30 aprile 2026

Alastair Crooke - Un meccanicismo errato alla base dei molti fallimenti geopolitici dell'Occidente


Trump a Hormuz, primavera 2026

Traduzione da Strategic Culture, 27 aprile 2026.

 Circa quindici anni fa scrissi che per comprendere il conflitto tra stato sionista e palestinesi non era più il caso di fare affidamento sulla prospettiva occidentale, improntata a un razionalismo laico. Era ormai evidente, già allora, che il futuro della regione sarebbe stato caratterizzato da guerre sempre più definite da simboli religiosi: qualcosa come Al Aqsa contro il Terzo Tempio.
Da allora le cose sono andate avanti: nello stato sionista le elezioni politiche del novembre 2022 hanno portato una nuova leadership impegnata a fondare lo stato sionista sulla "Terra della Grande Israele", allontanandone la popolazione non ebraica e applicando la legge halachica.
La piattaforma del nuovo governo era espressione di propositi escatologici e messianici, con alla base una teleologia volta a perseguire un percorso verso la Redenzione messianica. Non era una piattaforma laica e neppure era formulata in toni illuministici.
La mia tesi, allora come oggi, è che le prospettive occidentali, meccanicistiche e laiche, non porteranno a una buona comprensione di questi radicali cambiamenti. L'Occidente insiste nell'applicare i propri precetti concettuali occidentalizzati a cose -come il messianismo e la ricerca della Redenzione- che si trovano al di fuori della prospettiva della odierna coscienza postmoderna occidentale. Comprendiamo abbastanza bene la politica del potere, ma per la maggior parte dei laici occidentali quella dell'escatologia è in gran parte una cosa fuori questione.
È inutile cercare di convincere gente dominata da una visione messianica che una soluzione ai loro problemi consisterebbe in una struttura politica a due Stati nella Palestina storica; in questi casi si attende con fervore l'Armageddon, foriero di rovina per i non ebrei.
E neppure si può considerare questo fenomeno come una fase passeggera o come un capriccio. Il messianismo è stato un impulso molto rilevante per l'ebraismo, sia pure in modo ondivago, sin dai tempi di Sabbatai Zevi (anni ’60 del XVII secolo) e di Jacob Franks (XVIII secolo). Elementi di messianismo sono rintracciabili anche nelle concezioni europee, durante le fasi più tarde dell'Illuminismo.
Lo storico e studioso ebreo Gershom Scholem ha correttamente previsto che il sionismo religioso -che negli ultimi decenni si è allineato con il Likud e con il movimento dei coloni- opera come un movimento messianico militante, animato da un carattere apocalittico e radicale che lo spingerebbe a forzare le cose verso un esito escatologico. Ad esempio, esigendo che lo Stato si impegni in un massiccio controllo territoriale. La conquista territoriale diventerrebbe un imperativo per ragioni legate alla fine dei tempi.
Forse non c'è da rimanere sorpresi se la razionalità meccanicistica occidentale si è dimostrata altrettanto incapace di comprendere ciò che motiva l'Iran quanto lo è è stata nel comprendere lo stato sionista di oggi. Un approccio letterale, semplicemente, stronca alla base qualsiasi possibilità di comprendere in modo approfondito l'anima rivoluzionaria dell'Iran. Preferiamo piuttosto proiettare sull'Iran la nostra immagine dello Stato-nazione del XIX secolo, il concetto di uno Stato retto da un governo centralizzato e gerarchizzato inteso come vettore dominante e a volte autocratico, attraverso il quale un tempo si attuavano le linee generali della politica secondo altri principi di legittimità.
In un'intervista del 1979 con Richard Falk, l'Ayatollah Khomeini affermò con chiarezza che la Rivoluzione rappresentava il trionfo di una civiltà piuttosto che un trionfo nazionale. Sottolineò che, a suo avviso, il tessuto comunitario di base per tutte le persone nel mondo islamico era di natura civile e religiosa, e non nazionale e territoriale. Khomeini spiegò che al contrario di quanto succedeva in Europa, in Medio Oriente gli Stati sovrani territoriali costruiti attorno all'identità nazionale non formavano una comunità naturale.
Al centro delle sue considerazioni c'ea l'idea che un governo coerente con i valori islamici non potesse reggersi in modo affidabile sui principi democratici senza essere soggetto alla guida religiosa -non soggetta ad elezione- da parte dei massimi studiosi del clero islamico, guida che costituisse la fonte della massima autorità politica.
La repressione dell'Islam con la laicizzazione forzata e la distruzione del Califfato perseguite da Mustafa Kemal all'inizio del 1900 avevano portato Seyyed Qutb a predicare l’avanguardismo rivoluzionario fino a quando non venne messo a morte nel 1966. Gli scritti di Qutb -ma in particolare il suo La giustizia sociale nel pensiero islamico, uscito in coincidenza con l'ondata di proteste di massa in tutto il mondo musulmano in conseguenza della spartizione della Palestina nel 1947- gettarono le basi fondamentali del pensiero rivoluzionario che sarebbe emerso in Iran.
Per gli iraniani, il messaggio di Qutb rappresentava l'invito a tornare a quello che erano stati, a riallacciare i legami con la propria storia e con un lignaggio leggendario che si estende molto indietro nel tempo. Una prospettiva che riflette una trasformazione più spirituale e interiore dell'essere umano e che contempla un mondo in cui la coscienza è strutturata in modalità gerarchiche e in cui vige la disposizione a lottare contro l'oppressione e a prendersi cura dei diseredati.
Guardare all'Iran attraverso la lente dello Stato-nazione significa quindi fraintendere l'Iran. I limiti del pensiero meccanicistico rendono impossibile per gli osservatori esterni comprendere l'Iran o prevederne il futuro. Oggi, i giovani iraniani stanno tornando con entusiasmo all'ethos che reggeva la Rivoluzione del 1979. C'è una nuova e palpabile energia in Iran, ed è di tipo radicale. Le sue ripercussioni si stanno diffondendo ben oltre i confini dell'Iran.
Se noi occidentali vogliamo ascoltare e comprendere, sarebbe saggio prima di tutto guardarci allo specchio. Siamo davvero così laici e dediti alle strategie razionali come pensiamo di essere?
Lo storico militare statunitense Michael Vlahos, in un lungo saggio intitolato America is a Religion, sottolinea che gli stessi Stati Uniti sono tutt'altro che immuni dalle correnti dell’idealismo messianico, del millenarismo e del manicheismo. "Si tratta di un carattere persistente, la cui corrente profonda confluisce nel cristianesimo":
Sin dalla loro fondazione gli Stati Uniti hanno perseguito, con ardente fervore religioso, una suprema vocazione alla redenzione dell'umanità, alla punizione dei malvagi e all'instaurazione sulla terra di un millenarismo da età dell'oro. Gli Stati Uniti hanno fermamente perseguito la visione che li voleva investiti della missione divina di dover essere il "nuovo Israele di Dio".
Naturalmente, questa "religione civile" statunitense è indissolubilmente legata alla Riforma, al cristianesimo calvinista e al protestantesimo. "Sebbene la sua lettura delle Scritture sia diventata laica nell'era progressista, la religione statunitense è rimasta comunque legata alle sue radici fondanti", sostiene Vlahos.
Pertanto, l’AmeriKKKa non ha soltanto un carattere messianico; non è soltanto "posseduta dalla passione e dallo zelo", ma manifesta una visione implicitamente biblica che proclama la sua fede nella natura predestinata del suo percorso. Una "nazione eletta" per scelta divina, chiamata ad agire in nome della Provvidenza come redentrice del mondo.
Tuttavia, come racconta Vlahos e come è successo con le ultime elezioni nello stato sionista, gli Stati Uniti hanno avuto il loro momento di metamorfosi: è stato innescato da sessant'anni (1963-2023) di ripetute e sterili débacle sul campo di battaglia:
Ogni iniziativa è stata intrapresa per adempiere alla profezia escatologica della democrazia globale, e ogni volta quel sogno è svanito.
Di conseguenza, scrive Vlahos, il messianismo statunitense si è involuto in
una caricatura manichea di se stesso, in cui la buona novella statunitense è stata sostituita dallo spettro sempre presente del Male e dalla minaccia della forza. Le sacre parole di Libertà e Democrazia, pur essendo ancora invocate, sono diventate un mantra vuoto.
Il vangelo statunitense non predica più la redenzione e l’espiazione: è diventato imposizione e punizione.
Un cambiamento che è avvenuto in un istante l'11 settembre e che è proseguito con Guantanamo.
Quasi dall'oggi al domani gli USA hanno abbandonato le regole internazionali e le norme del diritto e hanno invece costruito un arcipelago di tortura e incarcerazione arbitraria, senza controllo né possibilità di appello.
Oggi gli Stati Uniti stanno vivendo una profonda polarizzazione interna. Continuano comunque a perseguire conflitti all'estero, i cui obiettivi i leader statunitensi cercano di collegare a narrazioni redentrici fatte appunto per la contesa sul piano interno, convalidando il refrain della "Pace attraverso la Forza" attraverso la guerra contro l’Iran. Lo establishment statunitense considera così una "vittoria" in una guerra come un mezzo per ripristinare la propria posizione politica a livello nazionale e internazionale. Michael Vlahos definisce questa dualità "una dinamica reciprocamente distruttiva".
Ad essere garantito, in pratica, è il fato che Washington non sarà in grado di ragionare lucidamente sull'Iran e che prenderà decisioni tattiche sbagliate.

Nessun commento:

Posta un commento