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16 febbraio 2019

Alastair Crooke - L'Europa messa in discussione all'improvviso. Una "Unione Europea nazionalsocialista"?



Traduzione da Strategic Culture, 11 febbraio 2019.


Un pilastro dello establishment dell'ordine europeo, il quotidiano Frankfurter Allgemeiner, ha toccato senza giri di parole un nervo scoperto. Il mese scorso ha pubblicato un editoriale intitolato Una Unione Europea nazionalsocialista? chiedendosi se l'attuale Unione Europea dominata dalla Germania andrebbe considerata come la continuazione del nazionalsocialismo tedesco. Il mainstream tedesco non aveva mai toccato l'argomento prima d'ora. Sembra che l'iniziativa sia indice di qualcosa di importante: il riconoscimento del fatto che le voci dissenzienti di cui l'Unione Europea è bersaglio hanno le proprie radici in qualcosa d'altro che non i malumori populisti. Si tratta del ritorno alla luce dell'antica contesa per lo spirito dell'ordine politico internazionale.
L'autore Jasper von Altenbockum cita il leader della AfD (Alternative für Deutschland) Alexander Gauland, che a una conferenza del proprio partito ha detto che
"l'apparato corrotto, enfiato, non democratico e latentemente totalitario" dell'Unione Europea è senza futuro. Gauland ha fatto un ragionamento popolare: dal momento che nelle istituzioni sovranazionali dell'Unione Europea si possono notare dei casi di mancata legittimazione democratica [se ne deve concludere che l'Unione Europea] ha un ordinamento costrittivo. Chi si oppone in modo radicale alla progressiva integrazione [inoltre] si spinge anche più avanti: paragona l'Unione Europea all'idea di Europa quale essa era ai tempi del nazionalsocialismo...
Gauland ha anche [esposto] una considerazione che ha recentemente acquistato popolarità e che [consente] alla Brexit di trovare una giustificazione storica: [parlando dell'unificazione europea] Gauland ha detto a Riesa: "Questo obiettivo è stato perseguito dai francesi con Napoleone e, in un certo senso sfortunatamente, dai nazionalsocialisti. Come tutti sanno, l'Inghilterra si è opposta a entrambi.
Si tratta di [e qui Gauland porta il ragionamento oltre la mera affermazione che l'Unione Europea è]un apparato latentemente totalitario". [Anzi, c'è da pensare che] l'Unione Europea e la politica europea tedesca sono la continuazione della propaganda nazionalsocialista sull'unificazione continentale. Difficile esprimere maggiore riprovazione. Questo argomento fornisce alla AfD il sospirato e collaterale pretesto di potersi presentare come immune all'ideologia nazionalsocialista".
Com'è logico aspettarsi, von Altenbockum non trova granché che accomuni il progetto europeo con la precedente ideologia razziale nazionalsocialista, ma nondimeno egli ammette che non sono soltanto Gauland e la AfD ("che sta velocemente diventando il partito della brexit tedesca") a rilevare simili contiguità col nazionalsocialismo. "La continuità del progetto europeo rispetto all'epoca nazionalsocialista è presa in considerazione anche dagli storici," specialmente da quando la Germania viene di nuovo accusata di coltivare mire egemoniche sul continente. Già nel 2002 il biografo di Hitler Thomas Sandkühler invitò a "non enfatizzare tanto le cesure nella politica europea; si dovrebbe parlare più che altro degli elementi di continuità".
Cosa significa? Oggi come oggi è difficile andare oltre l'aspetto dell'ideologia razzista. Tuttavia, nonostante il fatto che il nome del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi contempli il vocabolo "nazionale", Hitler non fu un gran difensore del nazionalismo. Fu aspramente critico non soltanto nei confronti del trionfo protestante in Westfalia nel 1648, ma anche dell'istituzione dello Stato nazionale nello specifico, che egli considerava come assai inferiore allo storico retaggio imperiale dei tedeschi. Anziché un ordine fondato su Stati nazionali egli si dispose a realizzare un Terzo Reich che si richiamava direttamente al Primo Reich, ovvero al Sacro Romano Impero Germanico con le sue aspirazioni universalistiche e la sua durata millenaria. La Germania di Hitler era concepita come uno Stato imperiale da ogni punto di vista.
Insomma, nelle secolari politiche continentali i paesi occidentali sono stati caratterizzati dalla contesa tra due visioni antitetiche dell'ordine mondiale: un ordine fatto di Stati nazionali liberi e indipendenti, ciascuno dei quali persegue il bene politico in accordo con le proprie tradizioni e le proprie concezioni, e un ordine di popoli uniti sotto un solo ordinamento giuridico, promulgato e mantenuto da un'unica autorità sovranazionale.
In altre parole la Germania si trovava dalla parte della antica tradizione già di Babilonia e della Roma imperiale, che considerarono propria missione -per dirla cono le parole del re babilonese Hammurabi- "portare all'obbedienza i quattro angoli del mondo." Questa obbedienza, dopotutto, assicurava immunità dalla guerra, dalla pestilenza e dalla carestia.
La conclusione di von Altenbockum per cui l'origine delle idee alla base dell'integrazione europea non si trova in quelle di Napoleone o di Hitler, ma va cercata nella Guerra dei Trent'Anni e negli accordi di Westfalia che accelerarono la caduta del vecchio concetto (romano) di impero cristiano universale per la pace e per la prosperità è più convincente. Ai vincitori la vittoria; e sono i vincitori a stabilire la narrativa. Una narrativa che persiste come paradigma politico dell'Europa di oggi.
La costruzione liberale dell'unione europea ha come premessa il famoso manifesto liberale scritto da John Locke e intitolato Secondo trattato sul governo, pubblicato nel 1689, che sosteneva in definitiva l'esistenza di un unico principio alla base della legittimità di un ordinamento politico, ovvero la libertà individuale.
L'opera di Locke era in gran parte un prodotto della concezione protestante. Si apre con l'affermazione che gli esseri umani nascono "perfettamente liberi" e "perfettamente uguali" e continua a descriverli come esseri che si dedicano alla propria vita, alla libertà e alla prosperità in un mondo di transazioni basate sul consenso.
A partire da questa premessa, Locke costruì il proprio modello di vita politica e la propria teoria del governo: dalle sue teorizzazioni sono nati i modelli economici e di oggi, secondo la versione di Adam Smith che contestualizza nell'àmbito economico la concezione protestante di John Locke e di John Hume dell'individualismo e della proprietà.
Dal momento che si tratta di una visione protestante, essa mutuava dal Vecchio Testamento (più che dal Nuovo) il concetto di un'autorità sovrana unificante, gelosa e intollerante come Yahveh. Il principio organizzativo dello Stato nazionale era quello di una sola autorità, una sola legge e l'esclusiva delle armi, non il vagheggiato impero di sovranità commiste e di pretese spirituali che lo aveva preceduto.
A un certo punto la politica liberale, la teoria economica e il diritto internazionale fecero inaridire le altre concezioni concorrenti e divennero la struttura, virtualmente indiscussa, delle conoscenze che una persona istruita necessita di possedere in materia di politica.
E dunque? Qual è il nocciolo della questione? In primo luogo il leader di AfD Alexander Gauland sta dicendo che l'Unione Europea non è né liberale, né libera, né costituisce un ordinamento o un impero di per sé; l'Unione Europea è costrittiva nel suo desiderio (di origine giudaico cristiana e laicizzato) di giungere all'unificazione umana o sociale riducendo tutto quanto ha un solo modello, l'ordine liberale in cui essa detta legge.
La questione non è tanto nel fatto che un pubblicazione dello establishment tedesco sta toccando una questione scottante, quella della possibile influenza del nazionalsocialismo tedesco considerato come la base su cui si articolano le politiche dell'Unione Europea: più concretamente, si fa la tacita ammissione che il leader di AfD ha degli argomenti, ovvero sta presentando una visione complessiva dell'ordine europeo che è concorrenziale a quella corrente.
L'autore lo ammette, sia pure di malavoglia; "in AfD ci sono molti politici cui piacerebbe tornare al tradizionale pensiero dei rapporti di forza", ovvero all'idea di una concertazione di poteri indipendenti e sovrani. L'autore tuttavia, riprendendo la linea di pensiero dello establishment afferma semplicemente che questo è impossibile: si è investito troppo nel progetto dell'Unione Europea per potersi permettere di lasciar perdere tutto.
Secondo von Altenbockum, dopo la seconda guerra mondiale il considerare il passato ha fatto sì che [il progetto dell'Unione Europea] "fosse fornito di un ancoraggio istituzionale ineliminabile, che contempla inevitabilmente la rinuncia a parte della sovranità".
Proprio per questo la Brexit diventa significativa per Gauland: non come semplice risentimento britannico nei confronti del dominio tedesco in Europa, ma perché l'Inghilterra è sempre stata "dall'altra parte", all'opposizione rispetto a queste concezioni di un universalismo imposto con la riduzione a un solo modello imperiale. "Come tutti sanno, l'Inghilterra si è opposta a tutto questo," afferma Gauland.
Locke, questo è vero, aveva cercato di rafforzare il paradigma dello Stato nazionale e non di indebolirlo. Nondimeno, nell'elaborare la propria teorizzazione sminuiti l'importanza o tralasciò del tutto aspetti che per l'umano consesso sono essenziali. Nel suo Secondo trattato Locke tralascia il retaggio intellettuale, spirituale o culturale che si riceve dalle proprie origini. Risultato è il disprezzo nei confronti dei legami, anche i più elementari, pensati per mantenere la coesione sociale.
Allo stesso modo, il governo posto in essere dal contratto sociale presentato nel Secondo trattato è sinistramente privo di frontiere o di limiti. Istituzioni come lo Stato nazionale, la comunità, la famiglia e la Chiesa pare non abbiano alcuna ragione per esistere. Pur senza volerlo, la piattaforma teorica elaborata da Locke fa dell'ordine protestante qualcosa di troppo difficile da spiegare, e tanto meno lo giustifica. Locke poteva anche aver nutrito altre intenzioni, ma quello che fece fu dare vita a un costrutto liberale della politica che è quella che sta alla base dell'opposto dello Stato nazionale.
Cosa significa questo? Significa la Brexit, i gilet gialli, la Lega, la AfD, il gruppo di Visegrad. Significa il futuro dell'Europa messo seriamente in discussione, nonostante le élite politiche e intellettuali dotate di una formazione universitaria sia in AmeriKKKa che in Europa siano oggi perlopiù inquadrate negli schemi liberali.
Eppure un articolo come questo, che viene dal Frankfurter Allgemeiner, e le sue asserzioni sui presunti legami fra integrazione europea e nazionalsocialismo, secondo Wolfgang Münchau rappresentano "un connubio esplosivo" che fino a oggi in Germania ha riguardato solo un dibattito marginale. L'articolo precisa che le élite europee stanno iniziando a rendersi conto delle esplosive potenzialità di questo conflitto. Si rendono conto che sono alla ribalta vecchie questioni, antichi scontri sulla natura stessa della politica, della società, della cultura e sul modo in cui il potenziale umano dovrebbe trovare sviluppo.
Riuscire a capire questo consente di inquadrare correttamente la politica estera europea: consente di capire come possano i leader europei ignorare la lunga storia di intromissioni nelle vicende del Venezuela per appoggiare un'altra iniziativa in questo senso. O come invece desiderino negare alla Repubblica Araba di Siria le risorse finanziarie e gli aiuti. Torna in mente il desiderio del re babilonese di "portare all'obbedienza i quattro angoli del mondo". Questa obbedienza d'altro canto è nel loro assoluto interesse.
Gauland ha esagerato, a descrivere l'Unione Europea come "un totalitarismo latente"? Un'idea in proposito la fornisce Yanis Varoufakis. Di fresca nomina come ministro delle finanze greco, alla prima visita a Bruxelles e a Berlino fu accoldo da Schäuble all'insegna del "Si tratta del mio mandato contro il tuo". "Schäuble stava rispettando la lunga tradizione della UE che consiste nel rinnegare i mandati democratici... in nome del loro rispetto. Come tutte le ipotesi pericolose, si fonda su una verità ovvia: gli elettori di un paese non possono conferire mandato di rappresentanza per imporre ad altri governi quelle condizioni che essi non hanno avuto dal proprio elettorato il mandato di accettare. Si tratta di un'ovvietà. Ma il fatto che i funzionari di Bruxelles e gli amministratori degli equilibri politici come Angela Merkel e lo stesso Schäuble la ripetano di continuo ha il fine di trasformarla reconditamente in un concetto assai diverso: nessun corpo elettorale in nessun paese può conferire al proprio governo il mandato di opporsi a Bruxelles."
E, continua Varoufakis, non stanno mai a sentire.
"Io e i miei collaboratori abbiamo lavorato duro per avanzare proposte basate su seri lavori econometrici e su analisi economiche intonate. Una volta verificate dalle massime autorità nei rispettivi campi, da Wall Street alla City fino ai luminari del mondo accademico, le avrei sottoposte ai creditori della Grecia a Bruxelles, a Berlino e a Francoforte. Poi mi sarei messo tranquillo a godermi la stereofonia di sguardi fissi. Sarebbe stato come se non avessi mai parlato. Come se non gli avessi portato nulla. Sarebbe stato il loro linguaggio del corpo a far capire che negavano l'esistenza stessa delle carte che gli avevo messo davanti. La loro risposta, sempre che ce ne fosse stata una, sarebbe stata assolutamente slegata da quanto gli avevo detto. Mi sarei potuto anche mettere a canticchiare l'inno nazionale svedese. Non ci sarebbe stata differenza."

24 dicembre 2015

Quando l'Europa tira in lungo i problemi e fa finta che tutto vada bene: Il caso greco e il caso siriano




Traduzione da Conflicts Forum.

Jeremy Warner, viceredattore del Telegraph, ci racconta una storia che è un esempio, perché tocca tutte le principali crisi che l'Europa e gli Stati Uniti stanno affrontando.
"La Grecia è un paese di frontiera, in quanto è uno dei principali punti di ingresso per chi emigra nell'Unione Europea. Una volta entrati i migranti possono spostarsi liberamente grazie agli accordi di Schengen in buona parte del territorio dell'Unione, fino a quando non riescono a raggiungere il paese in cui intendono chiedere asilo o in ogni caso trovare illegalmente un'occupazione.
La maggior parte degli stati europei credono che la Grecia abbia affrontato molto male le proprie responsabilità nella sorveglianza delle frontiere e considerano molto male il fatto che essa abbia rifiutato più consistenti aiuti europei per affrontare la crisi. Quindi l'Unione Europea minaccia adesso di espellere la Grecia da Schengen. Un'azione del genere sostanzialmente separerebbe la Grecia dal corpo principale dell'Unione Europea, come già succede con il Regno Unito che non è parte degli accordi di Schengen; si dovrebbero ristabilire controlli alle frontiere per monitorare i passaggi dalla Grecia al resto dell'Unione.
L'Unione Europea può permettersi di minacciare l'espulsione della Grecia perché la Grecia si è mostrata restìa ad accettare anche aiuti di portata limitata, come quelli che riguardano l'assistenza umanitaria o l'organizzazione di una speciale missione di Frontex, che una variante europea disperatamente inadeguata del corrispettivo statunitense. Questo rifiuto non è dovuto al fatto che la Grecia non pensa di aver bisogno di aiuti; è dovuto al fatto che essa ritiene questa offerta enormemente inadeguata. il concetto può sapere di già sentito, e difatti si tratta di cose già successe nel caso della crisi del debito sovrano. L'Unione Europea offri una sorta di limitato abbuono ma sotto termini e a condizioni tali che la Grecia trovò tutto quanto inaccettabile. Alla fine fu costretta ad arrendersi perché l'alternativa era la sua espulsione dalla moneta unica"

La crisi dei rifugiati e la crisi che nasce dalla politica di austerità dell'Unione Europea, come Jeremy Warner ha compreso con chiarezza, hanno in comune il fatto di derivare entrambe dall'uso di tirare in lungo i problemi come si farebbe prendendo a calci un barattolo lungo una strada, e nel far finta che tutto vada bene anche quando è chiaro a tutti che così non è.
Quanti credono che la Grecia sia in condizioni di pagare i propri debiti sulla base delle politiche di austerità adottate in passato e adottate a tutt'oggi, adesso si contano sulle dita di una mano; eppure la politica continua a mantenere questa linea e si continua a fingere che in fin dei conti tutto va bene. Quando la vaticinata soluzione stenta a farsi vedere e rimane ben al di là dell'orizzonte non si fa altro che proseguire con le politiche di austerità, ma in maniera sempre più strampalata. La rivista greca Enikonomia per esempio pubblica un articolo secondo cui i contribuenti greci saranno tra poco costretti a dichiarare tutto il denaro contante che tengono sotto il materasso o in cassette di sicurezza bancarie al di sopra dei quindicimila euro, così come i gioielli e le pietre preziose -oro compreso- di valore superiore ai trentamila, a partire dal 2016. Tutto questo somiglia maledettamente all'annuncio di un piano di confisca delle ricchezze da parte del governo. Il disastro greco continua semplicemente a dispiegarsi e non se ne vede la fine.
Allo stesso modo Europa e Stati Uniti si sono intestarditi in decenni di politiche monetarie poco rigide, vale a dire che sono andati creando ancora più debito per liberarsi da certi problemi di debito, eppure le nostre economie si dice siano ancora oggi praticamente degli zombie, ed in più dobbiamo affrontare l'instabilità di sistema originata dall'esplosione del debito valutata oggi in centonovanta trilioni di dollari a livello mondiale laddove il prodotto interno lordo mondiale è di soli settanta trilioni. L'esposizione dei derivati è valutata qualcosa come venti volte il prodotto interno lordo mondiale. In breve, ci sono molti più crediti di quante siano le ricchezze reali, quindi lo stampare sempre più denaro e mantenere i tassi di interesse pari a zero o anche negativi pare essere una pratica destinata ad estendersi indefinitamente.
Ora europei e americani sono capacissimi di intuire i pericoli che nascono dalla precarietà finanziaria o dalla crisi dei profughi in Europa che minaccia l'esistenza stessa del progetto europeo. Jean Claude Junker recentemente ha vaticinato che se gli accordi di Schengen falliscono allora è inutile che continui ad esistere l'euro. Il fato è che siamo rimasti prigionieri di un copione in cui si rimandano le cose all'infinito e al tempo stesso si finge che vada tutto bene, nonostante tutto questo non faccia che aggravare la crisi.
Lo stesso succede con la Siria. Il Parlamento britannico ha votato a grandissima maggioranza per i bombardamenti; si dice che la decisione sia stata presa per indebolire lo Stato islamico ma ovviamente ha il reale obiettivo di servire a motivazioni meno note al pubblico, in particolare a mantenere aperta la possibilità di cacciare il presidente Assad e di rovesciare il governo. Questo sulla base del fatto che il comitato congiunto dei servizi segreti insiste a dire di aver identificato settantamila "moderati" in Siria -di cui non fornisce altri dettagli- quando perfino l'ex ambasciatore britannico a Damasco afferma che ve ne sono al massimo cinquemila, che formano l'evanescente "Libero Esercito Siriano". Il Regno Unito vuole inoltre dividere la Francia dalla Russia, dopo che il presidente Hollande ha invece annunciato di voler collaborare con Mosca. Nel Regno Unito vedrebbero volentieri Putin prendere una ridimensionata, e alla fine anche compiacere i propri alleati nel Golfo Persico.
Siamo davanti ad un altro caso in cui (1)si mandano le cose per le lunghe: in questo caso la tiritera del rovesciamento del governo siriano, portata avanti esagerando il numero dei ribelli "moderati" e pianificando attentamente i bombardamenti per rafforzare i suddetti a scapito dello Stato islamico, mentre (2)si fa finta che la crisi dei profughi non abbia nulla a che fare con i precedenti ed infruttuosi tentativi dell'Occidente di rovesciare il governo siriano, o che un governo di transizione in Siria fatto di occidentalizzati fedeli alla Banca Mondiale o da tecnocrati alla Goldman Sachs avrebbe una qualche speranza di innescare la massa critica di risorse statali necessarie a sconfiggere Al Qaeda, lo Stato Islamico o Ahrarh al Sham nella guerra che sicuramente scoppierebbe nel caso lo stato siriano venisse decapitato, come spera il signor Cameron.
La conseguenza dell'aver fatta propria la linea che impone la caduta del governo senza che esista una alternativa credibile per esso, e in un momento in cui le forze del Califfato per un verso o per un altro dominano completamente il fronte degli insorti, è quella di auspicare un risultato in stile libico, compresa l'anarchia che seguirebbe. Altra conseguenza è il far finta che pagare alla Turchia una mancia per fermare il flusso dei profughi risolverebbe il problema dei rifugiati. Il presidente Erdogan è parte del problema -da lui stesso innescato- e non parte della soluzione.
Sembra che Europa e AmeriKKKa non possiedano la leadership, la volontà e la visione di insieme necessarie ad uscire dal loro paradigma di rinvii indefiniti e di finzioni, e che le varie crisi in Europa non faranno che approfondirsi e moltiplicarsi dal momento che come nota Warner esse sono tutte collegate tra loro. Per fortuna in Siria i bombardamenti britannici e gli attacchi con i droni non faranno molta differenza sul piano pratico, con l'ovvia eccezione delle persone che presumibilmente moriranno a causa di essi. Ad essere davvero dannoso, nell'iniziativa britannica, è il fatto che essa intende a bella posta intorbidare le acque di ciò che esattamente viene offerto all'Europa.
Da una parte all'Europa viene offerta la prospettiva che dopo la sconfitta degli jihadisti in Siria con la fattiva partecipazione al conflitto delle forze regolari e col sostegno aereo si terranno libere ed aperte elezioni sotto il controllo delle Nazioni Unite e vi sarà un nuovo parlamento incaricato di applicare le riforme. Il presidente Assad probabilmente si candiderà; nel caso vincerà quasi sicuramente la consultazione elettorale. Cosa succede se il presidente Assad risulta vincitore? Non è forse diritto del popolo siriano decidere, e scegliere il proprio rappresentante secondo il proprio modo di essere? L'Unione Europea pensa che la crisi dei profughi che la riguarda sia di così poca importanza che ci si può anche permettere di delegare ad un qualche subordinato il compito di trovare una vera soluzione ad essa, per avere anche un ruolo politico in Siria? Tutto questo deve rimanere nell'alveo di ciò che è gradito a Washington, senza che Mosca abbia voce in capitolo? Che faranno gli europei se Bashar Assad dovesse vincere le elezioni? La vittoria di Assad potrebbe davvero essere preziosa per interrompere l'esodo dei profughi siriani.
Dall'altra parte, per come stanno le cose, l'Europa rischia di doversela vedere con la prospettiva di un paese decapitato e smembrato e con la possibilità -che in una simile situazione è molto concreta- che le forze del califfato finiranno per prevalere e l'esodo dei rifugiati col trasformarsi in una marea. Come mai è così difficile scegliere? Si vuole soltanto umiliare Putin? O forse qualcuno non può sopportare l'idea che Assad resti al potere?
La cosa più probabile è che alla fine sia quest'ultimo esito a risultare il preferito, solo che è probabile che la mossa britannica riesca a complicare tutto e ad allungare ancor più i tempi, rendendo meno probabile che l'Europa riesca a liberarsi da una linea politica basata sul far finta di nulla e sul tirare in lungo i problemi e più verosimile che le varie crisi interconnesse continuino ad aggravarsi fino a minacciare la stabilità del continente. Washington si trova a molte migliaia di miglia dal Medioriente in disgregazione; l'Europa ce l'ha sulla porta di casa. Gli interessi degli europei e degli americani quando si tratta della Siria non coincidono. L'Europa dovrà scegliere.