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21 ottobre 2025

"...Nicolas...? Vive la racaille!"

Sarkozy e Bruni
Il 21 ottobre 2025 la "libera informazione" incensa ancora una volta -e purtroppo è verosimile che non sarà l'ultima- Nicolas Sarkozy.
Quello che da Ministro degli Interni della République definì racaille i giovani delle banlieue, contro i quali prospettò quell'accanimento che è la norma tra i ben vestiti in sovrappeso che fanno i liberisti con i fondi del Dipartimento per l'Editoria.
Gli stessi, per capirci, che prima vanno al ristorante e poi danno di terrorista a chiunque non gli procuri un reddito.
Ora gli è toccato -sia pure con tutti i riguardi che si devono a uno con la cravatta e con la moglie di bell'aspetto- farsi la zampogna e andare a bussare all'uscio della Santé. Dove sperabilmente per lui cercheranno di evitargli troppi incontri con una racaille capacissima di farlo a pezzi: lui è ricco, non è mica uno Yvan Colonna qualsiasi.
Se non andava lui da solo sarebbero andati loro a prenderlo a casa, e sarebbe stato peggio. Invece in questo modo ha avuto agio di atteggiarsi a perseguitato, riunire una claque di sostenitori e esprimere una serie di buoni propositi. Riuscirà senz'altro a monetizzare la scomodissima esperienza e soprattutto ad accorciarla di non poco.
Gli hanno dato cinque anni. Perché dicono che abbia preso soldi da al-Qadhdhāfī per finanziare la campagna elettorale che lo avrebbe fatto diventare Président.
Nel 2011 Sarkozy avrebbe cordialmente ricambiato l'aiuto del fondatore della Grande Jamahiria Araba di Libia Popolare e Socialista scatenandogli contro la NATO e i paesi arabi più ricchi.
Insegnando così nel migliore dei modi a molte persone serie cosa succede a chi si fida degli occidentali.

16 giugno 2025

I tesori archeologici di Gaza in mostra allo Institut du Monde Arabe di Parigi




I danni deliberati che lo Stato Islamico ha causato al patrimonio archeologico siriano sono stati oggetto di diffusa e giustificata esecrazione. Quelli altrettanto deliberati che lo stato sionista ha causato e causa a tutt'oggi al patrimonio archeologico palestinese sono stati al più trattati a margine.
Trésors Sauvés de Gaza - 5000 Ans d'Histoire, allestita presso l'Institut du Monde Arabe di Parigi dal 3 aprile al 2 novembre 2025, aveva tra i suoi obiettivi quello di mettere a disposizione del pubblico reperti e informazioni sul patrimonio archeologico di Gaza. Quelle che seguono sono le traduzioni dal francese della presentazione della mostra e delle descrizioni dei cinque siti più rilevanti.


Introduzione

Fin dalla sua delimitazione nel 1949 il territorio della Striscia di Gaza -365 chilometri quadrati- è stato caratterizzato tanto da un sostanziale isolamento quanto da una estrema densità demografica e edilizia. La sua storia contemporanea è costellata da guerre e crisi umanitarie; il suo glorioso passato di vasto porto mediterraneo ricco grazie ai traffici con l'Arabia ne è stato messo in ombra. Dopo l'attacco terroristico e la presa degli ostaggi da parte di Hamas il 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza ha subito una devastazione fuori dall'ordinario; a causa della guerra e dei bombardamenti ad opera dello stato sionista si è avuto un numero vertiginoso di vittime civili e di sfollati.
I tragici eventi del XX e del XXI secolo fino alla guerra attualmente in corso hanno spazzato via la storia di questa antica oasi, luogo di passaggio e di scambi aperto al mondo: chi mai ricorda che fin dall'età del bronzo Gaza -nata laddove le sabbie e il mare si incontrano- ha avuto un passato dal prestigio ininterrotto?
Le circa cento opere qui presentate consentono uno sguardo attraverso le civiltà cananea, egizia, filistea, neo-assira, babilonese, persiana, ellenistica, romana, bizantina e araba in questa stretta fascia costiera. La ricchezza di questa oasi, un tempo lodata per la sua prosperità e per la piacevolezza delle sue condizioni di vita, ambita per la sua posizione strategica, terra promessa dei commercianti carovanieri e porto delle merci preziose provenienti dall'Arabia, dall'Africa e dal Mediterraneo, è oggi in grave pericolo.
Oggi che il patrimonio di Gaza subisce attacchi senza precedenti e folli speculazioni sul suo futuro minacciano di spazzare via cinquemila anni anni di esistenza, più che mai è necessario conoscere la sua storia.


Un patrimonio in esilio

Nell'autunno 2006 un centinaio di casse contenenti 529 reperti archeologici provenienti da Gaza sono arrivate a Ginevra per la mostra "Gaza, crocevia tra civiltà" (2007). La mostra presentava i reperti arrivati in Francia nel 2000 e 260 opere provenienti dalla collezione privata di Jawdat Khoudary, successivamente donata all'Autorità Nazionale Palestinese. Per diciassette anni le opere che avrebbero dovuto costituire il futuro museo archeologico di Gaza sono rimaste imballate a Ginevra, pronte a partire. Ma non è stato possibile garantire le condizioni per un ritorno in sicurezza nel loro paese d'origine. Mentre il patrimonio culturale palestinese è vittima di distruzioni senza precedenti, le 123 opere presentate oggi rispecchiano la ricca e lunga storia di Gaza, salvaguardata grazie al Musée d'art et d'histoire di Ginevra che conserva la collezione.


1994-2000: le eccezionali scoperte della campagna di scavi franco-palestinesi

Nell'autunno del 2000, l'Institut du Monde Arabe inaugurò la mostra "Gaza mediterranea", che presentava i risultati degli scavi archeologici intrapresi a partire dal 1994. L'iniziativa nasceva dall'accordo di cooperazione franco-palestinese che permise -per la prima volta dopo il ritiro dello stato sionista dalla enclave- al personale della École biblique et archéologique française de Jérusalem (EBAF), del Centre National de la Recherche Scientifique e del Servizio delle Antichità dell'Autorità Palestinese di indagare quattro siti di grande importanza. I ritrovamenti più rimarchevoli sono stati quelli dell'antico porto di Anthedon, dei mosaici bizantini di Mukheitim (Jabalya) e dell'eccezionale monastero di Sant'Ilarione (Nussayrat), nonché del prestigioso Tali al-Sakan. Gli eccezionali reperti di questa collezione sono stati sotto la responsabilità dell'Institut du Monde Arabe fino al loro arrivo a Ginevra nel 2007.


I - Gaza, cinquemila anni di storia

La tragedia oggi in atto ha contribuito alla cancellazione della plurimillenaria storia di questa prospera oasi ambita da tutti gli imperi della regione. Gaza si trova ai limiti del deserto, affacciata sul mare e sulla lingua di dune costiere che la separa da esso. Punto di confine naturale tra l'Egitto e l'Asia, la zona dello uadi di Gaza (Wadi Ghazza) è l'ultimo luogo sereno prima del deserto inospitale. Gaza e la sua regione sono un'oasi dalla ricca storia commerciale e politica e sono quindi una posta in gioco importante nella rivalità tra chi si trova al potere nella valle del Nilo e chi vi si trova in Mesopotamia. Porto mediterraneo, punto di convergenza delle rotte carovaniere dell'Africa, dell'Arabia e dell'India, la sua posizione strategica secondo Strabone rese l'antica Gaza "la più grande città della Siria", levando volta per volta le brame degli egizi, degli assiri, dei babilonesi, dei persiani, dei greci, dei romani e infine dei mamelucchi e degli ottomani...


L'età del bronzo e del ferro

Sulla strada di Horus, la via che collegava l'Egitto alla Palestina, il passaggio dello uadi a Wadi Ghazza era un luogo strategico. Nelle vicinanze si trovano due importanti siti dell'età del bronzo, Tali al-Sakan (circa 3500-2350 a.C.) e Tali al-'Ajul (circa 1900-1200 a.C.). Già nella prima metà del IV millennio esistevano stabili legami con l'Egitto, prima che esso conquistasse la Palestina meridionale nella prima età del bronzo e dell'organizzazione della provincia egiziana di Canaan nella tarda età del bronzo. Questo periodo corrisponde anche al comparire della città di Gaza nella storia. Fondata probabilmente nella prima metà del III millennio, la città figura per la prima volta nei testi egizi del regno di Thutmose III (1504-1450 a.C.). Qui viene chiamata "Hazattu", da cui deriva l'attuale nome arabo "Ghazza". Qui risiedeva un funzionario reale egiziano incaricato di sorvegliare la regione, ma la città rimaneva un regno il cui re giurava fedeltà al faraone.


Gaza, città filistea nel periodo assiro, persiano ed ellenistico

All'inizio del XII secolo a.C. dei gruppi provenienti probabilmente dal mondo egeo fondarono dei centri commerciali nelle pianure costiere della regione; Gaza divenne così una delle più importanti città-stato della Filistea. Rimase filistea fino all'VIII secolo quando fu conquistata dagli degli Assiri nel 734 a.C. Il re di Gaza iniziò allora a prestare giuramento di fedeltà, riconoscendosi vassallo di Ninive. Con il nuovo impero di Nabucodonosor II Gaza divenne l'avamposto di Babilonia al confine occidentale dell'impero. Nel 539 a.C. il persiano Ciro conquistò Babilonia e fondò l'impero achemenide. Nel corso dei due secoli del periodo persiano Gaza fu la perla del Mediterraneo. Nel corso della conquista della Siria Alessandro Magno impose un crudele assedio alla città, nel 332. Massacri, saccheggi e distruzioni ebbero carattere sistematico e il disastro portò alla ricostruzione di Gaza sotto l'influenza dominante della cultura ellenistica. La città conservò la sua fama e la sua importanza commerciale sotto i successori di Alessandro, i Lagidi e i Seleucidi, che se ne contesero il controllo.


Il periodo romano e bizantino

Nel 97 a.C. Gaza fu conquistata e distrutta dal regno ebraico degli Asmonei e quindi abbandonata: Gaza deserta. Pompeo la conquistò nel 61 a.C. e nella città furono ripristinate le leggi greche. Venne ricostruita una nuova Gaza, dotata di un teatro, di un ippodromo e sicuramente di una palestra e di uno stadio. Nel corso del IV secolo Gaza vede l'insediamento di marinai cristiani provenienti dall'Egitto, in particolare a Maiouma, il porto della città. La città di Gaza e la sua aristocrazia romanizzata rimasero fedeli a Zeus Marnas fino al V secolo, epoca della conversione forzata alla fede cristiana. Una basilica bizantina, l'Eudoxia, fu quindi eretta sulle rovine del Marneion distrutto nel 402. La città ospitava una comunità ebraica di agricoltori, in particolare a Maiouma dove sono stati ritrovati i resti di una sinagoga del V secolo. Il monachesimo si sviluppò nella regione sotto l'impulso di Ilarione (291-371 circa), originario di Gaza. La città divenne un centro attivo della vita cristiana e intellettuale con la famosa scuola di retorica di Procopio di Gaza. Furono costruiti nuovi edifici come il palazzo vescovile, il mercato coperto, le terme e una scuola di mosaicisti di talento che operavano sia in città che nei centri vicini.


Il periodo musulmano

Nel 637 la città fu conquistata dalle armate musulmane. La popolazione era allora in maggioranza cristiana e lo status delle piccole comunità ebraica e samaritana venne rispettato. Così, fino alle crociate, queste comunità continuarono a prosperare in una città che si islamizzava progressivamente. Gaza era ancora una grande città ricca di attività artigianali, di giardini e di vigneti. Diventò un prospero centro di pellegrinaggio perché si diceva che vi fosse sepolto il nonno dell'Inviato. Le crociate aprirono un nuovo periodo di violenze. Gaza venne occupata dai crociati dal 1149 al 1187 e la sua architettura si trasformò. I crociati vi costruirono una grande chiesa romanica, che in seguito divenne la grande moschea al-'Umari. Dopo la conquista da parte dei Mamelucchi (1260-1277) tornò la pace e vennero costruite moschee e edifici commerciali. Nel 1516 Gaza divenne ottomana e la città iniziò a declinare perché le vie commerciali -specie quelle marittime- cambiarono corso.


Gaza fra il 1905 e il 1922, un patrimonio e paesaggi scomparsi

All'inizio del XX secolo il viaggiatore scopriva a Gaza il fascino di altri tempi dell'abitato circondato da piccoli giardini, il pittoresco palmeto tra le dune e il porto da pesca. Le fotografie inedite della collezione della École Biblique et Archéologique Française de Jérusalem (EBAF) sono testimonianze uniche di questi paesaggi scomparsi. Il XX secolo avrebbe infatti portato a Gaza grandi sconvolgimenti. La prima guerra mondiale non risparmiò questo lembo di terra e i bombardamenti inglesi del 1917 costarono a Gaza gran parte del suo patrimonio architettonico. Dopo l'arrivo di sfollati a partire dal 1947 e la fondazione dello stato sionista, Gaza e i suoi dintorni videro un massiccio afflusso di rifugiati a seguito della guerra del 1948-1949. In questo modo quasi duecentomila "naufraghi della storia" sono andati ad aggiungersi agli ottantamila abitanti di questa fascia costiera. Le conseguenze di quella guerra delimitarono i contorni della "Striscia di Gaza", un territorio enclave di 365 chilometri quadrati. La città portuale di Gaza si trova oggi tagliata fuori dal suo entroterra e dalle strade che in passato ne erano state la ricchezza.


II - Un patrimonio in pericolo

Con oltre 2.150.000 abitanti, di cui settecentomila nella città di Gaza (gennaio 2022), la Striscia di Gaza presenta una densità di popolazione tra le più alte della regione. Da oltre venti anni questa zona è sottoposta a un intenso consumo di suolo, associato a una incessante crisi sociale e umanitaria. Gli interventi urbanistici indispensabili e un'urbanizzazione tanto rapida non potevano essere realizzati senza ripercussioni sul patrimonio archeologico, che abbonda in tutta la regione. A fronte della moltitudine di cantieri, dei rischi di distruzione dei siti e delle scoperte casuali, è stata avviata un'archeologia di emergenza e di conservazione. Il progetto Intiqal (Trasmissione) avviato nel 2017 dall'ONG Première Urgence Internationale in collaborazione con il Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Autorità Palestina e con l'EBAF, ha collaborato al salvataggio di diversi siti e ha contribuito alla formazione di oltre un centinaio di studenti laureati in archeologia e architettura. Dall'inizio della guerra sono i palestinesi che intervengono per salvare i siti e le collezioni archeologiche minacciati o in grave pericolo e che un domani documenteranno gli effetti del conflitto sul loro patrimonio.

Il progetto Intiqal è sostenuto dal Consolato Generale di Francia a Gerusalemme, dal British Council, dall'UNESCO, dalla Alliance Internationale pour la Protection du Patrimoine e dall'Agence Française de Développement. Al progetto collaborano anche altri partner istituzionali come il Louvre e l'Institut National du Patrimoine.


Dalla crisi umanitaria alla guerra, la creazione di una nuova archeologia

Sulla base di immagini satellitari aggiornate al 17 febbraio 2025 l'UNESCO ha osservato che dall'inizio della guerra nell'ottobre 2023 nella Striscia di Gaza ci sono stati danni a settantasei siti di interesse culturale. Considerate le minacce che gravano su questo patrimonio, l'UNESCO aveva fatto ricorso alla procedura d'urgenza prevista dalla Convenzione sul patrimonio mondiale. Il 26 luglio 2024 il Monastero di Sant'Ilarione è stato inserito nella lista del patrimonio mondiale in pericolo. Oltre a questo complesso riconosciuto per il suo valore universale, sono oggi censiti dall'UNESCO circa 345 siti, edifici storici e resti di antiche città, ripartiti tra la città di Gaza, Khan Yunis, Dayr el-Balah, Rafah, Beit Hanoun, otto campi profughi e numerosi villaggi.


Agire in tempo di guerra: documentare, spostare, stabilizzare, salvare

Dall'inizio della guerra operatori palestinesi stanno lavorando per documentare, difendere e salvare i beni culturali minacciati nella Striscia di Gaza. Queste iniziative possono essere portate avanti grazie al sostegno di attori locali e internazionali. La Alliance Internationale pour la Protection du Patrimoine, attiva a Gaza dal 2020, sostiene fin dall'inizio del conflitto progetti di emergenza che hanno permesso di mettere al sicuro collezioni museali o private, di documentare e stabilizzare siti e monumenti e di formare professionisti palestinesi per gli interventi di salvataggio.

Queste operazioni, avviate nel momento in cui più intensi erano i bombardamenti, sono andate sviluppandosi durante la fragile tregua. Adesso gli operatori si trovano ad affrontare nuove sfide. Valutare l'impatto del conflitto sul patrimonio e attuarne il salvataggio e la conservazione nella situazione umanitaria e materiale prevalente a Gaza solleva sfide senza precedenti: la gestione delle macerie in zone dove due terzi degli edifici sono distrutti e le infrastrutture essenziali sono scomparse; la messa in sicurezza dell'accesso ai siti vicini alle zone di combattimento sminando aree in cui quasi il 30% delle bombe e degli esplosivi è rimasto sepolto e inesploso saranno sfide colossali e fondamentali per il futuro di Gaza, per la conservazione del suo patrimonio e della sua storia.

I progetti sostenuti dalla Alliance Internationale pour la Protection du Patrimoine a Gaza vengono portati avanti dal Museo Palestinese, dall'organizzazione Riwaq, da Première Urgence Internationale, dal Center far Cultural Heritage Préservation, dalla Mayasem Association for Arts and Culture, dal Centro Iwan e dal Museo di Rafah, in collaborazione con il Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Autorità Palestinese.



Antico porto di Anthedon

Scoperto nel 1995 entro la città di Gaza, vicino al campo profughi di Shatteh.
Cittadella neoassira dell'inizio dell'ottavo secolo a.C. e poi città greca nel sesto secolo.
Sito gravemente danneggiato dai bombardamenti. Estensione dei danni ancora da valutare.
Anthedon è il nome greco di una città costiera vicina alla collocazione della Gaza antica. Il sito ha conosciuto il succedersi di diverse civiltà: neoassira, babilonesek persiana, greca e romana, prima di essere improvvisamente abbandonato attorno al 300 d.C. Prima della guerra del 2023 Il sito presentava le rovine di un bastione romano, un muro di mattoni crudi lungo sessantacinque metri, dei quartieri artigiani romani e una serie di ville ellenistiche. Nell'area sono stati scoperti anche pavimenti a mosaico, magazzini, un cimitero romano e strutture fortificate.



Complesso funerario di Mukheitim

Scoperto nel 1996 a Jabalya.
Dalla seconda metà del quinto secolo fino all'ottavo.
Il sito si trova in una zona di combattimento; la struttura che proteggeva i ritrovamenti è crollata in seguito alla distruzione dell'ospedale adiacente lasciando i resti senza protezione.
Tre corpi di fabbrica contigui per circa seciento metri quadri complessivi. Una chiesa bizantina a tre navate, una cappella delle offerte e un complesso battesimale costituito da quattro ambienti. Al centro un fonte cruciforme. Il sito è rilevante per le sue diciassette iscrizioni in greco e i cinquecentocinquanta metri quadrati di mosaici di ispirazione agreste che raffigurano molti personaggi e molti animali.



Monastero di Sant'Ilarione a Nussayrat

Scoperto agli inizi degli anni Novanta sul tell Umm al-'Amr a Nussayrat e indagato dal 1997.
Dal quarto al settimo secolo.
Il 26 luglio del 2024 il sito è entrato a far parte del patrimonio mondiale dell'umanità dell'UNESCO ed è nella lista dei siti minacciati.
Fondato da Ilarione, quello di Nussayrat è uno dei complessi monastici noti più antichi e più importanti del Medio Oriente. Gli ottomilatrecento metri quadri del sito sono suddivisi in un complesso ecclesiastico di quattomilaseicentocinquanta metri quadri con al centro un santuario, e in una foresteria dotata di bagni, per altri tremilaseicento metri quadri circa. Tra gli ambienti ecclesiastici si trovano una chiesa, una cripta, un atrio, dei battisteri, una cappella, le celle, il refettorio e altri locali di servizio.



Villa-museo di Jawdat Khoudary

Gaza città, quartiere di Sheikh Radwan.
Dopo l'inizio della guerra nell'ottobre 2023 l'edificio e il suo giardino sono stati occupati dall'esercito dello stato sionista che li usa come centro di comando. I giardini sono stati interamente spianati per farne un parcheggio per mezzi blindati. Più di quattromila reperti, tra i quali un colonnato bizantino con relativi capitelli sono al momento dispersi o gravemente danneggiati.
A partire dal 1996, per contrastare la vendita e il trafugamento di reperti archeologici da Gaza, Jawdat Khoudary aveva iniziato a raccoglierne fino metterne insieme oltre quattromila. Nel 2006 ne ha inviati oltre duecento in prestito a Ginevra, a sostegno della realizzazione di un grande museo archeologico a Gaza. Con l'arrivo al potere di Hamas il progetto è stato abbandonato e non ci sono più state le condizioni perché i reperti prestati potessero rientrare in sicurezza, sia a causa del blocco imposto dallo stato sionista sia delle guerre che si sono susseguite nella enclave.



Tall al Sakan

Scoperto per caso nel 1998.
Età del bronzo antica, verso il 3400-3000 a.C.
Sito molto danneggiato nel 2017 con la costruzione di un complesso immobiliare. Lavori interrrotti per le pressioni del Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Autorità Palestinese e di professionisti del settore archeologico. Nel novembre 2023 si sono avuti altri gravi danni in seguito all'invasione sionista. A tutt'oggi non si hanno notizie sulle condizioni del sito.
Situato a cinque chilometri da Gaza città, rappresenta uno dei primi aggolmerati fortificati noti della regione e uno dei primi insediamenti amministrativi egiziani della zona sudoccidentale della Palestina. Il tell -finito ricoperto da una duna- presenta i resti di un abitato occupato da popolazioni prima egiziane, poi cananee e quindi abbandonato.




16 luglio 2024

Alastair Crooke - Francia: l'Operazione Jupiter e la rivoluzione che incombe


Luglio 2024. Le elezioni politiche francesi come dubbio argine al populismo

Traduzione da Strategic Culture, 15 luglio 2024.

Le élite di Bruxelles hanno tirato un lungo sospiro di sollievo: la Destra francese è stata bloccata. I mercati hanno fatto spallucce compiaciuti: occorre che tutto cambi perché nulla cambi, e il Centro troverà senz'altro un modo.
Macron è riuscito a bloccare la destra e la sinistra populista imponendo lo scavo di una trincea centrista che bloccasse entrambi i poli. Un blocco tattico che ha avuto successo.
Il partito di destra della Le Pen -con il 32% dei voti espressi- ha ottenuto 125 seggi: appena il 22% del totale. La sinistra ha ottenuto 180 seggi con una quota del 26% dei voti, il blocco Ensemble di Macron ha ottenuto 159 seggi con il 25% dei voti.
Nessun partito tuttavia ha abbastanza seggi per governare: di solito sono necessari circa 240-250 seggi. Se dobbiamo considerarla una vittoria si tratta senz'altro di una vittoria di Pirro. Le sinistre comprendono uno spettro di posizioni opposte -dagli anarchici ai leninisti contemporanei- in cui il nucleo di Melenchon non collaborerà mai con i centristi di Macron, né con i seguaci della Le Pen.
Lo storico Maxime Tandonnet afferma che pensare che Macron abbia ottenuto qualcosa di diverso da un fiasco costituisce un'interpretazione degli eventi eroicamente errata:
L'operazione Jupiter è degenerata nel peggior scenario possibile. È una impasse totale.
È impossibile formare un governo che funzioni partendo da un parlamento che è una mischia. Macron ha rifiutato le dimissioni del premier perdente, chiedendogli di rimanere ad interim.
Ebbene, come osserva Henri Hude, ex direttore della ricerca dell'Accademia militare di Saint-Cyr:
Nessuno può dubitare che in Francia sia in atto una rivoluzione. Le spese dello Stato e del Welfare State superano di gran lunga risorse che è quasi impossibile aumentare in modo significativo, sia attraverso la crescita economica sia attraverso la tassazione...
L'unico modo per lo Stato di far quadrare i conti è quello di accumulare un debito crescente, che può essere sostenuto solo da tassi di interesse molto bassi, ma soprattutto dalla possibilità di emettere denaro all'infinito, "dal nulla", grazie al legame privilegiato dell'euro con la Germania [alto rating per i Bund a 10 anni].
Se queste condizioni agevolate dovessero venire meno, "i finanzieri sono dell'idea che la Francia dovrebbe tagliare gli stipendi dei suoi dipendenti pubblici -o ridurne il numero- di circa un terzo, e le pensioni di tutti di un quinto. Questo è ovviamente irrealizzabile".
"Quello che viene definito debito in realtà è un insieme di deficit di bilancio e di deficit commerciale e sarebbe stato eliminato trent'anni fa con la svalutazione della moneta nazionale.
Solo che questo artificio del debito [va sempre più a beneficio dei ricchi]... mentre la popolazione in generale non smette di lamentarsi mentre vive in una specie di sogno roseo tenuta com'è nella più cieca ignoranza circa lo stato delle nostre finanze... Detto questo, la classe dirigente è ben consapevole della situazione, ma preferisce non parlarne, perché nessuno sa cosa fare".
Non c'è dubbio che al momento della verità, quando gli Stati inizieranno a dichiarare fallimento... l'Occidente sarà scosso nel profondo; alcuni di essi salteranno come tappi di champagne. L'economia dovrà essere riorganizzata. Forse assisteremo anche a una rivoluzione culturale. È stato il fallimento dello Stato francese -non dimentichiamolo- a provocare la Rivoluzione francese...
Ma ci si può chiedere: perché questo [comportamento monetario scriteriato] non può continuare all'infinito? Questo è ciò che scopriremo, ma non è ancora il momento.
Oggi, ancor prima che venga dichiarata la bancarotta, la perdita di fiducia nelle istituzioni, l'impotenza dei poteri pubblici orbati di prestigio e di autorità, e l'insofferenza verso il Presidente fanno prevedere l'energia dell'onda d'urto che si scatenerebbe se questo fallimento venisse all'attenzione del pubblico. Uno scenario "alla greca" è improbabile in Francia. Meglio puntare su qualcos'altro (inflazione controllata e svalutazione dell'euro?).
Naturalmente, la Francia non è sola. "Il sistema dell'euro avrebbe dovuto costringere i Paesi dell'euro a comportarsi in modo saggio e virtuoso in campo finanziario. Invece è successo il contrario". Il solido credito della Germania ha permesso agli altri Stati dell'UE di "appoggiarsi" pesantemente al rating privilegiato tedesco per autoindulgere a un debito incommensurabile, mantenendo artificialmente bassi i livelli di debito sovrano dell'UE.
Finché dura la posizione privilegiata del dollaro USA dovrebbe reggere anche quella dell'euro, se non fosse che la guerra in Ucraina sta rovinando in primo luogo l'industria tedesca. La Francia deve già affrontare una procedura per deficit eccessivo da parte dell'UE, al pari di altri Stati membri. La Germania ha messo un freno al debito e deve effettuare tagli per quaranta miliardi di euro. Nella maggior parte dell'Eurozona sono in atto misure di austerità.
Il dollaro USA, che occupa il vertice di questa piramide liberale del debito, si sta sgretolando di pari passo con l'ordine mondiale basato sulla supremazia occidentale. Le placche geostrategiche del mondo -così come il suo Zeitgeist culturale- si stanno spostando.
In parole povere, il problema messo inavvertitamente in luce da Macron è insolubile.
Potremmo definire l'etica emergente come quella di un "nuovo populismo". Scrive Jeffrey Tucker:
Non è né di destra né di sinistra, ma prende in prestito temi del passato da entrambe le parti. Dalla cosiddetta "destra" deriva la convinzione che le persone possano decidere della propria vita e delle proprie comunità meglio di quanto non potrebbero farlo affidandosi a una autorità apicale. Dalla vecchia sinistra, il nuovo populismo prende la rivendicazione della libertà di parola, i diritti fondamentali e un profondo sospetto nei confronti del potere economico e governativo.
Il punto fondamentale è rappresentato dallo scetticismo nei confronti delle élite potenti e radicate. Questo vale per tutti i settori. Non riguarda solo la politica. Riguarda i media, la medicina, i tribunali, il mondo accademico e ogni altro settore di alto livello, in ogni Paese. Si tratta davvero di un cambiamento paradigmatico. Non sembra un fenomeno temporaneo, sembra un fenomeno sostanziale e probabilmente duraturo.
Quello che è successo negli ultimi quattro anni ha scatenato un'ondata di sfiducia di massa [e una pari sensazione che le élite non abbiano legittimità] che era andata accumulandosi per decenni.
Il filosofo Malebranche scriveva (1684) nel suo Traité de Morale: "Gli uomini perdonano tutto, tranne il disprezzo":
Una élite che viene meno ai suoi doveri viene chiamata elitista; da quel momento in poi, la sua attività sembrerà ingiusta e illegittima, ma soprattutto la sua stessa esistenza costituirà un affronto. È questa la fonte dell'odio, della trasformazione dell'emulazione in gelosia, della gelosia in sete di vendetta e, di conseguenza, in guerre.
Cosa fare allora?
Per ripristinare l'ordine statunitense e per mettere a tacere il dissenso, si riteneva necessaria una vittoria della NATO:
Il più grave azzardo e il più grande prezzo per la NATO oggi è il rischio di una vittoria russa in Ucraina. Non possiamo permetterla", ha dichiarato il Segretario Generale Stoltenberg in occasione dell'anniversario della NATO a Washington. "L'esito di questa guerra determinerà la sicurezza globale per i decenni a venire.
Un tale risultato in Ucraina -contro la Russia- sarebbe stato quindi considerato da alcuni a Washington come forse sufficiente a far rinsavire gli Stati ribelli che commerciano in dollari e a ristabilire la supremazia occidentale in tutto il mondo.
Per molto tempo essere un protettorato statunitense è stato tollerabile, persino vantaggioso. Ora non più: L'AmeriKKKa non incute più alcuna soggezione. I tabù stanno crollando.
L'ammutinamento contro l'Occidente postmoderno è mondiale. Ed è chiaro alla maggioranza globale che la Russia non può essere sconfitta militarmente. Sarà la NATO a essere sconfitta.
Ecco il punto debole dell'impresa: Biden potrebbe non restare in circolazione ancora per molto. Tutti se ne rendono conto.
Alcuni leader dell'Unione Europea -quelli che stanno pericolosamente perdendo consenso politico in patria, mentre i cordoni sanitari che hanno eretto contro la destra e la sinistra danno segni di cedimento- potrebbero allo stesso modo vedere la guerra come la salvezza per una Unione Europea che si sta avvicinando a un naufragio fiscale senza rimedio.
La guerra infatti permette di infrangere tutte le regole fiscali e costituzionali. I leader politici si trasformano improvvisamente in comandanti in capo.
L'invio di truppe e l'offerta di jet da combattimento (e di missili a più lunga gittata) potrebbero essere interpretati come l'intenzione di puntare a una guerra europea di più ampia portata. Il fatto che gli Stati Uniti sembrino intenzionati a usare per gli F-16 delle basi in Romania potrebbe essere inteso come il modo per provocare una guerra in Europa e salvare le varie fortune politiche atlantiste che stanno correndo il rischio di un naufragio.
Per contro, esistono prove chiare che gli europei (88%) pensano che "i Paesi membri della NATO [dovrebbero] spingere per una soluzione negoziata in Ucraina". Solo una piccolissima minoranza di intervistati che ritiene che l'Occidente dovrebbe dare priorità a obiettivi come "indebolire la Russia" o "riportare i confini dell'Ucraina alla situazione precedente il 2022". Piuttosto, l'opinione pubblica europea si dimostra in maggioranza favorevole a obiettivi come "evitare l'escalation" e "evitare la guerra diretta tra potenze dotate di armi nucleari".
Ciò che è più probabile, a quanto pare, è che il sentimento contrario alla guerra represso in Europa finisca per esplodere, forse anche portando al rifiuto della NATO nella sua interezza. Per quanto riguarda l'idea che ha della NATO, Trump potrebbe quindi trovarsi a cercare di sfondare una porta aperta.

05 giugno 2024

Alastair Crooke - Un Novus Ordo Saeculorum incombe. Si deve cambiare, non ci sono alternative

 


Traduzione da Strategic Culture, 3 giugno 2024.

Walter Münchau ha scritto che in occasione di una visita a Oxford qualche settimana fa Josep Borrell, l'Alto rappresentante dell'Unione Europea, ha fatto un'osservazione interessante: "La diplomazia è l'arte di gestire due pesi e due misure". Münchau ne ha illustrato l'intrinseca ipocrisia contrapponendo l'entusiasmo con cui i leader dell'Unione Europea hanno accolto lo scorso anno la decisione della Corte penale internazionale di chiedere un mandato d'arresto contro Putin e "la nulla disponibilità a prenderne atto quando colpisce qualcuno dei vostri", cioè Netanyahu. L'esempio più eclatante di questo doppio modo di ragionare riguarda un fenomeno correlato, ovvero la "gestione" da parte dell'Occidente delle realtà che esso stesso ha creato. Si mette in piedi una narrativa in cui l'Occidente vince, e la si contrappone a una in cui gli altri perdono.
Il ricorso alla creazione di narrative vittoriose invece che a vittorie vere e proprie può sembrare piuttosto intelligente, ma l'incertezza che questo provoca può avere conseguenze impreviste e potenzialmente disastrose. Ad esempio, le minacce volutamente confuse del Presidente Macron di inviare forze NATO in Ucraina hanno solo contribuito a far sì che la Russia si preparasse a una guerra di più vasta portata contro tutta la NATO, accelerando le sue operazioni offensive.
Invece di scoraggiare l'avversario, come probabilmente intendeva fare Macron, questa iniziativa lo ha reso più determinato: Putin ha avvertito che la Russia avrebbe ucciso qualsiasi "invasore" della NATO. Non è stata una mossa molto intelligente, dopo tutto.
Prendiamo come esempio più concreto la risposta data dal Presidente Putin a una domanda in conferenza stampa durante la sua visita in Uzbekistan: "Questi rappresentanti dei Paesi della NATO, soprattutto in Europa, ...prima ci hanno provocato nel Donbass; ci hanno preso per il naso per otto anni, ci hanno deliberatamente ingannato facendoci credere che loro [l'Occidente] volessero risolvere le cose in modo pacifico nonostante il loro tentativo, secondo ogni apparenza di segno opposto, di forzare la situazione "verso la pace" ricorrendo alle armi. Poi ci hanno ingannato durante il processo negoziale", ha proseguito Putin, "dal momento che avevano deciso segretamente a priori di battere la Russia sul campo di battaglia e quindi di infliggerle una sconfitta strategica. Questa costante escalation può portare a gravi conseguenze (Putin si riferisce probabilmente a uno scambio di salve di missili di crescente intensità che potrebbe portare addirittura all'uso di armi nucleari). Se queste gravi conseguenze si verificano in Europa, come si comporteranno gli Stati Uniti in considerazione del fatto che siamo alla pari quanto ad armamenti strategici? Vogliono un conflitto globale? È difficile dirlo... Vediamo cosa succederà", ha concluso. [Questa è una parafrasi di quella che è stata una lunga e dettagliata serie di domande e risposte].
Naturalmente, alcuni in Occidente diranno che questa è solo la versione russa e che l'Occidente ha sempre agito in modo razionale in risposta alle iniziative di Mosca.
Pensiero razionale e ragionevolezza vengono pretestuosamente considerati qualità che definiscono l'Occidente; un retaggio di Platone e di Aristotele. Tuttavia, tentare di rifarsi al solo razionalismo laico come strumento analitico predominante per comprendere gli eventi geopolitici può essere un errore. Uno strumento tanto limitato, infatti, costringe a tralasciare grossolanamente le dinamiche più profonde della storia e del contesto, e questo rischia di portare ad analisi distorte e risposte politiche sbagliate.
Per essere chiari: cosa ha ottenuto questa diplomazia fallace? Ha portato Mosca alla totale sfiducia nei confronti dei leader europei, con cui non vorrebbe avere più nulla a che fare. È "razionale" lasciare che protagonisti di primo piano come Putin si chiedano se la Russia si trovi davvero di fronte a un Occidente determinato a "infliggerle una sconfitta strategica", o se Washington voglia solo costruire una “narrazione vincente” in vista delle elezioni di novembre?
Putin ha sottolineato (durante la conferenza stampa) che le armi di alta precisione a lungo raggio basate in Ucraina (come l'ATACMS) sono approntate sulla base di "informazioni e ricognizioni spaziali", che vengono poi tradotte automaticamente nelle impostazioni del missile alla volta del bersaglio designato; gli operatori forse non capiscono nemmeno quali coordinate stanno inserendo come obiettivo. Preparare un missile ad alta precisione è un compito complesso che non viene svolto da militari ucraini, ma da rappresentanti di Paesi della NATO, ha sottolineato Putin.
Putin sta dicendo: "Voi europei, che fornite e gestite queste armi, in guerra con la Russia lo siete già". Cercare di barcamenarsi fra due pesi e due misure in questo caso non funzionerà; non è che si può sostenere che, una volta recapitate, le munizioni che si forniscono diventano ucraine come per magia, e raccontare dall'altra parte che la NATO, con i suoi mezzi di sorveglianza, i suoi tecnici ISR e i suoi esperti di missili non significano guerra con la Russia.
Nelle sue risposte esplicite, Putin ha dato all'Occidente un chiaro avvertimento: i rappresentanti dei Paesi della NATO, soprattutto in Europa e soprattutto nei piccoli paesi, dovrebbero essere consapevoli di cosa stanno stuzzicando.
Eppure, in Europa l'idea di colpire in profondità la Russia viene presentata come del tutto razionale, pur sapendo che tali attacchi in Russia non cambieranno il corso della guerra. In parole povere, Putin sta dicendo che la Russia può solo interpretare le dichiarazioni e le azioni occidentali come deliberatamente rivolte ad ampliare il conflitto.
La stessa narrativa all'insegna dei due pesi e delle due misure si può dire che valga anche per lo stato sionista. Netanyahu e il suo governo sono presentati come un'entità messianica che persegue fini ultimi di ispirazione biblica. L'Occidente sostiene invece di perseguire semplicemente la propria comprensione razionale di ciò che è nel vero interesse dello stato sionista, ossia la soluzione dei due Stati.
Può essere scomodo dirlo, ma lo Zeitgeist non laico e non razionalista di Netanyahu riflette probabilmente una pluralità di opinioni esistenti oggi nello stato sionista. In altre parole che piaccia o meno -e a quasi tutto il mondo non piace- è qualcosa di comunque autentico. È quello che è, e quindi non ha molto senso elaborare politiche strettamente laiche che si limitino a ignorare questa realtà. A meno che non ci sia la volontà di cambiare radicalmente questo stato di cose, e cioè di imporre uno Stato palestinese con la forza.
La realtà è che in Medio Oriente si sta preparando una resa dei conti. E sulla sua scia, col sopraggiunto sfinimento di una o dell'altra parte, una corrente politica o un cambiamento di mentalità qualora lo stato sionista riconsiderasse l'atteggiamento per cui un gruppo deve godere di prerogative speciali rispetto a un altro con cui vive in una terra condivisa, potrebbero inaugurare un percorso più produttivo verso una soluzione, in un modo o nell'altro.
Ancora una volta, insistere su un'ottica laica e materialista invita a una lettura errata del terreno e può peggiorare le cose mettendo lo stato sionista all'angolo, adesso che ci troviamo sull'orlo di una massiccia escalation.
Quando Gantz -che viene considerato una possibile e più ragionevole alternativa a Netanyahu- chiede elezioni anticipate, le chiede, scrive Roger Alpher su Haaretz,
per rinnovare il contratto tra il popolo e il governo e per mobilitarsi per una seconda guerra di indipendenza. Secondo questa nuova visione lo stato sionista si trova all'inizio di una lunga e sanguinosa guerra per la sopravvivenza.
Gantz non è una persona laica; la sua è una mentalità religiosa... Quando accusa Netanyahu di portare secondi fini come le questioni della difesa in quello che egli definisce "santo dei santi", Gantz sta esprimendo la sua religiosa fiducia nella fede della nazione. Lo Stato è sacro, lo Stato prima di ogni altra cosa.
Le sue divergenze di opinione con Netanyahu stanno mettendo in secondo piano l'esistenza di un ampio consenso che comprende Yair Golan, Bezalel Smotrich, Yair Lapid, Avigdor Lieberman, Naftali Bennett, Yossi Cohen e il partito Likud con o senza Netanyahu e che insiste sul fatto che la guerra è la cosa essenziale. Il pubblico dello stato sionista è un eroe grazie alla guerra. Dà le sue migliori prove durante le guerre: una nazione non può toccare punti spiritualmente pià elevati che non l'amore per il sacrificio nel “portare la barella”, come si dice nello stato sionista.
In parole povere Gantz -come Netanyahu- non appartiene al campo laico dell'Occidente liberale.
Ed è qui che entra in gioco l'idea dei due pesi e delle due misure di cui ha scritto Josep Borrell: L'Europa o gli Stati Uniti possono continuare a tollerare una weltanschauung sionista così irrazionale, con tutte le implicazioni negative che comporta per un'egemonia statunitense sempre più instabile?
Ebbene, c'è una certa "razionalità" nella visione di Netanyahu, ma non è radicata nella nostra ontologia meccanicistica.
Forse anche i riferimenti biblici di Netanyahu ad Amalek, il popolo che Re Saul aveva ordinato di annientare, toccano i nervi scoperti dell'Occidente: l'Illuminismo scientifico non avrebbe dovuto porre fine a ontologie di questo genere? Forse essa ricorda forse all'Occidente i propri peccati coloniali?
Il professor Michael Vlahos, che ha insegnato studi strategici alla Johns Hopkins University e all'U.S. Naval War College ed è stato direttore del Centro Studi Esteri del Dipartimento di Stato, sostiene che anche l'AmeriKKKa è caratterizzata da un credo religioso logorato dal perenne ricorrere di un destino escatologico, e che la guerra è il suo rituale di purificazione":
I Padri Fondatori -coloro che hanno creato il nostro paese- avevano immaginato qualcosa di più di una nazione... Avevano anche abbozzato l'arco narrativo di un viaggio divinamente eroico, mettendo gli Stati Uniti al centro della Storia come vetta da raggiungere. Questa è la narrazione sacra dell'AmeriKKKa. Fin dalla fondazione, gli Stati Uniti si sono sentiti investiti con ardente fervore religioso da una chiamata di ordine superiore a redimere l'umanità, punire i malvagi e dare il via a un'età dell'oro sulla terra.
Mentre Francia, Gran Bretagna, Germania e Russia si aggiravano per il mondo alla ricerca di nuove colonie e conquiste, l'AmeriKKKa si è costantemente attenuta alla peculiare visione di avere una missione divina in qualità di "Nuovo Israele di Dio".
Così, tra tutte le rivoluzioni scatenate dalla modernità, gli Stati Uniti si dichiarano nei loro stessi fondamenti il pioniere e l'apripista dell'umanità. L'AmeriKKKa è la nazione eccezionale: unica, pura di cuore, salvatrice e redentrice di tutti i popoli disprezzati e oppressi: L'"ultima, migliore speranza della terra".
Il Presidente Biden ha così pontificato proprio a West Point il 25 maggio 2024: "Grazie alle Forze Armate statunitensi, stiamo facendo ciò che solo l'AmeriKKKa può fare come nazione indispensabile... come unica superpotenza mondiale e principale democrazia del mondo. Gli Stati Uniti si oppongono ai tiranni in tutto il mondo e proteggono la libertà contro ogni angustia. Stiamo affrontando un uomo [Putin] che conosco bene da molti anni, un tiranno brutale. Non possiamo tirarci indietro, e non ci tireremo indietro".
Questo è il catechismo della "religione civile ameriKKKana", spiega il professor Vlahos:
Agli occhi del mondo tutto questo può sembrare un rituale di vanità egoistica, eppure questa religione civile è l'articolo di fede nazionale degli ameriKKKani. È la Sacra Scrittura, che prende forma retorica attraverso quella che gli americani considerano la Storia.
La religione civile ameriKKKana è inestricabilmente legata alla Riforma, al cristianesimo calvinista e alla sanguinosa storia del protestantesimo, con la sacrale narrazione dell'AmeriKKKa plasmata e consacrata tramite il primo e il secondo dei Grandi Risvegli del Paese. Nell'era del progresso il suo rifarsi alle sacre scritture ha preso un'impronta laica, ma la religione ameriKKKana è rimasta legata alle sue radici fondanti. Infatti, anche la Chiesa del Woke a noi contemporanea non è in grado di rifuggire dalle sue origini cristiane calviniste.
Dal 2014, come una setta nuova e in rapida crescita, la "Chiesa del Woke" ha cercato di trasformare e informare pienamente di sé la religione civile ameriKKKana, per succedervi come fede sovrana.
Ironicamente, il fervore del suo evangelismo incanala il post-millenarismo del Primo Grande Risveglio, il cui messianismo è stato codificato nel Novus Ordo Saeculorum.
Qual è il punto fondamentale? Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri francese e segretario generale della presidenza francese sotto il presidente Mitterrand, afferma che l'Occidente -Europa compresa- in quanto "discendente della cristianità [latina]" è "imbevuto dello spirito del proselitismo".
L'esortazione per San Paolo, "andate e fate discepoli tutti i popoli" è diventato "andate e diffondete i diritti umani in tutto il mondo"... Questo proselitismo è profondamente radicato nel nostro DNA: "Anche i meno religiosi, i totalmente atei - hanno ancora questa mentalità, [anche se] non sanno da dove viene".
È questo il nervo scoperto? "Gli Stati Uniti come nuovo Israele" -secondo il professor Vlahos- che non può essere guardato direttamente negli occhi? Se ci guardiamo allo specchio, è questo che vediamo? "Questa è di gran lunga la questione più profonda e importante che l'Occidente deve affrontare", afferma Védrine.
"L'Occidente è in grado di accettare l'alterità? Può vivere con gli altri e accettarli per quello che sono... un Occidente che non fa proselitismo e non è interventista?", si chiede.
La sua risposta? "Non c'è scelta". Assolutamente no.
Non diventeremo i padroni del mondo che verrà. Quindi siamo costretti a pensare oltre; siamo costretti a immaginare un nuovo rapporto per il futuro tra il mondo occidentale e il famoso Sud globale.
Cosa succede se non riusciamo ad accettarlo? Continueremo a essere emarginati, a essere tagliati fuori sempre più dal resto del mondo, e saremo sempre più disprezzati per il nostro mal riposto senso di superiorità.

Novus Ordo Saeculorum, "un nuovo ordine dei tempi" in latino, è una delle due frasi che figurano sul retro del sigillo ufficiale degli Stati Uniti. L'altra frase, "Annuit coeptis" si traduce come "Egli acconsente alle nostre imprese".

17 luglio 2023

Alastair Crooke - Le due città

 

Traduzione da Strategic Culture, 13 luglio 2023.


Il caos che gli "esperti" occidentali si aspettavano "facendosela addosso per l'eccitazione" e che si sarebbe scatenato in Russia comportando con certezza il fatto che "russi... avrebbero ucciso altri russi" con Putin "probabilmente nascosto da qualche parte" si è effettivamente verificato. Solo che è esploso in Francia, dove non era previsto, e alle corde ci è finito Macron a Parigi invece che Putin a Mosca.
C'è molto di cui fare tesoro in questo interessante rovesciamento delle aspettative e degli eventi, dalla storia di due insurrezioni dal carattere molto diverso. Sabato pomeriggio [8 luglio 2023, n.d.t.], dopo che Prigozhin aveva raggiunto Rostov, negli Stati Uniti si è diffusa la notizia che aveva raggiunto un accordo con il Presidente Lukashenko per porre fine alla sua protesta e andare in Bielorussia.
Si è così conclusa una vicenda in buona parte incruenta. Nessuno ha sostenuto Prigozhin, né nella classe politica né nell'esercito. L'establishment occidentale è rimasto sconcertato; le sue aspettative sono crollate nel giro di qualche ora in maniera apparentemente inspiegabile.
Altrettanto scioccanti per l'Occidente sono stati i video provenienti da Parigi e dalle città di tutta la Francia. Auto in fiamme, stazioni di polizia e sedi comunali incendiate, polizia attaccata e moltissimi negozi saccheggiati. Erano scene che sembravano riferirsi alla caduta dell'impero romano.
Alla fine anche questa insurrezione è evaporata. Tuttavia non è certo sfumata come l'"ammutinamento" di Prigozhin, che si è concluso con un'attestazione di sostegno allo Stato russo in sé e al Presidente Putin in persona. Nel caso dell'insurrezione francese non si è risolto un bel nulla; lo Stato viene considerato al di là di ogni possibile rimedio nella sua attuale iterazione: esso non è più una repubblica. E la posizione personale del Presidente Macron è stata messa a repentaglio forse in modo irreparabile.
A differenza di quanto successo in Russia il Presidente francese ha visto gran parte della polizia rivoltarglisi contro. Il sindacato della polizia ha rilasciato una dichiarazione che puzzava di imminente guerra civile, con i rivoltosi etichettati come "parassiti". Alti generali dell'esercito hanno anche avvertito Macron di "prendere in mano la situazione", altrimenti sarebbero stati costretti a farlo loro.
È chiaro che -anche se solo per nove giorni- le forze di polizia hanno voltato le spalle al Capo dello Stato. Tutta la storia ci dice che un leader che ha perso l'appoggio dei suoi esecutori può anch'egli finire male, magari alla prossima insurrezione.
Questa rivolta delle banlieues è stata liquidata con troppa faciloneria come la nuova recrudescenza di una inveterata piaga di origine algerina/marocchina. È vero che l'uccisione di un giovane di origine nordafricana ha scatenato immediatamente le rivolte in diverse città; in tutte sono scoppiati disordini nel giro di un'ora. Coloro che vogliono a tutti i costi negare che l'accaduto abbia una portata più ampia, nonostante le precedenti proteste di massa non siano state condotte dai banlieusards, lo fanno bofonchiando che i francesi sono gente facile a scendere in piazza...
In tutta franchezza, il problema di fondo che la Francia ha appena rivelato è la crisi paneuropea -in corso da tempo- per la quale non esistono soluzioni pronte. È una crisi che minaccia tutta l'Europa. I commentatori si affrettano a suggerire che proteste di piazza come quelle francesi non possono minacciare uno Stato europeo perché erratiche e prive di una piattaforma politica.
Stephen Kotkin tuttavia ha scritto Uncivil Society in risposta al mito preponderante per cui se non esiste una società civile organizzata in modo parallelo, in grado di opporsi a un regime e di arrivare infine a smantellarlo, gli Stati della UE sono perfettamente al sicuro e possono andare dritti per la loro strada ignorando la rabbia popolare.
La tesi di Kotkin è che i regimi comunisti caddero non solo inaspettatamente e sostanzialmente da un giorno all'altro, ma anche (tranne che in Polonia) senza che esistesse alcuna opposizione organizzata. È un mito assoluto che il comunismo sia caduto perché esisteva una società civile contraria, scrive. Questo mito persiste tuttavia all'interno di un Occidente che si affanna a creare opposizioni a livello di società civile per promuovere i propri obiettivi di rovesciamento dei governi.
L'unica struttura organizzata nell'Europa orientale comunista era la Nomenklatura al potere. Kotkin stima che questa burocrazia tecnocratica al potere assommasse a circa il 5-7% della popolazione; persone che interagivano quotidianamente tra loro e che costituivano l'entità coerente che deteneva il potere effettivo. Persone che vivevano una realtà parallela e privilegiata, completamente separata dal mondo circostante, e che modellavano ogni aspetto della vita a proprio vantaggio. Finché un giorno smise di farlo. Fu questa tecnocrazia a crollare nel 1989.
Cosa provocò l'improvviso crollo di questi Stati? La recisa risposta di Kotkin è che si trattò di un venir meno a cascata della fiducia: l'equivalente politico di un episodio di panico bancario. E l'evento cruciale nel rovesciamento di tutti i governi comunisti furono le proteste di piazza. Così gli eventi del 1989 hanno stupito l'intero Occidente: per il fatto che mancava un'opposizione politica organizzata.
Il punto ovviamente è che l'odierna tecnocrazia europea, che rispetto alla maggior parte degli europei vive una realtà parallela tutta sua fatta di estrema attenzione per le questioni di genere, per la diversità e per l'agenda verde, presume compiaciuta di poter sopprimere la protesta controllando la narrativa, e di poter andare avanti con l'imposizione di un futuro a misura di Forum Economico Mondiale, che cancelli senza trovare ostacoli le identità e le culture nazionali.
Ciò che sta accadendo in Francia -in forme diverse- è proprio l'equivalente politico di un episodio di panico bancario a scapito del Presidente francese. E ciò che sta accadendo in Francia può anche diffondersi... 
Naturalmente, negli Stati comunisti si erano verificate anche in precedenza delle proteste di piazza. Kotkin sostiene che a fare la differenza nel 1989 fu l'estrema fragilità del regime. I due elementi scatenanti nell'immediato, oltre alla pura incompetenza e alla sclerotizzazione, furono il rifiuto di Mikhail Gorbaciov di avallare la repressione (un comportamento analogo a quello di Macron nel caso degli episodi recenti), e il fallimento dello schema economico Ponzi in cui tutti quegli stati erano impelagati prendendo in prestito valuta forte dall'Occidente per sostenere le proprie economie.
Questo punto permette di capire perché i recenti accadimenti in Francia sono così gravi e hanno un impatto tanto più vasto. L'Europa infatti sta perversamente percorrendo la stessa parabola -sia pure con peculiarità occidentali- che ha percorso l'Europa dell'Est.
Dopo le due guerre mondiali gli europei occidentali hanno cercato di realizzare una società più giusta; la società industriale che aveva preceduto le guerre era scopertamente feudale e brutale. Gli europei volevano un nuovo contratto sociale che si occupasse anche dei meno favoriti. Non si cercava il socialismo in sé, anche se alcuni volevano chiaramente il comunismo; in sostanza, si trattava di reinserire alcuni valori etici in una sfera economica all'insegna di un laissez-faire amorale.
Le cose non sono andate troppo bene. Il sistema si è enfiato fino a quando gli Stati occidentali non hanno potuto più permetterselo. Il debito è alle stelle. Poi, negli anni '80, fu adottato quello che sembrava un "rimedio" rilevandolo dai fanatici neoliberisti della Scuola di Chicago, che predicavano il logoramento dell'infrastruttura sociale e la finanziarizzazione dell'economia.
I proseliti di Chicago dissero al Primo Ministro Thatcher di smettere di costruire navi o di produrre automobili; che ci pensassero in Asia. L'industria dei servizi finanziari era la gallina dalle uova d'oro del futuro. La cura si è rivelata peggiore della malattia. Paradossalmente, il difetto del paradigma economico cui si era deciso di aderire era stato percepito da Friedrich List e dalla Scuola tedesca di economia già nel XIX secolo. List notò la stortura del modello anglosassone basato su un consumo fondato sul debito: in poche parole, il benessere di una società e la sua ricchezza complessiva non sono determinati da ciò che essa può comprare, ma da ciò che può produrre.
List prevedeva che la tendenza a privilegiare il consumo anteponendolo alla costruzione dell'economia reale avrebbe inevitabilmente portato a un indebolimento dell'economia: man mano che i consumi e un settore finanziario e dei servizi dalla portata effimera avrebbero rubato l'"ossigeno" degli investimenti freschi alla produzione reale, in ogni caso necessaria per pagare le importazioni, l'economia reale sarebbe deperita.
Questo avrebbe portato all'erosione della fiducia in se stessi, con una base sempre più ridotta di creazione di ricchezza reale a sostenere un numero sempre minore di occupati adeguatamente retribuiti. E per sostenere un numero sempre più ridotto di persone occupate in modo produttivo sarebbe diventato necessario un debito sempre maggiore. Eccola qui, la favola francese.
Negli Stati Uniti ad esempio i disoccupati ufficiali sono 6,1 milioni, ma 99,8 milioni di statunitensi in età lavorativa sono considerati "non appartenenti alla forza lavoro". In totale, quindi, 105 milioni di statunitensi in età lavorativa un lavoro non lo hanno.
È la stessa trappola in cui si dibattono la Francia e gran parte dell'Europa. L'inflazione è in aumento, l'economia reale si sta contraendo, l'occupazione ben retribuita si sta riducendo, mentre il tessuto di sostegno è stato sventrato per motivi ideologici.
La situazione è desolante. L'aumento dell'immigrazione in Europa aggrava il problema. Tutti se ne rendono conto, tranne la nomenklatura europea che continua a negare in nome dell'ideologia della "società aperta". Ecco il punto: non ci sono soluzioni. Sciogliere le contraddizioni strutturali del modello di Chicago è al di là delle attuali capacità politiche occidentali.
La sinistra non ha soluzioni, alla destra non si permette di esprimere un'opinione. Zugzwang. Scacco matto.
Il che ci riporta a "Le due città" e al modo molto diverso con cui vivono gli episodi insurrezionali: In Francia, non esiste soluzione. In Russia, Putin e milioni di altri hanno sperimentato la "terapia d'urto" della liberalizzazione dei prezzi e dell'iperfinanziarizzazione durante gli anni di Eltsin.
E Putin ha capito. Come aveva previsto List, il modello finanziario "anglosassone" aveva eroso la fiducia del paese in se stesso e ridotto la base della creazione di ricchezza reale, quella che forniva i posti di lavoro necessari a sostenere la popolazione russa.
Negli anni di Eltsin molte persone persero il lavoro, non ricevettero stipendio, videro crollare il valore reale dei loro redditi. Oligarchi apparentemente sbucati dal nulla arrivarono a saccheggiare qualsiasi settore che avesse valore. Ci furono iperinflazione, gangsterismo, corruzione, corse all'accaparramento di valuta pregiata, fuga di capitali, povertà disperata, aumento dell'alcolismo, declino della salute e volgari e dispendiose ostentazioni di ricchezza da parte dei super ricchi.
Tuttavia, l'influenza principale su Putin è stata esercitata dal Presidente Xi. Quest'ultimo aveva chiarito, in una acuta analisi intitolata "Perché l'Unione Sovietica si è disintegrata?", che il ripudio sovietico della storia del Partito Comunista dell'Unione Sovietica di Lenin e di Stalin "ha portato il caos nell'ideologia sovietica e ad abbracciare il nichilismo storico".
Xi sosteneva che, dati i due poli dell'antinomia ideologica -la costruzione anglostatunitense da un lato, la critica escatologica leninista del sistema economico occidentale dall'altro- le "classi dirigenti sovietiche avevano smesso di credere" nel loro polo, e di conseguenza erano scivolate in uno stato di nichilismo (con il perno dell'ideologia liberal-mercantile occidentale nell'era Gorbaciov-Yeltsin). Xi avanzava una considerazione precisa: la Cina non aveva mai compiuto una simile deviazione. In parole povere, per Xi, la débâcle economica di Eltsin è stata il risultato della svolta verso il liberalismo occidentale. E Putin si è dimostrato d'accordo.
Secondo le parole di Putin, la Cina "è riuscita nel miglior modo possibile, a mio avviso, a utilizzare le leve dell'amministrazione centrale (per) lo sviluppo di un'economia di mercato... L'Unione Sovietica non ha fatto nulla di simile, e i risultati di una politica economica inefficace hanno avuto impatto sulla sfera politica".
Ma è proprio in questo che la Russia, sotto Putin, ha operato correzioni. Mescolando l'ideologia di Lenin con le intuizioni economiche di List (un seguace di List, il conte Sergei Witte, fu Primo Ministro nella Russia del 19° secolo), la Russia ha preso fiducia in se stessa.
L'Occidente non ne è convinto. L'Occidente si ostina a vedere la Russia come uno Stato fragile e propenso a sgretolarsi, finanziariamente in difficoltà tali che un qualsiasi rovescio sul fronte ucraino potrebbe provocare un crollo finanziario da panico (come si è visto nel 1998) e gettare Mosca in condizioni di anarchia politica simili a quella dell'era Eltsin.
Sulla base di questa analisi errata e assurda, l'Occidente ha mosso guerra alla Russia attraverso l'Ucraina. La strategia di questa guerra è sempre stata basata sul postulato di una fragilità politica ed economica della Russia, e sulla debolezza di un esercito impantanato in rigide strutture di comando di tipo sovietico.
La guerra può essere in gran parte attribuita a questo non aver considerato il forte convincimento di Xi e di Putin che la devastazione dei tempi di Eltsin non fosse altro che il risultato inevitabile della svolta verso il liberalismo occidentale. E che questa stortura richiedesse una correzione concertata, che Putin ha debitamente effettuato ma che l'Occidente non ha notato.
Gli Stati Uniti perseverano, a dispetto di ogni evidenza, nella convinzione che la fragilità intrinseca della Russia si spieghi con il suo allontanamento dalle dottrine economiche "anglosassoni". Un atteggiamento che riflette il pio desiderio occidentale.
La maggior parte dei russi invece considera spiegabile la resilienza della Russia a fronte del concertato attacco finanziario occidentale, perché Putin ha ampiamente spinto la Russia verso l'autosufficienza, al di fuori della sfera economica occidentale dominata dagli Stati Uniti.
Così si spiega il paradosso: di fronte alla "insurrezione" di Prigozhin i russi hanno espresso fiducia e sostegno allo Stato russo. Mentre nel caso dell'insurrezione francese, il popolo ha espresso malcontento e rabbia per la "trappola" in cui si trova. La corsa agli sportelli, per la "banca" Macron, è cominciata.

15 febbraio 2022

Alastair Crooke - La geopolitica del Nordstream: imporre un profilo basso alla Germania, tenere fuori la Russia e mantenere l'instabilità in Ucraina




Traduzione da Strategic Culture, 14 febbraio 2022.

Macron, in un'intervista straordinariamente sincera pubblicata da un quotidiano francese, ha indicato i principali problemi strutturali dell'Unione Europea. Ha deplorato il fatto che il Consiglio dell'UE (e alcuni stati membri) abbiano messo il veto alla proposta franco-tedesca di un vertice fra Russia e Unione Europea. La conseguenza di questa bocciatura, ha detto con durezza, è che "Altri" stanno trattando con i russi a nome dell'Unione Europea. Non è difficile pensare che quello che intendeva dire è che a parlare erano gli 'interessi' degli Stati Uniti -direttamente o tramite la ventriloquia della NATO- e che "l'Europa" aveva perso la voce.
Questo non è semplicemente un caso di amour propre ferito, per lo jupiteriano leader francese. Diciamo che alcuni leader dell'Europa occidentale -cioè l'Asse Carolingio- hanno aperto gli occhi in ritardo sul fatto che l'intera montatura della "imminente invasione russa" dell'Ucraina serviva a riportare gli stati europei nella disciplina dello schieramento (NATO). Macron -gliene va dato atto- ha mostrato con le sue osservazioni alla conferenza stampa di Mosca di aver compreso che rimanere in silenzio, in queste cruciali circostanze, potrebbe determinare il destino dell'Europa per i prossimi decenni, lasciandola priva di quella autonomia (per non parlare di un qualsiasi briciolo di sovranità) che Macron per essa desidera così tanto.
Il resoconto della conferenza stampa di Macron dopo il suo lungo tête-à-tête con Putin mostra le contorsioni di un presidente francese incapace di dissentire esplicitamente dalla narrativa dominante anglo-americana sull'Ucraina, e che al tempo stesso dice -in termini appena velati- che era d'accordo con la Russia su tutte le lamentele circa i difetti dell'architettura di sicurezza in Europa e sul concreto rischio che la sua tossicità per la Russia possa portare alla guerra in Europa.
Macron ha detto esplicitamente che è assolutamente necessario arrivare a nuovi accordi in materia di sicurezza in Europa. Nonostante sia stato attento a non punzecchiare direttamente gli Stati Uniti, intendeva chiaramente un accordo di nuovo tipo, diverso dalla NATO. Macron ha anche contraddetto categoricamente la narrazione di Washington, asserendo che non credeva che la Russia avesse intenzione di invadere l'Ucraina. Ha detto anche che per quanto riguarda l'espansione della NATO sono stati fatti degli errori.
Macron, in breve, ha fatto dichiarazioni in completo contrasto coi discorsi di Biden che parlano di guerra imminente. Rischia chiaramente che esploda la rabbia anglo-statunitense e di alcuni paesi europei perché ha accolto senza riserve le istanze di Putin, che pretende che Kiev non si discosti di un centimetro rispetto alla piena conformità di Kiev con gli accordi di Minsk e una completa composizione della contesa per il Donbass che lo riconosca come russo. Il presidente francese si è poi recato a Kiev per sostenere il cessate il fuoco sulla linea di contatto. Come era prevedibile, la stampa anglosassone sta ora indicando negli accordi di Minsk II una pistola puntata alla testa di Kiev, caricata per mandare in pezzi lo stato e scatenare una guerra civile.
Macron, stando alle sue considerazioni, sembra comprendere che la crisi ucraina -pur presentando il grave rischio di una guerra nel cuore d'Europa- paradossalmente non è al centro delle paure carolinge.
Sorprendentemente la Cina sta dicendo la stessa cosa, e senza infingimenti: l'autorevole Global Times in un editoriale afferma che gli Stati Uniti stanno soffiando sul fuoco delle ostilità in Ucraina al fine di imporre disciplina di schieramento e per ricondurre nuovamente i paesi europei nell'ovile controllato dagli Stati Uniti. Senza dubbio in Cina hanno capito che l'Ucraina è la scusa perfetta per intruppare i paesi europei in vista della prossima fase, in cui l'AmeriKKKa richiederà che essi facciano fronte comune con gli Stati Uniti per la successiva incombenza, chiudere la Cina entro i suoi confini.
In gioco, quindi, ci sono decisioni fondamentali per il futuro dell'Europa. Da un lato (come ha notato Pepe Escobar circa due anni fa) "l'obiettivo della politica russa e cinese è quello di cooptare la Germania in una triplice alleanza che racchiuda l'intera massa terrestre eurasiatica come la intendeva Mackinder nella più grande alleanza geopolitica della storia, mutando gli equilibri mondiali in favore di queste tre grandi potenze e contro il potere marittimo anglosassone".
Dall'altra parte la NATO è stata concepita fin dall'inizio come un mezzo per il controllo anglo-ameriKKKano sull'Europa e più precisamente per imporre un profilo basso alla Germania e tener fuori la Russia, secondo il vecchio assioma degli strateghi occidentali. Lord Hastings (Lionel Ismay), il primo segretario generale della NATO, affermò risaputamente che la NATO fu creata per "tenere l'Unione Sovietica fuori, gli americani dentro, e i tedeschi bassi".
Si tratta di una mentalità persistente, ma la formula ha acquisito oggi un'importanza maggiore ed è stata sottoposta a nuove distorsioni: imporre alla Germania un profilo basso, "e a prezzi non competitivi" rispetto ai beni statunitensi; tenere fuori la Russia nel senso di impedirle di essere fonte di energia a basso costo per l'Europa, e tenere la Cina fuori dai traffici fra Unione Europea e USA. L'obiettivo è quello di mantenere saldamente l'Europa all'interno dell'orbita economica rigidamente definita dall'AmeriKKKa e costringerla a rinunciare ai benefici della tecnologia, della finanza e del commercio cinesi e russi, agevolando così il raggiungimento dell'obiettivo che è quello di murare la Cina entro i suoi stessi confini.
L'importanza degli aspetti geopolitici è in larga parte trascurata, ma la Cina per la prima volta sta intervenendo direttamente (prendendo una posizione molto chiara e decisa) su una questione centrale per gli affari europei. A lungo termine questo fa pensare che la Cina avrà un approccio più orientato politicamente nelle sue relazioni con gli stati europei.
In questo contesto, alla conferenza stampa di Biden e Olaf Scholtz a Washington tenutasi questa settimana -e sotto fasci di luce al neon lampeggiante perché tutti vedessero bene- Biden ha letteralmente costretto la Germania a impegnarsi a rottamare Nordstream 2 se la Russia invade l'Ucraina, confermando che l'obiettivo di Washington è tenere la Germania appesa alla disciplina di schieramento. Biden ha detto senza mezzi termini che se Scholtz non cestina il Nordstream, sarà lui, Biden, a farlo: "Sono in condizioni di poterlo fare", ha sottolineato.
Ecco; nel momento in cui si è assunta questo impegno, la pur risicata fetta di sovranità della Germania è finita. Scholtz l'ha ceduta a Washington. Inoltre, anche l'aspirazione di Macron a una più ampia autonomia dell'Europa è andata a farsi benedire, perché senza un allineamento politico francese e tedesco finisce anche la "finta sovranità" dell'Unione Europea. Inoltre, se Nordstream viene cassato, finisce anche la sicurezza energetica dell'Unione Europea. E dato che le fonti di approvvigionamento alternative praticabili sono poche, l'Unione Europea si ritrova inchiodata per sempre alla costosa dipendenza dal gas naturale liquefatto degli Stati Uniti. Con la probabilità che si verifichino crisi dovute al prezzo del gas anche al proprio interno.
Non è chiaro, e per Macron è probabilmente fonte di ansia, se il rifiuto della Germania di ottemperare all'ultimatum di Biden sul Nordstream rappresenti una qualsiasi manifestazione significativa di sovranità europea. Cosa succederebbe se Washington incitasse i "pazzi" della milizia ucraina a qualche manifestazione di intemperanza, o a un attacco del tipo false flag destinato a scatenare il caos?
Scholtz sarebbe in grado di mantenere la sua linea favorevole al Nordstream nella susseguente frenesia che l'asse anglosassone alimenterebbe? Il piccolo spazio che Macron ha cercato di liberare per risolvere la crisi ucraina svaporerebbe in un attimo.
Tutto questo sottolinea quale stretta "linea" Macron stia cercando di percorrere: Se Schulz cedesse sul Nordstream, le aspirazioni di Macron di un rimodellamento dell'architettura della sicurezza in Europa sarebbero inevitabilmente percepite a Mosca -anche se lodevoli- come prive di sbocco, perché prive di un'agenzia europea vera e propria.
Nel caso dell'Ucraina in particolare lo spazio di manovra di Macron per evitare una guerra in Europa si ritroverebbe ridotto, dal momento che solo Macron sostenuto dall'Unione Europea e agendo di concerto Putin avrebbe la possibilità di costringere Kiev ad attuare gli accordi di Minsk II.
La lista delle sfide per Macron non finisce qui: La Francia ha la presidenza di turno dell'Unione Europea, ma la politica estera dell'Unione richiede l'unanimità tra gli stati membri. Può ottenerla? La squadra di Biden sarà tanto acrimoniosa con una Francia che gioca a fare il battitore libero che Washington deciderà di mettere i bastoni tra le ruote a Macron?
Biden ha bisogno di fare risultato in politica estera per la sua campagna elettorale di metà mandato. E il 63% degli ameriKKKani afferma che sosterrebbe l'imposizione di massicce sanzioni alla Russia se Mosca invadesse l'Ucraina. Biden è noto per credere nell'adagio che in buona sostanza tutta la politica -compresa la politica estera- sia asservita alle esigenze elettorali interne. Sanzionare pesantemente la Russia -con l'Europa che agisce di concerto- è proprio la mossa che alla Casa Bianca considererebbero in grado di conferire ai consensi lo slancio necessario. E non è priva di precedenti: si ricordi che Bill Clinton, sotto pressione per la denuncia della Lewinsky, scatenò la guerra dei Balcani per distogliere l'attenzione dalla sua situazione personale.
Non sorprende che il presidente Putin si mostri cauto. Macron dice di aver tenuto ampie consultazioni: parla a nome dell'Unione Europea? E soprattutto, che posizione ha deciso di assumere Washington?
Il punto più significativo cui fare attenzione nello scambio fra Putin e Macron è che esso ha smentito l'idea che Mosca stia in qualche modo sperando di aprire negoziati con l'Occidente su questioni secondarie, per farne un possibile punto di partenza per poi affrontare le preoccupazioni vitali della Russia. La Russia è aperta ai negoziati, ma solo nel rispetto delle tre linee rosse indicate da Putin: No alla NATO in Ucraina, nemmeno sotto traccia; nessun missile da attacco al confine russo; il ritorno della NATO ai confini del 1997. Putin non ha ceduto di un centimetro su quest'ultima condizione, e non ha ceduto nemmeno di un centimetro sugli accordi di Minsk come unica soluzione per l'Ucraina. Putin non ha dato affatto l'impressione di essere un uomo che ama negoziare per il gusto di negoziare.
In conclusione: non esiste nessuna soluzione facile. Anche se il conflitto verrà congelato o messo in pausa nel breve termine, le cose alla lunga non reggeranno poiché l'Occidente si rifiuta di riconoscere che Putin intende davvero ciò che dice. Questo atteggiamento probabilmente cambierà solo con esperienze dolorose per entrambe le parti. L'Occidente, per ora, coltiva con sicumera la convinzione che avrà la meglio nel caso che si arrivi a trascendere. Vedremo quanto questo si rivelerà vero.
Sembra ragionevole attendersi che questa crisi, sia pure in forme diverse, ci farà compagnia almeno per i prossimi due anni. Queste iniziative politiche sono soltanto l'inizio di una fase prolungata, e in cui la posta in gioco è alta, dello sforzo della Russia per riplasmare l'architettura della sicurezza europea in una nuova forma. Una forma che l'Occidente attualmente rifiuta. L'obiettivo russo sarà quello di mantenere la prospettiva -se non l'incombenza- di un conflitto come strumento di pressione permanente, in modo da tenere sotto scacco i leader occidentali contrari alla guerra fino a spingerli ad accettare questo mutamento come necessario.


12 dicembre 2015

Alastair Crooke - Gli attacchi di Parigi. Su come costruire lo stato islamico aveva ragione Al Qaeda?


Traduzione da The World Post.

A tutt'oggi ci sono elementi sostanziali che appartengono agli eventi in corso ma che continuano a sfuggire. L'abbattimento dell aereo russo sul Sinai, i ripetuti attacchi suicidi dell'inizio di novembre a Beirut e gli attacchi di Parigi sono stati concepiti dai vertici dello Stato Islamico e messi a segno secondo i desideri e le direttive dei massimi livelli dello Stato Islamico di Raqqa o di Mossul?
Il Presidente francese François Hollande ha parlato di Raqqa ma non ha prodotto nessuna prova.
Se questi sono i fatti, e ammettiamo che lo siano, essi indicano un macroscopico mutamento nella strategia dello Stato Islamico. Tra le sue implicazioni, il fatto che l'Occidente potrebbe non essere più in grado di evitare il confronto per il fatto puro e semplice che sia lo Stato Islamico che Al Qaeda sono movimenti di origine wahabita, né potrebbe più permettersi di ignorare i lro intimi legami con l'Arabia Saudita che li ha messi in piedi, anche se oggi come oggi la Casa dei Saud teme che la propria mostruosa progenie abbia iniziato a ripulire l'Arabia dagli stessi Saud e a reinsediarvi lo wahabismo primigenio su cui il paese era stato fondato, l'"unico, vero Islam" sottolineato dallo Stato Islamico.
Dopo gli attacchi dell'undici settembre 2001 il fatto che quindici attaccanti su diciannove fossero cittadini sauditi è stato cancellato dal quadro, e sostituito con le asserzioni che indicavano in Saddam Hussein il detentore di un arsenale di distruzione di massa, cosa cui Washington voleva che il mondo prestasse maggiore attenzione. La portata storica di tutto questo, adesso, non sarà facile da ignorare.
Sarebbe bene che l'AmeriKKKa tirasse un respiro profondo e riconsiderasse radicalmente l'essenza delle proprie alleanze con paesi come Turchia e Arabia Saudita, due stati che hanno dichiarato apertamente la propria intenzione di continuare ad aiutare oggi in Siria tutto il complesso di forze favorevoli al califfato: Stato Islamico, al Qaeda e Ahrar al Sham. E' il caso di ricordare che i cittadini comuni, in Siria, una situazione come quella degli attentati a Parigi la vivono ogni giorno da ormai cinque anni. Difficile capire come l'Occidente possa andare avanti coi suoi ambigui flirt con certa gente dopo quello che è successo nel Sinai, a Beirut e a Parigi.
Cosa può essere stato a indurre lo Stato Islamico ad un così macroscopico mutamento strategico? Su un punto importante Al Qaeda e Stato Islamico non sono mai stati d'accordo: i vertici di Al Qaeda hanno chiaramente affermato che lo Stato Islamico abbia sbagliato a proclamare il califfato, uno stato islamico: a loro detta si è trattato di un'iniziativa prematura, presa in condizioni non favorevoli.
Le operazioni militari di Al Qaeda hanno l'obiettivo di "vessare ed esaurire" l'AmeriKKKa e i suoi alleati occidentali perché questo dovrebbe alla fine portare ad un'eccessiva esposizione della potenza occidentale sul piano morale, militare, politico ed economico. Un riflesso di questo diverso approccio al concetto di stato islamico è il fatto che Al Qaeda ha sempre operato e collaborato con altri gruppi di insorti siriani, laddove lo Stato Islamico rifiuta di collaborare e pretende invece sottomissione ed obbedienza assolute.
Lo Stato Islamico ha scelto l'assoluto, un anelito che esclude tutto il resto per stabilire il "primato di Dio", il califfato, qui e subito, su un territorio fisico che ha delle frontiere, un apparato amministrativo, basato sulla legge sacra e dotato di un sistema giudiziario. La differenza più grossa tra i due movimenti, in effetti, è rappresentata dalla territorialità. Al Qaeda agosce a livello mondiale, su base effimera e virtuale; lo Stato Islamico è territoriale.
Cosa succede se lo Stato Islamico teme di perdere la propria base territoriale? In Siria stanno succedendo strane cose: villaggi controllati per due anni dallo Stato Islamico vengono conquistati dalle forze governative in poche ore. L'Esercito Arabo Siriano o i suoi alleati compiono ovunque piccoli progressi territoriali nelle aree contestate: è presto per dire che lo Stato Islamico sta collassando, ma questo ptrebbe essere vero per una parte di esso.
Se lo Stato Islamico inizia a perdere la caratteristica che lo contraddistingue, ovvero l'essere una potenza territoriale tra Siria ed Iraq, i suoi vertici potrebbero arrivare a concludere che Ayman al Zawahiri aveva ragione, che Al Qaeda aveva ragione, e che lo Stato Islamico, a fronte della perdita della propria territorialità, deve adottare la strategia di al Qaeda. Al Qaeda da parte sua ha già invocato la costituzione di un fronte unico con lo Stato Islamico contro l'intervento russo ed iraniano in Siria.
E se invece che essere frutto di una decisione strategica dei vertici dello Stato Islamico la bomba sull'aereo russo e gli attacchi suicidi di Beirut e di Parigi fossero attacchi spontanei messi a segno da qualche formazione locale che si comporta allo stesso modo, invece che risultato degli ordini e dell'attività operativa di Raqqa o di Mossul? Il problema per l'Europa sarebbe in questo caso diverso, ma non per questo meno serio.
In un certo senso, le prove pubblicamente disponibili non fanno pensare ad iniziative condotte da Raqqa, e fanno propendere per la seconda ipotesi. Per quanto è dato sapere a tutt'oggi tutti gli individui coinvolti negli attacchi di Parigi sono cittadini europei. Sono stati atti di guerra che europei hanno commesso contro europei. Non è chiaro neppure se qualcuno dei partecipanti fosse reduce dalla guerra in Siria, perché l'autenticità di un passaporto siriano trovato sul luogo degli attacchi è stata messa in discussione.
Dunque, se l'ordine non è arrivato direttamente dallo Stato Islamico, per la prima volta in Europa sta prendendo forma una struttura clandestina come Al Qaeda: gli attacchi di Parigi sono stati ben progettati, ben preparati, ben eseguiti. Non è possibile considerare definitive le rivendicazioni perché ci sono stati casi in cui i vertici di questa o quella organizzazione islamica si sono assunti la responsabilità e hanno rivendicato un azione che non avevano ordinato, e nel rivendicarla avevano seriamente danneggiato il proprio movimento.
Robert Fisk ha scritto:
Omar Ismail Mostafai, uno degli attentatori suicidi di Parigi, era di origine algerina: lo stesso può essere per altri sospetti di cui sono stati fatti i nomi. Said e Cherif Kouachi, i fratelli che hanno massacrato i giornalisti di Charlie Hebdo, erano anch'essi di origine algerina. Venivano dalla comunità algerina in Francia, che conta oltre cinque milioni di persone per molte delle quali la guerra in Algeria non è mai finita e che oggi vivono nei ghetti di Saint Denis e nelle altre banlieue algerine di Parigi.
Se le cose stanno in questo modo, non solo la Francia, ma anche altri paesi europei dovranno fermarsi un momento e chiedersi in che modo la loro linea politica sia cambiata, passando da un ostentato multiculturalismo ad una sorta di "apartheid morbido", nel quale i cittadini musulmani d'Europa provano le discriminazioni e il disprezzo di molti dei loro concittadini. I politici europei non possono limitarsi a far finta di nulla sul contesto storico in cui i musulmani d'Algeria -a torto o a ragione- sentono che il loro mondo, il mondo sunnita, è entrato in crisi: i sunniti continuano ad essere marginalizzati, per giunta con la sensazione che il potere sunnita stia venendo usurpato. E neppure possono ignorare il fatto che un algerino può affermare "Je suis aujorurd'hui syrien" nello stesso senso in cui un britannico o un altro europeo qualsiasi può asserire "Je suis Paris". Bombardare Raqqa non servirà a nulla, ammesso e non concesso che dietro gli attacchi di Parigi ci sia Raqqa.
Affermare tutto questo non significa giustificare quanto è successo. Significa deplorare fino a che punto siamo diventati acquiescenti a fronte di comportamenti tanto miopi. Il puritanesimo wahabita è nato ai tempi di una crisi del mondo islamico ed è nato per purificare l'Islam con il fuoco e con la spada da tutti gli orpelli decadenti e dall'idolatria che lo avevano impastoiato. Oggi, con l'Islam sunnita in piena crisi in Europa, è lo stesso grido puritano che si leva dalle moschee di Parigi e di Londra, e anche da molte emittenti televisive dedicate.
Tutte finanziate dai sauditi e dai loro "alleati" del Golfo.