21 aprile 2020

Roberto Cavalli. Chiude la sede di Firenze.




Roberto Cavalli
.
Sì, questo.
Quello di Rachele.


    Han spento lucciole e lanterne
    Messo il leone nella gabbia
    Scambiato il fumo con la nebbia
    Domani il circo se ne va.

    Le stelle accese nella tenda
    Sono tornate dei fanali
    I clown degli uomini normali
    Domani il circo se ne va.

    Passato il giorno della festa
    Ritorneremo a misurare
    Quel posto vuoto sul piazzale
    Domani il circo se ne va.

    Passato il giorno della festa
    Ci resta il piccolo calvario
    Di spazi vuoti al calendario
    Domani il circo se ne va.

    Han messo via le luminarie
    Smontato tutto pezzo a pezzo
    Soldati e bimbi a metà prezzo
    Domani il circo se ne va.

    Nel lampo breve di un istante
    Forse era solo un'illusione
    L'uomo sparato dal cannone
    Domani il circo se ne va.

    Passato il giorno della festa
    Resta un ricordo eccezionale
    Un manifesto lungo il viale
    Domani il circo se ne va.

    Passato il giorno della festa
    Ci sono a far da spazzatura
    Lustrini fra la segatura
    Domani il circo se ne va.

    Solo l'orchestra del silenzio
    Che non ha posto per partire
    Rimane a farci divertire
    Domani il circo se ne va.


Angelo Branduardi, L'ultimo giorno del circo.


20 aprile 2020

Alessio Maggi, hotel "Le Ginestre", Marina di Pietrasanta (LU)


Questo generoso signore si chiama Alessio Maggi e dovrebbe essere il padrone dello hotel "Le Ginestre" di Marina di Pietrasanta.
Una gazzetta ha preso a pretesto la sua eccessiva loquacità sul Libro dei Ceffi e ne ha fatto lo zimbello del giorno.
Cose che succedono quando si è eccessivamente loquaci sul Libro dei Ceffi; la cosa interessante è che si tratta di problemi sconosciuti a chi non è eccessivamente loquace sul Libro dei Ceffi.

Dopo l'epidemia di Coronavirus l'imprenditoria andrà senz'altro aiutata.
In molti casi -come questo- andrà aiutata a sparire.
E a sparire in silenzio, se possibile.

13 aprile 2020

Barbara Balzerani - Lettera a mio padre. Segnalazione a Gabriele Toccafondi.



Lo stato che occupa la penisola italiana è l'unica realtà al mondo in cui è normale vantare studi alla scuola della vita e lauree all'università della strada, e in cui non ci sarebbe assolutamente da sorprendersi se prospettando un libro in dono a qualche conoscente ci si sentisse rispondere "No grazie, ne ho già uno".
In un contesto del genere i libri scritti da combattenti irregolari, quali che siano argomenti e contenuto, hanno di solito un pubblico che è eufemistico definire ristretto, composto per lo più da militanti politici o da studiosi di storia contemporanea.
A meno che non finiscano nel tritatutto giornaliero delle gazzette, che tengono moltissimo alla propria libertà e indipendenza, specie quando contempla l'annichilimento di individui e organizzazioni invisi ai rispettivi referenti.
Il signor Gabriele Toccafondi fa da un paio d'anni il deputato a Roma, e a giudicare dalle gazzette di cui sopra ha dedicato un po' del tempo che non ha passato a cambiare casacca o in altre inconcludenti occupazioni a interessarsi dei libri di Barbara Balzerani.
Sicuri di fargli cosa gradita, riportiamo qui un estratto da Lettera a mio padre della stessa autrice, di prossima uscita per DeriveApprodi; speriamo anche di poter riferire in questa sede di una prossima presentazione del libro al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud, dei quali siamo frequentatori e sostenitori da oltre vent'anni al pari di molte persone che con certi ben vestiti non hanno nulla da spartire.
Esiste un'infinità di temi più o meno lontani da quelli trattati solitamente in questa sede.
Uno di questi è rappresentato proprio dagli scritti di combattenti irregolari come Barbara Balzerani o Enrico Fenzi. Lo stesso vale, come i nostri lettori sanno piuttosto bene, per la storiografia necessaria a deridere i piagnistei propagandistici dell'occidentalame in materia di confini orientali della penisola italiana.
Il fatto che il puro e semplice esistere di simili scritti scateni a cadenze più o meno regolari la mestruale indignazione di qualche esponente del democratismo rappresentativo o di qualche altro signore con libera udienza presso le gazzette è motivo sufficiente per consigliarne l'acquisto (magari in più copie) e per affrontarne soprattutto la lettura, a prescindere dai loro contenuti e dal loro valore letterario.


[Riceviamo e pubblichiamo volentieri un estratto dall’ultimo libro di Barbara Balzerani, Lettera a mio padre, di prossima uscita per DeriveApprodi. Vista però l’attualità e l’interesse dell’argomento trattato abbiamo scelto di pubblicarlo come ‘intervento’. S.M.]

Tu dici che è sempre andata così. Che periodicamente la natura scatena forze incontrollabili. Ma non è tutto sempre uguale. Mai come in questo ultimo scorcio di tempo un manipolo di potenti, solo in quanto esistono, indirizzano le sorti di tutti. Nelle strade di Roma passeggiano i cinghiali. Sui nostri cassonetti della spazzatura fanno le gare di volo radente i gabbiani. I topi e i lupi ci contendono risorse e spazi di prossimità. Non sono attrazioni per i turisti. Sono i reparti avanzati dei nuovi virus che la febbre del pianeta sta risvegliando. È un segnale di quanto sia malmesso il nostro e il loro ambiente di vita, quanto compromesse siano le difese immunitarie di ognuno. E che a noi occidentali non evochino il terrore ancestrale di serpenti o pipistrelli non elimina il fatto che sia la convivenza anomala tra umani e altre specie che causa le ripetute epidemie. I nostri sconfinamenti produttivi. La bestiola appesa al soffitto di una grotta buia non potrebbe nuocere se certe attività umane non avessero fatto da volano. Tutte legate alla logica capitalistica di distruzione delle condizioni di vita degli ecosistemi. Questa, all’ennesima emergenza, ordinerà le file per mandare in circolo l’ultimo vaccino, fino a esaurimento scorte. E poi da capo. Ancora ci dovrebbero parlare i ciechi di Brughel, anche se, dall’ultima rivoluzione fallita, sembra che sia diventato impossibile anche il solo pensare di liberarci dal virus produttivistico che prospera sul nostro sistema di vita. Eppure la mitizzazione del progresso scientista e tecnologico ha dato ampia dimostrazione non solo della sua nocività ma anche dell’oscuramento della conoscenza non legata ai bilanci di impresa.
Il gigante scintillante della produzione e del mercato mondiale poggia su un mondo di sfruttamento, miseria e devastazioni che ne garantisce il funzionamento. Trovare i modi per smettere di sorreggerlo e vederlo crollare da tempo non è più opera della presa di un palazzo d’inverno. Forse occorrerà sgretolarlo in più punti, danneggiarlo per eroderne le fondamenta. Riconquistare la conoscenza del suo funzionamento in un sistematico sabotaggio, sottraendola dalle mani degli esperti a libro paga. Per quanto possa essere difficile qualcosa si può fare subito. Smettere di assecondare chi parla di catastrofe imminente e sparge motivi di speranza che siano i responsabili del disastro a mettere riparo. Chi più drammatizza la condizione del pianeta e più trova modi per una riparazione del danno che è conservazione dell’esistente.
Se tu ci fossi ancora sapresti svelare l’inganno malcelato dietro le innovazioni industriali che dovrebbero ripulire l’aria dai gas venefici. Per esempio potresti spiegare come funziona un motore e di che si alimentano le tanto magnificate macchine elettriche, ultima trovata dell’affarismo verde. Come se sotto il cavolo delle fiabe si trovassero belle e pronte le batterie che tutto hanno meno che la qualità di non inquinare. Col tuo aiuto potremmo capire quanta energia ci vuole per produrle, di che si alimentano, quante ne servono. Impareremmo che la materia prima non è il vegetale magico. Che, anche se la favola ha come protagonisti dei bambini, questi non passano le loro giornate a vivere avventure ma a estrarre cobalto per pochi spiccioli. Che ne muoiono tanti. Che sono bambini africani di pochi anni d’età. Che le batterie esauste, insieme ai telefoni e gli altri congegni elettronici, torneranno nei loro paesi come rifiuti speciali di impossibile smaltimento. Che alle guerre per il petrolio si sommeranno quelle per il nuovo oro striato di grigio. Che sono già cominciate.
Volti non così difficili da vedere nelle nostre giornate blindate dall’indifferenza. Basterebbe non distogliere lo sguardo.
Non ti stupire. In modi diversi nel mondo stiamo morendo sull’altare imbandito del dio consumo. Non avresti mai potuto crederlo nei tuoi anni di lotta per l’indispensabile. Adesso che la furia della produzione capitalistica ha diradato tante nebbie, possiamo vedere con un po’ più di chiarezza quanto gli stati con i loro confini, le proprietà della terra con le loro recinzioni, la produzione con lo sfruttamento del lavoro e dei territori, le biotecnologie hanno messo in forse alla vita di continuare. Forse è tempo di celebrare il fallimento di questa macchina di morte che nessuna versione ecologica può riesumare. Di incepparne il funzionamento. Anche senza tutte le rifiniture di programma, è questo il tempo. Per gli irregolari, gli illegali, gli scarti, gli indios, i comunardi. L’impasto che ci mette all’altezza di un’altra storia, interamente umana.

06 aprile 2020

Leoni e cani. Una lezione agli sciacalli?



All'inizio di aprile 2020 circola negli ambienti del cicaleccio "occidentalista" un video con quella che viene presentata come la piccata risposta di una mezzana di pigioni alla richiesta di un sostanziosissimo sconto da parte di un cliente. Richiesta motivata dal crollo dei prezzi provocato dal coronavirus e dalla ormai diffusa indigenza di buona parte dei sudditi dello stato che occupa la penisola italiana.
Gentile signore, la ringrazio per il suo interesse, tuttavia non prevediamo la possibilità di offrire una riduzione del prezzo del 55% come da lei desiderato. Vede, il nostro Paese si è sempre rialzato dalle prove peggiori a cui la storia lo ha sottoposto, ci rialzeremo anche questa volta. Tra l’altro, deteniamo oltre il 70 per cento del patrimonio artistico e culturale globale. Nel Mediterraneo inoltre sono fiorite le maggiori civiltà dell’antichità. Civilità che hanno condiviso cultura, progresso e conoscenza. Credo che anche lei si trovi nella sua abitazione, così avrà sicuramente il tempo di tradurre questa nostra mail, quindi le scrivo in italiano. E la invito anche a tradurre questo antico detto. Sui cadaveri dei leoni festeggiano i cani, ma i leoni rimangono leoni, ed i cani rimangono cani.
Il "paese" dove mangiano spaghetti ha visto imperversare una invenzione della tradizione cui deve un'abbondante parte del proprio PIL e cui è ovvio ascrivere anche il perentorio adagio con cui si chiude la risposta. Un modo di dire adattissimo a bulli di quartiere e marmaglia da stadio, ma per nulla adatto alla corrispondenza commerciale.
Evidentemente nemmeno negli ambienti che più tengono a quella eleganza formale che in questa sede non si perde occasione per irridere si riesce più a spingersi oltre il gergo e le schermaglie tipiche dei più repellenti contesti dell'"Occidente" contemporaneo.
Quella che segue invece è la risposta che avremmo dato noi ad una mail di analogo contenuto.
Egregia signora, la mia offerta al ribasso è motivata da un contesto contingente che è dato da due fattori essenziali. Il primo è rappresentato dalla contrazione dei mercati di cui ha colpa l'epidemia in corso. Il secondo, ben peggiore, è rappresentato dalla brutta situazione economica in cui il suo "paese" si trova.
Vede, il drastico calo del potere d'acquisto intervenutovi nel corso degli ultimi decenni ha un colpevole preciso. E non è né l'Unione Europea né l'usura giudaica né il signor Soros, per quante balle possano darvi a bere visto che ormai voi mangiaspaghetti vi bevete di tutto e non vi pare neanche il vero.
I colpevoli siete voi.
Siete voi, perché avete gettato alle ortiche un secolo buono di lotte sociali e sindacali in cambio di qualche straccio firmato, e chi non era troppo convinto si beccava anche di terrorista.
In questa situazione conta solo il libero mercato, come un agente immobiliare dovrebbe sapere molto bene.
E questo porta a un motivo meno contingente.
La mia offerta risponde alle leggi del libero mercato. Leggi che nessuno di voi si sogna di criticare... fin tanto che gli riempiono le tasche.
E per riempirvi le tasche è almeno dai tempi dell'antiquario Bardini che il patrimonio storico cui dite di tenere tanto ve lo vendete a tocchi e bocconi, fermo restando che la percentuale da lei citata non trova riscontro in alcuna pubblicazione minimamente seria e meno che mai nella pagina citata in link da una delle vostre più repellenti gazzette.
Ciò premesso, temo proprio che mi rivolgerò altrove: in fondo, un cane vivo ha una libertà di movimento e di azione che un leone morto non ha più. Sarà già tanto se qualcuno gli userà il pietoso ufficio della sepoltura... prima che della cosa inizi a interessarsi l'ufficio di igiene.
Si abbia per intanto i miei più irridenti saluti.

27 marzo 2020

Firenze. Le bandiere al tempo del Coronavirus



Firenze è Firenze. 
 Anche nelle circostanze rappresentate dalla pandemia virale del 2020 c'è chi ha le idee ben chiare su quali bandiere meritino di essere ostentate con tranquilla sicurezza e quali meritino soltanto di essere tenute a distanza.
Tra il febbraio e il marzo del 2020 un virus capace di generare una grave insufficienza respiratoria -soprattutto in soggetti anziani o debilitati- ha iniziato a diffondersi nella penisola italiana dopo aver provocato alcune migliaia di vittime nella Repubblica Popolare Cinese.
Il numero dei casi è esploso in Lombardia.
La Lombardia è da trent'anni almeno un alacre laboratorio politico "occidentalista"; un territorio dove l'imperversare del liberismo ha conosciuto -forse- qualche limite solo nell'ostinazione con cui la chiesa cattolica continua a fare da argine alle ingiustizie sociali più intollerabili. E si tratta di una istituzione sulla cui ipocrisia non è certo il caso di sorvolare.
Lo stato che occupa la penisola italiana ha dapprima varato misure eccezionali di limitazione alla vita sociale ed economica nelle zone interessate. Visti i nulli risultati le ha poi estese a tutto il territorio sotto il proprio controllo. 
Dal punto di vista che interessa in questa sede, l'accaduto ispira due considerazioni.
Se quanto sopra si fosse verificato in Toscana, l'occidentalame gazzettiero si sarebbe trasferito in blocco in riva all'Arno e avrebbe dato la stura al piglio dileggiante con cui affronta qualsiasi campo del reale. La minima defaillance del sistema sanitario sarebbe stata attribuita ai comunisti, ai buonisti, ai pacifinti e via mestruando. Soprattutto, in primavera avrebbero dovuto tenersi le elezioni e gli "occidentalisti" nella nuova versione sovranista ed accattona avrebbero voluto imporre con i soliti sistemi una candidata cui non si conoscono altri meriti oggettivi al di là dell'atteggiarsi a paladina del cattolicesimo... dopo aver concepito e partorito fuori dal matrimonio.
Il sistema sanitario lombardo ha barcollato sotto il colpo. Difficile pretendere esiti diversi dopo decenni di privatizzazioni. Il laboratorio del liberismo a spese dei diritti (presuntamente) altrui ha dovuto subire una piccola serie di lezioni di realismo proprio dalle realtà più invise: le organizzazioni non governative, la Repubblica Popolare Cinese, la Federazione Russa, la Repubblica di Cuba. Decenni di ciance televisive, di starnazzi gazzettieri e di altro collodio propagandistico disconfermati in una settimana. Per lo più -e per giunta- ad opera di professionisti che si presentano in un modo composto e dimesso che fa a pugni con il piglio carnevalesco e ciarliero che caratterizza le poco vestite e i sovrappeso cui la propaganda "occidentalista" affida la comunicazione delle proprie istanze.
Che l'intervento di realtà più serie sia senz'altro interessato e dia luogo a speculazioni non è cosa che ci interessi approfondire, dato che la sfrontata malafede "occidentalista" non viene certo meno in simili circostanze. A titolo di esempio basterà riferire che esistono voci gazzettiere propense a vedere nella presenza di medici militari russi i prodromi di un'iniziativa bellica. Affermazioni del genere sono utili solo a chi cercasse conferma dell'affidabilità e dell'obiettività del gazzettaio "occidentale".

19 marzo 2020

Alastair Crooke - Le cose che non funzionano, nell'inverno del coronavirus



Traduzione da Strategic Culture, 16 marzo 2020.

Il dottor Michael Osterholm del Centre for Infectious Disease Research presso l'Università del Minnesota ha detto nei giorni scorsi che gli USA non erano pronti per un'epidemia, e che la crisi sanitaria nelle prossime settimane peggiorerà molto. "Ora come ora stiamo affrontando la cosa come se fosse una tempesta di vento a Washington DC: si chiude tutto per un paio di giorni... ma questo è davvero l'inverno del coronavirus, e questa è la prima settimana," ha detto Osterholm.
Il presidente Trump si è dunque deciso ad abbracciare uno stoicismo laconico, venendoci a dire che quella del virus era una bufala e che non era nulla di peggio di un'influenza di stagione che sarebbe sparita con l'arrivo del caldo. Insomma, ha semplicemente incolpato i cinesi. Adesso gli ameriKKKani e gli europei, che erano tanto scettici, stanno iniziando a capire quanto il Covid-19 sia diverso da un'influenza qualsiasi.
Gli europei hanno reagito in ordine sparso, ma a parte lo Stato che occupa la penisola italiana hanno per lo più dato la precedenza a mantenere il loro PIL anche a rischio di veder collassare i loro sistemi sanitari nel momento in cui il virus raggiungerà picchi superiori alle potenzialità delle terapie intensive europee. Dal Regno Unito dicono di aver dato il via a una "fase di contenimento", ma in realtà non hanno fatto quasi nulla per impedire che il virus si propagasse tranquillamente fra la popolazione.
La Lombardia, nello stato che occupa la penisola italiana, ha un sistema sanitario di prim'ordine adesso sommerso al 200% della sua capacità, e ha messo mano a una strategia di stampo darwinistico lasciando che certi vivano o muoiano senza passare dalla terapia intensiva. Le équipe mediche delle terapie intensive i pazienti più anziani non li visiteranno neppure. I paesi europei che non hanno adottato misure che puntano a ridurre la vita sociale potranno avere di che pentirsene. Limitare la vita sociale costa, ma alla fin fine funziona. Nelle "zone rosse" della penisola italiana i contagi hanno rallentato.
Il vocabolo "contenimento" non è esatto. Contenere la diffusione di un virus è quasi impossibile, perché si diffonde nell'aria e vi rimane (si veda qui). Il virus può essere veicolato da soggetti che neppure sono consapevoli di esserne affetti. Il "contenimento" non può ad oggi fermare la diffusione del coronavirus, ma la serrata delle attività sociali può rallentarne la trasmissione e, cosa più importante, appiattirne il picco, alleviando un po' della pressione sui risicati reparti di terapia intensiva. Se non si ferma la socialità ci troveremo probabilmente assistere a un impennarsi esponenziale nei tassi di infezione nei paesi il cui governo ha fatto poco per ridurre al minimo i contatti interpersonali.
Attenzione a non sbagliare: i leader che fanno la scelta errata, considerando gli effetti del virus un'esagerazione e questa crisi un qualche cosa di passeggero per cui basta stringere i denti e atteggiarsi a stoici, ne risponderanno senz'altro politicamente.
Ora, e per quanto i riguarda i mercati tutto ad un tratto, quella che molti investitori si chiedevano se fosse una pandemia è confluita in una crisi di portata molto più ampia. Ci troviamo nell'epicentro di un grosso shock economico mondiale ancora in crescita. In realtà si tratta di tre fenomeni legati tra loro. Un sempre più diffuso blocco nei rifornimenti, il crollo del prezzo del greggio, e ora un'incipiente crisi finanziaria e di liquidità.
Importante: non è il virus ad aver causato la crisi economica. È stata la Federal Reserve a piazzare qualche tempo fa questa bomba a orologeria grazie alle sue politiche di creazione del denaro basate sul debito. La bomba è stata innescata nel 2008, con un la relativa esplosione delle bolle finanziarie. Da un certo punto di vista comunque è stato Trump che ha cominciato a premere il grilletto della crisi lanciando una competizione tra grandi potenze con la Cina.
Trump ha iniziato una guerra commerciale e tecnologica per contrastare e frenare la crescita della Cina. In questo, a per forza di cose iniziato a tagliare alle radici il sistema del commercio mondiale e delle linee di rifornimento. La Gran Bretagna tentò lo stesso gioco con la Germania prima della prima guerra mondiale, e la cosa non finì bene. Al contrario, portò a una contrazione dell'economia proprio in un momento in cui un impero esteso era più sensibile a una turbativa dei flussi commerciali.
Oggi gli USA dipendono da un massiccio incentivo al debito per il mantenimento della loro immagine di perduranti titolari dell'egemonia sull'ordine mondiale. La guerra commerciale tuttavia ha fatto diminuire le entrate e la portata dei commerci statunitensi proprio in un momento in cui l'impero USA è diventato sensibile all'impennarsi del debito e mostra tutti i segni della mezza età e del venire meno dello slancio.
Inevitabilmente, l'effetto concreto è stato quello di indebolire il commercio mondiale in un momento in cui il ciclo economico era nella sua fase finale. Nel mercato del greggio era già evidente la distruzione della domanda, le arterie dei traffici si sono sclerotizzate ben prima che l'OPEC crollasse e che scoppiasse una guerra sul prezzo del petrolio a mettere del suo per peggiorare ulteriormente la crisi dei mercati.
Ora siamo alle serrate e al terremoto nelle linee di rifornimento, grazie al virus; imprese e singoli individui che si affidino a quello che incassano per pagare i debiti devono senza dubbio alcuno affrontare una crisi dovuta all'inaridirsi dei flussi di cassa. Probabilmente assisteremo ad un effetto a cascata perché quando qualcuno non paga, la già precaria situazione finanziaria dell'altro non può che peggiorare.
Nel 2008 c'è stata una crisi, ma è stata una crisi che è rimasta confinata al sistema finanziario. All'epoca furono adottate misure di natura esclusivamente monetaria per spegnere l'incendio della crisi bancarie. Oggi le cose stanno in modo molto diverso: abbiamo una crisi nei rifornimenti, e il mondo intero aspetta che le banche centrali e le autorità trovino la maniera di uscirne e presentino una qualche soluzione.
Ecco: questa volta è diverso perché di soluzioni non ce ne sono.
Il motivo? I modelli di una Banca Centrale per la pianificazione e il controllo dell'economia sono per intero monetari: l'intervento nell'economia reale viene considerata una deviazione eretica rispetto al libero mercato. Per decenni siamo rimasti prigionieri della convinzione ideologica per cui la politica non ha in concreto, per così dire, nulla di politico.
Tutto quello cui pensiamo quando pensiamo di politica andrebbe in realtà considerato come null'altro che un regolare la macchina economica. In questo sono maestri gli esperti sul piano tecnico: banchieri, accademici, primari uomini d'affari e così via. E non è politica questa, dicono tutti: è management tecnologico.
Jim Rickards è un influente commentatore finanziario statunitense; scrive che "i modelli di equilibrio come quelli usati dalla Fed dicono che il mondo funziona come un orologio e che a volte perde l'equilibrio. Tutto quello che bisogna fare in questi casi è regolarlo, o manipolare qualche variabile per rimetterlo in equilibrio un'altra volta. È come rimettere l'ora a un orologio.... Considerano i mercati [e l'economia] come se fossero una specie di macchina. Hanno un approccio meccanicistico ottocentesco. Solo che le concezioni tradizionali che si basano su modelli statici hanno poco a che vedere con la realtà. I mercati del 21º secolo non sono macchine e non funzionano come un orologio".
A un certo punto i sistemi [economici] smettono di essere complicati... e iniziano a essere complessi. [E] la complessità spalanca la porta a eventi e guasti inattesi di ogni tipo. Il comportamento di un evento non può essere ridotto alle parti che lo compongono. In un'economia intervengono agenti di diverso tipo, interconnessi tra loro; l'elemento essenziale della complessità è però il comportamento adattivo. Succede qualcosa di inatteso, e sembra arrivato dal nulla.
A un mucchietto di sabbia -un mucchietto come un altro, si può aggiungere un qualsiasi numero di granelli di sabbia del genere. Alla fine si provocheranno la frana e il crollo del mucchietto. Più un sistema diventa complicato, più diventa instabile: l'instabilità, quando la complessità supera certi limiti, diventa una caratteristica intrinseca. Insomma, un granello in più, identico ai precedenti, diventa sufficiente per causare il crollo.
Nel nostro caso i granelli sono stati tre, rappresentati da eventi di origine esterna. Un blocco delle forniture in quasi tutta la Cina; il virus che provoca la serrata della penisola italiana così come aveva fatto chiudere le econmie asiatiche; infine, il prezzo del petrolio che crolla.
Le banche centrali non usano un approccio adeguato alla complessità. Rimangono ferme, sostiene inflessibile Rickards.
Un modello di equilibrio puramente monetario può essere una soluzione per il coronavirus? No, non può. Non si può affrontare una pandemia virale allentando le politiche monetarie.
La deflagrazione in atto ha conseguenze importanti sul piano politico. Anche l'adozione di misure fiscali può rivelarsi un'idea fuorviante: se armeggiare coi tassi di interesse non farà ripartire le fabbriche vuotate dalla pandemia, non ci riuscirà nemmeno qualche manovra fiscale di secondo ordine. Probabilmente le iniziative sul piano fiscale dreneranno le tasche dei contribuenti e salveranno imprese decotte, come l'industria statunitense per il fracking dello scisto. Più probabilmente ancora, le banche centrali si limiteranno a "creare"il denaro necessario salvataggio deprezzando e salutando ancora di più le loro monete legali.
Questa crisi ha il sapore della fine di un'epoca; contro chi e contro cosa si dirigerà il risentimento popolare quando la gente realizzerà che i politici non hanno alcun piano?
La cosa potrebbe valere in particolare per gli USA. Molti pensionati statunitensi hanno investito sul mercato i fondi per le pensioni, tramite i piani 401k. Difficilmente le sbruffonate di Trump gonfieranno di nuovo quella bolla per i pensionati ameriKKKani. Il punto che può rivelarsi esplosivo è quello della sanità. Ovviamente negli USA le terapie intensive esistono, ma solo per chi paga. Monti ameriKKKani vivono sul filo della busta paga, e anche se sono assicurati ci sono degli scoperti alti. Molti ameriKKKani non hanno né risparmi, né assicurazione sanitaria. Le vittime del virus saranno lasciate così, a morire per le strade?
Mentre l'AmeriKKKa si dirige ineluttabilmente verso un'esplosione esponenziale dei contagi, l'attrattiva per la piattaforma politica di Bernie Sanders favorevole a una "sanità per tutti" può rivelarsi irresistibile. Anche soltanto questo potrebbe rivoluzionare la politica statunitense. 
In Europa una sanità pubblica esiste; Ambrose Evans-Pritchard vi intravede un dilemma di altro genere: come farà a finanziarsi lo stato che occupa la penisola italiana, con l'economia ferma (secondo il Financial Times in questo momento sta operando "al dieci per cento delle proprie potenzialità") e con la spesa sociale che esplode?
Il coronavirus può diventare la crisi che mette l'Europa in croce. Un ulteriore ciclo negativo metterebbe fuori dall'euro lo stato che occupa la penisola italiana, o portare all'adozione da parte dell'Unione Europea di una politica monetaria e fiscale davvero unita. Ma è una soluzione praticabile quella della piena unificazione fiscale adesso con l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea e con la Francia che verosimilmente si unirà alla Germania nel pretendere una macelleria sociale? E chi paga? Gli stati membri del nord sospetteranno che si stia approntando un cavallo di Troia pieno di razziatori che mirano ai loro portafogli. Il Fondo Monetario Internazionale non può farlo, e gli USA non solo sono già in deficit, ma si accingono a sprofondarvi ancora di più. Abbiamo idea che prossimamente si tratterà di una questione non da poco.
A vivere nello stato che occupa la penisola italiana, sotto serrata, si percepisce il profondo senso di sospetto con cui il vicinato accoglie le facce sconosciute. Tutti vengono temuti come portatori del virus, anche i compatrioti stessi. Ovviamente l'epidemia approfondirà ancora di più l'ostilità degli europei per l'immigrazione, già sentita come colpevole di portare malattie nella penisola italiana, e per le istanze della società aperta. Ad apparire evidente adesso è quanto nello stato che occupa la penisola italiana facciano affidamento sulla comunità, e sul sostegno della comunità locale. Quando lo stato che occupa la penisola italiana ha chiesto aiuti per combattere il virus, sottoforma di mascherine e di ventilatori polmonari, i paesi dell'Unione non hanno risposto: quei materiali servivano a loro. A rispondere all'appello è stata... la Cina.
Il coronavirus non rafforzerà lo spirito comunitario dell'Unione Europea. Anzi. In questo, lo stato che occupa la penisola italiana non è solo; come scrive un editorialista britannico, "la risposta mondiale al coronavirus indica che lo stato nazionale sta tornando". L'Unione Europea si sta rivelando ancora una volta un fallimento, quando si tratta di confrontarsi con una crisi di vasta portata.
In ultimo, il modello occidentale neoliberista e iperfinanziarizzato sopravviverà all'inevitabile fine del coronavirus? O assisteremo al ritorno di qualcosa come l'economia politica di un'economia reale? Il sentimento comune si volgerà infine verso destra alla ricerca di pratiche di governo più funzionali, o verso sinistra per un sistema meno soggetto alle disuguaglianze e meno manipolato?

18 marzo 2020

Alastair Crooke - Medio Oriente: cambiano le carte in tavola



Traduzione da Strategic Culture, 9 marzo 2020.

La fine di un'epoca. Quando finì la prima guerra mondiale, già erano evidenti i segnali che facevano presagire la fine di un'epoca dominata dall'Europa: dolorose iniziative diplomatiche congiunte, una visione politica limitata e l'approssimarsi di una crisi finanziaria con le appesantite politiche monetarie delle banche centrali ad annunciare la Grande Depressione. Ma la vita andò avanti: per tutti gli anni 20 uomini e donne in Europa ballarono un can can sfrenato. Era l'epoca del cabaret, delle feste. Nessuno voleva riconoscere i segni di ciò che si preparava.
Il mese scorso un accademico dello stato sionista si è detto dell'opinione che il futuro assetto del Medio Oriente è nelle mani di tre paesi che ne fanno parte: Iran, Turchia e stato sionista. Un'osservazione interessante. Nessuno dei tre paesi è arabo; e questa affermazione prevede un sempre maggiore disimpegno statunitense e un ruolo di secondo piano della Russia come distributrice di corone.
A rendere intrigante questa dichiarazione è il suo concentrarsi su tre paesi soltanto e il suo prevedere lo scemare degli interventi esterni intesi come fattore essenziale nel contesto di una futura mappa strategica. Il sottinteso è che dal punto di vista militare Iran, Turchia e stato sionista stanno gonfiando i muscoli. Ma i diplomatici e gli analisti politici di solito preferiscono attenersi al piano degli interessi politici nazionali. Non gli piace il dato di fatto per cui il risultato di un confronto militare può determinare di per sé degli esiti politici, confermando o negando i rispettivi interessi nazionali. Si tratta di un'offesa per la diplomazia. Solo che spesso succede proprio così. In questo momento il Medio Oriente non è davvero suscettibile di un approccio concettuale diretto: concentrarsi sul risultato di un confronto militare e delle prove di forza da una parte, e sulle dinamiche -piuttosto diverse- del coronavirus e dei suoi effetti sull'economia dall'altra ha più senso che non attenersi al tradizionale, mero calcolo degli interessi politici.
Ovviamente, nessuno di noi trova facile mescolare al pastone rappresentato dalle prove di forza militari di questi paesi i possibili effetti di qualche evento terzo, come l'irrompere del coronavirus, su cui si deve procedere soltanto per congetture. Comunque, proviamoci.
Pensiamo alla Turchia: i suoi vertici hanno gettato la maschera. Ah, la Turchia ha sostenuto gli oppositori islamici (moderati...?) al Presidente Assad? Ecco: via la maschera all'improvviso e arriva un "Idlib è nostra", vale a dire turca. "Anche Aleppo è turca, come il Sangiaccato". Neoottomanismo, panturchismo. Il mondo arabo ovviamente se ne è accorto, e i paesi del Golfo stanno rapidamente facendo fronte comune con Damasco contro questi intendimenti.
Appena questo progetto apertamente revanscista ha corso il rischio di essere sconfitto per la diretta pressione militare della Sicilia e dei suoi alleati, Ankara non ha fatto altro che scatenare il proprio esercito a fianco di al Qaeda; ha anche chiamato rinforzi jihadisti uiguri e ceceni da Jisr al Sughur, estremisti fra i peggiori. Che certe conventicole occidentali non si facciano più sentire a parlare di "ribelli moderati" legati alla Turchia.
Diversi soldati turchi, oltre una trentina, che si trovavano mescolati a questi estremisti sono rimasti uccisi mentre cercavano di disimpegnarsi da Saraqib, la seconda volta che la città è stata conquistata dai siriani e dai loro alleati. I vertici del potere in Turchia sono usciti di testa per l'emozione e per la rabbia. La retorica del tradimento ha imperversato; in violazione di ogni accordo preso nei confronti del presidente Putin, hanno sferrato contro le forze armate e le installazioni militari siriane un'ondata di attacchi con droni suicidi e già che c'erano hanno ammazzato un bel po' di iraniani e di uomini di Hezbollah.
Quale importanza ha tutto questo per il futuro strategico del Medio Oriente? Importa in questo senso: l'esercito turco, di gran lunga il più forte, ha subito ad opera della strategia di guerra asimmetrica che gli è stata rivolta contro una lezione ben più grave rispetto agli oltre trenta soldati caduti a Saraqib. Insomma: il secondo più grande esercito della NATO è stato concretamente surclassato da forze irregolari meno numerose ma esperte.
Ancora peggio, dopo 24 ore che i turchi si gloriavano per lo straordinario successo dei propri droni armati -lanciati durante uno sfortunato cessate il fuoco invocato dalla Russia- a sentir loro destinati nientemeno che a rovesciare l'equilibrio dei poteri in Medio Oriente, la loro minaccia veniva completamente neutralizzata dalle difese aeree siriane e da contromisure elettroniche probabilmente russe.
E c'è anche dell'altro: è venuto fuori che la Turchia si è servita dell'Islam -e degli jihadisti di al Qaeda- come puro e semplice orpello per le proprie ambizioni revansciste di stampo neoottomano e panturchista. La maschera è caduta e non si può sostituire. Né l'esercito né i droni si sono rivelati in grado di rovesciare la situazione come invece pensava la leadership turca. Con quel suo usare i profughi come una minaccia, la Turchia si è anche alienata gli europei. Erdogan non aveva messo in conto l'impatto di questo virus su quello che gli europei pensano del fenomeno migratorio?
Erdogan ha fatto imbestialire l'esercito russo; in un ultimatum congiunto senza precedenti, l'esercito iraniano e il braccio militare di Hezbollah hanno detto che i soldati turchi sarebbero diventati un bersaglio se la Turchia avesse proseguito con questi comportamenti. Questa volta i turchi hanno fatto incazzare praticamente tutti.
Ma non è ancora finita. Questo virus colpisce anche un altro calcolo: l'indebitamento, e soprattutto il debito sovrano, all'improvviso viene considerato con estremo scetticismo, dato l'improvviso diminuire delle scorte a livello mondiale. L'economia turca si trova in grossi guai; in circostanze dello stesso genere fino a oggi i cinesi avevano aiutato la lira turca a stare a galla; adesso anche in Cina regna la freddezza, perché Erdogan sta cercando di proteggere circa tremila jihadisti uiguri per servirsene come strumento nell'interesse turco. I guai si accumulano... E ci sono anche segnali che fanno pensare ad una frammentazione del sostegno politico di cui Erdogan gode sul fronte interno, anche in seno al suo stesso partito.
Putin conosce la situazione: un conflitto fra Russia e Turchia andrebbe ad esclusivo beneficio dell'AmeriKKKa. Per questo ha lisciato il pelo di Erdogan, ne ha un po' gratificato l'ego, e ha tolto dal tavolo la questione dell'autostrada M4, della M5 e in fin dei conti della stessa Idlib. Il cessate il fuoco del 5 marzo non è che un accordo temporaneo. Non durerà, ma mette le cose come stanno. Idlib è lo spillo che ha forato il pallone gonfiato turco. A livello regionale si tratta di un ribaltamento strategico di primaria importanza.
Adesso diamo un'occhiata all'altro elemento di questa equazione strategica e militare: l'Iran ha ampiamente dimostrato di essere una realtà militarmente temibile sia per quanto riguarda missili, droni e contromisure elettroniche, sia per aver fatta propria una capacità offensiva radicalmente decentralizzata, dalla forma indefinita e indefinibile. Non siamo alla perfezione: niente di tutto questo è fatto per arrivare ai ferri corti con gli USA o con lo stato sionista. Il tutto può però imporre a qualsiasi avversario i costi della guerra asimmetrica, e spargerli per l'intera regione.
I paesi del Golfo lo hanno finalmente capito; e lo ha capito anche lo stato sionista, che non può permettersi di affrontare una guerra su più fronti più di quanto l'Iran non possa pensare di vincere in un confronto diretto con gli USA. Questo, anche se la capacità degli USA di impegnarsi a tutto campo in qualcosa del genere probabilmente non esiste più. Non è più credibile l'idea che gli USA possano invadere l'Iran per interrompere una prolungata e sfuggente serie di attacchi missilistici contro bersagli ameriKKKani e sionisti. Insomma, l'Iran si è conquistato qualcosa di simile a una competitività sul piano militare, almeno quel tanto che basta a fare da deterrente.
Dopo aver considerato le dinamiche militari, è la volta degli effetti geopolitici ed economici del coronavirus.
Per l'economia reale, il virus rappresenta uno shock improvviso e dalla natura estranea. Questo virus non è come l'influenza di stagione. È molto più virulento perché staziona in gola più che nei polmoni e si diffonde con la tosse e con gli starnuti, rimanendo per molti giorni su oggetti che vengono toccati dagli altri. A differenza di quanto succede con l'influenza, i portatori del virus possono non mostrare sintomi della malattia, il che rende difficile identificare la catena di infezione o prendere appropriate iniziative di contenimento. In medicina le circostanze per cui il coronavirus ha iniziato a diffondersi non sono note; se ne presume un'origine animale, ma non ci sono prove. Non se ne conoscono la riproduzione e il tasso di letalità, non si sa se sia interessato dai cambiamenti di stagione. Sembra che sia già mutato una volta, producendo sia una variante più lieve che una più letale.
Insomma, chiunque dica quanto durerà l'epidemia sta semplicemente tirando a caso. L'influenza spagnola, tanto per mostrare quale sia la natura di questi incerti di origine virale, iniziò alla fine del 1917 e attraversò tre fasi distinte nel 1918; mutò e divenne più letale nell'agosto del 1918, con un picco di letalità tra settembre e novembre. Iniziò a perdere forza nel 1919. Infettò un terzo della popolazione mondiale e uccise fra i cinquanta e i cento milioni di persone in Europa, Nord America e Asia.
A fronte di tanta incertezza, cosa possiamo dire del Medio Oriente? Innanzitutto che quest shock per l'economia arriva alla fine di un ciclo di debito e di credito a lungo termine in cui le banche centrali hanno sostenuto il valore delle azioni tramite iniezioni di liquidità e tassi di interesse prossimi allo zero. E questo è il punto essenziale: ormai qualche decennio che le politiche occidentali senza eccezioni e quella cinese sono state impostate in modo da stimolare la domanda. Gli strumenti per farlo erano tutti monetari, ed erano fatti perché la gente spendesse e consumasse di più.
Un improvviso venire meno delle scorte provocato da una pandemia non può essere corretto con strumenti monetari o intervenendo sui tassi di interesse. Le fabbriche delocalizzate e le linee di rifornimento interrotte implicano anche il venire meno della domanda, cosa che rappresenta l'altro rovescio della medaglia del venire meno di una produzione in cui i lavoratori vengono licenziati o subiscono decurtazioni della paga.
Già adesso  il commercio è fermo, il turismo non esiste più e i mercati stanno fluttuando vorticosamente. Il virus sta mettendo in questione le catene di rifornimento globalizzante e la politica monetaria occidentale. Quando la Fed statunitense ha annunciato un taglio degli interessi dello 0,5% dovuto all'emergenza, il primo da 2008, i mercati sono crollati. Di sicuro il discorso si sposterà adesso sulle misure fiscali. Ma anche le misure fiscali non hanno il potere di riaprire le fabbriche chiuse a causa della malattia e della quarantena. Le misure fiscali possono fare da sussidio ad attività che altrimenti sarebbero in perdita, ma una cosa del genere andrebbe in direzione contraria alla nostra cultura del laissez faire. Nell'Unione Europea, violerebbe le regole stesse dell'Unione.
Quanto severamente il Medio Oriente ne verrà colpito? Nessuno può prevedere la tempistica o quanto alla fine si rivelerà virulenta l'epidemia. L'influenza stagionale ha una mortalità dello 0,2% tra i soggetti colpiti. Nel caso del coronavirus l'OMS la stima nel 3,4%. Lo scenario previsto per il peggiore dei casi nel Regno Unito parla di mezzo milione di morti. Che la sanità mediorientale possa reggere un numero di ospedalizzati pari al 15 o 20% di quanti sono infettati dal coronavirus è improbabile. Non può riuscirci nemmeno la sanità europea. Secondo stime meramente ipotetiche il picco è previsto per l'inizio dell'estate.
E poi ci sono le conseguenze economiche: il turismo non esiste più; i mercati globali sono andati a picco e tutti sono preoccupati per l'impennarsi del debito sovrano e di quello delle imprese, nel caso il venir meno dei rifornimenti dovesse prolungarsi. A rimetterci di più saranno senz'altro i produttori di greggio, vale a dire i paesi del Golfo. Il greggio WTI già viene scambiato verso i quarantacinque dollari. Tuttavia, anche i paesi più integrati nel sistema finanziario newyorkese possono risentire della turbolenza finanziaria e dei fallimenti; si tratta dello stato sionista e dei paesi del Golfo. Non è verosimile che qualcuno riesca a sfuggire agli effetti del coronavirus, in un modo o nell'altro. Anche se perdesse virulenza oggi, non è probabile che l'economia si riprenda di colpo. Gli effetti si ripercuoteranno sui prossimi due trimestri. In questo momento a risentirne maggiormente è l'Iran, ma la parabola di un virus segue percorsi capricciosi: perché in Europa proprio lo stato che occupa la penisola italiana è stato colpito in modo tanto duro? Non si sa, anche se sembra sia colpa della più virulenta mutazione L.
Tiriamo le somme. Sul piano strategico la Turchia non ha vinto la sua partita al gioco del coniglio in Siria. Può anche essere sul punto di implodere economicamente, cosa che sarebbe mitigata solo dal suo essere più o meno disposta a inchinarsi al volere di Mosca e di Pechino. L'Iran sopravviverà perché gli sciiti hanno una lunga esperienza quanto a tempi grami, e perché l'Iran è troppo importante per cadere, sia per la Cina che per la Russia. Le oligarchie libanesi, irachene e giordane, oltre ai tradizionali vertici settari, erano già a rischio prima che gli effetti economici del coronavirus le colpissero anch'essi. Non possono cambiare, e rifiutano di adattarsi. Lo scontento peggiorerà e le proteste causate dagli effetti del virus si moltiplicheranno. Il malcontento generato al coronavirus in Corea del Sud e in Giappone si è diretto contro la classe politica del paese.
Ma gli stati del Golfo, già bistrattati politicamente dalla umiliante riedizione del Sykes-Picot che Trump pretende di imporre con toni ultimativi per il suo "accordo del secolo" e stretti fra l'incudine della politica di Washington contro l'Iran e il martello della risposta iraniana, si troveranno a soffrire economicamente in una maniera che né la classe politica né la parte della popolazione che vive grazie al proprio stipendio sono pronte ad affrontare. Il greggio a quarantacinque dollari e l'industria turistica paralizzata per tutto il tempo dell'epidemia rappresentano uno shock peggiore di quello apportato lo scorso settembre dalla vulnerabilità della Aramco.
La mappa strategica sta cambiando.