueranno a fungere da domanda di dollari, ma in sostanza il fondamento della spropositata posizione globale del dollaro risiedeva nell'emissione di credito in dollari a basso costo.
Quel vantaggio non esiste più. Le obbligazioni cinesi a dieci anni sono oggi più convenienti del 3%. Non sorprende quindi che le banche europee stiano ora concedendo prestiti ai clienti tramite le obbligazioni Panda cinesi, in un mercato del debito in renminbi in continua espansione.
E se tutti i beni dell'Iran criptovalute comprese dovessero essere arbitrariamente sequestrati dagli Stati Uniti, quali beni potrebbero mai dirsi al sicuro? La fiducia nella valuta statunitense sta già venendo meno, mentre il valore di cambio del dollaro cala e la volatilità prende il sopravvento.
Le iniziative contro l'Iran di Bessent potrebbero rivelarsi controproducenti, sia perché indebolirebbero ulteriormente il dollaro, sia perché spingerebbero di fatto altri Paesi a rivolgersi alla Repubblica Popolare Cinese e all'autostrada finanziaria alternativa, garante di sicurezza e di stabilità, che essa ha messo in piedi senza clamore.
Oggi gli alleati dell'Iran, sia pure non nel contesto di un'alleanza militare a tutti gli effetti ma in quello di una serie di partenariati di vario grado, hanno indubbiamente aiutato l'Iran e probabilmente continueranno ad aiutarlo ad aggirare il sistema del dollaro statunitense, tenendo aperta la porta all'evoluzione del sistema globale. Non hanno alcun interesse a vedere l'Iran sconfitto.


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