30 marzo 2014

La Russia mette limiti all'intraprendenza "occidentale". I fatti in Ucraina e le conseguenze in Medio Oriente secondo Conflicts Forum



Traduzione da Conflicts Forum.

Una fonte ben informata ci fa sapere da Washington che "per quanto riguarda la Siria, l'attenzione degli Stati Uniti è venuta meno di colpo. Gli esperti dei servizi dicono che Assad sta conseguendo vantaggi sul terreno che sarà praticamente impossibile togliergli. Uno ci ha detto che 'Assad ha praticamente vinto'".
Da questo punto di vista, l'effetto Ucraina si fa già sentire. I funzionari statunitensi avevano qualche grattacapo per l'impatto dei colloqui dei "cinque più uno" con l'Iran e stavano tirando un po' il fiato perché la Russia, almeno durante l'ultimo giro di colloqui, aveva mostrato un po' di collaborazione anche se sapevano che uno degli effetti dello stallo tra Stati Uniti ed alleati da una parte e Putin dall'altra avrebbe potuto essere un riavvicinamento tra Russia ed Iran. Cosa meno esplicita ma più importante, la crisi in Ucraina ha reso molto difficile -se non impossibile- mandare avanti il lavoro di squadra tra Obama e Putin per quanto riguarda la Siria e l'Iran. Un risultato di cui qualcuno, a Washington, può anche essere contento.
A Tehran si pensa che stabilire relazioni più strette con la Russia non sia solo probabile, ma inevitabile. C'è la diffusa convinzione che l'Ucraina, e l'ondata emotiva di biasimo contro la Russia ed il suo Presidente che gli eventi hanno causato, abbia rafforzato la posizione di Tehran nei confronti degli USA e dell'Europa perché la Russia reagirà consolidando la sua alleanza con l'Iran. L'idea predominante è questa, anche se, in qualche modo paradossalmente, accanto ad essa troviamo la molto diffusa convinzione che i colloqui siano destinati al fallimento o, nel migliore dei casi, a sfociare in un'ulteriore proroga di sei mesi dopo la conclusione della tornata in corso. Questa forte sensazione che l'Iran stia traendo vantaggio da quanto succede non pare collegata solo al desiderio di rivalsa che i russi hanno contro l'Ucraina, le cui ripercussioni sono favorevoli all'Iran, ma sembra radicata nella convinzione che gli ultimi avvenimenti possano recare conseguenze geopolitiche di più ampia portata. Di cosa si tratta?
Come abbiamo scritto nel nostro ultimo commento agli eventi della settimana, qualcuno all'interno del governo ha messo Obama con le spalle al muro. Obama pensava di poter sistemare le cose direttamente con il Presidente Putin. Quello che colpisce è il fatto che a Washington si è molto preoccupati che Putin posdsa aver mal compreso la determinazione dell'Occidente di fargliela pagare. A questa preoccupazione fa da pendant la sorpresa con cui in Russia e in gran parte della zona interessata è stato accolto il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati possano aver così mal interpretato la possibile reazione di Putin alle mosse occidentali in Ucraina, vista la storia dell'Ucraina e della Crimea così come la si intende in Russia. I mass media hanno dato la stura alla retorica anti Putin e la cosa può aver sorpreso qualcuno, ma non avrebbe dovuto essercene motivo perché gli indizi per capire come sarebbe andata c'erano comunque tutti.
Alla conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco a febbraio i segretari statunitensi Hagel e Kerry si sono dati molto da fare per demolire la narrativa ora in voga che considera in declino la potenza statunitense; hanno negato che le cose stiano in questo modo, anche se hanno dovuto dare atto del fatto che l'alleanza con i paesi oltre l'Atlantico è un po' inflaccidita perchè manca una leadership statunitense. Hagel ha detto: "Gli stati Uniti stanno uscendo da un impegno bellico lungo tredici anni; per noi è chiaro, e lo è anche per il Presidente Obama, che il nostro futuro avrà bisogno di un'epoca di rinnovate ed estese relazioni con i nostri amici ed alleati... C'è bisogno di un rinascimento atlantico". "Il fondamento della nostra relazione di sicurezza collettiva con l'Europa è sempre stato costituito dalla cooperazione nei confronti delle comuni minacce... L'elemento centrale della difesa atlantica continuerà ad essere la NATO".
In breve, agli europei si è dovuta dare prova del fatto che nulla è cambiato nella qualità della potenza e della guida statunitensi facendo assumere alla NATO un atteggiamento più aggressivo. Nel caso qualcuno non avesse capito, ci ha pensato John Kerry a spiegare le cose senza mezzi termini: "In nessun luogo come in Ucraina è oggi in corso una lotta più importante per il futuro della democrazia in Europa". In poche parole la NATO deve riprendere vigore, e l'Europa tornare sotto l'ala della guida ameriKKKana, facendo fronte comune contro la comune "minaccia" di una Russia in nuova ascesa. In questo modo la NATO potrà essere "riorientata", via dal lungo fallimento della guerra in Afghanistan, verso una uova missione in Ucraina. In questo modo la NATO continuerà ad avere un senso, perché servirà a tenere un piede nella porta dell'Eurasia. I mass media si sono levati come un solo uomo contro Putin: si può star sicuri che la NATO e gli altri hanno preparato bene il terreno, con qualcuno di quegli incontri di cui portano per intero la responsabilità morale. 
E questa responsabilità morale esiste eccome. Come nota l'esperto giornalista investigativo statunitense Robert Parry, fin da settembre del 2013 Carl Gershman, che è presidente dell'organizzazione finanziata dagli statunitensi chiamata National Endowment for Democracy si è accaparrato pagine sullo Washington Post per scriverci che l'Ucraina ora era "la posta in gioco più grossa". Il NED aveva sessantacinque progetti in corso in Ucraina: addestramento di "attivisti", sostegno a "giornalisti" e organizzazione di gruppi di affari, almeno secondo il suo ultimo resoconto. Gershman però ha aggiunto anche che in realtà l'Ucraina era solo un primo passo verso una posta in gioco ancora più alta: il rovesciamento di Putin, che ha mostrato forte volontà e mentalità indipendente e che secondo Gerhsam "alla fine può trovarsi sconfitto non solo nel cortile di casa [l'Ucraina] ma anche nella stessa Russia". In altre parole, si sperava in un "cambiamento di governo" sia a Kiev che a Mosca.
Dunque, i russi hanno semplicemente mal interpretato la volontà della NATO di imporre a Putin un prezzo per qualsiasi reazione all'assorbimento dell'Ucraina nell'orbita occidentale, come afferma qualche funzionario statunitense? Non è che Putin ha un quadro anche troppo chiaro della situazione, ovvero che i fatti in Ucraina rappresentano non tanto una ritorsione sproporzionata per la Siria, quanto una minaccian esistenziale al suo paese e alla base navale di Sebastopoli?
Un analista russo di primo piano, Fyodor Lukyanov, contestualizza gli eventi dal punto di vista russo. Quanto successo in Ucraina non è un fuoco di paglia, ma l'anticipazione della fine di venticinque anni di politica estera russa. Quando Gorbaciov formulò il suo "nuovo pensiero" il mondo si teneva in equilibrio su due superpotenze grosso modo equivalenti. Solo che "la rapida dissoluzione dell'Unione Sovietica pose fine al sogno gorbacioviano di un riavvicinamento su pari basi e di un reciproco arricchimento ideologico, consegnando al vincitore il diritto di interpretare a proprio arbitrio i valori umani e lre rgole delle relazioni internazionali".
Lukyanov afferma che per tutto questo tempo la Russia si è attenuta pedissequamente a queste regole non scritte, anche nei momenti in cui più profonda era la sua debolezza in politica estera. La Russia ha subìto vessazioni sempre più grandi in proporzione diretta con la potenza che recuperava. Eppure, nonostante le frustrazioni e gli interventi occidentali di rovesciamento dei governi a cui la Russia si opponeva tenacemente, essa ha continuato nonostante tutto a custodire il principale retaggio dei tempi di Gorbaciov: la convinzione che avere relazioni costruttive con l'Occdeinte fosse un valore irrinunciabile.  
Solo che al tempo stesso in cui la Russia formalizzava volta per volta la decisione di ridurre al minimo i possibili danni per le proprie relazioni con l'Europa e gli Stati uniti, a Mosca ci si rendeva anche conto che così facendo non si sarebbe mai usciti dalla condizione di "potenza sconfitta", col risultato di essere trattati come il Giappone. Divenne chiaro che la Russia sarebbe stata sempre un outsider, cui si sarebbe guardato con sufficienza come ad una potenza emergente destinata a non emergere mai.
Questo senso di amarezza è diventato sempre più forte perché i russi non credono di aver perso la guerra fredda. Pensano di esserne stati tirati fuori dai loro capi politici prima che fosse finita. Secondo Lukyanov, "L'obiettivo del Cremlino, adesso, non è quello di restaurare il paese andato in pezzi nel dicembre del 1991, ma quello di rigiocare la fase finale della guerra fredda".
I russi pensano che il vecchio modello di Gorbaciov non abbia nulla da offrire. La Russia non è stata accettata, e non lo sarà mai, come partner su un piano paritario. Nessuno intende discutere con la Russia di nuove regole del gioco e i massimi responsabili politici del mondo sono convinti che il sistema del dopo guerra fredda sia sufficientemente valido e non abbia alcun bisogno di essere corretto. Questo significa che intrattenere relazioni costruttive con le potenze occidentali non soltanto non ha protetto la Russia, ma l'ha esposta alle macchinazioni di gente come il National Endowment for Democracy ed alla loro pianificata crerazione di entità filooccidentali in grado di fare da base per la disaffezione popolare e da infrastrutture per lo scopo ultimo rappresentato dal rovesciamento del governo. 
Secondo Lukyanov i massimi rappresentanti politici della Russia hanno deciso che il paese non può limitarsi ad uscire dall'angolo rappresentato dalle condizioni in cui si trova oggi. Deve diventare uno dei principali paesi del mondo, o almeno stabilire un "equilibrio di confronto" basato su alleanze con partner non occidentali che gli consenta di porre un limite preciso: non devono esserci superbasi della NATO nel cuore del continente euroasiatico. 
Probabilmente è proprio questo che in Iran si tiene presente quando si guarda all'Ucraina come ad un punto di svolta geopolitico inevitabilmente destinato a portare dei vantaggi. La stessa cosa ha spinto il Presidente Assad ad offrire ogni aiuto possibile a sostegno della posizione di Putin in Ucraina ed in Crimea. In Medio Oriente non mancheranno i sostegni -assieme alla silente condiscendenza della Cina- affinché si metta un freno all'ambizione della NATO di reinventarsi in Eurasia.
La cosa che può causare autentica sorpresa in molti è che l'Europa non ha mostrato consapevolezza alcuna delle possibili conseguenze di tutto questo quando ha cercato di "togliere il trofeo ucraino dalle grinfie di Putin". Pare proprio che gli europei si siano fidati delle analisi dei principali think tank occidentali, che davano per scontato che Putin non si sarebbe mosso. Adesso che Putin ha fatto resistenza, e che sembra che sconfiggerà gli Stati Uniti e la NATO, tutti si rendono conto che l'Europa non ha alcuna carta in mano, retorica anti Putin nonostante.
In tutto questo, c'è appena un'ombra di quello che fu la crisi di Suez. La crisi in Ucraina gioverà alla NATO e alla sua leadership statunitense, così come si sperava Suez avrebbe ripristinato il prestigio francobritannico? Oppure l'Ucraina, così come successe a Suez per le potenze coloniali di allora, non farà che sottolineare la mancanza di ogni plausibile ragion d'essere per la NATO? Non ci resta che aspettare.
Come osserva Lukyanov, "Mosca ha dato il via ad una partita impegnativa. Il rischio di perdere è considerevole, ma la posta in gioco è innegabilmente attraente. Il vecchio ordine mondiale è diventato completamente privo di efficacia e andrebbe sostituito con qualcosa di nuovo. Mikhail Gorbaciov fece il suo annuncio nel 1986 [si tratta della sua idea sul come superare il conflitto tra due sistemi politici diversi], ma non riuscì a portare a termine il compito. Putin è ritornato a quel punto di svolta, per prendere un'altra strada".

29 marzo 2014

Il governo e (soprattutto) le riforme del boiscàut secondo un lettore di Militant Blog


Anni fa eravamo convinti che a pubblicare sistematicamente immagini in cui il boiscàut Matteo Renzi figura con un'espressione non troppo acuta
fossero soltanto i suoi avversari o, più spesso ancora, i sedicenti tali.
Abbiamo dovuto ricrederci.

Alla fine di marzo 2014 Militant Blog ospita uno scritto intitolato Fra realtà e percezione dei fenomeni politici, opera di qualcuno che si presenta come lettore affezionato.
Le righe che ne riportiamo illustrano con stringata completezza le basi essenziali della popolarità di cui sta godendo in queste settimane il boiscàut cui fanno fare il Primo Ministro nell'esecutivo in carica.
Il nome dello stato che occupa la penisola italiana compare nel testo citato; ce ne scusiamo come sempre con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.

L’altra sera ero a cena da una coppia di distinti amici dalle parti di San Pietro. Gente coi soldi, abituata a disinteressarsi alla politica, men che meno alle contraddizioni sociali di cui questa ne è la rappresentazione. [...]
Nella discussione, immancabile è arrivato il commento sulle vicende di palazzo e sui mille mali dell’Italia. E immancabile, l’accenno a una decisa sterzata che rimettesse in piedi il paese, lo agganciasse alle economie produttive, eliminasse i lacci e lacciuoli che frenano lo sviluppo del mercato: “ci vorrebbe un dittatore”, concludevano i padroni di casa. In questo paese “c’è troppa democrazia”, serve qualcuno che non stia più a sentire questa o quella lobby, questo o quel partito o sindacato, e agisse con forza approvando quelle riforme di cui il paese avrebbe bisogno: abbassare le tasse, smantellare la burocrazia statale, liberalizzare definitivamente il mercato del lavoro, liberarci dei sindacati, eccetera. Non ho avuto il coraggio di intavolare una discussione seria su questi punti di vista, troppo ampia la distanza fra le parti e l’incomunicabilità l’avrebbe fatta da padrona. Forse, solo il tentativo di non rovinare una serata altrimenti gradevole. Le certezze dei commensali mi hanno però stimolato una serie di riflessioni che vorrei qui spiegare.
Anzitutto, tale bisogno di “dittatura” è molto più diffuso di quanto sembri. Lo si sente ripetere spesso, il più delle volte come boutade, ma in fin dei conti valutata positivamente. E’, in fondo, lo stesso motivo per cui piace Renzi, che incarna un certo spirito decisionista di cui, si dice, ci vorrebbe un gran bisogno. Queste riflessioni cozzano però con la realtà dei fatti, ed è interessante questa discrasia evidente tra realtà e percezione della stessa. Stiamo vivendo una lunga fase storica di svuotamento di ogni forma, sostanziale e formale, di democrazia. Uno spostamento netto verso una “esecutivizzazione” della vita pubblica, un trasferimento di potere dalle assemblee di dibattito agli organi decisionali. Oggi, come mai nel corso della nostra storia, la politica si identifica col potere esecutivo, la possibilità, per un singolo, di proporre ed approvare politiche di suo pugno, senza tenere in conto alcuna mediazione. Davvero difficile capire questa esigenza, da parte della popolazione, di più decisionismo in una fase di superfetazione decisionista.
Il corollario al bisogno di dittatura sembrerebbe essere quello per cui, almeno in Italia, ci sarebbe “troppa democrazia”. Anche qui, la distanza tra realtà e immaginazione sembrerebbe abissale. E qui la colpa parrebbe essere degli agenti mediatici del consenso, che chiamano “democrazia” quella serie di scontri tra lobby economiche o élite di potere che investono permanentemente la politica di palazzo. [...]
Quello che tale massa di persone pensa è che le “improrogabili” riforme di cui necessiterebbe il paese siano frenate da passaggi troppo democratici in cui non viene mai presa una decisione. La realtà dei fatti, come riporta giustamente questo blog quotidianamente, è a dire il vero opposta: c’è una direzione politica chiara, che viene perseguita ogni giorno senza alcun intoppo sostanziale, e che nel suo prodursi cerca di tener conto di tutte quelle componenti che da tale processo cercano di trarre fuori qualche tornaconto. Nulla di questa dinamica può essere qualificato come democratico, mentre tutto è interno a logiche di potere elitario che vengono invece descritte dai media come forma democratica del processo decisionale. [...]
C’è però un altro passaggio sostanziale che salta agli occhi dalla strana discussione avuta con i simpatici anfitrioni. Le ricette che questo presunto “dittatore” dovrebbe portare avanti sarebbero in definitiva il proseguo ossequioso delle riforme che hanno caratterizzato questo ventennio abbondante. Lo smantellamento di ogni forma di welfare; l’abbattimento dei salari; la precarizzazione contrattuale di ogni rapporto lavorativo; la marginalizzazione dei sindacati; il blocco del turn over nella pubblica amministrazione; il processo costante di privatizzazione del settore pubblico; la dismissione del patrimonio pubblico. Tranne sulla politica fiscale, che però in questi anni è servita a redistribuire verso l’alto margini di guadagno non più possibili nel mercato, sono esattamente tutte le riforme che hanno contraddistinto i governi di ogni colore e composizione. Perché allora questa percezione fuori senso, questo non riconoscere una direzione lampante, evidente anche al più disinteressato agli eventi politici? Anche qui, il ruolo dei media può spiegare una parte della domanda. A forza di ripetere che in Italia c’è un sistema di sviluppo cripto-socialista, con uno Stato ipertrofico e un mercato ristretto e imbrigliato, alla fine ci si crede pure. E si crede che la soluzione sia nello smantellare un sistema che è già bello che smantellato, in ogni sua forma.

26 marzo 2014

Uno scorcio fiorentino dell'Occidente, nel pieno del suo risveglio spirituale


Firenze, marzo 2014.
I luoghi sono gli stessi dove un paio d'anni fa si intimava ai frequentatori di lasciar stare il Partito Democratico.
Una vetrina piena di simboli fatti a tempera e pennello, con genericissimi slogan alla pace tra i popoli.
Manca solo, sparso qua e là, il vocabolo olistico [*].
Attaccato alla vetrina c'è il proclama della foto. 

26 09 2013
Penso che la pace, per raggiungere continenti, nazioni, società e comunità debba contemporaneamente toccare i singoli individui poiché siamo la base dell'intera umanità e destino del pianeta.
Molti ricercatori, psicoanalisti, terapisti, psicologi, analisti, psichiatri, sostengono che la sanità degli individui dipende da un'equilibrata vita sessuale; come puol essere sana una società nella quale gli operatori ecclesiastici che ci modellano fino da bambini appartengono esclusivamente ad una delle seguenti categorie?
Ia Completamente impotenti
IIa Repressi sessuali /
IIIa Onanisti
IVa Eterosessuali di nascosto
Va Omosessuali di nascosto
VIa Pedofili
VIIa Pedofili con endicappati
Come possono pretendere di essere a guida di milioni di persone; cosa ne sanno della vita reale?
Viversi la sessualità alla luce del sole o della luna; perché dovrebbe essere di ostacolo alla componente spirituale che è innata in ognuno? E chiede solo di essere autocoltivata, presa in considerazione e ci fa ritrovare o trovare il nostro percorso.
Chi vuole andare a farsi ipnotizzare da litanie e mantra di chi pretende di essere rappresentante di verità soprannaturali e non ha nemmeno il coraggio di essere una persona ordinaria?
Perché chi ama apertamente una donna (per esempio) non puol essere una guida sull'altare?

Un concentrato di competenza nei campi della vita consacrata e della esegesi biblica redatto da qualcuno sicuramente in possesso di una dimestichezza non comune con il magistero pontificio. Verrebbe voglia di inoltrare all'autore dello scritto la foto di un paio di Baedeker appoggiati sulla mensa della chiesa più vicina, chiedendogli se come guide sull'altare gli paiono appropriate.
Dev'essere stato dopo un certo numero di riscontri come questo che la politica "occidentalista" ha smesso di diffondere propaganda incentrata sulla salvaguardia delle "radici cristiane dell'Occidente".
I fogliettisti hanno persino smesso di frignare sui crocifissi nelle scuole.


[*] Nella penisola italiana le "discipline olistiche" sono diventate refugium di molti appartenenti ad un paio di generazioni allevate nei più coerenti valori "occidentali", costretti alla fine di più o meno lunghi percorsi formativi ed esistenziali a cercarsi un lavoro qualunque e ad interiorizzare piuttosto velocemente il fatto che non sarebbero mai diventati astronauti alla Ferrari.
Una gran brutta sorpresa. Da piccoli ci avevano sperato tanto.

23 marzo 2014

Meraviglie di Persia - VIAGGIO ANNULLATO



Alcuni tra i nostri lettori più affezionati hanno ricevuto nei giorni scorsi una mail che li ragguagliava su Meraviglie di Persia, il viaggio nella Repubblica Islamica dell'Iran che avevamo programmato con cura scegliendone itinerario ed attrattive in modo da renderlo il più possibile confacente agli interessi, alle aspettative ed alla competenza del visitatore "occidentale".
I recenti avvenimenti ci hanno costretto ad annullare tutto: riportiamo comunque il programma così come figura sui tremilacinquecento volantini già stampati, e adesso purtroppo destinati al macero. 
1° Giorno - Partenza per Tehran
Partenza al mattino molto presto in pullman GT alla volta di Fiumicino. Durante il percorso, breve e divertente dimostrazione di articoli per la casa senza obbligo di acquisto. Volo per Tehran con Iran Air. Pasto a bordo. Arrivo a Tehran, incontro con il nostro rappresentate locale e trasferimento in hotel per cena e pernottamento.

2° Giorno - Tehran / Tabriz
Visita del Museo Nazionale dei Gioielli, del Museo Archeologico e di quello dei tappeti. Pranzo in ristorante caratteristico e trasferimento a Tabriz in pullman GT. Durante il percorso, breve e divertente dimostrazione di articoli di artigianato locale senza obbligo di acquisto. Arrivo in hotel per cena e pernottamento.

3° Giorno - Tabriz / Tehran
Intera giornata a disposizione nella capitale dell'Azebaigian Orientale. Possibilità di partecipare alla LAPIDAZIONE di Sakineh Mohammadi Ashtiani: consigliati buona preparazione fisica ed abbigliamento comodo. Pranzo in locale caratteristico e partenza per Tehran in pullman GT. Durante il percorso, breve e divertente dimostrazione di articoli di artigianato locale senza obbligo di acquisto. Arrivo in hotel per cena e pernottamento.

4° Giorno - Rientro
Partenza al mattino molto presto in pullman GT alla volta dell'aeroporto Imam Khomeini.Volo per Fiumicino con Iran Air. Pasto a bordo. Arrivo a Fiumicino e rientro in pullman GT. Durante il percorso, breve e divertente dimostrazione di articoli per la casa senza obbligo di acquisto. Arrivo a destinazione e termine dei nostri servizi.


22 marzo 2014

Sakineh Mohammadi Ashtiani. Allora, ci muoviamo o no con questa lapidazione?! (Seconda parte)


- ...Pietre, signori?
- Nàh, ce ne sono già tante per terra!
- Mica come queste, guardi qua, senta che qualità! Tutte rifinite a mano!
- ...Mi hai convinto, dammene due a punta e una grossa piatta!
- La voglio anch'io, mamma....
- Eh?!
- Ah, sì... papà!
- Sì... va bene; due a punta, due piatte e un cartoccio di ghiaia per il mio bambino!
- ...Un sacchetto di ghiaia! Grande lapidazione, oggi!
- Ah, chi è?
- Una del posto, buon divertimento!

(Monty Python, Life of Brian, 1979)

A volte tocca ripetersi.
I boiscàut dei diritti umani e le erinni della distopia ginocratica avevano finito per dimenticarsene molto in fretta. D'altronde il tempo passa e il Libro dei Ceffi di buone cause per indignarsi pigiando bottoncini cinguettanti ne sforna almeno una quarantina alla settimana, nel solito gioco di specchi con il gazzettaio che propaganda ogni giorno le aggressioni armate "occidentali", muscolare politica di marketing con cui si esporta la democrazia direttamente a casa della clientela più diffidente.
Ora, le stesse gazzette scribacchiano che Sakineh Mohammadi Ashtiani non ha subìto alcuna esecuzione capitale, tantomeno sottoforma di lapidazione. Naturalmente ci sarebbe stato da stupirsi del contrario, ma guai ad andarlo a spiegare a chi si comporta sistematicamente come se la compostezza e la competenza fossero dei nemici giurati.
Pino Cabras ha liquidato ogni cosa in un trafiletto abbastanza velenoso.
Oltre ad essere invise ad erinni e boiscàut, compostezza e competenza non hanno cittadinanza alcuna sulle gazzette, che hanno tutte affrontato la questione con lo stesso sprezzo del ridicolo con cui affrontano tutto l'agenda setting.
"E' finito il calvario di Sakineh la donna accusata di adulterio che gli ayatollah volevano lapidare", statuisce "La Repubblica" il 20 marzo 2014.
Prima menzogna. La Ashtiani era stata accusata e condannata per assassinio.
Seconda menzogna. L'esecuzione delle sentenze capitali nella Repubblica Islamica dell'Iran avviene per impiccagione.
Terza menzogna. Uno ayatollah è uno studioso di discipline giuridiche e religiose che riceve questo titolo onorifico perché gode della stima dei suoi pari, dei suoi superiori e dei discepoli che ne apprezzano la competenza e la rettitudine di vita. De minimis non curat praetor.
Quarta menzogna. Nella Repubblica Islamica dell'Iran la lapidazione era sotto moratoria da otto anni e l'iter giuridico per la sua cancellazione dall'ordinamento era in corso da almeno altri due quando sono cominciate le ciance dei gazzettieri.
Una menzogna ogni tre parole, fatte salve congiunzioni ed articoli.
L'influenza del battage gazzettiero sul caso specifico è stata in buona parte controproducente ed è ovviamente finita per diventare parte del problema invece che della soluzione. Nei seri e competenti ambienti della Repubblica Islamica dell'Iran le farneticazioni chiassose ed impiccione su cui si basa la sistematica denigrazione della Repubblica Islamica sono state molto giustamente e molto logicamente accolte con la sufficienza infastidita con cui gli ambienti seri e competenti accolgono le farneticazioni chiassose ed impiccione.
Qualcuno ne avrebbe anche approfittato per chiamare le cose con il loro nome e per ricordare con un certo understatement che roba fossero i piazzisti del democratismo.
E qualcun altro per procedere in proprio, senza stare a scomodare i tribunali.     
  



18 marzo 2014

Pepe Escobar - Ucraina: Russia uno, rovesciatori di governi zero


Traduzione da Asia Times.


Allora, sbrighiamoci e andiamo subito al punto.
1. La gabola "strategica" dell'amministrazione Obama per subappaltare al "Khaganato di Nullandia" del Dipartimento di Stato il compito di sottrarre l'Ucraina dalla sfera d'influenza russa -e in definitiva annetterla alla NATO- servendosi di quell'aggregato di volenterosi neonazisti e fascisti bardato di banchieri (il Primo Ministro Yatsenyuk) è finita in un casino completo.
2. Mosca ha reagito impedendo che in Crimea si svolgesse una riedizione pianificata del golpe di Kiev, cosa che i servizi russi avevano subodorato. Il referendum in Crimea, con un 85% di affuenza e un 93% di votanti favorevoli al ricongiungimento con la Russia, è cosa fatta. Ed è appurato anche il fatto che la tanto democratica Unione Europea continua a minacciare di punizioni il popolo della Crimea per aver esercitato i propri diritti democratici fondamentali. A proposito, quando gli Stati Uniti permisero al Kossovo di separarsi dalla Serbia, ai serbi non fu proposto alcun referendum.
3. Il piano essenziale di tutta l'avanzata strategica statunitense, ovvero fomentare i propri referenti locali (quelli che hanno rovesciato il governo a Kiev) e cancellare l'accordo per la base navale russa a Sebastopoli è finito in fumo. Mosca rimane presente nel Mar Nero, con pieno accesso al Mediterraneo orientale.
Il resto sono chiacchiere.

Il Dipartimento di Stato si è praticamente detto d'accordo per un'Ucraina federale e di fatto finlandizzata[1], soluzione che il Ministro degli Esteri russo Lavrov aveva proposto sin da principio, come attestato dalla documentazione russa. Il Segretario di Stato John Kerry, come ha fatto quando Mosca è riuscita ad evitare all'amministazione Obama e alle sue "linee rosse" di bombardare la Siria, farà di tutto per rubare ai russi tutti i loro meriti. I mass media del mainstream statunitense se la berranno senza fiatare, ma non quelli indipendenti come Moon of Alabama [2].
Questa delicata serie di accordi contempla, tra le altre cose fondamentali, l'istituzione di regioni ad ampia autonomia, il ritorno all'adozione del russo come lingua ufficiale accanto all'ucraino, e soprattutto la neutralità politica e militare, ovvero la finlandizzazione del paese. Di arrivare a tutto questo si occuperà un gruppo di sostegno, anche questo proposto da Mosca fin dal principio, di cui faranno parte Stati Uniti, Russia ed Unione Europea.
Il tutto sarà santificato con il crisma di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Vero, tutto potrebbe andare magistralmente a ramengo, e soprattutto tutta l'operazione potrebbe essere sabotata dall'"Occidente". Tutto questo, tra l'altro, senza che Mosca debba ufficialmente riconoscere  coloro che hanno rovesciato il governo di Kiev. Detto altrimenti, Washington ha bluffato, Mosca ha visto, ed ha vinto.
Insomma, dopo tutto il canaio di minacce malauguranti tirato su un po' da tutti, compresi Obama, Kerry e una manciata di bombaroli neoconservatori per arrivare fino a tirapiedi come Cameron, Hague e Fabius, l'essenza del discorso è che l'amministrazione Obama è arrivata alla conclusione che non si sarebbe addossata il rischio di una  guerra nucleare con la Russia per colpa del Khaganato di Nullandia, soprattutto dopo che Mosca ha fatto sapere con discrezione che avrebbe fatto in modo da far sì che anche le regioni dell'Ucraina orientale e meridionale dichiarassero la secessione.
La Svezia, ad esempio, ha proposto un embargo sugli armamenti contro Mosca. A Parigi hanno dato un'occhiatina agli interessi del loro complesso militare ed industriale ed hanno subito detto di no. Solamente chi si trovasse in condizioni di morte cerebrale potrebbe pensare che Parigi e Berlino abbiano intenzione di mettere in discussione le relazioni commerciali che hanno con la Russia, o avere qualche dubbio sul fatto che Pechino si dichiarerebbe d'accordo con le sanzioni contro una Russia che appartiene al Gruppo dei 20, ai BRICS e all'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai soltanto perché a Washington, un posto che i cinesi percepiscono come sempre più irrazionale e sempre più pericoloso, si è detto di fare così.
Naturalmente nulla di tutto questo avrà un qualche effetto sull'isteria "occidentale". Negli Stati Uniti, che è il posto dove certe cose contano, il piagnisteo dei prossimi giorni sarà ovviamente "chi ha perso la Siria" e "chi ha perso l'Ucraina".
Tutto qui. George Diabolus Bush ha scatenato due guerre e le ha ignominiosamente perse tutte e due.
Obama ci ha soltanto provato, con la Siria e l'Ucraina, e fortunatamente per lui le ha perse quando ancora era al tentativo. Ovvio che i neoconoservatori di vario genere e specie e tutta la brigata degli eccezionalisti [3] siano lividi di rabbia. Aspettiamoci che gli editorialisti dello Wall Street Journal ci vadano giù pesanti. E che l'ambasciatore statunitense all'ONU, Samantha Power, desideri essere come Sinead O'Connor quando canta "Nothing compares to you".

Intanto, quelli che hanno rovesciato il governo a Kiev hanno già cominciato a dire cosa vogliono fare; Dimytro Yarosh, capo di  Пра́вий се́ктор e neonazista dichiarato ha detto che "...La Russia fa soldi mandando in Occidente il suo petrolio tramite i nostri oleodotti. Distruggeremo gli oleodotti, e priveremo il nostro nemico delle sue risorse".
Una strategia davvero intelligente, diritta diritta dal copione del Khaganato di Nullandia: le case e il sistema industriale dovrebbero così fare a meno del gas russo, economico e a prezzi scontati, in tutta l'Ucraina, per non parlare di vaste aree della Germania. Tutto perché i neonazisti possano cantare vittoria. Con amici come questi...
Alla Gazprom non si sono fatti né in là né in qua. La Russia già oggi manda circa la metà del proprio gas in Europa aggirando il territorio ucraino, e dopo il completamento del South Stream nel 2015 questa percentuale sarà ancora più alta. Le "sanzioni" dell'Unione Europea contro il South Stream sono solo retorica.
Chi ha rovesciato il governo cercherà di provocare scompiglio anche altrove. Il nuovo parlamento ucraino ha dato voto favorevole affinché si metta insieme una Guardia Nazionale di sessantamila uomini infarcita di "attivisti". Il compito di organizzarla è andato al nuovo responsabile per la sicurezza Andriy Parubiy, uno dei fondatori del neonazista Partito Social Nazionale. A comandarla invece non sarà altri che Yarosh, il capo della formazione paramilitare Пра́вий се́ктор. Metteteci pure le metafore hitleriane che volete, intanto che si continua a rischiare che l'Ucraina finisca in briciole.
E questo non è necessariamente un male: che sia la "democratica" Unione Europea a pagare le bollette del gas degli ucraini.


[2] Ukraine: U.S. Takes Off-Ramp, Agrees To Russian Demands, Moon of Alabama, 16 marzo 2014.
[3] Corrente politica che statuisce la superiorità degli Stati Uniti in quanto tali [N.d.T.]

16 marzo 2014

Cinguettatore e Libro dei Ceffi. Militant Blog e le menzogne gazzettiere sulla Repubblica Bolivariana del Venezuela


Il "Corriere della Sera" racconta menzogne sulla Repubblica Bolivariana del Venezuela, secondo uno scritto di Militant Blog cui è costruttivo contribuire con la diffusione.
I nostri lettori conoscono l'intransigenza sprezzante con cui consideriamo Cinguettatore e cinguettatori, Libro dei Ceffi e ceffi autoschedati e ne conoscono molto bene anche i motivi. Militant Blog rincara la dose, in modo obiettivo e sintetico.

Ieri il Corsera è tornato a parlare di Venezuela dedicandogli ben dieci pagine del suo inserto settimanale e un titolo che da solo basterebbe a dirimere i dubbi su quanto sta (secondo i media) avvenendo laggiù: una rivoluzione borghese. In un “reportage” di taglio ovviamente antichavista e intriso di termini denigranti come regime, squadracce, ecc ecc, Rocco Cotroneo è però costretto ad ammettere a denti stretti che "il chavismo ha ancora un forte appoggio, i programmi sociali funzionano e la protesta non è ancora penetrata nelle grandi favelas delle città, nè nelle zone rurali, cioè nei bastioni rossi". Di più. Dopo aver sostenuto che la penuria di alcune merci non abbia nulla a che vedere con la speculazione e il boicottaggio da parte degli stessi soggetti sociali che oggi protestano, il giornalista, forse senza accorgersi di contraddirsi, descrive per filo e per segno come prodotti destinati ad essere venduti a prezzi calmierati vengono invece accaparrati e rivenduti in Colombia a prezzi di mercato. Scene di lotta di classe nella patria di Bolivar, diremmo, se non fosse che la presunta rivoluzione oltre a coinvolgere la classe abbiente è in realta estesa a soli 18 dei 335 municipi venezuelani, tutti già governati dalla destra.
E’ però il secondo articolo del Corriere, quello a firma di Carlo Lodolini e Marta Serafini, a suscitare particolare curiosità perchè interamente dedicato al ruolo svolto dai social network in questa operazione. Con buona pace di quanti credevano o continuano a credere nella rete come strumento di ampliamento della democrazia, i cosiddetti new media si stanno dimostrando invece un elemento chiave in operazioni come quella venezuelana che segue pedissequamente i passaggi delle rivoluzioni colorate indicati da Gene Sharp,”il Clausewitz della guerra nonviolenta” già collaboratore della Cia. In queste settimane su facebook, instagram ma sopratutto su twitter si è potuto assistere ad una manipolazione mediatica senza precedenti finalizzata a delegittimare il governo bolivariano (ricordiamolo, eletto secondo gli stessi standard democratico-borghesi non più di un anno fa) dipingendolo come brutale e intento a violare sistematicamente i diritti umani nonchè la liberta di espressione. Foto di processioni religiose sono state tramutate in manifestazioni antichaviste, brutalità poliziesche perpretate in Egitto o in Cile sono state addebitate alla polizia venezuelana, persino fotogrammi di film porno [non c'era da dubitarne. Unicuique suum. N.d.R.] sono stati adoperati per dimostrare che i chavisti toruravano gli oppositori. Il tutto in un gioco di rimando con gli old media che hanno poi provveduto ad amplificare la “realtà” creata ad arte dal “popolo della rete”. Il paradosso, almeno apparente, è che soli davanti ai monitor, individualizzati e atomizzati, investititi da una mole di informazioni che non si riesce ad elaborare o verificare, spesso privi degli strumenti analitici per interpretarle, i singoli utenti finiscono col diventare inconsapevoli ripetitori di strategie decise altrove. Magari da qualche “influencer” capace di indirizzare i flussi della comunicazione verso dove più gli aggrada. Non stiamo ovviamente facendo professione di luddismo informatico (abbiamo un blog, una pagina FB, saremmo quantomeno incoerenti) ma occorre avere sempre ben presente che nessuna tecnologia è neutra e che l’unico antidoto stà nel pensare e nell’agire in maniera collettiva. Altrimenti si finisce davvero col credere che sia possibile sostituire la rivoluzione sociale con quella social.