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01 agosto 2017

Alastair Crooke - Il crollo di alcuni capisaldi statunitensi



Traduzione da Consortium News, 28 luglio 2017.

Facebook è l'icona di chi crede in certi punti fermi. Poco tempo fa ha scritto a uno dei siti della "destra alternativa" statunitense informandolo del fatto che vari post da esso curati dovevano essere rimossi immediatamente o sarebbero stati cancellati.
I riferimenti offensivi erano la parola "travelli" per indicare i transgender, e la parola "travestiti." Il messaggio scritto da Facebook suggeriva inoltre che l'identità di genere costituisse una "caratteristica protetta" su base legale, cosa che non è vera, e che riferirsi ai transgender definendoli "travelli" poteva essere considerato "istigazione all'odio", ovvero un illecito penale.
In sé è una questione di rilevanza nulla, non fosse per il fatto che è un perfetto esempio della discussa visione delle cose che ingloba la società civile statunitense di oggi. Da una parte c'è l'idea secondo cui la diversità, l'orientamento sessuale liberamente scelto e il diritto all'identità si traducano sul piano sociale in coesione e solidità. Dall'altra invece c'è l'idea di cui è esempio Pat Buchanan: un paese, ivi compresi i nuovi arrivati, sta insieme per lo più grazie al patrimonio di memorie, al retaggio culturale di usi e costumi, all'attaccamento a un certo "modo di essere" e per i principi che lo governano. Questo è quello che costituirebbe la fonte della solidità di un paese.
La questione, qui, è che i punti fermi dell'Occidente stanno franando. Insistere per gestire e controllare il discorso (per dirla con Michel Foucault) mantenendolo all'interno di un'ideologia politica strettamente delimitata attira adesso un pubblico disprezzo -e negli Stati Uniti anche manifestazioni di piazza- che si dirigono contro i media sociali e contro costituitivi del mainstream mediatico come la CNN. Insomma, più le parole d'ordine del caposaldo della diversità vengono imposte negli USA, e maggiore è la ripulsa popolare che incontrano, a quanto sembra.
I siti che si oppongono a questa "correttezza" stanno attirando un pubblico molto più vasto di quelli che la promuovono. Ma non è tutto qui. Anzi, non è neppure la metà. I capisaldi stanno cedendo su vari fronti, con ampie e probabilmente burrascose conseguenze.


Il caos in politica estera

Il settore in cui questo è più evidente è quello della politica estera in generale e della politica mediorientale in particolare. Il mainstream mediatico se ne è occupato poco, ma stando a certi resoconti il Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ancora una volta non è riuscito a presentare alcun argomento convincente su come l'AmeriKKKa potrebbe in qualche modo vincere in Afghanistan, anche con un sostanziale incremento della forza militare come auspicherebbe il consigliere per la Sicurezza Nazionale H.R. McMaster. La guerra in Afghanistan è stata una guerra lunga e nessuno ne trarrà un esito soddisfacente, anzi. E questo è da molto tempo chiaro per quasi tutti coloro che ne hanno seguito le vicende.
In secondo luogo, Hezbollah ha cacciato in pochi giorni Al Qaeda dalla enclave di Arsal nel Libano del nord. Il Libano confina con la Siria, proprio come vi confina l'Iraq, che della Siria è alleato. Facilitati dallo shock provocato sugli insorti dalle notizie sulla fine della fornitura di armi da parte della CIA e delle paghe passate ad alcuni (non a tutti) gruppi di insorti, l'Esercito Arabo Siriano e i suoi alleati stanno rapidamente rioccupando il territorio dello stato siriano. Sembra che gli USA siano arrivati alla conclusione che in Siria l'AmeriKKKa non ha nulla da guadagnare e che con la caduta di Raqqa e la sconfitta dello Stato Islamico la Casa Bianca può ritenere a buona ragione che gli obiettivi degli USA sono stati raggiunti.
In terzo luogo, il popolo iracheno ha subito una trasformazione significativa. La brutalità dello Stato Islamico e il totalitarismo ideologico nel Nord del paese lo hanno mobilitato e radicalizzato, e l'Iraq è oggi un paese in trasformazione. Anche il panorama politico cambierà: gli sciiti iracheni stanno prendendo coscienza del loro rafforzamento.
Il governo (che è impopolare) e la leadership religiosa, la Hauza rispettata ma oggi minata dall'età, devono per forza vedersela con questa nuova ondata di mobilitazione popolare. Questi profondi mutamenti di tendenza già si riflettono sul posizionamento strategico di un Iraq che si sta avvicinando alla Russia (si veda l'acquisto dei carri armati russi T90), alla Siria e all'Iran. La spina dorsale del Medio Oriente sta rafforzandosi, certo, ma seguendo un'altra strada.
Questo mutamento del clima può determinare anche il futuro dell'Islam sunnita. La maggior parte dei sunniti iracheni ha provato repulsione e disgusto davanti agli eccessi del Da'ish wahabita, al pari dei siriani di ogni confessione. I cittadini sunniti di Mossul, adesso liberi di raccontare la loro esperienza, hanno raccontato ai loro compatrioti iracheni (così mi è stato riferito) della perenne rabbia per le decapitazioni del clero sunnita della zona da parte dello Stato Islamico: c'erano state lamentele per il comportamento non conforme all'Islam di jihadisti stranieri parte del Da'ish a Mossul. Quella dell'Islam venuto dal Najd è stata una brutta esperienza, che alla fine avrà conseguenze sull'Arabia Saudita e sui suoi vertici -ferocemente odiati oggi in Iraq- oltre che sull'AmeriKKKa che dell'Arabia Saudita è un alleato stretto.
Insomma, i punti fermi della politica mediorientale dell'Europa e degli USA stanno collassando, ed è in crisi anche il baluardo presieduto dal Consiglio per la Cooperazione nel Golfo. Per quanto riguarda la Siria, lo starnazzare dei "falchi" esasperati risuona in tutto l'Occidente.
Ovviamente ci saranno delle conseguenze. Lo stato sionista asserirà minaccioso che "non può rimanere impassibile" mentre Hezbollah e l'Iran si acquartierano sulla linea armistiziale nel Golan, e magari cercherà di mettere alla prova la Russia come garante della zona di de-escalation militare nel sud ovest della Siria. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è particolarmente irritato perché lo stato sionista è stato messo fuori dai giochi in Siria ad opera del Presidente russo Putin: la speranza di creare un cordone sanitario sotto controllo sionista all'interno del sud ovest siriano è stata frustrata. Lo stato sionista e i suoi alleati adesso faranno forti pressioni sugli USA perché per rappresaglia si argini l'Iran in maniera punitiva.
Il nuovo reggente saudita, principe della corona Mohammed bin Salman detto MbS, costituisce un altro elemento imprevedibile e volatile in questo miscuglio. Nonostante ciò, il Pentagono sa bene che gran parte della spacconeria sionista nei confronti dell'Iran non è altro che un bluff. Lo stato sionista, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti non hanno alcuna capacità di sfidare l'Iran così, da un giorno all'altro, senza il pieno sostegno dell'AmeriKKKa.


Vacillano i punti fermi dell'economia

Quello della politica economica è un altro bastione sempre più vacillante. Sembra che la convinzione diffusa fra alcuni leader del mercato secondo cui i valori azionari non possono salire all'infinito, retti da un oceano di liquidità e da tassi di interesse vicino allo zero, che significano volatilità vicina allo zero e scambi a senso unico, che hanno fatto somigliare i mercati ad una sorta di barca sovraffollata e sul punto di rovesciarsi, dal momento che tutti i passeggeri sono corsi a sistemarsi su un unico lato.
Alcuni fra quanti partecipano ai mercati sembrano convinti che i governatori delle banche centrali non avranno mai il coraggio di alzare i tassi o di  far deperire i propri bilanci, mandando in bestia i mercati. Tutti costoro, che fino a qualche tempo fa erano forse la maggioranza, credono che questa barca fatta di bassa inflazione e di bassi tassi di interesse continuerà a stare a galla praticamente a tempo indeterminato, magari con l'aiuto di un'altra ventina o cinquantina di migliaia di miliardi di quantitative easing, detto QE.
La questione è tutt'altro che nuova, ma in questi ultimi tempi un considerevole numero di responsabili della finanza di alto livello e anche alcuni banchieri delle banche centrali hanno scandito ammonimenti tombali sul conto delle alte sopravvalutazioni dei valori finanziari, sulle sacche di debiti sub-prime che stanno tornando a galla (i prestiti per le automobili) e i livelli del rapporto fra debito interno e prodotto interno lordo sia a livello individuale che a livello pubblico che stanno salendo oltre i valori della crisi del 2008.
Il debito globale ha superato cinquecentosessantottomila miliardi; il 46% in più rispetto alla crisi del 2008. Adesso vale il 327% del prodotto mondiale. Una massa critica di opinionisti finanziari esperti sembra se ne sia accorta. Essi contrappongono questa problematica distorsione monetaria e dei mercati alla prospettiva che un tetto al debito USA tagli nell'immediato futuro le gambe alle spese del governo federale, e alla probabilità che un Congresso profondamente minato dai conflitti e interessato da fenomeni di polarizzazione in entrambi gli schieramenti principali non potrà né approvare un bilancio, né portare alla "reflazione" vagheggiata da Trump, né varae una campagna significativa per la ricostruzione di infrastrutture.
Il loro timore è che esista una significativa percentuale di membri del Congresso e di senatori, in entrambi i partiti, talmente ostili a Trump da volerne vedere volentieri la rovina, anche a prezzo di una crisi economica. O che temono che se anche venisse approvato qualche provvedimento per stimolare l'economia, le banche centrali toglierebbero troppo velocemente ai mercati la massa di liquidità offerta loro. In un modo o nell'altro vedono tutti gravi rischi per quest'anno e per il 2018.
In breve, non solo la politica estera ma anche la politica finanziaria potrebbe trovarsi ostaggio della dissoluzione dei capisaldi della politica statunitense con tutto quello che ne consegue, ovvero la mancanza di quell'organismo efficiente, centralizzato e portatore di coesione che il governo ameriKKKano è stato e per come esso era noto fin dalla seconda guerra mondiale.


Invitare al rifiuto

Ed eccoci di nuovo all'ininfluente aneddoto citato all'inizio, su Facebook che cerca di rifondare il caposaldo narrativo secondo cui la scelta del genere apparterrebbe in maniera indiscutibile alle "categorie tutelate". Il problema è che questo caposaldo non regge. Più ci prova, più si fa ribadire, più rifiuti deliberati esso ottiene.
In maniera analoga, lo starnazzare dei falchi che invocano il ripristino dei vecchi caposaldi della politica secondo cui armare, addestrare e pagare jihadisti wahabiti per massacrare centomila soldati siriani (sunniti in molti casi, se non nella maggioranza) costituisce una tutela degli interessi ameriKKKani non regge più. Si consideri ad esempio David Stockman, il suo Bravo Trump, per quel tweet che ha messo sottosopra il partito della guerra (Trump: "Lo Amazon Washington Post ha distorto i fatti in merito alle mie ultime massicce, pericolose e sprecate elargizioni ai ribelli siriani che combattono Assad...").
La tiritera secondo cui si rimedia al troppo debito aggiungendovi altro debito, e che il conseguente crescere dell'inflazione andrebbe ben accolto in quanto mera conferma del fatto che è in atto proprio un recupero dell'economia, non regge più neanch'essa. Anche questo modo di intendere le cose è adesso oggetto di aspra disputa.
Persino i banchieri della banca centrale adesso si preoccupano dell'inflazione da loro stessi agevolata, ma si preoccupano anche di più delle conseguenze che potrebbe avere un qualunque tentativo di farle fronte. Stanno fra l'incudine e il martello.
Dove andremo a finire? Magari l'angoscia per le batoste subìte dagli USA in politica estera continuerà a dispiegarsi per l'intera estate, ma in autunno magari in USA ci sarà meno bramosia -o meno attenzione- per le iniziative in politica estera intanto che si avvicina l'inverno dell'economia. Nel peggiore dei casi il tumultuoso incombere del conflitto interno potrebbe anche far sembrare allettante l'idea di un'iniziativa in politica estera, che sarebbe un benvenuto diversivo rispetto alle preoccupazioni economiche.
In questo momento la retorica statunitense sta usando l'Iran e la Corea del Nord come sacche da boxe. Nessuno dei due tuttavia andrebbe considerato come un candidato per una qualche distrazione. Essi rappresentano piuttosto delle potenziali nemesi.
E per le preoccupazioni economiche, non servirebbe tanto un quarto quantitative easing, ma forse una qualche chiamata diretta a un ripianamento del deficit con una pioggia di denaro. Insomma, si dovrebbe usare denaro fresco di stampa per finanziare direttamente le spese federali. Ah, nella sua attività Trump non è mai rifuggito dai debiti.
Si dice spesso che le condizioni monetarie di questo periodo sono eccezionali e prive di precedenti. Tuttavia la storia degli assignat francesi degli anni successivi al 1790 può fornire qualche suggerimento. Nonostante la massiccia creazione di denaro, Andrew White, nel suo Fiat Money Inflation in France pubblicato nel 1896 afferma che "anche se è cresciuto l'ammontare della moneta cartacea, la ricchezza è sensibilmente diminuita. Nonostante tutte queste emissioni di carta le attività commerciali sono cresciute in modo sempre più stentato. L'impresa è rimasta congelata e gli affari hanno ristagnato sempre di più".
Infine è bene ssere chiari. Trump senza dubbio sta agevolando la dissoluzione dei capisaldi dello establishment, e questo era in fondo il suo obiettivo dichiarato. Solo che questo non sta accadendo grazie a lui. Si tratta di un evento che era già in corso: Trump se n'è accorto e si è messo a cavalcare l'onda al momento giusto. 

14 aprile 2017

Tam Hussein - Il paradiso perduto. Ascesa e caduta di Abu Bakr al Baghdadi


Anthony Quinn ha interpretato due volte il ruolo di un mujahid: Hamza lo zio del Profeta, e Omar Mokhtar.


Traduzione dal blog di Joshua Landis.

Mi recai senza permesso a Najiyeh, che è un paesino di nessun conto ma che ha la pretesa di essere uno dei principati dello Stato Islamico. Una pretesa ridicola all'apparenza, ma che tanto ridicola non ci sembrò appena vi giungemmo. Prezzi fissi, mercati vivaci, erano aperte anche le gioiellerie. Un contrasto stridente su quello che avevo sentito raccontare su questo "stato". Capii perché la gente aveva accettato di sottomettersi: l'ordine è una cosa fondamentale in ogni conflitto, tanto più in uno brutale come questo. Anche chi viveva nei paraggi e non apparteneva allo Stato Islamico si era espresso positivamente nei suoi confronti "Puoi rivolgerti ad uno dei loro tribunali," mi avevano detto, "e il tuo caso viene risolto senza timori e senza favoritismi". Un esordio che mi ha fatto venire in mente i talebani, accolti a Kabul con grida di giubilo e mazzi di fiori, ma che lasciarono la città in mezzo a gente che si radeva la barba e che ci dava dentro con le sigarette anche se non aveva mai fumato in vita sua.
Qualche mese più tardi incontrai Abu Ali in Turchia, a Tarso. Il giovane comandante di Ansar al Sham sembrava un San Paolo giovane: barba scura e capelli lunghi appena indeboliti in cima alla testa. Era convalescente da una ferita ad una gamba, di quelle che se i miracoli non esistessero davvero lo avrebbe lasciato con una gamba di meno. La ferita era un autentico orrore. Abu Ali mi raccontò che la gente si era schierata con i battaglioni della zona e aveva cacciato lo Stato Islamico da Najiyeh.
"Perché?" gli chiesi io.
"Erano gente malvagia," mi rispose. Notai la sua espressione di disappunto, era come se lo Stato Islamico avesse tradito i siriani. INsomma, la rivoluzione aveva trasformato questi uomini privi di qualsiasi importanza in mujahiddin, in guerrieri di Dio. Alcuni tra costoro avevano fatto una vitaccia da contrabbandieri o da contadini, o erano in fuga dalle autorità. Era stata la rivoluzione a mutare la loro sorte. E ora, quelli come Abu Ali, usciti dalle moschee chiedendo che Assad venisse deposto, che se l'erano vista con i proiettili dopo la preghiera del venerdi, si dovevano sorbire le ramanzine di Abu insomma-neanche-tanto al Britani, che appena sei mesi prima era a rifarsela con qualche svitato a caccia di gonnelle in qualche discoteca del cacchio. Ecco, era arrivato Abu eccetera eccetera, nel paese dell'erudizione islamica, e si era messo a far prediche alla gente sulla nequizia di ciò che è kufr, di ciò che è taghut, sul tawhid e sull'incompatibilità della teologia islamica con la democrazia. Ai siriani non servivano lezioni di dottrina: gli serviva di impedire che le bombe a barile ammazzassero i loro bambini.
Pochi anni dopo a Saraqeb stavo filmando a seguito degli uomini di Jund al Aqsa. Mi raccontarono che il comandante locale di Ahrar al Sham aveva sparato alle spalle del locale emiro dello Stato Islamico. L'emiro dello Stato Islamico era nativo di Saraqeb e aveva considerato sacrilego prendere le armi contro i propri correligionari. Il capo di Ahrar al Sham invece non si era fatto alcun problema a spedirlo tra i più. Alla gente l'emiro piaceva, ma la stessa gente aveva anche testimoniato il falso davanti alla corte dello Stato Islamico e sulla vicenda erano stati scritti commenti sarcastici. Lo Stato Islamico avrebbe senz'altro parlato di apostasia: nessuno fra gli abitanti del posto aveva rinnegato l'Islam, ma anche loro, come gli abitanti di Kabul, si erano rasati la barba e si erano rimessi a fumare, anche se in precedenza avevano prontamente ammesso che il fumo era "una cosa proibita" dall'Islam. Più di recente ho ascoltato incredulo un iracheno dire che preferiva le milizie sciite sostenute dall'Iran, i Gruppi di Mobilitazione Popolare di Mossul, invece che lo Stato Islamico. Per gli abitanti di Mossul non c'erano molti motivi per sostituire la bandiera dello Stato Islamico con quella irachena, anche se tutti sapevano che la banidera irachena era nata nei club per gentiluomini di Londra e la bandiera dello Stato Islamico nella Baghdad degli abbasidi. Senza alcuna ironia gli abitanti di Mossul avevano preferito la prima. Come ha fatto lo Stato Islamico a ridursi in queste condizioni, quando tutti facevano professione di fede islamica? Perché il progetto di al Baghdadi è fallito sul nascere?
Si può dire che lo Stato Islamico non ha perso a fronte di un avversario risoluto, perché il coraggio non gli manca e gli esperti di cose militari attestano la sua abilità nella guerra asimmetrica. Lo Stato Islamico ha perso perché la popolazione locale ha smesso di crederci. E ha smesso di crederci al punto che la gente lo disprezza più di quanto disprezzasse Assad. La popolazione odia Assad perché ha ucciso i loro figli, ma odia lo Stato Islamico perché gli ha tirato una coltellata alle spalle intanto che stava cercando di rovesciare Assad. Assad non si è mai dichiarato islamico: da questo punto di vista non c'era nulla da pretendere da lui. Poteva fare quello che voleva, non era altro che uno di quei despoti -inseriti nel solco di una lunga tradizione mediorientale- che soffocano le insurrezioni, che siano dei Fratelli Musulmani, di arabi nelle paludi irachene o di sciiti. Che fosse brutalmente crudele era cosa da aspettarsi. Lo Stato Islamico ha inflitto un numero di morti minuscolo rispetto ad Assad, ma si definiva islamico. E si comportava con una tale deliberata crudeltà da aver ingenerato disgusto e rifiuto anche nel più dissoluto dei credenti. Anche un musulmano che pure beve pesante e che occhieggia le spogliarelliste, e che si prosterna una volta l'anno (sempre che lo faccia) sa che la misura è colma. Sa che simili comportamenti non si addicono ad alcun "sacro combattente".
Per quanto Graeme Wood si interroghi sullo Stato Islamico e sul suo livello effettivo di islamicità, quello che uno Ahmed qualsiasi capisce d'istinto è che al Baghdadi e i suoi sono ben lontani dall'essere islamici; non c'è bisogno di una fatwa. I musulmani sanno bene cosa si intende per mujahid, o per sacro combattente. Le storie dei Compagni del Profeta, di Hamza il leone di Dio o di Omar Mokhtar il leone del deserto, entrambi di solito con le sembianze di Anthony Quinn, le hanno sorbite con il latte delle madri. Ai bambini si dà il nome di Mujahid, di Ghazi, di Faris, di Shahid sperando che saranno all'altezza degli individui eccezionali che mostrano il meglio della propria virtù morale e marziale in condizioni in cui ogni bestiale brutalità viene ammessa, risuscendo comunque a restare umani. La guerra è proprio un banco di prova per la nobiltà d'animo di un uomo.

Un elogio di Abu Muhammad al Adnani. Un genere classico della letteratura araba.


Qui hanno fallito miseramente al Baghdadi e i suoi. I suoi eroi che infarciscono i canali di telegram incontrano il rifiuto dei musulmani. Abu Muhammad al Adnani, il suo vice, è sicuramente dotato di eloquenza e di coraggio, ma è terra terra per brutalità e per mancanza di pietà, per quanti testi possa padroneggiare a detta di chi ne fa l'apologia. Anche Jihadi John dimostra una disumanità ordinaria. Si vada dal macellaio halal che c'è all'angolo a Harrow Road a Londra, e ci si sentirà dire che il rituale islamico impone che si dia ad un animale un ultimo sorso d'acqua, e che lo si scanni lontano dalla vista degli altri animali, per diminuire la sua sofferenza e quella delle altre bestie. E ora arriva Jihadi John che ammazza gente innocente davanti al mondo intero, così come se nulla fosse, senza alcuna vergogna. Perfino Caino si vergognò dopo aver ucciso Abele.
Le azioni di Jihadi John, questo suo ostentare gesti violenti, hanno un qualche cosa di assolutamente moderno. Si può credere che il suo modo di comportarsi trovi radici nella Londra degli anni Novanta, quando i suoi video pieni di ammazzamenti venivano tranquillamente venduti fuori dalle moschee. Si trattava di filmati che mostravano con dovizia di particolari le gesta dei mujaheddin ceceni contro l'invasione russa della Cecenia. Uno degli imam che allìepoca insegnava nell'organizzazione giovanile di Lisson Green dove andava di solito Mohammed Emwazi, ricorda che a un certo punto quei filmati
"...diventavano scuri quando mostravano un russo decapitato da alcuni Ceceni, e ogni volta che ne vedevo con i fratelli qualcuno ti strisciava alle spalle e ti faceva il gesto di tagliarti il collo."
Chissà, forse la musica di fondo per le gesta di Mohammed Emwazi si è consolidata a quei tempi. L'imam continuava poi a raccontare:
"Ricordo che anche all'epoca ricordavo sempre ai fratelli che non era quello il modo per salutarsi a vicenda, e che al centro del jihad non c'è la sete di sangue; di solito citavo uno hadith del Profeta: "Il nemico non andatelo a cercare, ma se lo incontrate rimanete a piè fermo."
Abdel Kader al Jaza'iri

Il mujahid di oggi è molto diverso dal mujahid di un tempo. Per dimostrarlo ci rifaremo ad un esempio concreto, useremo come paragone un sacro combattente del XIX secolo chiamato Abdel Kader al Jazairi. Era noto come Comandante dei Credenti, anche se rispettava la sovranità del sultano del Marocco. Abdel Kader, come al Baghdadi, cercò di mettere in piedi una compagine statale unendo i vari gruppi tribali dell'Algeria e si comportò con asprezza con quanti collaboravano con i francesi. Come al Baghdadi anch'egli era uno studioso, un giurista, e discendeva in linea diretta dal Profeta. Combatté gli invasori francesi e venne descritto da amici e nemici come un genio militare senza paura, inafferrabile come al Baghdadi. William Thackeray ne scrisse:
Misericordioso e magnanimo in pace come implacabile in guerra,
avveduto consigliere di uomini coraggiosi e il più coraggioso dei consiglieri avveduti;
i tuoi occhi potevano gettare lampi di distruzione al pari di gentilezza e di amore,
il leone in te era amico dell'agnello, l'aquila amica della colomba.
L'abisso che separa al Jazairi da al Baghdadi è molto ampio, come mostrano i versi di Thackeray. Nell'asprezza e nella brutalità della guerra, al Jazairi aveva fama di cavalleria e trattava umanamente i prigionieri al punto che furono gli stessi prigionieri di guerra a chiedere alla Francia il suo rilascio, quando toccò a lui trovarsi nelle stesse condizioni. Alcuni gli si offrirono come guardie d'onore, per la gentilezza che egli aveva dimostrato nei loro confronti. Abu Bakr al Baghdadi invece non ha mostrato alcuna misericordia. I prigionieri li brucia e li affoga vivi. Abdel Kader condannò un proprio cognato perché aveva massacrato dei prigionieri; al Baghdadi con roba del genere ci va a nozze, è il primo a incoraggiarle con un sadismo talmente creativo che ci si chiede se esista a Raqqa un qualche distaccamento che si occupa solo di inventare sistemi originali e crudeli per ammazzare la gente. Al Baghdadi è un prodotto della guerra in Iraq, e si è dato anima e corpo alla causa del terrore.
Abdel Kader è attento a non colpire i civili. Quando i quartieri cristiani di Damasco furono sfondo di rivolte settarie, salvò innumerevoli cristiani. Al Baghdadi fa compiere un attentato suicida in una chiesa copta di Tanta la domenica delle palme, e causa non si sa quante vittime. Abdel Kader aveva rispetto per gli uomini di religione: i sacerdoti avevano il permesso di officiare per i prigionieri di guerra francesi e di agire come intermediari. Al Baghdadi invece fa rapire il sacerdote gesuita Paolo Dall'Oglio. Il destino di un uomo che costruiva ponti tra fedi diverse è ancora ignoto. Abdel Kader smette con l'uso di decapitare i prigionieri, al Baghdadi mette le loro teste su internet. Abdel Kader libera quanti rinunciano alla propria fede per sfuggire al destino; al Baghdadi non si interessa affatto se si siano convertiti o meno. Se non accettano il califfato manda uno dei suoi soldati a scagliare una macchina piena di esplosivo contro un mercato affollato, o ne manda un altro a mettersi in fila alla preghiera della sera per azionare poi una cintura esplosiva.
Un ex combattente dello Stato Islamico mi ha detto: "Dawla [lo Stato Islamico] non è tutto ciò che viene fatto per farvelo sapere."
Ah, davvero? Non mi potei trattenere dal chiedergli quante persone avesse dovuto ammazzare per arrivare a quella conclusione.
"Non ti preoccupare," mi rassicurò; "in ogni caso erano tutti apostati."
Grandioso. Allora ha imparato la lezione, non ha incubi quando va a dormire.
In ultimo, Abdel Kader aveva capito che fini nobili si perseguono con mezzi nobili. Si arrese perché aveva capito che la sua guerra coi francesi sarebbe stata troppo gravosa per i gruppi tribali che lo circondavano, e si rimise alla Provvidenza: un antico adagio islamico in fondo dice che la vittoria è nelle Sue mani. La storia dice che questo sconfitto si trasformò in un vincitore.
Abdel Kader attirò su di sé l'ammirazione di tutti. I nemici che lo avevano disprezzato gli resero onore. La prova definitiva del suo spessore morale furono i cittadini di Bordeaux che votarono perché il suo nome comparisse sulla scheda elettorale alle elezioni presidenziali francesi. Come scrisse il Progres d'Indre et Loire:
Abbiamo saputo che alcuni elettori di Bordeaux sono rimasti così colpiti dai modi, dal carattere e dall'aspetto regale di Abdel Kader da aver messo il suo nome nell'urna per le elezioni presidenziali. Se una simile idea si diffonde, Luigi Napoleone potrebbe risentirsene. Per essere un buon presidente occorre avere reputazione di persona coraggiosa, saggia e ricca di talento. Fra i due, non è forse Abdel Kader a rispondere meglio a questi requisiti?


Lo Stato Islamico e la sfida della modernità

La tomba di Said Kouachi. Foto di Tam Hussein.


A Reims esiste la tomba, senza nome e senza fiori, di Said Couachi, l'attentatore che ha attaccato Charlie Hebdo. Si trova distante dalle altre, come se la sua vicinanza turbasse il riposo degli altri musulmani qui deposti. Un figlio di uno degli uomini sepolti in questo solitario luogo mi chiese perché fotografavo proprio questa tomba, scavata da poco. Non potei mentirgli, e gli dissi chi vi era sepolto. Quell'uomo, un franco-algerino, sputò sulla tomba di Kouachi e lo maledisse. Non c'era alcun dubbio che quell'uomo fosse devoto al Profeta quanto Said Kouachi, tuttavia disse forte: "Come potrà mio padre avere pace, vicino a questo cane!"
Kouachi non apparteneva allo Stato Islamico, ma Kouachi e Ahmed Coulibaly, uno dei suoi compagni, avevano lo stesso padre. Said Kouachi mi ha fatto pena: pochi musulmani leveranno le mani in preghiera per l'anima di quest'uomo. I suoi figli si vergognano di sapere chi sia, sentiranno la stessa vergogna che provò Edipo re.
Avrei quasi potuto scommettere su quale sarebbe stata la risposta del signore franco-algerino venuto a vedere la tomba del padre se gli avessi chiesto se Kouachi era stato un mujahid o no. Avrebbe potuto capire la rabbia di Kouachi, magari aveva anche sperimentato il profondo razzismo della società francese nei confronti della popolazione musulmana. Ma so quale sarebbe stata la sua risposta. Ho chiesto qualcosa di simile in occasione di tutti i principali attacchi terroristici in Europa, a Parigi, a Bruxelles, a Londra, a Stoccolma. Il musulmano medio sa che uomini del genere sono ben lontani da Abdel Kader o da Hadji Murat. Kouachi giace dimenticato da tutti in una tomba senza nome. Ad Abdel Kader hanno dedicato la città di Elkader nientemeno che nello Iowa, mentre a Hadji Murat è toccato un romanzo scritto in suo onore da uno dei suoi antichi nemici, Lev Tolstoj. Abdel Kader e Murat sono stati sconfitti entrambi, tuttavia Provvidenza ha voluto che il loro nome venisse ricordato, nonostante la storia l'avessero scritta i vincitori. Essi ispirano universale ammirazione. Furono "sacri combattenti", se si vuole, mentre Said Couachi nel migliore dei casi è stato solo un combattente e nel peggiore un macellaio. Un macellaio molto moderno, se è per questo.



Per dimostrare questa affermazione, usiamo il libro programmatico del generale Petraeus, I centurioni di Jean Lartéguy. Il libro narra l'odissea di alcuni ufficiali paracadutisti francesi dalla sconfitta per mano dei comunisti in Indocina fino a quella che è tutto sommato una vittoria in quel di Algeri. Solo che mentre sconfiggono il Fronte di Liberazione Nazionale ad Algeri, perdono qualcosa di se stessi. Il romanzo tace sui cento anni di oppressione sofferti dagli algerini, ma è comunque una meditazione profonda sulla guerra moderna ed è basato sull'esperienza diretta di Lartéguy come paracadutista e come corrispondente di guerra. Lartéguy capisce molto velocemente che il FLN usava il jihad come grido di guerra per l'indipendenza, ma il risultato dell'esortazione al jihad fu molto diverso: esso creò una sorta di Francia posticcia. Il romanzo, in questa sede, è interessante per questo. Anche lo Stato Islamico ha fatto qualche cosa di simile, e ha prodotto qualche cosa che somiglia ad una versione imbastardita di quello cui il califfato dovrebbe somigliare, secondo il modo di pensare assai moderno dei suoi fautori.
Per certi versi i vari Abbas e i vari Muhammad si aspettavano che questi combattenti privi di qualunque aspetto eccezionale che si autodefinivano mujahiddin dessero prova di altissima virtù. Invece, si sono rivelati dei combattenti qualsiasi. Erano come tutti gli altri: saccheggiavano, rapinavano e ammazzavano come qualunque milizia di questo mondo. Gentaglia tutt'altro che pia, insomma. Anche Al Baghdadi era più o meno come Saddam Hussein: un tizio qualsiasi. Uno della stessa razza di dominatori e tiranni di cui è ricca la sanguinosa storia della regione, da Saffah a Sissi, che ha massacrato gente per il potere terreno. La differenza tra un mujahid, un combattente e un terrorista è sottile. In I centurioni un capo del FLN dice:
"Che differenza c'è tra un pilota che sgancia napalm su un villaggio al sicuro sul suo aereo e un terrorista che mette una bomba al mercato? Il terrorista deve essere molto più coraggioso."
Questo capo del FLN dimentica però che quello che ci si aspetta da un mujahid non è solo il coraggio di salire su un camion pieno di esplosivo. Il mujahid di oggi può anche essere un maestro della guerra asimmetrica, ma il suo intendimento non è quello di innescare trappole esplosive usando bambole e giocattoli, come quelle trovate a Mossul. Il Profeta ha pur detto che "la guerra è fatta di raggiri", ma come punirebbe una cosa come questa? La tradizione guerresca musulmana non aborrisce cose del genere? La sacralità del combattente, se le cose stanno così, è scomparsa a fronte di una mera mediocrità da combattenti qualsiasi. Il mujahid contemporaneo è dunque diventato un mujahid ateo come il Mahmoudi ne I centurioni, che prega ma non crede in Dio? Il mujahid contemporaneo deve allora sopprimere la propria coscienza e la propria moralità in nome della vittoria? Lo jihadista di oggi sembra aver gettato alle ortiche qualunque paradiso; non gli interessa se bambini, anziani, donne, monaci, alberi da frutto o greggi del nemico vengono distrutti, eppure la sua tradizione religiosa gli impedisce di toccarli. Invece questo tipo di jihadista sembra proprio a suo agio. Mohammed Rezgui per esempio si è ripreso esultante prima di sparare ad un innocente turista britannico a Sousse, in Tunisia. Dopo la morte di Rezgui, l'autopsia fa pensare che le droghe che aveva in corpo avessero instaurato
un senso di esaurimento, di aggressività, di estrema rabbia che porta a commettere omicidi. Un altro effetto di queste sostanze è che incrementano le prestazioni fisiche e mentali.
Per quale motivo un sacro combattente dovrebbe prendere cose come le anfetamine per portare a termine un'azione virtuosa? Gli servono per sopprimere che cosa? Era come i paracadutisti francesi, che dovevano mettere a tacere il senso di colpevolezza che l'inscalfibile anima dentro di loro avvertiva mentre commettevano qualcosa di moralmente reprensibile?
Per certi versi allora Jihadi è così autenticamente contemporaneo che il musulmano medio, quello della strada, si guarda attorno e dice: basta, non è questo quello che ci hanno raccontato i nostri padri e le nostre madri. Non siamo mica venuti su con Osama bin Laden o Zawahiri; siamo venuti su con Hamza, il leone di Dio. Abu Bakr al Baghdadi è diventato come i paracadutisti francesi, come i leader del FNL de I centurioni: per vincere hanno perso l'anima.
Beh, siamo generosi: accordiamo ad al Baghdadi un po' di empatia come facciamo con i protagonisti de I centurioni. Consideriamo con indulgenza uno Esclavier, anche se taglia la gola a tutti gli uomini di un paese algerino. Magari la ragione per cui al Baghdadi si è unito al franchising della Al Qaeda di Abu Musa'ab al Zarqawi si trova in ragioni simili a quelle che Jean Vajour, capo dei servizi francesi in algeria, accampa commentando la pesante tattica adottata dai suoi:
"Usare le unità corazzate, distruggere i villaggi, bombardare certe zone non è più un lavorare di fino ma significa usare il mazzuolo per uccidere le pulci e, cosa molto più grave, significa incoraggiare i giovani e a volte anche i meno giovani a darsi alla macchia [cioè ad unirsi alla guerriglia nelle campagne]."
Forse la mano pesante dell'esercito statunitense a Falluja ha portato al Baghdadi, che tanto giovane non è, ad unirsi agli insorti. Chissà, Abu Bakr non era altro che un tizio qualsiasi, un uomo devoto che stando a tutto quello che se ne dice guidava la preghiera nella sua moschea, giocava coi ragazzini, ascoltava senza scomporsi le lamentele dei vicini e li consigliava sulla base della legge islamica, materia in cui aveva conseguito un dottorato. Il venerdì giocava a pallone per le vie polverose della zona nord di Samarra, un sobborgo di Baghdad. Magari avrebbe continuato a vivere così fino alla fine dei suoi giorni. Ma la guerra è una prova dura per l'animo umano. Come i paracadutisti francesi de I centurioni finiscono nei campi di prigionia comunisti, Abu Bakr si è ritrovato a Camp Bucca. Quelli che lo avevano preso hanno insegnato a questo dottor Ibrahim Awad, o Abu Bakr al Baghdadi che dir si voglia, una cosuccia o due. Come l'ufficiale Mirendelle de I centurioni, anch'egli ha imparato a fare il mediatore e a costruire alleanze, ed ha imparato come si comportavano gli statunitensi. Magari, come i paracadutisti francesi avevano appreso molto dai comunisti e avevano messo in pratica in Algeria quello che avevano imparato -con conseguenze devastanti- anche Abu Bakr ha imparato qualcosa a Camp Bucca e lo ha poi messo in pratica con mortali conseguenze. Di sicuro ha imparato come si fa a mettere la gente in tuta arancione. Quando ha cominciato ad affermarsi aveva già provato l'intensità della guerra asimmetrica; aveva imparato che le bombe nascoste nelle carogne e nei cani funzionavano, aveva imparato a creare zone grigie dividendo i sunniti dagli sciiti, a rimanere seduto perfettamente immobile quando passava un drone, aveva imparato l'arte del non farsi notare.Tutte cose apprese in anni trascorsi senza un momento di riposo o di respiro, sempre braccato con una taglia sulla testa. Forse, al momento in cui è scoppiata l'insurrezione in Siria è diventato amorale come il capitano Julien Boisfeuras de I centurioni, un esperto di guerra politica e non convenzionale cui piace come un mostro realmente esistito, il capitano Paul Aussaresses, torturava, annegava, stuprava, passava corrente elettrica per i coglioni della gente se solo serviva ad averla vinta. Secondo i criteri della guerra di oggi Abu Bakr al Baghdadi ben si adattava ad un simile contesto. Magari ciascuno di noi sarebbe potuto diventare come lui, nelle stesse circostanze. Si pensi a Youssef Ben Khedda, professione farmacista e dalle mani immacolate secondo il capo d'opera di Alistair Horne A Savage War of Peace. Horne scrive:
...Sottoscrisse una lettera per lo Alger Républicain in cui si deploravano gli arresti alla cieca. Due giorni dopo era in carcere anche lui, e vi fu raggiunto di lì a poco dagli altri firmatari; immediatamente dopo il rilascio, pochi mesi dopo, si unì al FLN.
Come si può sostenere che un simile percorso di radicalizzazione non valga anche per al Baghdadi o per uno qualsiasi di noialtri? Non è forse questa la natura umana? Quando i nazisti invasero la Francia, quali tattiche usarono contro di loro i Francesi Liberi? Eserciti che dispongono di miliardi di dollari possono anche permettersi di attenersi alle regole, ma i movimenti di resistenza devono consapevolmente scegliere se attenervisi o meno. Si potrebbe anche chiedersi se gli emuli di Abdel Kader abbiano un qualche spazio, nel torbido terreno etico della guerra contemporanea.
Eppure, forse è proprio quello che Abu Bakr al Baghdadi è diventato che fa indietreggiare il giovane musulmano, la giovane musulmana della strada. "Proprio questo," dice un devoto alla moschea di Norbury. "Possiamo diventare tutti come lui, ma non è questo quello che un mujahid deve essere! Un mujahid deve essere come l'imam Ali, che quando un arabo gli sputa addosso mentre si prepara ad ammazzarlo, non reagisce." La sua espressione è visibilmente irata, Abu Bakr non si merita di essere definito mujahid. Forse il filosofo della politica John Gray ha colto nel segno quando afferma che lo Stato Islamico di Abu Bakr al Baghdadi
...Ha in comune più cose con la tradizione delle rivoluzioni contemporanee che non con una qualsiasi forma antica di governo islamico. Anche se detestano sentirlo dire, questi jihadisti violenti devono il modo in cui si organizzano e anche i loro utopici traguardi all'Occidente contemporaneo.
Tutto quello che Abu Bakr al Baghdadi fa sembra confermare il punto di vista di Gray. Quando esorta a commettere atti terroristici contro l'Occidente, al Baghdadi non fa che seguire le tattiche che Abu Bakr Naji ha esposto nel suo "Il controllo delle efferatezze". L'intento è quello di creare delle zone grigie che dividano la popolazione: noi da una parte, loro dall'altra. Sono tattiche molto al passo coi tempi, lodate dal leader della guerriglia brasiliana Carlos Marighela, ed usate anche dal FLN in Algeria. Uno dei protagonisti del libro di Lartéguy dice:
...Scoppia una bomba... alla mensa qualcuno del personale medico ha posato una barella con un bambino urlante di dolore; un'altra bomba è esplosa ad Algeri il 5 ottobre uccidendo nove passanti musulmani. Il terrore regnava ad Algeri, e a quello seguirono la paura e l'odio. I musulmani cominciarono ad essere aggrediti senza criterio o senza ragione. Gli europei si liberarono dei loro vecchi servitori arabi, delle Fàtime che per vent'anni erano state di famiglia. in pochi giorni Bab al Oued vide stabilirsi un confine preciso: musulmani da una parte, ebrei ed europei dall'altra. Questo era proprio quello che il FLN voleva: dividere quel quartiere mal definito e separarne sempre di più gli abitanti, che iniziarono a somigliarsi sempre di più perché avevano molte cose in comune: una certa indolenza, la passione per le chiacchiere, il disprezzo per le donne, la gelosia, l'irresponsabilità, l'inclinazione a sognare ad occhi aperti [pp. 452-453]

Le atrocità francesi in Algeria rafforzarono il Fronte di Liberazione Nazionale

Lo Stato Islamico ha compreso quello che avevano compreso i paracadutisti francesi nella lotta contro il FLN: per vincere dovevano mettersi sullo stesso piano dei combattenti locali. Dovevano "coprirsi di fango e di sangue come loro. A quel punto saremmo stati in grado di combatterli, e in questa lotta avremmo perso la nostra anima, sempre che ne avessimo avuta una." I paracadutisti trattarono ancor peggio gli algerini, e fecero cose assolutamente al di fuori della legalità: massacrarono, torturarono, stuprarono. Portavano via le donne algerine; loro stiravano e lavavano per i francesi, che le trattavano come regine e poi le rimandavano dai loro uomini. I francesi pensavano di liberare così le donne algerine dal patriarcato arabo, pensavano di castrare gli arabi mostrando loro quanto poco controllo avessero sulle loro donne. Solo che quando ne trovavano una che non ci stava, la stupravano senza por tempo in mezzo. Uno degli ufficiali paracadutisti ammise:
...Era la tremenda legge della guerra di nuovo tipo. Ci toccò adeguarci, indurirci, e gettare alle ortiche concetti radicati e superati che rappresentano la grandezza dell'uomo occidentale, ma al tempo stesso gli impediscono di proteggersi. [p. 490]
Di fatto questi paracadutisti francesi, come scrive Lartéguy, stavano combattendo contro un nemico che gli somigliava molto. Alcuni capi del FLN erano ex ufficiali, alcuni avevano studiato all'università in Francia ed erano stati trattati con disprezzo nei caffè parigini, come molti francesi di origine nordafricana vengono ancora trattati al giorno d'oggi. Appartenevano a pieno titolo all'epoca contemporanea, e dunque usavano le stesse tattiche dei paracadutisti. Uccisero civili pied noir a Philippeville, liquidarono propri stessi appartenenti, strapparono gli occhi dei collaborazionisti e si convinsero che il fine giustificava i mezzi. Lo Stato Islamico rispecchia probabilmente il FLN del libro di Lartéguy. Il FLN di Lartéguy però aveva capito di essere in un certo senso figlio dell'epoca contemporanea; Abu Bakr e i suoi non hanno afferrato il dato di fatto che anch'essi lo sono.
Nel caso di al Baghdadi, è una sorta di negazione. Non è riuscito a rapportarsi con la modernità, ed è in questo che si trova in nuce la sua sconfitta. Questo è stato il motivo per cui la gente di Najiyeh ha cacciato quelli dello Stato Islamico, il comandante di Ahrar al Sham ha sparato all'emiro dello Stato Islamico e la gente del posto ha fatto commenti sarcastici sul conto del tribunale islamico. L'incapacità nell'afferrare la modernità, nel capire che c'è qualcosa che separa il loro "Stato Islamico" dal passato. Il mondo musulmano ha sperimentato una rottura traumatica, non solo la sconfitta, l'umiliazione e la perdita ma la colonizzazione, l'industrializzazione e i mutamenti sociali che hanno alterato in maniera sostanziale l'epoca in cui viviamo. In passato la vita era organizzata a caratterizzata in modo diverso: oggi non sono più applicabili le regole che invece erano valide per il mondo premoderno. Lo Stato Islamico è come la vittima di un incidente d'auto che dopo il ricovero in ospedale pensa che potrà semplicemente tornare a vivere come prima, mentre in realtà i suoi arti non rispondono più allo stesso modo. Uno che non riesce a venire a patti con quello che gli è successo e che si dirige così verso il disastro. Siccome non ricorda come staano le cose prima dell'incidente, ne evoca uno come per magia, come fa il capo del FLN ne I centurioni.
Per me esiste una sola traduzione per il termine Istiqlal: indipendenza. Una parola che suona profondamente bene alle orecchie dei poveri fellahin; suona più forte della povertà, della sicurezza sociale, delle cure mediche gratuite. Noi algerini, immersi come siamo nell'Islam, abbiamo più bisogno di sogni e di dignità che di cose pratiche. E voi? Che parola avete da offrire? Se è migliore della mia, avete vinto.
Abu Bakr al Baghdadi propone "Khilafa ‘ala minhaj an-Nubuwwa", Il califfato secondo il modo del Profeta. Per un attimo il mondo musulmano vi ha guardato con speranza e nostalgia perché il suo passato era questo, proprio come i britannici guardano al loro Impero, all'India, alla Battaglia d'Inghilterra con nostalgia, quasi non riuscendo a rassegnarsi all'idea che non sono più una grande potenza. Abu Bakr al Baghdadi ha cercato di trasformare in realtà la parola Khilafa. Ma cosa può significare questo termine nel contesto contemporaneo, nel mondo postcoloniale? Nel mondo islamico premoderno la popolazione si diveva in millet, in comunità religiose, perché quella era la realtà. Adesso il concetto è quello di cittadinanza, la realtà è questa. Lo Stato Islamico nega la realtà, e ha cercato di spremere ai cristiani in Siria la jizyah, una tassa di appartenenza comunitaria, pensando che fosse meglio per loro invece che pagare qualche forma di tassa più alta. Cristiani che da millenni vivevano da quelle parti avrebbero pagato questa tassa ad Abu Marwan, o Luqman, che viene da Ghafsa in Tunisia. Lo Stato Islamico non ha capito che anche con una Jizyah inferiore, e con un esercito musulmano a proteggerli, nel mondo di oggi questo significa soltanto sottoporre ad umiliazione. Oggi siamo tutti figli della egalité, che ci piaccia o meno. I cristiani di Siria sono cresciuti per generazioni all'ombra di questo concetto. Di fatto, può finire come con l'antica tribù del nord siriano dei Ghassanidi, che preferì pagare tributi più alti al secondo califfo Omar anziché accettare uno status di cittadini di seconda categoria e di pagare la Jizyah. In passato i francesi fecero indossare agli arabi di Algeri un girocollo simile alla stella di David, a indicare che si erano sottomessi al codice francese. Gli arabi del XIX secolo lo avevano accettato. Durnte il medio evo gli ebrei del Medio Oriente portavano abiti di colori particolari. L'uomo contemporaneo non accetta nulla di tutto questo, neppure per il proprio bene. Questo, lo Stato Islamico non è riuscito ad accettarlo.
Al Baghdadi ha di fatto messo in piedi quella che Benedict Anderson chiama "una comunità immaginaria", tramite un massiccio ricorso alla propaganda e toccando le corde emotive di molti musulmani. Non si tratta solo di un tentativo cinico; su questo Graeme Wood ha ragione. Quelli dello Stato Islamico sono credenti autentici e zelanti. Possono anche esser stati, un tempo, ufficiali laici finiti ad Abu Ghraib ma, come il comandante del FLN ne I centurioni, hanno riscoperto la propria religione; la loro realtà era andata allo sconquasso con la caduta dello stato iracheno moderno. Questi ufficiali altamente addestrati mica potevano tornarsene al caffè, a fumare il corposo Zaghloul e a bere caffè amaro dicendo male dei marines statunitensi che giravano per le strade. Una cosa del genere faceva a pugni con il loro senso dell'onore; sarebbero tornati a Falluja e a Mossul, dove c'erano le loro famiglie, e avrebbero combattuto. Hanno fatto quello che fa un ufficiale algerino ne I centurioni: hanno dato "una storia e una personalità" al loro paese sconfitto. Hanno preso la bandiera nera degli abbasidi, e l'hanno resa sinonimo di paese islamico. Basandosi in gran parte su una sorta di escatologia, hanno costruito la visione della bandiera nera dell'Islam che va da oriente ad occidente. Hanno ignorato la realtà storica, che dice invece che ad un certo momento i califfati erano tre e che erano in lotta tra loro per il potere, ed anche che dopo la caduta del califfato abbaside a Baghdad non ci fu neppure più un califfo per diversi anni. Lo Stato Islamico ha fato quello che a detta di Lartéguy è successo in Algeria: ha creato una storia che si fonda sui cimiteri, non sulla realtà dei fatti. Un califfato delle notizie bufala. Uno dei capi del FLN si congratula con un paracadutista francese per il contributo che la Francia ha dato alla creazione della moderna Algeria:
Il popolo algerino è stato sconvolto dalla guerra, la sua esistenza è stata troppo stravolta perché a questo punto si possano mettere indietro le lancette dell'orologio. Siete voi stessi a creare l'Algeria con la guerra, unendo berberi, arabi, cabili e chaoui. I ribelli dovrebbero quasi esservi grati, per le violente misure repressive che avete messo in atto. [p. 472]
L'invasione e la deriva settaria dell'Iraq prima e della Siria poi hanno agevolato la nascita di questa nazione, se si vuole. Quando lo Stato Islamico ha abbattuto le frontiere decise dal trattato Sykes-Picot, è parso che esso pareggiasse i conti tra oppressi ed oppressori. Fu come, a detta di Horne, successe ai francesi con la sconfitta di Dien Bien Phu ad opera del Viet Minh nel 1954.
Tutto ad un tratto questa sconfitta incredibile privò lo stato francese di ogni stato di grazia, e per la prima volta lo fece sembrare curiosamente vulnerabile.

Si abbattono le frontiere tra Iraq e Siria: lo Yes we can dello Stato Islamico.

L'abbattimento della linea di confine del Sykes-Picot ha rappresentato il cambiamento di paradigma più grande in Medio Oriente, dopo la caduta di Ben Ali. Ha fatto vedere al mondo, e dunque ai musulmani, che lo stato di cose presente può cambiare e che il controllo del mondo occidentale sui musulmani non è qualcosa di inscalfibile. Fu quello lo yes we can di al Baghdadi, e forse sarà anche la sua eredità dal momento che stiamo accingendoci a scriverne il necrologio. Almeno, nella teoria del postcolonialismo, ha fatto quello che secondo Franz Fanon era indispensabile fare per i rapporti tra colonizzatori e colonizzati: ha ripristinato la parità, non perché aveva un colonizzatore che garantiva per la sua libertà, cosa che è motivo del sorgere di un senso di inferiorità in chi subisce qualcosa di simile, ma perché la libertà se l'è presa, e ha dato ai colonizzatori un brutto colpo. Quando lo Stato Islamico ha fatto irruzione oltre le frontiere del Sykes-Picot, ha ripristinato l'onore di molti mediorientali. Quando ha reintrodotto il concubinato e i ruoli femminili tradizionali, lo Stato Islamico ha infuso nuova fiducia in questa umanità ferita. Eppure, nel far questo ha mostrato anche la propria incapacità di accettare il fatto che la modernità ci ha cambiato in modo tanto profondo che un tempo Jefferson poteva possedere schiavi ed essere comunque considerato un individuo buono e virtuoso: oggi se si azzardasse a farlo sarebbe considerato un mostro.
Lo Stato Islamico può anche aver marcato la propria indipendenza coniando monete d'oro e dichiarando unilateralmente province in tutto il mondo musulmano, eppure, come l'ufficiale algerino Mahmoudi ne I centurioni, che sapeva che l'Algeria non poteva esistere senza la Francia, ha dimostrato anche che non poteva esistere senza il mondo contemporaneo. La creazione di tribunali uniformati in tutto lo Stato Islamico in realtà è stata l'adozione dei tribunali della legge occidentale, cosa che ha fatto del ruolo della legge il fondamento dello stato. Un po' lo Stato Islamico era consapevole del fatto che avrebbe dovuto competere con questo modello, e un po' non sapeva come altro fare. Da un lato ha dato prova di ingenuità nell'edificazione di una macchina statale, dall'altro ha di fatto ammesso che il paradigma da sconfiggere era sempre quello del modello occidentale. Secondo Wael Hallaq ed il suo Impossible State nella storia islamica non sono mai esistiti tribunali tutti uguali come quelli che esistono negli stati nazionali moderni. Anzi, istituzioni del genere erano estremamente strutturate e funzionali, fatte a misura delle esigenze della comunità in cui operavano. Storicamente l'Islam non ha mai avuto un vero e proprio stato di diritto; lo Stato Islamico invece lo ha. Allo stesso modo, quando ha varato il Servizio Sanitario dello Stato Islamico, si è basato sul NHS britannico e non certo sugli ospedali dell'Andalusia medievale. Insomma, lo Stato Islamico non potrebbe esistere al di fuori del proprio tempo; si tratta di un progetto dei nostri tempi per quanto cerchino di asserire il contrario. Gli assunti dello Stato Islamico sono come quelli dello jihadista che ha fatto saltare in aria le antiche statue di Buddha o i templi di Palmira perché manifestazione di mancanza di fede e di spirito religioso, ma non capisce che le sue scarpe Nike hanno un nome che omaggia una divinità greca.
La sconfitta di al Baghdadi è nel suo negare la modernità. Il suo gruppo ha fallito perché i Muhammad e le Aysha di Raqqa e di Mossul hanno capito istintivamente che si trattava di non musulmani, con buona pace della barba lunga, dei pantaloni alla caviglia e del bastoncino per pulire i denti. Probabilmente ci saranno altre formazioni che cercheranno di imitare lo Stato Islamico, ma per avere successo dovranno venire a patti con la modernità. Probabilmente anch'essi falliranno. A volte una persona in là con gli anni riesce ad afferrare l'inafferrabile meglio di molti uomini istruiti. Queste persone dall'aria all'antica non hanno studiato molti testi religiosi, ma sono sinceramente pie e si ergono come monumenti di saggezza che vedono con chiarezza come stanno le cose. "Ora questi giovinastri," mi dice dalla sua barbetta rada lo zio Forid seduto nella moschea di Brick Lane mentre attende di incontrare il suo Creatore, "vanno in giro ammazzando qua e là e commettendo Dio sa quali peccati, pensando di star portando a termine l'impresa del Profeta! Che idioti! Sono così lontani da lui! Quando arriverà il Mahdi, tutto andrà a posto." Lo zio Forid attende l'arrivo del Mahdi, il messianico salvatore che secondo le narrazioni apocalittiche musulmane giungerà alla fine dei tempi. Zio Forid sa che i giovani sono troppo impazienti, il paradiso lo vogliono adesso. Non vogliono perdere. I giovani dimenticano che spesso quello che succede nel mondo è riflesso di un cuore impuro, e dimenticano che il pantheon musulmano è poeno di vincitori, ma anche di perdenti: Abdel Kader, Hadji Murat, Imam Shamil, Omar Mokhtar hanno avuto onore dalla storia perché sono rimasti fedeli alla loro tradizione guerriera e al loro codice morale. Davanti all'eternità vincere non è tutto, si direbbe. Un attivista tunisino mi ha raccontato un aneddoto su Omar Mokhtar che è appropriato per questa considerazione. Uno dei mujahiddin di Omar Mokhtar pretendeva che a due prigionieri di guerra della penisola italiana non fosse concessa misericordia, proprio come i loro non ne avevano concessa. Omar Mokhtar gli aveva risposto: "Loro non sono i nostri maestri". Chiunque si insedierà dopo la caduta di Mossul dovrà convincere una popolazione musulmana scettica, stanca di stragi e di sangue, che i mujahid come Omar Mokhtar sono il modello di riferimento. 

01 gennaio 2017

Buon 2017 da Firenze


L'ultimo giorno dell'anno 2016 a Firenze è stato festeggiato a cura dell'amministrazione con il concerto di uno dei sempre più insignificanti autori di musica leggera sfornati a leve intere dal mainstream, di quelli che fanno senz'altro concludere che tutto quanto attiene a quel mondo possa essere serenamente considerato parte dei problemi e che non vi sia comunque alcun motivo per interessarsene.
Per evitare che lo Stato Islamico in persona piombasse (magari con un autospurgo) sulle adolescenti appostate per l'intera giornata a due gradi sotto zero in attesa di uno che canta di cuori infranti e roba così, la gendarmeria e i politici locali hanno fatto del loro meglio. Prefiltraggi come per le bestie del pallonaio, divieto di seminare il panico con razzetti, fischioni e petardi vari, metal detector, blindati, personale armato ed altre cose del genere.
Intanto a Roma con una firma su un foglio si stabiliva
la riapertura dei campi di concentramento, quelli che sono costati censure piuttosto aspre alle compagini governative peninsulari proprio ad opera di quegli organismi sovranazionali che solitamente si evita di inimicarsi e che magari si invocano frignando quando c'è da esportare la democrazia a casa di chi non desidera affatto trovarsi tra i piedi merce difettosa.
Poi si viene a sapere che qualcuno ha sistemato un ordigno rudimentale non troppo lontano da adolescenti, cantanti e tutto il resto, e che ne ha fatto le spese un artificiere della gendarmeria.
Poteva succedere qualcosa di molto peggio, con tanti saluti ai metal detector, agli auguri di capodanno e quant'altro.
Una disconferma piuttosto secca della propaganda governativa ed una conferma ai limiti dell'ovvio di quello che pensano i realisti; se qualcuno vuole ricorrere a certi sistemi lo fa, e basta.
Il principio di realtà è il peggior nemico di politici e gazzettieri "occidentali", che dicono di odiare queste sue incursioni più di ogni cosa al mondo.
Miguel Guillermo Martinez Ball ha approfittato della giornata di calma per omaggiarlo, con una di quelle analisi gelide per le quali gode di un certo credito presso le persone serie e che riportiamo qui per intero.


Dal sito Airwars, apprendo alcuni dati interessanti sulla campagna di bombardamenti aerei contro il cosiddetto Stato Islamico.
La campagna è in corso da 872 giorni, sono stati buttati quasi 63.000 bombe e missili in oltre 17.000 azioni e si stimano almeno 2.000 civili uccisi. Delle vittime militari non ci viene detto nulla, anche se sarebbero quelle più utili per valutare l’efficacia della campagna.
Morale della favola: lo “Stato Islamico” è ancora saldamente in piedi.
Per i bombardamenti del 25 dicembre scorso, i piloti americani buontemponi si sono messi i cappellini da Babbo Natale

La risposta dello “Stato Islamico” consiste in una serie di azioni, per la maggior parte in Medio Oriente e di cui non ci occuperemo qui; ma anche alcune in “Occidente”.
E’ difficile fare un confronto preciso, comunque nel 2015, secondo l’Europol, nell’Unione Europea, ci sono stati 17 attentati “jihadisti” (riusciti o falliti) con 150 vittime.
Per avere un’idea, lo stesso anno 13,286 persone persero la vita a causa di armi da fuoco nei soli Stati Uniti. E anche se le due cifre non sono perfettamente paragonabili, colpisce l’elegante sproporzione degli attacchi: 17 dell’Isis, 17.000 contro l’Isis.
Le vittime europee dell’Isis (ma in realtà non tutti gli attentati del 2015 erano legati all’Isis) sono  insignificanti anche sul sul piano militare, mentre possiamo presumere che i 17.000 bombardamenti anti-Isis abbiano colpito, fosse anche solo per sbaglio, qualche combattente o qualche deposito d’armi.
Consideriamo poi che gli attacchi contro l’Isis hanno comportato pochissime perdite per gli attaccanti, mentre quasi tutti gli attacchi condotti dai “jihadisti” hanno comportato perdite dirette del 100%,  oltre a un numero successivo di arresti superiore a quello delle vittime stesse.
Cosa pensare di un esercito costituito da pochissimi volontari, disposto a perderne tre pur di far fuori una sola innocua casalinga?
Se lo scopo fosse davvero quello di “colpire i nostri valori” o addirittura “conquistare l’Occidente”, sarebbe la strategia più autolesionista mai ideata.
Però non è affatto demenziale, se pensiamo che si cerca sostanzialmente di creare uno spettacolo, che susciti alcune reazioni automatiche. Anche perché non dobbiamo mai dimenticare che mentre un “occidentale” possiede un solo mondo, la maggioranza degli abitanti del pianeta, di mondi ne possiede diversi e non sono cretini.
Una caratteristica delle azioni dell’Isis (a differenza di quelle di al-Qaeda) è la provocazione: fanno proprio i cattivi, in un mondo in cui anche i peggiori mostri cercano di farsi vedere buoni. Questo comportamento garantisce un fascino spettacolare straordinario. I giornalisti campano scovando mostri, ed ecco un vero mostro che regala loro, che so, un video di un gruppo di bambini che sgozza dei prigionieri? Permette di ottenere una visibilità mediatica incredibile, a un costo almeno economico ridicolo.
La visibilità mediatica offre molti vantaggi, tra cui il primo è quello di creare l’illusione che il mondo sia diviso in due parti confrontabili tra di loro: da una parte, tutte le potenze politiche, economiche e militari del pianeta, dall’altra un piccolo gruppo di squinternati.
Ma soprattutto serve a suscitare reazioni di estrema ostilità. Idealmente, lo spettatore deve essere indotto a pensare che queste piccolissime e fallimentari azioni di pochi siano il principale problema del mondo; e che bisogna fare qualcosa subito.
E poiché è impossibile fare qualcosa contro un attentatore che ci ha già lasciato le penne, il “qualcosa” deve necessariamente prendere una delle seguenti forme:
1) Il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza ovunque: lo Stato deve spendere somme enormi per blindare luoghi, nessuno dei quali sarà attaccato (tanto, un posto non blindato si troverà sempre); e lo spettacolo militare non fa che ricordare in ogni momento lo spettacolo dell’attentato che lo giustifica.
Perché mai i cattivi monoteisti dovrebbero scegliere proprio il Colosseo, che non era nemmeno un santuario politeista?
Ma tutto fa spettacolo e anche questo potrebbe essere un ottimo sfondo televisivo

2) Spingere ad “attaccare la base del nemico“: ma questo è da sempre l’obiettivo – peraltro dichiarato – dell’Isis. Attirando Europa e Russia in Siria, si spera di ripetere il miracolo dell’Aghanistan, dove fu distrutta l’Unione Sovietica.
3) Spingere i non musulmani contro gli immigrati musulmani. La pressione antislamica dovrebbe rimandare idealmente tanti musulmani in paesi islamici, dove saranno coinvolti nella lotta militare; ma di quelli che restano, milioni smetteranno di essere indifferenti e per difendersi contro i governi e le masse dei non musulmani, inizieranno ad armarsi e combattere, creando un focolaio inestinguibile all’interno del territorio nemico. Ripetendo così la parabola del sionismo, che potè conquistare la simpatia di tanti tranquilli ebrei solo grazie all’aiuto dei pogrom zaristi e delle persecuzioni naziste.
Per smascherare il meccanismo, dobbiamo innanzitutto liberarci dall’idea narcisista che i “terroristi odino i nostri valori”, dove “nostri valori” indica un confuso misto di Gay Pride e crocifissi nelle aule scolastiche.
Ricordiamo che  per i cattivi esistono cose infinitamente peggiori di entrambi, ad esempio, secondo loro, striscerebbero su questo pianeta degli esseri immondi che crederebbero che Ali fosse vissuto senza peccato, o che visitare la tomba di Hussein salvi dall’Inferno, i criminali seguaci del giudeo Abdullah ibn Saba, del furbo Harmuzan zoroastriano che finse di farsi musulmano e del trinodeista cristiano, Jafina al-Khalil, i tre che tramarono nell’ombra per assassinare il califfo Omar e distruggere per sempre l’Islam.
Nota: per correttezza, si ricorda che l’Isis di cui stiamo parlando non è l’Isis a cui appartiene Magdi Allam.


25 novembre 2015

Omar al Ward - Viaggio nel califfato. L'oppressiva giustizia dello Stato Islamico


Traduzione dal blog di Joshua Landis su imbeccata del blog kelebekler.
Da quanto al Wardi riferisce viene da pensare che lo Stato Islamico sia finalmente la distopia realizzata che la feccia delle gazzette "occidentali" e i quattro quinti dell'elettorato vagheggiano ogni giorno: nessuno che fuma, strade impeccabili, tutti a lavorare, legge, ordine, disciplina, rispetto assoluto della religione e dei suoi simboli.
Tutto tutelato con la forza delle armi, che ammettono un solo grado di giudizio (così si farebbe piazza pulita anche del buonismo cattocomunista delle toghe rosse e del loro garantismo) e sono arrivate a troncare persino i rapporti informali che sono l'essenza di ogni relazione sociale, contribuendo così alla realizzazione di quelle "pari condizioni di partenza" in cui la mano invisibile del mercato può agire regolatrice e indisturbata: nessun liberista potrebbe chiedere di meglio.


Omar al Wardi è lo pseudonimo di un cittadino siriano cresciuto nella regione siriana di Jazira. Al Wardi vi si è recato più volte dopo che lo Stato Islamico ne ha preso il controllo.
Tradotto in inglese da Richard Hanania, studente di scienze politiche alla UCLA.

Molti credono che i sudditi dello Stato Islamico vivano in una incessante condizione di terrore. Qualcuno penserebbe impossibile che in queste zone esista un qualche cosa che si possa definire "vita normale". Io stesso ho scritto molto sui crimini e sulle azioni disumane compiute dallo Stato Islamico nei territori che controlla nella Siria orientale, soprattutto a Raqqa e a Deir ez Zor, e la maggior parte di quello che è stato scritto sulla questione corrisponde a verità. Solo che la maggior parte di coloro che se ne sono occupati l'hanno fatto adottando un punto di vista ristretto e guardando con un occhio solo. Parecchi di loro non si sono mai recati in zona, parlano di una realtà che hanno solo immaginato. Accettano stereotipi che i mass media hanno ripetuto fino alla nausea. Io invece sono cresciuto da quelle parti [la Jazira corrisponde pressappoco al governatorato di Al Hasakah, all'estremo est del paese. N.d.r.] e ci sono andato varie volte dopo che lo Stato Islamico ne ha preso il controllo. Mi sono intrattenuto in varie cittadine per farmi un'idea dell'atteggiamento di parenti, conoscenti e simili.
Quando sono stato la priuma volta ad al Bukamal dopo la conquista da parte dello Stato Islamico nell'estate del 2014, ho pensato di essere in viaggio sulla strada dell'inferno: ero terrorizzato. Ad ogni momento mi aspettavo di essere cacciato fuori dalla macchina, ammanettato e torturato. Pensavo che non sarei mai tornato vivo dai territori controllati dallo Stato Islamico. Avevo interiorizzato il concetto che lo Stato Islamico governa solo col terrore. Ad ogni posto di blocco lungo la strada sono praticamente morto di paura. Solo che a parte l'ovvia imponenza degli sbarramenti e dei posti di blocco non ho mai visto una scena che si accordasse con i luoghi comuni sullo Stato Islamico che avevo fatto miei e che i mass media hanno diffuso.
Arrivato ad al Bukamal ho notato che la cittadina era sorprendentemente tanquilla: nessuno può aggredire gli altri, imbrogliare la gente al mercato o inghirlandare le strade di mozziconi di sigaretta. Non avevo mai visto al Bukamal più pulita o meglio tenuta. L'uso di fumare pareva del tutto scomparso e non si vedeva più neanche l'ombra di tutta quella gente che era solita starsene seduta in giro a perdere tempo nei caffè. Rispetto a come la ricordavo quando è esplosa la crisi siriana la cittadina era completamente diversa. Sul governo dello Stato Islamico i quattrocentomila abitanti tra città e periferia hanno raggiunto un qualche accordo, e la prova più forte a sostegno di questo fatto è forse il fatto che le zone controllate dallo Stato Islamico sono tra le regioni del paese da cui i giovani sono meno propensi a fuggire in Europa: una cosa che a molti pare essere sfuggita. Se la vita fosse stata davvero infernale, ad al Bukamal e dintorni, tutti sarebbero emigrati in Germania, in Austria o anche soltanto in Turchia. Invece la maggior parte della gente è rimasta e non ha abbandonato il proprio paese e la propria terra.
Ho evitato di porre la domanda solita, che è "Odiate lo Stato Islamico?". So già perché alcuni odiano questa formazione, e la domanda cui volevo dare risposta io era il perché invece altri possano apprezzare un'organizzazione sanguinaria e criminale come questa, che taglia teste e scarica per le strade corpi di gente uccisa e decapitata. Ho ricevuto risposte coerenti e improntate al realismo, tutte focalizzate su un solo concetto: lo Stato Islamico aveva portato in città una sorta di giustizia.
Ho visto con i miei occhi che la popolazione di al Bukamal non è affatto oppressa come lo è stata in passato. Ad al Bukamal la maggior parte di quanti sono stati messi in carcere dallo Stato Islamico è costituita da appartenenti allo Stato Islamico stesso. Il governo dello Stato Islamico non esita a reprimere i suoi stessi appartenenti quando infrangono la legge. Anche un emiro dello Stato Islamico è stato processato e gettato in prigione dal governatore locale, quando è venuto fuori che aveva abusato del suo potere ed aveva aggredito gente innocente.
Il modello di giustizia che lo Stato Islamico si sta impegnando ad assicurare a chi vive ad al Bukamal e a Raqqa è questo. Le città della zona si sono date allo Stato Islamico e gli hanno accordato il monopolio della violenza per punire quanti commettono crimini o commettono dei torti. Tutti hanno volontariamente cessato di ricorrere alla violenza pur di vivere in condizioni di maggiore giustizia e uguaglianza. Non si permette al forte di spadroneggiare sul debole, al ricco di sfruttare il povero, ai capi clan di angariare i sottoposti. Sotto la legge dello Stato Islamico sono tutti uguali: non ci sono "amici degli amici" o eccezioni che tengano.
Il più importante fattore ad aver da solo convinto la gente ad accettare il "califfato" è il fatto che adesso i cittadini possono uscire di casa ad ogni ora del giorno e della notte senza essere vessati dal "Libero" Esercito Siriano o essere rapinati a caso da gente che dice di essere di Jabhat an Nusra. E questo è vero soprattutto nelle aree tribali della provincia.
Più di una persona mi ha detto che l'onore delle donne non viene mai violato. Questa è una cosa che anche i nemici locali dello Stato Islamico sono disposti a riconoscere: da quando lo Stato Islamico ha assunto il controllo della situazione, non si è dato un solo caso di violenza ai danni di una donna o di una ragazza. L'esatto contrario di quanto succedeva nel contesto sociale in via di dissoluzione che c'era quando ad al Bukamal governava Jabhat an Nusra. All'epoca i bordelli funzionavano in bella vista. Oggi si può essere sicuri che andando da Deir ez Zor fino alla provincia irachena di al Anbar, a trecentocinquanta chilometri di distanza, nessuno procurerà noie finché si mostra ossequio alla legge.
Uno dei più importanti motivi per cui lo Stato Islamico è stato accettato ad ampia maggioranza è che nei primi anni della sollevazione contro Assad la corruttela imperversava dappertutto. All'inizio comandavano milizie che si definivano "Libero" Esercito Siriano. Il loro comportamento non differiva in nulla da quello dei ladri e dei banditi. La popolazione civile viveva in condizioni di perenne timore che i beni posseduti potessero esserle sottratti uno dopo l'altro e temendo di poter essere angariata e magari anche uccisa. Poi è stata la volta di an Nusra, cui interessava solo il potere e poco o nulla si curava della giustizia o del buon governo. Tra "Libero" Esercito Siriano e an Nusra, per la società civile è stata la rovina. Nessuno osava rivolgersi alle autorità per risolvere una qualche disputa. Dopo che il Califfato ha preso il controllo della zona, la gente ha inziato a tirare il fiato e si è sentita meno oppressa.
In concreto, i cittadini di al Bukamal non hanno motivo di odiare i membri dell'organizazione e chi coopera con loro dal momento che li vedono cercare di far arrivare acqua ed elettricità alla gente, e a prezzi accessibili. E neppure possono odiare un'organizzazione che mantiene i prezzi a livelli ragionevoli. I combattenti dello Stato Islamico sovrintendono alle loro necessità e fino a notte su adoperano per farvi fronte. Questo stato di cose reale annichilisce l'odio e anche se esiste qualcuno che non vuole che lo Stato Islamico resti al potere, i più deboli vogliono che vi rimanga, e lo vogliono i poveri che non hanno nessuno che prenda le loro parti. Certo, alcuni combattenti godono di particolari privilegi, ma si tratta di una minoranza e comunque non sono cose paragonabili a quelle di cui godevano gli ufficiali prima alleati del governo, o i combattenti del "Libero" Esercito Siriano o di an Nusra.
Lo Stato Islamico ha le risorse morali e materiali che gli servono per ricostruire i centri urbani che controlla. Cosa ancora più importante, ha la volontà di far sì che la gente abbia migliori condizioni di vita. Non è ancora in grado di adottare le moderne tecnologie necessarie a migliorare la qualità della vita come promette di fare, ma sta facendo ogni sforzo per avervi accesso.
Gli aerei che sorvolano i territori controllati dallo Stato Islamico hanno conseguito un'unica vittoria vera e propria. Non è l'aver ucciso combattenti o aver ostacolato i movimenti dell'organizzazione: è invece l'avergli impedito di assicurare servizi alle comunità. Questo è stato l'unico obiettivo raggiunto dalla coalizione che combatte lo Stato Islamico.
Sto cercando di ritrarre lo Stato Islamico in modo realistico, in un quadro che possa essere paragonato e opposto alla sua immagine di organizzazione sanguinaria. E'impossibile, per un governo dedito all'assassinio sanguinario, governare senza stabilire sicurezza fisica e sociale; solo che questo aspetto viene ricordato poche volte, per macchiare l'immagine di un'organizzazione che invece per reggersi non ha bisogno altro che della verità.
Il problema è questo: lo Stato Islamico ha sviluppato una propria società? L'organizzazione è riuscita ad integrarsi in una comunità più ampia? Oggi come oggi il gruppo non può concretamente parlare di una "società dello Stato Islamico" perché sono ancora la paura ed il terrore a tenere in pugno la comunità. Col passare del tempo però, se questo governo rimarrà al potere per altri tre anni almeno, mi aspetto che nasca una vera e propria società dello Stato Islamico: per quanto riguarda l'est della Siria il timore più grande è questo. Dalla società dello Stato Islamico nasceranno estremisti e ideazioni terroriste.

25 ottobre 2015

Tam Hussein - Fatlum Shalaku, alias Abu Musa al-Britani. La storia del cittadino britannico combattente suicida a Ramadi



Traduzione da Syria Comment.

Cosa è successo al "tizio che somiglia a Fatlum"? La storia del cittadino britannico combattente suicida a Ramadi - Di Tam Hussein. Le foto scattate in strada sono dell'autore, le altre di pubblico dominio (21 luglio 2015).
Questa è la storia di Abu Musa al Britani, un giovane cittadino britannico combattente suicida che si è fatto esplodere in Iraq. E' cresciuto a Ladbroke Grove, la zona in cui ho lavorato ed in cui sono cresciuto facendo l'operatore di strada. Abbiamo anche frequentato la stessa scuola. Con questo mio saggio, cerco di dare una risposta al perché un giovane uomo così benvoluto sia andato a finire in Iraq quando appena due settimane prima aveva progammato un viaggio in Spagna. Oltre a che cosa lo ha spinto ad andare, si cerca qui di capire perché gente come lui o come Jihadi John arriva dalla stessa zona. Quali sono i fattori che guidano le loro scelte? E' evidente che né la politica estera né l'ideologia possono essere considerate le uniche motivazioni che spingono giovani europei a prendere parte al jihad. Nel mio saggio sostengo che la ragione per cui molti di questi uomini sono andati in Siria e si sono arruolati proprio nello Stato Islamico va cercata nella sottile interazione che esiste tra religione, politica estera, cultura da gang e modernismo. [stralcio di una mail che Tam Hussein ha inviato a Joshua Landis]

Ai turisti e agli amanti della bohème piace frugare tra le bancarelle di Portobello Road, piena di bigiotteria luccicante e di vestitacci da studenti d'arte. Per la gente del posto non è che uno specchietto per le allodole, un acchiappacitrulli che sbologna a turisti da ogni parte del mondo un campioncino dell'ultima tendenza della moda etnica. In fondo alla strada in Golborne Road, a un tiro di schioppo dalla Notting Hill di David Cameron, giovani anglomarocchini mangiano di gusto vassoiate di cucina marinara alla bancarella di pesce alla griglia di Hassan, punzecchiandosi allegramente per i colpi bassi delle rispettive squadre di calcio. Alcuni hanno vestiti all'ultima moda, mentre altri hanno l'inconfondibile thawb bianco, la barba lunga, i pantaloni sopra la caviglia e le scarpe da ginnastica della Nike: l'abbigliamento di molti salafiti. Dall'altra parte della strada c'è la pasticceria Lisboa, strapiena di gente del quartiere e marocchini un po' più in là con gli anni intenti a divorarsi le migliori torte alla crema di tutta Londra parlando dei loro timori e della strada da fare per tornare verso casa. Qui in Golborne Road l'uomo della strada e l'importante banchiere della city arrivano a sfiorarsi senza che i loro mondi si incontrino mai, a meno che l'uomo della strada non venga invitato a qualche festa perché vi porti un po' di coca. In questo, le Trellick towers [1] e la bohème di Portobello Road vanno d'accordo. Non ci si aspetterebbe che un ragazzo nato da queste parti annulli il proprio biglietto per un villaggio vacanze in Spagna e finisca invece a migliaia di miglia dal suo paese e dalla sua casa, a combattere in Iraq nelle file dello Stato Islamico.
Questa è la storia di Fatlum Shalaku detto anche Abu Musa al Britani, il ragazzo che ha alzato il dito indice verso il cielo per testimoniare l'unicità di Dio, e poi si è scagliato con un camion imbottito di esplosivo contro una postazione dell'esercito iracheno a Ramadi. Questo ragazzo di vent'anni somigliante a Zayn Malik [2], muscoloso, di bell'aspetto e conteso dalle ragazze ha messo in rotta la Golden Division irachena, una unità delle forze speciali addestrata dagli USA che per quattordici mesi aveva resistito in prima linea a costo di pesanti perdite. L'azione di questo ragazzo l'ha costretta ad abbandonare la capitale della provincia irachena di Anbar.

Fatlum con Mohammed Nasser

Fatlum in divisa scolastica.
Si noti il segno di riconoscimento che fa con la mano,
tipico delle gang di Londra ovest.

A Ladbroke Grove la notizia si è diffusa presto: "Avete sentito di Fatlum? Cavoli, che roba". Il venerdi dopo eravamo a sedere sul pavimento nella moschea Al Manar di Ladbroke Grove, ascoltando l'imam che parlava di come prepararsi al Ramadan. Non credo che l'imam avesse sentito la notizia perché forse altrimenti ne avrebbe parlato. Gli amici di Fatlum praticamente non sapevano come comportarsi e avrebbero potuto apprezzare il fatto che esprimesse un parere sulla questione un imam che citava lo studioso siriano del XIII secolo Ibn Taymiyyah, l'antesignano del movimento salafita per cui lo Stato Islamico ha tanta considerazione. L'imam ha invece ricordato ai suoi devoti le virtù del Ramadan, ha parlato della propensione a mangiare troppo durante il mese consacrato, di quella a fumare il narghilè nei caffè aspettando la preghiera dell'alba, della tendenza a dormire fino al pieno pomeriggio e in generale del non trarre benefici da un'astinenza che dovrebbe arricchire l'anima. Alcuni tra i devoti più giovani avevano bisogno di dare un senso alla sua morte. Ne parlarono sorpresi e stupiti. "Lo vedevo di solito in palestra, era un bravo ragazzo" dice uno; "non riesco a crederci". In giro per i palazzi che circondano la moschea i ragazzi sapevano che era andato a combattere in Siria, ma in pochi si aspettavano che avrebbe fatto qualcosa di simile. Un altro amico ha detto "Fatlum aveva una visione del mondo distorta, ma il suo cuore era puro, io lo so". C'era un senso di ammirazione venata di invidia per quel giovane che aveva percorso quel sentiero senza parlarne molto. Un suo ex compagno di scuola intervistato dal notiziario di ITV l'ha messa in un altro modo: "E' una cosa triste, dobbiamo chiederci perché una persona piena di sogni e di possibilità e di potenzialità... dovrebbe farsi saltare in aria"[3]. Pareva che tutti volessero dire ma che cosa succede a persone come Fatlum?

Negozio nordafricano a Ladbroke Grove

C'è chi dice che Fatlum sia rimasto molto colpito dalla guerra in Siria, ma questo non è vero. Quando esplose la rivoluzione, come ha detto uno dei suoi amici, "tutti eravamo eccitati" per la Siria. Questi ragazzi erano profondamente impressionati dalle immagini che arrivavano dai media sociali. In fondo si tratta del conflitto più mediatizzato che si sia mai visto e chiunque avesse un cuore avrebbe trovato difficile assistere agli spregevoli atti perpetrati dal governo siriano. Come un cugino ha detto di Mohammed Nasser, un combattente amico di Fatlum che è finito ucciso in Iraq, "...[Nasser] era furibondo per quello che sta succedendo in Siria... come in Iraq o in Palestina. Non credo che fosse diventato un radicale, capiva che cosa significa diventare radicali e che cos'è l'estremismo..."

Qualcosa che fa sentire aria di casa

Fatlum sapeva di un misterioso convertito, non diverso dal Ras ne "L'uomo invisibile" di Ralph Ellison, che aveva fatto i bagagli e si era unito allo Stato Islamico. Un Ras di Ladbroke Grove privo di radici, carismatico e conflittuale che aveva riunito attorno a se un gruppo di ragazzi del quartiere che avrebbero finito col seguirlo. Questi ragazzi ne avevano reclutati altri con Whatsapp e altri servizi di messaggistica: una migrazione a catena che andava in direzione opposta. Si dice che sia stato ucciso da Jaish al Fatih, una fazione ribelle che recentemente ha guadagnato terreno a Idlib. Uno del posto, Elias (non è questo il suo vero nome) mi ha detto che il fatto che nella zona di Ladbroke Grove c'era un reclutatore era una cosa di cui i servizi di sicurezza del Regno Unito dovevano essere informati, perché andavano mostrando foto segnaletiche alla gente.
Solo che Fatlum non è che bruciasse dalla voglia di andare a far la guerra in Siria, o che fosse irretito da questo "reclutatore". Proprio come i suoi, Fatlum non era religioso e aveva uno stile di vita relativamente laico, come molti albanesi del Kosovo i cui genitori avevano fatto esperienza di un governo comunista. Abitava vicino a Mohammed Nasser e conosceva anche Hamza Parvez, tutti e due finiti a combattere per lo Stato Islamico. C'è chi pensa che sia stato Nasser a influenzarlo, a indurlo a recarsi in Siria. Nasser ha incontrato l'Islam dopo la morte di suo padre; lo hanno ritratto come un giovane carismatico ed infervorato, capace di influenzare chi gli stava accanto. Hamza Parvez, al contrario, è stato descritto dai suoi familiari come "pigro", come uno un po' indeciso su cosa fare nella vita, più attirato dai dolci che dal combattimento. Ha seguito Nasser in Siria. Di solito, quando si forma una conventicola chiusa attorno a uno o due individui dotati di carisma e decisi a partire, è più facile che altri li seguano quale che sia il loro reddito o la loro condizione sociale ed economica. Quelli che sono meno preda delle ambizioni e della bella vita potrebbero avere meno da perdere e molto di più da guadagnare, andando in guerra. Soprattutto se gli si promette il paradiso o il ghanima, il bottino di guerra. Magari Hamza Parvez sarà stato anche tipo da cose del genere, ma Fatlum non lo era. Parlando con i suoi amici è difficile capire fin dove arrivasse l'influenza che Nasser poteva avere su di lui. Di fatto, Fatlum è partito per la Siria prima di Nasser. Secondo un suo cugino, Nasser "era un bravo ragazzo, sapeva distinguere quello che è giusto e quello che è sbagliato ed era compassionevole. Andava all'università, giocava a calcio... non era quel tipo di ragazzo che si fa domande sul califfato. Non avrei mai nemmeno sospettato che sarebbe partito".

Le Trellick Tower. A destra la moschea Al Manar.


Un amico mi ha detto: "Se proprio qualcuno lo ha influenzato, deve esser stato suo fratello maggiore Flamur. Si intendevano bene e Fatlum ne aveva grande considerazione. Ha riscoperto la fede durante il primo anno all'università. Flamur era un giovane architetto di talento ed il suo lavoro era stato anche in mostra alla galleria Saatchi & Saatchi. Secondo un altro compagno di scuola si trasformò dalla sera alla mattina: era uno che "lo si poteva vedere a chiacchierare e bere con gli amici" ed è diventato uno assiduamente dedito alle pratiche devozionali: lo si vedeva spesso alla moschea di Ladbroke Grove a partecipare alle preghiere comuni. E' stato Flamur ad introdurre suo fratello minore a discussioni che lo hanno portato a rivedere il proprio atteggiamento nei confronti della vita. Solo che Fatlum avrà anche potuto farsi prendere da grandi interrogativi, ma due settimane prima di partire per la Siria si interessava ancora delle cose di cui di solito si interessano i guappi di Ladbroke Grove. Se non ci fosse stato suo fratello maggiore a distoglierlo dalle vacanze in Spagna, Fatlum ci avrebbe dato dentro con le donne.
Eppure, la decisione di Fatlum di andare a combattere in Siria non è stata solo un capriccio, ma forse una sorta di esito di varie correnti che si sono aperte un percorso attraverso il quartiere di Ladbroke Grove.
L'interno della moschea Al Manar

Le correnti religiose di Ladbroke Grove - L'influenza dello jihadismo salafita

Una di queste correnti è rappresentata dal fattore religioso. Come ha scritto Raffaello Pantucci in We love death as you love life, da molto tempo prima della guerra in Siria e degli attacchi dell'undici settembre Londra ha visto una rinascita del senso religioso, ed in questo Ladbroke Grove non ha fatto eccezione. La crescente fiducia in se stessa e la crescente religiosità della comunità musulmana hanno trovato espressione nel 2001 con l'apertura del centro islamico di Al Manar di Acklam Road. La grande moschea con annessi scuola ed impianti sportivi ha un che di nordafricano ed ha le strutture ricreative di Westway da una parte e delle case popolari dall'altra. Il centro islamico rappresenta anche la fiducia in se stessa della comunità marocchina. Oggi, poco più di dieci anni dopo, ogni venerdi vi compaiono milleduecento devoti di ogni esperienza di vita; della congregazione hanno fatto parte combattenti dello Stato Islamico come Abdel Majed, Abdel Bary, Hamza Parvez, Mohammed Nasser, Flamur Shalaku, Choukri Elkhlifi, Mohammed El-Araj e Aine Davies; tutti venivano qui a pregare ogni venerdi.

Adulto in preghiera nella moschea Al Manar

Questo quartiere è percorso da diverse tradizioni e diverse correnti dell'Islam. C'è l'Islam tradizionale portato dalla città marocchina di Larache: un miscuglio di giurisprudenza della Malikiyyah, studio e tradizioni sufi. Questo orientamento va cercato presso i più maturi che siedono a leggere il Corano dopo la preghiera serale in moschea. Sedere con loro significa provare la ricchezza della tradizione di studio di Fez e di Marrakech. Il modo in cui gli anziani insegnano ai più giovani il tajwid, l'arte della recitazione del Corano, ricorda il tradizionale rapporto tra insegnante e studente che ancor vive nella loro terra. Vengono da una ricca tradizione di studio affinatasi nei secoli e ricca di sfumature. Uno studente deve acquisire -tra le altre cose- padronanza dell'arabo, della filologia, della grammatica, dell'esegesi coranica, della giurisprudenza e dell'etica. Soltanto dopo il suo insegnante potrà rilasciargli un Ijaza, il permesso per insegnare. Uno studio tanto approfondito richiede ben più tempo che i pochi anni sufficienti ad ottenere una laurea in studi islamici presso una università islamica moderna. A Ladbroke Grove in pochi avevano tempo per un simile cursus studiorum: Fatlum meno che mai.
Si trova poi la versione modernista e competitiva della tradizione salafita ispirata da Muhammed ibn Abdul Wahab, uno studioso revivalista del diciottesimo secolo. La sua corrente invocava un monoteismo rigoroso e rifiutava l'adesione ad una scuola di giurisprudenza o di misticismo, e i precetti che le sembravano costituire aggiunte di tipo culturale. Questa tendenza ritiene che fae eccessivo affidamento su una cieca imitazione, o sul taqlid degli studiosi porti fuori strada e cerca invece di porre il devoto a diretto contatto con le fonti della religione e condurlo così più vicino a Dio. Il salafismo è attraente per il suo semplice invito all'autenticità. Un devoto così lo riassume: "L'Islam è semplice: il Corano e la Sunna sono tutto quello di cui c'è bisogno".
Di quando in quando i suoi adepti cadono nella trappola di interpretare i testi senza avere delle buone competenze di base. Il salafismo non apprezza quella che viene spregiativamente chiamata cieca imitazione, il taqlid di uno studioso. A chi torna alla devozione e si reca in Golborne Road per cercare lumi in materia di religiosne non serve uno specialista nel ramo: potrebbe semplicemente aprire il Corano e usare come guida la canonica parola del Profeta. Non occorrono intermediari per trarre il succo da quella apparentemente contraddittoria mole di detti profetici e di versi coranici. Per i critici del salafismo il problema è proprio questo. Questi neofiti preferiscono soddisfare la propria avida sete bevendo direttamente dall'immenso e salato oceano invece di lasciare che sia lo studioso a rendere loro potabile l'acqua di quel mare. Bere direttamente dall'oceano porterebbe alla pazzia, o al minimo a gesti avventati. Proprio questo ha lamentato un membro della famiglia di Hamza Parvez all'epoca del suo ritorno alla fede: "E' successo lo scorso anno. Iniziò ad inossare il thawb e a dire le prghiere, e quello che più mi dette fastidio fu quando iniziò a dire a sua madre come doveva comportarsi. Quella sua presunta superiorità che gli veniva da pensare che sua madre fosse una ignorante".
Di certo le risposte e le poche righe scritte sulle pagine di Tumblr, i dialoghi su Ask.fm di alcuni tra questi combattenti dello Stato Islamico sembrano delle fatwa, dei pareri legali vincolanti dal punto di vista religioso. 
Un altro modo di manifestarsi dei salafiti a Ladbroke Grove è il movimento salafita jihadista. Come nota Jonathan Birt in Radical Nineties revisited: jihadi discourses in Britain[4] il fatto che molti di questi ideologi radicali dello jihadismo salafita abbiano potuto operare così liberamente nel corso degli anni Novanta comporta che c'erano tutte le premesse perché il movimento fosse in piena floridezza quando Fatlum vi è venuto in contatto. Come mi ha raccontato un giovane imam cresciuto in zona, lo jihadismo salafita ha sempre avuto una solida tradizione nella parte occidentale di Londra. La cosa aveva a tal punto infastidito questo mio interlocutore, che aveva deciso di trasferirsi altrove. In sostanza, lo jihadismo salafita pensa che solo tramite il jihad la comunità musulmana mondiale possa ripristinare la propria dignità e la propria potenza; per certi aspetti, le concezioni del movimento ricordano a tratti quelle di Frantz Fanon. Come ha detto Abdallah Azzam, che è una delle icone del movimento nonché il padre del jihad afghano, "gli uomini hanno bisogno del jihad più di quanto il jihad abbia bisogno di uomini". Il pensiero dello jihadismo salafita ha rappresentato una risposta al plurisecolare declino della potenza musulmana a livello mondiale e all'imperversare dell'Occidente all'interno delle società musulmane. I gruppi di Ladbroke Grove, per via di un insieme di fede e di retaggio culturale seguivano con profondo interesse gli avvenimenti mediorientali, soprattutto il conflitto tra palestinesi e stato sionista. L'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 fece sì che il pensiero dello jihadismo salafita acquisisse maggiore diffusione nella comunità, soprattutto tra i più giovani. Il fratello maggiore di Fatlum apparteneva sicuramente a questa corrente ideologica e anche se Fatlum potrebbe non esserlo stato, in compagnia di suo fratello e di altre persone che la pensavano allo stesso modo finì certamente per diventarlo.

Ladbroke Grove. Si va in skateboard in West Way.

La cultura delle gang ed il sottile tramite della religione

Fatlum comunque è cresciuto in un milieu in cui religione e cultura delle gang avevano taciti interscambi. Nel variegato affresco umano di North Kensington prospera la sottocultura delle gang. In giro per i caseggiati gli operatori di strada combattono una continua e difficile battaglia non contro il radicalismo, ma contro i problemi di ogni giorno che la maggior parte delle comunità del centro cittadino devono affrontare. Nella zona vivono per lo più marocchini, che vivono asptri scontri a North Kensington. In Paradoxes of social capital: a multigenerational study of Moroccans in London, nel 1998, Myriam Cherti scrive che Golborne Ward [5] rientrava nell'1% dei quartieri più svantaggiati del paese; nel 2012 la situazione non era cambiata gran che, perché il quartiere veniva collocato al secondo posto nella classifica dei peggiori quartieri di Londra [6]. La stessa Cherti scrive in un saggio redatto per il Runnymede Trust e intitolato British moroccans, citizenship in action che nella zona erano "endemici" la povertà e i contesti svantaggiati. Gli operatori di strada che ho incontrato cercavano sempre di indurre i ragazzi a incanalare le loro risorse in attività più costruttive. Uno degli operatori più intraprendenti che chiamerò Khaled mi ha detto "tiro fuori i soldi di tasca mia, gli compro pollo e patatine e allora cominciano a venire agli incontri". Solo che il taglio dei fondi mette in difficoltà gli operatori. Khaled si lamenta perché le altre organizzazioni giovanili ricevono fondi da diversi finanziatori, mentre gli unici soldi a disposizione per i gruppi marocchini arrivano per lo più dal programma Prevent, la discussa iniziativa antiterrorismo messa in piedi dal governo. Non che questo cinismo sia una novità. Fin dal 2009 le relazioni del Runnymede Trust affermano che "le organizzazioni più piccole sono scontente del fatto che il Comune le abbia trattate male nella distribuzione dei fondi, favorendo determinati progetti e impedendo di sviluppare altre opportunità". Khaled mi ha spiegato che i problemi principali nel quartiere sono ancora le droghe, le rapine a mano armata, gli scontri tra bande, le ragazze madri e la mancanza di senso civico, più che il terrorismo o il radicalismo. A questo operatore di strada non importava che cinque ragazzi avessero lasciato il quartiere per unirsi allo Stato Islamico: doveva andare in giro ad arginare "ragazzi che si accoltellano l'un l'altro per un telefono cellulare. Qui in zona la cultura delle gang tocca tutti i ragazzi".


Con la ghettizzazione arrivano anche i problemi sociali. Le droghe e la criminalità sono una caratteristica di Ladbroke Grove fin dagli anni Novanta. In tutta la zona occidentale di Londra, Golborne Road era il miglior posto per trovare eroina e fumo. Chiunque fosse cresciuto in zona sapeva che Ladbroke Grove si era accaparrata tutto il giro. Si andava in giro in macchina e qualche spacciatore ti avrebbe dato la mano, avrebbe mollato la roba e si sarebbe allontanato nelle sue scarpe da ginnastica. Anche prendendo servizio in borghese ci sarebbero stati dei bei problemi a cercare in giro per i palazzoni un simile fantasma. Solo che il tempo è passato e questi ragazzi, per lo più provenienti dalla chiusa cerchia della comunità marocchina, hanno iniziato a sentire che nella loro vita la religione aveva un certo impatto. I loro genitori invecchiavano, e diventavano sempre più devoti. Loro stessi avevano messo su famiglia nel quartiere, e ora che ognuno aveva fatto la profonda esperienza di avere una famiglia propria anche loro avevano iniziato a prendere in considerazione il significato più profondo della vita. "Una volta che un uomo ha preso in braccio un proprio figlio", ha detto un tale, "inizia a pensare al suo futuro, non c'è nulla da fare. Così vuole Iddio". In poche decine di anni gli stessi spacciatori che avevano mollato la roba a clienti avidi su erano fatti crescere la barba e si erano messi a pregare cinque volte al giorno cercando il modo di redimersi. Questi uomini venuti su alla scuola delle legnate avevano scoperto che lo jihadismo salafita si addiceva al loro temperamento, così come qualcuno dotato di uno spirito un po' più creativo avrebbe potuto preferire la comprensione dell'Islam propria dei Sufi.

Golborne Road

Nonostante i pregiudizi che la comunità marocchina di North Kensington deve affrontare, l'impegno in politica è sempre stato sentito, soprattutto a livello locale. Solo che come ha mostrato l'inchiesta del Runnymede Trust, verso la politica c'è anche sfiducia, soprattutto tra quelli della seconda generazione. L'invasione dell'Iraq nel 2003 è diventata il principale argomento di polemica. I dieci anni di vessatorie sanzioni che la avevano preceduta, e che avevano provocato la morte di mezzo milione di bambini con il Segretario di Stato statunitense Madeleine Albright ad asserire che "ne era valsa la pena", avevano riscaldato gli animi. Per molta gente di Ladbroke Grove la guerra in Iraq non fu certo come la pubblicità dei cosmetici. Molto tempo prima che dal quartiere venissero fuori appartenenti ad Al Qaeda come Bilal Berjawi e Ramzi Mohammed, si sentiva già dire in giro che certi anglomarocchini vecchio stile esprimevano il loro disappunto abbracciando l'ideologia dello jihadismo salafita e anche cercando di partire per unirsi agli insorti in Iraq. Si parlava sempre di delinquenti provenienti da Ladbroke Grove, sospettati dui una serie di crimini perpetrati nella zona occidentale di Londra e nelle sue vicinanze per finanziare attività jihadiste. Si diceva che questi crimini fossero giustificati con l'artificio legale che si viveva in Dar al Harb, la "terra della guerra", un concetto islamico classico sviluppato da un corpus di giurisperiti islamici durante il medio evo per indicare i territori con i quali il mondo islamico si trovava in guerra. Come vi dirà qualunque giurisperito, il concetto di jihad è un termine onnicomprensivo che si riferisce al combattimento e che ha sfumature, contestualizzazioni e significati diversi che cambiano con il tempo e con lo spazio. Ad esempio, se il nemico mutilava i tuoi caduti non eri autorizzato a fare altrettanto perché la cosa era considerata contro giustizia e direttamente contraria ai precetti divini. Alcuni di questi assunti, sia pure in numero minoritario, ammettevano che gli invasori delle terre musulmane venissero ripagati della stessa moneta, sia pure in circostanze eccezionali: questo significa che tutto diventava possibile; dall'inganno alla rapina fino alla presa delle donne come schiave e così via. Un credente mi confidò, a condizione di poter restare anonimo, che un "tizio di Grove" era stato così sfacciato da rapinare un portavalori e da arrivare poi in moschea per la preghiera del tramonto tenendo con sé la cassetta del denaro e quindi portarsela a casa come se nulla fosse. Si diceva anche che alcuni elementi del genere si fossero uniti in Siria ai più piccoli battaglioni delle fazioni ribelli più frammentate, come le brigate Katibat al Khattab e Sham al Islami, la seconda delle quali costituita a maggioranza da uomini provenienti dal Nord Africa.
Di questi jihadisti salafiti di Ladbroke Grove si può dire che cosa non erano: a differenza di molti appartenenti alle più giovani generazioni di jihadisti, non si trattava di individui smaccatamente ed esplicitamente takfiri nel modo in cui lo sono gli aderenti allo Stato Islamico. C'erano ovviamente delle eccezioni, ma i più non emettevano anatemi di quel genere. Si considerino per esempio le asserzioni di Adam Gadah -negli ultimi tempi portavoce di Al Qaeda- sull'esecuzione di Alan Hennings e sulla posizione dello Stato Islamico: a suo dire si trattava di un gesto peccaminoso. Che piaccia o non piaccia, lo jihadismo salafita elabora una propria teologia, dispone di pensatori, di studiosi e di una tradizione. Di solito i combattenti più anziani, quelli della generazione di Gadahn, si attengono a questa struttura. Avevano considerato l'Occidente come una potenza colonialista infedele ed oppressiva cui ci si doveva opporre, ma i musulmani che la pensavano diversamente non venivano considerati infedeli in blocco. Questo jihadismo salafita rispettava ancora le tradizioni e la sacralità del sangue dei musulmani, anche se non ne avevano nessuno per le leggi del Regno Unito. Solo che come ha avuto a dirmi un imam che conosce sia  il quartiere sia quelli che la pensano in questo modo "Se è la vittoria ad ogni costo che questi vogliono, adottando un punto di vista tanto privo di compromessi hanno sostanzialmente abbandonato qualunque considerazione etica sulla legge sacra; il Profeta e i suoi compagni hanno forse fatto quello che hanno fatto loro? Certo che no, quello che il Profeta e i suoi fecero davvero fu dare campo libero alla generazione successiva alla loro, che avrebbe potuto fare quello che voleva".
Nonostante i problemi che ovviamente lo jihadismo salafita solleva all'interno dell'elaborazione intellettuale dell'Islam come al di fuori di essa, la vecchia generazione ha faitcato a capire questa nuova leva di jihadisti salafiti. Gli jihadisti di vecchio stampo criticano la generazione di Fatlum perché è sfuggita ad ogni controllo. Pochissimo tempo fa il religioso salafita giordano Abu Qatada, uno dei principali ideologi di questa corrente, ha criticato il comportamento dei giovani occidentali che arrivano in Siria privi di qualunque formazione religiosa e si mettono ad uccidere giurisperiti con anni di studi alle spalle. Si dice che la nuova generazione manchi di tarbiyyah, della capacità di adattarsi ai contesti; la sua sincerità non basta. Manca senza dubbio un legame tra le due generazioni. Per molti versi, il conflitto tra Fronte an Nusra e Stato Islamico riflette quello che c'è tra jihadisti di vecchia e nuova scuola. Le nuove leve dello jihadismo salafita vengono considerate più radicalmente, più virulentemente takfire: non gli importa nulla di una tradizione che magari potrebbe porre loro un freno, dello studio, di qualunque legge che non sia la loro. Quest'idea pare tovare conferma in Thomas Pierret, ricercatore all'Università di Edimburgo e autore di Religion and state in Syria: the sunni ulama from coup to revolution. In uno scritto su Facebook dice che gli jihadisti della vecchia generazione
erano motivati dalla volontà di difendere dall'oppressione il musulmano loro prossimo. La loro propaganda era una lamentela senza fine sulle sofferenze dei musulmani in tutto il mondo. La generazione di combattenti stranieri dello Stato Islamico è completamente diversa. La loro propaganda e il loro modo di comportarsi fanno pensare che non soltanto siano del tutto indifferenti alle sofferenze dei siriani, ma che provino gusto ad imporre ad essi una brutale forma di oppressione intesa come parte della loro utopia narcisistica da colonialisti
Vero è che gli jiadisti giovani di Ladbroke Grove, quelli come Fatlum, erano diversi. Secondo un amico, Fatlum si abbigliava "da vero takfiro", ma non ne faceva bella mostra a fini di proselitismo sui media sociali, come facevano invece altri combattenti dello Stato Islamico. Per lui, il sacro ed il profano si mescolavano con la cultura pop. Questi ragazzi hanno uno stile tipicamente postmoderno che mescola senza problemi l'iconografia del jihad con quella di Call of Duty. Ali è uno studente che è sempre vissuto a Ladbroke Grove; in un caffè all'italiana mi ha detto senza mezzi termini dov'era secondo lui il problema: "Non è tutto qui, il fatto è che ci sono parecchi ragazzi di strada che non sanno nulla della fede e che scoprono Anwar Awlaki su Youtube. E' questa la tragedia. E per giunta guardano roba che va dal Signore degli Anelli a 300, da Salvate il soldato Ryian fino a Black Hawk Down: tutte cose in cui la cultura occidentale celebra l'eroismo e il sacrificio di sé. Qualcuno ha il padre che ha combattuto in Afghanistan, poi hanno imparato per la strada ad avere una mentalità da combattenti. Se a quel punto ci metti sopra la religione, che dice che si devono aiutare i deboli e gli oppressi, ecco pronto uno jihadista da strada. E' qualcosa di prevedibile. Guarda, la maggior parte di questi elementi si è unita allo Stato Islamico; quelli che avevano un qualche briciolo di fede non l'hanno fatto".
Mohammed Nasser, l'amico di Fatlum, era proprio un caso del genere. Se si scorre il susseguirsi dei suoi messaggi su Twitter si nota che Grand Theft Auto vi ricorre tanto quanto il concetto di martirio, anche se quel gioco è probabilmente quanto di più opposto esista rispetto all'etica e alla morale islamica. Su Twitter è passato da parlare dei suoi amici a scrivere a gente che diffondeva messaggi favorevoli allo Stato Islamico, come Shamiwitness[8]. Le connessioni di questo tipo, la cultura che stanno creando sono peculiari della loro generazione. Hanno un loro vocabolario, hanno sovrapposto lo jihadismo salafita ai panni che indossavano di solito e lo hanno mescolato con il ribellismo da strada infiorettandolo poi con Anwar Awlaki, col Corano, con la Sunna e con un po' di vita da prepotente. Potrebbero desiderare ardentemente il perdono e il paradiso: nel loro ardore giovanile hanno bisogno di avventura e di senso di appartenenza. L'iperbole presa dal lato occidentale ha finito per diventare "la terra dei musulmani deve essere difesa". La nuova generazione di jihadisti di strada ha mandato in corto la tradizione dello jihadismo salafita e l'ha fatta diventare qualcosa del genere "musulmani, e stop. Che cosa, non importa". La loro reazione non è stata diversa da quella del patriota ameriKKKano che urlava "AmeriKKKa, e stop. Che cosa, non importa". Questi ragazzi, sicuramente in buona fede, si erano dati una regola da soli e potevano partire all'attacco e andare contro i principi islamici meglio radicati. Sono stati questi ragazzi ad unirsi allo Stato Islamico.


Quando Abdel Majed ABdel Bary, un ventitreenne di Maida Vale, ha mostrato una testa mozzata e ha scritto a chi lo seguiva su Twitter che stava "cazzeggiando col mio amico o con quello che ne resta"[9], a detta di molti è andato contro il concetto tradizionale di cavalleria, e in generale contro tutto quello che il jihad rappresenta. "Non si dice che la guerra sia una passeggiata; la guerra è brutta e schifosa. Lo spirito essenziale del jihad è che anche quando un uomo può permettersi di comportarsi nel modo più brutale e spietato, egli non si arrende ai propri più bassi istinti. E' facile mostrarsi clementi, pietosi e civilizzati nella vita quotidiana, ma in guerra un uomo può davvero mostrare l'autentica nobiltà della sua natura mostrandosi misericordioso, clemente e cavalleresco, anche quando gli è stato fatto del male e il suo istinto gli dice di comportarsi in modo brutale e spietato. Ecco: molti combattenti dello Stato Islamico tutto questo se lo sono dimenticato" ha detto un imam che ha chiesto di restare anonimo.
Una rapida scorsa della letteratura medievale su famosi guerrieri musulmani li mostra tanto capaci di fare la guerra quanto dotati di cultura; l'autobiografia di Osama bin Munqidh -un cavaliere delle crociate del XII secolo- o la biografia del Saladino scritta da Ibn Shaddad ne fanno fede: sia l'uno che l'altro sono capaci di mostrarsi magnanimi nei confronti dei nemici. Se si legge la storia di Chadži-Murat di Lev Tolstoj, un romanzo breve che il critico letterario Harold Bloom definì "sublime", si apprezza la profonda ammirazione di Tolstoj per un combattente musulmano, per uno jihadista che aveva rifiutato di chinare la testa davanti alle prepotenze del mondo, prime ta tutte quelle della Russia zarista. Si arrivi velocemente al ventesimo secolo e si consideri Abdullah Anas, un veterano del jihad afghano e genero di Abdullah Azzam: un uomo disgustato dalle sbruffonate di questi ragazzini armati che ammazzano qualcuno e poi lo fanno sapere su Twitter. Come ebbe a dirmi nel suo ufficio nella zona nord di Londra,
"I prigionieri hanno ogni diritto. Noi gli davamo da mangiare quello che mangiavamo noi, gli davamo gli stessi vestiti e li facevamo vivere come vivevamo noi. Dopo qualche mese molti dei soldati sovietici iniziarono a pensare di non esser dei prigionieri da come li trattavamo bene. Con il nostro comportamento, gli avevamo mostrato che non eravamo gente sanguinaria. Alcuni di loro sono diventati musulmani, con qualcuno siamo amici ancora oggi". [10]
Per i vecchi combattenti gli Abdul Barys di questo mondo sono solo l'espressione del bullismo da strada che a Ladbroke Grove è roba di ogni giorno: cambia solo la collocazione geografica. Cos'è cambiato allora, nel tempo che separa gli jihadisti all'antica da quelli che oggi si uniscono allo Stato Islamico? Secondo Bilal Abdul Karim, uno statunitense convertito all'Islam che fa il giornaliste freelance e ha passato parecchio tempo nella Siria prostrata dalla guerra si tratta di una questione in cui predominano l'ignoranza e la perdita di ogni principio morale. Comodo in un caffè, mentre sorseggiava un latte caldo e sbocconcellava uno di quei dolci con le gocce di cioccolato, mi ha detto che almeno qualcuno di questi combattenti "è veramente animato da intenzioni sincere, ma siccome non ha le compentenze di base necessarie si attacca a qualche gruppo che pensa lo porterà verso Dio, e così si fa fregare... Non ci posso credere... Una volta eravamo in macchina e questi stavano discutendo se fosse o meno ammissibile sparare a donne e bambini. Io gli faccio qualcosa come 'Ma fratelli, perché mai discuterne? L'Islam non lo permette.' Questo, per dirti quanto erano ignoranti". Gli amici dicono che quando se ne andò Fatlum aveva una conoscenza dell'Islam piuttosto elementare, ma curata ad opera dei raccoglitori di proseliti dello Stato Islamico.
Fatlum è partito, ma non sono state solo la fede e l'ignavia della comunità internazionale a far sì che se ne andasse. In gioco c'erano dei fattori complessi, l'influenza di determinati individui, il filtro rappresentato dal pensiero dello jihadismo salafita, la cultura da bullo di periferia, l'identità, o il bisogno puro e semplice di avventure e di stupore. Ecco cosa l'ha messo su quel volo per la Turchia. Nella primavera del 2013 i fratelli andarono in Turchia passando per l'uscita da un altro paese europeo.
Per il loro padre Muhamet la novità fu un trauma assoluto. I due fratelli avevano tenuto le famiglie all'oscuro della loro conversione ed una volta in Siria tennero labili contatti con i familiari. Dicevano ai genitori che lavoravano nei soccorsi. La madre di Fatlum cadde in una grave depressione. I genitori non denunciarono immediatamente la scomparsa dei figli, ma la cosa venne notata: la polizia sapeva che se ne erano andati. Il padre disse che erano venuti quelli del reparto speciale e si erano portati via i computer dei ragazzi. Forse pensava, da ingenuo, che gli avrebbero dato una mano a ritrovarli. I poliziotti si erano interessati a loro due in seguito alla rivelazione della vera identità di jihadi John.
In Siria quella che era cominciata come una vera e propria rivolzuione aveva inziato a ricordare l'Andalusia del XII secolo ai tempi dei Muluk at Tawa'if, i Re delle Fazioni. Gli emiri del polverio di principati andalusi, sostenuti da vari re cristiani, si facevano la guerra l'un l'altro per primeggiare sulla penisola iberica. Molti combattenti venuti da fuori per combattere contro Assad si sono invece ritrovati in mezzo a questo scontro fra fazioni ribelli. Abu Layth al Khorosani o Anil Khalil Raoufi di Manchester, per esempio, sono morti combattendo contro il Libero Esercito Siriano invece che contro Assad. Quando sono iniziati i combattimenti fra Stato Islamico e Fronte an Nusra, un amico rimase stupito del fatto che i due fratelli non si fossero fatti coinvolgere nelle lotte intestine tra jihadisti esplose nel gennaio del 2014. Fatlum aveva deciso abbastanza presto da che parte stare. Contrariamente a quello che è stato scritto, i due fratelli non hanno disertato dal Fronte an Nusra. Dopo essersi addestrati con la Katibat al Muhajireen (KaM) comandati da Omar Shishani, originario della Georgia, e dal suo ex vicecomandante Abu Mus'ab al Jazairi, entrarono nello Stato Islamico. Non si sa bene perché i ragazzi lasciarono la Katibat al Muhajireen. Forse seguirono Omar Shishani dopo che ebbe giurato fedeltà allo Stato Islamico, o forse speravano di unirsi ad un gruppo che gli aprisse la via per il Paradiso. Difficile dirlo. In ogni caso non vollero combattere contro i loro ex compagni e questo gli guadagnò il rispetto anche dei loro nemici. La ragione per cui finirono in Iraq può essere questa, cioè il fatto che non volevano combattere contro gli ex compagni e preferirono invece combattere contro gli sciiti e lo YPG curdo: i primi sono eretici agli occhi dei salafiti, i secondi degli atei senza dio per via delle loro idee laiche o comuniste.

Al centro, Abdullah Anas

Flamur Shalaku o Abu Sa'ad, come si faceva chiamare, è stato ucciso nel marzo 2015 in Iraq. Suo padre Muhamet ha ricevuto una telefonata in cui una voce molto disturbata e con accento arabo parlava in uno stentato inglese dicendo "Per tuo figlio tutto va bene". Il padre non è devoto, quindi non ha capito il significato della frase. Mi venne a cercare una sera di pioggia a Whitechapel per vedere se mi riusciva di capire dov'era. Non sapevo come dirglielo, il suo naso rosso con sottili venature rossastre lo indicava come estimatore del Jack Daniels, sicché gli dissi che un uccellino mi aveva fatto sapere che Abu Sa'ad era stato ucciso.
Barcollò, poi si scosse, gli si inumidirono gli occhi e per un attimo gli tremarono le labbra. Io volevo abbracciarlo, mi sentivo uno stronzo. Solo che lui non si lasciò abbracciare e si ricompose. Mi disse della telefonata e gli spiegai che cosa voleva dire.
"Per lo Stato Islamico morire vuol dire morire da martiri. Per loro è una bella notizia".
"Non so cosa dire a sua madre", disse come se Flamur fosse ancora vivo. "C'è il modo per far tornare Fatlum? Ho bisogno di dirgli di tornare! Se perdiamo anche lui, per noi è finita, capito? Finita. Per adesso a lei non dirò nulla".
Un mese dopo fui io a chiamarlo, per chiedergli della morte di Fatlum.
Forse il fatto che Flamur fosse morto fece decidere a Fatlum di raggiungerlo. Già aveva perso Mohammed Nasser, e ora era toccata a suo fratello. E allora è salito su un camion pieno di esplosivo, ha alzato il dito fuori dal finestrino perché lo fotografassero e si è diretto contro l'obiettivo. Si è fatto esplodere sperando di andare in paradiso. I suoi amici dello Stato Islamico si sono rallegrati per la sua autoimmolazione, ma l'eco dell'esplosione è arrivato fino a Ladbroke Grove. Gli amici di qui e la gente del quartiere sono rimasti scioccati dal destino di un ragazzo così benvoluto. Qualcuno tra i più giovani ha pensato che sia morto per quello in cui credeva: "era un uomo d'azione, sai, dice quello che c'è da dire e prende la strada che c'è da prendere". I più anziani hanno il presentimento che ancora una volta i riflettori si accenderanno su una comunità che ha problemi ben più grandi che lo Stato Islamico.

[1] Blocco di abitazioni popolari costruito all'inizio degli anni Settanta [n.d.t.]
[2] Cantante popolare tra i giovanissimi, ex appartenente di un gruppo chiamato One Direction [n.d.t.].
[3] http://www.itv.com/news/2015-05-22/revealed-the-british-schoolboy-who-became-an-islamic-state-suicide-bomber/
[4] https://www.academia.edu/8689148/The_Radical_Nineties_Revisited_Jihadi_Discourses_in_Britain
[5] https://books.google.co.uk/books?id=lf1YAQAAQBAJ&pg=PA20&lpg=PA20&dq=british+moroccans+are+marginalised&source=bl&ots=I4vsPXJqsi&sig=V4s4EkLI-he1KF23UdMey7ZKG-c&hl=en&sa=X&ei=URqTVcCkNMa4UbfIgagF&ved=0CFIQ6AEwCQ#v=onepage&q=british%20moroccans%20are%20marginalised&f=false
[6] http://www.kcsc.org.uk/news/8-mar-2012-1448/golborne-ranked-second-most-deprived-ward-country
[7] Scritto su Facebook il 7 luglio 2012
[8] http://www.channel4.com/news/unmasked-the-man-behind-top-islamic-state-twitter-account-shami-witness-mehdi
[9] http://www.dailymail.co.uk/news/article-2723659/ISIS-militants-seize-key-towns-villages-close-Syrian-border-Turkey.html
[10] http://eng.majalla.com/2014/02/article55248465