19 maggio 2026

Alastair Crooke - La guerra permanente voluta dallo stato sionista potrebbe mettere in ginocchio gli USA

Netanyahu, maggio 2026

Traduzione da Strategic Culture, 16 maggio 2026.

Sia la guerra di Trump contro la Repubblica Islamica dell'Iran che la strettamente connessa guerra dello stato sionista per l'egemonia ebraica in Medio Oriente (in gergo militare la chiamano "sicurezza permanente") stanno rapidamente prendendo una brutta piega.
L'Iran sta tenendo testa alle minacce di Trump e dello stato sionista. E lascia Trump a giocarsi tutta quanta l'economia statunitense e la sua posizione strategica globale nel tentativo di ottenere una "vittoria" decisiva, per quanto fallace, per quanto di Pirro una simile "vittoria" possa rivelarsi.
Trump è andato in Cina per il vertice, a quanto pare senza aver curato la preparazione del terreno in considerazione della sua visita. Probabilmente fa affidamento sul proprio consueto assunto arrogante, che la Cina abbia più bisogno degli Stati Uniti di quanto gli Stati Uniti abbiano bisogno della Cina; dirà a Pechino che "tu (Xi) devi dire all'Iran" che il tempo stringe e che dovrebbe capitolare agli Stati Uniti.
Bene: questo non succederà. La Repubblica Popolare Cinese è a fianco della Repubblica Islamica dell'Iran nella difesa della sovranità e condivide con la Federazione Russa lo stesso obiettivo dell'Iran: vedere gli Stati Uniti fuori dal Medio Oriente. Al loro posto, un'architettura di sicurezza guidata dai Paesi del Golfo. Mosca è d'accordo.
Forse Xi –ovviamente nel più cortese dei modi– dirà invece a Trump che è Washington a dover cedere all'Iran. Più gli USA tergiversano, più difficile si rivelerà qualsiasi correzione di rotta.
In ogni caso, e nonostante la sua innata arroganza, il Presidente degli Stati Uniti arriva a Pechino senza vittorie grandiose, se consideriamo il Venezuela un espediente più che una vittoria strategica. Al contrario, cosa più significativa, Pechino comprende che gli Stati Uniti sono sull’orlo di una catastrofe economica inflazionistica, mentre la Cina è in gran parte al riparo dall’imminente shock energetico globale e si trova in una fase di deflazione dei prezzi, piuttosto che di inflazione.
Per dirla senza mezzi termini non c'è quasi nulla che Xi voglia dagli Stati Uniti. Praticamente a titolo di cortesia i cinesi potrebbero acquistare un po' di soia (per salvare gli agricoltori statunitensi) e forse qualche aereo. E anche della soia la Cina non ha un vero bisogno, perché l'ha acquistata senza difficoltà dal Brasile.
Trump ha portato con sé in Cina un codazzo di oligarchi statunitensi, presumibilmente nella speranza che la Cina gli affidi commesse fantastiliardarie, ma i riscontri su questo punto potrebbero essere scarsamente entusiasmanti. Secondo quanto riferito, i cinesi hanno accolto male i giochetti che il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti sta facendo con le sanzioni alle loro imprese, il sequestro delle petroliere cinesi e il palese tentativo di Trump di estromettere la Cina dall'emisfero occidentale.
Ciò che si staglia sullo sfondo, tuttavia, è più preoccupante: il crollo degli Stati Uniti come unica potenza egemone, e la conseguente instabilità globale. La guerra in Iran ha fornito al mondo una lezione concreta su una grande potenza mondiale bloccata nel vicolo cieco di una concezione che risale ai tempi della Guerra Fredda. Una potenza che si è rifiutata di prendere in considerazione i segni di un mutamento epocale che le imponeva di superare il suo compiaciuto atteggiamento da "fine della storia", anche se tutti i segni del un passaggio a un altro modo di fare la guerra erano presenti fin dall'inizio di questo secolo.
La svolta è arrivata con l'abbondanza di componenti tecnologiche economiche e facili da trovare.
All'inizio della Guerra Fredda, gli Stati Uniti scelsero una strategia volta a superare l'URSS in termini di spesa e puntarono per questo su armamenti di fascia alta e ad alto costo. Si concentrarono principalmente sulla potenza aerea e sui bombardamenti aerei su vasta scala.
Per molto tempo un simile approccio è sembrato giustificato, visto che l'Unione Sovietica aveva finito per crollare. Si presumeva che il crollo fosse stato innescato dalle ingentissime spese statunitensi che avevano messo a dura prova l’URSS, anche se oggi sappiamo bene che il crollo fu invece il risultato di una più complessa corrosione che agiva dall'interno.
L'Occidente ha fatto affidamento su una superiorità conferita da un potenziale aereo di velivoli estremamente costosi; un paradigma ormai a pezzi perché si è dimostrato inefficace a fronte della guerra asimmetrica missilistica e navale condotta dall'Iran, che usa armi che costano poche centinaia di dollari contro gli intercettori della difesa statunitense che invece costano decine di milioni.
Il mondo intero ha davanti agli occhi i principali insegnamenti che emergono dalla guerra con l'Iran: in primo luogo, che la posizione difensiva occidentale è obsoleta quanto il dodo. Lo establishment si è addormentato, credendo che le sempre crescenti quantità di denaro investite nel complesso militare-industriale avrebbero dato agli Stati Uniti un vantaggio militare che avrebbe ineluttabilmente funzionato come fondamento per l'egemonia del dollaro, per stampare più denaro per più armi.
In pratica, tuttavia, questo ha portato a una considerevole corruzione nelle imprese e ad armamenti dal funzionamento discutibile ma estremamente costosi.
A ciascuno il suo, ovviamente; ma esistono avversari più rivoluzionari che hanno superato le potenze occidentali in termini di innovazione e manovrabilità. Tutti se ne sono accorti e si stanno già adeguando.
La Cina ha visto come le piccole e agili imbarcazioni iraniane abbiano messo in difficoltà le grandi e goffe navi della Marina degli Stati Uniti. Un insegnamento che sarà naturalmente trasferito al caso di Taiwan, qualora gli Stati Uniti cercassero di mettere la Cina sotto pressione in campo navale in quel contesto.
Anche la Russia avrà notato come un'offensiva missilistica attentamente graduata e selettivamente mirata abbia rappresentato per l'Iran un deterrente nei confronti dello stato sionista. Mosca probabilmente ragionerà in questi termini riguardo ai missili di origine britannica, francese e tedesca che hanno colpito in profondità la Russia, utilizzando lo spazio aereo della NATO e l'assistenza dei suoi servizi di intelligence.
La sempre più diffusa consapevolezza del declino degli Stati Uniti, tuttavia, non poggia soltanto sulla loro incapacità di adeguarsi alla guerra asimmetrica dell'Iran. A segnalare in modo ancora più significativo la dissonanza cognitiva che regna alla Casa Bianca è il fatto che Trump venga percepito come pienamente corresponsabile delle predazioni dello stato sionista in tutta la regione.
Gli Stati Uniti hanno trasmesso allo stato sionista la stessa dottrina sulla supremazia nella guerra aerea, tradotta in pratica da velivoli statunitensi estremamente costosi che avevano lo scopo di conferire allo stato sionista un vantaggio qualitativo nel mantenimento della sua supremazia regionale. Il fallimento dello stato sionista in Iran, lo stallo nelle ostilità con Hezbollah e la guerra incompiuta a Gaza sono la prova del fallimento di questo approccio, non del suo successo.
Vale la pena notare che prima di passare alla mentalità statunitense lo stato sionista si rifaceva alla dottrina di difesa del fondatore e Primo Ministro Ben Gurion, che era un'altra cosa.
Ben Gurion sottolineava il fatto che lo stato sionista era piccolo dal punto di vista geografico, che aveva una popolazione esigua e risorse economiche limitate. In simili condizioni non sarebbe stato in grado di permettersi un grande esercito professionale permanente. Avrebbe avuto bisogno di un piccolo esercito professionale, affiancato quando necessario da un ampio gruppo di riservisti.
Ben Gurion fondava la propria convinzione sul fatto che era necessario che lo stato sionista avesse, oltre a una forza di difesa, anche un'economia forte per provvedere alla comunità e allo Stato. Cosa che deponeva ancor di più a favore della necessita di un esercito piccolo. Egli aveva fatto proprio anche lo spirito di Von Clausewitz per cui "la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi". Non un fine in sé, ma una parte del gioco politico. Nello stato sionista invece dopo il 7 ottobre 2023, come ha sottolineato lo stratega militare colonnello Udi Evental in una serie di scritti, "il rapporto tra politica e guerra si è invertito di 180 gradi [rispetto all'epoca di Ben Gurion]".
La parola pace è scomparsa dal lessico ed è diventata un vocabolo sinonimo di debolezza in vista del giorno delle elezioni. Il Primo Ministro e la sua coalizione, ciascuno per ragioni proprie, stanno puntando i piedi nella speranza che Trump permetta loro di tornare in guerra a Gaza, in Libano e in Iran, per continuare a 'colpire', 'distruggere' e 'schiacciare'.
"Il 7 ottobre 2022 si è superato il livello della paranoia". Il professor Omer Bartov ha affermato "che l'attacco di Hamas, inteso come un gesto analogo allo sterminio degli ebrei d'Europa... è gradualmente [diventato] il collante che tiene unita la società dello stato sionista. Un evento storico è stato trasformato in una minaccia incombente: quelli di Hamas sono nazisti. [E] criticare le [risposte militari] dello stato sionista è una cosa antisemita".
Bartov sostiene che il 7 ottobre abbia portato i cittadini dello stato sionista a intendere lo sterminio degli ebrei d'Europa non solo come qualcosa che è accaduto in passato, ma come "qualcosa di sempre alle porte; che ci sarà un altro sterminio se [lo stato sionista] non affronta ogni minaccia con tutta la sua forza e la distrugge alla radice".
Il professor Idan Landau, cittadino dello stato sionista, spiega che adottando questa mentalità da "guerra permanente",
...Una fine delle ostilità non esiste; il Nemico è una massa indifferenziata nelle [varie] forme di Amalek. Il genocidio di Gaza ha stabilito un nuovo, scioccante standard di indifferenza verso le vittime civili: tutti gli obiettivi vengono criminalizzati associandoli al proprio Amalek preferito (che attualmente è il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran), e abbiamo smesso di preoccuparci di sostanziare questa associazione con fatti reali; dichiarare qualcuno uno Amalek, lo rende uno Amalek.
"Nelle dottrine sulla sicurezza dello stato sionista è sempre esistita una corrente latente che cercava di espandere i limiti della sicurezza per lo stato sionista. L'approccio preventivo costituisce in ampia misura una traduzione operativa di questo concetto. Insomma, nello stato sionista si è adesso affermata una coalizione ideologico-securitaria che ricorre a una narrazione sulla difesa preventiva per realizzare il messianico progetto della Grande Israele", spiega il colonnello Evantal.
Questa sincera definizione della linea politica attualmente seguita dallo stato sionista è al centro della catastrofe di più grandi proporzioni che gli USA devono fronteggiare. Una catastrofe che va ben oltre i danni alla reputazione che possono venir loro dall'aver deliberatamente scatenato e mal condotto la guerra contro l'Iran.
Poiché Trump ha condiviso e anche associato strettamente gli Stati Uniti a un modo di intendere la guerra genocida e sostanzialmente messianico, che lo stato sionista ha formulato per distruggere l'Iran e la Resistenza, e per appoggiare l'ambizione del governo sionista di sradicare o di distruggere alla radice le popolazioni autoctone. Esso sta perseguendo attivamente questi fini, disgustando la maggioranza dell'umanità. Tutto questo costituisce la macchia più grande che incombe sulla reputazione degli USA e Trump ne è responsabile. La guerra permanente è una forma di crimine di guerra.
Netanyahu, nei giorni scorsi, ha dichiarato a 60 Minutes che la guerra (permanente) non è finita e che deve continuare:
Penso che abbiamo ottenuto grandi risultati, ma non è finita perché c’è ancora materiale nucleare, uranio arricchito che deve essere portato via dall'Iran. Ci sono ancora siti di arricchimento che devono essere smantellati, ci sono ancora formazioni combattenti che l'Iran sostiene, missili balistici che vogliono ancora produrre. Al momento ne abbiamo neutralizzato gran parte delle cose, ma tutto questo esiste ancora e c’è del lavoro da fare.
A lui non importa. A Netanyahu non importa delle conseguenze per l’economia statunitense e a quanto pare non importa nemmeno a Trump, cui non importa neppure dell’instabilità politica negli Stati Uniti che potrebbe derivarne. Non gli importa nemmeno degli Stati del Golfo, che avranno da soffrire e forse saranno distrutti se gli Stati Uniti riprenderanno la guerra su vasta scala.
A Netanyahu interessano solo l'egemonia ebraica e la sua sopravvivenza politica, anche se saranno gli USA che, gentili, ne pagheranno il prezzo in termini di reputazione e sul piano economico.
I post del colonnello Evental sono diventati virali nella sfera mediatica in lingua ebraica. Evantal sostiene che l'unico modo per salvare lo stato sionista è tornare alla formula originale di Ben Gurion: lo stato sionista deve vivere entro i propri confini e deve comprendere che l'azione militare va intesa come complementare rispetto alla ricerca di soluzioni politiche.

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