10 luglio 2015

Alastair Crooke - Il giocoliere ha rotto un piatto: Obama e la caduta di Ramadi



Traduzione da Conflicts Forum.

Il piatto che si è rotto, qui, è Ramadi. E il giocoliere è il Presidente Obama, intento alla giocoleria del "bilancio dei poteri" in Medio Oriente dove invece delle maniere forti ha cercato di andare un po' in sordina, cercando di imporre un'altra piega ad eventi che stanno trascinando l'AmeriKKKa verso circostanze in cui dovrà usare massicciamente il proprio apparato militare. La dottrina militare di Obama, sostanzialmente, è questa. Esiste poi un'altra giocoleria che va in conflitto con la prima ed in cui Obama è parimenti impegnato. Si tratta del gioco dei poteri a Washington. Per raggiungere i suoi scopi in Medio Oriente Obama può anche andare di sordina in caso di paesi particolari o dei loro vertici, ma è chiaro che alcuni stati mediorientali (non soltanto lo stato sionista) hanno messo in campo un simile potenziale e lo stanno usando contro di lui a Washington. Lo stato sionista dispone senza dubbio di capacità del genere, e circolano voci (come questa) sul fatto che anche l'Arabia Saudita, che ha effettuato grossi investimenti in think tank e imprese di pubbliche relazioni nella capitale statunitense, sia riuscita a fare una campagna acquisti dentro la temibile macchina politica di cui lo stato sionista dispone a Capitol Hill. Sia lo stato sionista che l'Arabia Saudita vogliono che le sanzioni contro l'Iran restino in vigore. I due paesi, insieme, sono un nemico temibile.
Un tempo questi giochi di potere, che usassero le buone o le cattive, erano prerogativa dell'Occidente. Adesso non è più così. I paesi non occidentali non sono più spettatori passivi che si fanno stordire dai giochetti che gli si ordiscono contro. C'è un numero crescente di questi sotterfugi (la guerra delle informazioni, quella della telematica) che si sta ritorcendo contro l'Occidente. La "guerra su piani molteplici" che i membri della NATO temono così tanto altro non è che la guerriglia delle informazioni inventata in Occidente, che gli viene rivolta contro e che viene utilizzata contro di esso.
Insomma, il piatto-Ramadi si è rotto, e questo scompiglia tutta la giocoleria di Obama e anche la sua dottrina in politica estera, secondo cui alla forza si dovrebbe ricorrere come extrema ratio, che le azioni di forza il più delle volte non hanno portato il credito politico previsto e che una proiezione morbida del potere che contempli la guerra geofinanziaria e la proliferazione della giurisdizione statunitense rappresenta lo strumento più potente con cui l'AmeriKKKa può influenzare a proprio favore l'equilibrio mondiale dei poteri, in modo da mantenerne bene o male l'equilibrio -o meglio, in modo da potervi conservare l'attuale status quo privilegiato. Includere l'Iran in questo equilibrio, e nel controllo del sistema finanziario e commerciale mondiale cui tendere con la proiezione morbida, costituisce l'essenza stessa della dottrina Obama ed è il caso che dimostra i vantaggi di una proiezione morbida ben diretta. Il caso ha tutte le caratteristiche tipo dell'eredità che Obama spera di lasciare.
Obama vuole sopra ogni altra cosa che si arrivi ad un accordo con l'Iran. Per raggiungere questo obiettivo il Presidente, senza tanto chiasso, ha allentato la presa della lobby sionista che voleva minare la sua ambizione. Ci è riuscito spiegando al Consiglio per la Cooperazione nel Golfo che un accordo con l'Iran gioverebbe alla sua sicurezza, e poi presentando al Congresso Netanyahu come uno smaccatamente sopra il rigo, cui nessun membro del Congresso minimamente responsabile può pensare di accostare se stesso o la presidenza per quello che riguarda i negoziati con l'Iran. Isolare Netanyahu indebolisce anche l'Arabia Saudita, che aveva tratto qualche vantaggio indiretto in occasioni come quella presentatasi lo scorso marzo, quando il Primo Ministro dello stato sionista aveva aspramente rampognato l'Iran davanti a centinaia di deputati statunitensi esterrefatti. Obama gli ha reso pan per focaccia quando ha scavalcato il Primo Ministro dello stato sionista e si è rivolto direttamente al popolo, in una intervista diffusa l'ultima settimana di maggio nello stato sionista dal Channel Two, in cui chiedeva sostegno per la sua linea politica.
Il Presidente degli Stati Uniti ha cercato, con un certo successo, di confinare la possibilità dei suoi avversari di interferire sulle negoziazioni con l'Iran alla sfera della politica interna, ovvero al Congresso. Sembra comunque che Obama sia sempre ben consapevole dell'influenza e del denaro di cui dispone la lobby saudita e sionista; ha evitato di provocarla e continua anzi a mostrare un atteggiamento morbido. Nella sua intervista a Channel Two Obama spiega con calma perché la "opzione militare" nei confronti dell'Iran non è di fatto una possibilità praticabile. "Un intervento militare non risolverebbe il problema [del nucleare iraniano]. Anche se gli Stati Uniti vi prendessero parte, si riuscirebbe a rallentare per un po' il programma nucleare iraniano ma non certo ad eliminarlo". Obama ha indorato la pillola facendo crescere di un quindici per cento le risorse destinate all'assistenza militare dello stato sionista e proteggendo incessantemente lo stato sionista presso le Nazioni Unite, nello specifico quando lo stato sionista è stato accusato di aver infranto i diritti umani dei bambini a Gaza. Obama si muove come se fosse sulle uova: concede qualche cosa qui, toglie qualcosaltro là.
Si diceva del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo. Dal CCG Obama ottiene quello che vuole -ovvero l'impegno a mettere un limite all'influenza di Netanyahu sull'affare Iran, ma si mostra anche accomodante, concede qualche cosa. Asseconda il disegno del nuovo re di Riyadh, che vorrebbe spazzare via gli Houthi nello Yemen, asseconda la richiesta dei sauditi e dei sunniti in genere che vogliono che il coinvolgimento dell'Iran nella lotta allo Stato Islamico in Iraq venga drasticamente ridimensionato, nonostante tutti siano d'accordo nel considerare i contingenti iraniani come l'unica forza che gli si oppone efficacemente, e infine chiude un occhio sull'operazione congiunta tra Turchia ed Arabia Saudita per organizzare in Siria un nuovo esercito guidato da al Qaeda, il cosiddetto "Esercito della Conquista".
Ed ecco che Ramadi cade nella mani dello Stato Islamico. Nello stesso periodo, a peggiorare ulteriormente le cose, l'asse turco-saudita non si limita a fare qualche pressione in Siria, ma scatena migliaia di jihadisti raccattati fin dal Turkmenistan e dalla Cecenia per smembrare letteralmente il paese (cfr. qui). Per l'AmeriKKKa è uno shock: da un momento all'altro tutta la politica contro lo Stato Islamico diventa sospetta: perché gli USA hanno chiuso un occhio sui concentramenti di jihadisti in Siria e sullo Stato Islamico che marciava su Ramadi?
  Sembra che il Presidente fosse concentrato sulla giocoleria del fronte interno e si sia distratto dalla giocoleria mediorientale, dove i piatti hanno cominciato a sfuggirgli di mano e a fracassarsi per terra.
Detto con più chiarezza, ammassando jihadisti in Siria Arabia Saudita e Turchia hanno mandato in pezzi il fragile equilibrio di Obama e tolto di mezzo qualsiasi possibilità di una soluzione politica della crisi siriana, almeno fino a quando non si sarà conclusa questa nuova prova di forza. Il Presidente Assad, e con lui la maggioranza del popolo siriano, non accetterà mai di venire a patti con alcuno di questi nemici mortali, al Qaeda e Stato Islamico. Sauditi e turchi possono aver sperato che le loro pedine sul terreno avrebbero organizzato un blitzkrieg contro Aleppo che avrebbe finito per smembrare il paese una volta per tutte, ma nel tentativo di arrivare a questo sono riuscite soltanto aqd inasprire il conflitto perché né la Russia, né l'Iran né la Cina accetteranno mai che la Siria cada preda dei takfiri. Turchia ed Arabia inoltre rischiano forte sul piano della sicurezza interna. E' possibile che assisteremo ad interventi diretti anche più massicci da parte delle potenze alleate della Siria; in questo caso, la Siria diventerà ancora di più l'arena di un conflitto in cui sono coinvolti attori esterni.  
Sembra che il Presidente degli Stati Uniti sia stato troppo fiducioso sul tipo di gruppi armati che si scatenavano in Siria ed in Iraq, e che non abbia saputo prevedere le conseguenze che avrebbe avuto il tenere un atteggiamento conciliante nei confronti del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo, che di fatto lo ha incastrato. A chi gli ha chiesto lumi sulla passività delle forze statunitensi a fronte della presa di Ramadi da parte dello Stato Islamico, ha risposto che "in privato, mi dicono i militari che non vogliono farsi vedere mentre si accaniscono contro le posizioni sunnite in quella che è una guerra settaria, perché si rischierebbe di fare cosa sgradita agli alleati nel Golfo". Insomma, compiacere il Consiglio per la Cooperazione nel Golfo ha danneggiato molto il buon senso, e come ha scritto qualcuno che ha assistito ai fatti dall'interno, ha lasciato Washington con una brutta gatta da pelare.
"...Il riferimento per capire quale sia la politica statunitense oggi è dato da quanto succede a Ramadi. Se, come sembra possibile, le milizie irachene [ovvero proprio le formazioni che gli Stati Uniti hanno cercato di escludere dalla partita] riescono a riconquistare la città, gli statunitensi tireranno un sospiro di sollievo e non penseranno più che sia tanto necessario rivedere un approccio fatto di raid aerei e di campagne di addestramento organizzate con tutta calma. Se invece lo Stato Islamico riesce a tenere la città cresceranno le pressioni volte a far sì che gli USA schierino altre truppe assieme ai loro alleati iracheni. Al Pentagono si sta sempre più facendo strada l'idea che vada fatto, anche se alla Casa Bianca ancora non ne vogliono sapere. Un altro dilemma, presente ed irrisolto per gli USA, è fino a che punto deve arrivare il coordinamento con l'Iran per le operazioni in Iraq. Nel corso degli ultimi incontri con gli iraniani nell'àmbito dei negoziati dei "cinque più uno" sul nucleare, nessuno ha sollevato la questione. Da scambi a carattere privato avuti con funzionari superiori siamo venuti a sapere che essi considerano un accordo con l'Iran come la premessa perché si arrivi ad una soluzione ai conflitti in corso nell'area, in particolare in Siria e nello Yemen. Si mette molto l'accento sul fatto che non si sta cambiando orientamento diventando favorevoli all'Iran, ma si pensa comunque che un accordo sul nucleare potrebbe portare frutti che vanno ben al di là del contesto immediato. Queste tesi in cui si concatenano cause ed effetti, comunque, continua ad essere vista con molto scetticismo a Capitol Hill".
Non è che ci sia molto altro che Obama possa fare oltre a cercare di mostrarsi accomodante verso Mosca e verso Tehran, nella speranza di ritrovare un equilibrio che consenta di rintuzzare i guadagni territoriali dello Stato Islamico in Iraq e di contrastare al Qaeda (Jabat al Nusra) e lo stesso Stato Islamico all'offensiva in Siria.
Sermbra che il tentativo sia già in corso. Kerry si è recato a Sochi per parlare con il Presidente Putin non soltanto dell'Ucraina, ma anche di altre cose. A Washington è sempre più apprezzato, almeno presso le conventicole realiste se non presso i potenti settori neocon, il fatto che per quello che riguarda l'Ucraina è Mosca ad avere in mano la maggior parte delle carte. L'atteggiamento dei paesi anglosassoni nei confronti di Putin non è cambiato, ma al tempo stesso l'Ucraina è diventata un po' l'elefante in mezzo alla strada, che impedisce il raggiungimento di altri obiettivi in altri teatri in cui è per forza richiesta la collaborazione o almeno l'acquiescenza dei russi. 
Anche a Sochi gli Stati Uniti si sono mostrati accomodanti per quel che riguarda i principi del secondo incontro di Minsk, come il percorso da seguire per arrivare ad un assetto federale per l'Ucraina: una soluzione che preveda una federazione fuori dalla NATO è sempre stata la soluzione di preferenza per Vladimir Putin. I giornalisti a Sochi hanno chiesto a Kerry cosa ne pensasse delle ultime dichiarazioni del Presidente Poroshenko sulla necessità di riprendere i combattimenti attorno alla città di Donetsk che è in mano ai ribelli filorussi. Kerry ha risposto: "Non ho letto il suo discorso. Non sono entrato nel merito. Ne ho solo sentito parlare a tratti nella giornata di oggi. Solo che se il Presidente Poroshenko sta dicendo che ora come ora dobbiamo impegnarci in un atto di forza, dobbiamo senz'altro dirgli di pensarci due volte prima di imbarcarsi in un'impresa del genere, perché gli accordi di Minsk ne risentirebbero gravemente. E noi saremmo molto preoccupati per le conseguenze che oggi come oggi un'iniziativa simile potrebbe avere". Parole del genere vogliono dire che gli Stati Uniti hanno cambiato registro.
Il problema è se Obama o Kerry riusciranno a convincere sia l'Iran che Putin -entrambi molto scettici- che l'AmeriKKKa contro lo Stato Islamico intende fare sul serio. Sia in Iran che in Russia si pensa che l'AmeriKKKa veda ancora i takfiri un po' come qualcosa di suo. Se il colpo riuscisse gli USA si libererebbero di un grosso peso, ma soprattutto è necessario che l'AmeriKKKa arrivi ad un accordo sul nucleare con l'Iran. Senza accordo, il retaggio di Obama sembrerebbe davvero esile. E non va dato per scontato che con l'Iran si arriverà ad una soluzione su tutti i piani.

09 luglio 2015

Erzsébet N. Rózsa - Iran e Arabia Saudita: una guerra fredda regionale che riguarda tutto il mondo


Traduzione di uno scritto da academia.edu.

Introduzione
La rivalità che esiste tra Iran ed Arabia Saudita è tale da aver meritato la definizione di "guerra fredda"; suo teatro è il Golfo, ed in generale tutto il Medio Oriente. Nonostante sia spesso rappresentata come una frizione a carattere settario tra sciiti e sunniti, essa presenta anche tutti gli elementi di un conflitto tra un'ideologia conservatrice ed un'ideologia rivoluzionaria, oltre che tra etnie di caratteristiche diverse come sono quella iraniana e quella araba.
Oltre le differenze religiose, ideologiche ed etniche, sono questioni basilari di interessi nazionali e di sicurezza a definire le relazioni che esistono tra i due paesi, e che passano dalla aperta rivalità al raggiungimento di accordi, fino a mosse senz'altro amichevoli. IN tutto questo, le vicende del nucleare iraniano e la guerra civile in Siria hanno assunto direttamente una portata mondiale.
La relazione tra Iran e Arabia Saudita andrebbe comunque inquadrata nel contesto delle radicali trasformazioni che il Medio Oriente sta attraversando, in modo particolare dopo la serie di eventi noti come Primavera Araba. In questo senso, essa ha un impatto profondo sulle politiche che altri attori, mediorientali o no, adottano nella regione. Il riferimento in particolare è a quelle dello stato sionista, ma anche a quelle statunitensi e sempre di più, negli ultimi tempi, a quelle russe senza escludere dal novero potenze fino ad oggi relativamente assenti dalla scena, come la Cina. L'Unione Europea conserva un atteggiamento che in materia di questioni globali resta ancorato ai suoi valori, ma può soltanto avere un ruolo secondario, complementare rispetto a quello degli Stati Uniti[1].
Questo scritto cerca di riflettere i principali elementi caratteristici e i temi che sono al centro dei rapporti tra Arabia Saudita ed Iran.


Le identità statali nella guerra fredda regionale nel Golfo

Il concetto di guerra fredda è stato introdotto con riferimento al contesto delle relazioni tra Stati Uniti ed Unione Sovietica e definisce una rivalità tra due potenze che ha in palio la supremazia ideologica e che si basa su un utilizzo intensivo della propaganda, rifuggendo invece il confronto diretto. I contendenti cercano e stringono alleanze, a livello regionale come in tutto il mondo, e cercano di arginarsi o di scalzarsi l'un l'altro. Le relazioni tra Arabia Saudita ed Iran hanno assunto questo carattere dopo la rivoluzione islamica in Iran del 1979 (Gause III, 2014) ma hanno iniziato ad essere definite come una guerra fredda a carattere regionale dopo la guerra in Iraq del 2003.
Proprio come la contesa tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, la guerra fredda nel Golfo non ha avuto carattere statico: gli sviluppi a livello mondiale e regionale hanno avuto su di essa un impatto significativo a volte innescando delle tensioni, a volte contribuendo al riavvicinamento dei protagonisti. E' chiaro comunque che l'Arabia Saudita conta tra i propri alleati gli USA ed il Consiglio degli Stati del Golfo che riunisce i paesi arabi della zona, oltre alla maggior parte degli altri paesi arabi e negli ultimi tempi, anche se non apertamente, lo stato sionista. L'Iran può invece contare sul sostegno delle comunità sciite, tra cui la Siria, Hezbollah, le minoranze sciitie negli stati arabi del golfo ed anche Hamas, che non è sciita ma è una filiazione dei Fratelli Musulmani di orientamento sunnita. Le aree e le formazioni politiche sciite dopo la guerra in Iraq del 2003 vengono di solito comprese nella "mezzaluna sciita"[2], ma nonostante questo le maggioranze curdo-sciite che hanno retto i governi iracheni hanno per solito mantenuto un profilo basso sulla questione dei rapporti tra Arabia Saudita ed Iran. Ci sono state lunghe discussioni sulla validità e sulla correttezza dell'espressione, e il fatto stesso che i principali attori politici della "mezzaluna sciita" facciano invece riferimento alla loro alleanza come al "fronte della resistenza" (jabhat al muqawama) dà una buona idea della complessità della questione. Questo dimostra poi chiaramente che la terminologia occidentale ed europea non riesce a rendere conto della complessità intrinseca in questa alleanza: la connota in termini settari, ma la indica con un'espressione da guerra fredda. Certo, non si può certo negare che vi sia un elemento che è il contrasto tra sunniti e sciiti, ma a complicare le cose c'è anche la presenza di caratterizzazioni di tipo etnico, ed anche di affiliazioni tribali che si pongono trasversalmente all'asse sunniti - sciiti. Inoltre, almeno alcuni tra gli attori del conflitto ne hanno una visione che poggia su basi differenti.  Le divergenze che esistono nelle relazioni tra Arabia ed Iran affondano certamente le loro radici nelle differenze che ci sono tra sunniti e sciiti, ma possono essere considerate anche come una rivalità del tipo che separa i conservatori dai rivoluzionari. Inoltre la rivoluzione islamica in Iran e soprattutto lo ayatollah Ruhollah Khomeini hanno rivendicato la guida della comunità islamica, della umma nella sua interezza, come emerge chiaramente dall'aver definito la rivoluzione "islamica" e non sciita o sunnita. L'enfasi riguardava anche il concetto stesso di rivoluzione.
Gli occidentali, gli europei ed anche i musulmani sunniti considerano disordini e proteste come una caratteristica dell'Islam sciita. L'Islam sciita tuttavia non contempla e non coltiva soltanto un retaggio di attivismo, ma anche una tradizione quietista. Questa dualità si trova simboleggiata dai due figli di Ali Hassan e Hussein: il primo accettò il cambiamento ai vertici del potere e si ritirò dalla scena politica, il secondo invece si ribellò e morì da martire. In tempi più moderni invece è stato l'altro aspetto a prevalere e la maggior  parte dei grandi ayatollah sciiti di oggi invece non si occupa di politica; soltanto alcuni hanno direttamente un ruolo attivo nelle questioni ordinarie, ma anch'essi preferiscono tenere una certa distanza. In questo senso, l'ayatollah Khomeini ha rappresentato l'eccezione che conferma la regola, anche se la sua dottrina del vilayat-i-fiqh che costituisce il fondamento della Repubblica Islamica prevede un coinvolgimento dei religiosi continuo e diretto[4].
Il rapporto tra Arabia Saudita ed Iran contempla anche un aspetto etnico che risale alla differenziazione tra arabi e non arabi dell'epoca in cui si affermò l'Islam, se non è addirittura precedente ad essa. Questa differenziazione acquisì significati nuovi all'epoca dell'espansione del califfato arabo islamico e poi nel XIX secolo con l'arrivo nella regione dei movimenti nazionalisti di tipo europeo. Il contesto geografico poi è a sua volta un elemento in più perché l'Iran è sempre stato limite o frontiera dell'islam arabo per secoli, ed alcuni elementi identitari come le vicende storiche dell'antico passato, la lngua nazionale ed altri[6] si sono mantenuti e sono stati anche coltivati in esplicita opposizione alle popolazioni arabe e, negli scorsi decenni, soprattutto in contrasto all'Arabia Saudita.
Abbiamo sottolineato come al centro della rivalità tra Arabia ed Iran esistano varie coppie di opposti che hanno un ruolo determinante; negli ultimi anni entrambi i paesi hanno inziato a comportarsi come potenze imperiali, il che giustifica ancora di più il parallelo con la guerra fredda tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. A provarlo c'è la loro dichiarata volontà, di sapore universalista, di diffondere le rispettive ideologie religiose al di là delle frontiere dei corrispondenti stati-nazione. Il re saudita, in qualità di "custode delle due sacre moschee" di Mecca e Medina, ha il dovere religioso di sostenere la diffusione dell'Islam in tutto il mondo. L'obiettivo dello ayatollah Khomeini di "esportare la Rivoluzione Islamica" punta ad un obiettivo altrettanto universale.
In un contesto internazionale fondato sugli stati-nazione, tuttavia, gli "imperi" dell'Arabia Saudita e della Repubblica Islamica dell'Iran sono costretti alle frontiere dei rispettivi stati nazionali e sono enti che fanno testo per se stessi. La Repubblica Islamica dell'Iran possiede diversi degli elementi distintivi che sono caratteristici di uno stato nazionale, ed ha anche una antica tradizione statale priva di soluzioni di continuità su cui basarsi. In Arabia Saudita invece il concetto di stato ha cominciato ad affermarsi nella prima metà del XVIII secolo ed il Regno dell'Arabia Saudita così com'è oggi è stato fondato nel 1932.
Le prese di posizione ideologiche a carattere universalista ed il relativo zelo missionario portano per definizione a conflitti di interessi quando permeano uno stato nazionale; a farne le spese sono soprattutto i paesi confinanti, ma se consideriamo l'importanza specifica che il Medio Oriente ha in varie questioni di interesse mondiale si nota che la loro portata riguarda anche un contesto più ampio. Il vero assetto delle relazioni tra Arabia Saudita ed Iranè semrpe stato e sarà sempre dovuto agli elementi di cui sopra, ed avrà come estremi la guerra per interposizione da una parte e l'amicizia senza incrinature dall'altra; all'occasione potranno coesistervi anche elementi opposti.


Contesto delle relazioni tra Arabia Saudita ed Iran

Per tutti i paesi le questioni essenziali in materia di sicurezza sono strettamente correlate al rapporto che esiste con i confinanti. Nel caso dell'Arabia Saudita, dell'Iran e dei paesi del Golfo Persico (o Arabo)[7] l'importanza della regione per i protagonisti della scena mondiale e per la comunità internazionale in genere ha fatto sì che attori esterni abbiano influenzato in maniera sostanziale le relazioni tra i due paesi. La storia del Golfo per tutto il XX secolo è stata determinata dalle tre potenze regionali che ne occupano le sponde -Arabia Saudita, Iraq e Iran- e dal coinvolgimento di altri paesi nella situazione di questo, di quel paese o di tutti quanti. La Rivoluzione Islamica ha imposto mutamenti considerevoli alle relazioni tra Arabia Saudita ed Iran, ed anche a quelle tra Iraq ed Iran; al tempo stesso, l'Iraq controllato dagli arabi nazionalisti del partito Baath andò assumendo il ruolo del difensore degli arabi e coinvolse l'Iran in una lunga e sanguinosa guerra (1980-1988) che permise ai sauditi di rimanere in disparte, a guardare come andava a finire lo scontro per la supremazia tra i due paesi. Sia l'Iraq che l'Iran rappresentavano delle minacce agli interessi sauditi, il primo per il suo bellicoso nazionalismo arabo di orientamento laico e per il suo potenziale militare, il secondo perché sciita ed esportatore della Rivoluzione Islamica. Il fatto che i due paesi si facessero la guerra l'un l'altro liberò i sauditi da una preoccupazione, e portò alla fondazione del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo (GCC). Le ostilità e la politica statunitense del cosiddetto "contenimento doppio", elaborata ai tempi di Clinton, fecero sì che l'Iran non potesse costituire una minaccia significativa per l'Arabia Saudita, anche se la presenza di comunità sciite sparse nei paesi del Golfo continuava a rappresentare un pericolo costante. La situazione cambiò dopo la guerra del 1991. Da una parte diventò chiaro che l'Iraq, anche dopo una guerra devastante, aveva la volontà e la possibilità di rappresentare una minaccia per i suoi vicini; dall'altra che con l'Iraq colpito dalle sanzioni internazionali era venuto meno il contrappeso alla potenza iraniana, e che l'Iran aveva subito iniziato a comportarsi da potenza regionale. L'Arabia Saudita dovette abbandonare la politica estera fino ad allora adottata, e caratterizzata da un profilo piuttosto basso, ed assumere atteggiamenti maggiormente dominanti ed assertivi. Questo non significa che l'Arabia Saudita sia arrivata a considerare l'atteggiamento bellicoso dell'Iraq nei confronti del vicino come l'ultima trincea degli arabi contro i persiani, ma soltanto che l'Arabia ha adottato una politica estera maggiormente attiva, per lo più agendo come mediatrice, e che per questo ha finito con l'entrare in contrasto con gli interessi iraniani.
Praticamente di pari passo a quanto accadeva sul lato arabo del Golfo, l'Iran ha fatto buon uso delle opportunità presentatesi con la guerra in Afghanistan (2001), in Iraq (2003) e il conseguente impegno degli Stati Uniti e dell'Occidente in tutti e due i casi. Se l'Iraq piegato dalle sanzioni già non poteva più costituire un contrappeso alla potenza iraniana, con il rovesciamento del governo afghano e di quello iracheno sono stati eliminati gli ultimi attori in grado di tenere l'Iran sotto scacco. L'Iran ne ha tratto indubbi benefici sul piano politico, ma ciò nonostante i vertici politici del paese sono sempre stati convinti che il vero bersaglio di entrambe le operazioni fosse l'Iran (Gazsi 2005). A rafforzarli nelle loro convinzioni sono intervenute anche le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Gerorge W. Bush, favorevoli al rovesciamento del governo iraniano (Dinmore, 2006). Per l'Iran, il caso dell'Afghanistan e quello dell'Iraq hanno costituito la prova che se gli Stati Uniti sono decisi a rovesciare un qualsiasi governo, proseguono nel loro intento fino a quando non ci sono riusciti. Questa convinzione è ancora molto radicata, e si riafferma di tanto in tanto (Al Jazeera, 2014[10]) . I vertici della politica iraniana hanno quindi intrapreso una politica estera molto ambiziosa: obiettivo, fare dell'Iran una potenza regionale in grado di rintuzzare qualunque minaccia proveniente dall'esterno.
La politica di vicinato ne ha tratto nuovo impulso, e sono state strette alleanze con altri paesi mediorientali (Siria, Libano, territori palestinesi). Il Presidente Mahmoud Ahmadinejad (2005-2013) ha ulteriormente ampliato le prospettive della politica estera iraniana introducendovi, accanto alla politica "del guardare ad Oriente" (Saghafi-Ameri - Ahadi, 2008) anche alleanze strategiche con paesi dell'Africa e dell'America Latina. In molte occasioni la retorica ha presentato l'Iran come una potenza rgionale ben prima che il paese lo diventasse davvero: già all'inizio del millennio gli esperti di politica estera iraniana parlavano del "quartetto asiatico" che definiva il continente e li indicava in Russia, Cina, India ed Iran. L'Iran ha presentato domanda per essere ammesso alla Cooperazione di Shanghai dove a tutt'oggi ha solo lo status di osservatore, ha un proprio ruolo nella ECO[11] ed in questo momento guida l'Organizzazione dei Paesi non allineati. Alcuni dei campi in cui si esercitava questo grosso impegno in politica estera hanno ricevuto minore attenzione dopo l'elezione di Hassan Rohani; nondimeno essa rappresenta con chiarezza quale concetto la Repubblica Islamica abbia di se stessa. L'Iran è convinto di essere una potenza regionale o anche mondiale, con molti e diversificati interessi in politica estera, anche perché crede di poter contare solo su se stesso e di dover mantenere la propria indipendenza senza accettare alcuna dominazione straniera. La proibizione di Khomeini di contrarre debiti con l'estero e il suo "né Oriente né Occidente" in politica estera (Archivio della AP News, 1988)[13]  appartengono al passato, ma nonostante questo l'Iran ha costruito il proprio sistema di alleanze in un contesto essenzialmente non allineato ed antimperialista, mantenendo comunque e ulteriormente stringendo le relazioni con la Russia, improntate al pragmatismo.


I problemi fondamentali nelle relazioni tra Arabia Saudita ed Iran

Il primo e naturale scenario delle relazioni tra Arabia Saudita ed Iran è costituito dal Golfo. In questo si è giunti ad una sorta di equilibrio, nonostante gli sforzi di entrambi i paesi di imprimere alla situazione una svolta a proprio vantaggio: l'Arabia Saudita controlla il lato arabo, l'Iran ha disposto i suoi alleati un po' più distante. L'Iraq ha una popolazione con caratteristiche etniche e religiose specifiche, e confina con entrambi i paesi: una condizione ideale perché entrambi cerchino di estendervi la propria area di influenza. In sostanza l'Iraq è un terreno di scontro ideale, quello che ci vuole per una guerra per interposti contendenti.
In Iraq, sia i sauditi che gli iraniani hanno gli stessi interessi in materia di sicurezza: entrambi i paesi hanno subìto o temuti la minaccia militare del governo baathista di Saddam Hussein, quindi sono entrambi interessati a tenere l'Iraq in condizioni di debolezza e di scarsa stabilità, magari tramite conflitti a bassa intensità, cosicché sia impossibile che vi si affermi uno stato uniti e militarmente forte, ossia pericoloso. Una conflittualità eccessiva però danneggerebbe gli interessi di entrambi, perché potrebbe estendersi e minacciare direttamente la loro stabilità ed il loro ordine sul fronte interno. Il fatto che la maggioranza sciita abbia preso il potere in Iraq sulla base di una legge elettorale del tipo "un uomo un voto" non è stata una bella notizia per i sauditi, ma non ha neppure voluto dire che l'Iran avrebbe potuto farla da padrone. Nel complesso, l'adesione al campo sciita di per sé è rimasta sostanzialmente una questione culturale e religiosa, nonostante abbia anche connotazioni politiche. Gli sciiti iracheni appartengono a vari gruppi diversi, che politicamente si presentano in modo diverso. I dissidi che ci sono tra arabi ed iraniani hanno ancora un impatto profondo, quindi l'influenza iraniana in Iraq si è affermata in misura molto maggiore sul piano dell'economia. Questo non significa che l'Iran non disponga di accessi diretti ai vari attori politici sciiti, primo tra tutti il grande ayatollah Sistani[14]. In pratica l'Iran mantiene i collegamenti con tutti gli attori della scena politica irachena.
Gli arabi sunniti di solito godono del sostegno saudita; lo Stato Islamico recentemente insediatosi tuttavia, sia per il suo radicalismo sia per i suoi legami con gruppi legati ad Al Qaeda, costituisce una sfida alla legittimità saudita ed anche l'Arabia Saudita lo considera un'entità terroristica, cosa che in pratica esclude la possibilità che lo stato saudita gli fornisca sostegno.
In molti lanci d'agenzia si è letto di un coinvolgimento iraniano nello Yemen, a fianco dei ribelli Houthi: tuttavia gli eventi della "primavera araba" nello Yemen hanno dimostrato che il paese nettamente influente in questo caso è l'Arabia Saudita. L'Iran ha negato di essere coinvolto negli affari yemeniti. La "primavera araba" nel Bahrein, nonostante l'Iran si sia schierato con la locale comunità sciita, ha dimostrato che l'Arabia Saudita non tollera alcuna interferenza altrui nelle immediate vicinanze del proprio territorio. In complesso lo status quo tra Arabia Saudita ed Iran significa dominio saudita nella penisola araba e maggiore -ma comunque limitata- influenza iraniana in Iraq.
In Siria, invece, gli interessi iraniani ed arabi sono apertamente contrastanti. La guerra civile in Siria vede l'Arabia Saudita come uno dei non molti attori esterni che sostengono concretamente i gruppi di opposizione, mentre l'Iran si è messo risolutamente dalla parte di Bashar al Assad. Per i sauditi sostenere i musulmani sunniti in rivolta contro l'egemonia della minoranza alawita è questione di dovere religioso. Per l'Iran invece non soltanto la Siria è l'unico stato sovrano alleato in tutto il Medio Oriente, ma è diventata una questione di prestigio, il simbolo del suo stesso status di potenza regionale. Questo è vero soprattutto quando le navi iraniane gettano l'àncora nei porti della Siria, facendo arrivare la presenza iraniana fino al Mediterraneo orientale. I mass media occidentali considerano scontato che gli alawiti siano uguali agli sciiti, e molti sunniti la pensano allo stesso modo: nel corso del XX secolo la condizione degli alawiti è stata oggetto di aspre dispute tra gli esperti musulmani di cose religiose. Negli anni Venti e Trenta è stato messo in discussione il fatto stesso che li si dovesse considerare musulmani: dopo la Rivoluzione Islamica in Iran il fatto che fossero sciiti ha dovuto essere statuito per mezzo di fatwa, pareri religiosi vincolanti (Kramer, 1987).
La cooperazione siriaqna è considerata essenziale per le linee di rifornimento che portano fino in Libano da Hezbollah, una formazione fondata con il sostegno iraniano con cui l'Iran mantiene da sempre legami molto stretti.
Tutti questi conflitti per procura già rappresentano altrettante complicazioni per proprio conto. Tuttavia la materia più irta di contrasti è quella del programma nucleare iraniano, cui si mescolano l'antagonismo tra Iran e stato sionista e la cooperazione sottobanco tra stato sionista ed Arabia Saudita, oltre al ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente. Nel 2002 fu rivelata l'esistenza in Iran di strutture collegate all'energia nucleare di cui si ignorava l'esistenza, a Natanz e ad Arak. Fin da allora l'Arabia Saudita ha seguito con apprensione lo sviluppo del programma nucleare iraniano ed il conseguente dibattito internazionale. L'Arabia Saudita rispose ad un appello del segretario della Lega Araba generale Amr Moussa che invitava a bilanciare l'arsenale nucleare dello stato sionista tramite un programma nucleare civile ed anunciò che avrebbe intrapreso essa stessa qualche cosa del genere[15]. Tuttavia le intenzioni dei sauditi erano mosse più dal programma nucleare iraniano che non dall'arsenale atomico dello stato sionista. La questione palestinese ancora irrisolta fa sì che l'Arabia Saudita non possa apertamente schierarsi con lo stato sionista in alcun campo, ivi compresa la minaccia nucleare iraniana; tuttavia si dà per scontato ormai da anni che i due paesi coordinino sottobanco i propri sforzi, e cooperino di fatto per contrapporsi all'Iran[16] e porre ad esso dei limiti. Arabia Saudita e stato sionista affiancano gli Stati Uniti ed approvano le sanzioni internazionali contro l'Iran, che sono diventate un'opportunità per ribadire la loro alleanza con gli USA. Di conseguenza i positivi sviluppi delle trattative intraprese dal "cinque più uno"[17] e dei negoziati con l'Iran, e soprattutto la prospettiva che si arrivi finalmente ad un accordo, non sono stati recepiti come buone notizie perché in prospettiva possono togliere importanza allo stato sionista e all'Arabia Saudita, sia come potenze regionali che come partner degli Stati Uniti.


Conclusioni

La guerra fredda tra Arabia Saudita ed Iran è cambiata come sono cambiati gli equilibri di potere in Medio Oriente: gli stati arabi hanno perso rilevanza a fronte dei loro vicini non arabi. Anche se gli sviluppi della "primavera araba" hanno riammesso alcuni paesi come l'Egitto, l'Arabia Saudita e -in misura sempre maggiore- il Qatar alla competizione per il predominio, la loro importanza è rimasta relativa.
Le relazioni tra Iran e Arabia Saudita possiedono tutti i caratteri delle contese e delle controversie "tradizionali" del Medio Oriente: arabi contro non arabi, sunniti conto sciiti, conservatori contro rivoluzionari, stato di antiche tradizioni contro stato di recente fondazione. Eppure il loro rapporto è molto più influenzato da considerazioni basate sulla realpolitik che non dall'ideologia. Entrambi i paesi sono degli stati nazionali che si comportano da imperi, cercando proiezione ai propri interessi. Evitano il confronto diretto, in una relazione caratterizzata dal reciproco contenimento e da una condotta propensa all'accordarsi oltre che dalle guerre per interposti contendenti. Le loro sfere di influenza fluttuano per dimensione ed intensità, in un ambiente in cui le condizioni della sicurezza cambiano di continuo; tuttavia si può notare una specie di status quo nei loro rapporti di vicinato: l'Arabia Saudita è l'attore dominante nella Penisola Araba mentre in Iraq è l'Iran ad avere un'influenza predominante, anche se non illimitata.
Il futuro delle relazioni tra i due paesi sarà determinato dagli sviluppi che interverranno sul piano interno, su quello regionale e su quello esterno. Mentre è verosimile che l'Arabia Saudita si troverà ad affrontare grossi processi di transizione sul piano interno in un futuro non troppo lontano e che per l'Iran sarà decisivo l'accordo sul nucleare, nula fa pensare che i loro rapporti saranno dominati da fattori molto diversi da quelli che li hanno dominati a tutt'oggi.





[1] L'Unione Europea inquadra in modo istituzionale la coooperazione con il Medio Oriente nell'àmbito dell'Unione per il Mediterraneo, del Processo di Barcellona, del dialogo col Consiglio degli Stati del Golfo. Tuttavia non può influenzare i cambiamenti in corso nella regione. L'Unione Europea, con particolare riferimento alla Ashton e alla sua squadra, gioca un ruolo importante nel "cinque più uno" e nel relativo negoziato con l'Iran, nonostante l'UE non sia membro del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Anche in questo caso, tuttavia, sono gli Stati Uniti ad essere decisivi.
[2] L'espressione è stata usata da Abdallah di Giordania alla fine del 2004, per indicare un asse che unisce Damasco a Tehran passando per Baghdad. Tempo dopo il re ha detto che le sue considerazioni erano state di molto ingigantite, ma l'espressione è comunque entrata nell'uso comune, specie dopo che in seguito alla guerra in Iraq del 2003 le tensioni settarie e gli scontri crebbero di intensità.
[3] Cugino e genero di Muhammad, Ali fu il quarto califfo doo la morte dell'Inviato e fu ucciso nel 656. I suoi seguaci. la "fazione di Ali" o sciiti, sostennero i diritti dei suoi due figli sul califfato ma mentre Hassan condusse una vita ritirata e non volle ribellarsi, suo fratello Hussein si rivoltò contro i califfi omayyadi e morì combattendo a Karbala, nell'odierno Iraq. La tomba di Ali a Najaf e quella di Hussein a Karbala sono i più importanti luoghi di pellegrinaggio per gli sciiti. Il martirio di Hussein viene commemorato ogni anno nel lutto dell'Ashura ed ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione dottrinale dell'Islam sciita.
[4] Un esame del perché il radicalismo sunnita non venga solitamente compreso in un contesto rivoluzionario supererebbe i limiti di questo scritto.
[5] Nel volgere di un centinaio d'anni il califfato arabo islamico giunse ad estendersi dalla penisola Iberica al fiume Indo, fino all'Asia Centrale, conquistando paesi e civiltà. L'attivismo di vari popoli non arabi, il cosiddettoshucubiyya, ebbe un ruolo importante nella presa del califfato da parte degli Abbasidi nel 750 e nell'ascesa della loro dinastia.
[6] Nel corso di uno sviluppo senza uguali la popolazione di lingua persiana non soltanto conservò la propria lingua anche dopo la conquista araba e l'islamizzazione, ma fin dall'undicesimo secolo la storia antica venne deliberatamente preservata tramite i racconti degli antichi tempi eroici e le narrazioni epiche (Shahnahme); venne anche redatto il primo dizionario arabo-persiano. L'interesse per la storia antica e la coltivazione della lingua nazionale in Europa sono caratteristiche sostanziali dei nazionalismi.
[7] In Iran la denominazione di "Golfo Persico" non è solo materia per gli storici, ma anche una questione di onore e di prestigio. Di solito agli stranieri viene raccomandato di riferirsi ad esso come al Golfo Persico, tante volte si sbagliassero, ed al modo di provare storicamente fondata questa denominazione vengono dedicati convegni internazionali che durano più giorni. Gli arabi invece lo chiamano semplicemente Al Khalij, "Il Golfo". L'espressione "Golfo Arabo" ha fatto la sua comparsa qualche decina di anni fa, ma vuoi a causa dell'esistenza di altri elementi geografici dal nome simile, vuoi per la mancanza di vere opportunità politiche per imporre l'uso dell'espressione, quella di "Golfo Arabo" è una definizione che ha avuto poca fortuna, anche se ha una sua importanza in questo contesto.
[8] Il GCC fu fondato da Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti nel 1981; si trattava di un coordinamento politico per l'unificazione regionale, ma prevedeva anche la fondazione della cosiddetta Peninsula Shield Force, una forza militare unica tra tutti i paesi membri.
[9] Le relazioni tra Iran e talebani e tra Iran e governo di Saddam Hussein erano improntate all'ostilità; la fine del loro potere ha favorito Tehran in misura non piccola.
[10] Nel 2013 si riaffermarono gli stessi toni retorici, riferiti stavolta alla Siria: l'attuale governo iraniano non ha quindi avuto motivo di rivedere le proprie convinzioni.
[11] La ECO, Organizzazione per la Cooperazione Economica, è nata ad opera di Turchia, Iran e Pakistan nel 1985 ed ha lo scoo di promuovere la cooperazione economica, tecnica e culturale tra paesi membri. In seguito vi hanno fatto il loro ingresso anche Afghanistan, Azerbaigian, Kirghisistan, Kazakhstan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan.
[12] "La Repubblica Islamica è un sistema che si basa sulla credenza nella... negazione di ogni forma di oppressione, sia inflitta che subìta, e di predominio, sia imposto che accettato". Articolo 2 della costituzione, http://www.iranonline.com/iran/iran-info/Government/constitution-1.html
[13] La dottrina politica del "né Oriente, né Occidente" venne messa a punto dopo la Rivoluzione Islamica. All'inizio aveva preso spunto da una considerazione dello ayatollah Khomeini sulla direzione da imporre alla ricostruzione del paese. Poi si rivelò intonata con il proposito di evitare ogni genere di dominio straniero, e finì con indicare la politica estera iraniana nel suo complesso.
[14] I politici in visita in Iraq di solito si incontrano con il grande ayatollah Sistani, che varie volte ha rifiutato di incontrarsi con gli statunitensi.
[15] Nel 2007, dopo aver constatato che decenni di sforzi da parte dei paesi arabi di far aderire lo stato sionista al Trattato di Non Proliferazione non avevano portato a nulla, Amr Moussa invitò tutti i paesi arabi ad intraprendere un programma nucleare civile. Sei o sette paesi arabi risposero assicurando che era loro intenzione costruire centrali nucleari ma da allora ad oggi soltanto gli Emirati Arabi Uniti si sono mossi concretamente, mentre Giordania ed Arabia Saudita sono ancora alla progettazione. Anche in Egitto, dove un abbozzo di programma nucleare per uso civile esisteva già, si stanno progettando iniziative in questo campo.
[16] Funzionari e ricercatori dello stato sionista fanno spesso riferimento all'accordo e alla cooperazione tra Arabia Saudita e stato sionista, o quantomeno ad un loro coordinamento sulla questione del programma nucleare iraniano, ma lo fanno specificando sempre che si tratta di accordi "sottobanco".
[17] Dopo una serie di negoziati tra l'Iran ed i "cinque più uno" (i cinque del Consiglio di Sicurezza più la Germania) il 24 novembre 2013 è stato stretto un primo accordo cui sono seguiti sei mesi di lavori per la sua messa in atto. Ad un accordo finale si deve ancora giungere, ma sono stati fatti buoni progressi data la determinazione con cui sia gli Stati Uniti che l'Iran hanno affrontato la questione sul piano politico. Entro pochi mesi ci si attende si possa giungere ad un accordo definitivo.

Bibliografia

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Gazsi, Dénes. 2005. Irán: “Irak csak ürügy volt, a valódi célpont mi vagyunk” [Iran: “Iraq was a pretext only, the real target is us”], Kül-Világ 2005/4, http://epa.oszk.hu/00000/00039/00007/pdf/
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Kramer, Martin (ed.). 1987. Shi’ism, Resistance, and Revolution, Boulder, Colorado, 1987, Westview Press
Parsi, Trita. 2013. A Single Roll of the Dice: Obama’s Diplomacy with Iran. 2013, Yale University Press
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Research, http://www.csr.ir/departments.aspx?lng=en&abtid=07&&depid=74&semid=2074 (visto il 17 marzo 2014)

07 luglio 2015

Ponsacco (Pisa), luglio 2015: Jalal El Hanaoui vince il Premio Gazzetta per l'Islamcattivo del Mese


Pisa è una città monumentale a poche decine di chilometri da Firenze.
Gli ultimi fermenti politici di un certo rilievo -quelli che giustificano economicamente per uno stato sovrano il mantenimento di debordanti apparati antisommossa, di reti di confidenti e informatori, di funzionari e così via- vi si sono verificati quarant'anni fa.
Figuriamoci Ponsacco, città un po' meno monumentale a poche decine di chilometri da Pisa.
A Ponsacco hanno arrestato l'Islamcattivo del Mese che sarebbe un certo Jalal El Hanaoui.
Jalal El Hanaoui ha ricevuto attenzioni puntigliose dalle gazzette.
La cosa ci permette di ribadire che il discrimine tra fonti "occidentaliste" e non, di cui spesso ci siamo serviti pensando che nel panorama gazzettiero della penisola italiana la "libera informazione" annoverasse fonti più o meno serie, non ha più alcuna ragione d'essere. Venuta meno ogni differenza sostanziale tra politiche "occidentaliste" e sedicenti politiche opposte, la stessa cosa si riflette compiutamente nella propaganda.
Il signor Jalal El Hanaoui fa il disoccupato, dicono quelli della gendarmeria.
Dicono che ha anche qualche precedente connesso a sostanze stupefacenti.
In "Occidente" come altrove gli stupefacenti sono uno dei volani dell'economia, quindi possiamo pensare che Jalal El Hanaoui, come l'Islamcattivo del Mese di cui ci occupammo anni fa quando l'estremismislàmiho sgozzava e bruciava bambini in provincia di Como imperversandovi con insihurezzeddegràdo, abbia cercato di integrarsi appieno nella "società occidentale" e che i risultati non siano stati quelli che sperava.
Deve aver pensato che la caotica città di Ponsacco offrisse pochi diversivi e poche scappatoie.
Meglio mettersi tranquilli a casa davanti al computer.
Non aveva pensato che fuori dal computer e dalle reti telematiche esiste ancora un fastidioso mondo previrtuale, di cui fa parte un apparato repressivo pletorico, in misura crescente consapevole della propria ridondanza e per questo triplamente occhiuto.
Detto altrimenti, e per chi segue i nostri scritti il concetto non è certo nuovo, in un contesto in cui l'attivismo politico è evaporato ed in cui non esistono fermenti sociali degni di nota la gendarmeria politica ha serissime difficoltà a raggiungere gli obiettivi di produzione.
Il legislatore potrebbe finire per accorgersene, e nessuno ha voglia di finire demansionato o ricollocato o prepensionato o diritto a far la fila al collocamento, magari a cinquanta e passa anni.
Per fortuna ci sono i cialtroni del Libro dei Ceffi: nulla come quella autoschedatura per mediocri si è rivelato in grado di provocare a chi vi indulge seccature, problemi e guai di ogni genere. Senza muoversi dall'ufficio climatizzato, un gendarme può pescare con tutta calma nel mare magnum delle legioni di imbecilli e farvi puntare in due secondi una compagine fatta da decine di colleghi annoiati.
In mezzo alla galleria di immagini presentata dalle gazzette (autoscatti, fotomontaggi, un paio di fotogrammi in cui si vede Jalal El Hanaoui in mezzo a due gendarmi dall'aria sbrigativa) non compare alcunché che superi il (sempre meno) tollerato ius murmurandi delle "reti sociali". Chi fosse rimasto scioccamente ancorato a considerazioni razionali, per esempio a quelle che con "insurrezione" intendono il contrasto armato all'ordine costituito con l'occupazione armata manu di edifici governativi e centri di comunicazione, rimarrebbe esterrefatto davanti ad un combattente del jihad (inteso nel significato "occidentale" del termine) che ha un arsenale fatto di tre telefoni e un computer. Chissà quanti pensionati che inventariano buche nell'asfalto per incolparne i comunisti possono contare su mezzi più temibili.
Le gazzette ci assicurano che la gendarmeria ha provveduto immediatamente a oscurare gli orrori che riportiamo in alto; a divulgarli al mondo intero -dileggiatori compresi- hanno dovuto pensarci loro.
Vi compare tra l'altro un'opera a graffito di un certo Banksy che dobbiamo a questo punto concludere sia in grado di farci definire jihadisti per contaminazione.
Immagini come queste, accompagnate da qualche considerazione tra lo scarno e lo sgrammaticato, avrebbero procurato al signor El Hanaoui -che pare sul Libro dei Ceffi si facesse chiamare Jalal al Andalusi- "migliaia di follower". Su quel coso può ottenerli chiunque vi schedi il proprio cane, ma in questo caso devono esser sembrati sufficienti a mobilitare una Grande Armée.
    L’operazione, eseguita dalla polizia di Pisa e coordinata dalla Direzione centrale polizia di prevenzione (Ucigos), è stata diretta dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Firenze. La task force messa in campo dalla polizia è costituita, oltre che da operatori della Digos specializzati nelle attività di contrasto al terrorismo, anche da unità di artificieri, operatori della polizia postale e delle comunicazioni, dalla polizia scientifica e dal Nucleo prevenzione crimine della polizia di stato.
Una barzelletta crudele si interroga su quanti gendarmi ci vogliano per avvitare una lampadina e li quantifica in almeno cinque, uno per tenere la lampadina e gli altri quattro per girare la casa.
Chissà quanti gendarmi ci sono voluti per suonare un campanello.

05 luglio 2015

Su "L'Unità" nuovamente in edicola.


Negli ultimi anni in questa sede si è più volte riportato un concetto talmente ovvio e ripetuto da risultare senza dubbio noioso, il fatto che non esiste alcuna differenza tra la linea politica delle formazioni "occidentaliste" e quella dei sedicenti avversari.
I residui sostenitori dell'una o dell'altra parte sono indistinguibili tra loro al pari dell'agenda setting della "libera informazione" che ne propaganda gli interessi e che è monocordemente intonato all'insihurézza e a i'ddegràdo.
Dall'inizio di luglio 2015 qualcuno ha rimesso nelle edicole un "libero informatore" scomparso un anno fa senza che nessuno ne sentisse la mancanza, anzi.
La ricomparsa è stata segnalata da locandine miserabili.
In quella della foto ne traspare una sottostante che promette personaggi storie e indiscrezioni e che deve senz'altro riferirsi ad una gazzetta un po' più seria.
Miracoli, per esempio.
Abbiamo riportato in link lo scritto di Alberto Bagnai in cui sono enumerate soltanto le ultime contorsioni agoniche di una gazzetta che fino agli anni Ottanta veniva diffusa porta a porta da volontari che era senz'altro lecito prendere in giro, ma la cui buona fede non era in discussione. Azzardarsi oggi, a diffondere carta che si ripromette di cambiare il passato e che si fa pubblicità con l'immagine del presidente statunitense[*] farneticando al contempo di ripartenze cui non credono nemmeno in redazione, c'è da rischiare forte anche sotto l'aspetto dell'incolumità personale.

[*] I capziosi dell'iconografia apprezzeranno il contrasto tra un passato da cambiare, in cui un militante politico vinceva una gara olimpica e salutava a pugno chiuso, ed un presente di ripartenze in cui un individuo che ha il controllo del massimo apparato militare del mondo saluta a mano aperta e dita dritte.

03 luglio 2015

Il ricovero come moda politica dell'estate del 2015


Nel corso del giugno del 2015 la soluzione universale del ricovero -presumibilmente in vista di procedure di trattamento sanitario obbligatorio- viene proposta con generosità negli ambienti della politica "occidentalista" nei confronti di chiunque non vada loro a genio.
A tirarle la volata dovrebbe essere stato un  divorziato in sovrappeso incapace di laurearsi in dodici anni, che deve alla poltrona che scalda al parlamento europeo anche il denaro che spende al ristorante e tuttavia non smette un secondo di denigrare la propria principale -se non unica- fonte di reddito.
Con questo non vogliamo certo sminuire la rappresentatività di un elemento del genere: il democratismo è fatto soprattutto di questo.
Il fatto è che la consegna è stata ripresa da un considerevole numero di mediocri, che ne hanno curato la ripetizione ecoica sulle "reti sociali" su cui si sono autoschedati.
La cosa da rimarcare è dunque il fatto che gli "occidentalisti" non sono neppure in grado di mandare al diavolo qualcuno usando argomenti o vocaboli che non vengano loro suggeriti da gazzette e televisioni.
Giorgio Gaber era arrivato a considerare già un disastro due miserie in un corpo solo.
Avesse voluto contare le miserie che albergano nel corpo di un singolo mangiaspaghetti, gli sarebbe toccato assumere un ragioniere.

02 luglio 2015

Un orrore per tutte le tasche - 2


Non è difficile che una coda alle casse di un supermercato offra qualche spunto di riflessione.
Basta osserva con un po' di attenzione i presenti, le merci esposte o tutti e due insieme.
Dopo gli scagliozzi che nessuno comprerebbe e che sono dovuti diventare salted tortilla chips, nella foto qui sopra c'è qualcosa di miracoloso. Il caprino senza capre.
Legalissimo produrlo.
Anche a fare il vino senza uva ci hanno provato in molti, ma quello invece non va bene.
L'essenziale è vedere gli aspetti positivi: abbiamo mostrato l'immagine ad un professionista del settore sanitario, che si è detto sicuro di una cosa: meglio un caprino di latte vaccino che... un vaccino di latte caprino.

01 luglio 2015

Un orrore per tutte le tasche - 1


A pochi euro in un supermercato qualsiasi vendono un contenitore da detersivo pieno di qualcosa che hanno chiamato fiesta mexicana.
Chi ignorasse l'inglese, che come è noto è la lingua maggioritaria sia negli Stati Uniti del Messico che nella penisola italiana, potrebbe chiedersi cosa siano mai dei salted tortilla chips with 2 mexican style dips. In sostanza, è qualcosa di simile agli scagliozzi col pomodoro.
Con un nome del genere avrebbero ovviamente faticato ad affermarsi appena fuori dai confini municipali di Manfredonia o di Villafranca Tirrena, ma se cambieranno le mode sarà sufficiente aggiornare il packaging.