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28 febbraio 2023

Alastair Crooke - La incessante guerra cosmica di Biden contro il Male russo: manicheismo e ideologia da impero liberale


Traduzione da Strategic Culture, 27 febbraio 2023.

 "Le brame di un autocrate non si possono soddisfare. Si devono contrastare. Gli autocrati capiscono solo una parola: "No". "No". "No". (Applausi). "No, non prenderete il mio Paese". "No, non prenderete la mia libertà". "No, non prenderete il mio futuro... Un dittatore che voglia ricostruire un impero non sarà mai in grado di alleviare [cancellare] l'amore del popolo per la libertà. La brutalità non potrà mai distruggere la volontà dei liberi. E l'Ucraina - l'Ucraina non sarà mai una vittoria per la Russia. Mai".(Applausi)."State con noi. Noi staremo con voi. Andiamo avanti... con la costante dedizione al nostro essere alleati non delle tenebre, ma della luce. Non dell'oppressione, ma della liberazione. Non della prigionia, ma, sì, della libertà".

Il discorso di Biden a Varsavia -completo di effetti di luce e di un fondale impressionante che ricordava il discorso alla Liberty Hall in cui cercò di ritrarre gli oppositori interni del Make AmeriKKKa Great Again come una grave minaccia per la sicurezza del paese- ricorre ancora una volta a un manicheismo radicale per raffigurare stavolta la Russia, contrappunto esterno alla relativa minaccia del MAGA statunitense, come il fondamento dell'epica battaglia tra la luce e le forze delle tenebre. L'eterna lotta indomabile che va essere combattuta all'infinito e vinta in modo schiacciante.
Ancora una volta, come nel suo discorso alla Liberty Hall, Biden non ha presentato alcun piano concreto. Qui a Varsavia, con il tempo che fa invecchiare i suoi piani per l'Ucraina e con i realisti statunitensi e i falchi cinesi che guadagnano sempre più consensi in patria, Biden ha elevato la lotta dal piano concreto a quello metafisico.
In questo modo, sta cercando di cementare il profondo ethos missionario dell'AmeriKKKa con una incessante guerra cosmica contro il Male russo. Spera di legare la classe dirigente americana alla lotta metafisica condotta per la "luce". Se Biden dovesse continuare a rimanere in carica, spera con questo sia di "definire" se stesso, sia di fare di questa lotta globale un fattore di coesione per gli ameriKKKani per il tempo venire. In poche parole, il suo inquadramento metafisico è destinato a contrastare i realisti che chiedono un cambiamento di linea politica.
Il manicheismo non è una novità: è un culto antico con radici profonde nel cristianesimo latino (e probabilmente Biden è almeno in parte d'accordo nel vedere Putin come il Demiurgo, l'anti-Dio "oscuro").
Funzionerà, quindi? In ogni caso, la contesa in atto nel mondo politico statunitense è questa. Ai livelli più alti, le élite sono più interessate al potere e al denaro che alla metafisica; il tentativo di Biden di trascendere quest'ultima e di mettere insieme un esercito "non di tenebre, ma di luce; non di oppressione, ma di liberazione; non di prigionia, ma, sì, di libertà" sarà più probabilmente considerato come un riflesso della sindrome di derangement di Biden, del suo distacco dalla realtà, in altre parole della sua eccentricità.
Se molti degli establishment che si confondono gli uni con gli altri (lo "Uniparty"[*]) vogliono questa guerra non sarà certo per virtù, ma per far arricchire il complesso industriale militare. Se queste élite si stanno allontanando dai propositi bellicisti è perché pensano che il settore abbia bisogno di tempo per rinnovarsi -e per rifornirsi- in modo da affrontare la Cina.
"Le democrazie di tutto il mondo saranno a guardia della libertà oggi, domani e per sempre... Questo è ciò che gli ameriKKKani sono e questo è ciò che gli ameriKKKani fanno", ha detto Biden.
Ma il panorama politico non è più un monopolio della squadra di Biden. Trump ha risposto: "La terza guerra mondiale non è mai stata così vicina"; e ha dato la colpa a "tutti i guerrafondai e i globalisti dell'AmeriKKKa per ultima dello Stato profondo, del Pentagono, del Dipartimento di Stato e del complesso industriale della sicurezza nazionale". L'ex presidente ha citato in particolare Victoria Nuland che, a suo dire, era "ossessionata dall'idea di spingere l'Ucraina verso la NATO".
Anche il governatore della Florida DeSantis insiste sul fatto che l'amministrazione Biden ha "effettivamente [dato a Kiev] un assegno in bianco senza un chiaro obiettivo strategico". "Non credo che sia nel nostro interesse entrare in una guerra per procura... per questioni come i confini [ucraini] o la Crimea", ha detto DeSantis.
Il senatore repubblicano Hawley una settimana fa ha tenuto un meditabondo discorso alla Heritage Foundation: "È difficile sfidare quelli dello Uniparty: sono diventati molto bravi a raccontare la loro storia preferita. Ecco perché chiunque li metta in discussione viene definito "antiameriKKKano" o "burattino di Vladimir Putin" da centinaia di voci diverse".
"Ma oggi voglio dirvi qualcos'altro. Voglio dire la verità. E la verità è che agli ameriKKKani è stata rifilata una menzogna. La nostra attuale politica estera non funziona. Sta cadendo a pezzi, e lo Uniparty si sta dando da fare meglio che può per rattopparla, staccando assegni in bianco ad altri paesi". Detto semplicemente: "siamo impegnati al di là dei nostri mezzi, presi nella morsa di un'ideologia da impero liberale".
È sufficiente questo perché qualcuno tiri fuori i denti? O per spingere qualche esponente dello Stato profondo nell'ufficio di Biden a dire piano "Ricordate cosa è successo a Nixon?" "È ora che molliate Zelensky; (che peccato che Hunter finisca in prigione...)"?
C'è tuttavia un altro aspetto del ricorso di Biden al manicheismo metafisico che comporta conseguenze reali e tangibili. Anche in questo caso, non si tratta di una novità. Piuttosto è uno di quei casi in cui riemergono vecchi demoni. Ecco il premier estone Kaja Kallas alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, a dire che "i Paesi della NATO devono prendere il controllo di Mosca e reimpostare con la forza la mentalità dei cittadini russi: l'intera popolazione russa dovrebbe essere rieducata per eliminare ogni traccia di sogni imperialistici" sostenendo che in assenza di questa riabilitazione obbligatoria "la storia si ripeterà" e l'Europa non sarà mai al sicuro.
Il Ministro della Difesa tedesco Annalena Baerbock ha mandato un analogo avvertimento a quel 90% del mondo che non si è schierato dalla parte degli Stati Uniti e dell'Unione Europea: "La neutralità non è un'opzione, perché in tal caso si sta dalla parte dell'aggressore... schieratevi, dalla parte della pace, dalla parte dell'Ucraina, dalla parte del diritto umanitario internazionale. Di questi tempi questo significa anche consegnare munizioni, affinché l'Ucraina possa difendersi".
Sì, accanto a questo manicheismo europeo si può scorgere l'inclinazione verso un nuovo razzismo: un antico virgulto che ha un lungo rizoma affondato nel nazionalismo radicale ucraino e altri che si avvolgono alle strutture principali dell'Unione Europea, intanto che le élite europee discutono imperterrite se la Russia non sia stata sufficientemente "pacificata" dopo la Seconda Guerra Mondiale e se sia necessaria una riabilitazione più radicale.
L'ascesa di questa classe che si considera accreditata a decidere se la cultura russa debba essere cancellata -e "rimodulata"- rappresenta una dinamica particolarmente perniciosa nella politica mondiale. Sta guadagnando peso sia negli Stati Uniti che in Europa, man mano che la guerra culturale si diffonde nella geopolitica. Questo senso di superiorità e di impunità, di per sé, provoca un aumento delle tensioni e del rischio di guerra. A Wolfgang Streeck, direttore emerito dell'Istituto Max Planck per lo studio delle società con sede in Germania a Colonia, è stato chiesto il significato di Zeitenwende ("punto di svolta") secondo il cancelliere Scholtz. Ha risposto:
Il discorso sulla Zeitenwende è stato una risposta all'intensificarsi delle pressioni... affinché la Germania si allinei alla politica estera degli Stati Uniti e, in particolare, a quella dell'amministrazione Biden. Ciò che è chiaro è che la Zeitenwende di Scholz comporta la promessa -soprattutto agli Stati Uniti- che la Germania d'ora in poi a differenza di quanto fatto in passato agirà in linea con una visione del mondo che contempla una separazione tra l'Occidente e un Impero del Male, o meglio diversi imperi del male, dalla Russia alla Cina all'Iran...". (Nota bene: si tratta di un Leo Strauss allo stato puro, che riprende l'esplicito manicheismo tedesco di Carl Schmitt).
Streeck prosegue:
Tra [Germania e Stati Uniti] e i vari imperi del male la pace è possibile solo temporaneamente e a intermittenza, e solo finché siamo noi a godere della superiorità militare. In linea di principio, noi e loro siamo sempre gli uni contro gli altri. Una vera pace richiede una sovversione delle istituzioni che renda un impero malvagio parte del nostro impero virtuoso, come risultato della sua conversione ai nostri valori. È legittimo usare tutti i mezzi politici, economici e militari per ottenere una simile conversione.
Dopo la Zeitenwende, le guerre saranno sempre dietro l'angolo e dobbiamo essere pronti ad affrontarle. Dovrebbe essere di aiuto il fatto che la politica estera "guidata dai valori" o "femminista" (Baerbock) di un impero virtuoso combatte solo guerre giuste, poiché le guerre contro il Male non possono essere ingiuste. La sottostante visione del mondo non è di tipo social-darwinista, in cui la storia è una battaglia per la "sopravvivenza del più adatto", ma manichea: la storia è una lotta incessante tra il Bene e il Male, in cui le forze della virtù devono fare del loro meglio per prevalere su quelle del male. Prima che abbiano vinto, non ci può essere una vera pace, ma solo cessate il fuoco per motivi tattici. Per una vera pace noi, le forze della virtù, dobbiamo prepararci alla guerra.
Esiste una versione forte e una debole della retorica della Zeitenwende. La versione forte implica che il mondo sia sempre stato così: ontologicamente manicheo. Coloro che in passato hanno avuto una visione diversa sono stati o sciocchi deboli di mente, o codardi che si sono lasciati ingannare dalla propaganda nemica, o traditori. Questo coincide essenzialmente con la visione del mondo dell'ala Clinton del Partito Democratico negli Stati Uniti.
La versione debole, quella che Scholtz ovviamente preferisce, è che di recente il mondo sia cambiato: mentre in passato permetteva la coesistenza pacifica tra regimi e paesi con interessi o "identità" diverse -così che vivere in pace poteva essere preferito a vincere in guerra - ora il nemico è diventato così malvagio che non esiste alternativa morale alla sua sconfitta, costi quel che costi. Oggi il messianismo americano sembra essere migrato in Europa. Allo stesso tempo, Bob Dylan ha ragione: i tempi continuano a cambiare. Quanto a lungo il governo tedesco possa rimanere asservito agli Stati Uniti come ha promesso di fare è una questione aperta, considerando i rischi che derivano dalla vicinanza territoriale della Germania al campo di battaglia ucraino; un rischio che gli Stati Uniti non si trovano a dover condividere. Anche la Francia sta esercitando pressioni affinché la Germania diventi più europea e meno transatlantica, e questo potrebbe, col tempo, avere un suo impatto. Inoltre è probabile che gli Stati Uniti a un certo punto cerchino di "europeizzare" la guerra e di ritirarsi, come hanno cercato di "vietnamizzare" la guerra in Vietnam negli anni '70, sperando che la Germania post-Zeitenwende possa assumersi l'onere di essere il principale sostenitore della loro guerra per procura.
Per quanto riguarda l'Europa, gli Stati Uniti potrebbero non opporsi al fatto che la Germania, la Polonia e altri paesi continuino ad aiutare il governo ucraino a perseguire il suo sogno di vittoria finale sulla Russia, a proprio costo e a proprio rischio. Se consideriamo che la Germania e l'Unione Europea hanno nominato Zelensky e Biden giudici della loro linea politica e con il fatto che ogni seria discussione sugli obiettivi della guerra -ovvero i termini di un accordo- è di fatto preclusa, questa prospettiva è piuttosto spaventosa.
Se l'analisi di Streeck è corretta, l'ideologia in salsa Biden che ora attanaglia le alte sfere europee suggerisce che la conversione dell'Unione Europea alla Zeitenwende rende quasi impossibile qualsiasi relazione futura con la Russia. La convinzione di questa classe di incarnare il futuro del mondo e di essere dalla "parte giusta della storia" mentre gli "altri" (la Russia e gli "autocrati") ne rappresentano solo il lato oscuro, preclude di fatto ogni mediazione. La mediazione con il Male è una tautologia.
La realtà è che l'Unione Europea è impaniata nel tentativo di imporre una "rivoluzione culturale" nel senso che l'ampio ottemperare dei cittadini alle sue norme e alle sue "emergenze" culturali non è sufficiente. Piuttosto, sono i suoi processi di pensiero a dover essere pienamente riflessi nei modi di pensare dei cittadini, in modo che gli atti e i pensieri di ogni cittadino riflettano il "giusto pensiero" dell'Unione Europea. Lo vediamo con la ragazza manifesto del partito della guerra Annalena Baerbock che fa la predica ai paesi non allineati sul fatto che non c'è spazio per la neutralità quando si tratta dell'Ucraina: "O siete con noi o contro di noi; e se siete con noi, allora date munizioni agli Stati Uniti!".
Ebbene, la rivoluzione culturale sta già invertendo il proprio corso. Oggi gli stati che hanno sviluppato una civiltà propria (Russia, Cina, Iran, ecc. e link) pensano che il futuro sia in mano loro e considerano i globalisti stregoni e le loro strutture economiche finanziarizzate come cose che appartengono al passato. Questa inversione è sempre più evidente nella guerra popolare negli Stati Uniti, ma non in Europa.
Ma l'Unione Europea può cambiare in qualche modo, visto che tutti i ponti con cui potrebbe ricollegarsi al futuro sono stati bruciati da tempo? In sostanza, l'Unione Europea è un rullo compressore "offensivo" che si muove sempre più verso il "più Europa".
In ultima analisi, l'UE cambierà a seguito di uno scontro di interessi, di fazioni e forse di una o due implosioni politiche, ma soprattutto a causa degli eventi sul campo in Ucraina a fronte del procedere dell'offensiva russa.
La realtà è stata finora esorcizzata dalla "bolla" della classe che ha in mano le credenziali. Non è chiaro come quest'ultima reagirà al fatto di veder scoppiare il proprio palloncino. Si notano già segni di isteria incipiente. Ma il punto fondamentale è questo: Quando gli Stati Uniti inizieranno a cambiare atteggiamento sull'impegno in Ucraina e cercheranno di europeizzare la guerra, la classe politica non si farà vedere quando ci sarà da combattere sul serio. La classe politica scoprirà presto che nonostante il suo linguaggio infarcito di riferimenti alla lotta per la luce, il numero di europei disposti a morire perché Sebastopoli diventi ucraina sarà davvero esiguo. Baerbock si troverà sola, poiché il resto del mondo si è già spostato verso la Russia (vedi qui) ignorando le sue provocazioni.



[*] Termine del conservatorismo statunitense che indica un miscuglio di Stato profondo ed establishment globalizzato che controllerebbe ogni aspetto della politica e della società.

16 febbraio 2022

Maledetto Katzelmacher. Fantastica storia illustrata di un rapinatore, cantata alla chitarra da Arpad Schmidhammer

 
La prima guerra mondiale, secondo la fin troppo generosa definizione di Alain de Benoist, fu un inutile e mostruoso macello, da cui sono scaturiti tutti i totalitarismi del ventesimo secolo.
A quel susseguirsi di offensive omicide, le une più assurde delle altre lo stato che occupa la penisola italiana iniziò ufficialmente a partecipare il 24 maggio 1915. Appena venti giorni prima aveva denunciato la Triplice Alleanza, nei cui confronti aveva comunque tenuto una condotta diplomatica e politica senz'altro discutibile, e si era schierato con i suoi avversari dietro la promessa di considerevolissime concessioni territoriali.
In pochi mesi la diplomazia regnicola era riuscita a destare ripugnanza negli ambienti asburgici e tedeschi con quello che venne percepito come un tradimento puro e semplice, e al tempo stesso a sconcertare quelli britannici per l'avidità dimostrata nel corso delle trattative.
In ambiente austrotedesco lo stigma di venalità, malafede e propensione al tradimento che già bollava i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana trovò una sorta di coronamento definitivo, con ovvie ripercussioni per la propaganda.
Maledetto Katzelmacher è un opuscolo pubblicato in Germania nel 1915 a cura di Arpad Schmidhammer; se ne fornisce qui una traduzione libera, adatta a essere cantata sulla melodia di Zehn kleine Zappelmänner, insieme a qualche nota per chiarirne il significato.
Il testo accenna con sobria lievità di toni alle suddette virtù patrie mettendo in caricatura un fabbricante di cucchiai che Maledetto lo è tranquillamente anche di nome.
In un periodo in cui gli ambienti politici e gazzettieri della penisola italiana hanno ramazzato senza alcuna discrezione sotto il tappeto la panoplia liberista di cui si sono serviti per trent'anni per sostituirla con le parole d'ordine di un sovranismo d'accatto, testi come questo aiutano a mantenere nei loro confronti una prospettiva confutatrice solida e briosa, resa più incisiva da una buona dose di scherno.


Maledetto Katzelmacher.
Fantastica storia illustrata di un rapinatore, cantata alla chitarra da Arpad Schmidhammer
Ed. Joseg Scholz, Mainz [1915]
 

Maledetto Katzelmacher.
Fantastica storia illustrata di un rapinatore, cantata alla chitarra da Arpad Schmidhammer

 Oggigiorno in questo mondo
è tutto un rapinar,
fra le storie di rapine
la più bella è questa qua:

 

Maledetto Katzelmacher...
appostato si era già;
dagli Abruzzi tagliagole
per passion, necessità.

Qualche volta ci ha ammazzato
e ci ha tolto un gran tesor;
se le cose gli van male
gira i tacchi e prende il vol!

 [L'immagine di Maledetto Katzelmacher riprende in tutto l'iconografia del brigantaggio, dagli abiti agli armamenti ora antiquati, come la pistola ad avancarica, ora adatti ad aggredire alle spalle, come la lunga daga mostrata in copertina.]

 

Ecco quel che più di tutto
egli ama praticar,
l'omicidio per denaro;
tocca al collo attenti star!

Qui da noi questi furfanti
li impicchiamo, è abitual;
sicché fa il caldarrostaio,
e con la Triplice vuol star.

[Maledetto Katzelmacher riceve denaro per scopi sordidi, in ambienti che non sono da meno. Si noti la scritta "Vietato di lordare", visibile ancora oggi identica in un portico di Trento. All'epoca la città era territorio austriaco, cosa che conferisce a Katzelmacher la natura di autentica serpe in seno. Il trattamento draconiano riservato a quelli come lui gli consiglia in ogni caso la prudenza, per cui si accontenta di sistemarsi con un fornello da caldarrostaio presso un'abitazione che si identifica come "Casa della Triplice", di Michl, Seppl & C. s.r.l.
In questa traduzione i diminutivi Michl e Sepp sono resi con Michele e con Cecco Beppe.]


Dal cantuccio riparato
presso casa di Michel
"Caldarroste bell' e toste!"
per chi passa avanti e indrè.

Sistemato sul portone
al padrone proprio mai,
né al suo socio negli affari
le castagne offre giammai.

[Maledetto Katzelmacher offre con servile cortesia un cartoccio di castagne a chi gli consente di mettere alla prova le sue doti di seduttore, ma si limita a un ancor più servile inchino quando passa il padrone di casa, in divisa da Kaiserjäger.]


Maledetto il furbacchione
quindi svelto in corsa va
a cercare un arrotino
che sia in quelle parti là.

Fra i suoi molti passatempi
egli caccia gli uccellin;
vuol fregare a Cecco Beppe
questo bel pappagallin.


 
Alla Casa Tripartita
Ora arriva a svicolar
l'internazional masnada
con il Miko, John e Jacques.
 
Ma qualcosa sulla casa
questi ladri va a turbar;
contro il furto con lo scasso
con la Škoda Krupp compar.
 
[Maledetto Katzelmacher sta meditando a come impadronirsi del pappagallo che rappresenta Trento e Trieste, quando arrivano Miko (impero russo), John  (impero britannico) e Jacques (Repubblica Francese) decisi a svaligiare la Casa della Triplice. Tentativi destinati al fallimento: le industrie pesanti Škoda e Krupp sono un ottimo deterrente...]


 
Ad Oriente ed Occidente
nulla valgon fuoco e acciar,
Maledetto Katzelmacher
da neutrale se ne sta.
 
La finestra al piano sopra
pare troppo alta, ah!
Maledetto Katzelmacher
con la Triplice ora sta.

[Seduto dietro il suo fornello, Katzelmacher aspetta che gli Alleati vedano vano ogni sforzo e pensino dunque di ricorrere al suo aiuto.]


 
John la borsa tira fuori
e gli dice "fratellin!
ti ammannisco una sterlina,
prego aiutaci un pochin!"

Tutto allegro -è un grande onore!-
lui procede a unirsi allor
Maledetto Katzelmacher
a questi rapinator.

[L'elegante John mette finalmente mano alla borsa. Una mancia in valuta britannica è sufficiente a scuotere dall'apatia un Katzelmacher che evidentemente non aspettava altro. Maledetto indossa il copricapo dei bersaglieri e si unisce agli scassinatori...] 


 
In piramide il quartetto
vuol passar ora all'azion,
ma di sopra la finestra
si spalanca, dannazion!
 
Cecco Beppe per le orecchie
Maledetto adesso tien,
E Michele pensa a Miko
quello giù da pian terren. 

[Michele e Cecco Beppe si aspettavano visite non gradite: Maledetto finisce preso per le orecchie, il povero Miko prende un calcio laddove la schiena cambia nome. Impresa fallita nel peggiore dei modi.]



Maledetto poveretto
ora è mogio a penzolar.
"O Michele" ride Cecco,
"che vendetta ne facciam?"

"Impiccato nel fornello
dei marroni in ciel starà.
E se ai corvi non piacesse,
un banchetto ne faran!"
 
[Miko, John e Jacques si danno alla fuga, e lasciano il povero Katzelmacher a vedersela con i padroni di casa.]



25 agosto 2021

Christoph Reuter - Il fallimento della missione occidentale in Afghanistan era perfettamente prevedibile



Traduzione da Der Spiegel, 20 agosto 2021.


All'inizio di luglio ho incontrato un importante capo militare talebano e gli ho chiesto quando i suoi uomini sarebbero arrivati a Kabul. Mi rispose "Sono già lì". Il fallimento della missione in Afghanistan e gli sviluppi futuri.

All'inizio di luglio, prima che sull'Afghanistan si abbattesse l'uragano, Kabul era già circondata dai talebani. E da nessuna parte i combattenti islamici erano più vicini alla capitale afghana che sulle rive del bacino di Qargha, una popolare luogo di ritrovo ai margini occidentali della città. La gente diceva che i Talebani si erano radunati nei villaggi dietro le colline vicine. L'ultima linea del fronte, si diceva, era sulla riva del lago artificiale al parco dei divertimenti.
Durante il giorno le famiglie portavano ancora i bambini alle giostre e nei ristoranti, o uscivano sul lago su pedalò a forma di cigno. Una piccola unità di sei uomini delle forze speciali poteva persino godersi un picnic in un padiglione di legno vicino alla riva. Uno di loro doveva restare di guardia alla torretta del suo Humvee blindato, mentre gli altri fumavano narghilè e bevevano bibite colorate.
Il giorno dopo ho incontrato uno dei principali comandanti militari talebani per la zona di Kabul, che mi ha ricevuto nel centro della città in uno stabile di uffici privo di qualsiasi caratteristica di rilievo. Quando gli ho chiesto quanto ci sarebbe voluto ai talebani per arrivare al lago, mi ha risposto: "Non è affatto lontano". Sembrava perfettamente calmo, un emissario della paura rasato di fresco. "Sono già lì, dopo tutto. Sono le guardie di sicurezza dei ristoranti, sono quelli che fanno funzionare le giostre, sono gli addetti alle pulizie. Quando sarà il momento giusto, il posto sarà pieno di talebani".
Sei settimane dopo il nostro incontro, a metà agosto, lo stesso individuo è entrato al palazzo presidenziale con dieci guardie del corpo e il comandante superiore responsabile della conquista di Kabul. Non aveva mentito quando aveva detto che i suoi uomini si erano già infiltrati nel parco del bacino. Quello che aveva omesso di dire, però, era che i talebani si trovavano già allora anche nel cuore della città. Dopo la caduta di Kabul, molti testimoni in vari quartieri della capitale hanno raccontato storie simili. "È iniziato in aprile", ha detto un conoscente di lunga data della parte occidentale della città. "In giro per il quartiere sono comparsi tutto a un tratto sempre più visi sconosciuti. Alcuni avevano la barba, altri no. Alcuni erano ben vestiti, altri indossavano stracci. Avevano sembianti completamente diversi e questo li rendeva difficili da notare, ma tutta la gente del posto se ne rese conto: questi non sono di qui". Si erano infiltrati silenziosamente a Kabul. Facce nuove inziarono a comparire anche nella parte settentrionale e orientale della città, e dicevano a chi glielo chiedeva che erano venute a Kabul perché avevano trovato lavoro o per motivi di lavoro.
Poi la scorsa domenica mattina [il 15 agosto 2021, n.d.t.], "sono usciti dagli edifici con bandiere bianche talebane, alcuni di loro armati di pistola", dice un residente di un quartiere orientale della città. È stata la vittoria finale sull'esercito ameriKKKano e la sua alta tecnologia, la cui sorveglianza aerea si è dimostrata inefficace contro questo esercito di pedoni e di motociclisti che nelle ore successive avrebbe invaso Kabul da dentro e da fuori. Più tardi nello stesso giorno avrebbero attraversato le strade della città in auto della polizia catturate; dall'alto, un'immagine di perfetta confusione.
Com'è potuta succedere una cosa del genere? Come è stato possibile perdere l'Afghanistan per mano dello stesso preciso identico gruppo che era stato sconfitto -anzi distrutto, in realtà- in soli due mesi nel 2001? Per vent'anni gli Stati Uniti -insieme a Germania, Gran Bretagna, Canada e altri paesi- sono rimasti nel paese con una schiacciante superiorità militare e con un numero di effettivi a volte superiore a centotrentamila. L'esercito e la polizia afghani sono stati addestrati ed equipaggiati più e più volte, per un periodo equivalente a un completo cambio generazionale, solo per capitolare alla fine praticamente senza sparare un colpo, davanti a un'offensiva di uomini a piedi. La presa della città è avvenuta nelle prime ore del mattino di domenica scorsa, con i talebani che sono apparsi improvvisamente a Kabul come un esercito fantasma.
Sembra che tutti gli sforzi fatti negli ultimi due decenni -tutte le strade, le scuole, i pozzi e gli edifici che sono stati costruiti, tutto il migliaio di miliardi di dollari abbondante affluito nel paese- non siano stati sufficienti per far passare saldamente la maggioranza degli afghani dalla parte di coloro che hanno sostenuto finanziariamente il paese.
La valanga è cominciata con la perdita di alcuni distretti settentrionali e poi si è abbattuta sull'intero paese, spazzando via l'assetto statale nel giro di poche settimane. I primi distretti a cadere sono stati del genere di cui in pochi in Occidente hanno mai sentito parlare, ma poi furono seguiti da intere province. Giorno dopo giorno, le città hanno aperto le porte all'avanzata: Kunduz, Herat, Mazar-i-Sharif, Kandahar. Più il crollo diventava drammatico più la resistenza si faceva debole, fino a quando Kabul, la capitale prostrata per la paura, si è semplicemente arresa nel giro di poche ore.
Allo shock è seguito il panico. Decine di migliaia di persone si sono precipitate alle mura dell'aeroporto di Kabul nel tentativo disperato di fuggire dalla città e dal paese. I talebani avevano chiuso da tempo la maggior parte dei valichi di frontiera via terra attraverso i quali la gente avrebbe potuto fuggire nei paesi confinanti. Ben presto le recinzioni metalliche dell'aeroporto hanno ceduto. Le guardie sono scomparse e masse di persone si sono fatte strada a forza fino alla pista.
Se mai esistono immagini della caduta di Kabul destinate a rimanere impresse nella memoria collettiva del mondo, sono quelle degli uomini che corrono accanto a un trasporto militare C-17 in lenta accelerazione, aggrappandosi disperatamente ai carrelli del jet che sta rullando. E poi, poco tempo dopo, piccole figure che perdono la presa e cadono verso la morte da centinaia di metri d'altezza.
E poi quelle dei vincitori trionfanti che attraversano Kabul sui pick up, con i kalashnikov levati in aria. I vincitori che entrano nel palazzo presidenziale e si mettono in posa come se fosse sempre stato cosa loro. I vincitori che assicurano agli afghani che non avevano motivo di avere paura, che dovevano continuare con le loro vite quotidiane e non sarebbe successo loro nulla. Tutto quello che dovevano fare, insistevano i talebani, era aderire alle loro regole.
Chi si deve biasimare per questo disastro? Forse il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, come il suo predecessore ha immediatamente strombazzato al mondo? "Passerà alla storia come una delle più grandi sconfitte della storia ameriKKKana" ha detto Trump, sorvolando sul fatto che l'accordo che ha aperto la strada al ritiro degli Stati Uniti è stato firmato da lui e dai talebani nel febbraio 2020.
Altri hanno visto la caduta di Kabul come il "risultato di una grande e organizzata cospirazione di vigliacchi", stando alle invettive pubblicate sul Libro dei Ceffi dopo una precipitosa fuga in elicottero da Atta Mohammad Noor, signore della guerra ed ex governatore di Mazar-e-Sharif. Ashraf Ghani, ormai ex presidente dell'Afghanistan, lo scorso maggio si lamentava in un'intervista con Der Spiegel che esisteva un "sistema organizzato di sostegno" gestito dal Pakistan che stava destabilizzando il suo paese. "I talebani hanno sostegno logistico in Pakistan", ha detto Ghani. "Lì sono i loro centri finanziari, lì i centri di reclutamento".
La lista delle recriminazioni potrebbe andare avanti. Ma le cause di questo fallimento risalgono ai prodromi dell'invasione. Quelli che oggi inveiscono sono stati essi stessi coinvolti in questa débacle, fino ad oggi la più costosa operazione di autoinganno del secolo. Solo comprendendo come si è arrivati a questo disastro si potrà capire che piega potranno prendere gli eventi.
Il termine autoinganno difficilmente viene usato al plurale, ma nel caso dell'Afghanistan bisognerebbe farlo. Le cattive valutazioni da parte dell'Occidente sono iniziate nelle prime fasi dell'intervento, quando Washington pensava che l'esercito sarebbe stato sufficiente per pacificare il paese, e sono andate avanti fino alla fine, con Berlino che continuava ad affermare che ci sarebbe voluto solo un po' più di tempo per invertire la situazione. Un altro assunto fallace era che si potesse edificare e proteggere uno stato se si investiva abbastanza denaro e si intraprendeva abbastanza addestramento. Anche gli afghani hanno colpevolmente ingannato se stessi; il governo e una grossa parte della popolazione per due decenni hanno creduto che gli Stati Uniti non si sarebbero mai ritirati.
Alcune menzogne sono servite a mettere in ombra le vere condizioni del paese, altre erano prodotto dell'ignoranza, ad altre ancora si credeva sul serio. È stata un'illusione fatale e collettiva, finita per costare la vita a un numero a sei cifre di afghani e a più di tremilacinquecento soldati stranieri. Sia pure senza volerlo, questa illusione ha fatto percorrere all'Afghanistan in una deviazione di vent'anni, da un dominio talebano all'altro. Nel frattempo, un'intera generazione è cresciuta nelle città del paese dando per scontato che avrebbero goduto a tempo indeterminato delle libertà garantite dalle potenze straniere.
Queste righe nascono da diciannove anni di esperienza in ripetuti viaggi in Afghanistan, tre anni fra i quali trascorsi come corrispondente a Kabul. E nascono dalla triste constatazione che del prevedibile fallimento di questo piano si era già scritto nel 2009. "Se si osserva la progressione degli ultimi otto anni in Afghanistan, la seguente conclusione è inevitabile: quanto più a lungo è durato l'impegno internazionale, tanto peggiore è diventata la situazione", si sentenziava all'epoca. "Non importa quante migliaia di chilometri di strade sono stati aperti, quante scuole sono state costruite e quanti pozzi sono stati scavati".
Nessuno aveva messo in conto di andare a finire in una situazione del genere. Il fattore scatenante della missione fu lo shock dell'11 settembre 2001. Mentre il fumo si alzava ancora dalle macerie delle Torri Gemelle a New York, in Afghanistan vennero scoperte le menti del più grande attacco terroristico della storia recente. Il leader di al Qaeda Osama Bin Laden e i suoi seguaci avevano sviluppato uno stato all'interno dell'"emirato" controllato dai talebani. L'obiettivo primario di Washington erano la vendetta e la giustizia, non la costruzione di una nazione. Allora il cancelliere tedesco Gerhard Schröder promise "solidarietà illimitata" da parte tedesca.
Erano altri tempi, segnati dai successi e dagli orrori del millennio che si era appena concluso. I tempi delle scosse di assestamento degli entusiasmanti eventi del 1989, quando il blocco orientale riuscì a sfuggire alla morsa di ferro di Mosca e Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria erano tornate alla democrazia. D'altra parte, le atrocità del Ruanda, il massacro di ottocentomila persone con l'ONU che restava a guardare, avevano rafforzato l'idea del "mai più". La missione NATO in Jugoslavia, assai discussa in Germania, era riuscita a fermare i serbi in Kosovo. Il movimento islamista talebano che governava la maggior parte dell'Afghanistan dopo anni di guerra civile aveva rappresentato solo una nota a margine degli orrori che avvenivano altrove.
Questa era la situazione subito dopo l'11 settembre, quando Washington lanciò un ultimatum ai talebani chiedendo loro di arrestare e di estradare bin Laden e il resto dei vertici di al Qaeda, o di affrontare le conseguenze. I Talebani dissero no. Se intendessero davvero dire no oppure se fossero stati propensi a un piano che gli consentisse di salvare la faccia facendosi da parte e permettendo la cattura di Osama e degli altri leader, come alcuni esponenti della leadership talebana avrebbero affermato in seguito, rimane un mistero. La NATO invocò l'articolo 5, quello che prevede il mandato di difesa collettiva. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU approvò all'unanimità la risoluzione 1368, legittimando l'imminente attacco come atto di autodifesa.
L'attacco iniziò il 7 ottobre con missili balistici, aerei da guerra e bombardieri a lungo raggio B-2 che presero di mira Kandahar e altri obiettivi in Afghanistan. L'Alleanza del Nord, che si era unita agli Stati Uniti nella lotta, arrivò a cavallo brandendo i kalashnikov. Kabul cadde senza combattere il 13 novembre e Kandahar, culla del movimento talebano, l'ha seguita il 7 dicembre. Per vincere c'erano voluti due mesi soltanto. All'epoca, durante quel furibondo inverno, né l'elettorato né l'apparato governativo chiesero informazioni sui piani per il futuro o sugli obiettivi della missione. Nel dicembre 2001 si tenne la prima conferenza sull'Afghanistan; un'assemblea di vincitori che in qualche caso sognavano il ritorno di re Mohammed Zahir Shah, deposto nel 1973. Da quella prima conferenza, come da tutte le conferenze che sarebbero seguite, i talebani erano assenti. Nessuno li voleva.
Sono arrivato in Afghanistan nella torrida estate del 2002, subito dopo che l'aviazione ameriKKKana aveva colpito una festa di matrimonio nelle campagne. Almeno questo è quello che raccontarono i sopravvissuti. I portavoce militari statunitensi risposero che i mitraglieri a bordo dell'aereo americano avevano sparato per autodifesa dopo essere stati presi di mira da terra.
Questo suonava così assurdo che ci recammo personalmente sul posto, percorrendo indisturbati le province di Kandahar, Helmand e Uruzgan, la culla dei talebani. Ma non erano più lì. "Sai", disse una sera un afghano intorno al fuoco in un'area di sosta in mezzo ai campi, "anch'io ero con i talebani! Ma adesso sono storia". Il suo tono era laconico e non sembrava particolarmente deluso perché adesso poteva di nuovo darsi alla coltivazione del papavero, cosa che era stata severamente vietata sotto il dominio talebano.
Nel villaggio bombardato nell'Uruzgan fu subito chiaro che la faccenda dell'attacco al matrimonio era andata in modo piuttosto diverso. Gli ameriKKKani non solo avevano attaccato dall'aria, ma erano arrivati con un convoglio di fanteria pesantemente armata. Non era stata affatto autodifesa, era stato un attacco pianificato. I membri di una tribù di Kandahar avevano accusato gli alleati del presidente Hamid Karzai di essere dei talebani.
Se non si potevano sconfiggere gli ameriKKKani, a quanto pareva si potevano comunque usare per i propri scopi; uno schema che si sarebbe ripetuto più e più volte e che avrebbe contribuito al vergognoso fallimento dell'intervento. La grande assemblea dei consigli tribali a Kabul nel giugno 2002 "è stato il momento del disastro", ricorda Thomas Ruttig, che all'epoca era un funzionario tedesco delle Nazioni Unite ma che in seguito ha co-fondato l'Afghanistan Analysts Network. "Il momento in cui il rappresentante speciale ameriKKKano Zalmay Khalilzad ha riportato alla ribalta i signori della guerra". Si trattava degli uomini che avevano distrutto il paese nella precedente guerra civile, ma che avevano aiutato il governo statunitense del presidente George W. Bush nella lotta contro i talebani.
Khalilzad e altri costrinsero il consiglio tribale a includere altri 50 uomini oltre ai rappresentanti eletti; capi delle milizie che avevano governato con la paura e l'intimidazione prima dell'arrivo dei Talebani. Erano uomini come Mohammed "Marshal" Fahim, un capo tagiko accusato di aver perpetrato massacri e rapimenti. E Rashid Dostum, un leader uzbeko che aveva ucciso diverse centinaia di prigionieri talebani e che in seguito avrebbe fatto violentare i propri oppositori con delle bottiglie. Entrambi sarebbero diventati vicepresidenti del paese. I nuovi detentori del potere non scesero a compromessi. Iniziarono immediatamente a vendicarsi dei loro ex nemici e a fare man bassa delle risorse governative.
Miliardi di dollari stanziati per progetti di fabbricati, strade e centrali elettriche sarebbero svaniti negli anni a venire. Le sentenze dei tribunali si potevano comprare e la corruzione dilagante corrodeva lo stato. I contadini, almeno nelle province pashtun, rimasero poveri e tartassati dalle milizie dei nuovi governanti. I combattenti si presentavano sul posto "per cacciare i talebani", ma poi abbattevano i mandorli dei contadini e saccheggiavano i loro villaggi.
I politici ameriKKKani e tedeschi giustificavano il protrarsi in eterno della missione militare sostenendo che "c'erano ancora" i talebani. Ma non era vero. Sono riapparsi lentamente dopo diversi anni di assenza, prima nel sud e poi nel nord. A partire dal 2007, ho passato mesi con un ex mullah per documentare il lento ritorno dei talebani nel suo distretto di Andar, a sud di Kabul. "Il risentimento verso tutto ciò che è straniero, verso gli ameriKKKani, verso i tagiki, verso la polizia, era alimentato incessantemente da concrete ingiustizie, eccessi esorbitanti e sgarri inventati", scrivemmo all'epoca.
Nel nord, i militari tedeschi raccontavano all'epoca meraviglie della tranquillità che regnava nelle province sotto la loro sorveglianza. Quando venne nominato un nuovo capo della polizia che stabilì un regime di terrore a Kunduz pestando i contadini e distruggendo le loro bancarelle quando non pagavano abbastanza per la protezione, le truppe tedesche non si mossero e rimasero a guardare dalla loro collina che dominava la città. Erano lì, specificarono, solo come "Forza internazionale di assistenza alla sicurezza" per il governo dell'Afghanistan. Cose come questa facevano presagire il ritorno dei talebani a Kunduz, e gli islamisti presero il controllo di un villaggio dopo l'altro, finché i tedeschi non osarono nemmeno avventurarsi a sei chilometri dalla loro base. Nel settembre 2009 l'esercito tedesco invocò l'intervento aereo degli Stati Uniti che a Kunduz uccise 91 persone intente a rubare carburante da due autocisterne dirottate. Il comandante tedesco pensava che si trattasse di insorti.
A quel punto, la Germania e gli Stati Uniti avevano investito talmente tanto, sia come capitale finanziario che come capitale politico, che erano diventati ostaggi del loro stesso piano. In mancanza di altri risultati, la comunità internazionale dei volenterosi nel 2009 ha spacciato il semplice svolgimento delle elezioni per un grande trionfo. Ma quando cominciarono ad emergere sempre più prove dei brogli elettorali orchestrati dall'entourage di Karzai, gli occidentali si trovò bloccato in un dilemma irrisolvibile. Se avessero riconosciuto la vittoria fraudolenta di Karzai alle elezioni avrebbero sostenuto un governo illegittimo. Se non l'avessero fatto, avrebbero dovuto cacciare un esecutivo il cui sostegno gli era costato miliardi di dollari.
Cercando una soluzione, Washington passò sopra le rimostranze di Karzai e fece pressioni perché si tenesse un'altra consultazione, che sarebbe stata monitorata da osservatori elettorali delle Nazioni Unite. Quello che successe dopo ha un posto tra gli esempi peggiori dell'opportunismo esibito dal governo degli Stati Uniti e dall'ONU.
All'alba del 28 ottobre tre aggressori assalirono la foresteria dell'ONU a Kabul, colpirono a morte la sorveglianza, si fecero strada fino al cortile e si accinsero a massacrare la trentina di impiegati dell'ONU che si trovavano all'interno. A quel punto trovarono una resistenza che non avevano messo in conto. Louis Maxwell, un ex soldato statunitense ora addetto alla sicurezza, riuscì a tenere a bada gli attaccanti da un tetto per un'ora e mezza. Dalla polizia afghana o dall'esercito non arrivò nessun aiuto, eppure si trattava del pieno centro di Kabul. Una volta che i tre aggressori ebbero fatto detonare le loro cinture esplosive, Maxwell uscì barcollando, mentre altri quattro dipendenti delle Nazioni Unite chiamavano gli altri all'esterno dicendogli che anche loro sarebbero usciti dai propri nascondigli.
Pochi minuti dopo erano tutti morti, i quattro gli avevano sparato da davanti. Maxwell fu colpito mentre era in piedi in mezzo di strada fra due soldati afghani. Nessuno dei due batté ciglio, e alla fine trascinarono il suo corpo nel cortile. Mesi dopo un'indagine interna dell'ONU riuscì a fare qualche passo avanti solo grazie a un video che aveva per caso ritratto l'omicidio di Maxwell, girato da un ufficiale della sicurezza tedesca da un tetto che si trovava a diversi edifici di distanza. Ma tutto questo doveva rimanere segreto.
Nell'estate 2010, un investigatore dell'FBI chiese di incontrarmi a Kabul. Quando gli chiesi cos'era successo in seguito si limitò a scrollare la testa. Non ci sarebbero state altre indagini. Washington, disse, non voleva esporre Karzai. In seguito all'attacco, metà dello staff dell'ONU venne ritirato dal paese e le seconde elezioni furono cancellate. Hamid Karzai ha ottenuto la vittoria che voleva.
Gli ameriKKKani e gli altri alleati della NATO hanno costantemente salvaguardato Karzai da ogni addebito, al pari della sua famiglia corrotta e dei suoi servizi segreti. Gli inglesi, per esempio, volevano concentrarsi nella lotta alla produzione di stupefacenti nel paese. Quando i soldati della forza d'elite britannica SAS si sono imbattuti nei pressi di Kandahar in un gigantesco deposito di oppio che apparteneva al fratellastro del presidente, tutti i diplomatici britannici hanno ricevuto l'ordine di non parlarne. Quando due escursionisti tedeschi furono assassinati sul Salang Pass a nord di Kabul nel 2011 e le prove portarono all'entourage di un killer a contratto per il servizio segreto afghano NDS, la segretezza fu ancora una volta all'ordine del giorno.
Erano i tempi del presidente degli Stati Uniti Barack Obama e del suo allora vicepresidente, Joe Biden, che ha vissuto in prima persona per otto anni lo svilupparsi del disastro. Poco prima di diventare vicepresidente, Biden si era bruscamente alzato e aveva lasciato con rabbia una cena con Karzai dopo che il presidente afghano, in risposta a delle domande sulla corruzione in Afghanistan, aveva detto a Biden che gli Stati Uniti erano in ultimo responsabili di tutto quello che andava male nel paese.
L'attuale ostinazione con cui Biden insiste su un completo e rapido ritiro dal paese può derivare dalla rabbia che ha provato in quegli anni. Sapeva che la situazione era disastrosa. Ma alla fine è diventata ancora più disastrosa del previsto.
Obama ha cercato di riportare la situazione sotto controllo aumentando costantemente il numero degli effettivi. Nel 2011 c'erano più di centomila soldati statunitensi di stanza in Afghanistan. Potevano vincere ovunque in tutto il paese, ma non ovunque e allo stesso tempo. Purtroppo, più di ogni altra cosa il rapido aumento del numero di attacchi statunitensi, il totale crescente delle loro vittime civili e la loro insormontabile superiorità militare finirono per alimentare la più potente narrazione del loro avversariso: che gli ameriKKKani fossero occupanti infedeli che dovavano essere cacciati.
Questo modo di considerare l'occupazione straniera si è rivelato così utile che è stato utilizzato sia dai talebani che dal governo afghano, sia pure per ragioni opposte. Gli insorti vi trovavano un aiuto per la mobilitazione, chi era al potere vi trovava conforto. L'allora presidente Hamid Karzai, in particolare, trasformò questa narrazione in una sorta di mantra: Gli Stati Uniti, insisteva, non si ritireranno mai. I loro interessi in Afghanistan sono semplicemente troppo grandi: fantastiche risorse naturali, cospirazioni geopolitiche e tutto il resto. Questo gli permetteva di inveire costantemente contro gli occupanti ameriKKKani, facendo pagare il conto a Washington.
Questa presunta impotenza unita a grandi gesti patriottici era all'ordine del giorno a Kabul. Anche quando Donald Trump ha annunciato il suo accordo di ritiro con i Talebani all'inizio del 2020, molti hanno reagito con incredulità. Quando Biden ha annunciato una data concreta per il ritiro in aprile, molti si rifiutavano ancora di credere che gli americani se ne stessero andando. Anche a fine giugno, quando il presidente afghano Ashraf Ghani è volato a Washington, c'era chi nel palazzo presidenziale e nei ministeri sperava ancora che Biden cambiasse idea all'ultimo momento.
Nel frattempo, la presenza massiccia di truppe straniere ha creato dipendenze profonde ben oltre i veri obiettivi della missione. Una di queste è stato il piazzare per oltre dieci anni l'economia afghana su un binario morto. I Provincial Reconstruction Teams (PRT), come venivano chiamati i quartieri generali delle singole forze NATO, volevano comprare la pace nelle province sotto il loro controllo. Appaltarono progetti di costruzione e finanziarono i media locali e le compagnie di sicurezza. Lentamente ma inesorabilmente, le PRT divennero quasi ovunque il più grande datore di lavoro. A Faizabad, nel nord-est, un signore della guerra riceveva ogni mese una somma a cinque cifre per proteggere le caserme locali... dai suoi stessi attacchi.
La corruzione, alimentata dai miliardi di dollari rovesciati sul paese, "è una minaccia per tutti gli sforzi statunitensi e internazionali in Afghanistan", concluse a marzo John Sopko, ispettore generale speciale degli Stati Uniti per la ricostruzione dell'Afghanistan per quasi dieci anni. I suoi rapporti hanno fornito per molto tempo una panoramica dettagliata sulla scioccante situazione del paese.
Il denaro ha attirato gente avida sia nel governo che nell'esercito, creando una casta che ha resistito con ostinazione a tutti gli sforzi per mettere fine alla corruzione. Anche recentemente a luglio, pur nell'imminenza del crollo, la corruzione ha continuato a peggiorare, ha detto Yama Torabi, il dimissionario fondatore di Integrity Watch Afghanistan e il più noto attivista anti-corruzione del paese. "Tutti hanno cercato di mettere le mani sui soldi, fino all'ultimo momento", dice.
All'inizio di luglio gli Stati Uniti hanno segretamente abbandonato durante la notte le loro gigantesche basi aeree, prima a Kandahar e poi a Bagram, a nord di Kabul. Non hanno nemmeno informato le loro guardie afghane dell'imminente ritiro. La priorità numero 1 degli americani era "la protezione delle forze". I ritiri precipitosi però sono serviti solo a incendiare il crescente risentimento serpeggiante tra gli ex alleati. Quando si sono ritirate da una base delle forze speciali, le truppe statunitensi hanno distrutto quasi tutti i veicoli blindati presenti. "Sarebbero comunque finiti sul mercato nero", ha detto il comandante. Solo un veicolo è stato lasciato intatto.
Certamente non era nelle intenzioni di Washington che il ritiro si svolgesse in circostanze così drammatiche. Esso però ha innescato l'implosione del governo, delle forze armate e in pratica dell'intera macchina statale afghana. "Non abbiamo mai creduto veramente in niente", dice il vecchio capo della milizia del nord Hadji Jamshid, che ha già combattuto contro i talebani venticinque anni fa. "Loro hanno combattuto per qualcosa di sbagliato, ma accidenti, sono pronti a morire per questo. Noi invece no."
A luglio non c'era quasi nessuno nei servizi segreti e tra i militari occidentali che avesse molta fiducia nelle forze di sicurezza afghane. Kabul però, secondo previsioni sempre più pessimistiche, sarebbe rimasta in mano al governo. In giugno a Washington si pensava che Kabul avrebbe resistito per altri sei mesi. Il BND -servizi segreti tedeschi per gli affari esteri- il giorno prima della capitolazione della città prevedeva che avrebbe resistito per novanta giorni. Sabato scorso, un alto funzionario della sicurezza di un'organizzazione internazionale a Kabul aveva detto che la capitale avrebbe resistito per altri diciassette giorni. La costante sorveglianza aerea ameriKKKana sulla capitale con droni e bombardieri B-52, diceva il funzionario, avrebbe impedito ai talebani di attaccare Kabul fino a quando il ritiro degli Stati Uniti fosse stato completato. Ma le cose non sono andate così. A cominciare dalla primavera i talebani sono stati in grado di far entrare clandestinamente migliaia di combattenti nella capitale, apparentemente senza alcuna interferenza da parte delle forze di sicurezza afghane. Durante il nostro incontro di luglio a Kabul, il comandante militare talebano mi ha detto con precisione che i combattenti talebani avevano preso posizione da tempo all'invaso di Qargha. Il giorno della presa di potere, i video girati al parco dei divertimenti mostrano i combattenti che si divertono a guidare gli autoscontri e saltano su un trampolino.
Ma per quanto precise fossero le sue affermazioni sulla presenza dei talebani al parco dei divertimenti, resta poco chiaro cosa i nuovi governanti intendano fare con il potere improvvisamente capitato nelle loro mani. Il comandante ha detto che la leadership talebana era aperta all'idea di un governo di transizione congiunto. Nemmeno i piani alti dei talebani, a quanto pare, si aspettavano che la leadership politica del paese implodesse così improvvisamente e che il presidente Ashraf Ghani lasciasse in volo la città domenica, trovando a quanto sembra rifugio negli Emirati Arabi Uniti. La presa di Kabul è stata "inaspettata", ha detto in un video messaggio il mullah Abdul Ghani Baradar, il cinquantatreenne negoziatore capo del braccio politico dei Talebani.
Chi nel quartetto di leader talebani finirà alla fine al vertice? Nemmeno questo è chiaro. Il mullah Baradar, tornato immediatamente in Afghanistan dal Qatar, ha contribuito a fondare i talebani con il leggendario mullah Omar ed è il più anziano dei quattro. Baradar è stato determinante nel negoziare l'accordo del 2020 con Washington (colloqui a cui il governo afghano non è stato invitato) con cui è stata posta la pietra angolare per la presa del potere da parte dei talebani.
L'autentico "emiro" di alto rango dei Talebani non è ancora apparso in pubblico. Il mullah Haibatullah Akhundzada, che ha assunto la sua attuale posizione quando il suo predecessore è stato ucciso da un attacco condotto con droni statunitensi si pensa sia a Quetta, in Pakistan, dove risiedono numerosi leader talebani.
Restano altri due membri del quartetto al vertice, uno dei quali ha probabilmente guadagnato non poco prestigio negli ultimi tempi. Il leader militare talebano Mullah Mohammad Yakub, che ha circa 30 anni, ha perseguito nelle ultime settimane una strategia militare di attacchi mirati, corruzione a lungo termine e sapienti operazioni di infiltrazione; un approccio che si è rivelato di grande successo. Figlio del fondatore dei talebani -il Mullah Omar- Yakub è stato a lungo considerato troppo giovane, troppo inesperto e troppo egocentrico per pretendere di diventare un successore di suo padre.
In ultimo resta Sirajuddudin Haqqani, comandante della rete del terrore Haqqani, che si pensa mantenga stretti rapporti sia con la leadership di al Qaeda che con i servizi segreti pakistani dell'ISI. È molto conosciuto a Washington: si trova sulla lista dell'FBI dei terroristi più ricercati al mondo mentre la CIA ha sostenuto suo padre quarant'anni fa nella lotta contro gli occupanti sovietici dell'Afghanistan.
Visti i personaggi interessati, è troppo presto per dare una risposta alla domanda fondamentale che ci si pone in Occidente: L'Afghanistan diventerà ancora una volta un terreno di coltura del terrore? Quello che i Talebani vogliono a tutti i costi è il potere sull'Afghanistan. Da questo punto di vista, sono nazionalisti. Gli attacchi terroristici all'estero, però, come hanno imparato a loro danno nel 2001, possono portare ad una rapida perdita del potere. Una lezione che ha probabilmente contribuito a farli diventare un'organizzazione ossessionata dal controllo, in contrasto con la prima volta che hanno governato l'Afghanistan prima dell'invasione guidata dagli Stati Uniti.
Tuttavia non sono in grado di decidere da soli, né possono governare da soli l'intero paese. Negli ultimi mesi i servizi segreti pakistani hanno curato nel nord e nell'est dell'Afghanistan lo sviluppo di gruppi jihadisti che potrebbero trasformarsi in minacce terroristiche per il resto del mondo: Lo Stato Islamico, Jaish-e-Mohammed e altri. La leadership pakistana, da decenni ossessionata dal conflitto con l'India, vorrebbe mantenere l'Afghanistan come una propria dipendenza di retroterra e intende continuare a esercitare pressioni sui talebani.
Insediare Haqqani darebbe probabilmente al Pakistan una leva significativa sulla leadership afghana. Il mullah Baradar, al contrario -che ha trascorso otto anni in carcere in Pakistan ed è stato torturato dopo aver stabilito un contatto non autorizzato con il governo Karzai- sarebbe invece un acerrimo avversario. È stato rilasciato solo nel 2018 perché Washington sperava che sarebbe stato possibile raggiungere un accordo con i talebani se Baradar avesse fatto parte dei negoziati. Una speranza ben riposta.
Questa settimana i radicali islamici vittoriosi hanno assunto un tono più conciliante nelle loro dichiarazioni e nella loro prima conferenza stampa. Naturalmente, hanno insistito, alle ragazze sarà permesso di continuare la loro istruzione scolastica e alle donne sarà permesso di lavorare. Ma tali assicurazioni significano poco; i talebani hanno dimostrato in passato la loro propensione a cambiare rapidamente rotta. Non appena le ultime truppe americane avranno lasciato definitivamente l'aeroporto di Kabul e i talebani avranno consolidato il loro potere, questo atteggiamento conciliante potrebbe essere rapidamente abbandonato.
La moderatrice televisiva Shabnam Dawran, una delle giornaliste più importanti del paese, ha già descritto le sue esperienze con i nuovi governanti in un video: "Oggi volevo andare al lavoro; non ho rinunciato al mio coraggio". Le è stato detto di tornare a casa e che le regole erano cambiate. "La nostra vita corre un grave rischio", dice la Dawran nel video, chiedendo poi aiuto al mondo.
Non è probabile, per il futuro prossimo, che si sviluppi una seria resistenza ai governanti talebani. A dire il vero l'ex vice presidente Amrullah Saleh non ha lasciato il paese come Ashraf Ghani ed è invece tornato a casa nella valle del Panjshir, ultima zona del paese ancora non sotto controllo talebano. Ma Saleh non potrà fare molto da lì. La valle è leggendaria per essere stata luogo di origine di Ahmed Shah Massud, che è stato capace di impedirne la conquista sia all'esercito sovietico che ai talebani. All'epoca Massud poté approfittare di linee logistiche che raggiungevano i paesi vicini. Oggi invece la valle è completamente circondata dai talebani, e non ha nemmeno un aeroporto.
Più pressante, però, potrebbe presto diventare la questione di come i talebani possano governare. Già diversi milioni di afghani dipendono dagli aiuti alimentari del Programma alimentare mondiale. L'Afghanistan occidentale sta attualmente soffrendo la peggiore siccità che abbia visto in un decennio. Le casse dello stato sono vuote e i valori della banca centrale sono in gran parte depositati fuori dal paese, dove sono inaccessibili. Che piaccia o no all'Occidente, se non vengono consegnati aiuti e se non viene fornita assistenza alle strutture sanitarie del paese molte persone moriranno.
Presto la situazione umanitaria potrebbe costringere l'Occidente a fare una cosa che negli ultimi 20 anni ha cercato ad ogni costo di evitare: sostenere la supremazia dei talebani in Afghanistan.


16 febbraio 2019

Alastair Crooke - L'Europa messa in discussione all'improvviso. Una "Unione Europea nazionalsocialista"?



Traduzione da Strategic Culture, 11 febbraio 2019.


Un pilastro dello establishment dell'ordine europeo, il quotidiano Frankfurter Allgemeiner, ha toccato senza giri di parole un nervo scoperto. Il mese scorso ha pubblicato un editoriale intitolato Una Unione Europea nazionalsocialista? chiedendosi se l'attuale Unione Europea dominata dalla Germania andrebbe considerata come la continuazione del nazionalsocialismo tedesco. Il mainstream tedesco non aveva mai toccato l'argomento prima d'ora. Sembra che l'iniziativa sia indice di qualcosa di importante: il riconoscimento del fatto che le voci dissenzienti di cui l'Unione Europea è bersaglio hanno le proprie radici in qualcosa d'altro che non i malumori populisti. Si tratta del ritorno alla luce dell'antica contesa per lo spirito dell'ordine politico internazionale.
L'autore Jasper von Altenbockum cita il leader della AfD (Alternative für Deutschland) Alexander Gauland, che a una conferenza del proprio partito ha detto che
"l'apparato corrotto, enfiato, non democratico e latentemente totalitario" dell'Unione Europea è senza futuro. Gauland ha fatto un ragionamento popolare: dal momento che nelle istituzioni sovranazionali dell'Unione Europea si possono notare dei casi di mancata legittimazione democratica [se ne deve concludere che l'Unione Europea] ha un ordinamento costrittivo. Chi si oppone in modo radicale alla progressiva integrazione [inoltre] si spinge anche più avanti: paragona l'Unione Europea all'idea di Europa quale essa era ai tempi del nazionalsocialismo...
Gauland ha anche [esposto] una considerazione che ha recentemente acquistato popolarità e che [consente] alla Brexit di trovare una giustificazione storica: [parlando dell'unificazione europea] Gauland ha detto a Riesa: "Questo obiettivo è stato perseguito dai francesi con Napoleone e, in un certo senso sfortunatamente, dai nazionalsocialisti. Come tutti sanno, l'Inghilterra si è opposta a entrambi.
Si tratta di [e qui Gauland porta il ragionamento oltre la mera affermazione che l'Unione Europea è]un apparato latentemente totalitario". [Anzi, c'è da pensare che] l'Unione Europea e la politica europea tedesca sono la continuazione della propaganda nazionalsocialista sull'unificazione continentale. Difficile esprimere maggiore riprovazione. Questo argomento fornisce alla AfD il sospirato e collaterale pretesto di potersi presentare come immune all'ideologia nazionalsocialista".
Com'è logico aspettarsi, von Altenbockum non trova granché che accomuni il progetto europeo con la precedente ideologia razziale nazionalsocialista, ma nondimeno egli ammette che non sono soltanto Gauland e la AfD ("che sta velocemente diventando il partito della brexit tedesca") a rilevare simili contiguità col nazionalsocialismo. "La continuità del progetto europeo rispetto all'epoca nazionalsocialista è presa in considerazione anche dagli storici," specialmente da quando la Germania viene di nuovo accusata di coltivare mire egemoniche sul continente. Già nel 2002 il biografo di Hitler Thomas Sandkühler invitò a "non enfatizzare tanto le cesure nella politica europea; si dovrebbe parlare più che altro degli elementi di continuità".
Cosa significa? Oggi come oggi è difficile andare oltre l'aspetto dell'ideologia razzista. Tuttavia, nonostante il fatto che il nome del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi contempli il vocabolo "nazionale", Hitler non fu un gran difensore del nazionalismo. Fu aspramente critico non soltanto nei confronti del trionfo protestante in Westfalia nel 1648, ma anche dell'istituzione dello Stato nazionale nello specifico, che egli considerava come assai inferiore allo storico retaggio imperiale dei tedeschi. Anziché un ordine fondato su Stati nazionali egli si dispose a realizzare un Terzo Reich che si richiamava direttamente al Primo Reich, ovvero al Sacro Romano Impero Germanico con le sue aspirazioni universalistiche e la sua durata millenaria. La Germania di Hitler era concepita come uno Stato imperiale da ogni punto di vista.
Insomma, nelle secolari politiche continentali i paesi occidentali sono stati caratterizzati dalla contesa tra due visioni antitetiche dell'ordine mondiale: un ordine fatto di Stati nazionali liberi e indipendenti, ciascuno dei quali persegue il bene politico in accordo con le proprie tradizioni e le proprie concezioni, e un ordine di popoli uniti sotto un solo ordinamento giuridico, promulgato e mantenuto da un'unica autorità sovranazionale.
In altre parole la Germania si trovava dalla parte della antica tradizione già di Babilonia e della Roma imperiale, che considerarono propria missione -per dirla cono le parole del re babilonese Hammurabi- "portare all'obbedienza i quattro angoli del mondo." Questa obbedienza, dopotutto, assicurava immunità dalla guerra, dalla pestilenza e dalla carestia.
La conclusione di von Altenbockum per cui l'origine delle idee alla base dell'integrazione europea non si trova in quelle di Napoleone o di Hitler, ma va cercata nella Guerra dei Trent'Anni e negli accordi di Westfalia che accelerarono la caduta del vecchio concetto (romano) di impero cristiano universale per la pace e per la prosperità è più convincente. Ai vincitori la vittoria; e sono i vincitori a stabilire la narrativa. Una narrativa che persiste come paradigma politico dell'Europa di oggi.
La costruzione liberale dell'unione europea ha come premessa il famoso manifesto liberale scritto da John Locke e intitolato Secondo trattato sul governo, pubblicato nel 1689, che sosteneva in definitiva l'esistenza di un unico principio alla base della legittimità di un ordinamento politico, ovvero la libertà individuale.
L'opera di Locke era in gran parte un prodotto della concezione protestante. Si apre con l'affermazione che gli esseri umani nascono "perfettamente liberi" e "perfettamente uguali" e continua a descriverli come esseri che si dedicano alla propria vita, alla libertà e alla prosperità in un mondo di transazioni basate sul consenso.
A partire da questa premessa, Locke costruì il proprio modello di vita politica e la propria teoria del governo: dalle sue teorizzazioni sono nati i modelli economici e di oggi, secondo la versione di Adam Smith che contestualizza nell'àmbito economico la concezione protestante di John Locke e di John Hume dell'individualismo e della proprietà.
Dal momento che si tratta di una visione protestante, essa mutuava dal Vecchio Testamento (più che dal Nuovo) il concetto di un'autorità sovrana unificante, gelosa e intollerante come Yahveh. Il principio organizzativo dello Stato nazionale era quello di una sola autorità, una sola legge e l'esclusiva delle armi, non il vagheggiato impero di sovranità commiste e di pretese spirituali che lo aveva preceduto.
A un certo punto la politica liberale, la teoria economica e il diritto internazionale fecero inaridire le altre concezioni concorrenti e divennero la struttura, virtualmente indiscussa, delle conoscenze che una persona istruita necessita di possedere in materia di politica.
E dunque? Qual è il nocciolo della questione? In primo luogo il leader di AfD Alexander Gauland sta dicendo che l'Unione Europea non è né liberale, né libera, né costituisce un ordinamento o un impero di per sé; l'Unione Europea è costrittiva nel suo desiderio (di origine giudaico cristiana e laicizzato) di giungere all'unificazione umana o sociale riducendo tutto quanto ha un solo modello, l'ordine liberale in cui essa detta legge.
La questione non è tanto nel fatto che un pubblicazione dello establishment tedesco sta toccando una questione scottante, quella della possibile influenza del nazionalsocialismo tedesco considerato come la base su cui si articolano le politiche dell'Unione Europea: più concretamente, si fa la tacita ammissione che il leader di AfD ha degli argomenti, ovvero sta presentando una visione complessiva dell'ordine europeo che è concorrenziale a quella corrente.
L'autore lo ammette, sia pure di malavoglia; "in AfD ci sono molti politici cui piacerebbe tornare al tradizionale pensiero dei rapporti di forza", ovvero all'idea di una concertazione di poteri indipendenti e sovrani. L'autore tuttavia, riprendendo la linea di pensiero dello establishment afferma semplicemente che questo è impossibile: si è investito troppo nel progetto dell'Unione Europea per potersi permettere di lasciar perdere tutto.
Secondo von Altenbockum, dopo la seconda guerra mondiale il considerare il passato ha fatto sì che [il progetto dell'Unione Europea] "fosse fornito di un ancoraggio istituzionale ineliminabile, che contempla inevitabilmente la rinuncia a parte della sovranità".
Proprio per questo la Brexit diventa significativa per Gauland: non come semplice risentimento britannico nei confronti del dominio tedesco in Europa, ma perché l'Inghilterra è sempre stata "dall'altra parte", all'opposizione rispetto a queste concezioni di un universalismo imposto con la riduzione a un solo modello imperiale. "Come tutti sanno, l'Inghilterra si è opposta a tutto questo," afferma Gauland.
Locke, questo è vero, aveva cercato di rafforzare il paradigma dello Stato nazionale e non di indebolirlo. Nondimeno, nell'elaborare la propria teorizzazione sminuiti l'importanza o tralasciò del tutto aspetti che per l'umano consesso sono essenziali. Nel suo Secondo trattato Locke tralascia il retaggio intellettuale, spirituale o culturale che si riceve dalle proprie origini. Risultato è il disprezzo nei confronti dei legami, anche i più elementari, pensati per mantenere la coesione sociale.
Allo stesso modo, il governo posto in essere dal contratto sociale presentato nel Secondo trattato è sinistramente privo di frontiere o di limiti. Istituzioni come lo Stato nazionale, la comunità, la famiglia e la Chiesa pare non abbiano alcuna ragione per esistere. Pur senza volerlo, la piattaforma teorica elaborata da Locke fa dell'ordine protestante qualcosa di troppo difficile da spiegare, e tanto meno lo giustifica. Locke poteva anche aver nutrito altre intenzioni, ma quello che fece fu dare vita a un costrutto liberale della politica che è quella che sta alla base dell'opposto dello Stato nazionale.
Cosa significa questo? Significa la Brexit, i gilet gialli, la Lega, la AfD, il gruppo di Visegrad. Significa il futuro dell'Europa messo seriamente in discussione, nonostante le élite politiche e intellettuali dotate di una formazione universitaria sia in AmeriKKKa che in Europa siano oggi perlopiù inquadrate negli schemi liberali.
Eppure un articolo come questo, che viene dal Frankfurter Allgemeiner, e le sue asserzioni sui presunti legami fra integrazione europea e nazionalsocialismo, secondo Wolfgang Münchau rappresentano "un connubio esplosivo" che fino a oggi in Germania ha riguardato solo un dibattito marginale. L'articolo precisa che le élite europee stanno iniziando a rendersi conto delle esplosive potenzialità di questo conflitto. Si rendono conto che sono alla ribalta vecchie questioni, antichi scontri sulla natura stessa della politica, della società, della cultura e sul modo in cui il potenziale umano dovrebbe trovare sviluppo.
Riuscire a capire questo consente di inquadrare correttamente la politica estera europea: consente di capire come possano i leader europei ignorare la lunga storia di intromissioni nelle vicende del Venezuela per appoggiare un'altra iniziativa in questo senso. O come invece desiderino negare alla Repubblica Araba di Siria le risorse finanziarie e gli aiuti. Torna in mente il desiderio del re babilonese di "portare all'obbedienza i quattro angoli del mondo". Questa obbedienza d'altro canto è nel loro assoluto interesse.
Gauland ha esagerato, a descrivere l'Unione Europea come "un totalitarismo latente"? Un'idea in proposito la fornisce Yanis Varoufakis. Di fresca nomina come ministro delle finanze greco, alla prima visita a Bruxelles e a Berlino fu accoldo da Schäuble all'insegna del "Si tratta del mio mandato contro il tuo". "Schäuble stava rispettando la lunga tradizione della UE che consiste nel rinnegare i mandati democratici... in nome del loro rispetto. Come tutte le ipotesi pericolose, si fonda su una verità ovvia: gli elettori di un paese non possono conferire mandato di rappresentanza per imporre ad altri governi quelle condizioni che essi non hanno avuto dal proprio elettorato il mandato di accettare. Si tratta di un'ovvietà. Ma il fatto che i funzionari di Bruxelles e gli amministratori degli equilibri politici come Angela Merkel e lo stesso Schäuble la ripetano di continuo ha il fine di trasformarla reconditamente in un concetto assai diverso: nessun corpo elettorale in nessun paese può conferire al proprio governo il mandato di opporsi a Bruxelles."
E, continua Varoufakis, non stanno mai a sentire.
"Io e i miei collaboratori abbiamo lavorato duro per avanzare proposte basate su seri lavori econometrici e su analisi economiche intonate. Una volta verificate dalle massime autorità nei rispettivi campi, da Wall Street alla City fino ai luminari del mondo accademico, le avrei sottoposte ai creditori della Grecia a Bruxelles, a Berlino e a Francoforte. Poi mi sarei messo tranquillo a godermi la stereofonia di sguardi fissi. Sarebbe stato come se non avessi mai parlato. Come se non gli avessi portato nulla. Sarebbe stato il loro linguaggio del corpo a far capire che negavano l'esistenza stessa delle carte che gli avevo messo davanti. La loro risposta, sempre che ce ne fosse stata una, sarebbe stata assolutamente slegata da quanto gli avevo detto. Mi sarei potuto anche mettere a canticchiare l'inno nazionale svedese. Non ci sarebbe stata differenza."

22 agosto 2014

Usare l'Ucraina contro l'asse russo-tedesco. La politica yankee in Europa orientale secondo Conflicts Forum.




Traduzione da Conflicts Forum.

"In Europa sta per arrivare una guerra", ha detto; "Pensate davvero che sia importante [la sentenza de L'Aia sulla Yukos]"?

Il Financial Times del 28 luglio 2014, citando una persona vicina al Presidente Putin.

L'amministrazione statunitense è molto, molto soddisfatta. Alla fine ce l'ha fatta, nonostante i dubbi che si sono susseguiti fino alla settimana scorsa, a convincere i riluttanti tedeschi ad accettare sanzioni limitate contro la Russia, e ad unirsi a quanti hanno il preciso obiettivo politico di isolare il Presidente Putin. In questo caso è corretto dire Putin anziché Russia, perché i politici ameriKKKani sono (un'altra volta) dell'idea che tramite il doloroso stimolo delle sanzioni e di un'economia che si ritrova assediata, si possa indurre il popolo russo ad abbandonare il Presidente Putin in favor di un leader più accomodante e filooccidentale. Il Presidente Obama ha più volte detto, con una soddisfazione che è derivato della prima, di aver "riportato indietro la Russia di decenni" e di "aver reso la debole economia russa ancor più debole".
E se Putin non cade, ci penserà un cordone sanitario in stile Iran a trasformarlo in un paria, a tarpare la sua capacità di rappresentare una sfida per l'ordine mondiale. L'Europa rimarrà legata a Washington, a doppio filo.
Il ruolo predominante che i tedeschi hanno nell'Unione Europea, e i profondi legami che la Germania ha con la Russia, facevano della Germania l'unico paese europea che potesse inficiare o limitare gli effetti della determinazione con cui gli anglosassoni perseguivano la via delle sanzioni e della demonizzazione di Putin. Cosa importante, le sanzioni contro la Russia rappresentano un fatto importante per il futuro dell'Europa (soprattutto del futuro delle relazioni tra Germania e Stati Uniti) e per il mantenimento dell'egemonia degli Stati uniti sull'ordine internazionale almeno quanto l'Ucraina o l'abbattimento del volo MH19. Soprattutto si tratta di una riaffermazione della potenza ameriKKKana, in un momento in cui essa viene percepita come debole, più o meno come la campagna di Suez lo fu per il Regno Unito e la Francia.
Il confronto (almeno per adesso) vinto contro la Germania, l'imposizione delle sanzioni, il controllo dei mass media sulle questioni dell'Ucraina e dell'abbattimento del volo MH19 (una messa in scena traboccante di inorridite anime belle, fatta per obbligare psicologicamente ogni mass media ad evitare di chiedersi cosa ne sia stato davvero dell'aereo di linea della Malaysia) e l'utilizzo di questo contagio emotivo per svilire Putin come "barbaro irrecuperabile" costituiscono nientemeno che uno spettacolo, esplicitamente rimarchevole, della potenza ameriKKKana. In tutto questo la realtà non c'entra nulla: esiste questa lettera che ex funzionari dei servizi hanno scritto ad Obama a rendere la cosa oltremodo chiara, ed ora è arrivata anche l'ammissione dei funzionari dei servizi statunitensi attualmente in servizio. Il potere che dà spettacolo; tutto qui.
Gli ultimi tempi hanno visto in Germania un profondo combattimento interiore, con al centro la germanicità del paese, la sua "anima tedesca".  Dapprincipio la Germania si è mantenuta su una linea di comportamento diretta ad evitare che si passasse troppo frettolosamente alle sanzioni; poi le pressioni dirette degli Stati Uniti, e tutta la matrice di indirette influenze ameriKKKane che ha la prevalenza al di sotto di un europeismo di facciata ha preso -per il momento- il sopravvento. Il problema è fino a che punto questo costituisce un punto fondamentale nella politica europea: questa vittoria degli atlantisti nella questione delle sanzioni contro la Russia è tattica o anche strategica?
La questione coinvolge profondamente l'anima tedesca; dopo le due guerre in Europa la Germania ha desiderato disperatamente di fare come Gulliver, di legarsi al nuovo asse europeo tra Francia e Germania, in modo che un conflitto dello stesso genere non potesse deflagrare mai più. Una delle conseguenze è il fatto che dal dopoguerra il centro di gravità del continente europeo giace sulle due sponde dell'Atlantico. Non avrebbe potuto essere altrimenti: la Germania era uscita sconfitta dalla guerra, con l'apparato industriale in cenere e sotto occupazione da parte degli Alleati.
Gli anglosassoni propendono per il vedere questo risultato (la centralità atlantica) come qualche cosa di dovuto a buon diritto: sono stati loro a vincere la guerra. Nel loro animo, i tedeschi sono di diverso avviso: è stata l'Armata Rossa, che aveva combattuto per tre anni prima dello sbarco in Normandia, a lottare e vincere contro la Wehrmacht. I tedeschi hanno perso la seconda guerra mondiale a Stalingrado, nella battaglia in cui si arresero i resti della potente Sesta Armata insieme a ventidue generali. 
Diciannove mesi prima la più grande forza d'invasione mai messa insieme aveva invaso la Russia, attraverso un fronte ampio mille miglia. I soldati tedeschi erano tre milioni, i pezzi d'artiglieria settemilacinquecento, diciannove le panzerdivision con tremila carri, duemilacinquecento gli aerei; imperversarono in Russia per quattordici mesi. A giugno 1944, tre anni dopo, molto poco era rimasto di tutto questo: l'Armata Rossa aveva inghiottito ogni cosa.
Insieme alla pronta condiscendenza con cui la Russia ha accettato la riunificazione tedesca, è questa terribile storia condivisa fatta di milioni di morti da ambo le parti, che ha reso Germania e Russia più vicine dopo la caduta del Muro. La Germania ha voluto, ancor di più di quanto sia accaduto con la Francia, stringere legami tra due grandi potenze europee in modo che una guerra come quella non fosse più possibile.
Da allora ad oggi, questo tenersi vicini alla Russia i tedeschi lo hanno pagato caro. La Germania ha offerto alla Russia la sua potenza industriale e il suo know how, per aiutare la realizzazione di importanti progetti infrastrutturali ed industriali, e la Russia ha accettato ed apprezzato questi segni di apertura. Entrambi i paesi, che hanno avuto ciascuno il proprio sistema industriale decimato dalla guerra, hanno compreso anche che uno stato industriale deve poter disporre di risorse energetiche e che l'AmeriKKKa, dopo la prima guerra mondiale, aveva messo le mani su gran parte delle principali fonti di idrocarburi... e sul potenziale che le accompagnava sul piano della politica internazionale.
Le relazioni tra Russia e Germania si sono sviluppate nel segno di questa prospettiva comune, centrata sull'importanza dell'indipendenza energetica europea. Quando il Presidente Putin ha svelato la strategia della Gazprom, ha detto in conclusione che se l'AmeriKKKa avesse cercato di controllare di fatto le principali fonti di petrolio, l'Europa -ovvero la Russia- avrebbe cercato di controllare le principali fonti del gas, che è la nuova fonte di energia e di influenza politica. Gazprom ha poi operato in modo aggressivo per assicurarsi i principali giacimenti di gas in Asia.
Questo progetto è stato concepito come parte dei legami destinati a far sì che la guerra diventasse un'eventualità inconcepibile; si è trattato di un'iniziativa congiunta russo-tedesca, realizzata con la collaborazione di Hans Joachim Gornig, ex vicepresidente della Compagnia Industriale Tedesca per il Gas ed il Petrolio a suo tempo supervisore delle infrastrutture per il trasporto di idrocarburi della Repubblica Democratica Tedesca; a capo dell'iniziativa c'era Vladimir Kotenev, ex ambasciatore russo in Germania. Il cancelliere Gerhard Schroeder si è unito a Gazprom dopo la fine del suo secondo mandato, nel 2005. Questo intreccio ha assicurato alla Germania la sicurezza di poter disporre di energia tramite legami diretti con la Russia, stabiliti con le condutture del North Stream.
In poche parole il baricentro della politica europea si sta inesorabilmente spostando verso est, lontano dalle coste dell'Atlantico. L'avventura tedesca potrebbe non finire in Russia: da essa è emersa la prospettiva, chiara ai russi ma anche a qualche tedesco, di una sua estensione attraverso la Russia fino a Pechino e fino ad un'alleanza euroasiatica che arriverebbe quantomeno a bilanciare il potere ameriKKKano. Esiste una concezione di vecchia data, formulata per la prima volta da McKinder nel 1904, incentrata sul "perno della storia"; in essa, chi controlla il "perno" che va dal Volga allo Yangtze e dallo Himalaya all'Artico controlla più del cinquanta per cento delle risorse mondiali, e di fatto il mondo intero. Gli Stati Uniti si sono dimostrati per molti ani ostili al controllo del continente eurasiatico da parte di russi e tedeschi, e sono ostili anche alla dipendenza tedesca dalle fonti energetiche russe. Gli Stati Uniti preferirebbero che gli europei importassero costoso gas liquefatto dall'AmeriKKKa.
Com'è successo allora che i tedeschi si siano dimenticati di quella Stalingrado profondamente radicata nel loro animo, ed abbiano preso una strada che con l'inevitabile procedere dei compiti che comporta può portare l'Europa sull'orlo di una guerra?
Anche l'esperto russo Piotr Akopov è rimasto perplesso:
"A Mosca si sperava che il 'gioco' ameriKKKano che aveva lo scopo di isolare la Russia sarebbe [paradossalmente] diventato il catalizzatore che avrebbe permesso l'emancipazione della Germania [dall'egemonia statunitense]. Certo, nessuno [in Russia] pensava ad una separazione repentina; l'idea di Putin, anzi, era quella di arrivare a far sì che la Germania e quindi l'Unione Europea nel suo complesso prendessero una posizione di neutralità condizionata, per quanto riguarda il conflitto tra Russia e Stati Uniti sull'Ucraina.
In cambio [della neutralità europea] la Russia era pronta a concessioni consistenti, con l'ovvia esclusione di quanto riguarda gli interessi vitali della nazione. [Tramite questo percorso] si sarebbe giunti sia alla pace sia ad un'Ucraina non allineata, che avrebbero potuto costituire la base di una cooperazione russo-europea per gli anni a venire; bastava che l'Europa smettesse di cercare di tirare l'Ucraina sotto l'ombrello dell'alleanza atlantica. Purtroppo, sia Bruxelles che Berlino non sono ancora pronte ad ammettere il semplice fatto che la Russia non permetterà la secessione di alcuna parte del mondo russo, sia pure travestita da integrazione europea".
Il gioco è dunque finito? L'Europa si è fatta tirare a far parte dell'iniziativa ameriKKKana che punta ad installare a Kiev un governo filoeuropeista, favorevole alla NATO e ferocemente antirusso? Lo si vedrà col tempo, ma in Europa non si stanno solo prendendo lucciole per lanterne. Un intellettuale statunitense di primo piano, il professor Wallerstein, ha scritto (cfr. qui) che "gli Stati Uniti, già da un po' di tempo a questa parte, stanno vivendo una fase di declino geopolitico. E la cosa non gli piace, e non la accettano realmente. Di sicuro non sanno come affrontare la situazione, ovvero come cavarsela perdendoci il meno possibile. Sicché vanno avanti cercando di ripristinare quello che ripristinare non si può, vale a dire la leadership statunitense -ovvero l'egemonia statunitense- sul sistema globale". Le conseguenze di questo fallimento (si veda il discorso che Obama ha tenuto a West Point sull'eccezionalismo ameriKKKano) sono state marcatamente confuse e spesso pericolosamente destabilizzanti: gli europei lo hanno capito, e possono considerare l'Ucraina come nulla di diverso da un'altra confusa e pericolosa avventura.
L'AmeriKKKa è in declino, e l'ordine mondiale trema. Nel corso degli anni Novanta gli europei possono anche essersi convinti che la maggior parte del mondo avesse abbracciato "l'ordine del liberalismo". In realtà, l'ordine mondiale non mostra alcuno dei valori del "liberalismo". E' stato diretto tramite "golpe di velluto" e "rivoluzioni colorate", oppure tramite la capacità unilaterale dell'AmeriKKKa di escludere questo o quello stato dal sistema finanziario mondiale o di manipolarne il debito estero. Sul lungo termine questo meccanismo è semplicemente insostenibile e Russia, Cina e BRICS stanno già costruendo un sistema parallelo. Detto altrimenti, lo spostamento del centro di gravità verso l'Eurasia sta seguendo dinamiche proprie, sia per quanto riguarda la politica mondiale sia per quanto riguarda la collocazione delle ultime risorse energetiche a basso costo. Il fenomeno è in corso e sta accelerando. La questione Ucraina contribuirà all'accelerazione. L'acquiescenza tedesca nei confronti di Washington è più probabilmente tattica che strategica e nel lungo termine la Germania proseguirà sulla sua strada.
Putin avrà sicuramente avvertito Angela Merkel del fatto che una gabola del genere può portare alla guerra, ad una guerra vera e propria nell'Europa di oggi; ma la Merkel evidentemente pensa che si possa sempre tornare indietro, e trovare in quale modo la maniera di riprendere a collaborare con Putin, anche se non è ben chiaro come lo si possa fare.
Il punto è questo. Obama ha ottenuto le dure sanzioni che voleva, ma si fermerà qui? Sarà sufficiente tutto questo a costringere Putin ad accondiscendere a chi lo vorrebbe spettatore passivo della sanguinosa repressione della resistenza nel Donbass e nelle altre provincie da parte di Kiev? E ci si fermerà qui? Oppure si darà un altro giro di vite e si pretenderà che i russi restituiscano la Crimea? Magari il Presidente Obama pensa che non si arriverà mai fino a questo punto, ed Angela Merkel pensa la stessa cosa. Solo che, dentro e fuori l'amministrazione statunitense, c'è gente che vuole esattamente che si arrivi a questo. Davvero c'è chi crede sul serio che le sanzioni metteranno in ginocchio Putin o costringeranno la Russia a chinare la testa? Come mai Obama ha cambiato atteggiamento in modo così radicale, rispetto ai tempi in cui mandava il suo contendente repubblicano a Mitt Romney a mangiare la polvere, ridicolizzando la sua convinzione che la Russia costituisse la più grande minaccia geopolitica per gli Stati uniti nel ventunesimo secolo? Si è trattato solo di un diversivo per averla vinta in politica interna?
Ecco come il consigliere economico del Presidente Putin considera la situazione. Con questo non si intende dire che Sergei Glazyev stia parlando per conto di Putin; si tratta chiaramente di opinioni personali che riflettono profondamente il modo in cui i russi si pongono davanti al problema e la visione che ne hanno. Queste considerazioni sono state espresse durante una tavola rotonda al Moscow Economic Forum del 10 giugno; qui si dà una parafrasi del video in inglese disponibile qui.

Mi si permetta di dire questo, sulla linea politica tenuta da Kiev: Kiev sta deliberatamente seguendo una politica genocida, il cui scopo è quello di eliminare la popolazione del Donbass [si veda qui un esempio]. Kiev sta distruggendo le infrastrutture del Donbass, ha raso al suolo il più bell'aeroporto d'Europa, che era un progetto infrastrutturale di prim'ordine; ha distrutto ospedali, asili e scuole. Il destino che Kiev sta preparando per la popolazione del Donbass è la distruzione: su questo non si fa mistero alcuno, basta stare a sentire cosa dicono gli ideologi di Kiev come Liashko. Poroshenko non la pensa molto diversamente da così. Per giunta, il popolo viene smaccatamente sfruttato dal punto di vista economico, per creare condizioni tali da costringere la gente del Donbass ad andarsene, a diventare profuga.
Ovviamente, a Kiev sono gli Stati Uniti a comandare, a controllare Poroshenko di persona, a spingere il governo ad andare avanti con la guerra contro il Donbass fino alle conseguenze più estreme. Non ci sono limiti: si può usare qualsiasi mezzo fino a quando ogni resistenza sarà eliminata.
Perché il tempo ci lavora contro? Gli ameriKKKani hanno iniziato a militarizzare l'Ucraina, a costruire una dittatura docile ed una totale mobilitazione del popolo [ucraino] contro la Russia. La popolazione non si è dimostrata entusiasta nei confronti di questa mobilitazione, ma si pensi a questo: a dicembre 2013 a Kiev c'erano duemila miliziani fascisti. A febbraio erano ventimila. A maggio, cinquantamila. Per la fine dell'estate arriveranno a centomila. Presto la mobilitazione dell'esercito metterà insieme mezzo milione di uomini. Dai magazzini sta tornando fuori il materiale militare. L'Ucraina una volta aveva un esercito numeroso, e numeroso sta tornando. I corazzati e i carri armati vengono tolti dai depositi e rimessi in funzione (non si tratta di un lavoro difficile); lo stesso sta succedendo con l'aviazione, gli aerei vengono rimessi in condizioni di volo a Odessa.
Il loro obiettivo è la guerra contro la Russia. Non possiamo rimanere con le mani in mano. Se perdiamo il Donbass, perdiamo anche la pace. Il prossimo obiettivo che metteranno sul tavolo sarà la Crimea. Non sto scherzando: l'Ucraina verrà cacciata in una guerra con la Russia, e la Crimea ne sarà il pretesto. L'ha detto Poroshenko. Victoria Nuland ha detto chiaramente a Odessa che si aspettano che l'Ucraina entri in guerra per la Crimea [il grassetto è nostro, n.d.a.]. Quell'armata di mezzo milione di uomini invaderà la Crimea. Non c'è dubbio. Churchill una volta ha detto "Vi è stata data la possibilità di scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore, e avrete la guerra".
Stiamo parlando di guerra moderna, in questo caso; il che non significa che dobbiamo mandare i nostri carri armati fino a Kiev. Abbiamo però il diritto, previsto dalle leggi internazionali, di fermare almeno il genocidio. Tutto quello che è sufficiente fare è chiudere lo spazio aereo, e usare gli stessi meccanismi legali per distruggere gli armamenti pesanti che gli ucraini utilizzassero contro il popolo. Gli ameriKKKani in Libia hanno fatto la stessa cosa: il governo libico è stato messo in condizioni di non poter combattere.
Abbiamo ancora la possibilità di farlo. Fra sei mesi non l'avremo più. Lugansk e Donetsk hanno insediato due parlamenti, ed istituzioni che uniscono le due repubbliche. Il rifiuto di Kiev di negoziare con Lugansk e Donetsk nasce dal fatto che Kiev non gode di alcuna indipendenza. E' un vassallo degli Stati Uniti, per questo è importante che consideriamo l'Ucraina con chiarezza per quello che è: un territorio occupato dagli Stati Uniti. Una volta inquadrata correttamente la questione diventa chiaro anche quello che dobbiamo fare. Dovremmo incoraggiare le altre regioni non soltanto ad unirsi alla Federazione, ma anche a liberarsi da questa occupazione".
Secondo Glazyev, tutto fa pensare che l'AmeriKKKa stia deliberatamente cercando di provocare un confronto militare tra le forze armate ucraine e la Russia. Alla fine si arriverà alla guerra. "Una guerra europea", secondo le sue predizioni.
E' passato un po' di tempo da queste considerazioni, e dobbiamo notare che le milizie del Donbass hanno intanto ottenuto vari successi nella lotta contro le operazioni militari di Kiev. Nel corso del mese di luglio Kiev ha avuto poco da mostrare ai propri mèntori, con l'eccezione del recuperato controllo su Slavyansk, da cui le milizie hanno operato un ritiro tattico. In conseguenza di questo fatto, gli ucraini hanno fatto ricorso ad un intensificarsi dei cannoneggiamenti contro gli obiettivi civili.