06 ottobre 2015

Le librerie Feltrinelli di Firenze ed il valore dei libri contro l'intolleranza culturale


Dal sito del Comune di Firenze, ottobre 2015:
Torna alla Biblioteca delle Oblate la rassegna di libri e incontri con l'autore “Leggere per non dimenticare”, un appuntamento ormai irrinunciabile con i protagonisti della saggistica e della narrativa giunto alla ventunesima edizione. Il programma di questo ciclo prevede 37 appuntamenti con narratori, filosofi, scienziati, filologi e psicoanalisti accomunati, come sempre, da un filo conduttore che questa volta sarà “Il Valore dei Libri”. Un valore che bisogna davvero riconquistare e non dare per scontato visto che il fantasma dei roghi e dell’intolleranza culturale (e non solo) è ancora ben lungi dall’essere sconfitto. L'iniziativa, ideata da Anna Benedetti, prenderà il via il 7 ottobre, ore 17,30, con “Solidarietà. Un’utopia necessaria” di Stefano Rodotà. Il noto giurista analizzerà il nesso tra solidarietà e democrazia, mostrando come la lesione della solidarietà sociale, intesa soprattutto come protezione e tutela delle persone lontane e sconosciute, rappresenti un pessimo segnale per la democrazia. Gli appuntamenti immediatamente successivi vedranno la partecipazione di altri due straordinari animatori del panorama culturale del nostro paese: mercoledì 14 ottobre Corrado Augias con “Le ultime diciotto ore di Gesù” e mercoledì 28 ottobre Claudio Magris con “Non luogo a procedere”.
Poi si chiude il computer e si esce di casa perché si è deciso di acquistare proprio un libro, per motivi di studio.
La libreria Feltrinelli di piazza della Repubblica ha cacciato la precedente Edison. L'ingresso si presenta in questo modo, e la prima impressione è quella di aver sbagliato indirizzo.
Un ristorante, con un menu esauriente e dal fastidioso puntiglio.
La cosa dà ancora più fastidio se si pensa che Firenze è satura di attività del genere, come negli anni Ottanta del passato secolo era satura di inutili botteghe di stracci.
Insomma, di boutiques.
Lo hamburger in lista è un piatto yankee dei più vili, imposto trent'anni fa nella penisola italiana sull'onda di quel liberismo alla rochibalboa che prima di diventare unica ideologia concepibile si è all'inizio presentato come moda e poi si è attaccato al deep state come una scabbia.
Qui uno di quei cosi ha un prezzo a due cifre.

Un'altra immagine, presa da un'altra angolazione. Caffè, cucina, ed una poco decifrabile insegna KIDZ. Sarebbe interessante sapere quale criterio biblioteconomico ne ha raccomandato l'adozione. Un rapido giro all'interno mostra la scomparsa del piano interrato e la brusca riduzione degli spazi espositivi in generale.
Gli scaffali sono forse un terzo di quelli che erano: c'era da far posto al basket di frittura.
Almeno la comunicazione istituzionale indica che l'amministrazione è armatissima di buone intenzioni.
Proprio il tipo più adatto per lastricare l'inferno.
Non c'è stato neanche bisogno dei roghi dell'intolleranza culturale: sono bastati un fornello a gas e un paio di friggitrici.

05 ottobre 2015

La Siria è un teatro bellico strategico



Traduzione da Conflicts Forum.

Quello che più salta agli occhi del Medio Oriente di oggi è l'apparente compressione dei tempi. Non molto tempo fa le crisi arrivavano una dopo l'altra, come navi che arrivano a destinazione ad intervalli. Ora invece si ha l'impressione che le crisi arrivino tutte insieme, tutte in una volta. Dal punto di vista storico, di solito, un simile mutamento della situazione annuncia un completo sovvertimento di un dato stato di fatto più che un qualche genere di mutamento parziale nella struttura già esistente.
In Medio Oriente gli stati nazionali, le strutture delle istituzioni, il tessuto della sicurezza si stanno sfaldando, tutti insieme e tutti in una volta. Gli stati nazionali sono in pezzi in Iraq, in Siria, in Libia, nello Yemen e anche in Libano: tutti luoghi in cui uno stato neanche esiste. In Egitto, in Tunisia ed in Algeria lo stato sta traballando. La Turchia è sull'orlo della guerra civile, in Arabia Saudita esiste sul piano interno una crescente situazione conflittuale. Non ci sono soltanto i profughi siriani che si dirigono verso l'Europa: gli aeroporti traboccano di quella borghesia col doppio passaporto così come le spiagge sono piene di indigenti. Sembra che l'idea di emigrare in Germania, se appena appena uno può permetterselo, si sia impadronita dell'immaginazione di intere famiglie e dei giovani, ovunque in Medio Oriente. Tutti insieme e tutti in una volta. A dire il vero l'Iran costituisce un eccezione: un'isola di stabilità, efficiente nell'arte della politica estera. Paradossalmente, questo sembra soltanto inasprire e mettere in una luce ancora peggiore le condizioni della disperazione altrui.
In questo non c'è nulla di strano. Quando lo stato va in pezzi, la società arretra, la violenza e la prevaricazione esplodono, dove mai può andare a battere la testa la gente comune? Di sicuro esistono precisi interessi che rendono facile questo esodo: lo Stato Islamico ne approfitta per liberare i territori che controlla da quanti pensa non assimilerà mai, mentre la Turchia e i suoi protetti credono da tempo che solo creando una toccante crisi umanitaria l'Occidente si deciderà ad intraprendere azioni (militari) in Siria per rovesciare il Presidente Assad. Eppure, l'esodo in corso trascende in qualche modo questi obiettivi specifici. In sostanza la gente non vede la fine della crisi, non vede la fine di una spirale di violenza che si allarga e da cui non c'è difesa e non vede fine al peggioramento dell'economia se non -opinione condivisa da molti- in una guerra regionale di ampia portata. C'è un diffuso senso di disastro imminente.
Anche la Siria è stata ovviamente interessata da quest'ondata migratoria, ma la diffusa convinzione che all'inizio dell'estate circolava per i think tank e che voleva la Siria sull'orlo del collasso -convinzione alimentata anche dal generale pessimismo che prevale nella regione- è stata ancora una volta smentita dai fatti. La Siria rimane salda: sotto il suo controllo resta il 75 o 80% della popolazione. Importanti think tank occidentali che si occupano di sicurezza affermano che il governo controlla tra il 17 ed il 25% del territorio, ma non si tratta di un metro molto significativo perché il paese è in gran parte deserto.
Questa serpeggiante mancanza di fiducia nel futuro del Medio Oriente non riguarda soltanto la Siria, né è limitato ad un determinato settore della sua popolazione, come molti mezzibusti hanno dato ad intendere. Sono passati cinque anni e la gente è stanca della guerra. Anche certi insorti, in particolare quelli di base nel sud della Siria, mostrano segni di stanchezza e di insofferenza. Alcuni fiancheggiatori hanno magari cambiato nome, ma per quello che riguarda il futuro della Siria non vanno più in là della cacciata del Presidente Assad. Anche l'Organizzazione per la Cooperazione Islamica, in cui comandano i paesi del Golfo, a metà settembre ha invocato ancora una volta il rovesciamento del governo, incolpando Assaad per la crisi dei profughi. Questa incapacità di superare le visioni ideologiche rafforza la spaccatura che è alla base del conflitto. Le storie che arrivano a Damasco, da parte di famiglie che sono fuggite da Raqqa e che sono state costrette ad assistere alla mutilazione e alla crocifissione di loro concittadini, non permettono in alcun modo di pensare che si possa anche solo considerare l'idea di arrivare a compromessi con forze jihadiste di questo genere.
A Mosca si capisce bene che questa spirale distruttiva, la disperante mancanza di fiducia che deriva dal non vedere luci all'orizzonte è una mala erba che a fronte di una Al Qaeda e di uno Stato Islamico sempre più forti rappresenta il pericolo di una crisi esistenziale per il Medio Oriente, e anche per la Russia e per l'Europa. A Mosca si teme che prima o poi in Medio Oriente qui o lì il terreno finirà per cedere, e lo Stato Islamico avrà la meglio. Nel caso che questo succedesse, lo Stato Islamico prenderebbe un tale abbrivio che finirebbe col rovesciare i tremolanti resti degli stati nazionali ormai al naufragio. Una minaccia che incombe non solo sul Medio Oriente, ma anche sull'Asia Centrale e sulla stessa Russia. Sorvolare sul fatto che i russi sono consapevoli della situazione e pensare che si tratti di una macchinazione per venire a tu per tu con Obama ed uscire da un isolamento che è una mera supposizione è troppo facile.
A Mosca hanno le idee chiare: la Siria non è tanto l'anello più debole, ma il teatro di maggior importanza strategica, la prima linea, in cui si può e si deve imporre allo Stato Islamico una sconfitta militare che ne segni l'animo. Lavrov ha messo ogni cura nel tradurre in parole il senso di frustrazione dei russi: AmeriKKKa ed Europa vanno in giro a dire che sono consapevoli della natura strategica della minaccia rappresentata dallo Stato Islamico, ma il loro agire concreto non rispecchia affatto una consapevolezza del rischio. Lavrov, prudente come sempre, ha notato:
"Alcuni dei nostri interlocutori, membri della coalizione [contro lo Stato Islamico], dicono che a volte gli arrivano informazioni su dove sono dislocate alcune formazioni dello Stato Islamico e sulla loro posizione: il comandante della coalizione (negli USA) però non dà mai il via libera per un attacco aereo... Un esame di quanto fanno le forze aeree della coalizione fa una strana impressione [a noi russi]: si ha motivo di sospettare che al di là dell'ostentato scopo di combattere lo Stato Islamico, tra gli obiettivi della coalizione ci sia anche qualcosa d'altro. Non voglio trarre alcuna conclusione perché non è chiaro cosa pensino, cosa sappiano o che intenzioni ultime abbiano i comandanti, ma i segnali che arrivano sono di questo genere".
Come l'Iran, anche la Russia pensa che gli USA non abbiano seriamente l'intenzione di sconfiggere lo Stato Islamico. Di conseguenza ha deciso di agire con risolutezza in modo da rafforzare le forze siriane che lo combattono. Lavrov ha spiegato: "Il Presidente siriano è il comandante in capo di quelle che sono probabilmente le migliori forze di terra in lotta contro il terrorismo; gettare questa opportunità e ignorare le capacità dell'esercito siriano come parte in causa e come alleato nella lotta contro lo Stato Islamico significa sacrificare la sicurezza del Medio Oriente intero a qualche capriccioso calcolo geopolitico". Putin sta facendo sul serio, su questo non ci dovrebbero essere dubbi. Ed è chiaro che le iniziative russe sono state pianificate -e limitate- in modo da consentire all'Occidente di unirsi ad esse, nel caso l'Europa e l'AmeriKKKa decidano anch'esse di fare sul serio.
Kerry ha detto che Mosca ha suggerito di far incontrare militari russi e militari statunitensi per discutere della situazione in Siria e sulla allocazione delle forze armate russe nel paese. Kerry ha detto che l'amministrazione stava riflettendo sulla proposta, e che Lavrov aveva presentato questa opportunità come il modo di accordarsi col Pentagono al fine di evitare "incidenti non voluti".
Ora, l'Occidente può prendere parte ad una guerra che porterà indiretto beneficio all'Esercito Arabo Siriano ed alla Repubblica Araba di Siria? L'ambasciatore russo all'ONU Vitaly Churkin ha così riassunto l'ambiguità che domina: il governo ameriKKKano "non vuole che Assad cada. Vuole combattere lo Stato Islamico senza danneggiare il governo siriano. D'altra parte, non vuole neppure che il governo siriano tragga vantaggio dall'impegno statunitense contro lo Stato Islamico".
L'ultima relazione dello International Crisis Group è un esempio della radicata propensione di certe conventicole di Washington a lasciare debole Assad: all'inizio dice che oggi come oggi la situazione in Siria presenta una spirale distruttiva dominata da un crescente radicalismo, da cui né il governo né un'opposizione "moderata" molto indebolita possono trarre alcun vantaggio. Poi però propone di risolvere la situazione inasprendo ulteriormente il conflitto con una escalation guidata dagli Stati Uniti: "Gli USA sono nella miglior posizione per imporre un mutamento dello status quo. Un cambiamento di politica realistico ma incisivo fondato sulla dissuasione, sulla deterrenza o sull'impedire in altro modo al governo di sferrare attacchi aerei nelle aree controllate dall'opposizione potrebbe migliorare le possibilità di arrivare ad una soluzione politica" [il corsivo è di Conflicts Forum]. Questa ambiguità riassume alla perfezione tutti i dubbi di Mosca sulla serietà degli USA sulla sconfitta dello Stato Islamico.  
A prima vista, sembrerebbe che della proposta dello ICG Obama condivida almeno qualche cosa. In un discorso tenuto l'undici settembre 2015 a Fort Meade, Obama ha detto "Sembra ora che Assad sia abbastanza preoccupato da invitare in Siria consiglieri militari e materiale russo" [detto altrimenti, questo indebolimento del governo siriano sarebbe una buona cosa, perché ha reso più concreta la prospettiva di una soluzione politica]. Obama poi ha ammonito la Russia: sostenere il Presidente della Repubblica Araba di Siria Bashar al Assad nella sua lotta contro i ribelli è una politica destinata al fallimento, che "potrebbe definitivamente far naufragare qualunque prospettiva per un accordo di pace in Siria". "Ci rivolgeremo direttamente alla Russia; vogliamo che sappiano che non si può continuare ad alzare la posta basandosi su una strategia destinata a fallire", ha detto Obama. "Se vogliono mettersi con noi e con la coalizione di sessanta paesi che abbiamo messo insieme, possiamo arrivare ad un accordo politico che contempli una transizione in cui Assad lascia il potere ed una nuova coalizione di forze moderate, laiche e propense all'inclusione possa riunirsi per ripristinare l'ordine nel paese".
Certo, è chiaro che prima c'è stato qualche abboccamento tra la Casa Bianca e il Presidente Putin circa le iniziative russe. Probabilmente le indiscrezioni sulla nuova strategia dei russi hanno colto la casa Bianca molto meno di sorpresa di quello che dà ad intendere.
Se consideriamo i due paragrafi qui citati, letti da Obama a Fort Meade, è possibile che si sia pensato apposta allo zoccolo duro dei think tank di Washington di cui lo ICG fa parte, e che perorano rumorosamente la causa dell'interventismo. Questo governo sa che non esiste nulla di simile ad una "coalizione di forze moderate, laiche e propense all'inclusione" pronta a prendere in qualche modo in mano la Siria nel caso il governo siriano si sgretolasse. Lo Stato Islamico ed al Qaeda occuperebbero l'area geografica dove un tempo sorgeva la Repubblica Araba di Siria, e questo successo infonderebbe un'elettrizzante energia agli jihadisti di tutto il mondo.
Obama sta destreggiandosi in una situazione politica complicata. Sta aspettando che al Congresso finisca l'iter sull'accordo con l'Iran e per motivi di politica interna non può certo mostrarsi accomodante con il Presidente Putin o con Assad; né può dare l'impressione che Putin sia più furbo degli USA. Circolano anche voci plausibili sul fatto che Petraeus, il generale Allen ed altri, come la Victoria Nuland che sta brigando perché ai russi vengano negati i permessi di sorvolo, stanno cercando di rendere difficile al Presidente cooperare con la Russia. Lavrov stava pensando a questa possibilità, quando ha detto "Non voglio trarre alcuna conclusione perché non è chiaro cosa pensino, cosa sappiano o che intenzioni ultime abbiano i comandanti [della coalizione che combatte lo Stato Islamico] ma i segnali che arrivano sono di questo genere". Negli USA, il comandante è il generale Allen.
Il terzo paragrafo che estraiamo dallo stesso discorso, probabilmente, non è stato pensato come diretto ai think tank di Washington, ma con riferimento a Lavrov e ai suoi pari: il Presidente infatti ha detto anche che "la buona notizia è che la Russia è preoccupata come noi su come contrastare l'estremismo violento, e anche i russi pensano che lo Stato Islamico sia molto pericoloso. Nonostante i contrasti che ci sono tra noi e i russi su questioni come l'Ucraina, in Siria i nostri interessi possono coincidere". Un suggerimento di quello che verrà dopo l'approvazione dell'accordo con l'Iran? Se così fosse, a due frasi messe lì per il fronte interno ne corrisponderebbe una terza, per far sì che Lavrov intenda cosa bolle in pentola.
In realtà ci sono tre variabili sempre più importanti per il futuro del conflitto siriano, che contano più dei mutamenti dell'atteggiamento europeo nei confronti della Siria anche ora che la Germania va dicendo che l'Europa deve allearsi con Assad per sconfiggere lo Stato Islamico, per quanto una cosa del genere sia ben accolta a Mosca.
In primo luogo, c'è l'intervento armato di Mosca. Per quanto limitato possa essere, l'intervento russo è strategico e la sua importanza non è cosa da sottovalutare. Le forze aeree siriane sono già tornate a compiere operazioni su Idlib ed ha portato a segno attacchi che sono andati ad aggiungersi a quelli che la coalizione ha compiuto sul quartier generale dello Stato Islamico a Raqqa. I russi hanno fornito immagini in tempo reale, intercettori Mig 31 che servono ad impedire l'instaurazione di una no-fly zone, software e hardware più sofisticati per l'aeronautica, più altri armamenti. Del mutamento qualitativo che ne è derivato abbiamo già detto.
Poi c'è la Turchia, uno dei principali sostenitori degli jihadisti, che sta entrando in una crisi vera. Con la popolazione curda del paese è scoppiata una guerra a bassa intensità. Anche se questo provocasse un'impennata del sentimento nazionale, tale da far vincere allo AKP di Erdogan le elezioni di novembre con una netta maggioranza dei voti, difficilmente la situazione del paese ne trarrà vantaggio. La Turchia è divisa innnanzitutto dalla guerra contro i curdi, i cui movimenti giovanili non si faranno di certo mettere all'angolo, e poi dalla pretesa di Erdogan che la costituzione venisse di fatto -ma non di diritto- cambiata per farlo accedere ai pieni poteri di una repubblica presidenziale, dal momento che è stato eletto presidente con il voto popolare. Sul piano interno questo ha causato l'apertura di un secondo fronte, stavolta con l'opposizione non curda, il che non significa che la battaglia sarà meno aspra. In terzo luogo c'è la caduta della lira turca, che ha aperto una crisi economica. Sembra probabile che nei prossimi mesi queste crisi concomitanti peggioreranno.
Infine c'è l'Arabia Saudita. Il prezzo del greggio è crollato e le finanze del Regno ne hanno pesantemente risentito. Anche sul piano politico i sauditi hanno fatto il passo più lungo della gamba: sono in guerra nello Yemen, in Siria, in Iraq, in Libano ed in Libia e si sono adoperati anche per assicurare la sopravvivenza del governo di Al Sissi in Egitto. Inoltre a guidare il regno è un giovane, figlio del re, che per quella che è la misura dei Saud si è spinto oltre ogni limite. Non ha cooptato altri rami della famiglia per distribuire il potere senza fare scontento nessuno; ha convinto suo padre a fare carta straccia degli accordi per la successione alla faccia di tutti gli altri, ha messo le mani sulla Aramco [la compagnia petrolifera nazionale] senza permettere al padre di interferire e soprattutto ha scatenato e guidato la guerra nello Yemen senza cercare e tanto meno ottenere l'approvazione dei familiari. Tra i membri della famiglia reale dei Saud giravano tranquillamente carte -adesso rese pubbliche che invocavano la deposizione del re e dei principi ereditari Mohammad e Naif.
Impossibile dire dove sboccherà la tesa situazione della Turchia e dell'Arabia Saudita di oggi; ciascun paese, per ragioni diverse, pare avviato ad una condizione di intrinseca instabilità ed è difficile capire come faranno ad andare avanti di questo passo senza prendere qualche decisione difficile, anche sulla linea da seguire in Siria, non fosse altro perché entrambi sono in sofferenza a causa della situazione finanziaria in rapido peggioramento. L'Arabia Saudita continuerà a profondere denaro nelle sue guerre, o deciderà di continuare a sostenere il modo di vivere dei suoi sudditi, fondato sui sussidi? Non le sarà possibile fare entrambe le cose molto a lungo. Se uno o l'altro di questi attori dovesse abbandonare il teatro siriano, gli interrogativi sul fatto che USA ed Europa vogliano o meno impegnarvisi nel combattere una buona volta lo Stato Islamico rischiano di acquisire un carattere piuttosto accademico.

30 settembre 2015

Dalle firme al fermo: storia di un firmatario e di un firmato.


Credo sia stato uno dei migliori exploit della mia vita, questo.
Accadde molti anni fa con un ragazzetto che affermava di "giudicare le persone dalle scarpe che portano" (citazione letterale) e che, ovviamente, indossava solo roba firmata. Un pomeriggio, mentre faceva una delle solite tiritere, e aveva addosso una bella camicina, un destino crudele (per lui) mi aveva messo in mano un bel pennarellone Carioca nero con il quale stavo scrivendo un tabellone. Il gesto mi venne spontaneo: gli feci una bella firma con tanto di paraffo sulla camicia. Dicendogli: "O, hai visto che camicia firmata tu ci hai, ora?..."

Riccardo Venturi, febbraio 2007.


Anni fa usammo questo aneddoto per esprimere alcune considerazioni su Boutique Pound e su un suo testimonial pistoiese.
A volte la realtà presenta risvolti curiosi: secondo quanto riferitoci di persona dal firmatario -in tutti i sensi- delle righe su riportate, colui che giudicava le persone dalle scarpe che portavano è stato arrestato il 30 settembre 2015 insieme ad un certo numero di commensali.
Cose che si ostinano incredibilmente a succedere anche ad esponenti del mondo elegante, nonostante l'intero apparato statale si sia adoperato non poco perché le sue "leggi" venissero applicate ai poveri e venissero interpretate per i ricchi.
Non è dato sapere che scarpe indossasse al momento dell'arresto, sicché nell'immagine ci sono quelle che presumibilmente indossavano i gendarmi che si sono occupati della questione.
Chissà che giudizio si sono meritati e se un buon uso del lucido e della spazzola, una inappuntabile allacciatura avranno sollecitato la clemenza di quello che possiamo a buon diritto indicare come il firmato.
Ora, visto che chi si trova in condizioni di detenzione difficilmente fa sfoggio di eleganza, questo signore può solo sperare che chi sarà chiamato a giudicarlo operi secondo parametri meno risibili dei suoi.

29 settembre 2015

Firenze: le pulitissime pensiline degli autobus urbani



Qualche anno fa un certo Filippo Bonaccorsi mandò a dire alle gazzette che attaccare manifestini sulle pensiline che contrassegnano molte fermate degli autobus urbani era roba da giustizia penale, e che nessuno si riazzardasse a manifestare "mancanza di senso civico e di rispetto per la cosa pubblica" ricordando anche solo di sfuggita i limiti, le storture e le ridicolaggini del capitalismo e dell'"occidente" su qualche volantino o con qualche scritta a pennarello.
Secondo le gazzette la gendarmeria trovò anche i mezzi e il tempo di "identificare gli autori delle scritte e dei vari manifestini affissi", da denunciare con comodo. Già questo basterebbe per schernire ancora una volta le ciance della spazzatura "occidentalista" sull'insihurézza e i'ddegràdo imperanti e sui fòffi (le FF.OO. dei comunicati governativi) figli di poveri in trincea contro orde di barbari screanzati misti a cavallette e zanzare tigre e cani mordaci che poi c'ènno anche i pedofili e l'estremismislàmiho.
Va soprattutto detto che la cianciata "cosa pubblica" di quel ben vestito del Bonaccorsi non è più pubblica da un pezzo e che le aziende devono produrre utili. La fornitura di servizi è una componente di troppo, fastidiosa e magari eliminabile.
In quella direzione c'è ancora da fare un po' di strada: intanto vediamo di eliminare anche da lì qualunque forma di dissenso non virtuale. Cosa devono vedere quelli che prendono l'autobus lo decidiamo noi, ovviamente non gratis.
La foto in alto ritrae un risultato qualunque di questo nuovo ed elegante corso: la sovversione che domina ad ogni livello i "valori occidentali" rende puramente accessorio il fatto che gli autobus urbani debbano trasportare persone da una parte all'altra di una città, e su come l'ATAF fa quello che dovrebbe essere il suo mestiere (magari loro la chiamano mission aziendale, per amor di chiarezza) c'è ogni giorno non poco da ridire.
In compenso le pensiline sono tenute come salotti: la committenza delle pubblicità legalissimamente affisse gode di attenzioni superiori a quelle dell'utenza e nessuno oserebbe contraddirne le aspettative. Il caso ritratto è interessante. La pubblicità raffigura quelli che paiono quattro bocciati a scuola travestiti da promotori finanziari, in posa da buttafuori di postribolo balcanico. Non conocendo la lingua non si avrebbe idea alcuna di cosa sia questo masterchef. Tocca andarselo a cercare e viene fuori che sarebbe una trasmissione televisiva in onda già da anni, in cui questi signori trafficano con tegami e forchettoni come casalinghe qualsiasi.
Per vederli si dovrebbe anche pagare.

26 settembre 2015

Se la NATO si intromette nel conflitto siriano



Traduzione da Conflicts Forum.

Lawrence Wilkerson è stato direttore del Dipartimento di Stato sotto Colin Powell. Nella sua presentazione in The travails of Empire parla di come gli USA si siano attivamente adoperati perché la situazione in Medio Oriente rimanesse invariata fin dai tempi dell'incontro di Roosevelt con re Abdul Aziz nel 1945, avvenuto su una nave da guerra nei Laghi Amari di Suez. Il primo caso pratico di applicazione di questa dottrina fu il rovesciamento del governo di Mossadeq in Iran, attuato assieme ai britannici. "All'epoca, il 40% della valuta forte di cui poteva disporre il Regno Unito veniva dal petrolio angloiraniano [che Mossadeq minacciava di nazionalizzare]. Fu insediato lo Shah, e la situazione rimase la stessa per i successivi ventisei anni", spiega Wilkerson.
Poi esclama: "Ma ecco che -bum!- gli iraniani si stancarono". Sicché, dopo il 1979, "abbiamo ristabilito la situazione mettendo gli arabi contro i persiani: Baghdad e Tehran divennero nemici irriducibili, e così abbiamo mantenuto l'equilibrio". Wilkinson racconta che così stavano le cose quando egli fece il suo ingresso sulla scena: il sentire predominante, all'epoca da lui condiviso, era che l'AmeriKKKa avrebbe dovuto lasciare che i due contendenti si ammazzassero tra loro. "Abbiamo fatto il doppio gioco [nella guerra tra Iran e Iraq]". Quando sembrò che l'Iran potesse vincere, l'AmeriKKKa decise di schierarsi con l'Iraq. In seguito, quando fummo costretti a spodestare Saddam Hussein, l'equilibrio che avevamo costruito "se ne andò a quel paese". Così, dice, "alla fine siamo giunti alla conclusione che [per gli USA] rimanere in Medio Oriente è pericoloso perché può contribuire ad unire molti elementi eterogenei in una sola opposizione contro di noi: per questo ce ne siamo tirati fuori".
Cosa c'entra tutto questo con la Siria? Lasciare che arabi e persiani dessero sfogo al loro odio viscerale armando gli uni contro gli altri fu una decisione che provocò disastri e caos, non certo un "equilibrio di poteri facile da gestire". A tutt'oggi, come spesso succede, la lezione della storia pare sia stata velocemente dimenticata e la solita idea di agevolare un "equilibrio" tra fazioni in lotta tra loro ed in ugual misura disprezzate dall'Occidente -Saddam contro Khomeini, per dire- è ancora difficile da sopire.
I leader europei di oggi, in Francia e nel Regno Unito in modo particolare, considerano parimenti cattivi il Presidente Assad e le sue bombe artigianali ed uno Stato Islamico con la propensione all'assassinio facendo pensare che nessuno dei due debba prevalere. Più o meno lo stesso spirito che dominava a Washington ai tempi del conflitto tra Iran ed Iraq: secondo Wilkerson era un po' una cosa del tipo che quando l'ultimo iracheno e l'ultimo iraniano si sarebbero trovati faccia a faccia "noi statunitensi gli avremmo dato due pistole da duello".
Ad essere sinceri Wilkerson oggi deplora il fatto di aver in passato assunto questo atteggiamento, ed in alcune interviste successive ne dà la colpa all'essersi lasciato andare all'atteggiamento occidentale improntato all'orientalismo. In ogni caso esiste nella politica europea un nuovo orientalismo a tutt'oggi presente ed in crescita, rafforzato ogni giorno dal massiccio afflusso di rifugiati che raggiunge l'Europa. In ogni caso esistono anche altre correnti di pensiero che invitano a riconsiderare il tutto, e sembra possibile che siano destinate a prevalere: si consideri il recente cambiamento di rotta dell'Unione Europea, che ha accettato che il Presidente Assad rimanga in carica nel corso di un'ipotetica "transizione".
Crispin Blunt presiede la commissione di lavoro sugli affari esteri nel parlamento britannico; è tra quelli che specificano come "nessuna presa di posizione nei confronti dello Stato Islamico può dirsi compiuta senza una coerente politica nei confronti del governo di Damasco, e di un accordo in Siria". Secondo Blunt "prima di partire con iniziative diplomatiche multilaterali il parlamento britannico ed il governo devono trovare il coraggio di discutere apertamente del futuro di Bashar al Assad. Pretenderne la cacciata senza alcun riguardo per la complessità della situazione non è il miglior modo di mandare avanti la politica estera. E' ora di ammettere che tra le nostre priorità e tra i nostri valori c'è la tutela delle condizioni di sicurezza per gli esseri umani cui si deve giungere con una soluzione politica che metta fine alle violenze, anche se questo può portare, sul piano morale, a dilemmi difficili da risolvere".
Nonostante tutto questo pare che la politica europea si stia muovendo con pochissima decisione, forse ancor più degli Stati Uniti, su quella Siria che è la più essenziale delle questioni geostrategiche. Dal punto di vista emotivo la politica europea si trova sotto il fuoco incrociato delle immagini dei profughi in ingresso da una parte e di quelle delle umane sofferenze dall'altra; i politici europei non hanno risposte per la crisi dei profughi e la politica brancola nell'incertezza, presa in mezzo tra le immagini dei profughi e quelle degli orrori e del carnaio in atto in Siria ed in Iraq.
Per rimanere sul concreto, è sufficiente paragonare le parole di Blunt con il discorso pronunciato da Cameron in parlamento il 2 settembre scorso: "Assad deve lasciare, lo Stato Islamico deve sparire, e in una certa misura questo richiedera non solo denaro, aiuti e diplomazia, ma all'occorrenza anche un duro impiego della forza militare". Questo ha detto il Primo Ministro. E' chiaro che le parole di Cameron non fanno riferimento ad una strategia coerente, ma forse l'Europa ha almeno cominciato a muoversi invece di rimanere impantanata, come gli USA ai tempi della guerra tra Iran e Iraq, in una fallimentare politica che puntava ad arginare entrambi i contendenti. Sicuramente, l'afflusso di profughi in Europa ha a suo modo contribuito, e forse questo era nelle intenzioni dei suoi promotori: ma questo contributo andrà a migliorare le cose o a peggiorarle?
Certi funzionari in Turchia starebbero facilitando l'uscita dei profughi siriani dai campi nella Turchia meridionale, nella speranza che in Europa si finisca per propendere per la cacciata del Presidente Assad come insinuato da Cameron: ad agosto il fenomeno ha avuto un picco senza precedenti ed altrimenti inspiegabile se non fosse per il fatto che la fine di Assad è il loro obiettivo fin da quando è cominciato il conflitto. Tuttavia, pare che in linea di massima si stia andando in tutt'altra direzione, dando ragione ai realisti che pensano che il governo siriano sia un alleato necessario in qualsiasi guerra contro lo jihadismo militante.
Il Regno Unito e la Francia stanno pensando ad attacchi aerei "contro lo Stato Islamico" dall'Iraq (dal sud del paese, più che dal nord) che di fatto trasformeranno la maggior parte della Siria in una no-fly zone. Anche questo ad Erdogan potrà far piacere, ma sicuramente non ne farà al Presidente Putin.
La scorsa settimana abbiamo accennato a quanto già successo in Libia, dove una no-fly zone stabilita dalla NATO in base ad una risoluzione dell'ONU venne utilizzata in modo distorto -secondo il punto di vista dei russi- perché facesse da sostegno agli insorti anti Gheddafi e per fornir loro appoggio aereo per mesi e mesi, finché la Libia non ne è uscita in pezzi.
Fin dall'inizio del conflitto in Siria i russi hanno detto che non avrebbero tollerato una riedizione del precedente libico. A partire dal 2013 i funzionari russi hanno rilasciato molte dichiarazioni in cui avanzavano obiezioni formali nei confronti di qualsiasi no-fly zone in Siria. Alcune dichiarazioni del Presidente Putin, redatte in termini perentori, non hanno lasciato dubbi sul fatto che i russi fossero propensi ad opporsi attivamente ad un simile sviluppo. Di qui la decisione dei russi di intervenire in Siria con una limitata presenza militare, per impedire agli occidentali di mettere in Siria un piede nella porta da usare per fornire appoggio ravvicinato alle proprie fazioni di riferimento, e che avrebbe finito per provocare il crollo dello stato siriano.  
Da ex funzionario dei servizi militari statunitensi, Pat Lang afferma:
Le mie fonti mi dicono che le schermaglie intrinseche all'amministrazione Obama sono alla base di quella che a mio parere è una decisione scriteriata, vale a dire opporsi all'intervento militare russo nella guerra civile in atto in Siria.
I dilettanti all'opera alla Casa Bianca, al National Security Council e al Dipartimento di Stato continuano a non capire che la colliquazione dello stato siriano porterà inevitabilmente alla creazione di un organismo statale dominato dagli jihadisti, là dove oggi c'è la Siria. Non è chiaro se questo stato sarà controllato da an Nusra o dallo Stato Islamico, ma è chiaro che in un caso o nell'altro si determinerà una situazione infetta, che sarà l'inizio della fine per qualunque governo moderato in Medio Oriente. Il trionfo dello jihadismo salafita sarebbe un esempio capace di agire come una potente leva sul capitale umano disponibile per il reclutamento e per la sovversione, e a mio parere nessun governo sarebbe in grado di opporsi ad un fenomeno del genere.
Per prevenire tutto questo i russi sembra abbiano intenzione di rafforzare il governo siriano: gli Stati Uniti stanno facendo tutto quello che possono per metter loro i bastoni tra le ruote. Gli USA hanno fatto pressione su vari governi per indurli a negare i permessi di sorvolo agli aerei cargo russi diretti in Siria. Hanno anche cercato il modo di far sì che le navi russe si vedessero negato il passaggio dal Bosforo e dai Dardanelli. Cosa diavolo stiamo pensando di fare?
Secondo noi di Conflicts Forum questo indica che sta tornando fuori l'altra vecchia storia dell'equilibrio dei poteri: col crescere della presenza aerea di Regno Unito, Francia, Turchia e Stati Uniti il contesto somiglierà sempre di più a quello della NATO in Libia. Il Presidente degli Stati Uniti sta fiaccamente collaborando in qualche misura con i russi, ma quest'altro circuito dell'equilibrio dei poteri, sempre al suo posto dai tempi della guerra fredda, sta ricevendo scariche elettriche: la NATO contro Putin. Ogni mossa russa, come nei riflessi pavloviani, deve suscitare una reazione con buona pace delle volte che si è fin lì seriamente posta attenzione agli interessi geostrategici dell'Occidente.
Il fatto che la cosa sia in mano alla NATO e non segua invece una fredda definizione di come stanno le cose sul terreno in Medio Oriente risulta chiaro da quello che succede in Bulgaria. Nello stesso momento in cui il governo bulgaro sta cercando di convincere la Russia che si può anche rivedere tutta la questione del gasdotto South Stream, arriva la NATO a fare pressioni perché ai russi siano negati i sorvoli, costringendo i bulgari a rimetterci. Lo stesso vale per la Grecia e per l'Ucraina.
Il pericolo di una stolta intromissione della NATO nel conflitto siriano è appunto questo, il mettere Russia e Stati Uniti semplicemente uno contro l'altro, invece che considerarli come stati che hanno anche vari motivi di attrito, ma che sono d'accordo sul fatto che si debba trovare una soluzione al conflitto. A trarre beneficio da un risultato del genere saranno solo gli jihadisti, o comunque gente di quel genere.

Post scriptum. Nel caso qualcuno pensi che an Nusra potrebbe dopotutto rappresentare l'alternativa più accettabile, chissà che questo resoconto dello statunitense Institute for the Study of War non possa chiarirgli le idee.
An Nusra [Al Qaeda] si comporta in modo più sottile ed insidioso dello Stato Islamico, ed è più difficile da arginare o da sconfiggere. Lo Stato Islamico intende stabilire un controllo diretto, aperto e gerarchico; an Nusra invece mantiene una forza militare di élite in grado di conquistare alleati tra le opposizioni armate, e di garantire per strutture governative tagliate a misura per i contesti locali in aree del paese prive di governo. An Nusra ha tratto vantaggi dalla mancanza di un efficace intervento occidentale in Siria, e ne ha tratti ancora di più dalla radicalizzazione dell'opposizione siriana dopo il settembre del 2013, quando la decisione degli USA di non intervenire in Siria demoralizzò vasti settori dell'opposizione. An Nusra può contare su un afflusso di combattenti stranieri e contribuisce ai contingenti dell'opposizione con la competenza che le sue forze speciali hanno nella guerra asimmetrica, assicurando consistenti vittorie alle campagne dei ribelli per mezzo del proprio contributo allo sforzo militare inteso nel suo senso più ampio... [questo] ha fatto crescere l'importanza relativa del contributo di an Nusra al conflitto: con la sua campagna militare an Nusra ha acquisito un notevole ascendente sugli altri gruppi ribelli. Alla fine del 2014 l'ascesa dello Stato Islamico ha provocato un mutamento nell'ambiente in cui si combatte ed ha costretto an Nusra a notevoli cambiamenti del proprio schieramento nel paese. E' possibile che col tempo questi cambiamenti facciano sentire le loro conseguenze sulla rete di ribelli dell'organizzazione. Comunque, l'essere riuscita ad estendere la propria influenza sulle formazioni ribelli ha impedito ad an Nusra di perdere il sostegno popolare nel breve termine, nonostante il suo atteggiamento sempre più aggressivo. Non è dunque probabile che la posizione di an Nusra tra le formazioni ribelli potrà indebolirsi senza ulteriori pressioni esterne.

25 settembre 2015

Medio Oriente. Una interpretazione dei mutamenti strategici in atto.



Traduzione da
Conflicts Forum.

Sembra proprio, fatti salvi i margini di incertezza che sono una costante del mondo di oggi, che il Presidente Obama abbia accolto le suppliche dei senatori democratici e abbia promesso il veto per ogni risoluzione negativa che possa venire dal Congresso: senza dubbio le schermaglie legislative destinate ad intralciare le questioni iraniane andranno avanti, vigorosamente sostenute da quanti si oppongono all'accordo sul nucleare raggiunto dai "cinque più uno" e dai loro amici nello stato sionista; dal canto suo l'Arabia Saudita continuerà a lamentare ancora più forte il terrorismo iraniano per caldeggiare nuove ondate di sanzioni. Ma in buona sostanza, cosa comporta l'accordo raggiunto con l'Iran?
In due parole, esso implica un mutamento epocale. Il panorama mediorientale ne uscirà completamente cambiato. L'accordo apre la strada ad interpretazioni della politica e degli eventi del tutto diverse, fino ad oggi tenute fuori dal mainstream mediatico e faciliterà cambiamenti nel sentire politico in un significativo numero di stati sovrani. Cambiamenti attesi molto a lungo.
In parecchi dei suddetti stati potrebbe finalmente togliere di mezzo le vecchie tiritere della politica estera da guerra fredda, occidentali e neoconservatrici, secondo cui in diplomazia non si deve mai concedere nulla all'avversario ma anzi si deve darci dentro con ogni genere di angheria economica e militare fino a quando l'avversario non schianta o non viene rimpiazzato (o rimpiazzata) da un "uomo del Bilderberg".
Per qualcosa come trentacinque anni dal 1979 in poi i paesi mediorientali che godono di credito in Occidente -lo stato sionista e i paesi del Golfo- hanno insistito perché si tagliasse la testa alla vipera iraniana, per dirla con le parole dell'ultimo re saudita, o perché si bombardasse il paese, come pretenderebbe lo stato sionista fin dai tempi della sconfitta elettorale dei laburisti nel 1996. E se proprio non si poteva, che almeno lo si ingabbiasse, lo si isolasse totalmente dal resto dal mondo e lo si riducesse ad un paria. L'Occidente si è mostrato contento di far propria questa istanza, dopo il colossale imbarazzo del Presidente Carter per la vicenda degli ostaggi all'ambasciata statunitense di Tehran. Solo che si è trattato di una linea politica molto costosa da seguire.
Ovviamente, l'Iran non si è fatto mettere in gabbia senza recalcitrare e specialmente dopo esser stato incasellato nell'"asse del male" da Bush ha messo in piedi un bell'ensemble di insofferenti alla subordinazione. Per tutto questo tempo, lo scontro fra due dinamiche opposte non ha fatto che inasprirsi. Da una parte il Golfo, sempre più timoroso nei confronti del "fronte della resistenza" e sempre più propenso ad invocare misure di isolamento sempre più drastiche. Dall'altra un Iran sempre più ostinato nei tentativi di trovare vie di fuga tra una sbarra e l'altra e di uscire dall'angolo. Il tentativo di stabilire una dinamica in cui il potere stava da una parte sola, dove per gli uni c'erano solo costrizioni e umiliazione e per gli altri c'era il riconoscimento pieno dello status di alleati e il diritto di stabilire come stavano le cose, ha fatto germogliare conflitti di resistenza e di reazione in tutto il Medio Oriente.
Una delle principali conseguenze di tutto questo è stato che la regione ha inziato ad essere vista e dunque interpretata in Occidente secondo l'ottica dei paesi del Golfo e di quella dello stato sionista, sempre più coincidenti. L'Occidente ha scatenato delle guerre che hanno rispecchiato vecchie ruggini regionali o colpito gli orticelli personali come quello di Gheddafi, più che servire ad un'autentica definizione degli interessi occidentali.
Ed ora, ecco che l'Iran ha il suo momento. Non è chiaro se gli Stati Uniti continueranno a cercare di circoscriverne l'influenza in qualche altro modo anche dopo la ratifica dell'accordo: oggi come oggi per tutto il resto del mondo l'Iran è alla ribalta. Il suo status di potenza regionale rappresentava già un dato di fatto, e adesso è da tutti riconosciuto. La cosa, sicuramente, cambierà il bilancio dei poteri in Medio Oriente a detrimento dei paesi del Golfo e dello stato sionista. Per la prima volta dopo decine di anni un certo modo di intendere il Medio Oriente perderà il proprio diritto al sostegno garantito e troveranno posto anche altre concezioni, altre versioni sugli eventi regionali. Dopo molto tempo ricominceremo a vedere che ogni evento ha un aspetto molteplice.
Ad essere ancora più significativo è il fatto che il riconoscimento dello status di potenza regionale per la Repubblica Islamica dell'Iran avviene in un momento in cui il mondo sunnita è in crisi; una crisi che non è stata creata dall'Iran in quanto tale ma dal lungo crollo del "sistema arabo", e della parallela crisi intrinseca al mondo sunnita. A prescindere dalle circostanze, l'accordo raggiunto con l'Iran rappresenta il trionfo del Presidente Obama sull'approccio distruttivo alla diplomazia che caratatterizza i neoconservatori e i neoliberisti; per questo la cosa ha un'importanza simbolica di per sé. L'Occidente è dovuto venire a patti con uno stato sovrano che si oppone nettamente al preteso "eccezionalismo" degli Stati Uniti ed alle loro pretese di egemonia regionale secondo la dottrina Carter. Ovviamente questo non significa essere antioccidentali tout court.
Al centro dei timori dei paesi del Golfo e dello stato sionista c'è proprio questo. Per tutti questi anni i paesi del Golfo hanno potuto delegare la propria politica estera, appoggiandosi pesantemente agli USA e all'Europa, sicuri di aver diritto a canali privilegiati in quante parte del campo occidentale. Oggi però l'accordo con l'Iran ha permesso l'effettivo rafforzarsi di un altro ethos politico: i paesi non occidentali hanno il diritto di essere non occidentali, nelle varie accezioni che il concetto può assumere. Iran, Russia e Cina si adoperano tutti in quest'ottica, sia pure secondo modalità molto differenti. Può sembrare che l'idea di appartenere ad una non meglio definita "sfera non occidentale" abbia in sé qualcosa di astratto, ma possiamo considerarla meno significativa dell'insistere sulla propria "europeicità" da parte di un'Europa in cui ci sono divergenze tanto profonde?  
Per più versi, che coloro che appartengono al "non occidente" abbiano il diritto di essere "non occidentali" ciascuno a suo modo è un concetto che potrebbe rivelarsi dotato di maggiore concretezza di quanta non ne abbia il costrutto di "europeicità" degli stati europei. Oggi, il fatto di essere "non occidentali" all'ombra di una supremazia rusa e cinese viene associato in misura sempre maggiore al proteggersi dall'egemonia direttiva sulla finanza e sul commercio mondiali esercitati dalla potenza degli Stati Uniti -più che dalla loro egemonia militare- oltre che dalla stretta ideologica rappresentata dall'approvazione di Washington. Si tratta, in altre parole, di una riappropriazione di sovranità economica, dell'abbandono dei legami imposti dalla finanza mondiale (le cosiddette treasury wars) in favore di una sfera commerciale sicura, libera dalla minaccia di sanzioni e dell'esclusione da tutti i meccanismi della finanza.
L'espressione "non occidentale" può anche sembrare piuttosto astratta, ma le intenzioni dei "non occidentali" sono concrete e sono costituite da una praticissima scaletta di interessi in comune: i paesi "non occidentali" intendono realizzare un sistema commerciale e finanziario parallelo fuori dalla portata delle pretese di giurisdizione degli Stati Uniti, che al momento attuale riguardano più di seimila istituzioni finanziarie e bancarie.
In questo momento, e paradossalmente, l'Unione Europea sta andando nella direzione opposta, centrando il proprio sistema finanziario su un sistema che subordina la direzione dell'economia globale al benestare di Washington.
E qui iniziano i problemi. Di fatto Obama, negoziando con uno stato che si oppone senza mezzi termini ad ogni tipo di egemonia statunitense, ha fatto passare il concetto che la vecchia dottrina per il Medio Oriente formulata da Lord Curzon e poi inglobata nella dottrina Carter[*] sia ampiamente giunta a scadenza. Inoltre, così com'è è una dottrina che non si addice più ai fini economici e militari degli Stati Uniti in un mondo ormai cambiato. Il presidente degli USA lo ha capito ed è stato chiaro: con l'Iran o si va al negoziato o si va alla guerra, e la guerra non la vuole nessuno ad eccezione di Netanyahu. Tenergli il fiato sul collo non è servito a nulla.
Tutto questo lascia chiunque abbia passato decine e decine di anni ad abbuffarsi alla più importante greppia occidentale in una situazione in cui dominano ansia e senso di precarietà. Questo cambiamento di rotta nella diplomazia statunitense potrebbe rivelarsi di per sé significativo come quello operato dopo il secondo conflitto mondiale dalla Gran Bretagna, che decise di abbandonare le vecchie élite indiane. Bruce Reidel centra la questione quando scrive che oggi come oggi non c'è comunanza di interessi tra USA ed Arabia Saudita, e che i due paesi stanno prendendo ciascuno la sua strada. Certo, a Washington non metterebbero mai la cosa in questi termini, anzi direbbero il contrario: per le vecchie colonie garanzie di sicurezza e buoni del tesoro di qui all'eternità, come fece Mountbatten in un'altra epoca in cui a cambiare erano gli interessi ed anche le capacità del Regno Unito.
All'indomani di una visita ufficiale di re Salman negli USA Tom Friedman -che è noto per i suoi ottimi rapporti con la Casa Bianca- si è prodotto nell'epitaffio della vecchia amicizia, e non è certo possibile che si tratti di una coincidenza. Friedman ha scritto sul NY Times quello che la diplomazia non ha permesso ad Obama di dire in faccia al re saudita:
"Se pensate che l'Iran sia l'unica fonte di problemi in Medio Oriente, si vede che l'undici settembre dormivate: quindici dei diciannove dirottatori venivano dall'Arabia Saudita. Nulla ha fatto più male alla stabilità e alla modernizzazione del mondo arabo e del mondo islamico in generale delle carrettate di miliardi di dollari che i sauditi hanno investito dagli anni Settanta in poi per spazzar via il pluralismo dall'Islam -i sufi, i sunniti moderati, le diverse tendenze dell'islam sciita- per imporre al suo posto l'islam salafita e wahabita puritano, antimoderno, antifemminile ed antioccidentale promosso dall'establishment religioso del loro paese.
Non è certo un caso che migliaia di sauditi si siano uniti allo Stato Islamico, o che le organizzazioni caritatevoli dei paesi del Golfo gli abbiano elargito donazioni. Tutti gli jihadisti di ispirazione sunnita -lo Stato Islamico, Al Qaeda, il Fronte an Nusra- sono i frutti ideologici dello wahabismo inoculato dall'Arabia Saudita nelle moschee, dal Marocco al Pakistan fino all'Indonesia.
Noi, in USA, non abbiamo mai chiamato l'Arabia Saudita a rendere conto di tutto questo. Noi siamo dipendenti dal loro petrolio, e un tossicodipendente non dice mai la verità al suo spacciatore".
In questo mutamento di prospettiva il problema è che dopo il raggiungimento di un accordo da parte dei "cinque più uno" quanti pensano che Iran, Russia e Cina dovrebbero mostrarsi più condiscendenti e più accomodanti nei confronti di quella che l'Arabia Saudita considera una soluzione alla questione siriana potrebbero rimanere delusi. Per l'Iran, la Russia e la Cina la sconfitta dello jihadismo radicale armato è questione di primario interesse nazionale, e la Siria in questa guerra rappresenta la trincea di prima linea. La Guida Suprema e il ministro degli esteri Lavrov hanno di recente rilasciato una dichiarazione che fa pensare ad un rafforzarsi dell'appoggio fornito allo stato siriano nella guerra contro lo jihadismo, e non certo il contrario. In altre parole, invece che mostrarsi accomodanti, i "non occidentali" sembra si sentano più forti. Ancora una volta, questo non significa affermare che siano antioccidentali per partito preso: i "non occidentali", semplicemente, sono in disaccordo con l'Occidente su questioni fondamentali che riguardano i loro interessi.
Pat Lang è stato un funzionario civile di alto livello nei servizi segreti dell'esercito statunitense e facendo riferimento alle proprie fonti a Washington afferma a proposito dei resoconti mediatici sull'arrivo di una componente aerea russa in Siria che "il governo statunitense crede che la Russia abbia deciso di alzare il livello del proprio intervento nella guerra civile siriana, e dei connessi rischi. I motivi e la consistenza di questo accresciuto coinvolgimento non sono ancora chiari". Lang suppone che "abbiamo motivo di credere [questo, secondo le fonti cui Lang ha accesso] che i russi piazzeranno unità aeree in Siria [esistono resoconti credibili sulla consegna all'aeronautica militare siriana di sei Mig 31 ordinati nel 2007] per fornire supporto aereo ravvicinato all'esercito siriano. I russi costruiranno un'altra base navale sulla costa siriana nella zona di Latakia... Questa base potrebbe avere molte funzioni utili, ma è ovvio che ad una maggiore presenza russia corrisponde il bisogno di vie di approvvigionamento più ampie in grado di accogliere le merci trasportate via mare. Per una presenza corposa, l'aviotrasporto non è mai sufficiente". Inoltre, Lang scrive:
"Diventa sempre più chiaro che la sola presenza di missili da difesa Patriot controllati da personale della NATO nella provincia turca dello Hatay si è rivelata un fattore significativo per permettere ad an Nusra (Al Qaeda) di impadronirsi della provincia siriana di Idlib e della zona della provincia di Aleppo posta a nord del capoluogo. Facile capire come sono andate le cose. I radar delle batterie di Patriot hanno una portata che va ben al di là della frontiera tra Turchia e Siria. Gli aerei militari siriani che entrano in questo spazio aereo vengono rilevati da questi radar. Per ogni pilota militare essere individuato da un radar che acquisisce bersagli per conto di una batteria antiaerea è qualcosa di profondamente scoraggiante. Quindi, l'aviazione siriana non ha avuto un ruolo rilevante nel cercare di fermare l'avanzata jihadista nella zona [il nord della Siria e Kobane]. E questo è proprio quello cui Erdogan stava pensando quando ha chiesto che la difesa aerea della NATO si schierasse alla frontiera turca" [Si noti che lo schieramento dei missili è iniziato nel gennaio del 2013].
Noi di Conflict Forum prendiamo atto del fatto che i missili Patriot, a seguito di un accordo tra russi e statunitensi, verranno ritirati dalla Turchia meridionale e ridispiegati in Lituania. Sembra anche che il discusso accordo del generale Allen sulla zona a divieto di sorvolo verrà riconsiderato, alla luce di una cooperazione russo-statunitense. L'invio dei Mig 31, che sono degli intercettori sofisticati e non aerei per il supporto ravvicinato, punta chiaramente a respingere il tentativo della Turchia di instaurare una no-fly zone di fatto lungo il confine nord della Siria. Si afferma anche, e sono affermazioni credibili, che la Russia stia fornendo alla Siria immagini satellitari. Anche questo rappresenta un rovesciamento della situazione: erano i ribelli siriani a ricevere dalla NATO immagini in tempo reale, in un flusso che adesso si è interrotto e che passava presumibilmente dalla Turchia, mentre le forze regolari nulla ricevevano dalla Russia.
Come scrive Patrick Bahzard, "Fin dall'inizio della guerra civile in Siria i russi hanno detto con chiarezza che non avrebbero tollerato che si ripetesse quanto successo in Libia. Già nel 2013 funzionari russi avevano rilasciato molte dichiarazioni in cui si dicevano formalmente contrari all'instaurazione di una zona a divieto di sorvolo. Alcune dichiarazioni in cui il Presidente Putin si esprimeva in proposito senza mezzi termini avevano tolto ogni dubbio circa l'intenzione dei russi di opporsi attivamente a qualsiasi sviluppo in quella direzione".
Qui a Conflicts Forum non pensiamo che la Russia intenda intervenire massicciamente in Siria perché questo incrinerebbe gli accordi con Washington. Pensiamo che non sarà in ogni caso necessario. L'arrivo dei Mig 31, di nuovi armamenti, di apparati per la visione aerea notturna, di personale russo per il supporto a terra e la fornitura di immagini satellitari dovrebbero essere sufficienti a rovesciare le sorti della guerra. Con questo non si intende dire che Turchia ed Arabia Saudita non cercheranno di lanciare un'altra ondata di jihadisti in Siria attraverso la frontiera settentrionale, stavolta composta per lo più di combattenti turkmeni.  
I profondi mutamenti strategici in corso nella regione all'indomani dell'accordo con l'Iran hanno implicazioni portentose. Per l'Arabia Saudita le cose sono chiarissime: il corsivo di Tom Friedman descrive l'aria che tira. La Russia, in coordinamento con gli USA pur con tutti gli evidenti limiti che un coordinamento ha in simili casi, manderà all'aria ogni calcolo fatto sul conflitto in Siria. La guerra dei sauditi nello Yemen sta diventando una palude, proprio come le loro iniziative in Libia. Dal punto di vista politico e dal punto di vista economico il regno ha fatto il passo più lungo della gamba, e sta mostrando vulnerabilità significative.
La frase con cui Tom Friedman chiude il suo articolo, "Noi, in USA, non abbiamo mai chiamato l'Arabia Saudita a rendere conto di tutto questo. Noi siamo dipendenti dal loro petrolio, e un tossicodipendente non dice mai la verità al suo spacciatore" non corrisponde più alla verità. E' la produzione di greggio saudita che danneggia oggi l'industria statunitense del fracking. Paradossalmente, l'acclamatissima e crescente autosufficienza energetica degli Stati Uniti potrebbe respirare, se la produzione saudita per un motivo o per l'altro non raggiungesse i mercati. Il grande, autentico cambiamento è questo. 
 

[*] "[Ci serve una] facciata araba, governata e amministrata sotto guida britannica, controllata da maomettani del posto e nella misura del possibile da personale arabo... Il territorio conquistato non dovrebbe essere oggetto di una vera e propria annessione da parte del conquistatore; il suo assorbimento può essere coperto da artifici costituzionali e prendere la forma di un protettorato, di una sfera di influenza, di uno stato cuscinetto e così via".

21 settembre 2015

L'Arabia Saudita e l'effetto domino



Traduzione da Conflicts Forum.

Che il calo del prezzo del greggio rappresenti una brutta batosta per l'economia dell'Arabia Saudita è scontato. Solo che il petrolio non rappresenta un cespite come un altro: nel sistema finanziario mondiale il petrolio è qualcosa di unico nel suo genere e questo significa che un crollo del suo prezzo ha oggi ed avrà un domani conseguenze molto più ampie di un mero taglio alle entrate dei sauditi. Detto altrimenti, le minori entrate dovute al calo del prezzo sono solo un aspetto della questione, e forse un aspetto che non è quello che più impatta sulle sorti del regno. Esistono fattori globali, legati al ruolo strutturale che il petrolio ha nel sistema globale, che sono altrettanto importanti delle entrate pure e semplici, e che possono diventarlo anche di più.
Uno di questi fattori globali è rappresentato dal fatto che il crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime in genere sta rendendo sempre più insostenibili i tassi di cambio ancorato di vari paesi, Emirati Arabi ed Arabia compresi. Questo indebolimento sta causando una fuga di capitali, al crollo del mercato azionario e al conseguente depauperamento delle riserve valutarie, messo in atto per proteggere il valore della moneta. La mera diminuzione delle entrate dovuta al ribasso del greggio ne esce amplificata ed inasprita.
Il crollo del prezzo del petrolio ha anche innescato un circolo vizioso negativo: la caduta del mercato azionario, così come quella del greggio e delle materie prime hanno contribuito di per sé a indebolire la fiducia in altri settori, dalla solidità delle imprese a quella dei titoli di stato. L'ultimo crollo azionario alla borsa di Shanghai ha vaporizzato qualcosa come cinquemila miliardi di dollari, che sono il doppio di tutti gli scambi delle borse brasiliana, indiana, russa e sudafricana. Anche le borse mediorientali hanno sofferto di questa perdita di fiducia. Secondo Citi Bank il PIL dell'Arabia Saudita crollerà quest'anno del 22%, cosa che imporrà quasi di sicuro una politica di privatizzazioni e di taglio delle spese. L'aspetto globale del problema, in questo caso, è che quando crolla il prezzo di un cespite importante come il greggio si ricorre alla vendita di qualcos'altro per colmare l'ammanco o per contrastare la fuga dei capitali. Questo, in un momento in cui il sistema finanziario presenta bolle enfiate e pronte ad esplodere può causare un crollo della fiducia caratterizzato da un effetto domino. L'Arabia Saudita ed altri paesi mediorientali come l'Egitto saranno particolarmente epsosti a qualunque crollo di fiducia di dimensioni appena più ampie che si verifichi nel sistema finanziario globale. Questo ha implicazioni geopolitiche profonde: paesi che devono la loro sopravvivenza ad un generoso apparato di assistenza sociale e ad un altrettanto pervasiva repressione potrebbero non sopravvivere alle conseguenze.
Gli ultimi trent'anni hanno visto il ricorso ad una politica di stimolo monetario su una scala senza precedenti, che ha avuto lo scopo essenziale di mantenere alto il valore dei titoli. Il problema è che il valore di certi settori fondamentali del pantheon dei titoli è crollato, ed in qualche caso continua a crollare a tutt'oggi. Per qualsiasi economia che goda di una fiducia praticamente per intero basata sull'alto valore dei titoli -il che comprende tutte le economie basate su politiche monetarie poco rigide- scossoni di questo genere che riguardino il prezzo di pur pochi cespiti di alto valore finiscono per trasformarsi in interrogativi sul valore di qualunque altro cespite che può essere necessario liquidare per coprire le perdite nei settori strategici: il prezzo del petrolio e delle materie prime è precipitato. Non tutti riescono a comprendere il valore strutturale che il greggio ha all'interno del sistema finanziario; al contrario, domina una corrente di pensiero che è arrivata alla conclusione che il petrolio che crolla vuol dire più soldi in tasca ai consumatori dal momento che la benzina costa meno, e questo ne fa un qualche cosa di positivo. Stesso discorso per le materie prime. La massiccia immissione borsistica saudita, fatta per colmare le perdite, ha invece eroso ancor di più la fiducia nell'economia saudita nel suo complesso.
Per decine e decine di anni i produttori di energia hanno reinvestito i loro un tempo consistenti surplus in valori quotati in dollari. Questo creava liquidità nei mercati occidentali e rafforzava il valore dei titoli denominati in quella valuta. La cosa aiutava soprattutto a tenere alto il valore del dollaro rispetto alle altre valute; tutte cose cose positive secondo Washington, perché permettevano al dollaro di mantenere la propria condizione di valuta egemonica e di valuta di riserva.Dal punto di vista di chi si mette nella prospettiva dei mercati borsistici occidentali il prezzo del petrolio e delle materie prime, crescendo e rimanendo alto, aveva creato un circolo virtuoso di crescente liquidità e di crescente domanda di dollari e di valori mobiliari in dollari.
Certo, finché sale è un circolo virtuoso. Quando scende, invece, vale a dire quando interi gruppi di quotazioni vanno in caduta libera. Il crollo del prezzo di un cespite strategico si ripercuote sugli altri, che cadono come tessere del domino. In Arabia Saudita, come scrive il noto commentatore su Twitter Mutjtahid, il crollo è già in corso:
La ragione [del vistoso crollo della borsa saudita] è che il fondo pensioni [statale] e quello degli investimenti pubblici hanno ceduto alcuni dei loro pacchetti più corposi su ordine di Mohammed bin Salman. C'era da fare cassa. I due fondi sono i maggiori investitori presenti sul mercato saudita e Mohammed bin Salman, il figlio del re, ha ordinato le vendite in quanto presidente del consiglio per l'economia e lo sviluppo. Il governo si è assicurato del denaro liquido in questo modo invece che con l'emissione di buoni del tesoro, che si pensava potessero nuocere alla solidità finanziaria dello stato. Il prossimo passo prevede la vendita delle quote che lo stato possiede nella SABIC, la principale industria chimica saudita, nell'elettricità e nelle telecomunicazioni, perché non esistono più riserve di liquido (Mujtahid, 22 agosto 2015).
I sauditi possono anche evitare di vendere beni quotati in dollari perché a suo tempo ci si è intesi col governo statunitense sul fatto che vendite del genere non sarebbero state intraprese senza il suo assenso. Tuttavia questo non riguarda né i produttori di energia né quelli di materie prime. La Cina è un grande consumatore di energia più che un grande produttore, ma la caduta nel prezzo del petrolio l'ha indirettamente costretta a mettere sul mercato, in due settimane, l'equivalente di centosei miliardi di dollari per sostenere il valore dello yuan.
Un effetto secondario ma sostanziale del crollo del prezzo del petrolio è stato anche l'indebolimento nei confronti del dollaro di tutte le valute dei mercati emergenti. Storicamente, il dollaro e il prezzo del greggio sono in relazione inversa. Questo aveva laciato lo yuan, il cui valore non era cambiato, in una condizione di sopravvalutazione rispetto al dollaro che secondo certe valutazioni arrivava al 20% mentre le altre valute si indebolivano. Certo, per decenni e praticamente fino ad oggi lo yuan è rimasto ancorato al dollaro che saliva; la Cina ha finalmente deciso di svalutarlo e la cosa non sorprende, ma questa operazione l'ha costretta ad intervenire nei mercati esteri con massicce vendite di buoni del tesoro statunitensi, effettuate per acquistare yuan e contrastare così una volatilità che stava mettendo in discussione la possibilità di stabilizzare la moneta. Tutto questo ha un'importanza geopolitica sostanziale perché le vendite massicce di buoni del tesoro statunitense renderanno difficile a Stati Uniti ed Europa continuare con le politiche monetarie fin qui adottate. E' anche probabile che in futuro la Cina si appoggerà di più alla Russia per approvvigionarsi di greggio piuttosto che all'Arabia Saudita, se la Russia accetterà pagamenti in yuan invece che in dollari.
In questo la Cina non è sola. Il Kazakhstan ha sganciato la propria moneta dal dollaro e l'ha svalutata, ed anche l'aggancio al dollaro dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi scricchiola, perché il tasso contrattato per i prossimi dodici mesi per entrambe le monete tiene conto del fatto che i mercati si attendono che anch'esse si sgancino e si svalutino. Circostanze del genere, vale a dire la possibile uscita dal cambio fisso col dollaro, si presentano quasi sempre assieme a fuga di capitali e a rapido esaurimento delle riserve in valuta estera. Non saranno solo la Cina e il Kazakhstan a vendere le loro riserve di titoli in dollari per puntellare le loro monete dopo lo sganciamento, ma anche altri paesi produttori, inclusa forse in un futuro non troppo lontano la stessa Arabia Saudita.
Pressioni sul rial saudita, contratti a dodici mesi: si veda Zero Hedge blog.
Il Primo Ministro del Kazakhstan Karim Massimov ha detto a Bloomberg a metà agosto che il mondo è entrato "in una nuova epoca" e che presto tutte le petrovalute ancorate al dollaro andranno in terra una dopo l'altra come tessere del domino. "Alla fine la maggior parte dei paesi produttori di petrolio adotterà la libera fluttuazione della moneta, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti compresi", ha detto Karim Massimov. "Non penso che per i prossimi tre, cinque, forse sette anni il prezzo delle materie prime tornerà ai livelli del 2014".
Esiste un altro aspetto della questione, che riguarda in modo particolare i paesi del Golfo. Il meccanismo di riciclo dei petrodollari è entrato in una fase negativa. David Spegel, capo del settore ricerche su imprese e debito sovrano nei mercati emergenti della BNP ha scritto che "quando ha raggiunto il suo massimo [nel 2006, quando alla Goldman Sachs sostenevano che il petrolio sarebbe arrivato a duecento dollari al barile] ogni anno [i paesi produttori di petrolio] reimmettevano circa cinquecento miliardi di dollari nei mercati finanziari. Quest'anno [il 2014] per la prima volta dopo molto tempo i paesi esportatori di energia ritireranno capitali, anziché metterne". Spegel riconosceva che questi ritiri erano stati poca cosa [sette miliardi e seicento milioni] ma aggiungeva anche che "la cosa interessante è il fatto che si stanno ritirando capitali, e non il fatto che se ne stanno aggiungendo, a muovere la liquidità a livello globale. Se nei prossimi anni il prezzo del greggio continuerà a calare i paesi produttori avranno bisogno di altri capitali solo per pagare gli interessi sui buoni del tesoro che hanno emesso". Bloomberg ha calcolato che "l'industria petrolifera ha bisogno di cinquecento miliardi di dollari per reggere alla caduta dei prezzi... ci sono settantadue miliardi di debiti collegati al petrolio che giungono a scadenza quest'anno, ottantacinque nel 2016, centoventinove nel 2017 ed un totale di cinquecentocinquanta miliardi in buoni del tesoro e prestiti di qui al 2020."
Questo "richiamo in patria" dei petrodollari indica più che altro che a differenza di quello che è successo con la crisi del 1998, stavolta i produttori mediorientali ci sono dentro fino al collo, almeno per la spesa pubblica. Si sono dovuti creare molti posti nei lavori socialmente utili, e ancora di più ne serviranno; c'è più edilizia pubblica, ci sono più sussidi perché è aumentato l'utilizzo di carburanti e di elettricità, l'istruzione cosa più cara eccetera. Anche gli standard di vita che i cittadini del golfo si attendono sono molto più alti di quanto non lo fossero nel 1998.
Tutte condizioni mutate, che possono spiegare perché l'Arabia Saudita potrebbe non cavarsela a buon mercato come nel 1998: all'epoca il prezzo del greggio toccò il minimo mai raggiunto in oltre dieci anni, le riserve in valuta vennero falcidiate, i mercati emergenti finirono nel caos ed in Arabia Saudita cominciò a serpeggiare il panico. "Passammo davvero un brutto quarto d'ora" afferma Khalid Alsweilem, ex capo del settore investimenti alla Saudi Arabian Monetary Agency, la banca centrale del paese. "Per fortuna il prezzo del greggio ricominciò a salire: ma non perché la cosa fosse studiata, si trattò di pura e semplice fortuna".
Le previsioni di Citibank per l'Arabia Saudita sono poco rosee. "Il Brent nel 2015 si manterrà sui cinquantaquattro dollari al barile. Se i prezzi rimangono questi, possiamo aspettarci che gli introiti del governo saudita crollino quest'anno del 41% e crediamo che con ogni probabilità i sauditi taglieranno drasticamente la spesa pubblica il prossimo anno. Secondo i nostri calcoli, se l'Arabia Saudita mantenesse i livelli di spesa dell'anno in corso e dell'anno passato il deficit di bilancio arriverebbe a centotrenta miliardi di dollari, il 22% del PIL. Per quanto ne sappiamo noi sarebbe insostenibile perché le riserve fiscali riescono a coprire solo tre anni di un regime del genere. Il totale sarebbe anche tre volte più alto del livello di deficit messo in programma dal governo. Pensiamo che probabilmente ci sarà una stretta del 20% sulla spesa pubblica, cosicché il deficit complessivo arriverebbe al 13% del PIL".
Queste considerazioni della Citibank possono anche sembrare ragionevoli anche perché già circolano relazioni in cui si legge che i sauditi starebbero pensando di ridurre il loro budget totale di centodue miliardi. Ora, il bilancio costituisce o no un ritratto fedele della spesa pubblica del paese? Il già citato Mujtahid ci mostra con una certa regolarità esempi di casi in cui grandi entrate statali vengono semplicemente rimosse dal bilancio, sia per finanziare iniziative politiche all'estero, sia per finire in tasca a questo o a quello. Ecco il motivo per cui le entrate non sono più sufficienti a far fronte alle spese previste. 
In questo momento l'Arabia Saudita è coinvolta in quattro guerre (Yemen, Siria, Iraq e Libia) e sta anche cercando di fare in modo che il governo del Presidente Sissi, in Egitto, non imploda. Tutte spese previste? Della guerra nello Yemen magari magari è stata anche prevista una copertura almeno parziale, anche se è più probabile che non sia stato fatto. In Siria i sauditi stanno cercando di rovesciare il Presidente Assad, ed in questo le spese sono aumentate a dismisura: tutta roba prevista nel bilancio? Le spese per i servizi segreti sono comprese, o si tratta di spese di cui è omessa l'indicazione, come in molti altri paesi? Non è possibile saperlo. Sappiamo soltanto che a tutt'oggi Mohammed bin Salman non ha mostrato alcun segno di voler tagliare le spese indispensabili alle sue operazioni di prestigio, anzi.
Si tratta di operazioni militari che non presentano soltanto rischi di tipo economico, ma anche rischi di tipo politico non ben quantificabili. L'Arabia Saudita non si sta soltanto esponendo molto dal punto di vista economico, ma ha puntato tutta la propria credibilità politica sull'esito delle guerre che ha intrapreso per "ricacciare l'influenza iraniana".
In termini politici, cosa significa tutto questo per il Medio Oriente? Significa che probabilmente Mohammed bin Salman non avrà altra scelta che quella di cambiare registro per i motivi di forza maggiore avanzati dalla situazione economica, se non vorrà trovarsi a dover affrontare una crescente instabilità interna. Lo sganciamento dello yuan dal dollaro per la Cina indica e simboleggia una cosa che i paesi del Golfo non possono in nessun caso ignorare, ovvero il fatto che la Cina non sarà certo la barca che resterà a galla sulla bonaccia dell'economia mondiale. Anzi, essa è il segnale che l'intera domanda mondiale si sta contraendo. I prezzi delle materie prime in calo al pari delle tariffe degli spedizionieri, dei trasporti via nave e di tutti gli altri parametri che servono a misurare le attività commerciali conferiscono ulteriore concretezza a tutto questo.
Secondo il World Trade Monitor La prima metà del 2015 ha assistito al peggior declino nel commercio mondiale dopo la crisi del 2009. Nel primo trimestre del 2015 il volume del commercio mondiale è calato dell'1,5%, nel secondo dello 0,5% portando a un -2% complessivo. I primi sei mesi del 2015 sono stati i peggiori dopo il crollo del 2009. Sono circostanze che fanno pensare che qualsiasi tentativo dei paesi produttori di far risalire il prezzo del greggio sia destinato al fallimento, almeno fino a quando la domanda resterà così debole, a meno che non succeda che qualche importante paese produttore cada nel caos sul piano interno uscendo così dal mercato. Al contrario, come da noi ipotizzato è più probabile che i produttori si rassegnino a colmare i vuoti nei loro bilanci nazionali e producano quindi al massimo.
Il raffreddamento dell'economia colpirà tutti i paesi del Medio Oriente, Iran compreso. Se l'accordo cui sono arrivati i "Cinque più uno" supererà le secche del congresso -e al momento tutto fa pensare che ce la farà- sarà difficile che l'Iran passi quel periodo dorato che qualcuno aveva previsto per il prossimo anno. Certamente la fine delle sanzioni aiuterà l'economia, anche se ptobabilmente in misura minore rispetto a quello che speravano le autorità e su cui il Presidente Rohani faceva conto. Il paradossale risultato delle sanzioni e di quanto appreso in queste circostanze è che l'Iran si trova comunque in una posizione più favorevole rispetto agli altri paesi dell'area: si è esposto meno di altri per quanto c'è di virtuale nell'economia finanziaria globale ed ha trascorso gli anni delle sanzioni cercando di ravvivare e di modellare la propria economia reale. Per l'Iran le cose non andranno così bene come qualcuno aveva previsto, ma nemmeno si ritroverà in crisi al punto in cui potrebbero venirsi a trovare altri paesi.