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25 ottobre 2024

Il testamento spirituale di Yahya Sinwar



La "libera informazione" ha ritratto Yahya Sinwar praticamente come un sorcio.
Yahya Sinwar è morto con la divisa addosso, combattendo fino all'ultimo respiro contro le forze armate dello stato sionista.
Se ne pubblica qui il testamento spirituale.


Sono Yahya, il figlio di un rifugiato che ha trasformato l’esilio in una patria temporanea e ha fatto di un sogno una battaglia incessante. Mentre scrivo queste parole, ricordo ogni momento della mia vita: dalla mia infanzia nei vicoli, ai lunghi anni di prigionia, a ogni goccia di sangue versata sul suolo di questa terra.
Sono nato nel campo di Khan Yunis nel 1962, in un periodo in cui la Palestina era solo un ricordo lacerato e mappe dimenticate sui tavoli dei politici.
Sono l’uomo che ha intrecciato la sua vita tra fuoco e cenere, e ha capito presto che vivere sotto occupazione significa non avere altro che una prigione permanente.
Sapevo fin da giovane che la vita in questa terra non è come qualsiasi altra, e che chi nasce qui deve portare nel cuore un’arma indistruttibile, e capire che la strada verso la libertà è lunga.
Le mie volontà per voi iniziano qui, da quel bambino che ha lanciato la prima pietra contro l’occupante e che ha imparato che le pietre sono le prime parole con cui possiamo farci sentire da un mondo che osserva in silenzio le nostre ferite.
Ho imparato nelle strade di Gaza che una persona non si misura per gli anni della sua vita, ma per ciò che dà alla sua patria. E così è stata la mia vita: prigioni e battaglie, dolore e speranza. Sono entrato in prigione per la prima volta nel 1988 e sono stato condannato all’ergastolo, ma non conoscevo la via della paura.
In quelle celle oscure, vedevo in ogni muro una finestra verso l’orizzonte lontano e in ogni sbarra una luce che illuminava il cammino verso la libertà. In prigione, ho imparato che la pazienza non è solo una virtù, ma un’arma… un’arma amara, come bere il mare goccia dopo goccia.
Il mio consiglio per voi: non temete le prigioni, poiché sono solo una parte del nostro lungo cammino verso la libertà. La prigione mi ha insegnato che la libertà non è solo un diritto rubato, ma un’idea nata dal dolore e affinata dalla pazienza.
Quando sono stato rilasciato con l’accordo “Wafa al-Ahrar” nel 2011, non sono uscito come ero prima, ne sono uscito più forte e la mia fede è aumentata nel fatto che quello che stiamo facendo non è solo una lotta passeggera, ma piuttosto il nostro destino che portiamo fino all’ultima goccia del nostro sangue.
Io vi esorto a resistere senza cedimenti e a conservare senza compromessi la dignità e il vostro attaccamento a un sogno che non muore.
Il nemico vuole che abbandoniamo la resistenza, per trasformare la nostra causa in un eterno negoziato. Ma vi dico: non negoziate per una cosa che vi spetta di diritto. Temono la vostra fermezza più delle vostre armi.
La resistenza non è solo un’arma che portiamo con noi; è piuttosto il nostro amore per la Palestina in ogni nostro respiro, è la nostra volontà di restarvi nonostante l’assedio e le aggressioni.
Io vi esorto a rimanere fedeli al sangue dei martiri, a coloro che se ne sono andati e che ci hanno lasciato su questo cammino pieno di spine. La strada per la libertà è segnata dal sangue dei martiri; fate che il loro sacrificio non sia reso vano dai calcoli dei politici e dai giochi della diplomazia.
Siamo qui per portare a compimento ciò che essi hanno iniziato e non ci faremo distogliere dal nostro cammino, costi quello che costi. Gaza è stata e rimarrà un saldo baluardo, il cuore della Palestina che non smette mai di battere, anche quando il mondo intero ci crolla addosso.
Quando ho assunto la guida di Hamas a Gaza nel 2017, non si è trattato solo di una transizione di potere, ma della continuazione di una resistenza iniziata con le pietre e proseguita con le armi. Ogni giorno sentivo il dolore del mio popolo sotto assedio e sapevo che ogni passo verso la libertà aveva un prezzo.
Ma vi dico: il prezzo della resa è molto più grande. Pertanto, aggrappatevi alla terra come una radice si aggrappa al suolo, poiché nessun vento può sradicare un popolo deciso a vivere.
Nella battaglia dell'Alluvione di Al Aqsa non sono stato il leader di un gruppo o di un movimento, ma la voce di ogni palestinese che sogna la propria liberazione. Sono stato guidato dalla mia convinzione che la resistenza non sia solo una scelta, ma un dovere.
Volevo che questa battaglia fosse una nuova pagina nel libro della lotta palestinese, una battaglia in cui le fazioni si unissero e tutti si schierassero in un’unica trincea contro un nemico che non ha mai fatto distinzione tra un bambino e un anziano o tra una pietra e un albero.
L'Alluvione di Al Aqsa è stata una battaglia delle anime prima ancora che dei corpi e della volontà prima che delle armi. Quello che ho lasciato dietro di me non è un’eredità personale, ma un’eredità collettiva per ogni palestinese che ha sognato la libertà, per ogni madre che ha portato sulle spalle il figlio martire, per ogni padre che ha pianto amaramente per sua figlia assassinata da un proiettile traditore.
Le mie ultime volontà sono quelle di ricordare sempre che la resistenza non è vana e non sta solo in un proiettile sparato; la resistenza è una vita vissuta con onore e dignità.
La prigionia e l’assedio mi hanno insegnato che la battaglia è lunga e la strada difficile, ma ho anche imparato che i popoli che rifiutano di arrendersi fanno miracoli con le proprie stesse mani.
Non aspettatevi che il mondo faccia giustizia per voi; ho vissuto e testimoniato come il mondo rimanga muto di fronte al nostro dolore.
Non aspettatevi giustizia; siate voi la giustizia. Portate il sogno della Palestina nei vostri cuori e trasformate ogni ferita in un’arma e ogni lacrima in una fonte di speranza.
Questa è la mia volontà: non abbandonate le vostre armi, non lasciate cadere le pietre, non dimenticate i vostri martiri e non compromettete un sogno che vi spetta di diritto. Siamo qui per restare, nella nostra terra, nei nostri cuori e nel futuro dei nostri figli.
Vi affido alla Palestina, la terra che ho amato fino alla morte e il sogno che ho portato sulle spalle come una montagna indomita.
Se cado, non cadete insieme a me; portate al mio posto la bandiera mai caduta e fate del mio sangue un ponte per una generazione più forte nata dalle nostre ceneri. Non dimenticate mai che la patria non è una storia da raccontare ma una realtà da vivere; da ogni martire, mille combattenti della resistenza nascono dal ventre di questa terra.
Se ci sarà una nuova alluvione e io non sarò tra voi, sappiate che sono stata la prima goccia nelle onde della libertà e ho vissuto per vedervi continuare il viaggio.
Siate una spina nella loro gola, un’alluvione che non defluisce, e non calmatevi finché il mondo riconoscerà noi come i legittimi titolari del diritto; noi non siamo dei numeri nei notiziari.
Che Dio ci guidi e protegga tutti.

06 agosto 2024

Alastair Crooke - Ritorna l'Irgun del 1948?

 


Traduzione da Strategic Culture, 5 agosto 2024.

Gli indizi sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli; l'Occidente può anche negare l'evidenza, basta che poi non si lamenti delle conseguenze del suo comportamento e che non cerchi di sfuggirne.
No. Questa mancanza di attenzione non rappresenta un qualche nuovo genere di delirio occidentale e tantomeno significa che stiamo vivendo un crollo generale delle condizioni mentali. Si tratta di qualcosa di peggio: si tratta di un ritorno a una versione dogmatica e autoritaria della verità che, come lamenta il fisico dissidente Eric Weinstein, ha distrutto (in Occidente) anche la vera scienza, ignorando e mettendo a tacere le sue voci dissidenti più importanti e premiando invece coloro che adottano comportamenti fraudolenti.
Si pensi a quanto segue: il 24 luglio il Primo Ministro Netanyahu si è rivolto al Congresso degli Stati Uniti affermando, in modo recisamente manicheo, che l'Occidente si trova di fronte a un "asse del male" (Iran e alleati) e che gli Stati Uniti devono partecipare alla sua distruzione. Si è trattato di un invito a partecipare ad uno scontro di civiltà.
Il suo invito è stato accolto dai legislatori statunitensi con cinquantotto applausi a scena aperta.
Netanyahu è tornato in patria all'indomani di una tragedia verificatasi nella comunità drusa del Golan. I frammenti di un missile hanno colpito dei ragazzi che stavano giocando a calcio, uccidendone e ferendone molti; le esatte circostanze non sono ancora chiare. La razionalità occidentale è perfettamente in grado di dedurre innanzitutto che Majdal Shams si trova in territorio siriano occupato; in secondo luogo, che la comunità drusa vi rimane in maggioranza siriana perché rifiuta la cittadinanza dello stato sionista, e che è in gran parte filo siriana. Infine, che i drusi non sono né ebrei né cittadini sionisti. L'Occidente sembra tuttavia non riuscire a trarre un'altra conclusione molto ovvia: Perché mai Hezbollah dovrebbe attaccare intenzionalmente una comunità siriana in territorio siriano che in gran parte simpatizza con la Resistenza? Hezbollah non lo farebbe. Eppure questo dato evidente viene completamente ignorato da una razionalità che, come suggerisce Weinstein, preferisce attivamente la frode alla verità. Il portavoce Kirby ha detto che Hezbollah ha attaccato dei bambini nel nord dello stato sionista.
Il ministro della Difesa dello stato sionista ha ripetutamente affermato: "Non vogliamo la guerra". I leader occidentali ripetono lo stesso concetto: nessuno vuole la guerra. "Siamo assolutamente fiduciosi che la risposta dello stato sionista sarà contenuta e limitata ad obiettivi militari". La Casa Bianca: "A nostro avviso, non c'è motivo per un'escalation drammatica nel Libano meridionale e ci sono ancora tempo e spazio per la diplomazia".
E a quel punto cosa succede? Vengono uccisi due personaggi di primo piano: uno a Beirut e l'altro a Tehran, ovvero in territorio sotto sovranità iraniana. I leader occidentali esprimono la loro "preoccupazione". Come ha notato il premier del Qatar, la vittima di Tehran era Ismail Haniyeh di Hamas, una figura fondamentale per i negoziati sugli ostaggi a Gaza.
Anche questo si farà finta di non saperlo, nonostante la volontà di Netanyahu di intrecciare Hamas, Hezbollah e l'Iran in un unico "asse del male" secondo quanto ha detto davanti al Congresso in seduta plenaria debba risultare evidente anche all'ottusità di Washington.
Teniamo presente il criterio adottato dalla Repubblica Islamica dell'Iran dopo l'assassinio di un alto funzionario del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nel consolato iraniano di Beirut nell'aprile 2024: d'ora in poi l'Iran risponderà direttamente, e direttamente dall'Iran. Washington dice di non volere una guerra con l'Iran, ma Netanyahu si è esplicitamente pronunciato a favore di essa. Forse il suo punto di vista è sfuggito, ai legislatori statunitensi?
Per quasi dieci mesi lo stato sionista non è stato in grado di stabilizzare la situazione lungo il confine settentrionale e di consentire il ritorno alle loro case dei cittadini sionisti sfollati. Anche se l'attacco a Beirut non dovesse portare a una guerra di più vasta portata, la via del negoziato per riportare la stabilità sul confine libanese non è più praticabile e non è più praticabile nemmeno per arrivare a un accordo sugli ostaggi a Gaza. "Come può avere successo una mediazione quando una delle parti assassina il negoziatore dell'altra?", ha osservato ironicamente il premier qatariota al-Thani.
In Occidente si sorvolerà anche su quanto è successo nello stato sionista lo stesso giorno in cui sono avvenuti gli omicidi: civili armati di destra sono usciti dai loro insediamenti e hanno preso d'assalto due basi militari delle forze armate sioniste. Queste irruzioni di massa di sapore anarchico, fomentate da diversi membri della coalizione di governo che in alcuni casi vi hanno anche preso parte, sono state irosamente condannate del Ministro della Difesa Gallant.
Ad appoggiare l'iniziativa sono stati un ministro e diversi altri membri della Knesset, che cercavano di liberare i riservisti sospettati di aver gravemente abusato di un detenuto palestinese arrivando anche a sodomizzarlo. Secondo le informazioni che trapelano dai servizi di sicurezza un detenuto ferito è stato portato in ospedale con gravi lesioni -anche nelle parti intime- che lo hanno reso incapace di camminare.
Commentando l'irruzione nelle basi delle forze armate Ben Gvir, alla testa del ministero responsabile della polizia e del sistema penitenziario dello stato sionista, ha detto che "vedere agenti della polizia militare andare a Sde Teiman per arrestare i nostri uomini più eroici è semplicemente vergognoso".
Ma il contesto generale è quello descritto da Yossi Melman:
La destra messianica nazionalista con l'appoggio, la condiscendenza o il silenzio di ministri e deputati della destra sta mettendo in atto un "putsch". I giovani scendono dalle colline dello "Stato di Giuda" per agire con gli stessi metodi violenti usati contro i palestinesi, [che adesso] vengono usati contro lo stato sionista. Il parlamentare della Knesset Limor Son Har-Malech (Otzma Yehudit) ha detto: "Il popolo di Israele combatterà contro i nemici esterni e contro i nemici interni che cercano di distruggerci" [come il procuratore che sta cercando di indagare sulle torture praticate a Sde Teiman]. L'idea della coltellata alla schiena e del tradimento ad opera di elementi interni riecheggia le voci della Germania del primo dopoguerra.
Anche in questo caso si è sorvolato su una cosa che non ha fatto notizia: la situazione a Sde Teiman era ampiamente nota e si diceva che fosse "più orribile di qualsiasi cosa abbiamo sentito su Abu Ghraib e su Guantanamo". Un rapporto delle Nazioni Unite ha riferito in modo dettagliato che i palestinesi detenuti arbitrariamente vi hanno subito torture e maltrattamenti. I civili armati provenienti dagli insediamenti hanno tuttavia descritto coloro che hanno commesso lo stupro come "eroi" e hanno trattato gli investigatori delle forze armate sioniste come se fossero a servizio del nemico. I rapporti fanno pensare che i responsabili dei fatti di Sde Teiman possano contare su qualche protettore ai piani alti.
Questo resoconto che denuncia la pratica sistematica della tortura segue precedenti rivelazioni secondo cui l'esercito sionista avrebbe contrassegnato decine di migliaia di abitanti di Gaza come sospetti da assassinare servendosi di un sistema guidato dall'intelligenza artificiale chiamato Lavender, caratterizzato da scarsa supervisione umana e da criteri molto laschi per la definizione dei bersagli.
Con questo stesso spirito i ministri di destra dell'esecutivo hanno espresso sui media sociali durante la mattinata del 31 luglio la propria soddisfazione per l'assassinio di Ismail Haniyeh a Tehran: "Questo è il modo giusto per riupilre il mondo da questa feccia". Il ministro del Patrimonio Amichay Eliyahu, membro del partito di estrema destra Otzma Yehudit del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, ha twittato:
Basta con gli accordi di pace campati in aria, basta con la pietà per questi morti che camminano. Sarà il pugno di ferro che li colpirà a portare tranquillità e un minimo di conforto; sarà quello a meglio permetterci di vivere in pace con coloro che cercano la pace. La morte di Haniyeh ha reso il mondo un posto leggermente migliore.
Qual è dunque la verità che l'Occidente ignora intanto che mette la sordina alla realtà, amplificando al tempo stesso le proprie narrative mendaci? È che lo stato sionista di cui si presume di avere contezza è diventato qualcosa di molto diverso. Qualcosa che mette in campo una epistemologia in contrasto con il razionalismo meccanicistico. La maggioranza dell'esecutivo è oggi in mano a gente che professa un culto escatologico di destra e che schiera una milizia di civili armati pronta a scagliarsi contro lo establishment militare e contro lo stato di diritto. Nessuno è stato arrestato per l'attacco e l'irruzione nelle delle due basi. Nessuno si azzarda a farlo.
Moshe "Bogie" Ya'alon, ex Capo di Stato Maggiore delle forze armate dello stato sionista ed ex Ministro della Difesa ha detto quanto segue nel corso di una intervista video sulle forze che stanno prendendo il controllo dello stato sionista:
Quando si parla di Smotrich e Ben Gvir, si tenga presente che hanno un proprio rabbino. Il suo nome è Dov Lior. È il rabbino del movimento sotterraneo ebraico, quello che intendeva far saltare in aria la Cupola della Roccia e che prima ancora voleva far esplodere degli autobus a Gerusalemme. Perché? Per accelerare l'esplosione della Guerra Ultima. Non li sentite parlare di Guerra Ultima? Non avete mai sentito parlare del concetto di "sottomissione" secondo Smotrich? Leggete l'articolo che ha pubblicato su Shiloh nel 2017. Il concetto di sottomissione così inteso si basa innanzitutto sulla supremazia ebraica: è un Mein Kampf al contrario.
Mi si rizzano i capelli in testa quando parlo in questi termini così come ne ha parlato lui. Io sono cresciuto e ho studiato in casa di sopravvissuti all'Olocausto e del loro "mai più". Questo è il Mein Kampf al contrario, è la supremazia ebraica: e per questo che [Smotrich] dice: "Mia moglie non entrerà nella stessa stanza in cui c'è un arabo". Questo è un punto fermo di questa ideologia. E poi in realtà quello cui aspira è arrivare nel più breve tempo possibile una guerra di vaste proporzioni. Una guerra di Gog e Magog. Come si può far deflagrare il conflitto, con un massacro come quello della Grotta dei Patriarchi del 1994? Baruch Goldstein era un allievo di questo rabbino. Ben Gvir ha appeso la foto di Goldstein [a casa sua].
Ecco che roba va a contribuire ai processi decisionali del governo.
Il rabbino Dov Lior è stato descritto da Netanyahu come "l'unità d'élite che guida Israele", a causa dell'influenza e del controllo che esercita sui coloni armati. L'Irgun del 1948, che attingeva a piene mani dai Mizrahim, sta forse rinascendo?
Non è forse giunto il momento che gli organi dirigenti occidentali scendano dalle nuvole e inizino a interpretare i segnali che si manifestano intorno a loro? Alcune parti in causa -e da prendere sul serio- non vedono le cose come le vedete voi occidentali; essi cercano Gog e Magog, secondo la profezia per cui "i figli di Israele" saranno vittoriosi nella battaglia di Armageddon. Ecco quali rischi ci troviamo davanti.

06 giugno 2024

Hamas - Documento di principi e politiche generali (2017)


Da La Luce si riprende il testo del Documento di principi e politiche generali diffuso dal Movimento di Resistenza Islamica palestinese nel 2017.


Lode ad Allah, il Signore dei mondi. La pace e le benedizioni di Allah siano su Muhammad, maestro dei messaggeri e guida dei mujahidin, sulla sua famiglia e su tutti i suoi compagni.


Premessa

La Palestina è la terra del popolo arabo palestinese, dalla quale ha origine, alla quale è unito e appartiene, e sulla quale si propaga ed esprime.
La Palestina è una terra la cui posizione è stata elevata dall’Islam, una religione che la tiene in grande considerazione, che respira attraverso di essa il suo spirito e i giusti valori e che pone le basi per la dottrina della difesa e della protezione della stessa.
La Palestina è la causa di un popolo che è stato deluso da un mondo che non riesce a garantire i suoi diritti e a restituirgli ciò che gli è stato usurpato, un popolo la cui terra continua a subire una delle peggiori occupazioni al mondo.
La Palestina è una terra sequestrata da un progetto sionista razzista, disumano e coloniale, fondato su una falsa promessa (la Dichiarazione Balfour), sul riconoscimento di un’entità usurpatrice e sull’imposizione con la forza del fatto compiuto.
La Palestina simboleggia la resistenza che continuerà fino al raggiungimento della liberazione, fino al quando il ritorno non sarà avvenuto e fino all’istituzione di uno Stato pienamente sovrano con Gerusalemme come capitale.
La Palestina è il vero sodalizio tra palestinesi di tutte le appartenenze per il sublime obiettivo della liberazione.
La Palestina è lo spirito della Ummah e la sua causa principale; è l’anima dell’umanità e la sua coscienza vivente.
Questo documento è il prodotto di profonde discussioni che ci hanno portato ad un forte consenso. Come movimento, concordiamo sia sulla teoria che sulla pratica della visione delineata nelle pagine che seguono. È una visione che poggia su basi solide e su principi consolidati. Questo documento svela gli obiettivi, le tappe fondamentali e il modo in cui l’unità nazionale può essere realizzata. Definisce inoltre la nostra comprensione comune della causa palestinese, i principi operativi che utilizziamo per promuoverla e i limiti di flessibilità utilizzati per interpretarla.


Il movimento

1. Il Movimento di Resistenza Islamica “Hamas” è un movimento islamico di liberazione nazionale e di resistenza palestinese. Il suo obiettivo è liberare la Palestina e contrastare il progetto sionista. Il suo sistema di riferimento è l’Islam, che ne determina i principi, gli obiettivi e i mezzi.


La Terra di Palestina

2. La Palestina, che si estende dal fiume Giordano a est al Mediterraneo a ovest e da Ras al-Naqurah a nord a Umm al-Rashrash a sud, è un’unità territoriale integrale. È la terra e la casa del popolo palestinese. L’espulsione e l’esilio del popolo palestinese dalla sua terra e l’insediamento dell’entità sionista al suo interno non annullano il diritto del popolo palestinese all’intero territorio e non conferiscono alcun diritto all’entità sionista usurpatrice.
3. La Palestina è una terra arabo-islamica. È una terra sacra e benedetta che occupa un posto speciale nel cuore di ogni arabo e di ogni musulmano.


Il popolo palestinese

4. I palestinesi sono gli arabi che hanno vissuto in Palestina fino al 1947, indipendentemente dal fatto che ne siano stati espulsi o che vi siano rimasti; e ogni persona nata da padre arabo palestinese dopo tale data, sia all’interno che all’esterno della Palestina, è un palestinese.
5. L’identità palestinese è autentica e senza tempo; si trasmette di generazione in generazione. Le catastrofi che hanno colpito il popolo palestinese, come conseguenza dell’occupazione sionista e della sua politica di sfollamento, non possono cancellare l’identità del popolo palestinese, né possono negarla. Un palestinese non può perdere la sua identità nazionale o i suoi diritti acquisendo una seconda nazionalità.
6. Il popolo palestinese è un unico popolo, composto da tutti i palestinesi, dentro e fuori la Palestina, indipendentemente dalla loro religione, cultura o affiliazione politica.


Islam e Palestina

7. La Palestina è al centro della Ummah araba e islamica e gode di uno status speciale. In Palestina si trova Gerusalemme, i cui confini sono benedetti da Allah. La Palestina è la Terra Santa che Allah ha benedetto per l’umanità. È la prima Qiblah dei musulmani e la meta del viaggio notturno del Profeta Muhammad, la pace sia con lui. È il luogo da cui è asceso ai cieli superiori. È il luogo di nascita di Gesù Cristo, la pace sia con lui. Il suo suolo contiene i resti di migliaia di profeti, compagni e mujahidin. È la terra di persone determinate a difendere la verità – all’interno di Gerusalemme e nei suoi dintorni – che non si lasciano scoraggiare o intimidire da coloro che si oppongono a loro e da coloro che li tradiscono, e che continueranno la loro missione fino a quando la promessa di Allah non sarà compiuta.
8. In virtù della sua vocazione giustamente equilibrata e della sua natura moderata, l’Islam – per Hamas – fornisce uno stile di vita completo e un ordine che è adatto allo scopo in ogni momento e in ogni luogo. L’Islam è una religione di pace e tolleranza. Fornisce una protezione per i seguaci di altri credi e religioni che possono praticare il loro credo in sicurezza. Hamas ritiene inoltre che la Palestina sia sempre stata e sarà sempre un modello di coesistenza, tolleranza e innovazione civile.
9. Hamas crede che il messaggio dell’Islam sostenga i valori della verità, della giustizia, della libertà e della dignità e proibisca ogni forma di ingiustizia incriminando gli oppressori a prescindere dalla loro religione, razza, sesso o nazionalità. L’Islam è contro ogni forma di estremismo e bigottismo religioso, etnico o settario. È la religione che insegna ai suoi fedeli il valore della resistenza alle aggressioni e del sostegno agli oppressi; li motiva a donare generosamente e a fare sacrifici in difesa della loro dignità, della loro terra, dei loro popoli e dei loro luoghi sacri.


Gerusalemme

10. Gerusalemme è la capitale della Palestina. Il suo status religioso, storico e civile è fondamentale per gli arabi, i musulmani e il mondo intero. I suoi luoghi sacri islamici e cristiani appartengono esclusivamente al popolo palestinese e alla Ummah araba e islamica. Non una sola pietra di Gerusalemme può essere ceduta o abbandonata. Le misure intraprese dagli occupanti a Gerusalemme, come l’ebraicizzazione, la costruzione di insediamenti e l’approvazione dei fatti sul terreno sono sostanzialmente nulle e senza valore.
11. La benedetta Moschea di al-Aqsa appartiene esclusivamente al nostro popolo e alla nostra Ummah e l’occupazione non ha alcun diritto su di essa. I complotti, le misure e i tentativi dell’occupazione di giudaizzare al-Aqsa e di dividerla sono nulli, inesistenti e illegittimi.


Rifugiati e diritto al ritorno

12. La causa palestinese, nella sua essenza, è la causa di una terra occupata e di un popolo sfollato. Il diritto dei rifugiati e degli sfollati palestinesi di ritornare alle loro case dalle quali sono stati cacciati o a cui è stato impedito di tornare – sia nelle terre occupate nel 1948 che in quelle occupate nel 1967 (cioè l’intera Palestina) – è un diritto naturale, sia individuale che collettivo. Questo diritto è confermato da tutte le leggi divine e dai principi fondamentali dei diritti umani e del diritto internazionale. Si tratta di un diritto inalienabile e non può essere soppresso da nessuna delle parti, sia essa palestinese, araba o internazionale.
13. Hamas respinge tutti i tentativi di cancellare i diritti dei rifugiati, compresi i tentativi di collocarli fuori dalla Palestina e attraverso i progetti di patria alternativa. Il risarcimento dei profughi palestinesi per i danni subiti in seguito all’esilio e all’occupazione della loro terra è un diritto assoluto che va di pari passo con il loro diritto al ritorno. I profughi palestinesi devono ricevere un indennizzo al loro rientro e questo non nega o diminuisce il loro diritto al ritorno.


Il progetto sionista

14. Il progetto sionista è un progetto razzista, aggressivo, coloniale ed espansionistico basato sull’appropriazione delle proprietà altrui; è ostile al popolo palestinese e alla sua aspirazione alla libertà, alla liberazione, al ritorno e all’autodeterminazione. L’entità israeliana è il giocattolo del progetto sionista e la base per la sua aggressione.
15. Il progetto sionista non si rivolge solo al popolo palestinese, ma è nemico della Ummah araba e islamica e costituisce una grave minaccia alla sua sicurezza e ai suoi interessi. È anche ostile alle aspirazioni di unità, rinascita e liberazione della Ummah ed è stato la principale fonte dei suoi problemi. Il progetto sionista rappresenta anche un pericolo per la sicurezza e la pace internazionale e per l’umanità, i suoi interessi e la sua stabilità.
16. Hamas afferma che il suo conflitto è con il progetto sionista e non con gli ebrei a causa della loro religione. Hamas non lotta contro gli ebrei perché sono ebrei, ma lotta contro i sionisti che occupano la Palestina. Eppure, sono i sionisti che identificano costantemente l’ebraismo e gli ebrei con il loro progetto coloniale e la loro entità illegale.
17. Hamas rifiuta la persecuzione di qualsiasi essere umano o la soppressione dei suoi diritti per motivi nazionalistici, religiosi o settari. Hamas ritiene che il problema ebraico, l’antisemitismo e la persecuzione degli ebrei siano fenomeni principalmente legati alla storia europea e non alla storia degli arabi e dei musulmani o al loro patrimonio culturale. Il movimento sionista, che è riuscito con l’aiuto delle potenze occidentali ad occupare la Palestina, è la forma più pericolosa di occupazione coloniale che è già scomparsa in gran parte del mondo e deve scomparire dalla Palestina.


La posizione nei confronti dell’occupazione e le soluzioni politiche

18. Sono considerati nulli e non validi: la Dichiarazione Balfour, il Documento del Mandato Britannico, la Risoluzione delle Nazioni Unite sulla spartizione della Palestina e tutte le risoluzioni e le misure che ne derivano o che sono simili ad esse. L’istituzione di “Israele” è del tutto illegale e contravviene ai diritti inalienabili del popolo palestinese e va contro la sua volontà e quella della Ummah; inoltre viola i diritti umani garantiti dalle convenzioni internazionali, primo fra tutti il diritto all’autodeterminazione.
19. Non ci sarà alcun riconoscimento della legittimità dell’entità sionista. Qualsiasi cosa sia accaduta alla terra di Palestina in termini di occupazione, costruzione di insediamenti, giudaizzazione o modifica delle sue caratteristiche o falsificazione dei fatti è illegittima. I diritti non decadono mai.
20. Hamas ritiene che nessuna parte della terra di Palestina debba essere compromessa o ceduta, indipendentemente dalle cause, dalle circostanze e dalle pressioni e a prescindere dalla durata dell’occupazione. Hamas rifiuta qualsiasi alternativa alla piena e completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare. Tuttavia, senza compromettere il suo rifiuto dell’entità sionista e senza rinunciare ad alcun diritto palestinese, Hamas ritiene che l’istituzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente, con Gerusalemme come capitale secondo i confini del 4 giugno 1967, con il ritorno dei rifugiati e degli sfollati nelle loro case dalle quali sono stati espulsi, sia un principio di consenso nazionale.
21. Hamas afferma che gli accordi di Oslo e le loro integrazioni contravvengono alle regole del diritto internazionale in quanto generano impegni che violano i diritti inalienabili del popolo palestinese. Pertanto, il Movimento rifiuta questi accordi e tutto ciò che ne deriva, come gli obblighi che sono dannosi per gli interessi del nostro popolo, in particolare il coordinamento della sicurezza (collaborazione).
22. Hamas respinge tutti gli accordi, le iniziative e i progetti di insediamento che tendono a minare la causa palestinese e i diritti del nostro popolo palestinese. A questo proposito, qualsiasi posizione, iniziativa o programma politico non deve in alcun modo violare questi diritti e non deve contravvenire o contraddirli.
23. Hamas sottolinea che la violenza contro il popolo palestinese, l’usurpazione della sua terra e l’esilio dalla sua patria non possono essere chiamati pace. Qualsiasi accordo raggiunto su questa base non porterà alla pace. La resistenza e la jihad per la liberazione della Palestina rimarranno un diritto legittimo, un dovere e un onore per tutti i figli e le figlie del nostro popolo e della nostra Ummah.


Resistenza e liberazione

24. La liberazione della Palestina è un dovere del popolo palestinese in particolare e della Ummah araba e islamica in generale. Si tratta anche di un obbligo umanitario, reso necessario dai principi di verità e giustizia. Le organizzazioni che lavorano per la Palestina, siano esse nazionali, arabe, islamiche o umanitarie, si completano a vicenda e sono in armonia e non in conflitto tra loro.
25. Resistere all’occupazione con tutti i mezzi e i metodi è un diritto legittimo garantito dalle leggi divine e dalle norme e leggi internazionali. Al centro di queste c’è la resistenza armata, che è considerata la scelta strategica per proteggere i principi e i diritti del popolo palestinese.
26. Hamas respinge qualsiasi tentativo di minare la resistenza e le sue armi. Afferma inoltre il diritto del nostro popolo a sviluppare i mezzi e i meccanismi della resistenza. La gestione della resistenza, in termini di escalation o de-escalation, o in termini di diversificazione dei mezzi e dei metodi, è parte integrante del processo di gestione del conflitto e non dovrebbe andare a scapito del principio della resistenza.


Il sistema politico palestinese

27. Un vero Stato di Palestina è uno Stato liberato. Non c’è alternativa a uno Stato palestinese pienamente sovrano sull’intero suolo nazionale palestinese, con Gerusalemme come capitale.
28. Hamas crede e aderisce alla gestione delle relazioni con la Palestina sulla base del pluralismo, della democrazia, del partenariato nazionale, dell’accettazione dell’altro e dell’adozione del dialogo. L’obiettivo è quello di rafforzare l’unità dei ranghi e l’azione congiunta al fine di realizzare gli obiettivi nazionali e soddisfare le aspirazioni del popolo palestinese.
29. L’OLP è una struttura nazionale per il popolo palestinese all’interno e all’esterno della Palestina. Pertanto, dovrebbe essere preservata, sviluppata e ricostruita su basi democratiche, in modo da assicurare la partecipazione di tutti i costituenti e le forze del popolo palestinese, in modo da salvaguardare i diritti dei palestinesi.
30. Hamas sottolinea la necessità di stabilire le istituzioni nazionali palestinesi su solidi principi democratici, primo fra tutti quello di elezioni libere ed eque. Tale processo dovrebbe avvenire sulla base di un partenariato nazionale e in conformità con un programma e una strategia chiari che aderiscano ai diritti, compreso il diritto alla resistenza, e che soddisfino le aspirazioni del popolo palestinese.
31. Hamas afferma che il ruolo dell’Autorità Palestinese dovrebbe essere quello di servire il popolo palestinese e salvaguardare la sua sicurezza, i suoi diritti e il suo progetto nazionale.
32. Hamas sottolinea la necessità di mantenere l’indipendenza del processo decisionale nazionale palestinese. Non si deve permettere a forze esterne di intervenire. Allo stesso tempo, Hamas afferma la responsabilità degli arabi e dei musulmani e il loro dovere e ruolo nella liberazione della Palestina dall’occupazione sionista.
33. La società palestinese è arricchita dalle sue personalità di spicco, dalle figure, dai dignitari, dalle istituzioni della società civile e dai gruppi di giovani, studenti, sindacalisti e donne che insieme lavorano per il raggiungimento degli obiettivi nazionali e la costruzione della società, perseguono la resistenza e raggiungono la liberazione.
34. Il ruolo delle donne palestinesi è fondamentale nel processo di costruzione del presente e del futuro, così come lo è sempre stato nel processo di costruzione della storia palestinese. È un ruolo centrale nel progetto di resistenza, liberazione e costruzione del sistema politico.


La Ummah araba e islamica

35. Hamas ritiene che la questione palestinese sia la causa centrale della Ummah araba e islamica.
36. Hamas crede nell’unità della Ummah con tutti i suoi diversi costituenti ed è consapevole della necessità di evitare qualsiasi cosa che possa frammentare la Ummah e minare la sua unità.
37. Hamas crede nella cooperazione con tutti gli Stati che sostengono i diritti del popolo palestinese. Si oppone all’intervento negli affari interni di qualsiasi Paese. Rifiuta inoltre di essere coinvolto nelle dispute e nei conflitti che si verificano tra i diversi Paesi. Hamas adotta una politica di apertura verso i diversi Stati del mondo, in particolare verso gli Stati arabi e islamici. Cerca di stabilire relazioni equilibrate sulla base di una combinazione tra le esigenze della causa palestinese e gli interessi del popolo palestinese da un lato e gli interessi della Ummah, della sua rinascita e della sua sicurezza dall’altro.


L’aspetto umanitario e internazionale

38. La questione palestinese ha aspetti umanitari e internazionali rilevanti. Sostenere e appoggiare questa causa è un obiettivo umanitario e di civiltà, richiesto dai presupposti di verità, giustizia e valori umanitari comuni.
39. Dal punto di vista giuridico e umanitario, la liberazione della Palestina è un’attività legittima, è un atto di autodifesa ed è l’espressione del diritto naturale di tutti i popoli all’autodeterminazione.
40. Nelle sue relazioni con le nazioni e i popoli del mondo, Hamas crede nei valori della cooperazione, della giustizia, della libertà e del rispetto della volontà dei popoli.
41. Hamas accoglie con favore le posizioni di Stati, organizzazioni e istituzioni che sostengono i diritti del popolo palestinese. Rende omaggio ai popoli liberi del mondo che sostengono la causa palestinese. Allo stesso tempo, denuncia il sostegno concesso da qualsiasi soggetto all’entità sionista o i tentativi di coprire i suoi crimini e le sue aggressioni contro i palestinesi e chiede il perseguimento dei criminali di guerra sionisti.
42. Hamas rigetta i tentativi di imporre l’egemonia sulla Ummah araba e islamica, così come respinge i tentativi di imporre l’egemonia sul resto delle nazioni e dei popoli del mondo. Hamas condanna anche tutte le forme di colonialismo, occupazione, discriminazione, oppressione e aggressione nel mondo.



13 marzo 2024

Alastair Crooke - Quando si è fuori dalla realtà. La Casa Bianca davanti al mutato atteggiamento dello stato sionista

 



Traduzione da Strategic Culture, 11 marzo 2024.

Alon Pinkas, un ex diplomatico sionista di alto livello e con saldi collegamenti a Washington, ci dice che una Casa Bianca esasperata ha finalmente detto di "averne abbastanza". La rottura con Netanyahu è completa: quel Primo Ministro non si comporta come dovrebbe fare "un alleato degli Stati Uniti"; critica aspramente le politiche di Biden per il Medio Oriente e gli Stati Uniti hanno finalmente interiorizzato questo dato di fatto.
Biden non può permettersi che le vicende dello stato sionista compromettano ancora di più la sua campagna elettorale e quindi -come ha chiarito il suo Discorso sullo Stato dell'Unione- raddoppierà la posta sulle sue mal congegnate linee politiche, sia per lo stato sionista che per l'Ucraina.
Cosa intende fare Biden in merito al gesto di sfida con cui Netanyahu ha risposto alle raccomandazioni politiche statunitensi, intoccabili come le cose sacre? Ha invitato a Washington Benny Gantz, membro del gabinetto di guerra sionista, e lo ha impacchettato in un'agenda "riservata a un primo ministro, o a qualcuno che si ritiene possa o debba diventare premier". A quanto pare i funzionari hanno pensato che organizzando un colloquio al di fuori dei consueti protocolli diplomatici si sarebbe potuto "dare il via a una serie di avvenimenti che avrebbe potuto portare a nuove elezioni nello stato sionista", osserva Pinkas, dalle quali sarebbe potuta emergere una leadership più favorevole alle idee statunitensi.
Chiaramente, l'idea era quella di un primo passo verso un cambio di governo realizzato tramite l'esercizio del cosiddetto soft power.
Il motivo principale della dichiarazione di guerra a Netanyahu? Gaza. A quanto pare Biden non ha apprezzato l'affronto ricevuto durante le primarie del Michigan, in cui il voto di protesta per Gaza ha superato i centomila voti del tipo a favore del partito, ma senza una indicazione di candidato. I sondaggi -soprattutto tra i giovani- lanciano l'allarme per novembre, per lo più proprio a causa di Gaza. I leader democratici iniziano a preoccuparsi.
L'importante commentatore sionista Nahum Barnea scrive che lo stato sionista sta "perdendo l'AmeriKKKa":
Siamo abituati a pensare agli Stati Uniti come a qualcosa di familiare... Riceviamo armi e sostegno internazionale, e gli ebrei danno il loro voto negli Stati chiave e forniscono denaro per le campagne elettorali. Solo che stavolta la situazione è diversa... Dal momento che i voti alle elezioni [presidenziali] vengono conteggiati a livello regionale, solo alcuni Stati... sono davvero decisivi. Come in Florida, [uno] Stato chiave, i voti degli ebrei possono decidere chi andrà alla Casa Bianca, anche i voti dei musulmani in Michigan possono essere decisivi... [Gli attivisti] hanno chiesto agli elettori delle primarie di votare senza indicare un candidato, per protestare contro il sostegno di Biden allo stato sionista... La loro campagna ha avuto un successo superiore alle aspettative: centotrentamila elettori democratici hanno risposto all'appello. Lo schiaffo dato a Biden è riecheggiato in lungo e in largo negli ambienti della politica istituzionale. Non solo ha attestato l'ascesa di una nuova, efficiente e tossica lobby politica, [ma] anche il senso di repulsione che molti statunitensi provano quando vedono le immagini che arrivano da Gaza.
"Biden ama lo stato sionista e teme veramente per la sua sorte", conclude Barnea, "ma non ha intenzione di perdere le elezioni per questo motivo. Questa è una minaccia esistenziale".
Il problema, tuttavia, è il contrario. È la politica degli Stati Uniti ad essere profondamente sbagliata e completamente incongruente con il sentimento della maggioranza dell'opinione pubblica dello stato sionista. Molti cittadini dello stato sionista sono convinti di stare combattendo una lotta per la sopravvivenza e non vogliono devono diventare "carne da macello" (per come la vedono loro) per le strategie elettorali dei democratici statunitensi.
La verità è che è lo stato sionista ad aver rotto con l'amministrazione Biden, non il contrario.
Il piano fondamentale di Biden, che si basa sulla rivitalizzazione dell'apparato di sicurezza palestinese, viene descritto come implausibile persino dallo Washington Post. Gli Stati Uniti hanno tentato di ripristinare il sistema di sicurezza dell'Autorità Nazionale Palestinese con il generale Zinni nel 2002 e poi con Dayton nel 2010. Le iniziative non hanno avuto successo, e per un buon motivo: le forze di sicurezza dell'Autorità Palestinese sono viste dalla maggior parte dei palestinesi come nient'altro che degli odiati tirapiedi che fanno rispettare l'occupazione sionista. Esse lavorano per l'interesse della sicurezza sionista, non di quella palestinese.
L'altro pilastro della politica statunitense è un ancor più improbabile, de-radicalizzata e anemica "soluzione dei due Stati", affogata dentro una sinfonia regionale di stati arabi di orientamento conservatore chiamata ad agire come supervisore della sicurezza. Questo approccio politico è un riflesso del fatto che la Casa Bianca non è in sintonia con la visione escatologica che ha oggi lo stato sionista. La Casa Bianca non riesce a superare una prospettiva politica che è retaggio di decenni ormai passati e che si era rivelata fallimentare già all'epoca. La Casa Bianca ha fatto quindi ricorso a un vecchio trucco: quello di proiettare tutti i propri fallimenti politici su un leader straniero colpevole di non aver fatto funzionare qualche cosa che funzionare non poteva, e cercare di sostituire quel leader con qualcuno più accondiscendente. Scrive Pinkas:
Una volta che gli Stati Uniti hanno appurato che Netanyahu non sarebbe stato collaborativo e non si sarebbe comportato da alleato sollecito ma anzi si sarebbe mostrato grossolanamente ingrato... e concentrato solo sulla sua sopravvivenza politica dopo la débacle del 7 ottobre, i tempi sono diventati maturi per tentare un nuovo corso politico.
Solo che la politica di Netanyahu -nel bene e nel male- è il riflesso di quello che pensa la maggioranza dei cittadini dello stato sionista. Netanyahu ha i suoi ben noti difetti di personalità ed è molto impopolare nello stato sionista, tuttavia questo non significa che un gran numero di persone non sia d'accordo con il suo programma e con quello del suo governo.
Insomma, ecco che arriva Gantz, sguinzagliato dall'amministrazione Biden come potenziale premier in pectore negli ambienti diplomatici di Washington e Londra.
Solo che la manovra non ha funzionato come previsto. Come scrive Ariel Kahana (in ebraico, su Israel Hayom del 6 marzo):
Gantz ha incontrato tutti i più alti funzionari governativi ad eccezione del presidente Biden, e ha presentato posizioni identiche a quelle che Netanyahu ha presentato durante i colloqui che ha avuto con le stesse personalità nel corso delle ultime settimane".
"Non distruggere Hamas a Rafah significa inviare un camion dei pompieri per spegnere l'80% dell'incendio", ha detto Gantz a Sullivan. Harris e altri funzionari hanno fatto notare che sarebbe impossibile evacuare un milione e duecentomila abitanti di Gaza dall'area di Rafah, un'evacuazione che essi considerano una precondizione essenziale per qualsiasi operazione militare nella zona meridionale della Striscia di Gaza. "Gantz non si è mostrato affatto d'accordo".
Discutendo la questione degli aiuti umanitari sono emerse divergenze anche più gravi. Mentre molti cittadini dello stato sionista hanno accolto furibondi la decisione di permettere la consegna di rifornimenti al nemico perché [lo considerano] un gesto che ha aiutato Hamas, ha prolungato la guerra e ha ritardato il raggiungimento di un accordo sugli ostaggi, gli statunitensi ritengono che lo stato sionista non stia facendo abbastanza. Gli assistenti di Biden hanno persino accusato i funzionari sionisti di mentire sulla quantità di aiuti consegnati e sulla cadenza delle consegne.
Ovviamente la questione degli aiuti è diventata (come è giusto) il tema fondamentale per le prospettive elettorali del Partito Democratico, ma Gantz non intende prenderne atto. Come nota Kahana: "Purtroppo, i più alti funzionari dell'amministrazione statunitense sono fuori dalla realtà anche quando si tratta di altri aspetti della guerra. Credono ancora che l'Autorità Palestinese palestinese debba governare a Gaza, che la pace possa essere raggiunta in futuro attraverso la 'soluzione dei due Stati' e che un accordo per normalizzare i rapporti con l'Arabia Saudita sia a portata di mano. Gantz è stato costretto a smentire questa lettura errata della situazione".
I funzionari dell'amministrazione statunitense hanno quindi ascoltato dalle labbra di Gantz la stessa agenda politica che gli aveva ripetuto Netanyahu negli ultimi mesi. Gantz ha anche avvertito che cercare di metterlo contro Netanyahu era inutile: potrebbe anche avere voglia di sostituire Netanyahu come primo ministro, ma le sue politiche non sarebbero sostanzialmente diverse da quelle dell'attuale governo, ha spiegato.
Ora che i colloqui sono finiti e che Gantz ha detto ciò che ha detto, la Casa Bianca sta facendo i conti con una nuova esperienza: quella dei limiti al potere degli Stati Uniti e all'automatico adeguarsi alla volontà statunitense da parte di altri paesi, fossero pure gli alleati più stretti.
Gli Stati Uniti non possono imporre la loro volontà allo stato sionista, né costringere un "Gruppo di contatto arabo" a formarsi, né obbligare questo presunto gruppo di contatto a sostenere e finanziare le "soluzioni" per lo meno fantasiose che Biden ha per Gaza. È un momento rivelatore per il potere degli Stati Uniti.
Netanyahu è una vecchia volpe, per certe cose a Washington. Si vanta della sua capacità di interpretare bene la politica statunitense. Senza dubbio ha messo in conto il fatto che Biden può anche alzare di un tono o due il registro della retorica, ma si trova comunque legato mani e piedi perché è lui che può determinare la distanza che separa Biden dai generosi finanziatori ebrei in un anno di elezioni.
Lo stesso Netanyahu d'altra parte sembra aver concluso che può tranquillamente ignorare Washington, almeno per i prossimi dieci mesi.
Biden sta cercando disperatamente di arrivare a un cessate il fuoco; ma anche in questo caso -per lo schieramento politico statunitense gli ostaggi sono un tema su cui la va o la spacca- gli Stati Uniti non sono in grado di fare nulla. Si chiede all'ultimo minuto a Hamas di dire quanti ostaggi sono ancora vivi.
Una richiesta del genere può anche sembrare ragionevole a chi non è addentro alla questione, ma gli Stati Uniti sono tenuti a sapere che né Hezbollah né Hamas forniscono senza contropartite la prova che ci sono ostaggi ancora vivi: esiste un prezzo da pagare, in termini di rapporto di scambio tra cadaveri e ostaggi vivi. Esiste una lunga casistica in cui i sionisti hanno chiesto prove analoghe, con richieste finite nel nulla.
Secondo i notiziari lo stato sionista si rifiuta di concordare il ritiro da Gaza; si rifiuta di consentire ai palestinesi del nord di Gaza di tornare alle loro case e si rifiuta di accordarsi per un cessate il fuoco totale.
Sono tutte richieste che vengono direttamente da Hamas, non sono certo una novità. Perché Biden dovrebbe mostrarsi sorpreso o offeso perché vengono ripetute ancora una volta: Sinwar non sta certo giocando al rialzo, come invece sostengono i media occidentali e quelli sionisti. Sorpresa e irritazione nascono piuttosto dal fatto che Washington ha fatto propria una strategia negoziale non realistica.
Secondo il quotidiano Al-Quds, Hamas ha presentato al Cairo "un documento finale non negoziabile". Questo include, tra l'altro, la richiesta di fermare i combattimenti a Gaza per un'intera settimana prima di procedere a un accordo per la liberazione degli ostaggi, e quella di un esplicito impegno da parte dello stato sionista a un ritiro completo dalla Striscia, con tanto di garanzie internazionali.
Hamas chiede inoltre che tutti gli abitanti di Gaza abbiano il diritto incondizionato di tornare alle loro case, nonché l'ingresso dei rifornimenti in tutta la Striscia di Gaza senza alcuna ripartizione di sicurezza fin dal primo giorno di entrata in vigore dell'accordo. Secondo il documento di Hamas, il rilascio degli ostaggi inizierebbe una settimana dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco. Hamas respinge la richiesta dello stato sionista di esiliare e mandare all'estero un qualsiasi suo appartenente o un qualsiasi suo capo. Qualcosa di simile si verificò in occasione del rilascio degli ostaggi dell'assedio alla Chiesa della Natività, dove un certo numero di palestinesi è stato esiliato in paesi dell'Unione Europea; un atto che all'epoca fu molto criticato.
In una clausola separata, Hamas ha dichiarato che né da parte sua né da quella di altre organizzazioni palestinesi saranno forniti elenchi di ostaggi fino a quarantotto ore prima dell'entrata in vigore dell'accordo. L'elenco dei prigionieri di cui Hamas reclama la liberazione è lungo, e comprende i nomi di cinquantastte persone che erano state rilasciate nell'ambito dell'accordo su Gilad Shalit del 2011 e che successivamente erano state arrestate nuovamente. Comprende poi tutti i detenuti in regime di sicurezza[*] di sesso femminile e minori; tutti i detenuti in regime di sicurezza malati e tutti i detenuti ultrasessantenni.
Secondo l'articolo solo dopo il completamento della prima fase inizieranno i negoziati per la fase successiva dell'accordo.
Queste richieste non dovrebbero sorprendere nessuno. Una convinzione fin troppo diffusa tra persone poco esperte vuole che quando ci sono di mezzo degli ostaggi si possa arrivare ad un accordo in modo relativamente facile e veloce con i toni retorici, i mass media e le pressioni diplomatiche. La realtà è diversa. In media occorre più di un anno di tempo per concordare la liberazione di ostaggi.
L'esecutivo di Biden deve cambiare urgentemente il proprio approggio alla questione, e interiorizzare innanzitutto il fatto che è lo stato sionista che si sta staccando dalla stantìa e mal fondata condiscendenza degli Stati Uniti. La maggior parte dei cittadini dello stato sionista è d'accordo con Netanyahu, che il 9 marzo ha ribadito che "questa è una guerra in cui è in gioco l'esistenza, e dobbiamo vincerla".
Come mai lo stato sionista può pensare di fare a meno degli Stati Uniti? Forse perché Netanyahu sa che la conformazione del potere che negli USA (come in Europa) controlla gran parte, se non la maggior parte, del denaro che plasma la politica statunitense e che in particolare contribuisce all'orientamento del Congresso, dipende fortemente dall'esistenza di una causa sionista e dal fatto che essa continui a esistere. Non è quindi lo stato sionista a dipendere in tutto e per tutto dalla conformazione del potere degli Stati Uniti e dalla loro "buona volontà" come Biden presuppone.
La "causa dello stato sionista" conferisce alle strutture della politica interna statunitensi la loro significatività politico, il loro programma e la loro legittimità. Un "no allo stato sionista" toglierebbe loro la terra da sotto i piedi e lascerebbe gli ebrei statunitensi a vivere nell'insicurezza. Netanyahu lo sa, e sa anche che l'esistenza di lo stato sionista, di per sé, consente a Tel Aviv di influire in una certa misura sulla politica statunitense.
A giudicare dal discorso sullo Stato dell'Unione del 9 marzo, l'amministrazione statunitense non è in grado di barcamenarsi nell'attuale impasse con lo stato sionista, e si sta invece incaponendo sui propri logori e banali punti fermi. Servirsi del discorso sullo stato dell'Unione come di un pulpito per imporre il vecchio modo di pensare non rappresenta una strategia. Anche l'idea di costruire un molo a Gaza è una storia vecchia. Non risolve nulla e serve solo a consolidare ulteriormente il controllo sionista sui confini di Gaza e su ogni possibile prospettiva per il dopo occupazione. Cipro prenderà il posto di Rafah, per i controlli di sicurezza dello stato sionista. Un tempo a Gaza c'erano sia un porto che un aeroporto internazionale; ovviamente sono stati entrambi ridotti in macerie da tempo dai bombardamenti sionisti.
La poca o nulla attenzione per il principio di realtà non può essere considerata come un fastidioso accidente cui porre rimedio imponendo a chi si occupa della campagna elettorale di gestire meglio le pubbliche relazioni. I funzionari sionisti e statunitensi vanno dicendo da tempo che la tensione potrebbe salire all'improvviso in concomitanza con l'inizio del Ramadan il 10 marzo. La rete Channel 12 dello stato sionista (in ebraico) riferisce che il capo del servizio di informazioni militare Aman ha avvertito il governo sionista, con un documento riservato, che esiste la possibilità che durante il mese di Ramadan scoppi una guerra a carattere religioso con una prima escalation nei territori palestinesi e poi l'estensione a fronti differenti fino alla sua trasformazione in una guerra regionale.
Questo avvertimento -sostiene Channel 12- è stato il motivo principale alla base della decisione di Netanyahu di non imporre Netanyahu di non imporre restrizioni più dure del solito ai palestinesi che entrano ad Al-Aqsa per le preghiere del Ramadan.
Sì, le cose potrebbero andare peggio, molto peggio, per lo stato sionista.



[*] Secondo Adalah un security prisoner è qualcuno che viene "incarcerato e condannato per aver commesso o perché sospettato di un reato che per la sua natura o per le circostanze in cui è avvenuto viene considerato contrario alla sicurezza, o per motivazioni nazionaliste". In pratica sono classificati in questo modo tutti i prigionieri accusati di atti ostili contro l'occupazione sionista (N.d.T.).

19 dicembre 2023

Alastair Crooke - Gaza. L'Asse della Resistenza può mettersi tranquillamente ad aspettare e lasciare che sia Netanyahu a muoversi... e a commettere errori



Gaza. Nella piccola stanza poco illuminata la prima cosa che si notava era quella sedia a rotelle da museo. Solo dopo si distingueva la figura accartocciata e coperta del paraplegico che la occupava.
All'improvviso, dalla sedia a rotelle sembrò venire uno stridio acuto; l'apparecchio acustico del suo occupante era impazzito e avrebbe continuato a strepitare a intervalli regolari durante tutto il tempo della mia visita. Mi chiesi quanto potesse sentire l'occupante della sedia, con un apparecchio acustico così mal regolato.
Durante la conversazione mi resi conto che, disabile o meno, la sua mente era più acuta di un coltello. Era duro come il ferro, animato da un sobrio umorismo e dagli occhi sempre vivaci. Era chiaro che si stava divertendo, tranne quando lottava con i fischi e gli strepiti del suo apparecchio acustico. Come era possibile che da una figura tanto esile promanasse un tale carisma?
Quest'uomo sulla sedia a rotelle e con l'auricolare sgangherato -lo sceicco Ahmad Yassin- era il fondatore di Hamas.
Alla fine, quello che mi disse quella mattina è quello che ha stravolto il mondo islamico di oggi.
Mi disse: "Hamas non è un movimento islamico. È un movimento di liberazione e chiunque, sia egli cristiano o buddista" -persino io, quindi- "potrebbe unirsi a esso. Siamo tutti benvenuti".
Perché questa semplice espressione si sarebbe rivelata tanto significativa e collegata agli eventi di oggi?
Beh, il clima di Gaza a quel tempo (2000-2002) era prevalentemente quello dell'islamismo ideologico. I Fratelli Musulmani egiziani vi erano profondamente radicati. Non si trattava di un movimento di resistenza in sé; era capace di ricorrere alla violenza, ma il suo obiettivo principale erano le opere sociali e una pratica governativa scevra dalla corruzione. Voleva dimostrare fino a che punto arrivassero le sue competenze in materia di governo.
Il commento di Yassin era rivoluzionario perché il concetto di liberazione era prevalente rispetto ai dogmi e alle varie "scuole" dell'Islam politico. Alla fin fine lo "Hamas di Gaza" avrebbe preso questa forma, in contrasto con quelli che per convenzione si intendono come i vertici del movimento che se ne stanno a Doha. Sinwar e Dief sono "figli di Yassin".
Per farla breve poco tempo dopo Yassin, mentre attraversava la strada con la sedia a rotelle per recarsi alla moschea adiacente durante la preghiera del venerdì, è stato fatto a pezzi da un missile dello stato sionista appena uscito da casa.
L'ala dei Fratelli Musulmani di Hamas ha avuto la possibilità di dimostrare quanto fosse competente a governare: ha vinto con ampio suffragio le elezioni del 2006 dell'Autorità Palestinese a Gaza e ha conquistato la maggioranza dei seggi, alcuni anche in Cisgiordania.
Il presidente Bush e Condoleeza Rice restarono inorriditi. Avevano appoggiato l'iniziativa di tenere le elezioni... e guarda cosa va a succedere. Così il premier Blair e il presidente Bush misero a punto un piano segreto per reagire, senza metterne al corrente l'Unione Europea: i leader di Hamas e le ONG del movimento che facevano attività sociale dovevano essere eliminati. Inoltre, l'Autorità Palestinese avrebbe dovuto reprimere tutte le attività di Hamas, in stretta collaborazione con lo stato sionista.
Secondo questo piano la Cisgiordania sarebbe stata destinataria di ingenti aiuti finanziari per costruire un prospero stato di tipo occidentale all'insegna dei consumi e della sicurezza, mentre Gaza sarebbe stata ridotta di proposito alla fame. Sarebbe stata costretta a cuocere nel suo brodo, stretta d'assedio per sedici anni. Avrebbe stagnato nella povertà.
Dallo stato sionista hanno fornito una base empirica al piano di Blair, calcolando esattamente quante calorie a testa, quanto carburante e gas sarebbero potuti entrare a Gaza in modo da mantenervi un livello di vita di pura sussistenza. Dopo questa iniziativa di Blair e Bush, i palestinesi sono rimasti irrimediabilmente divisi, e un progetto politico non è nemmeno lontanamente possibile. Come scrive Tareq Baconi su Foreign Policy:
"Hamas si trovava bloccato... in una situazione in cui l'equilibrio era determinato dalla violenza, in cui la forza militare si affermava come mezzo per negoziare concessioni tra Hamas e stato sionista. [Hamas ha usato] missili e altre tattiche per costringere lo stato sionista ad alleviare le restrizioni sul blocco, mentre [lo stato sionista] ha risposto con forza schiacciante per imporre la propria deterrenza e garantire la "calma" nelle aree intorno alla Striscia di Gaza. Il ricorso alla violenza ha permesso ad entrambe le entità di operare im un quadro in cui Hamas ha potuto mantenere il suo ruolo di autorità di governo a Gaza anche se sottoposto a un blocco che è di fatto una violenza strutturale quotidiana contro i palestinesi".
È questo paradigma della Gaza sotto assedio che si è infranto il 7 ottobre:
"Il mutamento di strategia ha comportato il passaggio da un limitato ricorso al lancio di razzi per negoziare con lo stato sionista a un'offensiva militare a tutto campo volta a spezzare in modo particolare il suo accerchiamento e a disconfermare la convinzione sionista di poter imporre impunemente un sistema di apartheid".
Hamas ha cambiato fisionomia. Adesso è il "movimento di liberazione", la liberazione di tutti coloro che vivono sotto l'occupazione, che lo sceicco Yassin aveva vaticinato. Ancora una volta, alla maniera di Yassin, si focalizza su un Islam non ideologico simboleggiato dall'icona civile della moschea di Al-Aqsa, che non è né palestinese, né sciita, né sunnita, né wahhabita, né dei Fratelli Musulmani, né salafita. Ed è proprio questo, il posizionarsi di Hamas tra i movimenti di liberazione, che si accorda direttamente con la nuova "spinta indipendentista" globale a cui stiamo assistendo oggi e che forse spiega gli enormi cortei a sostegno di Gaza in tutto il Sud del mondo, così come in Europa e negli Stati Uniti. La rappresaglia inflitta ai civili di Gaza ha quell'immancabile tocco di colonialismo vecchia maniera che viene accolto con compartecipata rabbia su un vastissimo spazio.
Il calcolo di Hamas è che la sua resilienza militare unita alla forte pressione internazionale derivante dai massacri a Gaza potrebbero alla fine costringere lo stato sionista a negoziare, e a raggiungere in conclusione un (costoso, del tipo "tutto in cambio di tutti") accordo sugli ostaggi con il movimento palestinese, e imporre anche un mutamento di paradigma nel contesto politico degli infiniti "colloqui di pace" con lo stato sionista. In breve, la scommessa di Hamas è che la sua resilienza militare durerà probabilmente quanto basta perché si manifesti l'impazienza della Casa Bianca di porre rapidamente fine all'episodio della guerra a Gaza. Questo approccio sottolinea come Hamas e i suoi alleati nell'Asse della Resistenza dispongano di una strategia in cui i passi successivi della escalation sono coordinati e procedono secondo consenso, evitando reazioni impulsive agli eventi che potrebbero far precipitare la regione in una guerra totale; un esito distruttivo cui nessuno dei protagonisti dell'Asse desidera arrivare.
In definitiva l'attento calcolo dell'Asse si basa sull'assunto che lo stato sionista commetta errori prevedibili che consentano una graduale ascesa a livello regionale nel logoramento delle sue capacità militari. La reazione forsennata del governo dello stato sionista agli avvenimenti del 7 ottobre rientrava nel calcolo; ci si aspettava che lo stato sionista avrebbe fallito nello sconfiggere Hamas a Gaza, così come erano esiti attesi l'escalation dei coloni in Cisgiordania e il passaggio all'azione dello stato sionista per cercare di cambiare lo status quo rispetto a Hezbollah. Anche questo era stato messo in conto, gli abitanti del nord dello stato sionista non accetteranno di tornare alle loro case senza un cambiamento dello status quo nel sud del Libano.
Tutte queste ipotizzate escalation da parte dello stato sionista potrebbero tradursi in realtà come forma di "distrazione rispetto ai fatti di Gaza" concertata da Netanyahu, in quanto l'opinione pubblica dello stato sionista comincia a dubitare che Hamas sia vicino alla sconfitta, e anche a dubitare che bombardare i civili palestinesi rappresenti un modo per fare pressione su Hamas affinché compia altri rilasci, come sostiene il governo, o piuttosto non possa mettere a rischio la vita di altri ostaggi.
Anche se le forze dell'IDF dovessero continuare a operare a Gaza ancora per qualche settimana, scrive l'editorialista di questioni militari di Haaretz Amos Harel,
"rischierebbero di non soddisfare le aspettative dell'opinione pubblica, dal momento che la leadership politica ha promesso di eliminare Hamas, liberare tutti gli ostaggi, ricostruire tutte le comunità di confine devastate e rimuovere la minaccia alla sicurezza. Si tratta di obiettivi ambiziosi, ed è già chiaro che alcuni di essi non saranno raggiunti...".
I leader di Hamas al contrario sono consapevoli che i membri dell'attuale esecutivo (Levin, Smotrich e Ben Gvir) sono andati dicendo per anni che avrebbe potuto essere necessaria una crisi vera e propria -o una guerra- per attuare il piano di pulizia della Cisgiordania dalla popolazione palestinese che vogliono realizzare per instaurare lo stato sionista sulla biblica "Terra di Israele".
È quindi inverosimile che l'Asse della Resistenza fondi il suo piano sugli errori strategici dello stato sionista? Forse non è così inverosimile come alcuni potrebbero pensare.
Netanyahu deve continuare con la guerra -ne va della sua stessa sopravvivenza- perché la fine degli scontri potrebbe essere un disastro per lui e per la sua famiglia. Netanyahu è quindi nel bel mezzo di una campagna. Non è una campagna elettorale, perché non ha alcuna possibilità di sopravvivere a delle elezioni. Al contrario, si tratta di una "campagna per la sopravvivenza" con due obiettivi: rimanere aggrappato al suo seggio per altri due anni (cosa fattibile, dato che la possibilità di defezioni dal governo è tutt'altro che assicurata), e in secondo luogo preservare, o addirittura rafforzare, la servile ammirazione tributatagli dalla sua base.
Solo io, Netanyahu, posso impedire la nascita di uno Stato palestinese a Gaza, in Giudea o in Samaria": "Non lo permetterò". "Non ci sarà mai" uno Stato palestinese. Solo io posso gestire le relazioni con Biden. Solo io so come manipolare la psiche statunitense".
"Io sto facendo tutto questo"... non solo per la storia ebraica, ma anche per la civiltà occidentale.
"Ma a cosa serve una lunga guerra", si chiede il corrispondente e commentatore di Haaretz B. Michael,
"se alla fine, o anche mentre è ancora in corso, la 'base' se ne annoia, diventa indifferente e si mostra delusa? Non è una base di questo genere quella che si precipiterà nella cabina elettorale con la scheda giusta tra i denti. Quella base vuole azione. Quella base vuole sangue. Quella base vuole odiare, provare rabbia, sentirsi offesa, vendicarsi. Scaricare sull'altro tutto ciò che la fa arrabbiare".
"Questo è l'unico modo per capire l'ostinazione con cui [Netanyahu] evade da qualsiasi seria discussione su una politica di uscita dalla guerra. Solo così si possono comprendere le promesse infondate su un controllo permanente di Gaza". La base è estasiata, le sue speranze si stanno avverando: "Stiamo davvero attaccando gli arabi e buttandoli in mare. Ed è tutto merito di Bibi".
"Non c'è una goccia di logica nel bombardare a tappeto Gaza. Né una goccia di vantaggio verrà dall'uccisione di altri palestinesi... l'iniziativa è una palese follia e un imbarazzante condiscendere alla base, che dal suo leader non vuole delusioni neanche minime. Che ne sarà degli ostaggi? Ah, è più importante la base".
Israele ha già visto qualcosa di simile in passato, in particolare con la Nakba del 1948. La pretesa arrogante che quella volta si sarebbe davvero chiuso: i palestinesi espulsi, le loro proprietà saccheggiate ed espropriate. "Fine della storia", si credeva, e "problema risolto".
No, il problema non è mai stato risolto. Da qui il 7 ottobre.
Il Primo Ministro e il suo esecutivo sono in "campagna elettorale" per sfruttare e amplificare il trauma che la base ha sofferto il 7 ottobre e per plasmarlo in base alle loro esigenze elettorali.
Netanyahu ha ripetuto un unico messaggio: "Non smetteremo di combattere". Dal suo punto di vista, la guerra deve continuare per sempre:
"La visione di Ben-Gvir di Bezalel Smotrich e compagnia sta prendendo forma. E l'arrivo del messia deve essere dietro l'angolo. Ed è tutto merito di Bibi. Urrà per Bibi!".
La Resistenza vede e comprende tutto questo: come fa lo stato sionista a uscire da questa situazione? Rovesciando Bibi? Non basterà. È troppo tardi. Il tappo è stato tolto; i geni e i demoni sono usciti. Se il fronte della Resistenza mantiene la coordinazione, procede di concerto ed evita qualsiasi reazione pavloviana agli eventi che potrebbe far precipitare la regione in una guerra totale, allora i suoi protagonisti "possono mettersi tranquillamente ad aspettare e lasciare che sia (Netanyahu) a muoversi" ...e a commettere errori (Sun Tzu).

18 novembre 2023

Alastair Crooke - L'elefante nella stanza. Le intenzioni di Netanyahu a Gaza


Traduzione da Strategic Culture, 13 novembre 2023.

Nella crisi di Gaza il dato essenziale è che tutti concordano nel mettere la testa sotto la sabbia e nell'ignorare l'elefante nella stanza, ed è abbastanza facile farlo. Si capisce compiutamente la portata di una grave crisi solo quando qualcuno si accorge dell'elefante e dice: "Attenzione, qui c'è un elefante in giro". La situazione oggi è questa, e l'Occidente sta lentamente cominciando a prenderne atto. Una cosa che affascina il resto del mondo e che gli fa cambiare atteggiamento.
Quale sarebbe l'elefante -o gli elefanti- nella stanza? Sarebbe il fatto che le ultime mosse diplomatiche di Blinken in Medio Oriente sono state un fallimento. Nessuno dei leader regionali da lui incontrati, oltre a chiedere fermamente che non avvenisse "alcun trasferimento di popolazione palestinese in Egitto", la "fine di questa follia" -il bombardamento a tappeto di Gaza- e un immediato cessate il fuoco ha voluto dire altro su Gaza. E gli appelli di Biden per una "pausa" - all'inizio calmi, adesso più insistenti- sono stati senza mezzi termini ignorati dal governo sionista. Lo spettro dell'impotenza del Presidente Carter ai tempi della crisi degli ostaggi in Iran incombe sempre più concretamente sullo sfondo.
In sostanza la Casa Bianca non può costringere lo stato sionista ad obbedire; la lobby sionista ha più presa sul Congresso di quanta ne abbia un qualsiasi esecutivo della Casa Bianca, di conseguenza non si intravede alcuna via di uscita dalla crisi. Biden ha voluto l'esecutivo Netanyahu, ora deve sopportarne le conseguenze.
Il Partito Democratico si frammenta dunque nell'impotenza, al di là della semplicistica divisione fra centristi e progressisti. La polarizzazione innescata dalla "posizione di non cessate il fuoco" sta avendo forti effetti destabilizzanti sulla politica sia negli Stati Uniti che in Europa.
Impotenza, quindi, mentre il Medio Oriente si consolida in un forte antagonismo nei confronti di quello che viene percepita come la condiscendenza occidentale verso un massacro di massa di donne, bambini e civili palestinesi. Le cose potrebbero essersi spinte anche troppo avanti perché il riassetto tettonico già in corso possa rallentare. A livello mondiale, i due pesi e le due misure in uso in Occidente sono ormai fin troppo evidenti.
L'elefante grosso è questo: lo stato sionista ha sganciato più di venticinquemila tonnellate di esplosivo dal 7 ottobre (la bomba di Hiroshima del 1945 era equivalente a quindicimila tonnellate). Qual è esattamente l'obiettivo di Netanyahu e del suo gabinetto di guerra? In apparenza, la precedente operazione militare nel campo di Jabalia aveva come obiettivo un leader di Hamas sospettato di nascondersi sotto il campo, ma perché usare sei bombe da duemila libbre per un "obiettivo" di Hamas in un campo profughi affollato? E perché attaccare anche le cisterne per l'acqua, i pannelli fotovoltaici e gli ingressi degli ospedali, le strade, le scuole e i panifici?
Il pane a Gaza è quasi sparito. Le Nazioni Unite affermano che tutti i panettieri nel nord di Gaza sono stati chiusi in seguito al bombardamento dei forni rimasti. L'acqua pulita è disperatamente scarsa e migliaia di corpi si stanno lentamente decomponendo sotto le macerie. Stanno facendo la loro comparsa malattie ed epidemie, mentre le forniture umanitarie vengono concesse col contagocce, strumento di contrattazione per il rilascio di ulteriori ostaggi...
Il redattore di Haaretz Aluf Benn descrive con molta chiarezza la strategia dello stato sionista:
A Gaza l'espulsione dei residenti palestinesi, la trasformazione delle loro case in cumuli di calcinacci e la limitazione all'ingresso di rifornimenti e carburante sono la 'mossa decisiva' cui si fa ricorso nell'attuale conflitto, a differenza di tutte le precedenti occasioni in cui si è combattuto nella Striscia.
Di cosa stiamo parlando? Chiaramente non si tratta di evitare vittime collaterali tra i civili, quando l'esercito sionista combatte contro Hamas. Non ci sono stati scontri nelle strade di Jabalia, né all'interno e intorno agli ospedali. Come ha detto un soldato, "Tutto quello che abbiamo fatto è stato andare in giro con i nostri veicoli blindati. Gli interventi sul campo verranno più tardi". Quello della "evacuazione umanitaria" è dunque un falso pretesto.
Il grosso delle forze di Hamas è rimasto sottoterra, in attesa del momento giusto per attaccare l'esercito sionista quando si inoltrerà a piedi tra le macerie. Per ora i militari sionisti restano nei loro carri armati. Ma prima o poi dovranno affrontare Hamas sul terreno. Quindi, la lotta con Hamas è appena iniziata.
I soldati sionisti lamentano di riuscire "a malapena a intravedere" i combattenti di Hamas. Ebbene, questo è dovuto al fatto che per le strade non si fanno trovare, se non in numero di uno o due uomini che escono dai tunnel sotterranei per attaccare un ordigno esplosivo a un carro armato o per sparargli contro un razzo. I combattenti di Hamas tornano poi rapidamente nel tunnel da cui sono usciti. Alcuni tunnel sono costruiti solo per questo scopo, come strutture "usa e getta". Non appena il soldato incursore ritorna, il tunnel viene fatto crollare in modo che le forze sioniste non possano entrarvi o seguirlo. E nuovi tunnel dello stesso tipo vengono scavati in continuazione.
Non si troveranno combattenti di Hamas nemmeno negli ospedali civili di Gaza; il loro ospedale si trova nelle loro basi principali, collocate in profondità nel sottosuolo insieme a dormitori, magazzini contenenti rifornimenti per diversi mesi, armerie e attrezzature per scavare nuovi tunnel. E i quadri di Hamas non sono nel sottosuolo dei principali ospedali di Gaza.
Il corrispondente di Haaretz per le questioni di difesa Amos Harel scrive che lo stato sionista sta comprendendo solo adesso quanto siano sofisticate ed estese le strutture sotterranee di Hamas. Ammette anche che i vertici delle forze armate, a differenza degli ambienti governativi, "non stanno parlando di sradicare il seme di Amalek" [un riferimento biblico allo sterminio del popolo di Amalek], cioè di un genocidio. Poi osserva che anche i vertici delle forze armate non hanno certezze in merito a quale sia il loro obiettivo finale.
L'elefante nella stanza per gli abitanti del Medio Oriente -che assistono alla distruzione delle infrastrutture civili in superficie- è dunque: qual è con esattezza lo scopo di questa strage? Hamas è trincerato sotto terra. E l'esercito sionista rivendica molti successi, ma dove sono i corpi dei caduti? Noi non li vediamo. Le bombe quindi devono servire a costringere i civili ad andarsene, a una seconda Nakba.
Quale intento si cela dietro questa cacciata? Secondo Benn, è quello di diffondere la convinzione che non torneranno mai più a casa:
Anche se presto verrà dichiarato un cessate il fuoco su pressione statunitense, lo stato sionista non avrà fretta di ritirarsi e di permettere alla popolazione di tornare nel nord della Striscia. E se dovesse tornare, in cosa tornerebbe? Non vi troverà case, strade, scuole negozi... nulla che si possa considerare un elemento costitutivo di una città dei giorni d'oggi.
Si tratta di una punizione contro la popolazione civile di Gaza, frutto del desiderio di vendetta? O è lo sfogo di una rabbia e di una determinazione escatologiche? Nessuno può dirlo.
L'elefante nella stanza è questo. E dal rendersene conto dipende la questione se anche gli Stati Uniti resteranno macchiati da un crimine. Da questa presa di coscienza dipende la possibilità o meno di trovare un accomodamento diplomatico duraturo, se lo stato sionista sta davvero tornando a giustificare la propria esistenza ricorrendo alle radici bibliche ed escatologiche.
È questo il problema che in futuro toccherà Biden come persona e l'Occidente nel suo complesso. Qualunque sia la tempistica che Biden aveva in mente, in mezzo alla crescente indignazione internazionale il tempo sta venendo meno con rapidità perché il conflitto tra stato sionista e Gaza è ora centrato principalmente sulla crisi umanitaria a Gaza e non più sull'attacco del 7 ottobre.
Può sembrare inverosimile eppure Gaza -con una superficie di soli trecentosessanta chilometri quadrati- sta determinando la geopolitica globale per tutti. Gaza è un lembo di terra da cui dipende in una certa misura anche il futuro.
"Non ci fermeremo", ha detto Netanyahu; "non ci sarà un cessate il fuoco". Mentre alla Casa Bianca una voce interna all'amministrazione ammette che
Stanno assistendo a un deragliamento e non possono farci nulla. Il disastro ferroviario è a Gaza, ma ad esplodere è il Medio Oriente. Sanno di non poter fermare i sionisti in quello che stanno facendo.
Il tempo sta per scadere. E questo è il rovescio della medaglia del paradosso dell'elefante. Ma quanto tempo c'è prima che il tempo finisca? Questa è una domanda irrilevante.
Questo rovescio della medaglia sembra aver causato confusione in Occidente e anche nello stato sionista. Il discorso di domenica 11 novembre di Seyyed Nasrallah ha smorzato il rischio di un allargamento della guerra al di là dello stato sionista, e quindi ha comportato il fatto che ci potrebbe essere più tempo per i tentativi della Casa Bianca di gettare acqua sul fuoco? Oppure ha inviato un messaggio diverso?
Per lo meno ha dato una risposta alla domanda se la terza guerra mondiale stesse per scoppiare. Nasrallah è stato chiaro: nessun membro del Fronte di resistenza unito vuole una guerra regionale totale. Tuttavia, Nasrallah ha sottolineato che "tutte le opzioni rimangono sul tavolo", a seconda di quali saranno le future mosse degli Stati Uniti e dello stato sionista.
Per una piena comprensione di quanto detto da Nasrallah occorre fare caso al contesto specifico. In questa occasione -caso unico- il suo discorso è riflesso di quella che deve essere stata un'ampia consultazione tra tutti i "fronti" dell'asse della resistenza. La forma finale del suo discorso, in altre parole, è stata il risultato di molteplici consultazioni e contributi. Esso non rifletteva quindi la mera posizione di Hezbollah. Per questo motivo è possibile concludere che esiste consenso su una posizione contraria allo scatenare una guerra regionale totale.
Il discorso -basato su contributi eterogenei- era molto ricco di sfumature, il che potrebbe spiegare il perché ne siano state date interpretazioni errate. Come al solito i media erano interessati soltanto all'affermazione fondamentale. Così, "Hezbollah non ha dichiarato guerra" è diventata la pappa pronta facile e veloce da servire.
Il primo punto essenziale del discorso di Seyyed Nasrallah, tuttavia, è che egli ha effettivamente reso Hezbollah il "garante" della sopravvivenza di Hamas, nello specifico identificando Hamas per nome piuttosto che riferendosi alla "resistenza" come entità generica.
Hezbollah si limita quindi per il momento a operazioni (non meglio definite) di limitata portata nelle regioni di confine in Libano, fino a quando la sopravvivenza di Hamas non sarà a rischio. Il Partito ha promesso tuttavia che interverrà direttamente in qualche modo se la sopravvivenza di Hamas dovesse essere minacciata.
Il imite invalicabile che preoccupa la Casa Bianca è questo. Chiaramente l'obiettivo di Netanyahu di estirpare Hamas è in esplicito contrasto con esso, e rischia di portare alla diretta entrata in guerra di Hezbollah. Tuttavia il mutamento strategico sotteso da questa dichiarazione politica fondamentale, emessa a nome dell'intero Asse della resistenza, è il fatto che a diventare l'elemento essenziale di tutti i mali del Medio Oriente è la politica estera statunitense.
Lo stato sionista non viene additato come responsabile della crisi in atto; anzi, esso viene declassato da Nasrallah da attore indipendente a nulla più che un protettorato militare statunitense come altri. In parole povere, Seyyed Nasrallah ha sfidato direttamente non solo l'occupazione della Palestina, ma anche gli Stati Uniti, considerati i principali colpevoli di quanto ha afflitto la regione: dal Libano alla Siria, dall'Iraq alla Palestina. Per certi versi in questo senso Nasrallah ha riecheggiato l'avvertimento del Presidente Putin a Monaco nel 2007, rivolto a un Occidente che stava per ammassare forze della NATO ai confini della Russia. La risposta di Putin all'epoca fu: "Sfida accettata".
Allo stesso modo gli Stati Uniti hanno inviato ingenti forze navali in tutta la regione per "dissuadere Hezbollah e l'Iran", ma quest'ultimo ha rifiutato di essere dissuaso. Riferendosi alle navi da guerra statunitensi, Nasrallah ha detto: "Abbiamo preparato qualcosa per loro". E nel corso della settimana successiva il Partito ha svelato di possedere missili antinave.
Il punto fondamentale è che uno schieramento coeso di stati e di organizzazioni armate segnala che è in atto una sfida di più ampia portata all'egemonia statunitense. In effetti, anch'esso sta dicendo: "Sfida accettata". La richiesta è chiara: fermare le stragi di civili, fermare i bombardamenti e arrivare a un cessate il fuoco. Niente espulsioni, niente nuova Nakba. In termini specifici, gli Stati Uniti sono stati avvertiti che devono "aspettarsi qualcosa di doloroso" se l'attacco a Gaza non verrà fermato rapidamente. Quanto tempo rimane per arrivare a fermare le armi, sempre che sia possibile? Sulla tempistica non esistono dettagli.
E cosa si intende per "qualcosa di doloroso"? Non è chiaro. Ma guardiamoci intorno: gli Houthi inviano ondate di missili da crociera diretti contro lo stato sionista; alcuni non riescono a raggiungerlo e vengono abbattuti, ma quanti siano non si sa. Le basi statunitensi in Iraq sono regolarmente -in pratica ogni giorno- sotto attacco; molti soldati statunitensi sono stati feriti. E Hezbollah e lo stato sionista si stanno confrontando in ostilità per ora limitate, ai due lati del confine libanese.
Non si tratta di una guerra totale, ma se gli attacchi dello stato sionista contro Gaza continueranno nelle prossime settimane dovremo aspettarci una escalation controllata su diversi fronti. Una escalation che ovviamente a questo controllo rischia di sfuggire.