Traduzione da Strategic Culture, 7 aprile 2026.
Bloomberg: "Si può sostenere che sia stato l'Iran a ottenere la vittoria strategica più significativa... Tutto indica che la capacità di Tehran di controllare lo Stretto sta migliorando".Le sconfitte che l'Occidente continua a subire "[sono] soprattutto... sul piano dell'intelletto". E "non essere in grado di capire ciò che si vede significa che è impossibile reagire in modo efficace". Così ha sostenuto Aurelien. Ma "il problema va oltre lo scontro sul campo: va a considerare e a coinvolgere la natura delle guerre asimmetriche e le loro dimensioni economiche e politiche".
Questo vale in particolare per l'Iran, caso in cui Washington sembra incapace di comprendere che il suo avversario dispone effettivamente di una strategia che contempla aspetti economici e politici, e che la sta mettendo in atto.
[In linea con l'ossessione occidentale per le banalità], tutta l’attenzione dei media si è recentemente concentrata sul dispiegamento delle truppe statunitensi nella regione e sui loro possibili impieghi, come se ciò, di per sé, potesse essere decisivo per qualcosa. Invece sul piano concreto il tema sostanziale è dato dallo sviluppo e dalla messa in atto da parte degli iraniani di una guerra di nuova concezione fondata su missili, droni e difese preparate in anticipo; sviluppi che l'Occidente, con la sua mentalità incentrata sulle piattaforme, non è capace di comprendere e di elaborare [cioè di assimilare pienamente la strategia alla base della guerra asimmetrica].
La Repubblica Islamica dell'Iran ha concepito e ideato la propria dottrina di sicurezza oltre vent'anni fa. A indurla una volta per tutte a optare per un paradigma asimmetrico fu, nel 2003, la totale distruzione da parte degli Stati Uniti del comando militare centralizzato iracheno a seguito di una massiccia campagna di bombardamenti su Baghdad durata tre settimane.
Per la Repubblica Islamica dell'Iran i termini del problema diventarono quelli di come realizzare una struttura militare deterrente senza disporre -e senza poter disporre- di alcunché che somigliasse a un potenziale aereo pari a quello degli avversari. E per giunta quando gli Stati Uniti potevano osservare dall'alto l'estensione dell'infrastruttura militare iraniana grazie alle loro telecamere satellitari ad alta risoluzione.
Insomma, la prima risoluzione fu semplicemente quella di lasciare esposto il minor numero possibile di elementi della propria struttura militare, in modo che non potessero essere osservati dall'alto. Le sue componenti dovevano essere trasferite nel sottosuolo, e in profondità, così da risultare al di là della portata della maggior parte delle bombe. In secondo luogo, i missili lanciati da silos sotterranei sarebbero potuti davvero diventare la "forza aerea" dell'Iran, andando a sostituire un'aeronautica convenzionale. La Repubblica Islamica dell'Iran ha quindi costruito e accumulato missili per più di vent’anni. Terzo punto, l'infrastruttura militare iraniana è stata ripartita in comandi provinciali autonomi per decentralizzare i centri di comando, ciascuno con proprie scorte di munizioni, silos missilistici separati e, ove opportuno, proprie forze navali e proprie milizie.
In breve, la macchina militare iraniana è stata progettata per funzionare come una macchina di ritorsione automatizzata e decentralizzata nel caso di un attacco che ne decapitasse i vertici; e non può essere facilmente fermata o controllata.
Quando non si riesce a comprendere quello che si ha davanti agli occhi, la cosa più facile da fare è ricorrere a ciò che si conosce –in questo caso accumulare truppe– e continuare a fare cose che in passato non hanno funzionato comunque.
Una vita fa un Trump più giovane –bramoso di farsi ammirare come una star nel mondo immobiliare di Manhattan– scelse l'avvocato newyorkese Roy Cohen come proprio mentore personale. "Roy Cohen in particolare era anche l’avvocato delle cinque grandi famiglie mafiose della città; proprio grazie a relazioni come queste si era guadagnato la reputazione di persona con cui non si scherza", racconta il commentatore militare sionista Alon Ben David:
Nella maggior parte dei casi, a Trump bastava presentare Cohen alla controparte perché quest'ultima accettasse le sue condizioni. A volte Trump era anche costretto... a trascinare la controparte in tribunale, dove Cohen mostrava i denti ai giudici e vinceva. Ma per Trump quello era tutto: vincere. Non ingrandire la torta, non arrivare a un accordo vantaggioso per entrambe le parti: una vittoria solo per lui, e se appena possibile che arrivasse con la resa dell'avversario.
Il tempo passa e oggi, come scrive Ben David, è il colosso militare statunitense a fare il Roy Cohen di Trump. Trump ostenta davanti agli iraniani la potenza militare ameriKKKana, augurandosi che capitolino alla svelta altrimenti gli toccherà slacciare il guinzaglio. Trump si è lamentato con Witkoff dopo che l'armata di navi da guerra statunitensi si era radunata al largo delle coste del Golfo Persico, dicendo di essere rimasto "perplesso e confuso" sul come mai gli iraniani non avessero già capitolato alla sola vista di quel dispiego di potenza navale.
[La causa dello stupore di Trump era data dal fatto che] questa volta si trova di fronte a un avversario diverso da qualsiasi altro con cui abbia mai avuto a che fare. Questi non sono magnati immobiliari di Manhattan o mafiosi di Atlantic City; sono persiani, condividono una cultura millenaria, e hanno un diverso concetto del tempo e di cosa sia una vittoria.
Trump ora non sa cosa fare: è confuso e non sa come sbrogliarsi da questa situazione. Ha minacciato l'Iran e l'Iran non si arrende. E come c’era da aspettarsi Netanyahu, temendo che Washington possa avviare negoziati con l'Iran prima che le capacità militari iraniane siano state completamente smantellate, "sta facendo pressione sull'amministrazione Trump affinché conduca un'operazione breve e ad alta intensità che potrebbe prevedere anche forze di terra", scrive il commentatore sionista Ben Caspit su Ma'ariv.
Mentre Trump invia messaggi contraddittori sulla prospettiva di colloqui con la Repubblica Islamica, i funzionari dello stato sionista ritengono che stia valutando tre opzioni: in primo luogo, intensificare le ostilità attaccando le infrastrutture energetiche iraniane sull'isola di Kharg e nel giacimento di gas di South Pars. Una seconda opzione sarebbe un'operazione di terra per sottrarre all'Iran le scorte di uranio altamente arricchito. Una terza possibilità presa in considerazione sarebbe quella di negoziare un accordo con l'Iran, ma una tale prospettiva sarebbe vista dall'ambiente dei vertici dello stato sionista come "una chiara vittoria iraniana, che aprirebbe la strada alla sopravvivenza della Repubblica Islamica", scrive Caspit. "Lo stato sionista punta a indebolire la Repubblica Islamica al punto da renderne impossibile la ripresa: così spera, magari incoraggiando future proteste di massa. Questo argomento viene usato anche per convincere Washington a continuare la guerra", sottolinea Caspit.
Una quarta possibilità potrebbe essere quella per cui Trump si limita a dichiarare vittoria e lascia perdere tutto quanto.
Cosa potrebbe realisticamente sperare di ottenere Trump ampliando la portata delle ostilità?
In primo luogo, sia i funzionari militari dello stato sionista che quelli statunitensi ritengono ormai che sovvertire la Repubblica Islamica sia una cosa quasi impossibile da realizzare con il solo ricorso ad attacchi aerei. In passato questo sistema non ha mai funzionato.
In secondo luogo, l'ostentata fiducia con cui l'amministrazione statunitense si riferisce -ad esempio- alla conquista militare definitiva dello Stretto di Hormuz dovrebbe essere vista più come un grido bellicoso e come un fantasticare che sono la spia di un problema più grave, che è quello della mancanza di una strategia.
Non si tratta di deduzioni da fatti concreti. Non occorre nemmeno che la situazione reale faccia pensare a qualche cosa di effettivamente realizzabile: la verità è ciò che noi vogliamo che essa sia; la verità è ciò che fa sentire noi a nostro agio. Preferiamo il mito alla realtà.
Il fatto è che non esiste un modo semplice per riaprire lo Stretto. Qualsiasi riapertura negoziata richiederebbe, come minimo, concessioni sostanziali all'Iran, compreso il riconoscimento esplicito della sovranità iraniana su quella via navigabile.
Un tentativo di concordare un cessate il fuoco per aprire Hormuz richiederebbe di arrivare a qualcosa di applicabile su tutti i fronti: richiederebbe che lo stato sionista cessasse le operazioni in Libano, che AnsarAllah interrompesse analogamente gli attacchi contro lo stato sionista, che l'Iraq interrompesse i suoi e che lo stato sionista cessasse le operazioni nella Palestina occupata.
In terzo luogo, Trump è convinto che il "cambio di regime" sia già avvenuto perché non aveva mai sentito prima i nomi dei nuovi leader iraniani: "Si tratta di persone diverse da chiunque si sia mai sentito nominare fino a oggi, e francamente si sono dimostrate più ragionevoli. Quindi, abbiamo avuto un cambio di regime totale, ben oltre quello che chiunque avrebbe ritenuto possibile". Trump non sa chi siano i "nuovi" leader del terzo livello della leadership iraniana, ma presume comunque che saranno più flessibili nei negoziati con gli Stati Uniti. Su cosa si basa una simile dichiarazione fiduciosa? Non servirebbero dei fatti concreti?
Quarto, qualsiasi tentativo di aprire lo Stretto di Hormuz con un attacco militare diretto implicherebbe per gli USA il rischio di subire perdite considerevoli: Hormuz è casa loro e gli iraniani si preparano da molti anni a un possibile scontro nella zona. Da sola, la geografia di Hormuz –stretti corsi d’acqua, vicinanza alla costa e fitti sistemi di difesa iraniani– pone rischi gravi ed evidenti. Da dove partirebbero le truppe? Come verrebbero rifornite? Come verrebbero evacuate?
Anche se le forze statunitensi dovessero conquistare Kharg, una o tutte e tre le isole adiacenti alla costa degli Emirati Arabi Uniti, l'Iran potrebbe comunque attaccare le petroliere non autorizzate a transitare nel canale, tramite droni di superficie, sommergibili o missili lanciati dal continente.
Ammesso che l'operazione riesca, le posizioni militari statunitensi sulle isole non risolverebbero il problema fondamentale: l'Iran avrebbe comunque la capacità di infliggere danni (attacchi missilistici e vittime) da lontano, e ricorrerebbe a questa leva per imporre ulteriori iniziative di escalation.
Quinto problema, come nel caso della proposta di prendere sotto custodia l'uranio arricchito dell'Iran, non esiste un modo per essere sicuri che i quattrocentotrenta chili di uranio arricchito al 60% di cui l'Iran dispone siano sottratti al suo controllo se non sequestrandoli. Un accordo per cui l'Iran rinuncerebbe all'uranio è improbabile, così come lo è sequestrarli tramite un'operazione militare di una complessità inaffrontabile.
Secondo il Washington Post, quando Trump ha richiesto l'elaborazione di un piano per sequestrare l’uranio arricchito dall'Iran l’esercito statunitense lo ha messo al corrente del fatto che si sarebbe trattato di un’operazione complessa che avrebbe contemplato il trasporto aereo di attrezzature di scavo e la costruzione di una pista all'interno dell'Iran per consentire agli aerei cargo di portar via il materiale, il tutto da compiersi schierando centinaia di soldati.
Un'operazione militare da parte delle forze speciali statunitensi per il sequestro dell'uranio richiederebbe una conoscenza meticolosa del sito (o dei siti) in cui è conservato, oltre a piani di preparazione e di esfiltrazione ben fondati. Gli Stati Uniti sanno almeno se la quantità di uranio esistente è ancora conservata in un solo sito o se è stata suddivisa?
Non vi è alcuna indicazione che gli Stati Uniti abbiano riflettuto a fondo su un'operazione del genere. Il che suggerisce che questo aspetto potrebbe essere pianificato come un'operazione di bandiera: mettere in piedi una incursione vicino a Esfahan, fingere di aver sequestrato l'uranio e darsela a gambe alla svelta prima che le forze iraniane ammazzino tutti quanti.
Infine, per quanto riguarda la distruzione delle capacità missilistiche dell'Iran, non esiste alcun modo per arrivarci, semplicemente. I depositi e gli impianti di produzione iraniani sono dispersi su tutto il territorio del Paese e profondi nel sottosuolo. Forse, mentire sarebbe l’opzione migliore per Trump per poter parlare di vittoria a questo proposito.
L'Iran ha messo in moto il vasto meccanismo del suo sistema a mosaico, che prevede azioni militari a lungo termine e pianificate in anticipo. Questo è il punto: il contrattacco strategico dell'Iran non è stato concepito per portare a un compromesso negoziato, ma piuttosto per creare circostanze che gli permettano di sfuggire alla gabbia che l'Occidente gli ha imposto, e che è fatta di sanzioni infinite, blocchi, isolamento e assedio.
La scomoda realtà per gli Stati Uniti e per i loro alleati è che ogni risposta militare o diplomatica disponibile per il contrattacco strategico dell’Iran comporta notevoli svantaggi.
La guerra, per Trump e per gli Stati Uniti, è una sconfitta. Trump ormai si rende conto che la guerra è persa: può essere persa, ma non è finita. Potrebbe durare ancora per un po’ di tempo.
Dopo un mese di ostilità "si può sostenere che sia stato l'Iran ad aver ottenuto la vittoria strategica più significativa", osserva Bloomberg, "con la sempre più stretta presa sul traffico che passa attraverso lo Stretto di Hormuz":
Tutto indica che la capacità di Teheran di controllare lo Stretto si sta rafforzando... La chiusura quasi totale di Hormuz dall'inizio di marzo... si è rivelata un'arma asimmetrica eccezionalmente efficace nella lotta dell'Iran contro due delle forze militari più potenti del mondo.


Nessun commento:
Posta un commento