14 novembre 2023

Quest'anno le foibe arrivano in anticipo


Secondo le gazzette, a metà ottobre 2023 l'esecutivo di Roma avrebbe inviato ai suoi rappresentanti locali una circolare affinché le scuole dedichino particolare attenzione ai temi cui è dedicato il Giorno del Piagnisteo.
Quest'anno le foibe arrivano in anticipo.
Addirittura prima di Babbo Natale.
Il Giorno del Piagnisteo ricorre il dieci febbraio. E a Firenze trascorre nell'indifferenza generale. La sua imposizione per legge è servita soltanto a divulgare con dovizia di dettagli uno dei tanti sistemi con cui prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale qualcuno si è liberato degli avversari politici e delle presenze sgradite in generale.
L'intento dell'esecutivo è quello di diffondere -se non di imporre- una versione vittimistica degli avvenimenti: i comunisti si sono alzati una mattina e hanno fatto un genocidio.
A toni del genere verrebbe voglia di rispondere che il problema è che non ci sono riusciti, e che a Roma dovrebbero se mai ringraziare i corpi armati dello Antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Jugoslavije di essersi fermati prima di Videm invece di prendere tutti quanti a calci almeno fino al Garigliano, maccheroni tarantelle e tutto il resto.
Ma questo andrebbe bene per le "reti sociali", sconfortanti autoschedature per buoni a nulla sul cui livello è caritatevole non infierire.
In questa sede si è convinti del fatto che le istanze "occidentaliste" in generale, con particolare riferimento a quelle governative, non ammettano altra risposta che l'immediata adozione di comportamenti ed atteggiamenti opposti a quelli auspicati.
Alla professione di cialtroneria in malafede si risponde quindi gelidamente, rifornendo innanzitutto la propria biblioteca con una iniziativa di approfondimento e di studio che non dovrebbe certo dispiacere a chi ha imposto questa ricorrenza a chi non ne sentiva alcuna necessità.
Ecco dunque un riepilogo aggiornato, con tutti i limiti del caso. Oltre a scritti sul tema specifico ce ne sono alcuni utili a controbattere alle velleità identitarie che sono alla base dell'intera iniziativa, e alle moltissime produzioni divulgative curate secondo criteri per lo meno opinabili.

Giuseppe Aragno, Alexander Hoebel, Alessandra Kersevan, Fascismo e foibe. Cultura e prtica della violenza nei Balcani.
Nicoletta Bourbaki, La morte, la fanciulla e l'orco rosso. Il caso Ghersi: come si inventa una leggenda antipartigiana.
Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste.
Davide Conti, L'occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della "brava gente".
Francesco Filippi, "Prima gli italiani!" (sì, ma quali?).
Eric Gobetti, L'occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943).
Eric Gobetti, Alleati del nemico. L'occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943).
Eric Gobetti, "E allora le foibe?".
Eric Gobetti, I carnefici del Duce.
Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi (1941-1943).
Gianni Oliva, " Si ammazza troppo poco". I crimini di guerra italiani (1940-1943).
Boris Pahor, Piazza Oberdan.
Jože Pirjevec, Foibe.
Christian Raimo, Contro l'identità italiana.
Giacomo Scotti, Dossier foibe.

21 ottobre 2023

Francesca Campana Comparini in Carrai, il Libro dei Ceffi e l'imam di Firenze

 

Francesca Campana Comparini è un nome noto nella Firenze dei ben vestiti dal ristorante facile, ed è normale che non dica assolutamente niente a chi lavora tutto il giorno, gira in feldgrau e non è abituato a separarsi da grosse cifre (magari messe in nota spese) per roba che di lì a qualche ora prende la via delle fognature.
Di Francesca Campana Comparini ci siamo occupati tempo fa indicando le caratteristiche salienti del suo curriculum, che in caso di sponsali appena appena meno doviziosi (qui su Archive) le avrebbe al massimo assicurato un posto da insegnante precaria facendola contribuire come decine di migliaia di altre ben sposate a professionisti e funzionari alla situazione che manda in bestia Gianmarco Perboni (qui su Archive):

Il motivo principale della bassa retribuzione degli insegnanti deriva proprio dal fatto che, storicamente, si tratta di una professione femminile. Anche in tempi più recenti, quando ormai bene o male le donne avevano conquistato la parità retributiva, la condizione dell'insegnante (donna) era sempre vista come non propriamente lavorativa, perché la figura tipica era la moglie del professionista, che insegnava per avere un'occupazione, tanto a casa c'era la donna di servizio a sbrigare le faccende, figuriamoci se le importava dello stipendio. Nominarle poi la parola sindacato la faceva inorridire.
Risultato: leggo le statistiche comparative, vedo quanto guadagna un insegnante di Cipro (cinque volte più di me) e mi metto a piangere.
Il matrimonio con un console onorario[*] dello stato sionista invece sembra che permetta di volare assai più alto, e di dedicare buona parte della propria visibilità a un Festival delle Religioni biennale destinato senza dubbio a ospitare musulmani buonissimi.
I musulmani cattivi sono quelli dell'imam di Firenze Izzedine Elzir, che la Campana Comparini in Carrai richiama rudemente all'ordine dal Libro dei Ceffi:
Caro Izzedin,
Rimango basita di queste parole che ho letto stamani su La Repubblica di Firenze: "io non ho alcun dovere di render conto di nulla a nessuno (…) C'è il diritto di chiedere? Bene c’è anche il diritto di non rispondere". A causa dei terroristi di Hamas, il cui nome tu non hai il coraggio di pronunciare e condannare, mio marito e la mia famiglia vivono con la polizia alla porta per le continue minacce che ci arrivano.
Eccome se tu devi render conto come capo di quella comunità religiosa. È questione di rispetto della nostra amicizia. Rispetto verso chi ha fatto carte false per trovare alla tua comunità, per la quale nutriamo profondo affetto, un luogo dignitoso dove pregare. Rispetto verso la verità dei fatti ovvero che Hamas è un’organizzazione terroristica riconosciuta tale da quasi tutto il mondo.
Rispetto verso chi ingiustamente vive sotto protezione a causa di quel fanatismo che tu timidamente condanni e non condanni, sotto il paracadute della “situazione terribile e complessa”. Non mi risulta che tu sia sotto scorta perché il mondo israeliano ti minaccia. Ma di quale pace parli?
Francesca Campana Comparini, ideatrice e organizzatrice del Festival delle Religioni, all’Imam di Firenze, Izzedin Elzir.

 La produzione è quella della propaganda "occidentalista" che in questa sede deridiamo e additiamo al disprezzo delle persone serie da circa quindici anni: "o dici quello che io voglio che tu dica, e guai a te se ricorri a congiunzioni ipotetiche o avversative, o ti trovi arruolato per coscrizione nelle file di [formazione combattente qualsiasi, purché invisa ai ben vestiti], SS-Oberschütze su un'altana di Buna-Monowitz, o entrambe le cose insieme".
Elzir deve sopportare roba del genere da più di vent'anni e c'è se mai da meravigliarsi che mantenga la calma.

Con la gendarmeria alla porta, in casa Carrai Campana Comparini si deve avere una certa quale familiarità: i gendarmi, ad esempio, una volta hanno portato delle cose da firmare dove un signore si diceva interessato a sapere qualcosa di più dettagliato su una certa amica africana arrivata con una grossa somma di denaro in contanti (qui su Archive). Sulle continue minacce invece nulla è dato sapere: persino il Libro dei Ceffi, che è la via ordinaria con cui buoni a nulla e sfaccendati di vario genere procedono in proposito, non mostra nulla di inquietante né sulla autoschedatura di Marco Carrai né su quella del Festival delle Religioni. Più facile che la gendarmeria si ripresenti alla porta di casa Carrai Campana Comparini per sapere qualcosa di più preciso su quelle carte false che aggiungono un tocco di eloquente simpatia in più alle righe di Francesca, che ha col destinatario il tipo di atteggiamento che i ricchi ben vestiti tengono nei confronti di chiunque sia meno ricco, meno ben vestito e ipso facto tenuto a mostrare deferenza.
Adesso veniamo al sodo. I ricchi ben vestiti, secondo la felice definizione di Erri de Luca cui ci rifacciamo abitualmente in questa sede, chiamano terrorismo qualsiasi cosa non gli procuri un reddito. Al netto di questa premessa i combattenti di Hamas al momento in cui scriviamo non sono apprezzati nello stato sionista, negli USA, nel Regno Unito, nell'Unione Europea, in Giappone, Paraguay, Canada e Australia (qui su Archive). Un "quasi tutto il mondo" che noi persone serie chiameremmo invece "paesi occidentali, e nemmeno tutti". Col resto del pianeta che li ammira e li tollera sempre meno e ci sarebbe da stupirsi del contrario.
Lo stato sionista, come sa chiunque ne conosca sul serio la storia sia pure per sommi capi, ha fatto delle eliminazioni selettive una delle molte prassi legate alla propria dottrina militare. Se il signor Elzir avesse rappresentato una seria minaccia per il quieto vivere di Ari, Bibi, Mitzi, Yaeli, Uri, Tzipi eccetera sarebbe stato da tempo oggetto di provvedimenti adeguati.
Va ricordato anche che esiste una nutrita aneddotica sulla prassi diffusa presso i cittadini dello stato sionista di considerare i palestinesi come se non esistessero neppure: gente cui tagliare gli ulivi e cementare i pozzi da un anno all'altro, nei cui confronti le punizioni collettive sono prassi abituale e diventano letteralmente un'occasione di svago (qui su Archive).
Ora, l'"occidentalista" da gazzetta, specie se ben vestito, non è allergico solo alle congiunzioni ipotetiche e avversative. È allergico anche a chi non dicotomizza il mondo nello stile di quelle bestie del pallone che sono il miglior fenomeno di piena interiorizzazione dei "valori occidentali": come si permette dunque il signor Elzir di accennare alla terribile complessità di una situazione che i sionisti di complemento gli hanno già usato la cortesia di semplificare.
La pace degli "occidentalisti" contempla solo la cancellazione dal mondo -possibilmente in senso fisico- di chiunque abbia il torto di non piacergli. Che le persone serie non abbiano alcun motivo per rapportarsi con loro è il minimo che possa verificarsi.
Lo stato sionista è nato da una impresa coloniale, esiste e si comporta da stato di apartheid. Normalissimo che abbia i problemi delle imprese coloniali e degli stati di apartheid, compresa la resistenza alla cancellazione da parte dei colonizzati.



[*] Neanche console: console onorario.
"...Neanche cuoco... sottocuoco...!" (cit).

13 ottobre 2023

Firenze. Marco Carrai: ben vestito, ricco, e sionista di complemento

 


Firenze, ottobre 2023.
Marco Carrai è un ben vestito che riveste varie cariche ben remunerate. Tra queste, quella di console onorario dello stato sionista.
Lo stato sionista non ospita solo haredim. Ospita anche un bel numero di fabbriche di armi e di apparati di sorveglianza, la cui esportazione rappresenta un cespite importante.
Ora, immaginiamo cosa può succedere a questo cespite se la customer satisfaction dell'endorser falls to its lowest point[*]. Vale a dire se le forze armate e di sicurezza dello stato sionista pur armate e rifornite di tutto punto si fanno sorprendere da un aggregato di straccioni. O meglio, da quello che viene postulato un aggregato di straccioni, che il 7 ottobre 2023 irrompe fuori dal ghetto di Gaza e imperversa per giorni nello stato sionista compiendo centinaia di omicidi efferati.
Tocca correre ai ripari, e alla svelta.
A Tel Aviv devono aver richiamato i rappresentanti dalle ferie e diramato direttive perentorie.
Di qui i toni del signor Carrai, che in un articoletto sul Corriere della Sera dell'11 ottobre annuncia una manifestazione di piazza a sostegno dello stato sionista e riesce senza alcuno sforzo a superare in intransigenza il segretario della comunità ebraica fiorentina Enrico Fink. Il titolo dell'articolo deplora il ricorso alle congiunzioni ipotetiche ed avversative, secondo una delle molte prassi del gazzettificio "occidentale" che le persone serie trovano giusto e piacevole deridere.
Enrico deve tenere insieme una comunità ferita ma che deve andare avanti, nel silenzio, nella solidità e solidarietà. Altra cosa è un'azione politica, perché non è possibile che all'ONU ci siano più condanne nei confronti dello stato sionista che di Hamas.
Le persone serie possono leggere tra le righe senza alcuna difficoltà, e riformulare in questo modo:
 Enrico sa benissimo che essere ebrei è una cosa, essere sionisti un'altra, e che la litigiosità delle comunità ebraiche ha aspetti prodigiosi per cui è bene non insistere con certi argomenti, tanto più che il sionismo a Firenze non è mai stato molto popolare nemmeno in via Farini. Io invece faccio il console per lo stato sionista, cioè per il pied-à-terre mediorientale dei "valori occidentali". Che non ammettono l'esistenza di alternative o di contraddittori nemmeno davanti all'evidenza, per cui faccio finta di non capacitarmi che la stessa impopolarità di cui il sionismo soffre a Firenze si ripresenti allo stesso modo, anzi, molto molto peggio, anche all'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Poi Marco Carrai si indigna per una questione serissima:

Sarebbe possibile un rave party a Gaza? O una sfilata del Gay Pride?

C'è da dubitare che il ben vestito Carrai abbia mai partecipato a iniziative del genere; quando si è chiamati ad alti destini l'odore di popolo che promana dalle turbe in estasi rimane ostico anche a vent'anni. L'affermazione è comunque interessante perché ascrive la superiorità etica dello stato sionista e del suo sistema sociale e giuridico a iniziative che nei paesi "occidentali" vengono avallate solo se vengono giudicate sufficientemente remunerative. Nello stato che occupa la penisola italiana si è insediato un esecutivo che del contrasto ai rave party in particolare ha fatto un punto d'impegno, varando immediati provvedimenti restrittivi. Hamas ha impartito in questo settore un'autentica lezione di giridivite e tolleranzazzèro, strano che da Roma nessuno abbia espresso approvazione.
Qualche giorno fa Carrai si è fatto largo nell'ufficio del borgomastro e ha ottenuto che la bandiera dello stato sionista venisse appesa a un balcone di Palazzo Vecchio. I risultati non sono stati troppo incoraggianti.
Sono stato assaltato da migliaia di commenti, il migliore dei quali era l'augurio che ci penzolassi io a testa in giù da quel balcone.
Dal che si può concludere -nell'incredibile caso non lo si fosse già fatto- che le istanze "occidentaliste" hanno molto spazio sulle gazzette e negli ambienti dei ben vestiti che frequentano ristoranti a nota spese, ma molto meno tra le persone serie e nella società in generale, specialmente a Firenze.
Le bandiere della pace sono da oltre vent'anni quasi una costante delle amministrazioni toscane, ma il signor console onorario storce il naso:
Non è più il tempo dell'equidistanza, la terzietà non sta bene con la verità.
Persino Carrai è capace di esprimere concetti condivisibili: su questa affermazione è impossibile avere qualcosa da eccepire.
I cittadini toscani 
dovrebbero capire che la bandiera arcobaleno che espongono dalle finestre simboleggia l'alleanza tra Dio e gli uomini che è il concestto alla base dell'esistenza del popolo di Israele. 
Ovvero degli ebrei, meno della metà dei quali vive nello stato sionista. Dove molto meno della metà della popolazione ha votato per l'esecutivo più intransigente che lo stato sionista abbia mai avuto in oltre settant'anni. 
Lo stato sionista è nato come una impresa coloniale e si comporta come uno stato di apartheid. Che incontri gli stessi problemi e le stesse resistenze è motivo di sorpresa solo per i ben vestiti e per le gazzette su cui hanno visibilità. Gli stessi ben vestiti e le stesse gazzette che sprecano tempo -e ne fanno sprecare a chi le legge- ostentando indignazione per ogni episodio che attesta la distanza che esiste fra il mondo come è e il mondo come essi vorrebbero che fosse. 
Carrai statuisce la non ammissibilità della equidistanza, e anche in questo caso riteniamo che abbia ragione da vendere. Non proprio nel senso in cui confida, ma a questo mondo non si può avere sempre tutto.
Un evento di gravità e bestialità senza precedenti con vittime civili, giovani, anziani, bambini, ragazzi che festeggiavano la propria libertà a un concerto, massacrati, trucidati e presi in ostaggio da bande che ricordano le squadre della morte iraniane. Sono eventi che non possono più prevedere la divisione tra favorevoli e contrari, richiedono un'unanime condanna. Non possono più esistere i 'se' e i 'ma', ci sono valori che devono unire tutti. A iniziare dalla consapevolezza che in questo conflitto da una parte c'è la democrazia e dall'altra l'odio.
La gravità e la bestialità di quanto accaduto hanno tutti i precedenti che si vogliono. L'unico elemento relativamente inedito sta nel fatto che una formazione armata ha compiuto atti di guerra esponendosi di persona invece che inviando missili o droni comandati da qualche ufficio con l'aria condizionata o addirittura dal salotto di casa grazie alle tecnologie in cui lo stato sionista è (stato?) all'avanguardia. 
La Repubblica Islamica dell'Iran ovviamente non schiera "squadre della morte", ma l'occasione per inveire contro il nemico storico del committente non poteva certo andare sprecata. Gli "squadroni della morte" erano e per certi versi sono ancora oggi una presenza costante, invece, nei paesi dell'America del Sud con i cui governi gli USA e lo stato sionista hanno fatto ottimi e non sempre limpidissimi affari.
Le congiunzioni ipotetiche e avversative esistono, continueranno a esistere, e le persone serie continueranno a ricorrervi; sarà il caso che Marco Carrai interiorizzi questo elemento del reale: la forza del suo argomentare ne trarrà senza dubbio molti vantaggi. E nel conflitto in essere l'odio è generato dall'esistenza di una compagine statale fondata sulla segregazione, che ha come già detto una storia da impresa coloniale, e che è logico che dei paesi segregazionisti e delle imprese coloniali abbia anche i problemi incluso quello della resistenza armata. Nel solo 2023 le forze armate e di "sicurezza" dello stato sionista hanno provocato una quarantina di vittime più o meno collaterali fra i palestinesi minorenni senza che nessuno infarcisse le gazzette con le proprie reazioni scomposte.
È chiaro che è ancora forte il pregiudizio storico che non nasce oggi ma da migliaia di anni, contro il popolo ebraico, fatto di film, vignette, luoghi comuni che da sempre descrivono gli ebrei come usurai, affamatori dei popoli, potenti che governano il mondo in modo prevaricatorio, ed è su questi pregiudizi che si sono formate le persecuzioni nel corso dei secoli. Pregiudizi che nell'era dei social, dove diventa vero ciò che è virale, vengono ancor più alimentati. 
I cosiddetti "social" altro non sono che demenziali autoschedature di massa. Inoltre sono occhiutamente sorvegliate anche e soprattutto grazie agli strumenti informatici di cui lo stato sionista è da decenni ottimo esportatore. La vulgata antisemita vi ha poco o punto spazio. Chi non ha alcuna stima per lo stato sionista non ha né il bisogno né la voglia di ricorrere a roba del genere per sostenere le proprie opinioni.
Marco Carrai chiede ai fiorentini e ai toscani 
di studiare la storia e di dimostrare solidarietà allo stato sionista a tutti i livelli, cercando di capire perché un popolo che ha alla sua base l'alleanza tra Dio e gli uomini riceva tanto odio. Parliamo di valori che in nessun modo possono comprendere la brutalità degli assassini di Hamas.
Carrai ricorre all'equivalenza tra ebrei e stato sionista, che proprio chi ha studiato un po' di storia non trova nemmeno degna di confutazione. Anche perché lo studio della storia rivelerebbe dettagli non proprio edificanti sull'operato del sionismo in Palestina, che ha contemplato attacchi a sedi delle amministrazioni civili come il King David Hotel, stragi di civili come a Deir Yassin e l'assassinio di mediatori dell'ONU come Folke Bernadotte. 
Chi difende lo stato sionista non può ascrivergli alcuna superiorità etica. 
E il testo biblico che racconta dell'alleanza fra Dio e gli uomini gronda pagine (ad esempio Deuteronomio 20, 10-15) in cui si prescrive spietatezza nei confronti del nemico.




[*]Non ci sarebbe nessun bisogno di ricorrere all'inglese, che viene qui usato con tono derisorio.




11 ottobre 2023

Ilan Pappé - Ai miei amici nello stato sionista: ecco perché stiamo con i palestinesi

 Il 7 ottobre 2023 le formazioni combattenti di Gaza hanno sorpreso i servizi di intelligence dello stato sionista, il suo governo e le sue forze armate e hanno sferrato una serie di attacchi estremamente sanguinosi.
La propaganda ha intensificato i toni, che sono gli stessi da decenni. Li abbiamo irrisi in molte occasioni e ne abbiamo scherniti gli alfieri, non è roba su cui valga la pena insistere.
Ilan Pappé è uno storico nato a Haifa nel 1954, ha fatto per decenni politica di estrema sinistra prima di abbandonare lo stato sionista e di trasferirsi nel Regno Unito.
Questa scritto è comparso il 10 ottobre su The Palestine Chronicle.

Non è sempre facile seguire la propria bussola morale. Se il suo nord è tuttavia rappresentato dalla decolonizzazione e dalla liberazione, essa vi farà probabilmente da guida per attraversare le nebbie dei veleni della propaganda.

È difficile tenere dietro alla propria bussola morale quando la società cui si appartiene -i suoi leader e i suoi media allo stesso modo- si arrocca moralmente e pretende che si condivida la stessa giustificata furia con cui ha reagito agli eventi dello scorso sabato 7 ottobre. 
Una sola cosa permette di resistere alla tentazione di unirsi ad essa: l'aver compreso prima o poi nella vita -sia pure come cittadini ebrei dello stato sionista- quale sia la natura colonialista del sionismo, ed essere rimasti inorriditi dalle sue politiche contro gli abitanti originari della Palestina.
Se avete acquisito questa consapevolezza non avrete dubbi, nemmeno davanti ad asserzioni velenose che ritraggono i palestinesi come animali o come "animali umani" [riferimento alla definizione loro riservata dal ministro della difesa dello stato sionista Yoav Gallant, n.d.t.]. Sono le stesse persone che insistono nel descrivere ciò che è avvenuto sabato scorso come uno "Olocausto" e abusano così della memoria di una tragedia immensa. Giorno e notte i media e i politici dello stato sionista veicolano istanze del genere.
È questa bussola morale che ha portato me e altri membri della nella nostra società a stare al fianco del popolo palestinese in ogni modo possibile: essa ci permette al tempo stesso di provare ammirazione per il coraggio dei combattenti palestinesi, che hanno conquistato una decina di postazioni militari surclassando l'esercito più forte del Medio Oriente.
Inoltre, persone come me non possono fare a meno di interrogarsi sul valore morale o strategico di alcune delle azioni che hanno accompagnato questa operazione.
Poiché siamo sempre stati sostenitori della decolonizzazione della Palestina, sapevamo che quanto più a lungo fosse continuata l'oppressione sionista tanto meno la lotta di liberazione sarebbe stata esente da critiche sul piano morale, come è successo per ogni giusta lotta di liberazione del passato in ogni parte del mondo.
Questo non significa che si debba perdere di vista il quadro generale, nemmeno per un minuto. Il quadro generale è quello di un popolo colonizzato che lotta per la sopravvivenza, in un momento in cui i suoi oppressori hanno eletto un governo deciso ad accelerare la distruzione -di fatto la cancellazione- del popolo palestinese, o addirittura della sua stessa pretesa di costituire un popolo.
Hamas doveva agire, e in fretta.
È difficile dare voce a queste controargomentazioni perché i media e i politici occidentali hanno assecondato la versione e la narrativa dello stato sionista, per quanto zoppicanti fossero. 
Mi chiedo quanti di coloro che hanno deciso di rivestire il Palazzo del Parlamento di Londra e la Torre Eiffel di Parigi con i colori della bandiera dello stato sionista capiscano veramente come questo gesto apparentemente simbolico venga accolto nello stato sionista.
Persino i liberali hanno dimostrato un minimo di decenza e hanno interpretato questo gesto come una completa assoluzione da tutti i crimini che i sionisti hanno commesso contro il popolo palestinese a partire dal 1948, e quindi come un concedere carta bianca perché vada avanti il genocidio che lo stato sionista sta oggi perpetrando contro la popolazione di Gaza.
Fortunatamente agli eventi che si sono svolti negli ultimi giorni ci sono state anche reazioni differenti.
Come in passato, ampi settori della società civile occidentale non si lasciano facilmente ingannare da questa ipocrisia che ha già fatto bella mostra di sé nel caso dell'Ucraina.
Molti sanno che a partire dal giugno 1967 un milione di palestinesi è finito in carcere almeno una volta nella vita. E con il carcere arrivano anche gli abusi, le torture e la detenzione a tempo indeterminato senza processo.
Sono le stesse persone che conoscono anche l'orribile realtà che lo stato sionista ha creato nella Striscia di Gaza quando ha sigillato la zona tenendola ermeticamente sotto assedio a partire dal 2007, un assedio cui si accompagna lo stillicidio di uccisioni di bambini nella Cisgiordania occupata. Questa violenza non è un fenomeno nuovo: è l'inalterato volto del sionismo sin dalla fondazione dello stato sionista nel 1948.
Proprio grazie a questa società civile, cari amici dello stato sionista, il vostro governo e i vostri media saranno alla fine smentiti: non potranno rivendicare il ruolo di vittime, ricevere sostegno incondizionato e farla franca per i propri crimini.
Alla fine sarà questo quadro generale ad emergere, nonostante i media occidentali siano di parte per loro stessa natura.
La grande domanda, tuttavia, è questa: sarete in grado di vederlo anche voi, amici nello stato sionista? Sarete in grado di afferrare il quadro d'insieme nonostante anni di indottrinamento e di ingegneria sociale?
E, cosa non meno importante, sarete in grado di interiorizzare l'altra importante lezione che si può trarre dagli eventi recenti, ovvero che la forza pura e semplice non può trovare l'equilibrio tra un assetto giusto da una parte e un progetto politico immorale dall'altra?
In effetti un'altra possibilità esiste: è sempre esistita.
È la possibilità di una Palestina senza sionismo, libera e democratica dal fiume al mare. Una Palestina che riaccolga i rifugiati e costruisca una società che non discrimini sulla base della cultura, della religione o dell'etnia.
Questo nuovo Stato si impegnerebbe a correggere per quanto possibile, i mali del passato in termini di disuguaglianza economica, espropriazioni e diritti negati. Una cosa che potrebbe annunciare una nuova alba per tutto il Medio Oriente.
Non è sempre facile seguire la propria bussola morale. Se il suo nord è tuttavia rappresentato dalla decolonizzazione e dalla liberazione, essa vi farà probabilmente da guida per attraversare le nebbie dei veleni della propaganda, delle politiche ipocrite e della disumanità che viene spesso perpetrata in nome dei "nostri comuni valori occidentali".

07 ottobre 2023

"Respiro" di Barbara Balzerani. Al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud, a Gabriele Toccafondi, a Federico Bussolin

 

Il nome di Barbara Balzerani è molto indigesto ai ben vestiti del democratismo rappresentativo e della "libera informazione", motivo che abbiamo sempre considerato sufficiente a consigliare a tutti una meditata lettura dei suoi lavori, come abbiamo fatto e come continueremo briosamente a fare in casi analoghi.
Nel 2018 Gabriele Toccafondi -uno dei ben vestiti di cui sopra- ha dedicato speciali e tutt'altro che richieste attenzioni a una presentazione libraria tenutasi al Centro Popolare Autogestito Firenze Sud. In quelle circostanze ci ripromettemmo proprio di recensire tutti i libri della Balzerani, per quanto relativamente lontani dai temi ricorrenti in questa sede, e pur con la lentezza di chi lavora tutto il giorno invece di andare in giro con la cravatta siamo stati di parola.
Respiro è stato pubblicato a settembre 2023 e al di là del suo contenuto quasi da instant book è senz'altro meritevole di interesse per il senso di alterità e di inconciliabilità che l'autrice esprime rispetto al mondo contemporaneo e allo stato di cose presente. Al momento in cui scriviamo non ha ancora attirato l'attenzione di nessun ben vestito ma abbiamo considerato l'occuparcene un piacevole dovere.
La recensione è dedicata a Gabriele Toccafondi e a Federico Bussolin, che della distruzione del Centro Popolare Autogestito Firenze Sud che chi scrive è onorato di frequentare da quasi trent'anni ha fatto il cardine della propria visibilità politica.
Una condotta produttiva: al Comune di Firenze il gruppo consiliare della Lega che Bussolin si vanta di presiedere si è insediato dopo le amministrative del 2019 e all'ottobre 2023 aveva perso quattro consiglieri su sei, cacciati alla prima rimostranza o al primo sbadiglio, quando non trattati in una maniera tale da farli passare direttamente al Nemico...

Respiro (2023)
Lettera a mio padre (2020)
L'ho sempre saputo (2018)
Lascia che il mare entri (2014)
Cronaca di un'attesa (2011)
Perché io, perché non tu (2009)
La sirena delle cinque (2003)
Compagna luna (1998)



02 ottobre 2023

Firenze è preda del degrado e dell'insicurezza

 


Chi vive a Firenze sa benissimo che quando ci si avvicina a una consultazione elettorale la "libera informazione" riporta ogni giorno attestazioni e testimonianze sull'irriferibile degrado e l'inaffrontabile insicurezza in cui si trova la città per colpa dell'amministrazione uscente.
E inventaria interviste a ricchi molto in là con gli anni che ricordano con estrema e sentita nostalgia una Firenze olezzante di verbena, dove anche una lite condominiale sarebbe parsa inconcepibile.
Certo, le interviste con i vecchi ricchi non bastano. Anche se corrispondono in buona misura all'elettorato attivo perché l'agenda politica è modulata sulle loro esclusive esigenze, occorre tenere conto anche del ricambio generazionale.
Si concede quindi visibilità anche alle assai meno finanziariamente fornite nuove generazioni. Le periferie sono piene di indigenti pronte a sostenere argomenti simili per poi tornare a vedersela con le bollette da pagare.
Ora, esistono gli archivi on line ed esistono le emeroteche. Consultando gli uni o le altre non dovrebbe essere difficile trovare riscontri all'esistenza di questa età dell'oro, una primavera fiorentina interrottasi da tanti anni con l'ascesa della dittatura bolscevica.
"L'Unità" era il quotidiano del Partito Comunista e a Firenze aveva un pubblico tanto vasto da meritare una redazione apposita.
La pagina 10/Firenze del numero del 15 novembre 1978 è riprodotta nella foto in alto; l'intero numero è qui in link [*].
Veniamo a sapere che nella sola giornata del 14 novembre dello stesso anno, e nella sola città di Firenze, sono detonati sei ordigni.
Almeno due -uno alla allora tesoreria provinciale di via Masaccio, uno vicino a una sede della gendarmeria- tutt'altro che dimostrativi. 
A Prato invece era stata presa di mira l'abitazione di un dirigente comunista.
Per ragioni di spazio in redazione avevano dovuto scegliere, dando particolari solo su questi tre episodi.
In ventiquattro ore nove ordigni in totale tra Firenze, Prato e Pisa.
In effetti è comprensibile che qualcuno provi una viva nostalgia di quei tempi, sia pure per motivi non proprio corrispondenti alle esigenze elettorali della "libera informazione".
La stessa pagina indica anche che l'atteggiamento del Partito Comunista nei confronti delle formazioni combattenti irregolari era tutt'altro che condiscendente; una annotazione che è bene rendere esplicita perché le gazzette e l'immondezzaio anche morale delle "reti sociali" inventariano centinaia di individui che giurano il contrario ogni giorno.



[*] Vi figura anche un lungo articolo sulle agitazioni operaie alla raffineria di Abadan, represse dai militari dello Shah a colpi di mitragliatrice. Ce n'è di che accontentare anche i laudatores temporis acti di Tehran... specie se laudant tenendosi a prudente distanza dai confini della Repubblica Islamica.


05 settembre 2023

Alastair Crooke - Hotel Ucraina. "Certo, puoi sempre decidere di andartene. Ma non puoi mai andartene davvero"

 


Traduzione da Strategic Culture, 4 settembre 2023.

Welcome to the Hotel California
Such a lovely place...
They livin’ it up at the Hotel California
What a nice surprise,
Bring your alibis...
And she said, "We are all just prisoners here
Of our own device".
And in the master’s chambers
They gathered for the feast
They stab it with their steely knives
But they just can’t kill the beast.
...Last thing I remember, I was
Running for the door.
“Relax”, said the night man
“We are programmed to receive,
You can check-out any time you like
But you can never leave!"

Ecco: l'Occidente sta correndo alla porta. Ma andare via dalle conseguenze di quanto accade in Ucraina non è possibile: "Rilassati", dice il portiere di notte all'amministrazione Biden; qui siamo programmati solo per ricevere. Non è che puoi prendere e andartene.
Mark Feygin, che ospita quotidianamente nel suo programma l'ex consigliere presidenziale ucraino Oleksiy Arestovich, riassume in questo modo un orientamento su cui esiste un consenso generale: "Biden e la sua amministrazione vogliono porre fine alla guerra entro la fine del 2023. Questo è il loro orizzonte per un accordo. Con questo intendo [la fine della] fase militare attiva... [e] tenere con calma le elezioni, anche a gennaio [2024], a febbraio, ma chiudere la questione prima delle elezioni ameriKKKane, in modo che Biden abbia qualcosa da poter vantare, in modo che possa dire: 'abbiamo salvato l'Ucraina, l'Ucraina è stata preservata come Stato. Uno Stato sovrano. Esiste ancora. Sì, il 18,6% del territorio è occupato, ma sarebbe potuta andare peggio'. Questo è ciò che serve a Biden, è molto semplice, non c'è nessuna bara misteriosa qui".
Questo, tuttavia, non rappresenta che uno dei due orientamenti degli Stati Uniti, quello che propone di congelare il conflitto sulle attuali posizioni e poi uscirsene con un "Missione compiuta"; l'altro orientamento invece propone di continuare a combattere finché la Russia non cede e non abbandona il campo di battaglia.
Può sembrare una questione tanto semplice, invece non lo è. Nessuna delle due ipotesi formulate negli USA ha basi solide. Una cosa che ho imparato presto occupandomi di conflitti è che la "razionalità" che sembra tanto plausibile, tanto logica per chi proviene da paesi dove vigono la stabilità, l'ordine e la prosperità e che generalmente si esprime in termini come "perché non capiscono che continuare con la violenza non è nel loro interesse" o "non possono semplicemente accordarsi con un compromesso e andare avanti", diventa sempre più una posizione minoritaria.
L'angoscia, il dolore per le vite perdute, l'angustia di un conflitto che si prolunga danno forma a una mentalità diversa, la mentalità di guerra. La mentalità di guerra non accetta facilmente il calcolo umanistico. Vuole che quelli dall'altra parte soffrano nella stessa misura. La logica del cessate il fuoco, dell'acquiescenza al realismo, può apparire inadeguata dal punto di vista psicologico, anche se è razionale dal punto di vista politico.
Questo aspetto viene compreso bene in altre culture, ma meno in Occidente, dove vige una logica più rigida. Nel caso dell'Ucraina, va notato che l'Occidente ha un bell'impegnarsi in bizantine trattative tra i suoi alleati e i think-tank di riferimento per trovare una qualche base di partenza per arrivare a una "via d'uscita" dal fallimentare progetto ucraino, ma la discussione rimane ristretta all'interno dello hortus conclusus occidentale.
I tentativi di scoprire cosa pensano il governo o il popolo russo sono scarsi o inesistenti; cosa più importante, lo sono anche i tentativi di scoprire cosa passa per la testa di Mosca intanto che si appresta alla sua prossima mossa (ovviamente la Russia non si lascia sfuggire niente, a riguardo).
Esiste un tacito sotteso secondo cui quando l'Occidente deciderà di fare un passo indietro, il Presidente Putin coglierà l'occasione al balzo. Alla base di questo assunto c'è la convinzione dogmatica per cui la Russia nel conflitto è rimasta bloccata, e ha poche opzioni a parte continuare a mantenere le posizioni in assetto difensivo. Anche in questo caso, si tratta di una visione recisamente monodimensionale.
Inoltre la mentalità di guerra non è questa e l'analisi è quindi errata: quella che un tempo sarebbe potuta essere una possibilità concreta (ad esempio nel marzo 2023 a Istanbul) adesso potrebbe non esserlo più. La guerra modifica la psicologia secondo un rapporto diretto con le avversità del conflitto e con l'ampiezza dell'atteggiamento malevolo percepito nella parte avversa. In parole povere, un conflitto prolungato funziona come una chiave a cric che restringe sempre di più i margini per un compromesso. Per entrambe le parti.
Nel caso dell'Ucraina, gli Stati Uniti sembrano orientarsi verso una guerra prolungata ma a minore intensità secondo la cosiddetta "formula dello stato sionista". Nuovi armamenti e molto denaro da riversare sull'Ucraina, in una situazione congelata fino alle elezioni del 2024 e anche oltre, per evitare una ritirata plateale. Per contro sembra più urgente che mai la necessità di una verifica politica anticipata, in considerazione del fatto che elettorato sempre più polarizzato, sembra ora più urgente che mai.
Circa due settimane fa c'è stato un incontro diretto fra tre generali occidentali e l'alto comando ucraino. Contrariamente al solito è avvenuto in presenza; secondo quanto riferito, da qualche parte nelle vicinanze di Lvov. Non esistono pubbliche dichiarazioni su quanto discusso, ma stando alle informazioni disponibili gli ucraini hanno ricevuto l'indicazione di smettere immediatamente di dividere le loro forze tra Rabotino, Bakhmut (Artymovsk) e Kupiansk a nord, e sono stati invitati a concentrare tutte le loro forze nell'offensiva diretta a sud verso Melitopol e il Mare di Azov.
Il comandante in capo ucraino generale Zaluzhny avrebbe ribadito la propria contrarietà a puntare tutto su una forte pressione verso sud, a causa delle pesanti perdite di uomini e di mezzi corazzati che questa avrebbe comportato. I generali occidentali invece non avrebbero tollerato indugi. Gli ucraini a quanto pare ne hanno concluso di trovarsi sul punto di finire sotto un camion, di ritrovarsi colpevoli del fallimento dell'offensiva finale. Il messaggio del tipo "questa è la vostra ultima possibilità: arrivate a una svolta dalla parte del Mare di Azov oppure noi occidentali ci laveremo le mani dei vostri sforzi sul campo e sarete costretti a negoziare con i russi" è un bluff o qualcosa di concreto?
L'ultimatum pone Zelensky tra Scilla e Cariddi: Scilla è rappresentata da un'offensiva palesemente fallimentare e da un esercito decimato da pesanti perdite. Dall'altra parte i suoi sodali ultranazionalisti e neofascisti sono sempre più irati e intransigenti, e vietano qualsiasi tipo di negoziato con la Russia.
Zelensky è legato mani e piedi a queste forze, che sono sia russofobe che antioccidentali e che insisteranno per continuare la guerra contro Putin. Se non con mezzi convenzionali, con qualsiasi azione provocatoria che possa cercare di costringere la NATO a entrare in guerra.
Insomma, Zelensky non ha quasi più spazio di manovra. L'amministrazione Biden può mettere le mani avanti e chiedere di negoziare con la Russia, ma questo rischia di far passare Zelensky da traditore agli occhi della destra intransigente o anche di farlo rovesciare da un esercito che ne ha abbastanza di piani NATO realizzati a metà a spese delle forze armate ucraine: Zelensky rischia anche di essere tacciato di imbroglione occidentale da moderati come Oleksei Arestovich.
Queste dicotomie insostenibili potrebbero portare al crollo completo dell'assetto governativo e all'esplosione della guerra civile in Ucraina.
Se queste dinamiche dovessero accentuarsi, gli Stati Uniti potrebbero optare per un negoziato con la Russia: ma cosa avrebbero da mettere sul tavolo? Se la Russia rifiutasse categoricamente un cessate il fuoco, se rifiutasse di congelare il conflitto lungo l'attuale linea del fronte come potranno rispondere? Washington ammetterà davanti a Mosca che in virtù del cessate il fuoco spera ancora di imserire la nuova Ucraina nella NATO? Ammetterà che intende riarmare e finanziare l'Ucraina con il pretesto delle "garanzie di sicurezza"?
Si tratta di intendimenti concepibili solo in un contesto ristretto, e il contesto ristretto chiamato Occidente ancora non ha interiorizzato questo concetto: la Russia non permetterà in nessuna circostanza che l'esercito ucraino continui a esistere, o che la NATO entri in partita fintanto che a Kiev predominano gli ultranazionalisti e i neofascisti. Punto e basta.
Mosca ha altre opzioni per concludere il conflitto. La Russia sta aspettando di organizzare la propria offensiva per quando quella di Kiev sarà esaurita. E possiede i mezzi tecnici per mettere l'Ucraina con le spalle al muro. Cosa accadrà a quel punto? Probabilmente in Ucraina andrà al potere un nuovo governo, incline a sostenere la neutralità. Non sarà un processo semplice. Inoltre, proprio mentre le tensioni a Kiev sono destinate a crescere, stanno intensificandosi anche a Washington.
A chi va attribuita la colpa del fallimento dell'offensiva? Agli ucraini? Al Pentagono per la lentezza con cui consegna gli armamenti? O forse ai britannici, per la loro esagerata propaganda che cianciava di vittoria rapida e sicura?
In questo caso però conta anche una dinamica interna agli Stati Uniti, che sulla questione dell'Ucraina è destinata a rimescolare le carte. Con il moltiplicarsi delle incriminazioni penali a carico dell'ex Presidente Trump - e con l'intensificarsi della partigianeria impegnata a estrometterlo dalle elezioni del 2024 -anche se il risultato è stato quello di aumentare la sua popolarità- sta prendendo campo l'idea che il Congresso non abbia alternative all'avvio di un'inchiesta sull'impeachment del Presidente Biden, di cui si discute da tempo.
Visti gli ostacoli alle investigazioni che il Dipartimento di Giustizia ha frapposto nell'indagine su Hunter Biden e il "rifiuto del Dipartimento di estendere espressamente il mandato del consulente speciale alle accuse di traffico di influenza mosse alla famiglia Biden, non c'è altra scelta che avviare un'inchiesta per impeachment. L'autorità dell'Assemblea è ai suoi massimi quando svolge i suoi compiti in base alla clausola di impeachment", scrive il professor Jonathan Turley.
Se questo succederà, la questione dell'Ucraina e le deposizioni di testimoni come l'ex procuratore ucraino Viktor Shokin, insieme alla testimonianza dei whistleblower del Burisma, avranno sicuramente un ruolo di primo piano. Qualunque sia l'esito di un processo così intricato, l'interesse dei responsabili della campagna elettorale dei Democratici sarà probabilmente quello di fare tutto quanto in loro potere per impedire al fallimento dell'offensiva ucraina, al pari delle accuse di corruzione o di riciclaggio, di influenzare l'esito delle elezioni. Vorranno passare oltre.
Il testo di Hotel California si pensa rappresenti un'allegoria dell'uso di eroina, da cui il ritornello "puoi correre e cercare di andartene", ma non puoi mai andartene davvero. Quando Victoria Nuland e altri hanno promosso la "rivoluzione" di Maidan, è stato come se avessero messo l'estrema destra ucraina sotto crack. Senza dubbio, lei e i suoi colleghi speravano che in Ucraina sarebbe finita con la totale scomparsa della Russia. Questo non è successo. Al contrario, il mondo ne è uscito stravolto. "Possono decidere di andarsene", ma da quello che hanno inavvertitamente innescato -la riorganizzazione di un nuovo ordine mondiale- "non potranno mai andarsene davvero".