11 agosto 2021

Alastair Crooke - Si chiude un'epoca, finalmente?


Traduzione da Strategic Culture, 9 agosto 2021.

"Il declino dell'Occidente è iniziato con la caduta del comunismo nel 1989", scrive il filosofo politico John Gray. "Le nostre élite trionfanti hanno perso il senso della realtà, e in un susseguirsi di tentativi di plasmare il mondo a loro immagine [... hanno portato al] risultato che gli stati occidentali sono più deboli e più in pericolo di quanto lo fossero stati in un qualsiasi momento durante la guerra fredda".
La decomposizione dell'Occidente, sottolinea Gray, non è solo un fatto geopolitico; è un fenomeno culturale e intellettuale. I paesi occidentali ora albergano consistenti correnti di opinione che considerano la civiltà occidentale come una forza unicamente capace di produrre danni. In questa visione superliberista, fortemente rappresentata negli ambienti dell'istruzione superiore, i valori occidentali di libertà e di tolleranza sono ora intesi come poco più che un codice per la dominazione razziale bianca.
Se le élite occidentali siano ancora in grado di sottoporre a qualche cambiamento il loro zeitgeist sotto vuoto spinto è discutibile. Piuttosto l'approccio sottostante e profondamente moraleggiante rappresentato da questo atteggiamento di liberismo assoluto limita il discorso a posizioni morali semplicistiche, che vengono considerate evidenti per contro proprio e moralmente prive di macchia. A discutere i pro e i contro della realpolitik, oggi come oggi ci si avvicina a intraprendere qualche cosa di proibito e in concreto non si affrontano in modo serio i mutamenti nel paradigma strategico globale o le sfide di più ampia portata che esso si trova davanti. Perché affrontarli in modo serio richiederebbe un realismo e una comprensione strategica che i principali opinion leader occidentali rifiutano bollandola come disfattismo, se non come immoralità. La élite cittadina statunitense ha convertito l'appartenenza culturale in privilegio economico e viceversa. Essa controlla quello che Jonathan Rauch definisce nel suo nuovo libro The Constitution of Knowledge "il regime epistemico", la grossa rete di accademici e di analisti che determinano quale sia la verità. Soprattutto essa possiede il potere di consacrazione: indica cosa merita di essere riconosciuto e ben considerato e ciò che merita di essere disdegnato e respinto.
Per dirlo esplicitamente, questa dinamica è sulla buona strada per diventare la più grande linea di frattura nella politica globale, come lo è già nella politica degli Stati Uniti e dell'Unione Europea. Sta peggiorando sia negli Stati Uniti che in Europa, e si estenderà alla geopolitica. In un certo senso vi è già arrivata. "Non è quello che vuoi; ma sta succedendo comunque". E se la lunga deriva della storia vale in qualche modo come guida, porterà un aumento delle tensioni e al rischio di guerre.
Ecco un esempio (tratto dalla rubrica quotidiana di Ishaan Tharoor sul Washington Post):
È una delle convergenze meno sorprendenti del mondo. Il conduttore di Fox News Tucker Carlson -probabilmente la voce più influente della destra americana, a parte un certo ex presidente- si trova in Ungheria. Ogni episodio del suo show in prima serata questa settimana sarà trasmesso da Budapest.
Carlson, come indicato il mese scorso dal mio collega Michael Kranish in un profilo approfondito, è diventato la "voce del malcontento bianco"... il più noto sostenitore di un orientamento caratteristico dell'estrema destra -la politica nativista- reso popolare da Trump e ora ulteriormente pompato da un gruppo di esperti e di politici che stanno facendosi largo con decisione nel partito repubblicano... Sono antiimmigrazionisti arrabbiati, scettici in materia di libero scambio e di potere delle multinazionali... Adottano un tipo di nazionalismo a sfondo religioso e implicitamente razzista e portano avanti una guerra culturale implacabile contro quelle che considerano delle minacce, il multiculturalismo, il femminismo, i diritti LGBT e il liberalismo in generale.
Il conduttore di Fox News non è certo l'unico ameriKKKano di destra a considerare Orban come un esempio. In un discorso recente J.D. Vance, un capitalista d'assalto che sta facendo campagna su una piattaforma popolare e nazionalista per le primarie repubblicane per il Senato in Ohio, ha deriso la "sinistra senza figli" negli Stati Uniti bollandola come manovalanza a servizio del "crollo della civiltà". Poi ha presentato consegne in stile Orban: In Ungheria "offrono prestiti alle coppie appena sposate, che a un certo punto vengono in seguito condonati se quelle coppie sono effettivamente rimaste insieme e hanno avuto figli", ha detto Vance. "Perché non possiamo farlo qui? Perché non possiamo effettivamente promuovere la formazione della famiglia"?
Il nostro punto qui non è politico. Non riguarda i meriti percepiti dal Washington Post o da Orbàn. Si tratta di una questione sulla alterità; è il rifiuto di ammettere che l'"altro" possa avere una visione e un'identità alternativa, anche se non si è d'accordo con essa e non se ne accettano le premesse. In breve si tratta dell'assenza di empatia.
La "classe creativa" (espressione coniata da Richard Florida) non si era prefissata di essere una classe dominante e di élite, sostiene l'editorialista liberale del NY Times David Brooks nel suo Bobos in Paradise. Semplicemente, è andata così. La nuova classe avrebbe dovuto favorire i valori progressisti e la crescita economica. Invece ha generato risentimento, alienazione e infiniti malfunzionamenti sul piano politico.
I BoBo, i borghesi bohemienne, non provenivano necessariamente da ambienti facoltosi e di questo erano orgogliosi; si erano assicurati un posto in università esclusive e nel mercato del lavoro grazie alla grinta e all'intelligenza di cui avevano dato prova fin da tenera età, credevano. Ma dal 2000 in poi, l'economia informatizzata e il boom della tecnologia hanno preso a inondare di denaro i più istruiti.
The Rise of the Creative Class di Richard Florida elogiava i benefici economici e sociali che la classe creativa aveva recato, e con l'espressione "classe creativa" intendeva più o meno i BoBo di cui sopra, così definiti in precedenza da Brooks (i bohemienne borghesi, bohemienne perché venivano dalla narcisistica generazione di Woodstock, e borghesi perché dopo Woodstock questa classe 'liberale' si era poi evoluta nelle alte sfere mercantili dei paradigmi del potere culturale, aziendale e di Wall Street).
Florida di questa classe era un campione. E Brooks ammette che anch'egli la vedeva positivamente: "La classe istruita non corre il rischio di diventare una casta isolata", scrisse nel 2000. "Chiunque abbia la laurea, il lavoro e le competenze culturali giuste può entrare a farne parte".
Quella si è rivelata una delle frasi più ingenue che abbia mai scritto, ha ammesso Brooks.
Ogni tanto nasce si afferma una classe rivoluzionaria che butta all'aria le vecchie strutture. Nel XIX secolo era stata la volta della borghesia, la classe mercantile capitalista. Nell'ultima parte del XX secolo, quando si è affermata l'economia dell'informazione è la classe media industriale si è svuotata è stato il turno della classe creativa, sostiene Brooks.
"Negli ultimi due decenni, la rapida crescita del potere economico, culturale e sociale di [questa classe] ha prodotto un contraccolpo globale che sta diventando sempre più odioso, squilibrato e apocalittico. Eppure questo contraccolpo non è privo di un fondamento. La classe creativa, o comunque la si voglia chiamare, si è coalizzata alla maniera della casta dei bramini in un'élite verticistica isolata ed endogamica che domina la cultura, i media, l'educazione e la tecnologia".
Questa classe, che stava accumulando enormi ricchezze e si stava raccogliendo nelle grandi aree metropolitane d'AmeriKKKa, ha creato disuguaglianze enormi all'interno delle città poiché i prezzi elevati degli alloggi ne hanno allontanato le classi medie e quelle inferiori. "Nell'ultimo decennio e mezzo", ha scritto Florida, "nove aree metropolitane statunitensi su dieci hanno visto decrescere il numero di abitanti afferenti alla classe media. Mentre i centri vengono svuotati, i quartieri periferici in tutta l'AmeriKKKa si stanno dividendo in grandi zone dove si concentrano gli svantaggiati e zone molto più piccole dove si concentrano i ricchi." Questa classe è arrivata anche a dominare i partiti di sinistra in tutto il mondo, partiti che prima erano espressione della classe operaia. "Abbiamo spinto questi partiti ancor più a sinistra sulle questioni culturali (privilegiando il cosmopolitismo e le questioni di identità), mentre indebolivamo o rovesciavamo le tradizionali posizioni del Partito Democratico in materia di traffici commerciali e di sindacati. Mentre le persone della classe creativa entrano nei partiti di sinistra, le persone della classe operaia tendono ad andarsene".
Queste differenze culturali e ideologiche sono polarizzanti e ora si sovrappongono con precisione alle differenze economiche. Nel 2020 Joe Biden ha vinto in appena cinquecento contee, che però nel loro complesso rappresentano il 71% dell'economia ameriKKKana. Trump, al contrario, ha vinto in più di duemilacinquecento contee. Solo che queste duemilacinquecento contee producono tutte insieme solo il 29% del PIL. Ecco perché i democratici deridono i repubblicani che rifiutano il vaccino Covid tacciandoli di parassiti: sono le contee a maggioranza democratica quelle che pagano, e in misura schiacciante, il conto imposto dall'epidemia. Un'analisi di Brookings e dello Wall Street Journal ha messo in evidenza che appena tredici anni fa le aree democratiche e repubblicane erano quasi alla pari in materia di prosperità e di reddito. Adesso si stanno separando, e sempre più si separeranno.
I repubblicani e i democratici in USA parlano come se vivessero in due mondi diversi. Ed è così.
"Mi sono sbagliato della grossa sui BoBo", afferma Brooks. "Non avevo previsto con quanta aggressività ci saremmo mossi per affermare il nostro dominio culturale, il modo in cui avremmo cercato di imporre valori d'élite attraverso i nostri codici di linguaggio e di pensiero. Ho sottovalutato il successo che la classe creativa avrebbe avuto nell'elevare barriere intorno a sé a tutela dei propri privilegi economici... E ho sottovalutato la nostra intolleranza nei confronti delle ideologie diverse dalla nostra".
"Quando si dice a consistenti settori del paese che le loro voci non sono degne di essere ascoltate, essi finiranno col reagire male; e infatti hanno reagito male. La classe operaia oggi rifiuta con veemenza non solo la classe creativa, ma anche il regime epistemico che essa controlla... Questo dominio ha però generato insofferenza anche fra gli esponenti della sua nuova generazione.
"I membri della classe creativa si sono adoperati per far entrare i loro figli in buoni college. Ma hanno anche alzato i costi dei college e i prezzi delle abitazioni urbane al punto che adesso i loro figli lottano sotto un indebitamento che li schiaccia. E da qui viene l'insofferenza che ha spinto Bernie Sanders negli Stati Uniti, Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, Jean-Luc Mélenchon in Francia e così via.
"Il malcontento giovanile ha in parte le proprie radici nell'economia, ma in parte è guidato dall'indignazione sul piano morale. I più giovani guardano le generazioni che li hanno preceduti e vedono persone che parlano di uguaglianza ma che in concreto sono responsabili della disuguaglianza. Gli appartenenti alle giovani generazioni considerano il periodo che va da Clinton a Obama -gli anni formativi per la sensibilità della classe creativa- come il periodo in cui il neoliberismo ha raggiunto il picco della bancarotta".
L'analogia con la Russia negli anni 1840 e 1860, con la radicalizzazione delle nuove generazioni figlie di genitori liberali, è appropriata.
Il punto, sul piano geo-politico più ampio, è che se Orbàn -leader di uno stato dell'Unione Europea- viene bollato in modo tanto perentorio come un trumpista e come un bigotto nativista e arretrato, possiamo facilmente prevedere la stessa assenza di empatia e di comprensione per altri leader mondiali, che siano Xi, Raisi o Putin.
Abbiamo a che fare con l'ideologia di un'aspirante classe dirigente che mira ad accumulare ricchezza e posizioni, mentre ostenta credenziali progressiste e globaliste immacolate. Le schermaglie culturali irrisolvibili e una crisi epistemica in cui fondamentali questioni oggettive e scientifiche vengono politicizzate in sostanza non sono altro che un tentativo di mantenere il potere da parte di coloro che si trovano al vertice di questa "classe creativa"; una stretta cerchia di oligarchi molto ricchi.
Anche così, si fanno pressioni sulle scuole perché insegnino un'unica versione della storia, le aziende private licenziano i dipendenti per le loro opinioni non conformi, e le istituzioni culturali agiscono come guardiane dell'ortodossia. Luogo principe per queste pratiche sono gli Stati Uniti, che si ostinano a proclamare la peculiarità della propria vicenda storica e a predicare le proprie divisioni come fonte di emulazione per ogni società contemporanea. In gran parte del mondo, il movimento woke viene considerato con indifferenza, o -come nel caso della Francia dove la denuncia è venuta da Macron- viene accusato di "razzializzare" la società. Ma ovunque questa agenda ameriKKKana prevalga, la società non è più liberale in nessun senso storicamente riconoscibile. Se liberato dalla sua aura mitica, lo stile di vita liberale può essere visto essenzialmente come un incidente storico.
Quale incidente?
"Nel 2007, ad Alan Greenspan, l'ex presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, fu chiesto quale candidato avrebbe sostenuto nelle imminenti elezioni presidenziali. "Siamo fortunati che, grazie alla globalizzazione, le decisioni politiche negli Stati Uniti sono state in gran parte sostituite dalle forze del mercato globale", rispose a fronte della scelta tra Barack Obama e John McCain. "Sicurezza nazionale a parte, non fa quasi nessuna differenza chi sarà il prossimo presidente. Il mondo è governato dalle forze del mercato".
Per inciso, sono state le politiche di Greenspan che hanno spinto i BoBo a diventare una élite globale, e che li hanno resi favolosamente ricchi.
"La condiscendenza di Greenspan ha rappresentato l'apice del neoliberismo, un termine spesso frainteso e abusato ma che rimane il migliore per indicare in modo stringato le politiche che hanno plasmato l'economia globale per come la conosciamo: privatizzazioni, taglio delle imposte, controllo dell'inflazione e legislazione antisindacale. Invece di essere soggette a pressioni democratiche -come le elezioni- queste misure sono state postulate come irreversibili. "Sento la gente dire che dobbiamo fermarci e discutere della globalizzazione", ha dichiarato Tony Blair nel suo discorso alla conferenza del Partito Laburista del 2005: "Si potrebbe anche discutere se l'autunno debba seguire l'estate".
Ma si è trattato di certezze illusorie. "Ho trovato un difetto [nella mia ideologia]", disse Greenspan a un'audizione del Congresso durante la grande crisi finanziaria del 2008. "Non so quanto sia significativo, quanto sia permanente."


20 luglio 2021

Genova, luglio 2001

 


"Genova? Dirimente, certo.
Dirimente tra chi c'era e chi non c'era.
Io con chi non c'era non ho nulla da spartire. Se ne vada a pagare il mutuo, a sperare che gli rinnovino il contratto, e roba del genere.
E guai se sento fiatare.
Soprattutto non venga a infastidirmi con Iran, Cuba, Ungheria e russie varie."

"In pratica tornai la sera del ventuno luglio dopo una giornata di cariche e lacrimogeni e precarie vie di fuga perché la gendarmeria arrivava dappertutto, e nei giorni seguenti incontrai praticamente ovunque vecchi conoscenti e anche amici di una vita che mi fecero chiaramente intendere di essere un po' seccati dal vedermi vivo.
Ho preso l'agenda e l'ho buttata nella carta da macero: si vedrà chi finirà peggio.
La crisi perdurante è stata in questo senso ricchissima di soddisfazioni perché di lorsignori non ce n'è stato uno che sia diventato astronauta alla Ferrari (e sì che da piccolo ci teneva tanto).
Mutui da pagare, licenziamenti, storie di corna, in-cre-di-bi-li riflussi in un ciarpame olistico di cui è persino umiliante riferire hanno contribuito non poco a rinsaldare il morale di chi aveva ragione allora ed ha ragione adesso.
Andate a pagare i debiti, cani, e poi via di corsa ad accendere la televisione che se il pargolo torna dall'asilo e non trova peppapìg e masciaeorso sono urli da tremare i vetri..."


19 luglio 2021

Finian Cunningham - Destabilizzare Cuba: sanzioni, pandemia e gazzarra mediatica

  

Manifestazione filogovernativa a Bayamo, provincia di Granma, Cuba, 17 luglio 2021.


Traduzione da Strategic Culture.

Allo zio Sam non piacerà che Mosca e Pechino si facciano largo in quello che ha unilatermente dichiarato essere il suo "cortile di casa". Solo che lo zio Sam ha perso ogni autorità morale necessaria ad avanzare obiezioni credibili.
Un'ondata di manifestazioni dirette contro Cuba è stata descritta dalla Casa Bianca come "espressione spontanea di persone esasperate per la cattiva gestione economica e dalla repressione". Il presidente Joe Biden ha detto che "gli Stati Uniti stanno con il popolo cubano, che rivendica coraggiosamente i propri diritti fondamentali e universali".
Le proteste sembrano essersi placate con la stessa rapidità con cui sono scoppiate nel fine settimana [del 10-11 luglio 2021, n.d.t.]. Il presidente cubano Miguel Diaz-Canel ha ammesso che esiste un legittimo malcontento per le difficoltà materiali sopportate dagli undici milioni di abitanti dell'isola caraibica. Nutrite contromanifestazioni di sostenitori del governo hanno risposto all'appello del presidente a difendere la rivoluzione del paese.
Le autorità cubane accusano gli Stati Uniti di aver orchestrato le proteste per destabilizzare un paese socialista in ginocchio dopo quasi sessant'anni di blocco economico imposto da Washington. Le sanzioni economiche sono state inasprite di recente sotto il presidente Donald Trump, e questo inasprimento paralizzante è stato mantenuto dalla nuova amministrazione Biden.
Durante lo scorso anno c'è stata la pandemia di Covid-19; l'economia cubana ha sofferto terribilmente ed è impossibile eludere la conclusione che le sanzioni di Washington siano state calcolate a bella posta per sfruttare le irripetibili avversità della pandemia. L'industria turisticao del paese è crollata e le misure sociali per limitare la diffusione della malattia hanno avuto un impatto negativo sull'occupazione e sui mezzi di sussistenza. Questo, a sua volta, ha esacerbato la carenza di cibo e la crescita dei prezzi al consumo.
Nel far fronte all'aumentato numero dei ricoveri imposto dalla pandemia si sono verificate interruzioni di corrente, perché le autorità stanno cercando di razionare le risorse per dare priorità alle strutture mediche.
Tutto questo ha, naturalmente, causato enorme frustrazione sociale e portato ad incolpare il governo di quella che può essere facilmente percepita come "cattiva gestione". Ma è bene essere chiari: quella che viene percepita come cattiva gestione non ha cause di natura essenzialmente interna. La responsabilità per la situazione in cui si trova Cuba è di Washington, e del suo ostinarsi a mantenere un criminale embargo ai danni dell'isola.
Le sanzioni economiche americane imposte a Cuba dal 1961 sono sempre state deliberatamente mantenute in vigore per imporrre al popolo privazioni e difficoltà al fine di allontanarlo dal governo socialista e alimentare i disordini. Il comportamento di Washington costituisce un'aggressione, ed è una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite. Anno dopo anno, il governo degli Stati Uniti ignora gli appelli della grande maggioranza dei paesi all'assemblea generale delle Nazioni Unite che lo invitano a revocare le sanzioni.
In tempi normali una condotta tanto cinica fa spavento. Ma durante un anno di una pandemia globale in cui le risorse sanitarie sono al limite e la popolazione più vulnerabile del solito, l'embargo degli Stati Uniti a Cuba è un abominio.
Non che Cuba sia la sola a sopportare la barbarie ameriKKKana. Molte altre nazioni tra cui l'Iran, la Corea del Nord, la Siria, il Venezuela, il Nicaragua e la Russia, sono diventate in varia misura bersaglio della guerra economica ameriKKKana a colpi di sanzioni, in un momento pericoloso per tutto il mondo.
Non c'è dubbio che i responsabili della politica imperialista di Washington abbiano sentito l'odore del sangue, per la posizione particolarmente debole di Cuba. È interessante notare che il Dipartimento di Stato ha stanziato milioni di dollari in più per potenziare le emittenti in Florida; e in Florida vive una numerosa diaspora cubana di destra.
Le ultime proteste scoppiate domenica scorsa sono state precedute da una massiccia mobilitazione di influenza nei media sociali. Secondo un'analisi di Telesur, migliaia di nuovi account sono stati creati nei giorni immediatamente precedenti le manifestazioni. Sembra che il tutto sia stato orchestrato in una sofisticata operazione partita dall'estero e con il coinvolgimento degli Stati Uniti.
Washington ha usato un copione identico per fomentare proteste antigovernative in Bolivia, Venezuela, Bielorussia e Nicaragua. Si saturano in tempi rapidi i social media con meme e post di opinionisti che incitano amanifestare, secondo un modus operandi che è tutt'altro che spontaneo. Il ricorso ad algoritmi crea dal nulla nutrite orde di manifestanti che hanno poco o nulla a che vedere con i numeri reali.
Quando una gazzarra mediatica del genere si lega a un malcontento popolare già esistente per le difficoltà economiche, gli istigatori possono ritenersi soddisfatti, e mettersi ad aspettare l'esplosione sociale messa in preventivo.

Il governo cubano sembra essersi mosso rapidamente per contenere l'ondata di instabilità. Ha accusato gli Stati Uniti di interferire nei suoi affari interni. Anche altri paesi dell'America Latina si sono schierati con l'Avana per denunciare l'ingerenza straniera. Cuba deve effettivamente affrontare grandi sfide e grandi problemi. Ma per la maggior parte la colpa è per intero di Washington e della sua criminale aggressività. La Casa Bianca afferma di stare "valutando come possiamo essere utili direttamente al popolo cubano". Che ne direste di togliere dal collo di Cuba lo scarpone che ci tenete da decenni?
Russia e Cina dovrebbero farsi avanti, e offrire a Cuba un sostegno economico e materiale molto maggiore per dare al suo coraggioso popolo la tregua di cui ha bisogno dopo aver sofferto decenni di guerra economica da parte degli Stati Uniti.
Allo zio Sam non piacerà che Mosca e Pechino si facciano largo in quello che ha unilatermente dichiarato essere il suo "cortile di casa". Solo che lo zio Sam ha perso ogni autorità morale necessaria ad avanzare obiezioni credibili. Russia e Cina dovrebbero ritorcere contro gli ameriKKKani la loro stessa aggressività.

20 giugno 2021

Firenze - A Santo Spirito centinaia di ragazzi distruggono il cordolo messo dall'amministrazione comunale a tutela del sagrato

 

Nel 2021 l'amministrazione comunale ha considerato una priorità irrinunciabile inibire l'accesso al sagrato di Santo Spirito, in una piazza che per qualche insondabile motivo conserva il carattere popolare che ha sempre avuto.
La preparazione gazzettiera è andata avanti per mesi. La pianificazione anche, con divieti e ordinanze fatti rispettare con tutti i ritrovati tecnologici a disposizione della gendarmeria.
Tutto -a sentir loro- in nome della vivibilità e dell'interesse generale. Che si tratti di un'iniziativa utile solo a ribadire la ferma volontà di gentrificare quanto si ostina a sfuggire alla Disneyland del Rinascimento lo sanno tutti benissimo, ma di solito omettono di rivendicarlo.
Nel 1977 -racconta Filippo Scòzzari- il borgomastro bolognese Zangheri e la questura
avevano proibito di sedersi sui gradini di San Petronio, per motivi d’ordine pubblico. Era così, in quegli anni. A qualcuno della nomenklatura veniva in mente una stronzata da due lire, e subito le veniva conferita l’aureola di Editto Per Il Buongoverno. Non che abbiano smesso. Nell’occasione però, qualche bolognese non incazzato, non precario, non studente, non autonomo, non giovane cominciò a sospettare che forse Zangheri cominciava ad entrare nel buio di una astiosa senilità kremlinica, ed il divieto anti studente di mostrare in piazza i maròni pelosi durò l’espás dun matén. Era divertente. Se da compagno voglioso di partecipare indirizzavi all’Unità le tue rimostranze di cittadino perplesso non succedeva un bel nulla. Se come maresciallo in pensione le esternavi al Resto del Carlino apriti cielo, e la noxia veniva rimossa in tre secondi. L’ansioso PCI. Non è stata sofferta la strada per arrivare a Prodi. Solo lunga.
La differenza è che nel 1977 un bagatellfall era un bagatellfall; adesso, l'agenda politica delle amministrazioni locali si compendia di robetta come questa. Sono letteralmente ridotti a non sapere più cosa proibire e sanzionare.
Fatto sta che per ribadire l'autorità e la fondatezza della decisione e in previsione di ulteriori inasprimenti, il 17 giugno l'amministrazione ha fatto intronare attorno al sagrato un coso di gòmena e fittoni.
Il giorno successivo moltissime persone serie hanno tolto di mezzo tutto quanto e hanno rimesso le cose a posto facendo a pezzi la gòmena e usandola per il salto della corda, rovesciando i fittoni e coprendoli di scritte a dileggio dell'amministrazione.
Il primato della realtà sul mondo descritto dalle gazzettine è stato ristabilito.
La gendarmeria difficilmente rimarrà inattiva perché su cose come questa i borgomastri tendono a una certa permalosità, per cui chi scrive si rende fin da ora disponibile a contibuire ad eventuali sottoscrizioni.
Inutile rendicontare l'infastidita indignazione gazzettiera: sappiamo tutti molto bene che la "libera informazione" è capacissima di ammettere e di lodare in modo sperticato certe iniziative, ma esse devono svolgersi a Minsk o a Tehran.
Sta di fatto che, come nel caso della Bologna del 1977, anche nella Firenze del 2021 qualche fiorentino non incazzato, non precario, non studente, non autonomo, non giovane ha cominciato ad avere la conferma -più che il sospetto- che ci sia un limite anche a certe alzate d'ingegno. Il signor Vanni Santoni ha riassunto questo sentire sul Cinguettatore.
È stato corroborante, e anche un po’ rassicurante, vedere che ieri sera un bel gruppone di allegri ragazzini si è messo, tra musica e balli, a giocare al salto della corda con le gomene che erano state posizionate, assieme ai loro orribili supporti di cemento, a deturpare la basilica di Santo Spirito.
Ci sarà di certo chi dirà che anche la più legittima delle proteste, quella contro uno scempio doppio –capolavoro architettonico deturpato, più lo spazio pubblico tolto ai cittadini– fosse essa stessa "degrado". È allora importante affermare subito che non è così. E non solo perché protestare è legittimo (e in questo caso doveroso). Non è così, perché il degrado non sono le piazze vive e vissute dai cittadini, ma architetture ostili che imbruttiscono lo spazio di tutti e limitano l'accesso alla città. Ed è importante anche ricordare, specie a chi questa città la amministra, che i cittadini, i fiorentini, i loro cittadini, sono quelli che rifiutano in massa queste brutture: sono proprio quei ragazzini che saltavano ridendo su quelle corde, e non i turisti di giornata o le società con sede all'estero e cento appartamenti su AirBnb.
Ci sarà anche chi dirà che "allora i cordoni non bastano", e invocherà cancellate o muri di plexiglas o filo spinato pur di impedire che la gente faccia ciò che ha sempre fatto da 500 anni: stare sul sagrato di Santo Spirito, un luogo peraltro specificamente progettato per dialogare con la piazza. A quelli si ricorderà che se il problema sono coloro che pisciano in giro alla notte, vanno installati del bagni pubblici, di cui la città è drammaticamente carente e che se il problema sono quelli (invero rarissimi) che hanno comportamenti effettivamente molesti, la città deve intervenire per evitare quei singoli comportamenti, e non usarli come pretesto per danneggiare tutta la cittadinanza, togliendole uno degli ultimi spazi vivi e vitali di un centro già prostrato da anni di politiche atte a favorirne lo svuotamento e la conseguente turistificazione.

 

04 giugno 2021

Campioni d'Occidente: Cristian Rustignoli


Riceviamo e pubblichiamo un commento con questo contenuto.
Sono Rustignoli Cristian chi a fatto questo articolo social e un demente io non o nulla a che fare con Oriana alepoca ero il n 1 dei traslochi Firenze e provincia appaltatore comune Firenze traslocatore smaltitire enti regione Toscana ora sono sempre traslocatore e presidente ass volontariato Lorenzo Bardellino tetto lavoro e aiuto sociale per tutti per chi a bisogno di una mano sociale contattatemi per lavoro idemil mio numero e 3395006826 e levare ste buffonate illusive se no vi denuncio buccie
Il signor Rustignoli si è sentito offeso da uno scritto in cui si lodavano le sue competenze di traslocatore e gli si augurava di poterle usare per traslocare una sedicente interlocutrice angelica.
Chissà perché.
Non aveva letto il disclaimer qui accanto; eventuali minacce, legali e non, saranno immediatamente esposte al pubblico ludibrio in questa stessa sede.
Si sarebbe risparmiato la fatica.
Si sarebbe risparmiato una figuraccia.
La foto viene dall'autoschedatura sul Libro dei Ceffi di un Cristian Rustignoli di Firenze che -tra scritte su' bracci e cane d'ordinanza- potrebbe benissimo corrispondere a lui.
Vanno notate anche le peculiarità grammaticali e sintattiche del testo.
Lo stato che occupa la penisola italiana obbliga tutti i suoi sudditi a dieci anni di istruzione obbligatoria, oggetto di generosissimi stanziamenti pubblici; evidentemente non sempre sono soldi ben spesi.
Gli dobbiamo comunque delle scuse per due motivi.
Innanzitutto, per non aver prontamente messo in evidenza le sue rimostranze; il commento è del 30 maggio 2021 (sei anni abbondanti dopo il post) e questo scritto è del 4 giugno successivo.
In secondo luogo, per aver scritto male il suo nome. Lo ringraziamo dunque per la precisazione, e provvediamo a cambiare da Christian a Cristian il titolo dell'articolo che lo riguarda.


01 giugno 2021

New York Times - Le postazioni dell'esercito afghano si arrendono a valanga alle forze talebane

 

Su un foglio scritto a mano gli accordi firmati da ufficiali afghani e capi talebani
per la resa di una postazione militare a Mehtarlam. 
Vent'anni leaving no stone unturned. Complimenti per i risultati.


Traduzione da New York Times, 27 maggio 2021.

Decine di avamposti e di basi sotto assedio -oltre a quattro capitali di distretto- si sono arresi agli insorti soltanto questo mese. Il collasso avanza sempre più veloce nelle campagne man mano che le truppe statunitensi si ritirano.

Mehtarlam, Afghanistan - Nei malandati avamposti della provincia di Laghman le scorte di munizioni erano finite. Il cibo era scarso. Alcuni agenti di polizia non venivano pagati da cinque mesi.
Poi, proprio quando le truppe statunitensi hanno iniziato a lasciare il paese all'inizio di maggio, i combattenti talebani hanno assediato sette postazioni isolate tra i campi di grano e gli orti di cipolle di questa provincia dell'Afghanistan orientale.
Gli insorti hanno arruolato gli anziani dei villaggi perché si recassero negli avamposti con un messaggio: arrendersi o morire.
A metà maggio 2021 le forze di sicurezza di tutte e sette le postazioni si erano arrese. Dopo lunghi negoziati, secondo gli anziani del villaggio. Ad almeno centoventi tra soldati e poliziotti è stato dato un passaggio sicuro verso la capitale provinciale controllata dal governo, in cambio della consegna di armi e attrezzature.
"Abbiamo detto loro: 'Guardate che siete messi male; rinforzi non ne arriveranno'", ha detto Nabi Sarwar Khadim, 53 anni, uno dei molti anziani che hanno partecipato alle trattative per la resa.
Dal primo maggio secondo gli anziani dei villaggi e secondo i funzionari governativi almeno ventisei tra basi militari ed avamposti solo nelle quattro province di Laghman, Baghlan, Wardak e Ghazni si sono arresi dopo trattative del genere. Con il morale che sprofonda man mano che le truppe statunitensi se ne vanno, e i talebani che sfruttano propagandisticamente ogni resa come se fosse una loro vittoria, nelle campagne afghane ogni crollo alimenta il successivo.


Gli USA affrettano il ritiro

Si prevede che a luglio tutti gli uomini saranno fuori dall'Afghanistan. A negoziare la resa sono stati anche quattro capoluoghi di distretto, sede di un governatore locale, di un capo della polizia e dei servizi; di fatto le strutture governative sono state consegnate al controllo dei talebani e almeno per il momento i funzionari governativi non si sa che fine abbiano fatto.
I talebani già in passato hanno trattato la resa di truppe afgane, ma mai sulla scala e al ritmo con cui hanno ceduto questo mese le basi militari nelle quattro province che si estendono a est, a nord e ad ovest di Kabul. Questa tattica ha eliminato centinaia di effettivi governativi dal campo di battaglia, assicurato il controllo di un territorio strategico e permesso ai talebani di accaparrarsi armi, munizioni e veicoli.
Spesso senza sparare un colpo.
Il cedimento delle basi militari è un indice del rapido deterioramento dello sforzo bellico del governo; gli avamposti cadono uno dopo l'altro, a volte dopo scontri a fuoco ma spesso dopo una vera e propria resa.
Questi progressi sul terreno fanno parte di un piano di più ampio respiro che consiste nel prendere e nel mantenere il controllo del territorio intanto che il morale delle forze di sicurezza risente dell'uscita dalla scena della coalizione internazionale. Acquistare il consenso di polizia e milizie locali e organizzare cessate il fuoco circoscritti permette ai talebani di consolidare le conquiste in una nutrita offensiva militare, attuata nonostante le richieste di colloqui di pace e di un cessate il fuoco a livello nazionale.
"Il governo non è in grado di tutelare le forze di sicurezza", ha detto Mohammed Jalal, un anziano del villaggio nella provincia di Baghlan. "Se combattono verranno uccisi, quindi devono arrendersi".
A trattare i termini della resa sono i Comitati di Invito e Guida talebani, che intervengono dopo che gli insorti hanno tagliato le strade e i rifornimenti agli avamposti circondati. I capi del comitato o i capi militari talebani telefonano ai comandanti delle basi -e talvolta alle loro famiglie- e offrono di risparmiare la vita degli uomini se gli avamposti vengono consegnati insieme ad armi e munizioni.
In diversi casi i comitati hanno dato a coloro che si arrendevano del denaro -in genere sui centotrenta dollari- e abiti civili e li hanno mandati a casa incolumi. Prima però riprendono gli uomini mentre promettono di non ricongiungersi alle forze di sicurezza. Registrano i loro numeri di telefono e i nomi dei membri della loro famiglia, e assicurano loro che saranno uccisi se rientrano nell'esercito.
"Il comandante talebano e il Comitato di Invito e Guida mi hanno chiamato più di dieci volte e mi hanno chiesto di arrendermi", ha detto il maggiore Imam Shah Zafari, 34 anni, un capo della polizia distrettuale nella provincia di Wardak che ha consegnato centro di comando e armi l'11 maggio, dopo negoziati mediati da anziani del posto.
Dopo che i talebani gli avevano dato un passaggio in macchina fino a Kabul, ha detto, un membro del comitato ha telefonato per assicurargli che il governo non lo avrebbe incarcerato perché si era arreso. "Ha detto: 'Abbiamo molto potere nel governo, e possiamo farti rilasciare'", ha detto il maggiore Zafari.
I comitati talebani approfittano di una caratteristica peculiare dei conflitti afghani: combattenti e comandanti passano regolarmente da una parte all'altra, fanno accordi, negoziano le rese e si tengono cari gli anziani dei villaggi per avere influenza sui residenti locali.
L'attuale conflitto è in realtà costituito da decine di conflitti locali. Si tratta di lotte fra individui in intimità tra loro, in cui fratelli e cugini si combattono l'un l'altro e i comandanti di ogni parte incitano, minacciano e negoziano usando il cellulare.
"C'è un comandante talebano che mi chiama continuamente, cercando di fiaccarmi il morale in modo che mi arrenda", ha detto Wahidullah Zindani, 36 anni, un comandante di polizia barbuto e bruciato dal sole che ha rifiutato le richieste talebane di consegnare il suo avamposto nella provincia di Laghman, forte di nove uomini e ben rifornito di munizioni.
Le rese negoziate fanno parte di una più ampia offensiva nel cui contesto i talebani hanno circondato questa primavera almeno cinque capitali provinciali, secondo un rapporto dell'ispettore generale del Pentagono pubblicato il 18 maggio. L'offensiva si è intensificata dopo il primo maggio, giorno in cui è iniziato il ritiro degli statunitensi. I talebani controllano di diverse strade importanti, e hanno isolato le basi militari e le guarnigioni lasciandole vulnerabili.
Le rese hanno un profondo effetto psicologico.
"Chiamano e dicono che i talebani sono abbastanza potenti da sconfiggere gli Stati Uniti e che possono facilmente prendere la provincia di Laghman; 'dovreste tenerlo presente, prima che vi uccidiamo'", ha detto dei comitati talebani Rahmatullah Yarmal, ventinovenne governatore di Laghman, in un'intervista all'interno del suo complesso fortificato nella capitale provinciale di Mehtarlam.
È una tattica di propaganda efficace, ha ammesso il governatore. Così efficace che alcuni comandanti di avamposti ora si rifiutano di parlare agli anziani o ai negoziatori talebani. Ha detto che molti anziani non sono pacificatori neutrali, ma sostenitori dei talebani scelti con cura.
Il signor Yarmal ha detto che sessanta ufficiali di polizia che si sono arresi e si sono rifugiati nel complesso governativo a lui affidato sono ora pronti a combattere per riprendere i sette avamposti persi. "Penso che li riconquisteremo in un mese", ha detto.
Solo che poche ore dopo queste parole, il 19 maggio, il vicino capoluogo di Dawlat Shah si è arreso senza alcuna resistenza dopo qualche trattativa. La mattina dopo altri cinque avamposti si sono arresi allo stesso modo nel distretto di Alishing, sempre nella provincia di Laghman, hanno detto i funzionari del distretto.
Queste vittorie talebane sono state facilitate anche da un cessate il fuoco di trenta giorni negoziato dagli anziani il 17 maggio nel distretto di Alingar -un territorio molto conteso- che ha permesso ai talebani di spostare risorse ad Alishing, dove in capo a un paio di giorni hanno costretto i cinque avamposti a trattare la resa. Il 21 maggio i talebani hanno violato il cessate il fuoco con nuovi attacchi ad Alingar, ha riferito il signor Khadim.
Questa serie di cedimenti è il secondo caso analogo in due settimane nel distretto di Laghman.
Il 7 maggio tre avamposti e una base militare hanno ceduto senza combattere e allo stesso modo, ha detto il governatore del distretto di Alingar Nasir Ahmad Himat.
"I soldati hanno semplicemente gettato le armi, sono saliti sui loro veicoli e sono rientrati al capolouogo del distretto o nella capitale provinciale", ha detto Faqirullah, un anziano del villaggio che si fa chiamare solo con il nome.
Una domenica, mentre i combattenti talebani stringevano sulla capitale provinciale, il governatore Yarmal ha annunciato che centodieci uomini delle forze di sicurezza che si erano arresi e diversi comandanti che avrebbero dovuto controllarli erano stati arrestati per negligenza.
Il giorno stesso l'esercito afgano ha annunciato che rinforzi e personale dello stato maggiore erano stati inviati d'urgenza a Laghman per cercare di respingere l'assalto talebano.
Nella provincia di Ghazni il consigliere provinciale Hasan Reza Yousofi ha spiegato di aver implorato i funzionari di inviare rinforzi a un avamposto e a una base militare che sono poi caduti in mano ai talebani durante il mese di maggio. Ha fatto ascoltare una telefonata registrata in cui un ufficiale di polizia, Abdul Ahmad, diceva di aver esaurito le munizioni e che i suoi uomini erano ridotti a bere acqua piovana perché la torre dell'acqua della base era stata distrutta da un razzo.
"Siamo spacciati; chiediamo di continuo rinforzi, ma i funzionari non ci aiutano," diceva la voce registrata. "I talebani hanno mandato gli anziani del villaggio a dirci di arrenderci, che eravamo finiti e che nessuno ci avrebbe aiutato."
Hasan Reza Yousofi ha asserito di non sapere se Ahmad sia sopravvissuto alla caduta del suo avamposto.
Per i talebani il negoziato si è rivelato particolarmente fruttuoso nella privincia di Baghlan, in cui si sono arresi almeno in cento, e in quella di Wardak, dove secondo gli alti gradi i negoziati hanno portato alla resa di centotrenta uomini.
Nella provincia di Laghman le trattative che hanno portato alla resa dei sette avamposti sono durate una decina di giorni. Il signro Khadim è il decano del villaggio, e ha detto che diversi anziani hanno trattato con i comandanti di ogni avamposto.
"Noi gli assicuravamo la vita", ha detto. "Non c'era nulla di scritto, solo la nostra parola."
A qualche miglio di distanza il comandante Zindani ha rifiutato di cedere il suo sperduto avamposto a ridosso del fronte. Ha asserito che gli ufficiali che avevano trattato la resa di tre postazioni nelle vicinanze avevano tradito il loro paese.
Muhammad Agha Bambard è uno dei suoi uomini; ha detto che avrebbe combattuto per vendicare la morte di due fratelli che sarebbero stati uccisi dai talebani. Non si sarebbe mai arreso, ha detto.
I nove uomini del comandante Zindani potevano contare in tutto e per tutto su una mitragliatrice, un lanciarazzi e un Kalashnikov per uno, in un avamposto sgangherato e con le mura schizzate di sangue. Zindani era comunque intenzionato a resistere, e lo ha detto anche al comandante talebano che lo ha chiamato assiduamente al telefono pretendendo la sua resa.
"Gli ho detto che combatto per il mio paese," aveva detto Zindani. "Non sono qui per arrendermi."
Un componente del consiglio provinciale ha riferito che la domenica successiva, quattro giorni dopo, l'avamposto è stato sopraffatto durante uno scontro a fuoco con i talebani. Un poliziotto è stato colpito a morte e il comandante Zindani e i suoi uomini disarmati sono stati fatti prigionieri.
Poche ore dopo i talebani hanno pubblicato un video in cui si vede Bambard interrogato da un comandante talebano; è sdraiato su un materasso, col viso e il collo bendati. Il comandante gli chiede in tono di scherno perché avesse scritto sulla sua pagina Facebook che lui vivo il nemico non avrebbe conquistato la postazione.
"Qui siamo in Afghanistan," ha risposto il ferito.


David Zucchino e Najim Rahim.
Zabihullah Ghazi e Jim Huylebroek hanno contribuito dalla provincia di Laghman.

18 maggio 2021

Franco Battiato

 


Sabbia del deserto.
E l'ideale, anacronistico e ridicolo, del miglioramento.