04 maggio 2012

Glenn Greenwald - Stati Uniti d'America, caso Tarek Mehanna: ecco chi sono i veri criminali


Tarek Mehanna in un fotogramma da un video girato a Boston nel 2009 (Reuters/WHDH-TV)

Traduzione da Salon.

L'esemplare comportamento in tribunale di un musulmano americano condannato per le sue idee politiche

In una delle più plateali violazioni al principio di libertà di parola garantito dal Primo Emendamento che si sia vista da un po' di tempo a questa parte, un musulmano americano di nome Tarek Mehanna è stato processato alla metà di aprile di quest'anno in un tribunale federale di Boston che lo ha condannato a diciassette anni di carcere. E' stato giudicato colpevole di aver sostenuto Al Qaeda per aver tradotto in lingua inglese alcuni documenti diffusi dai terroristi e per aver espresso "considerazioni positive" sul conto dell'organizzazione, oltre che per aver tramato per "uccidere" soldati statunitensi in Iraq (ovvero, per aver mosso guerra ad un esercito invasore che sta conducendo un attacco deliberato contro un paese musulmano). Sono ancora in viaggio e non ho molto tempo oggi per scrivere del caso specifico; Adam Serwer vari mesi fa ha scritto un eccellente sunto di perché la persecuzione giudiziaria contro Mehanna costituisca una minaccia tanto odiosa contro la libertà di parola; qui si trovano altri dettagli sul caso, ed io stesso mi sono già espresso sul conto della crescente criminalizzazione della libertà di parola verificatasi nel corso delle presidenze Bush ed Obama, per cui i musulmani vengojno perseguiti per le loro idee politiche pur chiaramente protette; adesso però voglio che tutti leggano qualcosa di abbastanza stupefacente: la dichiarazione incredibilmente eloquente e profonda che Mehanna ha pronunciato prima che venisse letta la sentenza che lo condannava a diciassette anni di carcere.
Io credo che prima o poi in futuro sarà la storia a giudicare in modo piuttosto chiaro chi sono i veri criminali in questo caso giudiziario. Non Mehanna, ma quelli che hanno messo in piedi la politica che egli si è sentito obbligato a combattere, e le figure che hanno cospirato per consegnarlo per due decenni ad una cella.

La dichiarazione di Tarek - 12 aprile 2012
Letta al giudice O'Toole al momento dell'emissione della sentenza, 12 aprile 2012


In nome d'Iddio, compassionevole e misericordioso.
Quattro anni fa esatti, proprio in aprile, avevo finito il mio turno di lavoro all'ospedale. Stavo andando a piedi a riprendere la macchina quando mi vennero vicino due agenti federali. Mi dissero che potevo scegliere tra due cose: potevo prendere la strada più facile, o potevo prendere quella più difficile. Quella facile, come mi spiegarono, significava diventare un informatore per il governo. Se avessi accettato non avrei mai visto come sono fatti un tribunale o una cella. Quella difficile, beh, è quella che mi ha condotto qui. Sono qui dopo aver passato la gran parte degli ultimi quattro anni in una cella singola grande quanto un ripostiglio ed in cui trascorro chiuso a chiave ventitré ore al giorno. L'FBI e gli inquirenti hanno lavorato molto duramente -e il governo ha speso milioni di dollari di tasse- per chiudermi in quella cella, farmici restare, portarmi in tribunale e alla fine avermi qui in piedi davanti a voi perché oggi fossi condanato a trascorrervi ancora più tempo.
Nelle settimane che hanno preceduto questo momento molte persone mi hanno dato dei suggerimenti su quello che avrei dovuto dirvi. Alcuni hanno detto che avrei dovuto pietire misericordia sperando in una sentenza leggera, altri invece mi hanno detto che in un modo o nell'altro non me la sarei comunque cavata con poco. Quello che voglio fare io è soltanto parlare di me per pochi minuti.
Quando mi sono rifiutato di diventare un informatore, quelli del governo hanno reagito accusandomi del "crimine" di aver sostenuto i mujaheddin -o, come li chiamano loro, i "terroristi"- che combattono contro l'occupazione dei paesi musulmani in tutto il mondo. Io non sono nato in un paese musulmano, sono nato e cresciuto qui in America e questa cosa irrita molta gente: com'è possibile che io, americano, creda nelle cose in cui credo e prenda le posizioni che prendo? Tutto quello cui un uomo è esposto nell'ambiente in cui vive ha un qualche effetto su di lui, ed io non faccio eccezione. Così, per più versi, io sono come sono proprio perché sono americano.
A sei anni cominciai a raccogliere una grande collezione di fumetti. E' stato Batman a ficcarmi in testa un certo concetto, a presentarmi una certa visione paradigmatica di come funziona il mondo: da una parte ci sono gli oppressori, dall'altra ci sono gli oppressi, e poi ci sono quelli che si alzano a difendere gli oppressi. La cosa mi ha colpito a tal punto che per tutto il resto dell'infanzia sono stato attratto da qualunque libro riflettesse questa visione: La capanna dello Zio Tom, l'autobiografia di Malcolm X... riuscii a trovare una dimensione etica anche nel Giovane Holden.
Quando andai alle superiori e cominciai a seguire delle vere lezioni di storia, imparai come il mondo funzioni davvero in quel modo. Seppi dei Nativi Americani e di quello che li aveva fatti cadere nelle mani dei colonizzatori europei, ed imparai poi di come i discendenti di quei colonizzatori vennero a loro volta oppressi dalla tirannia di re Giorgio III.
Lessi la storia di Paul Revere, di Tom Paine, e di come gli americani insorsero armati contro le forze militari britanniche: un'insurrezione che adesso ricordiamo riverenti come guerra rivoluzionaria americana. Da bambino ho anche partecipato a varie gite scolastiche la cui meta era a pochi isolati di distanza da dove ci troviamo adesso. Imparai chi fossero Harriet Tubman, Nat Turner, John Brown e la lotta contro la schiavitù in questo paese. Imparai la storia di Emma Goldman, di Eugene Debs, e la storia delle lotte sindacali, della classe operaia, dei poveri. Studiai di Anna Frank e dei nazisti, e di come perseguitavano le minoranze e imprigionavano i dissidenti. Studiai la storia di Rosa Parks, di Malcolm X, di Martin Luther King e delle lotte per i diritti civili.
Studiai la storia di Ho Chi Minh e di come i vietnamiti abbiano combattuto per decenni per liberarsi da un invasore dopo l'altro. Lessi di Nelson Mandela e della lotta contro l'apartheid in Sud Africa. Tutto quello che ho imparato in quegli anni non ha fatto che confermare le prime cose che avevo appreso a sei anni: nella storia c'è sempre stata una lotta incessante tra oppressi ed oppressori. E in ogni lotta che mi capitava di studiare stavo sempre con gli oppressi e provavo sempre ammirazione per coloro che si levavano a difenderli, non importa di quale nazionalità o di quale religione fossero. E non ho mai buttato via gli appunti che prendevo a scuola: sono tutti in ordine, impilati nell'armadio di camera a casa mia, anche mentre sto qui in piedi a parlare davanti a voi.
Di tutti i personaggi storici di cui mi sono interessato, uno spicca su tutti gli altri. Rimasi impressionato per più versi da Malcolm X, ma la cosa di lui che più mi ha colpito è stata la sua trasformazione, il suo percorso di trasformazione personale. Non so se avete visto il film X di Spike Lee; è un film che dura più di tre ore e mezza, ed il Malcolm che si vede all'inizio è diverso dal Malcolm che si vede alla fine. All'inizio è un delinquente analfabeta, poi arriva ad essere un marito, un padre, una guida protettiva e faconda per il suo popolo, un bravo musulmano che compie lo Hajj alla Mecca e, alla fine, un martire. La vita di Malcolm mi ha insegnato che l'Islam non è qualcosa di innato, non è una cultura e non è una questione di appartenenza etnica. L'Islam è un modo di vivere, una condizione mentale che tutti possono scegliere, non inporta da dove vengono o come sono cresciuti. Questo mi ha spinto ad approfondire l'Islam, e l'Islam mi ha conquistato. Ero solo un adolescente, ma l'Islam si è mostrato in grado di dare una risposta ad un interrogativo davanti al quale le più grandi menti scientifiche si sono dimostrate impotenti, la questione capace di spingere alla depressione e al suicidio anche l'individuo più ricco e famoso che non sia in grado di dare ad essa una risposta: qual è il significato della vita? Perché esistiamo? L'Islam inoltre risponde anche all'interrogativo del come dovremmo regolare le nostre esistenze. E dal momento che non schiera alcuna gerarchia e alcun ordine sacerdotale, io stesso ho potuto direttamente e senza indugio iniziare ad approfondire i testi del Corano e gli insegnamenti del Profeta Muhammad ed intraprendere il cammino verso la comprensione di cosa tutto questo significasse, delle implicazioni che l'Islam ha per me in quanto essere umano, per me come individuo, per la gente che mi circonda e per il mondo intero; e più studiavo, più consideravo l'Islam prezioso come l'oro. La pensavo in questo modo quand'ero adolescente ma anche adesso, nonostante tutto quello che ho sofferto negli ultimi anni, io sono qui in piedi davanti a voi e davanti a chiunque altro in quest'aula di tribunale nelle vesti di uno che è orgoglioso di essere musulmano.
Man mano che studiavo cominciai ad interessarmi a quello che stava succedendo ai musulmani in varie parti del mondo. Ovunque guardassi vedevo all'opera grandi potenze intente a cercare di distruggere quello che io invece amavo. Lessi di cosa avevano fatto i sovietici ai musulmani dell'Afghanistan e i serbi ai musulmani di Bosnia; lessi di quello che i russi stavano facendo ai musulmani in Cecenia. Lessi di quello che lo stato sionista aveva fatto in Libano, e di quello che sta continuando a fare il Palestina con il pieno sostegno degli Stati Uniti. E infine scoprii quello che la stessa America stava facendo ai musulmani. Lessi della guerra nel Golfo e delle bombe ad uranio impoverito che hanno ucciso migliaia di persone e fatto salire alle stelle il numero dei casi di cancro in tutto l'Iraq. Ho letto delle sanzioni volute dall'America, sanzioni che hanno vietato di importare in Iraq cibo, farmaci ed equipaggiamenti medici, e di come -secondo le Nazioni Unite- più di mezzo milione di bambini sia morto a causa di tutto questo. Ricordo una sequenza tratta da un'intervista a Madeline Albright trasmessa da 60 minutes, in cui la Albright diceva che secondo lei era "valsa la pena" che tutti quei bambini morissero. L'ho visto l'undici settembre, quando un gruppo di persone si è spinto a dirottare degli aerei e a farli schiantare contro dei palazzi tanta era l'indignazione per la morte di quei bambini. L'ho visto poi, quando l'America ha attaccato ed invaso direttamente l'Iraq. Ho visto gli effetti dello "Shock and Awe" il giorno in cui è iniziata l'invasione, i bambini nelle corsie degli ospedali con le schegge dei missili americani che gli uscivano dalla fronte (no, nulla di tutto questo è andato in onda sulla CNN).
Ho saputo cos'è successo nella città di Haditha dove ventiquattro musulmani, tra i quali c'erano donne, bambini e addirittura un settantaseienne ridotto in sedia a rotelle, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e di bombe mentre ancora stavano dormendo nei loro letti da fucilieri di marina degli Stati Uniti. Ho saputo di Abeer al Janabi, una ragazzina irachena di quattordici anni che cinque soldati americani hanno violentato in gruppo, prima di sparare in testa a lei e a tutta la sua famiglia e di dare alla fine i loro corpi alle fiamme. Vi voglio ricordare che, come potete facilmente constatare di persona, le donne musulmane non lasciano intravedere neppure i loro capelli ad un uomo a loro estraneo. Cercate dunque di immaginare questa ragazzina, che viene da un villaggio conservatore, cui vengono strappati i vestiti e che viene violentata non da uno, non da due, non da tre, non da quattro, ma da cinque soldati. Anche oggi seduto nella mia cella posso leggere degli attacchi con i droni che continuano ad uccidere ogni giorno dei musulmani in paesi come il Pakistan, la Somalia e lo Yemen. Un mese fa abbiamo tutti sentito la notizia dei diciassette musulmani afghani, per lo più mamme con i loro bambini, cui un militare americano ha sparato, dando anche in questo caso fuoco ai loro corpi.
Tutte storie che finiscono nei titoli di testa, ma una delle prime cose che ho imparato è che l'Islam è essenzialmente una questione di lealtà e di fratellanza: ogni donna musulmana è mia sorella, ogni uomo mio fratello, e tutti insieme siamo un tutt'uno i cui appartenenti hanno il dovere di proteggersi reciprocamente. In altre parole io non posso accettare che cose simili vengano fatte a miei fratelli e a mie sorelle -qui in America o altrove- e rimanere indifferente. Ho continuato a solidarizzare con gli oppressi, ma adesso la questione diventava più personale, così come diventava più personale la mia ammirazione per coloro che li difendevano.
Prima ho citato Paul Revere; quando iniziò la sua cavalcata nella notte, lo fece per avvertire che gli inglesi stavano dirigendosi verso Lexington per arrestare Sam Adams e John Hancock, e verso Concord per sequestrare le armi che i Minuteman vi avevano accumulato. Appena gli inglesi giunsero a Concord trovarono i Minuteman ad attenderli armi alla mano. I Minuteman aprirono il fuoco contro gli inglesi, li costrinsero a combattere e li batterono. La Rivoluzione Americana è nata con quello scontro armato. C'è una parola, in arabo, per descrivere quello che quei Minuteman fecero quel giorno. Questa parola è jihad. Ecco per che cosa mi si processa. Tutti questi video e tutte queste traduzioni e tutte questi litigi bambineschi a base di "Ehi, ha tradotto questo paragrafo" e "Oh, ha riportato questa frase" e tutto il resto del baraccone ruotano attorno ad una questione sola: quella dei musulmani che si sono difesi contro i soldati americani, che stavano facendo loro esattamente quello che i britannici fecero a suo tempo all'America. Nel corso del processo è venuto fuori chiaro e limpido che non ho mai, mai progettato di "uccidere americani" nei grandi magazzini o chissà dove altro. Gli stessi testimoni di parte del governo hanno negato la cosa, e mettiamoci pure tutta la fila di periti che si è avvicendata a quel banco, passando ore a vivisezionare ogni singola parola che ho scritto per spiegare come la pensavo. Inoltre, all'epoca in cui ero ancora libero, quelli del governo hanno mandato un agente sotto copertura per cercare di tirarmi dentro ad uno dei loro "complotti del terrore"; io mi sono rifiutato di partecipare. Stranamente la giuria non ha mai sentito parlare di tutto questo.
Questo processo, quindi, non riguarda quello che penso dei musulmani che uccidono dei civili americani. Riguarda quello che penso degli americani che uccidono dei civili musulmani, e su questo argomento io penso che i musulmani devono difendere le loro terre dagli stranieri invasori, sovietici, americani o marziani che siano. Ecco quello che penso. E' quello che ho sempre pensato e quello che continuerò a pensare. Non si tratta né di terrorismo né di estremismo. E' semplicemente tutto quello che simboleggiano le frecce che compaiono sul sigillo che sta sopra le vostre teste: la difesa della patria. Io non sono d'accordo con i miei avvocati quando affermano che non dovete condividere ciò che penso. No, chiunque abbia un po' di senso comune e un po' di umanità non può che essere d'accordo con me. Se qualcuno fa irruzione in casa tua per rapinarti e fare del male alla tua famiglia, è la pura e semplice logica ad imporre che tu faccia tutto quanto serve per cacciare da casa gli invasori.
Quando la casa è un paese musulmano, e quando l'invasore è l'esercito degli Stati Uniti, chissà perché i parametri di giudizio cambiano all'istante. Il buon senso viene ribattezzato "terrorismo" e la gente che si difende da qualcuno che dall'altra parte dell'oceano piomba lì per ammazzarla diventa i "terroristi" che "uccidono gli americani". Considerare l'America brutalizzata dai britannici che andavano per le sue strade due secoli e mezzo fa, significa considerare brutalizzati anche i musulmani; oggi sono loro che hanno i soldati americani per le strade. E' la mentalità del colonialismo.
Quando il sergente Bales il mese scorso ha sparato a tutti quegli afghani i mass media non hanno parlato altro che di lui: della sua vita, di quanto era stressato, del suo disturbo post traumatico da stress, del mutuo che doveva pagare per la casa: come se la vittima fosse stata lui. Alla gente che aveva ucciso sul serio non è stato riservato alcun coinvolgimento, come se non fossero stati individui reali, come se non fossero stati degli esseri umani. Purtroppo questo modo di pensare ha finito per contagiare tutti i membri della nostra società, che se ne siano o meno resi conto. Ci ho messo due anni, a furia di discussioni, spiegazioni e chiarimenti, per convincere i miei avvocati a togliersi il paraocchi e a dare per lo meno segno di accettare che c'era una logica in quello che sostenevo. Due anni! Persone tanto intelligenti hanno impiegato un tempo così lungo, e si trattava di persone tenute per mestiere a difendermi, per rivedere i propri assunti; quanto ci vorrebbe per mettermi sul serio davanti ad una giuria composta da individui scelti a sorte ma rispettosi della condizione di essere dei miei "pari imparziali"? Siamo seri. Io non sono stato chiamato in giudizio davanti ad una giuria di miei pari, perché con la mentalità che sta stringendo l'America di oggi non è possibile che ci siano dei mei pari. E facendo affidamento proprio su questo quelli del governo mi hanno processato; non perché ne avevano la necessità, ma semplicemente perché avevano il potere di farlo.
Studiando la storia ho imparato anche un'altra cosa. L'America, nel corso della storia, ha sostenuto i governi che più degli altri si sono macchiati di ingiustizie nei confronti delle minoranze - un modo di fare politica che godeva anche dell'avallo della legge - solo per poi guardarsi indietro e dire tra sé "Ma cosa avevamo per la testa?" La schiavitù, Jim Crow, l'internamento dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale furono tutte cose ampiamente accettate dalla società americana; ciascuna di queste iniziative è stata difesa dalla Corte Suprema. Ma col passare del tempo e man mano che l'America cambiava, sia la gente comune che i tribunali hanno preso a guardare al passato e a chiedersi "Ma cosa avevamo per la testa?" Nelson Mandela veniva considerato un terrorista dal governo sudafricano e venne condannato all'ergastolo. Il tempo è passato, il mondo è cambiato, i sudafricani hanno capito quanto oppressive fossero state le linee politiche seguite fino ad allora e che non era lui ad essere un terrorista, e l'hanno liberato. E' persino diventato presidente. Così, tutto è soggettivo: peersino tutto quest'affare del "terrorismo" e di chi è un "terrorista". Tutto dipende dal tempo e dal luogo e da qual è la superpotenza in quel momento.
Per voi io sono un terrorista; per voi non c'è nulla di strano nel fatto che io sia qui in piedi vestito con una tuta arancione. Ma un giorno l'America cambierà e la gente riconoscerà quello che sta succedendo qui ed oggi per quello che è realmente. Si ricorderanno di come centinaia di migliaia di musulmani sono stati uccisi e mutilati dai soldati statunitensi in altri paesi, anche se oggi sono io quello che va in prigione per aver "cospirato per uccidere o ferire" in quegli stessi paesi perché sostengo i mujaheddin che difendono quelle persone. Si ricorderanno di come il governo ha speso milioni di dollari per incarcerarmi come "terrorista": se riuscissimo in qualche modo a riportare in vita Abeer al Janabi proprio nel momento in cui veniva violentata da un gruppo di vostri soldati, a metterla sul banco dei testimoni e a chiederle chi sono i "terroristi", sicuramente ella non indicherebbe me. Quelli del governo dicono che sono ossessionato dalla violenza, ossessionato dall'"uccidere americani". Io, come musulmano che vive in tempi come questi, non potrei pensare ad una bugia più ironica.


Tarek Mehanna, 12 aprile 2012.

02 maggio 2012

Yemen - La misera utopia di Al Qaeda e la sua battaglia per il consenso


Colpisce il divario crescente tra il sistema di controllo totale che è divenuto la norma in "Occidente" e la letterale dissoluzione dello Stato in molte aree del resto del mondo, in cui l'umanità si riorganizza nei modi più vari.

Traduzione da The Guardian.


Ghaith Abdul Ahad, dallo Yemen meridionale, scrive degli jihadisti che assieme alla sharia portano acqua ed elettricità gratuite

lunedi 30 aprile 2012

Sventola la bandiera nera: combattenti jihadisti ad un posto di blocco nella città di Azzan, nello Yemen meridionale. La zona, in cui sono fioriti gli emirati jihadisti di recente proclamazione, è controllata da affiliati ad Al Qaeda nella Penisola Araba (AQAP). Foto di Ghaith Abdul Ahad per The Guardian.

Sulla strada che da Aden va verso est abbiamo visto la bandiera nera di Al Qaeda dopo aver superato di poche centinaia di metri l'ultimo posto di blocco dell'esercito. Sventolava in cima ad un edificio parzialmente demolito da delle esplosioni. Da questo punto in poi, in direzione delle regioni interne del paese, qualunque cosa segnalasse una presenza governativa yemenita è scomparsa. In questa zona sorgono emirati jihadisti di recente proclamazione, alla cui testa si trovano affiliati ad Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), la sezione yemenita del movimento fondato da Osama bin Laden.
L'AQAP esiste da anni in questo territorio brullo e montagnoso, ma nel corso degli ultimi dodici mesi i jihadisti sono scesi dagli altopiani, a prendere il controllo delle città in pianura. Si stanno dando da fare per edificare qui un'utopia qaedista in cui la sicurezza è garantita dagli jihadisti, la giustizia segue la legge della shari'a e anche la distribuzione dell'elettricità e dell'acqua sono regolate dall'emiro.
Azzan fino ad un anno fa era solo una cittadina di mercato nella provincia di Shabwa. Adesso rappresenta uno dei tre emirati islamici proclamati nello Yemen meridionale. Quando noi del Guardian l'abbiamo raggiunta abbiamo visto l'accesso alla città difeso da più di una dozzina di combattenti muniti di mezzi blindati sottratti alle forze governative. Tre giovani jihadisti ci sono venuti incontro e ci hanno portati nel punto in cui il figlio diciassettenne del leader spirituale dell'AQAP, Anwar Al Awlaki, è stato ucciso, probabilmente da un drone americano. Lo stesso Awlaki è stato ucciso in un altro attacco lo scorso anno.
In un negozietto a fianco della strada alcuni giovani lavorano ai computer, copiando i sermoni di Awlaki, del capo di Al Qaeda Ayman Al Zawahiri e di altri nomi familiari del jihad mondiale. Un poster sul muro pubblicizza un film chiamato The survivors che mostra i racconti dei capi sopravvissuti agli attacchi dei droni.
La vecchia stazione di polizia della cittadina è stata trasformata in un tribunale che segue la legge sacra. Dentro, il giudice siede in una stanza sulle cui pareti campeggiano i simboli del tribunale jihadista: una bandiera nera, un kalashnikov ed un lungo bastone usato per le punizioni corporali. Il giudica apre un taccuino, per mostrarci come il sistema giudiziario di Al Qaeda abbia risolto quarantadue casi in due settimane.
"Ci sono persone che si rivolgono a noi da regioni che non siamo noi a controllare, e che ci chiedono di risolvere i loro problemi", spiega. "Il sistema giudiziario basato sulla legge sacra è veloce e incorruttibile. Riusciamo a risolvere entro un giorno la maggior parte delle cause."
In quest'opera di giustizia gli è mai capitato di tagliare mani?
"Tagliare la mano ad un ladro non serve a punire il ladro, ma ad ammonire tutto il resto della società", afferma. Dirigendoci cento miglia ad ovest di Azzan arrivamo nel centro di un altro emirato islamico, Jaar. I combattenti jihadisti ci vengono incontro con un blindato catturato di recente, con la loro insegna appena dipinta sopra e munito di bandiera nera.
Ci facciamo strada attraverso l'affollato mercato e passiamo banchi di verdure e di piolli vivi, intanto che fucilieri in moto pattugliano le strade polverose e sconnesse. Molti degli edifici della città sembrano esser stati ridotti in macerie da qualche attacco aereo.
In questa landa desolata, l'AQAP ed i suoi ppartenenti stanno cercando di costruire una società nuova. A differenza di quanto fatto in Somalia, in Iraq ed in Afghanistan, nello Yemen essi stanno cercando di instaurare la legge sacra conquistando il cuore e la razionalità delle persone.
A Jaar l'amministrazione jihadista ha abolito le tasse, fornito acqua ed elettricità gratuitamente e sistemato le fognature. Sono le sue autocisterne a distribuire acqua nei villaggi e nei campi dei beduini. Gente che vive nel deserto attorno alla cittadina racconta che i jihadisti hanno connesso i loro villaggi alla rete elettrica per la prima volta in assoluto. L'amministrazione islamica ha persino lasciato che le persone continuassero a masticare lo stimolante qat. Hanno solo insistito affinché il mercato del qat si svolgesse fuori dalla città.
Uno jihadista giovane e dall'aria timida di nome Fouad ci conduce in un edifico abbandonato, dove ci sono cose da mangiare sparse sul pavimento. "Mangiate, mangiate, questi sono tempi di abbondanza", dice spezzettando con le grosse dita tozze della carne di montone.
"I tempi sono cambiati, le cose vanno molto meglio" dice Fouad, "Sono finiti i giorni in cui pativamo ogni pena e ci dovevamo nascondere sulle montagne".
Un altro combattente vestito all'uso afghano si siede con noi, ma il suo pancione e le giberne stracolme gli impediscono di mettersi in ginocchio e di prendere il riso con le mani, così si limita a raccogliere un osso e a tenerlo inclinato, succhiandolo come farebbe un bambino contento e facendolo fischiare.
"Sia reso grazie ad Allah", dice il combattente.
Fouad una volta studiava inglese alla facoltà di lettere dell'università di Sana'a, ma adesso si veste e si atteggia come uno jihadista. In testa porta un grosso fazzoletto bianco tirato sulla fronte, che mantiene in ombra le sue fattezze emaciate. Parla sottovoce in arabo classico, ma quello che dice è roba dei nostri giorni ed ha poco a che fare con le caverne dell'Afghanistan.
"I mass media si sforzano di ritrarre i mujahedin come degli ignoranti falliti, che si mettono su questa strada perché sono dei reietti della società", dice. "In realtà molti mujahedin hanno studiato ed hanno anche dei diplomi superiori, ma hanno abbandonato gli studi per prendersi cura del loro paese. Hanno visto il loro paese insultato e costretto sotto l'oppressione, e credono che sia loro dovere intraprendere questo percorso".
Secondo Fouad la "democrazia", un vocabolo che per lui indica i leader arabi autocratici che nei loro paesi tengono elezioni truccate ha mostrato di non funzionare.
"La democrazia ha fallito nel mondo arabo", afferma. "Ha fallito in Tunisia, ha fallito in Egitto, ha fallito in Libia, ha fallito nello Yemen. La gente su questo è d'accordo".
"La democrazia ci ha portato soltanto ingiustizia, ignoranza, arretratezza e il desiderio di scimmiottare l'occidente. Ed i primi a rivoltarsi contro questi governi ignobili sono stati i mujahedin. All'inizio la gente non li seguiva perché lo stato di polizia era forte. La gente li temeva. Alla fine, però, ha cominciato a ribellarsi quando ha visto che si trattava di scegliere tra l'ingiustiza e la schiavitù da una parte e la libertà dall'altra. Così la gente si è ribellata. E noi sosteniamo ogni rivoluzione, come faceva lo sceicco Osama".
"Anche noi abbiamo tratto benefici da queste rivoluzioni. Ci hanno portato la libertà, siamo potuti scendere in campo aperto".
Secondo Fouad le rivoluzioni hanno indebolito gli stati di polizia e gli jihadisti si sono mostrati in grado di trarre profitto dalla situazione. "Siamo riusciti a prendere il controllo di certe città e di certe regioni. Siamo riusciti a parlare alla gente della nostra missione. Tutto questo è successo durante l'ultima rivoluzione".
"Abbiamo cercato fin da principio di arrivare a controllare città e regioni. Controllare il territorio con la legge sacra è il nostro obiettivo fondamentale. Nient'altro. Vogliamo solo servire il popolo, dando ad esso quello che per tanto tempo gli è mancato".
Gli jihadisti avevano già cercato di prendere Jaar svariate volte, riuscendo in qualche caso a tenere la città per qualche settimana prima di venirne cacciati. Ma lo scorso anno la rivoluzione che ha rovesciato il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha scavato delle divisioni nell'esercito e messo un reparto contro l'altro indebolendo così le forze di sicurezza. Gli jihadisti hanno tratto vantaggio dalla cosa e stavolta pare che abbiano avuto un duraturo successo.
Un muezzin chiama alla preghiera e tutta la città inizia a dirigersi verso la moschea.
Fouad cammina con noi attraverso il mercato, facendoci notare la perfezione e la devozione di una città dove i negozianti lasciano le loro botteghe incustodite intanto che si recano a pregare.
"Guardate: le merci vengono lasciate incustodite e nessuno ruba", dice.
Che cosa succede a chi non vuole prendere parte alla preghiera?
"Ci limitiamo a prenderlo in disparte e ad ammonirlo su uqanto la preghiera sia importante", spiega.
E se qualcuno proprio non vuole saperne?
"Allora li rinchiudiamo da qualche parte in un posto tranquillo e gli diamo da leggere delle cose, fino al momento in cui non capisce fino a che punto si trovava nel torto".
Fouad ci chiede, scusandosi con un sorriso gentile, di dargli i cellulari. Poi veniamo bendati e portati in macchina a vedere i detenuti.
Quando Fouad ci toglie la benda dagli occhi ci troviamo davanti ad un piccolo complesso di costruzioni circondato da uomini pesantemente armati; alcuni portano i sarong locali, altri il salwar kameez. Due tra di loro tengono il viso coperto con la kefiah.
Montano la guardia davanti a porte di metallo chiuse con un lucchetto. Ci portano nella prima stanza, dove una dozzina di soldati catturati siede sul pavimento, i piedi nudi legati con catene di metallo nuove fiammanti con un piccolo lucchetto di rame. Sono stanchi, alcuni hanno la barba lunga.
C'è un uomo in mezzo alla stanza che parla con voce monotona mentre i militari lo stanno a sentire: "Siamo soldati, abbiamo combattuto per difendere il nostro paese... abbiamo combattuto valorosamente fino a quando non siamo rimaasti senza munizioni... adesso chiediamo al fratello presidente di prendere in considerazione la nostra situazione e di ottemperare alle richieste dei nostri fratelli di Ansar al Sharia e di scambiare noi con i loro prigionieri..."
Ci portano in un'altra cella, dove un altro soldato in piedi racconta una storia molto simile mentre intanto qualcuno lo riprende con una telecamera.
Nella quarta sala chiediamo ad uno degli uomini accovacciati sul pavimento quale trattamento venga loro riservato. "Ci trattano come detenuti. Come detenuti", ripete fissandomi ad occhi bene aperti. Dopo la visita ai prigionieri, un uomo acquattato per terra e carico di armi ci dice: "Sono dei poveracci, gli danno un caricatore per uno, vale a dire... quanto? Trenta proiettili? Ognuno di noi invece porta dieci caricatori: quanti proiettili sono? Fate il calcolo: e poi pensate che noi possiamo anche rifornirci durante la battaglia; usiamo Google Maps e mandiamo degli esploratori in avanscoperta prima di attaccare. Loro sono dei poveracci".
In macchina, sulla via del ritorno, un uomo che per il suono della voce si capisce essere il comandante, dice: "Chiediamo una risposta al governo, e che si proceda con lo scambio dei prigionieri".
E cosa succede se il governo non si mostra d'accordo?
"La Shari'a ci concede tre modi per trattarli: rilasciarli, cosa che non faremo, scambiarli o ucciderli", dice. Più tardi possiamo andare un po' da soli in giro per Jaar. C'è un contadino con il viso incorniciato da una sottile barba bianca che sta todnando dai campi che ci sono nei pressi della città. Cosa ne pensa del governo degli jihadisti?
"Hanno preso tre uomini da tre posti diversi e gli hanno tagliato la mano", dice.
Avevano rubato? "Sì, ma che cosa? Un condizionatore d'aria, un po' di roba varia... ma adesso a Jaar nessuno si azzarda nemmeno ad alzare la voce, figuriamoci a rubare. Questa città è diventata un posto tranquillo: persino al mercato non c'è nessuno che urla. Al Qaeda ha imposto la sicurezza, ma se sospettano che qualcuno stia facendo la spia, lo fanno sparire".
I terreni fertili attorno a Jaar sembrano deserti. I canali di irrigazione, lasciati quasi un anno senza cure, si sono asciugati e la terra giallastra è crepata e polverosa. Laddove crescevano i manghi e le papaya, adesso ci sono alberi rinsecchiti e mulinanti nuvole di polvere.
Molta gente se n'è andata per i bombardamenti dell'artiglieria governativa e per gli attacchi aerei. Decine di migliaia di profughi si ammucchiano nelle scuole di Aden, dove vivono tra immondizie non raccolte, fogne a cielo aperto e povertà.
"La gente se ne è andata: ogni famiglia ha lasciato un solo figlio maschio a casa, e tutti gli altri sono scappati ad Aden", spiega il vecchio contadino.
Faisal è tra i fuggitivi. Una mattina l'anno scorso si è svegliato e ha scoperto che i jihadisti avevano preso il controllo della città. "Non fu sparato un solo colpo", dice.
Gli abitanti cercarono di formare dei cortei per le strade di Jaar, protestando contro l'occupazione della città. Qualcuno gli ha sparato addosso e la folla ha finito per disperdersi. Allora Faisal si è unito ad una carovana di profughi alla volta di Adent, dove adesso vive in un campo di raccolta.
Pochi mesi dopo la conquista di Jaar gli jihadisti si sono spinti nella vicina città di Zinjibar. Hanno circondato la caserma della polizia e quella dei servizi. Le forze delle temute unità di sicurezza del governo centrale hanno abbandonato subito il campo; il giorno successivo anche l'esercito ha fatto lo stesso. Gli jihadisti vincitori hanno saccheggiato i depositi delle armi pesanti e i magazzini di munizioni. I pesanti bombardamenti e i combattimenti verificatisi a Zinjibar nei mesi successivi hanno spedito ad Aden altre decine di migliaia di profughi, col risultato che Aden ha oggi l'aspetto di una città assediata.
A marzo le infittite schiere degli jihadisti hanno ottenuto un'altra vittoria tattica nell'attacco ad un accampamento militare alla periferia della stessa Aden. Invece di attaccare le ben protette trincee e le postazioni dei tank, gli jihadisti si sono mossi lungo un sentiero di montagna ed hanno preso l'esercito alle spalle. in poche ore hanno ucciso centoottantadue soldati, ne hanno presi prigionieri settantadue, hanno fatto razzia di armi e sono scomparsi.
A Sana'a e ad Aden sono stati in parecchi a non credere che l'esercito dello Yemen potesse essere così facilmente sconfitto da una banda tribale. Dov'erano le unità antiterrorismo appoggiate dagli americani?
Ad Aden, The Guardian ha incontrato un giovane tenente dai capelli corti e dai baffi appena accennati. Ancora prendeva la paga dell'esercito ma era più di un mese che non indossava l'uniforme. Faceva parte del corpo di ricognizione della venticinquesima brigata corazzata, quella che nel corso dell'ultimo anno ha preso parte a quasi tutti gli scontri nella provincia di Abyan.
"Ci sono parecchie teorie della cospirazione sul perché abbiamo perso Zinjibar", diceva. "Molti pensano che Saleh abbia fatto un accordo coi jihadisti, ma la verità è più semplice: gli alti gradi dell'esercito sono putrefatti e corrotti. Perché mai un soldato dovrebbe combattere, se è a Sana'a che l'eserito è in dissoluzione?
"Sapete in quanti sono stati ad attaccare quell'accampamento? Qualcosa tra i cinquantacinque e i sessantacinque uomini".
La stima che il tenente fa della forza degli jihadisti corrisponde a quello che ci ha detto Fouad. Per vent'anni le vicende della provincia di Abyan e di altre zone dello Yemen meridionale si sono intrecciate strettamente alla storia dello jihad mondiale. In migliaia sono andati a combattere in Afghanistan. In seguito nuove ondate di yemeniti jihadisti sono partiti per l'Afghanistan, per l'Iraq e la Somalia, e Abyan ha rappresentato uno dei percorsi preferiti per i giovani sauditi che cercavano di ottenere addestramento militare per poi raggiungere l'Iraq. "I nostri comandanti hanno un nuovo modo di comandare, nuove tattiche ed un nuovo modo per finanziarsi" diceva Fouad. "L'esercito dello Yemen è molto più debole di quanto si pensi. Non hanno alcuna ragione per combattere. [L'esercito] combatte solo per denaro e il denaro è comunque a servizio degli interessi stranieri, che i soldati ne siano consapevoli o meno. Loro seguono gli ordini dei loro comandanti".
"Noi invece abbiamo imparato", diceva Fouad.

30 aprile 2012

Radio Studio 54, il Libro dei Ceffi e la perseveratio diabolica di Casaggì Firenze



La primavera 2012 per il microcosmo del gazzettismo fiorentino non presenta issues particolarmente appetibili. Il gazzettaio si è trovato costretto ad intraprendere una campagna di stagione riproponendo temi di rifugio come l'insihurézza e i'ddegràdo. Strano che vi sia ancora materiale in abbondanza cui attingere ogni giorno, in un contesto dove, garantiscono le medesime gazzette, è sufficiente scrivere su un muro o arrampicarsi su una statua per tirarsi addosso una squadra della gendarmeria; il sospetto è che molti piagnistei gazzettieri facciano parte del materiale buono a tutti gli usi e vengano ciclicamente riproposti per mantenere i sudditi in quella condizione di perenne allarme sociale che fa dei veri miracoli quanto a mantenimento del consenso.
A creare un minimo di scompiglio, colpendo gli interessi dei gazzettisti e della loro committenza politica, la decisione della pubblica accusa di far interrompere le trasmissioni di un'emittente radiofonica di provincia chiamata Radio Studio 54.
Le gazzette contigue all'areale "politico" della radio hanno degnato di qualche attenzione le rimostranze del Guido Gheri cui essa fa capo, come abbiamo già visto; in attesa di sviluppi significativi sul piano reale, la questione si è spostata sul Libro dei Ceffi ed in altre sedi, in cui viene trattata con amplissimo utilizzo di quei "discorsi quasi da bar" che Guido Gheri trova tanto meritevoli di divulgazione ma che è, al momento, costretto a coltivare in chissà quale quasi bar.
Invece di fare logout dai loro pc e di procurarsi un biglietto per Kandahar in modo da godere -sperabilmente a tempo indeterminato- dei benefici di quella democrazia da esportazione per la quale si sono tanto adoperati, i gazzettisti del "Corriere Fiorentino" perdono tempo a giornate proprio sulla fenomenale sentina di mediocri costituita dal Libro dei Ceffi. Possono così edurre i loro lettori sul fatto che nel Libro dei Ceffi sarebbe in corso una pedestre campagna denigratoria contro il magistrato della pubblica accusa che ha costretto Guido Gheri a trovare un modo meno ciarlante per trascorrere le proprie giornate. In questo non ci sarebbe molto di biasimevole, dal momento che le esibizioni di mediocrità, le invettive, gli insulti e le menzogne costituiscono una rilevantissima parte dei contenuti di internet e la quasi totalità dei contenuti delle gazzette. Qualcosa -anzi, molto- da ridire c'è invece quando si scopre che a lamentarsi dell'azione della gendarmeria e della pubblica accusa ci sarebbe un gruppo di micropolitici "occidentalisti".
Proprio loro, quelli dei giridivite e delle tolleranzezzèro.
Secondo la gazzettina, sul Libro dei Ceffi compaiono queste considerazioni, il cui autore ha "Francesco Torselli" come nome utente. Lo scritto sostiene che la rappresentante della pubblica accusa su ricordata è
la stessa che ha rinviato a giudizio un ragazzo di Casaggì che mentre usciva di casa si prese un bel pugno in faccia da tre "compagni coraggiosi" e che, siccome non volle dire al pronto soccorso di essere stato aggredito, temendo di perdere il proprio posto di lavoro, è stato accusato di essersi inventato tutto... Insomma un magistrato le cui idee politiche non sono per niente dichiarate... Evviva la democrazia!!!
Per prima cosa veniamo a sapere -e dal Libro dei Ceffi- che nello stato che occupa la penisola italiana è possibile rischiare il licenziamento anche denunciando un'aggressione. La "flessibilità" richiesta alla mano d'opera, per la quale gli "occidentalisti" si sono tanto adoperati, prende davvero le strade più astruse.
La seconda cosa interessante riguarda il rapporto conflittuale che gli "occidentalisti" hanno con la realtà, perché all'epoca dei fatti un lamentoso comunicato stampa a firma "occidentalista" usava tutt'altra ricostruzione dei fatti, destando il nostro sincero interesse. All'epoca avemmo la sensazione di trovarci al cospetto di un tentativo di ottenere visibilità mediatica iniziato maldestramente e finito in maniera ridicola.
Se le considerazioni che compaiono sul Libro dei Ceffi firmate dal nome utente "Francesco Torselli" sono state pubblicate dal Francesco Torselli realmente esistente, dobbiamo prendere atto di un fenomeno invariante e tutto sommato atteso: i micropolitici dell'"occidentalismo" fiorentino, nonostante il fitto calendario di insegnamenti in materia cui sono stati sottoposti dalle circostanze, non hanno ancora imparato che un buon metodo per evitare di essere considerati dei cialtroni consiste essenzialmente nel non comportarsi da cialtroni.
Nulla da condannare: i sudditi che bivaccano nella penisola italiana ostentando in guisa di alti meriti i propri esclusivi interessi per i maccheroni, il pallonaio e la pornografia non hanno mai avuto rappresentanti più degni.

28 aprile 2012

Elezioni amministrative: tornano gli "occidentalisti" consapevoli dei propri limiti



Una galleria fotografica pubblicata da una gazzetta presenta la foto di materiale propagandistico diffuso da un certo Amerigo Gubinelli, un candidato "occidentalista" alle elezioni amministrative di un borgo vicino a Roma.
Il sito di Amerigo Gubinelli è ricco di materiale pittoresco, al quale rimandiamo chi fosse interessato. Il corredo iconografico dell'"occidentalista" militante vi compare nella solita interezza non mancando né le giovani donne poco vestite né le esibizioni di autoflagellazione sicuramente destinate ad attrarre le simpatie dei settori dell'elettorato cattolico rimasti più affezionati a certe pratiche devozionali dai connotati estremi.
Qui la propaganda di Gubinelli interessa per un motivo in particolare: Amerigo Gubinelli si considera "il rottweiler della politica" ed accosta la propria immagine a quella di un cane.
A Firenze, nel 2009, fu l'"occidentalista" Bianca Maria Giocoli a fare la stessa cosa.



Nella propaganda elettorale degli "occidentalisti" l'accostamento tra cani e candidati ricorre piuttosto spesso. Da parte nostra lo troviamo un paragone oltremodo appropriato: non abbiamo mai avuto alcun dubbio sul fatto che l'elettorato "occidentalista", passivo o attivo, sia costituito per lo più da cani.

27 aprile 2012

Firenze: Radio Studio 54 sequestrata dalla gendarmeria


Abbiamo già utilizzato questa foto in uno scritto in cui trattavamo delle competenze storiografiche di Achille Totaro.
Achille Totaro è di Scandicci, è grasso, ed è al centro della foto.
Sempre al centro della foto c'è anche Guido Gheri, che è anche lui di Scandicci: però si riconosce perché non è grasso.
Si apprezzino l'austerità ed il sobrio rigore, l'ambientazione claustrale,
il piglio dimesso e modesto di questi autentici difensori delle "radici cristiane" dell'"Occidente".


Se dovessimo prestar fede a quanto riferito da qualche fonte "occidentalista" il 26 aprile 2012 a Firenze sarebbe stato inferto un colpo durissimo alla libertà d'informazione, perché un'emittente radiofonica locale denominata Radio Studio 54 è stata chiusa dalla gendarmeria.
Su questo, il minuscolo ed autoreferenziale circolo fatto di committenti politici e di esecutori gazzettieri concorda senza mostrare incrinature, nonostante Radio Studio 54 sia nota da molti anni per la splendida incompetenza ciarliera e per la risibilità argomentativa che costituiscono i tratti essenziali dei contenuti che veicola. Contenuti che a volte si rivelano difficili da condividere persino per la schiuma da pallonaio che costituisce la maggioranza del target delle trasmissioni. In mezzo all'imperversar cianciante del padrone della radio Guido Gheri -che si fa chiamare Gheri Guido, come si fa con i bambini delle scuole primarie- un'accusa di diffamazione o di istigazione all'odio razziale costituiscono più dei preventivabilissimi incidenti di percorso che non dei fulmini a ciel sereno.
Per facilitare il lavoro alla pubblica accusa e alla gendarmeria, questo Gheri avrebbe proceduto ad arricchire con contenuti dello stesso tenore anche la propria autoschedatura sul Libro dei Ceffi; le scorribande di Guido Gheri -un individuo che ci si accontenterà di definire aristofanesco (in internet raccoglie di solito molti epiteti assai meno ricercati)- assumono a volte una tale portata da fruttargli smentite via telefono persino da parte dei suoi stessi ascoltatori.
Sui meriti di questo perdigiorno si è espresso con documentata attenzione anche Riccardo Venturi, col suo Skanditschentum und Rassenhasse: beiträge zur Theorie der wissenschaftlichen Gherikunde al quale rimandiamo quanti volessero approfondire. Da parte nostra abbiamo già avuto occasione di indicare Guido Gheri al disprezzo dei nostri lettori mettendone in evidenza la contiguità all'"occidentalismo" più obeso ed incompetente, cosa di cui Gheri non fa mistero alcuno, come non fa mistero alcuno della propria familiarità con l'ambiente del pallone travestito. Dal momento che la materia invoglia ad infierire, è bene ricordare anche che Guido Gheri ha curato la "musica" di molte iniziative elettorali dell'"occidentalismo" fiorentino.
E' possibile che lo stupore degli "occidentalisti" poggi comunque sui fondamenti della consuetudine, e che sia da questo punto di vista comprensibile.
La "libera informazione" viene difesa con toni molto accesi dalla politica "occidentalista" che non potrebbe fare a meno dei suoi servigi. Come ripetiamo instancabilmente in questa sede, nel corso degli anni è diventata ben identificabile una correlazione significativa tra il deterioramento della qualità dell'informazione mainstream più fruibile nello stato che occupa la penisola italiana e l'avanzata elettorale e politica dell'"occidentalismo". L'aneddotica ed i casi concreti riferibili alla questione basterebbero da soli per riempire una biblioteca molto capiente: basterà qui ricordare che l'approccio "occidentalista" all'informazione prevede, puramente e semplicemente, il ripristino e l'adozione di tutte le armi della propaganda totalitaria tipica di quelle forme di governo che l'"occidentalismo" asserisce di aborrire.
La propaganda "occidentalista" ha da molti anni imposto ai mass media il proprio agenda setting ed il proprio stile. Come i nostri lettori sanno bene, ad iniziare in concreto l'operazione rendendo accettabile la pubblicazione di qualunque secrezione possa tornare utile alla committenza (e soprattutto a riempire un po' di quel vuoto che sta tra un'inserzione pubblicitaria e l'altra) sono stati padri sedicenti nobili come il "Corriere della Sera", dove ha imperversato una Oriana Fallaci padrona di vantarsi dell'intenzione di bruciare vivi alcuni somali colpevoli di non piacerle.
La macchina della propaganda "occidentalista" ha funzionato per anni a regimi tanto alti da indurre i quattro quinti almeno dell'offerta mediatica ad adeguarsi ad essa. Tutto questo ha contribuito, e molto, a tirar su una leva di gazzettisti poco o punto abituati al contraddittorio: d'altronde è la linea editoriale delle gazzettine che li invoglia a considerare un terrorista chiunque osi controbattere.
In linea di principio il gazzettaio ha operato e continua ad operare in una situazione di impunità quasi completa, perché il più delle volte i capri espiatori della propaganda (muratori clandestini, zingari che vivono in campi precari, operai con scarsa conoscenza della lingua) non hanno la minima idea di come difendersi e soprattutto hanno altro a cui pensare, per esempio a come tirare avanti alla giornata.
Questa impunità è lenita solo dal prospettato fallimento di tanti foglietti che si ostinano a seguire una linea editoriale cui il pubblico, morso a sangue dalla crisi economica e sempre più incline a identificarsi nei capri espiatori su ricordati piuttosto che nella marmaglia con la cravatta che glieli addita, è diventato meno sensibile.
In ogni caso, la normalità è rappresentata a tutt'oggi da gazzettisti abituati a pensare che la legge -e l'ordine, e la tolleranzazzèro, e i giridivite- valgano solo per mustad'afin ed Übermenschen, quindi l'idea che qualcuno tra i capri espiatori possa farvi ricorso è per loro semplicemente inconcepibile. Invece non è ancora stato varato alcun provvedimento legislativo che impedisca ai mustad'afin di far valere i propri diritti: si tratta di una mancanza di eccezionale gravità perché è incredibile che in tutti questi anni i governi "occidentalisti" non siano riusciti a trasformare in legge uno dei punti cardine della loro visione del mondo.
Per colpa di questa trascuratezza, nella penisola italiana si trovano oggi potenziali elettori delle formazioni "occidentaliste" che, per fare un solo esempio, possono avere delle difficoltà se affermano che le donne musulmane dovrebbero essere fatte abortire a calci in pancia: qualcosa di inconcepibile per gli "occidentalisti" e per la concezione di "libertà" cui hanno informato ogni àmbito della vita sociale.

Post scriptum. Il giorno successivo al sequestro "Il Giornale della Toscana" ha pubblicato una serie di considerazioni su quanto avvenuto, espresse da Guido Gheri e da Achille Totaro. L'articolo è corredato da una fotografia molto meno che mediocre, il che, in un'epoca in cui non si va avanti a dagherrotipi ma a macchine fotografiche digitali e a fotoritocchi, la dice molto lunga sulle "professionalità" che infarciscono i ranghi di certe gazzette "occidentali".
Nell'articolo Guido Gheri ed Achille Totaro spiegano come il fòmite dell'"occidentalismo" radiofonico della periferia di Firenze sia stato silenziato d'autorità per

...Frasi messe agli atti senza considerare il contesto. Sono parole di uso comune, quasi da bar, che molti cittadini pensano quando sono esasperati da alcune situazioni. A questo punto, per gli stessi motivi andrebbe chiusa anche Radio Padania ed una serie di altre emittenti
in tutto il territorio dello stato che occupa la penisola italiana.
Al momento in cui scriviamo il "partito" Lega Nord, cui Radio Padania fa riferimento, sta attraversando uno dei peggiori momenti della propria storia e non è da escludere che i mass media che vi afferiscono, radio o gazzette che siano, non conoscano una fine anche più ingloriosa e repentina.
Forse è utile spiegare ai lettori che i bar, nella penisola italiana ed altrove, sono locali pubblici in cui si servono bevande alcoliche. Si potrà immaginare dunque quale competenza e quale cognizione di causa vengono profuse nelle discussioni che vi si svolgono.
La sovversione "occidentalista" è colpevole tra le altre cose di presentare ogni problema, ogni questione, ogni situazione complessa come affrontabile con "parole quasi da bar", perché una delle caratteristiche fondamentali dell'"occidentalismo" è rappresentata da un disprezzo costante nei confronti della competenza, del dubbio e della ponderazione.
Detto altrimenti, l'"occidentalismo" ha nel pallonaio e nella marmaglia sbavante che vi celebra i propri riti di sangue dividendosi in due fazioni disponibilissime a scannarsi a vicenda un modello interpretativo adattabile a qualsiasi situazione a prescindere dalla sua complessità.
La natura satanica e sovvertitrice dell'"occidentalismo" sta anche in questo.
Con Radio Studio 54 ridotta al silenzio Guido Gheri e Achille Totaro dovranno trovare per qualche tempo un palco oscenico diverso per le loro "parole quasi da bar".
Chi ne sentisse la mancanza dovrà dunque andare a cercarli in un quasi bar.

Post scriptum. Un mese dopo un più che discutibile "decreto di restituzione degli impianti" firmato dalla pubblica accusa ha permesso a Radio Studio 54 di continuare a trasmettere, sia pure solo "musica".
 

26 aprile 2012

Firenze: con la bella stagione tornano il degrado e l'insicurezza

...Almeno secondo le gazzettine, negli ultimi giorni di aprile 2012 impegnate in blocco a lamentare l'eccessivo smercio di alcolici nei locali del centro cittadino invocando giridivite e tolleranzezzèro. L'inventariamento di cartacce sui marciapiedi con annessa intervista a qualche fannullone scelto per sapiente caso, nei periodi di campagna elettorale è un qualcosa che viene fatto avanzare nell'agenda setting fino ad occupare le prime pagine e i titoli di testa delle gazzettine più putride: costa poco, riempie spazi altrimenti desolatamente vuoti e soprattutto produce, almeno nelle intenzioni, dividendi elettorali degni della massima considerazione. 
Una strategia mediatica e politica spinta oltre ogni ragionevole limite per moltissimi anni; peccato soltanto che una volta riposte le gazzette e messo piede fuori di casa, si trovino invece scritte sui muri come quella che qui si riporta e che proviene dalla zona di San Frediano.
Terrorista è chi ogni giorno con giornali e tv istiga alla paura del diverso in nome della "sicurezza".
Non che occorrano molti sforzi per trovarsi dalla parte dei diversi, ovvero dei terroristi: è sufficiente esibire una propensione ai comportamenti di consumo meno intensa di quanto la committenza delle gazzette reputi desiderabile.
Firenze è una città di sicuro interesse per innumerevoli motivi. Uno di questi è rappresentato dalla sobria lucidità di analisi che dimostrano molti di coloro che la frequentano.
Muri puliti, popoli muti.

21 aprile 2012

Peter Lee - La maldestra politica estera della Turchia


Il primo ministro della Repubblica di Turchia Recep Tayyip Erdoğan
durante una visita di stato nella Repubblica Popolare Cinese (Foto AA).

Traduzione da Asia Times.

Con una visita di alto profilo in Cina il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan ha continuato la propria campagna per accrescere il prestigio del suo paese sul piano della geopolitica.
La Turchia spera molto di emergere -o di riemergere, se si ricordano i tempi dell'apogeo dell'Impero Ottomano- come qualcosa di più che il punto di giunzione geografico ed economico dell'Eurasia. Erdoğan spera di poter valorizzare questa posizione centrale trasformando la Turchia in una potenza rgionale, in un paese in grado di dire la sua sulle priorità in agenda per tutti e due i continenti.
Se dobbiamo fidarci di quanto è emerso dal viaggio di Erdoğan in Cina, la Turchia ha ancora molta strada da fare. Hurriyet, che è il principale quotidiano turco in lingua inglese, ha confuso il nome ed il cognome del premier cinese Wen Jiabao, ed ha riferito della visita intitolando "Erdoğan incontra Jiabao nel corso di un importante visita di stato in Cina". [1]
Dal punto di vista geopolitico i due paesi non hanno comunanza di vedute su una questione fondamentale: la Siria. La Turchia ha voltato le spalle al presidente Bashar al Assad; la Repubblica Popolare Cinese è invece parte attiva nel processo di pace siriano.
Nonostante questo, il 10 aprile all'aeroporto di Pechino Erdoğan ha riferito ai giornalisti presenti che "la Cina non ha più l'atteggiamento che aveva prima", ovvero che non forniva più un completo appoggio al governo di Assad. Si potrebbe pensare che abbia fatto questa dichiarazione all'aeroporto al momento di lasciare il paese in modo da potersi esprimere senza il timore di venir contraddetto in modo imbarazzante dai suoi ospiti.
Un accademico turco aveva fornito la debita imbeccata ottimistica all'edizione domenicale del quotidiano turco Zaman:
Penso che entrambi [la Russia e la Cina] riconsiderereanno il loro atteggiamento e prenderanno posozioni molto vicine a quelle turche... Russia e Cina non rischieranno un confronto con la Turchia e con l'Occidente continuando a sostenere il governo di Assad. [2]
Da Pechino non è arrivata alcuna risposta alle considerazioni di Erdoğan, almeno non direttamente. Si può invece pensare che l'iniziativa cinese per la pace in Siria sia la mossa geopolitica più importante compiuta negli ultimi dieci anni. Se Cina e Russia avevano qualche dubbio sulla capacità di Assad di rimanere al potere, non sono certo andate a condividere le loro preoccupazioni con Erdoğan.
Il 12 aprile il ministro per gli affari esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione sul cessate il fuoco siriano:
Per alleviare le tensioni e incoraggiare un processo di accordo politico, la Cina ha interpellato di propria iniziativa il goveno siriano e le altri parti politiche in Siria... La Cina ha anche preso contatto con le altri parti interessate come i paesi della regione, la Lega Araba e la Russia, in merito ad una soluzione politica per la questione siriana. Quello che la Cina ha fatto è muoversi in modo concreto. Come prossima mossa, la Cina si adopererà con altri attori che intendano continuare a sostenere attivamente la mediazione di Annan perché si giunga ad una soluzione politica della questione siriana, e continuerà ad agire per manternere la comunicazione ed il coordinamento tra le parti interessate nell'intento di ricoprire un ruolo costruttivo perché si giunga in breve tempo al raggiungimento di una libera, pacifica ed adeguata ricomposizione della questione siriana. [3]
In modo ancora più eloquente, poco dopo la partenza di Erdoğan la Cina ha riservato un'accoglienza di riguardo al ministro degli esteri siriano Walid Moallem, ed ha appoggiato senza mezzi termini la missione di Kofi Annan come mediatore per la pace.
Se dobbiamo vedere un messaggio per la Turchia in tutto questo, il messaggio è che la Cina è direttamente coinvolta nella questione e che non ha alcuna intenzione di riconoscere alla Turchia alcun genere di ruolo guida. Il fatto è che la Turchia occupa in materia una posizione molto marginale, e a questo punto può anche ringraziare perché la comunità internazionale non l'ha del tutto tagliata fuori dalla questione siriana.
Verso la fine del 2011 Erdoğan considerava secondo ogni evidenza la Siria come una seconda Libia. La Turchia aveva scaricato Gheddafi quando la NATO, la Lega Araba ed il Consiglio di cooperazione del Golfo avevano fatto fronte comune contro di lui ed Erdoğan aveva potuto reclamare a sé il merito, se di merito si può parlare, che i bombardamenti fossero stati condotti sotto l'egida della NATO invece che sotto gli auspici di Francia ed Inghilterra. Col continuare delle manifestazioni contro Assad e contro il suo governo nel corso dell'estate e dell'autunno del 2011, è parso che la Turchia potesse iniziare a vagheggiare un nuovo governo demoratico, forse con una forte componente sunnita, anelante la protezione e l'assistenza turca e situato alla propria frontiera meridionale. Erdoğan ha abbandonato la sua politica di coinvolgimento nei confronti di Assad e si è unito al coro di quanti auspicavano che venisse spodestato.
In Siria, tuttavia, non ha preso concretezza alcun intervento straniero al di là delle dichiarazioni indignate degli occidentali e del Consiglio di Cooperazione; a Damasco c'è ancora Assad e la Turchia, invece di potersi godere il successo di un'altra di quelle manovre da Primavera Araba che ti fanno ritrovare "dalla parte giusta della storia" è ora ingabbiata in un'agenda fitta di confronti con un vicino spinto alla disperazione e piuttosto ricco di risorse.
La Turchia non ha nemmeno tentato di limitare i danni esplorando le possibilità di ricucire lo strappo con il governo siriano; invece, si è presentata come lo sponsor degli inetti (il Consiglio Nazionale Siriano), degli avventati (il Libero Esercito Siriano) e degli opportunisti (gli Amici della Siria).
Erdoğan pare sia intento a scavare coi denti la fossa in cui rischia di finire la Turchia, perché sta continuando a parlare degli orrori di Assad in una maniera tale che una riconciliazione politica con quest'ultimo risulterà impossibile per lui.
Al momento di lasciare la Cina ha dichiarato che avrebbe invocato gli obblighi cui l'Alleanza Atlantica è chiamata dall'Articolo 5 del proprio statuto (quello sulla protezione di uno stato membro) in risposta ad una scaramuccia di frontiera di nessun conto e che potrebbe in verità esser stata provocata da alcuni combattenti del Libero Esercito Siriano intenti a cercare rifugio in un campo profughi situato in territorio turco, in seguito ad uno scontro armato messo in piedi da loro stessi.
Sul piano diplomatico le considerazioni di Erdoğan sulla Siria hanno avuto anche altre ripercussioni.
L'Iran, che considera da sempre la Turchia come un proprio sostenitore nella tenace lotta con l'Occidente sulla questione del programma nucleare, ha chiesto che si cambi sede per i colloqui del cosiddetto "Iran six" (detto anche P cinque più uno, gli Stati Uniti, la Cina, il Regno Unito, la Francia, la Russia ed infine la Germania) originariamente fissati ad Istanbul, in risposta all'irremovibile atteggiamento filooccidentale che la Turchia ha assunto sulla Siria, ed in risposta alla decisione di Erdoğan di fornire completo sostegno alla difesa missilistica della NATO.
Erdoğan ha perentoriamente fatto terra bruciata attorno a Tehran, rispondendo che "A causa della sua mancanza di onestà, l'Iran non fa che perdere continuamente prestigio a livello internazionale". [4]
La prima tornata di colloqui si è effettivamente tenuta ad Istanbul, ma la prossima si svolgerà a Baghdad. Erdoğan è riuscito a guastare i rapporti della Turchia con la Siria, con la russia e con l'Iran. Non è una cosa di poco conto, se si pensa che la maggior parte del bisogno energetico turco viene soddisfatto dalla Russia e dall'Iran. Se la Turchia intende prendere altre posizioni sull'agenda della libertà occidentale, può contare anche sulla freddezza dei cinesi.
E non è una buona notizia per Erdoğan, perché la sua forza politica si basa sulla crescita economica, non sui problemi diplomatici.
La cosa più importante, nel viaggio compiuto da Erdoğan nell'aprile del 2012, erano gli affari: rafforzare i legami economici tra la Repubblica Popolare Cinese e la Turchia. I commerci sono in un momento di forte incremento, ma è la Cina a trarne i maggiori utili. Per questo Erdoğan si era fatto seguire da trecento uomini d'affari, ha chiesto ai cinesi di aumentare i loro investimenti in Turchia e si è lasciato andare a molte disquisizioni sulla "Nuova via della seta", una ferrovia che attraversa ventotto paesi e che unisce la Cina alla Turchia.
Allo stesso tempo, Erdoğan era ansioso di dimostare la levatura della Turchia (e la sua accresciuta importanza a livello mondiale) visitando lo Xinjang, patria di dieci milioni di uigguri che hanno legami culturali e linguistici con le popolazioni turche dell'Asia.
Gli imperativi della politica turca, e la posizione geopolitica che la Turchia considera propria, hanno trasformato la questione degli uiguri e dell'incessante repressione politica e culturale di cui essi soffrono ad opera del governo cinese in un altra questione critica per Erdoğan.
Nel 2009, ai tempi degli scontri tra cinesi han e uiguri nello Xinjang, Erdoğan fece infuriare Pechino definendo "una specie di genocidio" [5] l'azione repressiva del governo cinese.
Affermò anche la propria intenzione di concedere un visto a Rebiya Kaderr, il capo del Congresso Mondiale degli Uiguri e perenne spina nel fianco del governo di Pechino. (Pare che Kadeer non abbia poi fatto richiesta di questo visto, probabilmente con considerevole sollievo per il governo turco).
Nel corso della sua visita in cina, la prima effettuata da un primo ministro turco da ventisette anni a questa parte, Erdoğan ha dovuto comportarsi in modo da non peggiorare le cose. La sua visita a Urumqi è stata, dal punto di vista politico, un buon colpo -in effetti si è trattato della prima località cinese in cui ha fatto sosta prima di dirigersi verso Pechino- ma Erdoğan non ha esasperato l'animo dei suoi ospiti atteggiandosi a protettore degli uiguri dello Xinjang.
Come acidamente notato dal redattore di estera del quotidiano turco Hurriyet Emre Kizilkaya, Erdgoan aveva promesso ai cinesi che non si sarebbe "recato [nello Xinjang] per esacerbare il problema".
L'atto più rimarchevole compiuto da Erdoğan ad Urumqi, a quanto risulta, è stato il lasciarsi fotografare mentre, abbigliato in uno sgargiante costume uiguro, brandiva un agnello arrosto sotto lo sguardo premuroso di alcuni funzionari locali.
Kizilkaya pensa che Erdoğan abbia usato la visita ufficiale in Cina per affrontare la questione della Siria anziché per soccorrere i confratelli Uiguri:
Certo: la Cina è una potenza mondiale, ma perché sei andato fino nello Xinjang se poi non avevi intenzione di far parola sull'inumana repressione di cui gli Uiguri sono stati vittime? [6]
Non importa quanto forte il nazionalismo -l'eredità che Kemal Ataturk ha lasciato al suo paese tramite un'intensiva campagna di indottrinamento attuata nelle scuole e dai mass media- influisca sull'atteggiamento turco, e costituisca un limite agli sforzi che la Turchia compie per avere un proprio ruolo sulla ribalta mondiale.
Kizilkaya fa tuoni e fulmini sull'oppressione sofferta da una popolazione turca che vive in Cina, a migliaia di chilometri di distanza nello stesso momento in cui il suo paese deve affrontare un problema curdo, in patria, di cui non si intravede soluzione e che è esacerbato dal fatto che i curdi, che non sono turchi, sono considerati dalla pratica politica essenzialmente come un corpo estraneo.
A questa considerazione va aggiunto anche il fatto che nel 2009 Erdoğan non si fece nessun problema ad utilizzare lo scottante vocabolo "genocidio" per definire l'operazione di ripristino dell'ordine pubblico portata a termine dai cinesi nello Xinjang, neppure mentre il suo governo è impegnato in una serrata battaglia a colpi di pubbliche relazioni per negare che lo stesso vocabolo possa essere riferito alla nazione turca per quello che riguarda la morte di oltre un milione di armeni di religione cristiana ai tempi delle esecuzioni, dei massacri e delle marce della morte nel 1915.
Tutto questo, sopra ogni altra cosa, contribuisce al ritratto di un paese il cui ruolo sul piano internazionale, almeno in tutto quanto attiene i contesti non turchi, soffre della limitazione che deriva da un profondo ed istituzionalizzato sciovinismo etnico.
Gli alleati naturali della Turchia si trovano negli stan di lingua turca dell'Asia centrale: in Medio Oriente, la Turchia è sola. E quando la Turchia alza la voce, molti degli altri paesi della regione reagiscono con un misto di biasimo e di sufficienza.
La Turchia è giunta ad avere cattivi rapporti con tutti i propri vicini, ad eccezioe della Georgia e della Bulgaria; Grecia, Siria, Iran ed Armenia hanno antichi o recenti motivi di risentimento nei confronti di Ankara. Alla lista possiamo aggiungere anche l'Iraq a guida sciita, perché la Turchia ha di recente deciso di offire asilo al vicepresidente sunnita dell'Iraq Tariq al Hashemi.
L'odio dei curdi per la perenne opera repressiva su vasta scala portata avanti dal governo turco contro i separatisti, gli attivisti ed i giornalisti curdi, pressoché ignorata dalla stampa occidentale, spiega bene per quale motivo i curdi che vivono in territorio siriano si sono guardati bene dall'unirsi alla rivolta contro Assad. Anche se Erdoğan ha compiuto un viaggio fuori programma in Arabia Saudita direttamente rientrando da Pechino, probabilmente per confermare al Consiglio di Cooperazione l'intenzione di mettere Assad con le spalle al muro, difficilmente troverà amicizie sincere nelle autocrazie del Golfo.
Gli sclerotici paesi arabi esportatori di greggio e gli stati del golfo a base teocratica e conservatrice difficilmente accoglieranno bene l'intenzione della Turchia di rivestire un ruolo egemone nella regione sulla base della democrazia, del libero mercato, di un equilibro tra il potere religioso e quello laico, e sulla fede riposta nella validità delle insurrezioni della Primavera Araba contro autocrati inamovibili.
Il nazionalismo turco in Europa deve invece fare i conti con un razzismo ed un'ostilità palesi e mal celati. Uno dei molti motivi per cui il percorso della candidatura della Turchia all'ingresso nell'Unione Europea si trova oggi ad un punto morto è l'idea che la Turchia sia troppo "non europea" per integrarsi nell'Unione [7] si è sparsa come una gramigna in tutta Europa, partendo da Papa Benedetto per arrivare fino ai partiti sciovinisti di estrema destra.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la Turchia si è rivelata un pilastro fondamentale.
Essa rappresenta il tanto agognato "stato islamico moderato" (soprattutto adesso che l'Egitto sta pencolando tra istanze populiste ed istanze radicali) in grado di fare da interlocutore regionale con israele, e l'appoggio compiacente in grado di erodere il monopolio russo nella fornitura di gas naturale all'Europa acconsentendo alla costruzione del gasdotto Nabucco o di una sua qualsiasi variante attraverso il proprio territorio.
E' difficile tuttavia dimenticare le parole piene di sufficienza pronunciate da un appartenente all'amministrazione americana rimasto anonimo nel 2003, quando Erdoğan cercò senza successo di negoziare venticinque miliardi di dollari in cambio del permesso per quarantamila soldati americani di schierarsi in Iraq passando dal territorio turco:
Sembra che i turchi pensino che terremo il bazar aperto tutta la notte. [8]
Sembra proprio che gli Stati Uniti stiano traendo diletto dal trattare con scherno la Turchia a causa della brutta piega presa dalla questione Assad, perché l'eco e la rabbia dell'indignazione turca aiutano ad oscurare la realtà; e la realtà è rappresentata dalla inanità della politica occidentale sul conto della Siria.
Erdoğan, da parte sua, sembra sia rimasto intrappolato in un confronto a viso aperto con la Siria senza avere un autentico sostegno geopolitico, e sembra non avere idea di come togliere il suo paese da questa situazione senza rimetterci la faccia, o senza dare il via ad una guerra che ridurrebbe in briciole tutta la regione.
Invece di adoperarsi per allentare la tensione, Ankara la sta esacerbando; invece di agire come sperimentato mediatore nei contrasti regionali, la Turchia sta diventando il cane da guardia degli interessi occidentali.
Il The Economist, che riesce a cogliere le ambizioni imperiali riposte nella politica di Erdoğan, ha scritto:
"Quello che ha reso la Turchia un attore efficace è sempre stata la sua abilità nel parlare a tutti i contendenti", dice Nikolaos Van Dam, ex ambasciatore olandese in Turchia. Ma adesso, essa "ha deciso da quale parte schierarsi". [9]
Commentando in modo stringato e malinconico la situazione politica mediorientale si può dire che negli ultimi dodici mesi la Turchia ha abbandonato il proprio ruolo di pilastro diplomatico della regione, la sua condizione di "mediatore imparziale", e che tra tutti gli altri paesi è stata la Cina, in virtù dei suoi stretti legami economici sia con l'Arabia Saudita che con l'Iran, ad adoperarsi per cercare di prenderne il posto.


1. Erdogan meets Jiabao on milestone China trip, Hurriyet, Apr 10, 2012.
2. Change of heart in Moscow and Beijing will unlock Syrian crisis, Today's Zaman, Apr 15, 2012.
3. Foreign Ministry Spokesperson Liu Weimin's Remarks, Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Apr 12, 2012.
4. Turkey's Role in Iran Nuclear Talks Could Diminish, VOA, Apr 16, 2012.
5. Turkey attacks China 'genocide', BBC, Jul 10, 2009.
6. Erdogan's China Trip Raise New Questions About Turkey's Foreign Policy, The Istanbulian, Apr 9, 2012.
7. Pope Benedict and the Buddhism/Masturbation Controversy, China Matters, Sep 20, 2006.
8. Statement of Gene Rossides, American Hellenic Institute general counsel, AHI, Apr 23, 2003.
9. Growing less mild, The Economist, Apr 14, 2012.


Peter Lee tratta di questioni mediorientali e sud asiatiche e dei loro rapporti con la politica estera statunitense.