31 luglio 2014

Su uno striscione livornese. La hasbara' di quartiere di Vittorio Mosseri.



La propaganda sionista viene riportata senza critiche e con puntualità in tutte le gazzette e da tutte le televisioncine del mainstream "occidentale"; chiunque tra il personale gazzettiero osasse confutarla, deriderla o semplicemente ignorarla avendo accesso a spazi di pari o di maggiore visibilità rischierbbe di farsi cacciare dalla sera alla mattina perché l'informazione "occidentale" è talmente libera da non poter neppure concepire una simile insubordinazione.
Nel corso degli ultimi anni anche l'efficacia della propaganda sionista, come quella della propaganda "occidentale" nel suo complesso, è crollata a causa dello smisurato approfondirsi del baratro che la separa dal mondo reale. Uno dei risultati è che lo stato sionista conserva una fama presentabile soltanto nelle gazzette e nelle lobby di riferimento, e che la reiterazione dei temi propagandistici viene affidata alla volenterosità di qualche "hasbarista di quartiere" reperito negli stessi ambienti.
I muri, in "Occidente", di solito sono in dissonanza con le gazzette e con la "libera informazione" in generale. A Livorno proprio un muro nel luglio 2014 presentava una scritta che non è affatto piaciuta al capo della locale comunità ebraica perché invitava a "fermare il genocidio a Gaza" ed accusava di terrorismo lo stato sionista.
Il signor Vittorio Mosseri ha scritto al primo cittadino e la lettera è stata ripresa ossequiosamente dalle gazzette, che di solito non mancano affatto in approssimazione, disinvoltura e pressappochismo quando devono decidere se e come trattare materiali di altra e meno lobbistica provenienza. La riportiamo per intero, accompagnandola alle nostre considerazioni.


Gent.mo Sig. Sindaco,

Le scrivo a nome della mia Comunità, scosso e indignato per quanto accaduto ieri sera, durante la festa per l’inaugurazione di Effetto Venezia. Luogo dell’incontro, del rispetto e del divertimento, non ho potuto non notare uno striscione che mi ha particolarmente offeso e addolorato, come ha offeso e addolorato altri cittadini, non solo miei correligionari. La scritta era particolarmente eloquente: “Fermare il genocidio a Gaza. Israele vero terrorista”.
Non posso non notare posizioni antisemite, contenute in affermazioni spacciate per anti-israeliane, che sempre più spesso vengono invece legittimate come critica al governo al cui capo oggi siede Benjamin Netanyahu.La disinformazione o una voluta mancanza di informazione, certamente di natura ideologica, distorcono la verità delle cose. Come il caso di questo striscione, appeso in modo disinvolto alla finestre del quartiere.

Qualunque manifestazione pubblica può essere usata per la ricerca di agibilità politica e di visibilità mediatica. Nel caso di obiettivi "occidentalisticamente" congeniali come la Repubblica Islamica dell'Iran o la difesa di certi vergognosi tornaconto da magliari si verificano abitualmente gazzarre ad uso gazzettiero assai più frastornanti e assai meno argomentate. Alcuni anni fa una formazione politica "occidentalista" nota per le simpatie di cui godeva presso i vertici della comunità ebraica di Roma era arrivata a delegare ai propri attivisti giovanili il compito di tampinare quotidianamente il primo ministro dello stato che occupa la penisola italiana, in modo da farlo figurare oggetto di contestazioni quotidiane, senza che nessun estimatore "dei luoghi dell'incontro, del rispetto e del divertimento" trovasse nulla da ridire.

Prima di tutto il significato di “genocidio” viene storpiato e usato fuori contesto.  Quello che sta succedendo a Gaza è fortemente drammatico, si parla infatti di perdita di vite umane.Sono ben consapevole della sacralità della vita e mai mi permetterei di sminuirne il valore. Al contrario, me ne faccio difensore: questo è l’insegnamento della Legge ebraica. Il genocidio, però, è un’altra cosa e chiama in causa ben altri scenari. L’uso corretto del dizionario consente di attribuire ai fatti una prospettiva o, comunque, è già un primo passo per farlo con consapevolezza. In questo caso il senso è saltato del tutto e, peggio ancora, usato per fini propagandistici.
In seconda battuta, il giudizio di merito attributo a Israele quale “terrorista” non è certo più veritiero. Gli autori dello striscione conoscono il significato dell’aggettivo “terrorista”? Sia chiaro per tutti, dunque: Israele non può essere definito uno Stato terrorista, perché si sta difendendo da una organizzazione (questa, sì, terroristica) che ha come obiettivo la distruzione di Israele stesso, come recita il loro statuto. Israele, anche con le azioni militari in atto in queste settimane, difende il diritto alla propria esistenza.

Il vocabolo genocidio è sicuramente fuori contesto ed inappropriato alla descrizione degli eventi in atto. Tuttavia esistono persone che pensano che alla propaganda si debba rispondere con altra propaganda, ed in questo caso il vocabolo trova ampia giustificazione dal momento che la propaganda sionista presenta abitualmente qualsiasi disavventura in cui incorra  un individuo ascrivibile al bel numero come se si trattasse di un deliberato attacco allo stato sionista nella sua interezza, o addirittura all'intero ebraismo mondiale. Esistono organizzazioni deputate ad un lavoro propagandistico di questo genere, il cui modus agendi non è sicuramente ignoto al signor Mosseri. Come non deve essergli ignota la diatriba sull'utilizzo del vocabolo genocidio: negli ambienti sionisti si vede sfavorevolmente il suo utilizzo nel caso degli armeni, che si vedrebbero riconosciuta una tragica primogenitura suscettibile di minare certe pretese.
"In seconda battuta" lo stato sionista ha fatto diventare rapidamente degli eroi i propri combattenti irregolari. La storia della Banda Stern -responsabile tra l'altro dell'assassinio di Folke Bernadotte-  e dell'Irgun sono a disposizione di chiunque voglia documentarsi. L'operato dei combattenti irregolari è parte non eliminabile dalla storia dello stato sionista, così come non lo è il suo ampio ed abituale avvalersi di servizi più o meno segreti.
Negli ultimi anni la propaganda "occidentalista" ha abusato anche del vocabolo terrorista, che dopo la spregiudicata operazione urbanistica eseguita in territorio statunitense l'11 settembre 2001 su iniziativa di un sobrio ingegnere saudita viene utilizzato a piene mani per denigrare chiunque muova la minima obiezione, specie se documentata. Dunque, lamentarsi del fatto che qualcuno si comporta allo stesso modo ed usa gli stessi vocaboli non ha molto senso. Qualunque cosa contenga lo "statuto" di Hamas, asserire che il diritto all'esistenza dello stato sionista, del suo imprecisato numero di testate nucleari e della smodata quantità di armamenti di cui dispone sia messa in pericolo da qualche combattente irregolare è cosa di nessun realismo. Si potrebbe sostenere con malignità che dal momento che i sionisti non sono rifuggiti all'occorrenza dal ricorso ai combattenti irregolari c'è se mai da pensare che conoscano bene fin dove può arrivare la portata delle loro azioni, una volta che il clima internazionale sia ad essi favorevole.
Qualunque cosa contempli, ancora una volta, lo "statuto" di Hamas, lo stato sionista ha attuato un regime di occupazione e di apartheid fattuale in tutti i territori occupati, che non è possibile contestare nello stesso spicciativo modo anche perché a settant'anni dalla fondazione non si è ancora dotato di una costituzione scritta. In particolare la cancellazione sistematica dell'identità araba dai territori sotto controllo sionista è iniziata addirittura prima della fondazione dello stato ed ha previsto azioni "muscolari", per usare un'espressione cara a quei neoconservatori yankee cui lo stato sionista deve tanta e servile gratitudine, sia sul terreno (come a Deir Yassin) che nell'àmbito della storiografia, dell'archeologia e della toponomastica. Tutto per costruire all'occupazione una legittimazione storica e de facto che non aveva e non poteva avere.

Sono ben nove anni che da Gaza vengono lanciati missili contro i civili israeliani, ovvero da quando, sotto il governo di Ariel Sharon, la Striscia è stata lasciata ai palestinesi. Sono quindi nove anni che la popolazione israeliana vive sotto l’incubo degli attacchi missilistici, scandedo la propria vita tra una sirena e l’altra, tra le corse al rifugio più vicino ed al ritorno alle proprie attività quotidiane. Nella speranza che il sistema di protezione non fallisca.

Naturalmente esiste una quantità molto alta di dati utilizzabili per dimostrare l'esatto contrario, in primis le rilassate scene vacanziere di Jafo e dintorni, turbate solo dai fucili d'assalto d'ordinanza che le reclute di Tsahal' sono costrette a portarsi dietro anche sulla spiaggia. La località è famosa anche per il consumo fracassone di bevande alcoliche, prerogativa dei coscritti e che quando si verifica fuori dallo stato sionista -e segnatamente sotto le loro finestre- ha sicuramente ha in molti lagnosi sionisti di complemento alcuni dei suoi più intransigenti detrattori.
Le spese militari dello stato sionista sono da sempre alla base di una feroce tassazione sui redditi e le risorse economiche sono per definizione limitate. Persino Ariel Sharon, le cui competenze di macellaio nessuno intende qui mettere in discussione, era arrivato a capirlo. Di qui la decisione di abbandonare territori che sarebbe stato possibile tenere solo con un utilizzo generoso delle armi protratto a tempo indefinito.

Israele si trova a dover spendere milioni di dollari per la Kipat Barzel (o Iron Dome, cioè Cupola di Ferro), un sistema militare impiegato quale misura difensiva nei confronti dei missili di Hamas, neutralizzandone per fortuna centinaia. È solo ed unicamente per questo che, oggi, non c’è stata una strage di civili.
Al contrario, Hamas ha utilizzato e utilizza tutte le proprie risorse, che non sono poche come invece si vuole far credere, in missili e nella costruzione di tunnel attraverso cui far passare i terroristi e i missili stessi. I tunnel, inoltre, vengono costruiti appositamente sotto le abitazioni, gli ospedali e le scuole, riducendo i civili, in particolare i bambini, a veri scudi umani. Delle bombe e dei missili piazzati nelle scuole gestite dall’ONU ne hanno parlato tutti i media. Si può dire lo stesso per Israele?

Tutti i "media" hanno parlato e continuano a parlare della disinvoltura con cui lo stato sionista affronta simili questioni, meritando per l'ennesima volta nel corso della sua storia il biasimo di quelle Nazioni Unite che neoconservatori yankee e sionisti di ogni ordine e stipendio hanno comunque la buona abitudine di ignorare e di disprezzare.
Una "strage di civili" non c'è stata grazie a Kipat Barzel, ma nonostante Kipat Barzel. Chi lancia missili contro lo stato sionista non lo fa per compiere stragi perché ordigni del genere colpiscono gli spazi molto più che gli uomini. E non lo fa neppurea per rendere difficile l'ordinato svolgersi della vita quotidiana: nelle località sioniste che la propaganda postula come "sotto assedio" si ha agio e calma di assistere ai bombardamenti che si svolgono a poche centinaia di metri comodamente seduti a sorseggiare Coca Cola.
Lo scopo degli attacchi prolungati con i missili e con i razzi è quello di obbligare l’avversario, frustrato dai continui fallimenti dei bombardamenti destinati a fermare questi attacchi, a schierare truppe sul terreno. E sul terreno gli aggressori sionisti vengono sistematicamente accolti a colpi di panzerfaust, per giunta con un certo successo. Il precedente della guerra persa contro Hezbollah non deve aver insegnato gran che, almeno a chi si occupa della propaganda.

Terrorista, dunque, è chi usa i civili come scudi umani, non chi cerca di difendersi. È un fatto. Ed è sotto gli occhi di tutti, anche se in molti fanno finta di non accorgersene.  Questo striscione, diffondendo false verità, non fa che alimentare l’odio verso Israele e di conseguenza verso gli ebrei. Gioca, in maniera subdola e pericolosa, su quel confine sempre più labile e pretestuoso tra anti-israelismo e antisemitismo.

Nelle realtà normali un terrorista è qualcuno che punta ad ostacolare l'ordinato svolgersi della vita sociale in un dato ambiente generando in coloro che si percepiscono come potenziali bersagli il timore di rimanere vittime di attacchi imprevedibili. Nelle realtà che di normale non hanno nulla, come le gazzette "occidentali", la propaganda sionista o lo stato che occupa la penisola italiana, un terrorista è chiunque osi dissentire dalla visione del mondo che esse veicolano. Tanto meno attaccabili sono le argomentazioni portate a sostegno del dissenso, tanto più grave è la condotta terroristica di chi dissente.

In Israele, anche senza “guerre” in atto, le famiglie la mattina si separano: il padre porta un figlio a scuola con un autobus, la madre un altro con un altro autobus, così, se un veicolo viene fatto saltare in aria da un terrorista che si imbottisce di esplosivo, almeno non tutta la famiglia viene annientata.  Questa è l’atmosfera che si vive in Israele, questa è l’ansia che si respira per il terrore di non ritrovarsi la sera, al rientro.  Si può dire lo stesso per Hamas?

Le possibilità sono due: o la vita quotidiana nello stato sionista è oggettivamente intollerabile -ma come si è detto non mancano abbondantissime informazioni che attestano il contrario- o Vittorio Mosseri mente sapendo di mentire.
Hamas ha un braccio combattente per il quale la morte violenta è roba d'ogni giorno; nella visione del mondo della propaganda, tutti i sudditi dello stato sionista vivrebbero nelle stesse condizioni. Sulla credibilità e sulla plausibilità di questo assunto lasciamo giudicare a chi legge.
Al momento in cui scriviamo, "il terrore di non ritrovarsi la sera al rientro" è realtà concreta per la popolazione di Gaza. Ma questa è appunto una realtà concreta, non un costrutto propagandistico, per cui sarà difficile trovarne traccia negli scritti di un Mosseri.

Israele non è in conflitto con i palestinesi, ma con i terroristi palestinesi. Israele accoglie, nella pienezza dei diritti, i palestinesi (e gli arabi) che, in fuga dai loro regimi politici, oltrepassano i confini e decidono di stabilirsi nell’unico Stato democratico del Medio Oriente. Li fa cittadini attivi. Tanto che arabi e palestinesi, così come tutte le altre realtà sociali e religiose, sono rappresentati politicamente e hanno diritto di voto. Si può dire lo stesso per Hamas?

La contrapposizione tra uno stato sovrano ed un movimento politico in questo caso non ha alcuna logica e non ha altro giustificativo che la malafede.
Il discorso sul "diritto di voto" potrebbe portare assai lontano, e su un terreno che il signor Mosseri troverebbe per lo meno imbarazzante. Il democratismo sionista è democratismo "occidentalista", che concede di buona grazia un diritto che resta tale fino a quando i suffragi vanno nella direzione auspicata o fintanto che coloro cui viene concesso non lo esercitano (evitando di disturbare il manovratore) come avviene nello stato sionista per molti dei sudditi di origine araba. 
Un paio di anni fa Gilad Sharon, figlio del macellaio  di cui sopra, auspicava una soluzione finale per Gaza e per la sua irredimibile popolazione civile, e lo faceva su uno dei principali fogliettini dello stato sionista, non su un blog che nessuno legge, o sul Libro dei Ceffi.
“La popolazione di Gaza non è innocente, hanno eletto Hamas. I gazawi non sono ostaggi, hanno fatto questa scelta liberamente e devono pagarne le conseguenze”.
Secondo qualche gazzettiere la morte dei civili a Gaza non è argomento suscettibile di destare l'attenzione dei sionisti. L'articolo che presentiamo in link testimonia anche l'abiezione di qualche buono a nulla da Libro dei Ceffi, cosa che attesterebbe anche nello stato sionista il persistere di larghi strati sociali connotati da istanze e "valori" tipici della feccia da pallonaio. Una realtà rassicurante per qualsiasi "occidentalista": muoiono i bambini? Meglio, visto che anche Hitler è stato bambino. 

Il Magen David Adom e gli ospedali israeliani soccorrono, curano e assistono israeliani e palestinesi, senza alcuna distinzione. Ed in particolare in questi tragici giorni, l’ospedale di Beer Sheva sta fornendo assistenza ai bambini feriti che arrivano da Gaza.  Si può dire lo stesso per Hamas?

I sionisti non devono curare e assistere i palestinesi, devono semplicemente smettere di sparare loro addosso.

A Israele e ai palestinesi non piace la guerra. Invece piace ad Hamas, che, unitamente a una politica della tensione, la vede come strumento per raggiungere i propri fini. Hamas non è uno Stato, non aspira ad esserlo, tantomeno con gli strumenti della politica e della diplomazia, come invece fanno i Territori palestinesi. Hamas vuole impadronirsi sempre più dei gangli politici dell’Autorità palestinese, controllarla definitivamente e instaurare una guerra totale per annientare Israele. “Se Hamas getta le armi non c’è più la guerra. Se le getta Israele non c’è più Israele”.

Hamas come organizzazione metafisicamente malvagia e capacissima di ogni nequizia è una costante della propaganda sionista e poco importa se gode di un ampio mandato popolare. In che conto il sionismo e l'"occidentalismo" in genere tengano la volontà degli elettori lo si è già visto e men che mai si può anche solo ipotizzare che qualche sionista si chieda se l'affermarsi di Hamas non abbia un qualche motivo concreto invece che affondare nella metafisica.
Le ricorrenti aggressioni sioniste non hanno affatto tolto sostegno a Hamas, che è persino riuscito a superare i seri passi falsi degli ultimi anni, e c'è da pensare che il loro scopo non sia altro che quello di mantenere nello stato sionista un clima politico sfruttabile in termini di suffragi. Una strategia vincente, almeno fino ad oggi.

La carica di Sindaco che lei ricopre La responsabilizza per una presa di posizione che elimini qualunque voce di odio e conflittualità.  Livorno, storicamente città della coesistenza virtuosa delle diversità, deve essere oggi più che mai una testimone attiva di pace e dignità umana. La verità è lo strumento per veicolarle.

Potremmo concludere con una perifrasi, sostenendo che la verità intesa come strumento per veicolare la pace e la dignità umana non abbonda negli scritti di Mosseri.
E sperarndo che mosse come questa si rivelino almeno controproducenti.


22 luglio 2014

Grazie Putin per aver ucciso mia figlia. Prego, non c'è di che.



La propaganda è come il fuoco di copertura: mai cessare un istante.
Sicché quando un certo Hans de Borst ha messo in internet un'invettiva sarcastica contro quelli che reputa i diretti assassini di sua figlia, le gazzettine hanno preso la palla al balzo senza pensarci un secondo.
Non bastava che
vessasse gli omosessuali e si divertisse a far affondare le navi da crociera; anche le ragazzine si è messo ad ammazzare.
Il Signor de Borst scrive ringraziando il Presidente della Federazione Russa ed i "Separatist leaders of Ukrainian government" facendo capire che per lui i separatisti dell'est ed il governo ucraino che li sta combattendo appartengono allo stesso esecutivo.
Di questo non si è accorto nessuno.
In mancanza di meglio il Nemico è Putin, e tanto basti.

20 luglio 2014

Lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante ed il recupero delle strutture arabe preislamiche


Luglio 2014. Soldati russi manovrano un Sukhoi 25
appena arrivato alla base militare di Al Muthanna, presso l'aeroporto iracheno di Baghdad (Reuters)


Traduzione da Conflicts Forum.

La confessione sunnita ha sempre avuto un legame particolare con lo stato. Non stiamo parlando di un qualcosa come la Westfalia, che è omogenea dal punto di vista dell'identità nazionale, ma di qualche cosa di più complesso in cui confluiscono etnie diverse, sette e gruppi tribali tenuti insieme da una singola e forte autorità. I sunniti provano un senso di stretta connessione con lo stato, qualcosa che è sconosciuto altrove; con questo vogliamo dire che essi sentono di esser stati i fondatori dello stato, che lo stato sono loro e che allo stato essi appartengono. Di conseguenza gli sciiti sono spesso chiamati, in modo denigratorio e soprattutto dai sunniti, "i refrattari" (nei confronti dello stato sunnita) e vengono considerati troppo attaccati al loro particolare concetto di giustizia per essere adepti affidabili delle pragmatiche arti degli statisti. In poche parole, i sunniti considerano gli sciiti come gente potenzialmente disgregatrice, o addirittura rivoluzionaria, per natura. Gli sciiti dal canto loro pensano che i sunniti siano tanto pragmatici nell'esercizio del potere da perdere di vista la radicale componente spirituale insita nel messaggio dell'Inviato.
Il fatto è che negli ultimi anni gli stati sunniti non se la sono passata troppo bene. Tutti i modelli di governabilità presi ad esempio dai sunniti sono implosi o hanno sofferto discredito. Il mondo sunnita ha sofferto un processo di degrado e dal momento che l'identità sunnita è così strettamente legata al concetto di stato forte -l'ideale è dato dai primi anni dell'espansione islamica dopo la morte dell'Inviato- ad esso si è accompagnata una pari frammentazione psicologica, assieme alla profonda sensazione che il loro modo stesso di intendere la vita ed i loro valori culturali stessero venendo calpestati ed ignorati.
Tutto questo è successo proprio mentre gli ambienti sciiti vivevano invece un momento di rinnovata energia e la cosa ha contribuito ad aggravare il senso di sconforto dei sunniti. Non è dunque motivo di sorpresa constatare come i sunniti pensino di esser stati spodestati dalla posizione eminente che rivestivano "a buon diritto", né il fatto che provino frustrazione per quella che loro intendono come una deminutio capitis nella pianificazione dell'Islam e del Medio Oriente, né tantomeno il fatto che si sentano messi ai margini delle questioni che contano, e che accolgano la cosa con rancore.
Ora, in tutto questo c'è più immaginazione che realtà, il che non significa che se ne debba in alcun modo sminuire la valenza psicologica e politica. Infatti, quelli che  sono i modelli per lo stato sunnita sono in crisi sul serio: in Iraq i sunniti sono stati marginalizzati dalla vita pubblica, questo è innegabile. Tuttavia, non è corretto considerare in tutto il Medio Oriente -Siria compresa- i sunniti come vittime minacciate di sopraffazione dalla cappa culturale "straniera" che arriva dall'Iran. I sunniti sono la maggioranza, anche se non così schiacciante come spesso si pensa, e per lo più continuano a tenere le leve del potere politico ed economico. Solo che in Medio Oriente è in atto un processo di riequilibrio dei poteri ed è comprensibile che la cosa sia sconvolgente e causa di disordini.
La cosa più significativa dal punto di vista politico è che l'Europa e l'AmeriKKKa hanno fatto propria in modo così acritico la narrativa centrata sul vittimismo sunnita che la cosa ha fatto sì che assistessero con atteggiamento confuso e passivo all'ascesa del Da'ish, lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante. L'Islam sciita sta vivendo un'epoca di rinascita, ma sarebbe davvero semplicistico affermare che il malessere sunnita dipende soltanto da questo. I fallimenti interni al mondo sunnita ne sono causa almeno quanto la crescente fiducia in se stesso ostentata dall'Iran. Insomma, i sunniti sanno benissimo perché si trovano in certe condizioni e non si può incolpare sempre di tutto qualche forza che agisce dall'esterno.
D'altronde, ad uscire screditati dalle recenti sollevazioni arabe sono stati leader sunniti. La fine del contratto sociale sunnita che era al centro di tutto, alla quale ci è stato dato di assistere, non è stata certo colpa di qualche macchinazione ordita dall'Iran. Tuttavia, l'idea che le sofferenze dei sunniti siano causate soprattutto dall'Iran e dall'attivismo sciita è alla base di attribuzioni causali semplicistiche fatte proprie dagli europei e dagli statunitensi. Gli europei e gli ameriKKKani sono in realtà preoccupati -e ne hanno buoni motivi- per l'ISIL e per la rapidità con cui ha guadagnato terreno in Iraq, e sono rimasti impressionati per il sostegno di cui l'ISIL gode, sia a livello popolare tra i sunniti sia a livello politico tra certi paesi del Golfo. Un autorevole editorialista politico ha scritto che "I funzionari statunitensi hanno notato che l'ISIL ottiene un sostegno significativo dalla popolazione sunnita; il rischio è che si diffonda l'idea che gli Stati Uniti [potrebbero] intraprendere azioni anti sunnite [intervenendo a sostegno dell'Iraq]". Un ex ambasciatore del Qatar negli Stati Uniti ha diffidato il governo Obama dall'intervenire a fianco di Al Maliki perché la cosa verrebbe considerata come una dichiarazione di guerra da tutti gli arabi sunniti.
L'adesione alla narrativa dei sunniti che contempla l'assunto -privo di qualunque senso- secondo cui la nascita dell'ISIL è colpa di Assad e del settarismo di Al Maliki ha paralizzato fin dal primo momento le reazioni occidentali nei confronti delle richieste di aiuto che venivano dall'Iraq e ha messo la linea politica occidentali in condizioni fondamentalmente contraddittorie: gli Stati Uniti aumentano il sostegno finanziario agli insorti siriani, che sono il terreno fertile in cui l'ISIL è nato e da cui trae i propri armamenti, e al tempo stesso temporeggiano nell'offrire al governo iracheno un minimo di assistenza per sconfiggere l'ISIL.
Abbiamo già trattato della natura radicale dell'ISIL e del significato autenticamente rivoluzionario del suo approccio revisionistico alla storia, ma quello che è davvero importante per capire la rilevanza di significato dell'ISIL è lo spostamento paradigmatico dell'enfasi, che passa dalle azioni dell'Inviato stesso e dalle vicende di Medina, intese come modello di società, alle vicende del primo e del secondo califfo, rispettivamente Abu Bakr, da cui il "califfo" di oggi ha preso il proprio nome di battaglia, ed Omar. Questo cambiamento ci fornisce molte informazioni su come sia cambiato il pensiero di fondo e sul perché esso dovrebbe avere un fascino tanto esteso, al punto di coprire un pubblico sunnita che va dalla gioventù arrabbiata ai politici del Golfo.
Da una parte l'ideologia dell'ISIL sembra in grado di offrire ai giovani musulmani una soluzione romantica, eroica allo screditamento cui sono andati incontro i modelli di organizzazione statale di orientamento sunnita (si veda qui un eccellente brano in cui si tessono le lodi dell'ISIL per il modello di cittadinanza che propone... le critiche al sostegno espresso dall'Arabia Saudita e degli altri stati del Golfo verso l'ISIL e gli jihadisti radicali sono ridotte al minimo indispensabile).
Abu Bakr e Omar consolidaroo lo stato. Dichiararono guerra agli apostati e ai nemici di Dio e non ebbero alcuno scrupolo nell'uso della violenza più rude, ivi compresi il rogo e la decapitazione degli oppositori; nell'Iraq di oggi assistiamo ad atteggiamenti dello stesso tipo.
Solo che Abu Bakr ed Omar sono noti anche per aver messo in secondo piano i contenuti spirituali e radicali del messaggio dell'Inviato, delimitandone il complesso ed inserendolo nell'alveo dei costumi e della cultura araba prevalenti all'epoca. Non si trattava solo delle condotte da adottare in guerra, che erano quelle arabe tradizionali; anche il patriarcato tradizionale e la supremazia del maschio vennero reinseriti fra le interpretazioni e negli apparati di commento di quanto detto e fatto dall'inviato. I messaggi dell'Inviato in materia di relazioni sociali vennero mitigati con il recupero della cultura araba tradizionale, soprattutto ad opera di Omar.
Quando prendiamo in considerazione la letteratura dell'ISIL dobbiamo tenere presente il fatto che l'accentoposto sull'operato di Abu Bakr e di Omar fa pensare non tanto ad un ritorno al modello di Medina, che è quello cui pensano i Fratelli Musulmani e la maggior parte dei salafiti, quanto ad un modello di stato islamico che è pre-islamico in molte delle sue caratteristiche essenziali. Nella narrativa dell'ISIL la "comunità di Medina" intesa come modello sociale e politico, concretizzatosi durante la permanenza dell'Inviato in quella città, non ha spazio; così come non vi trova spazio la pretesa dei Fratelli Musulmani secondo cui le prime comunità di credenti avevano come fondamento la sovranità popolare. Nell'ISIL si trova un cambio di atteggiamento che costituisce un rimarchevole e significativo mutamento nell'Islam sunnita, qui rivolto verso concezioni pre-islamiche dello stato e della società.
In sostanza, l'ISIL sta spostando il paradigma dal periodo dell'Inviato, l'epoca di Muhammad, a quella immediatamente successiva, che è quella dell'impero islamico ed il cui ethos sostanziale e caratteristico era incarnato dall'efficacia sul piano militare. Fu nel contesto di questo spirito che i primi due califfi rimisero in auge molte delle concezioni pre-islamiche sul comando e sul combattimento.
Ai nostri giorni l'ISIL sta offrendo ai giovani musulmani un modello politico pre-islamico, che viene indicato come soluzione alla crisi che i sunniti stanno attraversando. Questo significa che la soluzione proposta dall'ISIL è rappresentata dall'Islam innestato su un modello di stato che è tradizionale arabo del periodo pre-islamico. Le figure di riferimento per chi governa sono Abu Bakr ed Omar.
Si tratta di un modello autocratico, che per giunta pretende una completa sottomissione; per chi si rifiuta c'è la pena di morte. Questo specifico aspetto, rappresentato dal ruolo centrale dell'autorità costituita, rende facile capire per quale motivo qualche autocrate del Golfo guardi con attenzione ad esso, e provi al tempo stesso repulsione per come l'ISIL nega i pilastri su cui poggia l'autorità di certi monarchi (si veda qui). L'idea romantica di "combattere per l'Islam" come fecero gli "studiosi combattenti" dei primi anni, e l'impegno totalizzante imposto da un ideale attiereranno sempre la gioventù, che già si vede intenta a strappare e a gettar via quanto c'è di corrotto e di putrefatto in una società degradata. 
In poche parole, l'ISIL è più una manifestazione di malessere psicologico e di frammentazione che una soluzione politica davvero praticabile. In questo momento può presentarsi come consonante alla psicologia di molti sunniti, ma è difficile pensare che la maggior parte dei sunniti rimarrebbe a lungo sotto l'autorità di un califfato del genere. In ogni caso si tratta di un modello in cui l'efficacia viene prima della moralità e che nasce affetto dallo stesso vizio fondamentale che ha colpito l'Islam sin dalle sue origini: l'opacità dei sistemi con cui viene scelto chi deve ricoprire la carica di califfo. La sua cartina di tornasole è l'efficacia, ma è probabile che verrà giudicato essenzialmente sulla base di quest'ultima caratteristica e che si troverà che lascia a desiderare.
In Arabia Saudita -cosa sottolineata in un editoriale di Abdulrahman Al Rashid, direttore di Al Arabiya e massimo editorialista allineato con lo establishment- la reazione ufficiale è che occorre una buona comprensione della minaccia rappresentata dall'ISIL perché è in corso una "autentica rivoluzione (sunnita) contro un'autorità ripugnantementye settaria" sia in Iraq che in Siria. L'ISIL è l'incarnazione della "rabbia dei sunniti" e questo ne ha fatto "una stella al botteghino" per i sunniti di tutto il mondo. ...Ovviamente, "se non fosse stato per Assad ed Al Maliki, né l'ISIL ne il Fronte Al Nusra sarebbero mai esistiti". Questo refrain saudita è la visione dei fatti che il mainstream occidentale ha fatto propria praticamente in blocco.
Abdulrahman fa pensare che l'Arabia Saudita sia in grado di confrontarsi con l'ISIL, ma che questo avverrà soltanto dopo -e soltanto se- "in Siria ed in Iraq si imporrà una soluzione politica", ovvero un rovesciamento dei governi in carica in grado di suscitare una mobilitazione sunnita di maggiore ampiezza. La politica settaria di Assad e quella di Al Maliki "hanno dato il via a questo caos. Dunque, la soluzione è rappresentata da governi centrali forti sia a Baghdad che a Damasco, appoggiati da ameriKKKani, europei e paesi mediorientali".
Una cosa è bene che sia chiara: Abdulrahman insiste sul fatto che Nouri Al Maliki deve essere rimosso dalla carica, ma non sta certo proponendo che sia un altro sciita a prendere il suo posto, come sarebbe logico che succedesse in un panorama politico come quello presente in cui gli sciiti sono il sessanta o il sessantacinque per cento dell'elettorato. Abdulrahman vorrebbe che si rovesciasse il sistema e che un uomo forte sunnita -o quel Iyad Alawi gradito a Ryiadh- venisse messo al potere, un po' come Al Sissi in Egitto. In siria dovrebbe succedere lo stesso. Abdulrahman vorrebbe che in Medio oriente venisse fatta piazza pulita.
E' difficile che le smodate pretese dei sauditi portino a qualcosa di concreto. Col passare del tempo l'ISIL perderà la sua attrattiva, gli sciiti iracheni si stanno mobilitando, e man mano si riorganizzeranno per assolvere al compito di sconfiggere l'ISIL. Non sarà un processo veloce, ma è già iniziato.
Cosa sta succedendo, allora? Davvero l'Arabia Saudita crede che il modello del Da'ish sia un modello sostenibile, al di là dell'iniezione di adrenalina che sono state per i sunniti le prime vittorie militari dell'ISIL? A giudicare da quanto succede in Siria, non si direbbe. E se davvero l'ISIL altro non è che una sincera rivoluzione contro un governo settario e ripugnante, come Abdulrahman va dicendo, per quale motivo l'Arabia Saudita sta concentrando trentamila uomini alla frontiera con l'Iraq? E' chiaro che i sauditi sono assai più nervosi di quanto potrebbero ammettere davanti a tutti.
Anche la famiglia Al Saud è divisa, e si trova in una situazione conflittuale. L'avallo tanto autorevole dell'ISIL su citato, e che viene da qualcuno che è ben addentro al sistema del potere, fa pensare che l'Arabia Saudita sia alla deriva e che non sia in grado di smantellare le linee politiche fin qui seguite, nemmeno se ne va della sicurezza del regno. "Assad deve lasciare", "Al Maliki deve lasciare", e l'ISIL che viene considerato proprio quello che ci vuole. Una politica con l'autopilota e sembra che nessuno sia in grado di riprenderne il controllo, almeno per il momento.
La situazione sta portando verso tempi molto incerti. Al Maliki potrà non destare eccessiva ammirazione ed il fiasco militare di Mossul lo ha reso bersaglio di molte critiche, ma non c'è dubbio che si tratti di una figura di fondamentale importanza per la politica irachena. Fino ad oggi è riuscito a sopravvivere e lo scoperto tentativo degli Stati Uniti di rimuoverlo dalla sua carica può aver paradossalmente ottenuto l'effetto contrario di accelerare le forniture e l'assistenza militare da parte di Russia ed Iran, che si sono mosse per anticipare un tentativo statunitense di ricattare i parlamentari iracheni mettendo come condizione a qualsiasi aiuto la decadenza di Al Maliki. Qualcuno ha detto che "La palla oggi come oggi sta nel campo opposto al nostro; se gli Stati Uniti non si fanno coinvolgere militarmente, nessuno ne lamenterà l'assenza".
L'Iran, la Russia e l'Iraq agiscono in modo strettamente coordinato; l'Iran pensa che le incursioni dell'ISIL possano costituire il casus belli perché l'Arabia Saudita entri contro di esso in una guerra regionale. I politici iraniani adesso additano l'Arabia Saudita come responsabile della nascita dell'ISIL e, contrariamente al solito, lo fanno esplicitamente; "L'Arabia Saudita è il sostenitore spirituale, materiale ed ideologico dell'ISIL; il re saudita ha incaricato l'ex capo dei servizi segreti del suo paese [il principe Bandar] di fornire sostegno all'ISIL" (Mohammed Hassan Asafari, un influente membro della Majlis iraniana). La stampa iraniana di orientamento conservatrice è anche più pesante: "Pare che la seconda grossa scommessa degli ameriKKKani in Iraq stia finendo con una sconfitta. Mentre le forze dell'esercito popolare iracheno e i bassij [i volontari] stanno riconquistando la citta di Tikrit... gli ameriKKKani non vogliono aiutare il governo dell'Iraq nato da regolari elezioni a sedare la minaccia terroristica; hanno persino fatto mosse che garantiscono un sostegno al Da'ish. Invece di gettare discredito sui terroristi... i funzionari statunitensi hanno accusato [Al Maliki] di aver monopolizzato la scena politica e di aver esacerbato gli scontri settari!" (Keyhan, 30 giugno 2014).
L'atteggiamento ambiguo di europei ed ameriKKKani (gli occidentali hanno fatto propria la linea seguita dai paesi del Golfo, secondo la quale l'ISIL è soltanto un "fenomeno" con cui l'Occidente dovrebbe riconciliarsi, e non un fronte che si dedica ad assassinare tutti gli "apostati") sta generando crescenti sospetti e reazioni ostili da parte dei politici iraniani di maggiore esperienza. Si avvicina il 20 luglio, giorno in cui si chiudono i negoziati sul nucleare; è difficile che un clima del genere possa tradursi in qualcosa di diverso da un irrigidimento della determinazione iraniana a difendere i propri interessi nell'ultima tornata di colloqui con il "cinque più uno" prima della data ultima del venti. Al momento, non esiste neppure alcun segnale di una qualche "comprensione" tra Arabia Saudita ed Iran, che potrebbe stabilizzare la regione. Al contrario, le cose stanno andando nella direzione opposta.

17 luglio 2014

"...Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare..."


Ci si era ripromessi di non affrontare più il fenomeno "femmine svestite nelle piazze e sulle barricate"; tuttavia il declino di questo modo di produrre contenuti mediatici è stato molto rapido e ha presentato qualche episodio su cui è piacevole infierire, come quello di cui qui si riferisce.
L'idea che epidermide esposta e furore rivoluzionario fossero la stessa cosa è stata gazzettisticamente pervasiva al punto che per un po' ha attirato anche l'attenzione di un certo numero di persone serie. Anche tra le persone serie sono stati in diversi a rimanere ingannati da quello che veniva presentato come "lotta politica" mentre altro non era che produzione mediatica, secondo una prassi identica a quella che presenta gli sfruttati sul lavoro come "imprenditori di se stessi".
L'intromissione di queste professioniste prescindeva sistematicamente dal contesto e dall'opinione dei presenti, cosa che in contesti normali espone a reazioni poco composte: purtroppo la loro cacciata violenta dalle manifestazioni e dalle piazze si è verificata in un numero di casi relativamente basso.
Il "paese" dove mangiano spaghetti non ha presentato particolari difficoltà per le operatrici del settore; si è trattato di un palco oscenico come un altro e la sua vita pubblica caratterizzata da abiezione, pressappochismo, incultura, malafede ed intenti puramente criminali ha influito soltanto sulla scelta del set. Di conseguenza si sono viste giovani donne con poca roba addosso e dalla dubbia integrità morale esibirsi per il "metodo Stamina".

All'inizio di luglio 2014 Un trafiletto che ha fatto il giro del mainstream rafforzava le perentorie conclusioni che era piacevole dovere trarre su un certo fenomeno sin dal suo primissimo manifestarsi.
Una ex poco vestita di nazionalità tunisina, cui l'esposizione mediatica non aveva evidentemente portato i vantaggi sperati, ha “denunciato” che a Parigi le sarebbe stato fatto questo e quest’altro.
Colpa dell'islàmme, capacissimo di tutto.
La non-notizia ci ha immediatamente ricordato una considerazione tratta da uno scritto di Beppe Viola, un commentatore sportivo scomparso da molti anni.
“Ma cosa denunci scemo, che non ci hai neanche gli occhi per piangere e come ti danno una sbirciata ci vai te in questura…”
E difatti basta pazientare una settimana.
A pensarci bene ci hanno messo persino troppo.
Parigi in generale e la sua rete di trasporti in particolare sono da decenni paranoicamente sorvegliati.
La conoscenza del terreno non è un dettaglio. E' una questione di sostanza, tuttavia ignorata dalla preparazione di certe "combattenti", per repellenti che siano le loro intenzioni.
Sicché, questa provincialotta sgomitante e il suo ridicolo tentativo di riprendere visibilità sono finiti nell'unico modo in cui era sicuro che finissero.
Bruciata la credibilità del fenomeno che ha cercato di cavalcare, questa ragazza è attesa da tempi che si annunciano magri. Di qui ad un paio d'anni al massimo potrà forse spacciare a qualche rotocalco di periferia le fotografie della sua maternità. Ammesso che qualcuno la voglia tra i piedi; al mondo esistono ancora contesti normali, in cui epidermide esposta, tatuaggi ed acconciature vistose non costituiscono affatto delle buone credenziali.

14 luglio 2014

Ultime da Siderot, città sotto assedio


La foto viene da Baruda.net e sarebbe stata scattata a Siderot dal danese Allan Sorensen.
Siderot è una città dello stato sionista che qualche הַסְבָּרָה‎ di quelle adattate agli eventi di questi giorni postula "sotto assedio".
Dev'essere un assedio tutto particolare: gli assediati qui ripresi starebbero godendosi lo spettacolo delle armi sioniste che infieriscono su Gaza.
Il blog Mazzetta mostra altri dettagli, comprese le cinguettate del signor Sorensen: "Al cinema a Siderot. I sionisti portano sedie in cima a una collina a Siderot per guardare le ultime notizie da Gaza. Applaudendo al suono delle esplosioni".
Sempre sul Cinguettatore una certa Ruth Marks Eglash avrebbe spedito una foto scattata in pieno giorno; dalle sedie di plastica  sono passati ai divani di pelle bianca.
C'è da pensare che almeno in materia di divertimenti, nella "unica democrazia del Medio Oriente", si abbiano idee piuttosto precise.

12 luglio 2014

A Gràssina (Firenze) vendono "sigarette digitali"...



Questa foto è stata scattata nel luglio 2014 a Gràssina, un paese immediatamente a sud di Firenze.
A che razza di propagandisti debbano ricorrere i dettaglianti di "sigarette elettroniche" lo abbiamo già visto.
Qui si va serenamente oltre e si passa direttamente alla sigaretta digitale, con tanto di insegna. Chissà che differenza c'è con le sigarette analogiche.
La cosa più interessante è la prova gratuita: nuovi liquidi senza nicotina.
Nuovo gusto pizza e birra
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07 luglio 2014

Per favore, fate piano con gli impianti stereofonici: ve lo chiedono il "Gruppo di Firenze" e Ernesto Galli della Loggia.


Invasori yankee nelle strade di Falluja. Questa roba qui va bene, la "musica" delle mescite no.


Il "Gruppo di Firenze" è una conventicola di insegnanti che fornisce di tanto in tanto alle gazzette qualche contenuto diverso dal pallone e dalle femmine svestite. Ce ne occupammo un anno fa, quando mandò a dire che chi aveva fatto parte di formazioni combattenti non statali non aveva diritto di parola in materia di letteratura medievale.
A guidare le iniziative del "Gruppo di Firenze" è una pedissequa adesione all'ideologia dominante: "più mercato" e "più galera", perché "non ci sono alternative".
Il problema che questo tipo di fonti è inflazionato all'inverosimile, e che la bella stagione tende ad essere parca di argomenti. Per non perdere visibilità il "Gruppo di Firenze" è stato costretto a presentare in giro un foglietto in cui frigna contro la pessima musica delle mescite di Firenze, corredandolo di qualche avallo presuntamente autorevole.
Tra i firmatari c'è Ernesto Galli della Loggia.
La sua adesione rappresenta una patente di autorevolezza di cui non è lecito dubitare: nel "paese" dove mangiano spaghetti basta vestirsi bene (e magari scrivere su una gazzettina) per poter dettar legge in ogni campo dello scibile e magari dare del terrorista a chi esita più del necessario nel mostrarsi pronamente condiscendente.
Prima di occuparsi di pessima musica e di smercio di alcolici -materie in cui forse è più competente e meno in malafede di quanto non lo sia in geopolitica, ma su questo non ci sentiremmo di sbilanciarci- Ernesto Galli della Loggia si degnava di produrre per il web e per le rotative roba come questa.
Oltre al dovuto omaggio all'entità statale sionista, postulata "unica democrazia del Medio Oriente", si noti l'uso dell'aggettivo "saddamita", di uso comune all'epoca negli scritti dell'occidentalame.
Nella lingua ufficiale dello stato che occupa la penisola italiana esiste il vocabolo "sodomita". Questo significa che gli "occidentalisti" puntavano ad ascrivere ai sostenitori del governo di Saddam Hussein soprattutto la propensione per un certo tipo di pratica sessuale.
Anche in questo nulla di strano: il pubblico del "Corriere della Sera" è costituito in massima parte da sudditi dello stato che occupa la penisola italiana, il che significa che più in là non riesce proprio ad arrivare.
Sono passati dieci anni dall'aggressione amriki all'Iraq e non ci risulta che Galli della Loggia sia accorso a controllare quali fossero gli effetti della sua "esportazione di democrazia" a Falluja o a Najaf.
Possiamo pensare che non sappia neppure che odore ha una ferita agli intestini.
Però gli dà fastidio la cacofonia delle mescite notturne.
Un animo delicato.