Traduzione da Strategic Culture, 4 maggio 2026.
Arrivare a un accordo in cui si cerca una composizione tra due parti -figuriamoci fra tre- che hanno storie molto diverse e ancora meno punti in comune nel tracciare il loro futuro percorso nazionale è, per forza di cose, improbabile. Più facile che incontri tanto mal assortiti si compendino di una scontrosa ricapitolazione della generale mancanza di congruenza.
Tale è stato il caso dei "colloqui" di Islamabad del mese scorso tra gli Stati Uniti e l'Iran, con lo stato sionista che faceva da terzo attore di prossimità per le "forze collettive" che cercavano di "forzare il finale" dell'egemonia regionale da parte di una Grande Israele, pretendendo di fatto un massiccio e illimitato controllo regionale a favore dello stato sionista.
Per avere un qualche esito, colloqui del genere dovrebbero fondarsi su un minimo di accordo di fondo tra le parti, sempre che si possa trovarne uno. Altrimenti, nel migliore dei casi il risultato potrà essere quello di un qualche accordo informale destinato a non essere mai formalizzato ma che nell'immediato può soddisfare gli interessi delle parti coinvolte. Intese che durano finché durano, e tanto basti.
Esmail Baqaei, portavoce del Ministero degli Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran, ha osservato che in questi quarantasette anni una profonda sfiducia e un profondo senso di sospetto si sono accumulati nei confronti degli Stati Uniti:
Non dovreste aspettarvi che in poco tempo, dopo una guerra straordinariamente sanguinosa in cui… l'Iran ha combattuto contro due regimi dotati di armi nucleari, due regimi eccezionalmente spietati della cui brutalità siamo stati testimoni per i crimini degli ultimi due anni e mezzo a Gaza e in Libano, si possa raggiungere rapidamente un accordo [con noi].
Aurelien delinea in modo stringato l'impasse:
Gli Stati Uniti (presenti) e lo stato sionista (presente per procura) vogliono danneggiare e, se possibile, distruggere l'Iran come Stato funzionante. Per gli Stati Uniti, questa è una vendetta per quasi cinquant'anni di umiliazioni, a cominciare dall'assalto all'ambasciata a Tehran e dal disastroso fallimento della successiva missione di salvataggio, oltre che per i tentativi iraniani di contrastare le politiche statunitensi nel Levante. Per lo stato sionista, l'obiettivo è quello di distruggere l'unico paese che si frappone al suo dominio sulla regione. Gli Stati Uniti rappresentano questo obiettivo per procura. Gli iraniani ovviamente vogliono impedire tutto questo, ma vogliono anche la fine delle sanzioni e dell'isolamento.
Esmail Baqaei aggiunge:
La nostra principale priorità è quella di arrivare a condizioni che ci permettano di affermare con sicurezza che non esiste più una minaccia di guerra [contro l’Iran].
La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei specifica meglio gli obiettivi iraniani affermando esplicitamente:
È iniziata una nuova era nello Stretto di Hormuz e l'egemonia ameriKKKana è giunta al termine.
In breve, l'Iran è determinato a evadere dalla gabbia dell'accerchiamento militare statunitense che lo rinchiude da settantaquattro anni, dalle sanzioni, dall'assedio e dall'isolamento politico; e così facendo, come ha osservato la Guida Suprema, è deciso a cambiare radicalmente il volto geopolitico dell'intera regione.
Il sociologo militare sionista Yagil Levy, scrivendo su Haaretz sostiene tuttavia che il comportamento dello stato sionista sia notevolmente mutato sulla scia degli attacchi del 7 ottobre e che, nel periodo successivo, sia stato caratterizzato dalla "adozione di una versione 'dura' della dottrina della sicurezza permanente… [di fatto] considerata come già raggiunta [grazie] alla superiorità militare e alla tolleranza internazionale".
Quella della sicurezza permanente relativa, versione 'morbida' della dottrina, era [in contrapposizione] a un residuo del concetto di sicurezza che aveva reso possibile l’attacco di Hamas [del 7 ottobre] – anche se l'attacco era stato causato da omissioni da parte dello stato sionista e non rappresentava una vera e propria minaccia di tipo nuovo.
La dottrina della sicurezza permanente -in origine così chiamata dallo storico professor Dirk Moses— dopo il 7 ottobre era considerata nello stato sionista come in grado di prospettare non solo l'eliminazione delle minacce incombenti, ma anche di quelle future.
La ricerca di una soluzione definitiva non ammette compromessi né sul piano politico né su quello della deterrenza. Implica piuttosto lo sterminio, l’espulsione o il controllo di una popolazione percepita come una minaccia alla sicurezza dello Stato.
Il professor Dirk Moses ha sottolineato che il concetto di sicurezza permanente in realtà sarebbe stato coniato da Otto Ohlendorf, "un criminale di guerra nazista che prima di essere impiccato ... a Norimberga dagli statunitensi [disse che] ... i bambini ebrei sarebbero cresciuti per diventare nemici partigiani ... [e che] si doveva capire capire che i tedeschi non volevano solo una sicurezza ordinaria, ma una sicurezza permanente: stavano costruendo un Reich millenario".
Meron Rapoport e Ameer Fakhoury scrivono che l'ultima guerra contro l’Iran
ha portato il concetto di ‘sicurezza permanente’ a un livello ancora superiore. Non era più sufficiente colpire duramente i leader, gli impianti nucleari e gli obiettivi militari, come aveva fatto lo stato sionista nel giugno 2025. Questa volta l'obiettivo era la distruzione delle istituzioni: non semplicemente neutralizzare una minaccia percepita, ma rimodellare lo stesso ambiente politico.
Sappiamo che lo storico e studioso ebreo Gershom Scholem aveva già previsto che il sionismo religioso avrebbe operato come un movimento messianico militante, "apocalittico" e "radicale", con l'intento di "forzare la fine" [cioè la Redenzione] arrivando a pretendere che lo Stato si impegni, ad esempio, nel controllo di estesi territori.
Insomma Scholem, ampiamente considerato come uno dei massimi esperti di giudaismo messianico, stava di fatto prevedendo la svolta dello stato sionista verso la Sicurezza Permanente intesa non solo come misura di sicurezza, ma come strumento del messianesimo sionista militante.
Al momento e sotto ogni punto di vista gli interessi più profondi di Iran, USA e stato sionista sono quanto di più divergente si possa immaginare. Sia lo stato sionista che l'Iran stanno cercando di trasformare radicalmente il panorama politico del Medio Oriente. Con i colloqui, quindi, non sarà possibile arrivare oltre qualche risoluzione a breve termine e dalla portata limitata, che per il momento potrebbero soddisfare USA e Iran ma che quasi certamente non saranno accettabili né per lo stato sionista né per i suoi lobbisti e i suoi grandi finanziatori negli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti hanno un bisogno disperato di trovare una via d'uscita, e i negoziati sembrerebbero essere il modo normale per trovarne una. Ma dei negoziati intesi nel senso tradizionale del termine porterebbero di fatto a quella che per gli USA verrebbe considerata una resa. Se protratti a lungo, porterebbreo anche a un catastrofico disastro per l'economia, dovuto alle conseguenze del controllo iraniano dello Stretto di Hormuz.
Trump sembra indeciso tra la prospettiva di una pesante escalation militare (sostenuta dalla fazione che mette lo stato sionista avanti a tutto) nella speranza di ottenere la capitolazione iraniana, e un blocco prolungato di Hormuz sostenuto dal Segretario Bessent nonostante la sua permeabilità e nonostante richiami la prospettiva di un'altra guerra senza una fine. Nessuna delle due opzioni è priva di conseguenze profonde.
L'Iran d'altra parte, ha resistito alla pressione militare congiunta degli Stati Uniti e dello stato sionista. Invece lo stato sionista non è riuscito a raggiungere nessuno degli obiettivi di guerra fissati all'inizio delle ostilità (28 febbraio), e cerca qundi di premere su Trump affinché continui la guerra nella "speranza" che in qualche modo la Repubblica Islamica finisca per crollare.
Il problema fondamentale per Trump nel mettere fine alla guerra con l'Iran (a parte il suo ego che gli impedisce di fare la figura del perdente) è che non gli è possibile assumere impegni credibili, essendo legato mani e piedi allo stato sionista e ai grandi finanziatori filosionisti. Men che meno – essendo vincolato e prigioniero di stato sionista e dei grandi donatori filosionisti – assumere impegni credibili. Men che meno per cose come un trattato di non aggressione o per l'alleviamento delle sanzioni.
Un trattato propriamente detto, per giunta, ora come ora non è politicamente realizzabile date le diverse posizioni e la natura delle fazioni che esercitano il controllo del Congresso.
Come si potrebbe allora rassicurare l'Iran sulla fine del conflitto e sulla fine delle minacce di future guerre? A qualcosa del genere si potrebbe arrivare solo se si trovasse un modo per legare le mani agli USA e allo stato sionista riguardo a ulteriori iniziative ostili. Ma come si potrebbero legare le mani allo stato sionista? Presumibilmente, soltanto tagliando a Tel Aviv ogni sostegno finanziario, in munizioni e in informazioni. Una cosa che implicherebbe in primo luogo una rivoluzione nel rapporto strutturale globale tra Stati Uniti e stato sionista e, in secondo luogo, un diverso presidente.
Un'alternativa potrebbe essere una sorta di garanzia sino-russa, che preveda un intervento diretto in caso di ulteriore escalation militare? Una tale prospettiva implicherebbe un riequilibrio a livello mondiale tra potenze; una eventualità che sembrerebbe prematura, in un momento in cui gli USA sono impegnati in ostilità di vario tipo e su diversi piani sia con la Cina che con la Russia, che a loro volta stanno rispondendo con sempre maggiore intensità.


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