24 agosto 2009

Per una moschea a Firenze: lo stile della moschea Behram paşa (Diyarbakir, Curdistan)


Diyarbakir. La moschea Behram paşa.

Non è una novità per i lettori che questo blog sia apertissimamente favorevole all'edificazione di una moschea a Firenze. Una moschea che sia degna della città, come degna della città si volle che fosse, oltre un secolo fa, la sinagoga di via Farini, che dal 1882 fa bella mostra di sé nel panorama fiorentino.
Un viaggio in Anatolia ci ha mostrato esempi perfettamente compatibili, e con adattamenti davvero minimi, alla storia architettonica fiorentina e toscana.
La moschea di Behram paşa, nella città curda di Diyarbakir, è un ottimo esempio di quanto potrebbe essere realizzato in città: situata a sud ovest del centro cittadino di Diyarbakir non lontano dalle strade destinate al commercio tradizionale, la moschea fu edificata nel 1572 per volontà del governatore di allora ed è a tutt'oggi oggetto di ammirazione per la linea elegante dei suoi archi.

Per una erigenda moschea fiorentina, l'impostazione di massima dell'edificio potrebbe essere ripresa senza alcuna modifica sostanziale; l'unico intervento da considerare con attenzione dovrebbe essere volto a portare il numero dei minareti da uno a quattro, uno per ciascun angolo della costruzione.
Diverso il discorso per i materiali: i rivestimenti potrebbero essere realizzati in serpentino e marmo di Carrara, realizzando un edificio non soltanto di alto pregio architettonico, ma rispettosissimo della storia architettonica locale. Un po' del materiale potrebbe essere addirittura ottenuto con un'operazione di recupero, radendo al suolo l'irriferibile e inguardabile "pensilina degli autobus" che dal 1990 deturpa impunemente piazza Stazione e che ci causa tali moti di disgusto da farci ritenere che un candidato a sindaco che in tutti questi anni ne avesse seriamente proposto la distruzione sarebbe stato sicuramente eletto con largo suffragio, indipendentemente dalla collocazione politica.
Per la localizzazione, non sapremmo identificare sede migliore di Piazza Ghiberti: la demolizione degli edifici sul lato est della piazza, previa estinzione assoluta e radicale delle attività che a tutt'oggi vi si svolgono indisturbate e che nel corso degli anni hanno portato ad un degrado autentico della vita sociale fiorentina, aprirebbe tutto lo spazio necessario all'edificio.
Le risorse economiche dovrebbero essere interamente di provenienza pubblica: il congedo di un numero infinitesimo degli appartenenti a questa o quella gendarmeria, una delle molte armate e retribuite dallo stato che occupa la penisola italiana, dovrebbe permettere di destinare alla costruenda opera fondi consistenti, l'ottimo impiego dei quali sarebbe testimoniato dai fatti.

Mihrab e minbar della Behram paşa.


07 agosto 2009

Giovanni Donzelli, un esempio di disumanità politicante


Agosto è un mese parco di argomenti, e per certi redattorùcoli trovare di che riempire gli spazi tra la pubblicità di un club di lap dance -come li chiamano adesso- e un servizio fotografico sulle mucose vaginali più frequentate dai ricchi in vacanza dev'essere fonte di un certo numero di grattacapi: roba da considerare seriamente l'ipotesi di doversi schiavardare dall'aria condizionata dell'ufficio per andare in cerca di notizie vere, tanto per dire.
Quelli de "IlFirenze" e di tutta e-Polis hanno risolto la questione facendo festa per tutto il mese, cosa che gli evita tra l'altro di dover interiorizzare in modo troppo traumatico i -3.775.063 euro di "utile" dichiarati a fine luglio. E' probabile che l'ennesima pubblicazione impostata come la ripetizione ecoica dei temi cari all'"occidentalismo" pratico -degrado, degrado, degrado, degrado e degrado, con qualche interessante reportage sul degrado, ed una pagina di sms dei lettori monocordemente improntati al conformismo e all'incompetenza più cialtrone, autentico specchio dei tempi- abbia finito per schifare anche gli inserzionisti.
Meno male che c'è Giovanni Donzelli, consigliere comunale fiorentino del piddì con la elle, a dare una mano per arricchire scartafacci che hanno anche la pretesa di non voler sembrare dei bollettini di questura.
Non contento di esser stato preso a schiaffi nel corso di una di quelle comparsate organizzate proprio con la collaborazione dei gazzettieri, Giovanni Donzelli ha organizzato per l'inizio di agosto uno scoop di rara bassezza.
I mustad'afin del Movimento di Lotta per la Casa sono da sempre oggetto di bordate mediatiche gratuite e tutte redatte secondo la stessa impostazione, basata sulla conferma di questo o quel luogo comune statuito a verità rivelata e completata sulla stampa da una titolazione tra lo sprezzante e il disgustato. Mica stanno scrivendo di esseri umani, no?
A questo giro Giovanni Donzelli, un "meritocrate" universitario che non è stato capace di laurearsi neppure in quindici anni, ha messo in piazza per i suoi scopi un paio di persone eccezionalmente problematiche suscitando una risposta finalmente e sinceramente imbestialita da parte dei chiamati in causa, costretti da anni ed anni a fare da sponda alle alzate d'ingegno con cui il non laureato acquista la visibilità mediatica che gli è indispensabile per continuare a scaldare poltrone.
Ora, chi avesse l'abitudine di formare la propria opinione sulle gazzette, potrebbe trovare questa ed altre questioni simili come boutades destinate a lasciare il tempo che trovano. Noi invece abbiamo l'impressione di trovarci al cospetto di un individuo capace di raggiungere vette di autentica disumanità, l'ostentazione della quale tira a meraviglia la volata alla marmaglia che ha monopolizzato la politica istituzionale in tutto l'"Occidente". Se si pensa che milioni di elettori yankee -"liberi" e "democratici" secondo i postulati d'uso- avrebbero affidato responsabilità nucleari ad una sedicente "pitbull con il rossetto", si ha un'idea dei livelli generalizzati raggiunti dalla putrefazione sociale in cui questa gente sguazza non solo interessata, ma perfettamente a proprio agio.
Perché mai trarre conclusioni così drastiche sul conto di Giovanni Donzelli?
Perché uno dei più sbandierati traguardi raggiunti dal suo "impegno" fu, all'inizio del 2007, la blindatura di Piazza Brunelleschi.
In Piazza Brunelleschi si affaccia uno degli ingressi della Facoltà di Lettere. La piazza è una specie di cul de sac in cui per almeno trent'anni consecutivi si è data appuntamento un'umanità variopinta e discutibile quanto si vuole, ma viva.
Dopo anni di bizze e di pestar di piedi da parte di Giovanni Donzelli e dei suoi commensali, lo sgombero di uno spazio bar autogestito e l'installazione di cancellate carcerarie restituirono la piazza a quell'ordine del nulla che piace tanto ai politici, ai parassiti del mercato immobiliare e ai sudditi indottrinati dalla libera informazione "occidentale".
Pochi giorni dopo la riduzione di piazza Brunelleschi ad una specie di cortile da galera, il 23 marzo 2007, un uomo sui trent'anni vi fu trovato morto. Si vada a leggere il comunicato stampa con cui Giovanni Donzelli commentava la questione, ovviamente senza perdere l'occasione per invocare altri giri di vite.
Oltre a far notare la disumanità di fondo che trasuda dallo scritto è bene aggiungere un'ulteriore considerazione. Senza l'intromissione del securitarismo d'accatto, della tolleranzazzèro per i'ddegrado e via ciarlando, quel giorno di marzo la piazza sarebbe stata ancora frequentata. Qualcuno avrebbe potuto accorgersi del malore di quel giovane e forse non gli sarebbe stata riservata la fine solitaria e burocratizzata che attende i drop out della "civiltà" contemporanea.
Ma la lotta a i'ddegrado e per la sihurezza, remunerativa com'è, può ben trascurare dettagli come questo. E per avere la consapevolezza di avere un morto sulla coscienza occorre innanzitutto avere una coscienza.



02 agosto 2009

Aldo Milone e "La Nazione", soci fondatori di Prào Sihurezzatex S.p.A.


Come i nostri ventitré lettori si saranno accorti, la gazzetta in oggetto non gode in questa sede di alcuna stima e di alcuna autorevolezza. Lo stesso accade presso quattro quinti buoni del suo target, il che ne rende la sopravvivenza economica qualche cosa di inspiegabile secondo le logiche di mercato più comuni.
Aldo Milone ha un passato professionale nella gendarmeria e si è riciclato a dureppùro della sihurezza e contro i'ddegrado cavalcando la redditizia onda ebete dell'allarmismo giornalaio al quale, da dieci anni almeno, sono intonate tutte le produzioni mediatiche del mainstream. La cosa è arrivata da tempo a livelli tali che tra la percezione del mondo di chi non si fa riempire la testa di schifezze giornalettistiche e televisive e quella di chi si ostina in questa discutibile abitudine esiste un solco probabilmente incolmabile.
La colpa di questa situazione, a Prato come altrove, è per il venti per cento dei normali problemi che sorgono ovunque quando convivono individui che provengono da comunità dalla diversa storia, e per l'ottanta per cento dei mass media.
Grazie all'operato dei professionisti -e delle professioniste- dell'"informazione", la penisola italiana vive da anni in un clima che ricorda quello della Germania degli anni Trenta. Certo, per arrivare ad uno sbocco genocidiario dovrebbe cambiare radicalmente una situazione economica ancora abbastanza tranquilla; ma le altre premesse sono state costruite tutte, in piena scienza e coscienza, dai professionisti della politica in cravatta e dai loro servi nelle redazioni. Tanto per essere più chiari, fino a qualche anno fa il razzismo dichiarato e la volontà genocida erano patrimonio indiscusso di un piccolo e sostanzialmente innocuo gruppo di individui tatuati e rasati, rastrellabili da qualche birreria di terz'ordine e nei pallonai domenicali. Il lavorìo gazzettiero degli ultimi anni ha fatto ponti d'oro per la feccia che risale il pozzo.
Aldo Milone dunque, dopo che il piddì con la elle ha Vinto le elezioni comunali grazie ad avversari annichiliti e soprattutto grazie alle pezze d'appoggio fornitegli dai mass media, è diventato Assessore alla sihurezza e secondo la moda politica del momento ha sollecitato l'intervento in città di un reparto militare.
Presentando l'iniziativa in un articolo de "La Nazione", Aldo Milone avrebbe asserito «Non riesco ancora a spiegarmi come i giovani militari di 25-30 anni vanno altrove per democrazia in Iraq o in Afghanistan e non possono esere utilizzati in operazioni di sicurezza per i connazionali: che logica è?». Che logica è? Glielo spieghiamo sùbito e gli usiamo anche la cortesia di non cavillare troppo su certe concezioni di "democrazia"; un trafiletto de "La Nazione" è degno di qualsiasi utilizzo, specie nella sua edizione cartacea, meno che come terreno per esercitazioni filologiche.
Qui di seguito c'è dunque una delle moltissime immagini reperibili su internet -basta fare la fatica di cercare un po' e non fermarsi ai seni scoperti che costituiscono il settanta per cento dei contenuti di portale- che testimoniano i risultati concreti della "democrazia" in Iraq o in Afghanistan. Naturalmente ce ne sono anche di ben più crude, ma non abbiamo motivo di infliggere a chi legge la vista dettagliata dell'effetto su di un cranio umano del proiettile sparato da un Dragunov o da un Accuracy International.

Una madre affranta sopra il corpo del figlio, colpito a morte da un cecchino statunitense nel distretto Obaidi di Baghdad il 21 maggio 2008. I cecchini statunitensi hanno ucciso undici passanti e ne hanno ferito un dodicesimo. (Foto Reuters, Thaier al-Sudani).

A questo punto, la logica di chi non vuole soldati per le strade non dovrebbe avere grandi misteri: una cosa che i decolleté della televisioncina tendono a tacere un po' troppo spesso è che i militari e gli eserciti servono per ammazzare. Non è una funzione incidentale: è il motivo alla base della loro esistenza. Eventi come quello qui sopra sono ordinaria amministrazione da anni ed anni nelle fortunate aree di democracy export e non sono incidenti ma conseguenza logica di certe scelte. L'impiego consapevole di personale armato per qualcosa di diverso da una passeggiata militare deve dunque mettere in conto "vittime collaterali" anche in piena Toscana.
Durante un giro per il centro di Prato abbiamo udito una ragazzina dodicenne apostrofare una donna incinta dalle fattezze orientali con la frase "Ecco, tra poco anche quella partorisce un altro mostro" senza che la cosa desse àdito ad alcuna contestazione da parte dei numerosi -e soprattutto delle numerose- presenti. Non possiamo dunque escludere che l'abbrutimento della pubblica opinione sia finalmente arrivato a tali livelli di bestialità da farla gioire per scene come quella su illustrata: in tutti i casi ci penseranno le gazzette, a facilitare l'arrampicata sugli specchi di chi dovrà giustificare l'ingiustificabile.


31 luglio 2009

Bank of Scotland alza addirittura la cresta...


L'intoccabilità dogmatica di banche ed affaristi rappresenta senza alcun dubbio uno dei punti fermi della "civiltà" contemporanea.
Nel luglio del 2009 si viene a sapere che Bank of Scotland, cofinanziatrice della tramvia di Firenze, ha chiesto alla società che sta realizzando il sistema tramviario di rivedere i piani finanziari per i "troppi ritardi".
Si dirà che in un periodo parco di argomenti, riportare una notizia del genere è un modo come un altro per riempire una mezza pagina. E fin qui nulla da replicare. Solo che Bank of Scotland non è una banca qualunque.
Ammessa alla greppia fiorentina all'ultimo tuffo, nell'ottobre del 2008 Bank of Scotland è stata salvata dalla bancarotta da Sua Maestà Britannica con i soldi dei contribuenti: una ventina di miliardi di sterline almeno.
La Royal Bank of Scotland e la Halifax/Bank of Scotland, finita anch'essa nei pasticci e salvata con gli stessi sistemi e con la stessa generosità, hanno organizzato due festicciole alla buona (la Halifax ha speso trecentotrentamila sterline, la HBoS trecentomila) per festeggiare quell'aiuto statale che una visione del mondo coerentemente liberale e liberista dovrebbe aborrire come la peste. Probabile che il liberismo esaltato da certe voci si fermi giusto un istante prima di mettere in pericolo i lauti guadagni dei dirigenti.
Banchieri, professioniste, spacciatori di mutui e promotori vari hanno così celebrato questo indubbio riconoscimento delle loro altissime competenze professionali. Cene di quattro portate, spettacoli vari, ospitalità a cinque stelle in sedi cambiate all'ultimo momento per evitare contestazioni in un paese che è stato letteralmente la culla dell'ingiustizia sociale e nel quale la disoccupazione si sta mangiando via il reddito di intere fasce sociali.
Ad aprile, BoS annunciava la caduta di altre duemilasettecento teste.
Quale autorevolezza, quale credibilità e quale prestigio si debbano attribuire alle esternazioni di elementi del genere, lo si lascerà decidere a chi legge.


29 luglio 2009

Afghanistan, i nodi al pettine


Su Senza Soste è uscito uno scritto sulla situazione nell'Afghanistan occupato dal titolo piuttosto roboante. L'impegno che lo stato che occupa la penisola italiana sta profondendo in Afghanistan non è certo paragonabile a quello sovietico degli anni Ottanta o a quello statunitense in Indocina, da nessun punto di vista.
Ai tempi dell'invasione sovietica, vituperata da tutto l'"Occidente", la penisola italiana grondava di comitati di solidarietà "con il popolo afghano" e di iniziative che stigmatizzavano la presenza dell'Armata Rossa nel paese. Nonostante il numero e i sistemi spicci, i sovietici non riuscirono a controllare il territorio e in fin dei conti il prezzo dell'aggressione all'Afghanistan fu così alto da ogni punto di vista da contribuire in modo determinante alla fine dell'Unione Sovietica stessa. Coerentemente con l'operato yankee, tutto teso a "regalare all'Unione Sovietica il suo Vietnam", finiti i giochi di potere l'Afghanistan fu lasciato a se stesso e ad una guerriglia che sparì svelta dalle cronache per essere ridotta a livello di curiosità punteggiata di orrori, come la distruzione di quanto rimaneva dei Buddha di Bamyan, l'impiccagione di Najibullah o le decapitazioni pubbliche nello stadio di Kabul.
Tutta roba di poco conto, secondo politicanti e gazzettame. Praticamente delle inezie davanti al Nuovo Secolo Amrikano che andava ad incominciare, tra le cui prerogative era contemplato che gli interventi urbanistici più radicali fossero esclusiva di un'aeronautica militare statunitense che aveva dato prova delle proprie competenze in tal senso in tutto il mondo. Nessuno aveva seriamente messo in conto che la prima squadra di nullatenenti armati di coltellini di plastica avrebbe potuto dar prova di intendersene almeno nella stessa misura, in un Undici Settembre che la propaganda yankee voleva ricordato in eterno e che è virtualmente sparito dall'attenzione in meno di dieci anni.
In questa sede difficilmente si indulge al complottismo ed alla dietrologia, e si evita quando possibile di ricorrere a spiegazioni contorte per interpretare quanto può essere adeguatamente spiegato dall'incompetenza, dalla sazietà, dalla faciloneria, dalla pigrizia e dall'ignoranza. Ci si limiterà quindi a far notare che negli anni precedenti gli indizi di quanto sarebbe potuto succedere non erano mancati: tra i più clamorosi il volo solitario con cui Mathias Rust fece fessi i radar sovietici, sbrigativamente e sprezzantemente liquidato come ennesima prova dell'inefficienza dell'URSS. Ai tempi della guerra afghana un gruppetto di ardimentosi capeggiato da Vincenzo Sparagna aveva d'altronde potuto attaccare poster antisovietici in piena Kabul, costringendo la propaganda di Mosca a goffi tentativi di difesa.
Ad ogni modo, la metabolizzazione sociopolitica delle operazioni urbanistiche sul suolo statunitense compiute l'11 settembre 2001 ricordò un tantino la battuta della Principessa Vespa in "Balle Spaziali": "...Ma non possono farmi questo! Io sono ricca!!!".
Il processo di denigrazione dei paesi non allineati al volere yankee, già ampiamente in atto per motivi legati alla vecchia geopolitica, conobbe un'accelerazione istantanea e produsse utili politici incredibilmente elevati, tanto da far digerire all'opinione pubblica statunitense anni ed anni di aggressioni militari e di occupazioni costosissime e sanguinose. Sbrigativamente statuita la colpa di un certo Bin Laden, di una certa AlQaeda e di certe sue basi in Afghanistan, gli yankee aggredirono il paese centroasiatico con un'operazione che fu presentata come una passeggiata militare. Il "successo" dell'operazione, coronato con le solite "libere elezioni", riempì per anni tutti i mass media a più alta fruibilità, primi tra tutti i rotocalchi, che si contendevano le foto di qualche segnorina con lo smalto sulle unghie presentandola come attestazione della ritrovata "democrazia" e della "emancipazione" delle donne afghane.
Otto anni, molti morti e moltissimi soldi dopo, la sensazione è che nessuno degli obiettivi dell'invasione sia stato neppure sfiorato e che nessuno degli occupanti, cooptati sotto pena di sfracelli (memorabile il "vi riduciamo all'età della pietra" con cui fu sollecitata la "collaborazione" pakistana) ed accorsi all'epoca di gran carriera, abbia -giustamente- alcuna intenzione di abbandonarsi ad atti eroici.


Afghanistan, il Vietnam italiano? Ecco gli indizi

Un giorno degli anni sessanta dell'ottocento a un posto di frontiera dell'India, allora unita al Pakistan, si presentò davanti ai soldati inglesi un loro commilitone lacero, stremato e con evidenti segni di terribili avventure.
Si trattava dell'unico sopravvissuto, su un contingente di circa 5000 soldati, del corpo di spedizione inviato dalla corona britannica per colonizzare l'Afghanistan. Di quello che per l'epoca era un contingente addestrato, ben nutrito, equipaggiato non rimaneva quindi che una persona. Che fornì poi dettagli tali all'esercito britannico da sconsigliare ogni nuova spedizione dell'impero di sua maestà in quelle terre.
Se, per capire cosa significhi invadere l'Afghanistan, questo esempio sembra troppo lontano nel tempo si guardi allora alla spedizione sovietica degli anni '80. L'occupazione dell'Afghanistan, durata dal 1979 al 1989, fu condotta con truppe di un numero cinque volte superiore all'attuale dotazione occidentale e senza i problemi di un'opinione pubblica spaventata per le perdite sul campo. Bene, un'offensiva su larga scala durata cinque anni ('80-'85) per stanare la guerriglia non riuscì a far pendere la bilancia dell'esito della guerra da parte russa.
Nonostante gli esempi storici, che consigliano interventi in massa, gli occidentali occupano l'Afghanistan con appena 60.000 soldati, con una catena di comando non chiara e regole di ingaggio determinate dalla diplomazia e non da esigenze sul campo, mentre intere regioni afghane sono di fatto autonome e in armi. Come dire: danzare sul vulcano. Basti qui ricordare che gli italiani, con circa 2000 effettivi, pattugliano un'area pari al nord del nostro paese. Chi ha un'idea della seconda guerra mondiale sa di quante decine di migliaia di occupanti aveva bisogno la Germania per tenere l'Italia del nord: questo per dire che l'occupazione occidentale in Afghanistan è semplice concentrazione di truppe in alcune aree definite chiave. Questo, quando buona parte del paese è ostile, ha lo stesso senso di voler svuotare un mare con robusti camion cisterna: lo spettacolo dei camion che vanno verso il mare è forte ma il compito non vedrà mai fine. In questo senso quindi tanto più si portano avanti le manovre militari dell'occupazione tanto più la fine della missione appare improbabile. Tatticamente parlando solo uno sforzo bellico, politico ed economico, pari a quelli utilizzati nelle grandi invasioni dell'ultimo conflitto mondiale porterebbe a risultati militari in quell'area. Salvo poi ritrovarsi in mano un paese completamente irriducibile, per composizione etnica e sociale, a qualsiasi dopoguerra di tipo occidentale. Per questo l'invasione dell'Afghanistan somiglia molto al tentativo di svuotare il mare anche se con mezzi industriali.
Quindi, quando il ministro La Russa parla di missione che terminerà quando "gli obiettivi saranno realizzati" o mente o è veramente convinto di svuotare un mare con i camion cisterna.
Oltretutto, e i media italiani evitano di ricordarlo (preferendo dedicarsi alla cronaca nera [o alla pornografia, n.d.r.]), nel confinante Pakistan i talebani controllano intere regioni. C'è infatti una sinergia, militare e di scambio di risorse, tra talebani afgani e talebani pakistani che sta rendendo l'attuale acuirsi delle ostilità in Afghanistan particolarmente insidioso per le truppe occidentali.
Del resto, nonostante il rafforzato impegno militare nell'area deciso dall'amministrazione Obama, gli analisti di strategia militare sono spesso concordi sul fatto che sia praticamente impossibile una reale vittoria militare occidentale nell'area. Allora perchè gli Usa hanno lanciato un'offensiva militare in Afghanistan? E quali sono interessi e strategia occidentale in quel paese?
L'Afghanistan è stato occupato, dopo settimane di bombardamenti e stragi di popolazione civile (l'esportazione della democrazia ha i suoi costi), nel 2001 poche settimane dopo l'attentato dell'11 settembre. All'epoca l'occupazione corrispondeva a queste logiche: togliere un retroterra militare alla Jihad, garantirsi il controllo futuro di gasdotti ed oleodotti, insinuare una forte presenza occidentale tra Iran e Pakistan garantendosi una rendita politica nell'area. Viene da sé che il controllo dell'Afghanistan garantisce anche potere di regolazione su un prodotto grezzo che nell'economia reale conta quasi quando il petrolio: il papavero d'oppio.
A parte quest'ultimo particolare, sarebbe interessante analizzare il peso sull'economia reale delle politiche di sradicamento del papavero d'oppio in questi anni di occupazione, nessuno di questi obiettivi del 2001 è stato oggi di fatto raggiunto. E' vero che nel frattempo è stato fatto presidente dell'Afghanistan un ex vicepresidente di una compagnia petrolifera americana ma gli occidentali, dopo otto anni, non possono dire di controllare qualcosa di più del centro di Kabul e di zone collegate (oltre al perimetro delle proprie basi).
La campagna elettorale di Obama sull'Afghanistan si è basata su un punto chiaro: compimento degli obiettivi fissati nel 2001 e, per permettere questo compimento, sganciamento dall'Iraq. All'interno di quale strategia globale non è dato capirlo, ci sono anche analisti infatti che al momento dubitano che gli Usa abbiano una strategia complessiva di politica estera. Gli unici a non dubitare della certezza della vittoria, e del senso della guerra in Afghanistan, sembrano al momento essere solo i media italiani assieme al centrodestra e al centrosinistra di questo paese. Eppure gli italiani devono solo sperare che il loro coinvolgimento non generi che alcune vittime ogni sei mesi come accaduto fino ad oggi anche nei momenti più crudi del conflitto. Che insomma, la guerriglia delle vaste aree che presidiano semplicemente faccia poco più che ignorarli. Altrimenti, sarà Vietnam italiano e con un paese del tutto impreparato, culturalmente e politicamente, ad una intelligente strategia d'uscita.
Nel frattempo i professionisti e i volontari delle marce della pace sono scomparsi. Molti dei loro rappresentanti il prosieguo della guerra in Afghanistan l'hanno votato nel 2006, quando erano al governo e politicamente decisivi, a conferma che una cosa è la retorica di quando si siede all'opposizione e un'altra la ferrea legge delle compatibilità con i poteri forti quando si è al governo.
Quindi, per adesso, c'è solo da sperare che in Afghanistan regni un'anarchia tale da rendere superflue le truppe italiane. Tanto da farle evacuare sotto la propaganda che magari parla di "missione compiuta". Meglio una farsa che una fila sterminata di tombe.

per Senza Soste, Nique la Police.

P.S.: a dimostrazione di quanto conti l'opinione pubblica quando è pacifista. Tutti i maggiori sondaggi, ripetuti nel tempo, mostrano una maggioranza favorevole al ritiro. Il governo e principale partito d'opposizione, il PD, hanno parlato di irrinunciabilità della missione afghana. Quando si dice che il modello dell'opinione pubblica civile e democratica che si fa ascoltare dalla politica è completamente saltato...


23 luglio 2009

MyAir.com: una lezione dal Maghreb


Il 22 luglio 2009 l'ENAC ha tolto la licenza alla compagnia aerea MyAir.com. Il sito della compagnia diventa istantaneamente un monumentino ai bei tempi che furono e spiega che "A seguito del provvedimento di sospensione della licenzia di esercizio adottato dall'Enac nei confronti di MyAir.com, la compagnia si vede costretta, suo malgrado, a sospendere la vendita dei propri servizi".
Il motivo per cui la licenza è saltata pare sia abbastanza concreto: cento milioni di euro di "insolvenze" (vale a dire di fatture da pagare) solo per l'anno scorso.
E' almeno la terza compagnia aerea con base nella penisola italiana che salta in pochi anni, per giunta in un contesto in cui il trasporto aereo sta conoscendo uno sviluppo esponenziale crisi mondiale nonostante. Buchi di bilancio prima, insolvenza poi, lavoratori licenziati come prodotto finale di una "impresa" i cui vertici, appena qualche mese fa, sono stati perquisiti come pallonieri qualunque dopo una domenica passata a fare a randellate in giro per gli autogrill. Otto individui tra amministratori, revisori dei conti, sindaci e consulenti di MyAir.com fecero il pieno di imputazioni: bancarotta, ricorso abusivo al credito, omesso versamento di Iva, imposte dirette e contributi previdenziali per anni interi. Mentre la compagnia annaspava tra comunicati stampa e silenzi imbarazza(n)ti, internet si affollava di un'aneddotica deteriore: ritardi, voli cancellati, inaffidabilità, incompetenza...
A fine luglio, dopo un crescendo di defaillances, il ritiro della licenza. Tra i tanti passeggeri lasciati negli aeroporti, stavolta c'erano più di centocinquanta persone, tutte marocchine, in partenza da Venezia per il loro paese. La situazione l'ha risolta il governo marocchino, mandando prima il personale di una fondazione ad assistere i passeggeri costretti ad un'attesa di ventiquattro ore ai cancelli d'imbarco, e poi un aereo della RAM.
I partenti si sono lasciati andare a considerazioni poco signorili sul conto della disciplina peninsulare dei servizi aerei, e c'è sicuramente da capirli: sono abituati ad una serietà e ad una considerazione che provengono da epoche meno ebefreniche di questa, quando parlando di viaggi in aereo si intendeva una realtà fatta di compagnie di bandiera e di proprietà pubbliche. Tutta roba che in "occidente" viene dipinta abitualmente con commiserazione da una stampa interessata ed asservita, buona a scomodare lo "stalinismo" per qualunque inezia. Un po' di stalinismo di quello vero non farebbe che bene, a fancazzelzeviristi e nullafacenti da gazzetta, non foss'altro che a posteriori potrebbero almeno parlarne con cognizione di causa.
Assodato il fatto che in materia di trasporto aereo la realtà peninsulare esce giustamente umiliata dal raffronto con quella marocchina, ecco qui una piccola lista di compagnie aeree con le quali abbiamo volato con piena soddisfazione.
Türk Hava Yolları. Standard eccellenti, aeroporto Ataturk nuovissimo e tenuto al limite della perfezione. In giro per le librerie aeroportuali si trova anche un libretto in inglese fatto scrivere dal direttore generale, che spiega come ha fatto, in meno di vent'anni, a trasformare una corte dei miracoli in una compagnia aerea spettacolosa da ogni punto di vista.
Uzbekistan Airlines. Tupolev pulitissimi, catering buono, partenze in orario... tutti concetti estranei agli insultanti standard peninsulari. All'aeroporto di Tashkent spicca, per la sua assenza, il servizio di incellofanatura antifurto dei bagagli.
Azerbaijan Airlines. Tariffa per andata e ritorno Malpensa-Baku-Tehran attorno ai trecento euro tutto incluso. La flotta è eterogenea: comprende un po' di tutto dagli Airbus ai Tupolev passando per i Boeing. I servizi dell'aeroporto di Baku, rinnovato recentemente, non lasciano nulla a desiderare. I manufatti guasti, ad esempio, vengono sostituiti e non riparati col nastro adesivo, come ci è capitato di vedere in un enorme e tronfio aeroscalo situato molto lontano da una grande città del nord della penisola italiana. Anche i bagni, stranamente, al momento della nostra permanenza non erano "guasti"...
Iran Air. Gli Airbus da e per Tehran sono bellissimi nonostante in "occidente" si facciano letteralmente miracoli di perfidia per mettere i bastoni tra le ruote alla Repubblica Islamica, obbligando in più di un caso i responsabili a far miracoli per trovare i pezzi di ricambio necessari a tenere in condizioni di efficienza la flotta. L'impressione è che il reverse engineering sia servito a rimediare a molte situazioni tra l'esasperante e il difficile, specie per certi modelli yankee colpiti dall'embargo. Catering eccellente, personale femminile in cabina di rara eleganza. Una certa pubblicità la ebbe, nel corso del 2007, la realizzazione di una rotta diretta Tehran - Caracas.
Non importa, comunque, quanto buone siano le compagnie con cui si viaggia. Un atterraggio a Malpensa è sufficiente, da solo, a cancellare dal viso dei viaggiatori qualsiasi traccia di buon umore.