Traduzione da Strategic Culture, 13 aprile 2026.
La cessazione temporanea delle ostilità in tutta l’Asia occidentale è seriamente a rischio. Dapprincipio era previsto un cessate il fuoco su "tutti i fronti" compreso il Libano, cosa prevista da una delle dieci precondizioni iraniane per dei negoziati che portassero alla fine della guerra. Trump ha effettivamente detto che i dieci punti proposti dall'Iran potevano costituire una "base praticabile" per avviare dei negoziati diretti.
Per la Repubblica Islamica dell'Iran i dieci punti sono delle precondizioni, piuttosto che punti di partenza da cui sarebbero scaturiti i negoziati.
La CBS ha riferito che a Trump era stato detto che i termini dell'Iran, che egli aveva accettato giovedì, si sarebbero applicati all’intera regione mediorientale e lo stesso Trump si era detto d'accordo che comprendessero anche il Libano. I mediatori hanno riferito che il cessate il fuoco avrebbe compreso anche il Libano, l'annuncio del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif comprendeva anche il Libano. Anche il ministro degli Esteri Araghchi ha confermato che i termini comprendevano anche il Libano.
La posizione di Trump, tuttavia, è cambiata radicalmente dopo una telefonata di Netanyahu. Secondo quanto scritto dal corrispondente dello stato sionista Ronan Bergman su Yediot Ahoronot, Netanyahu ha improvvisamente mandato tutto all'aria all'ultimo momento: nello stato sionista entrambi i livelli –quello militare e quello politico– hanno ricevuto l'ordine di dimostrare che non esisteva alcun cessate il fuoco con Hezbollah, sferrando un massiccio attacco in Libano contro quartieri residenziali densamente popolati e uccidendo e ferendo oltre mille persone, in gran parte civili.
E mentre erano in corso gli attacchi contro il Libano, lo stato sionista ha annunciato di voler avviare un'iniziativa politica –colloqui diretti con il governo libanese incentrati sul disarmo di Hezbollah e sulla normalizzazione delle relazioni tra il Libano e lo stato sionista– al fine di ottemperare alla richiesta di Netanyahu per "ulteriori attacchi contro Hezbollah in un breve lasso di tempo, prima che gli statunitensi cerchino di estendere la stessa atmosfera di cessate il fuoco anche al Libano", scrive Anna Barsky su Ma'ariv. "Nello stato sionista le considerazioni in generale confidano in una parziale comprensione di certe necessità da parte statunitense. Comprensione che non è affatto assicurata".
Alon Ben David, un importante corrispondente militare dello stato sionista, ha osservato che l’iniziativa del Primo Ministro potrebbe sfociare in Libano in una guerra civile, aggiungendo tra parentesi che "questo è sempre stato l'obiettivo".
Gli assunti iraniani tuttavia sono opposti alla concezione "rivista" dagli USA per cui il Libano non è mai stato parte integrante della richiesta che si riferiva a "tutti i fronti". Per Tehran il concetto è molto semplice: o c'è un cessate il fuoco per tutti, o non c'è un cessate il fuoco per nessuno. I negoziati sarebbero cominciati solo se Trump fosse stato in grado di frenare Netanyahu e la sua brama di ulteriori ondate di bombardamenti a tappeto in Libano. Trump ha una effettiva capacità di controllare Netanyahu, il quale -al pari di alcuni Stati del Golfo, secondo quanto riferito- vuole ancora che Trump "vada fino in fondo, fino al rovesciamento di quel regime malvagio", sottolinea Ronen Bergman.
La realtà tuttavia è dura, per gli USA:
Gli Stati Uniti hanno perso presenza navale e basi militari nella regione del Golfo Persico; tutto quanto il loro arsenale di munizioni a lunga gittata è stato quasi esaurito proprio come gli armamenti per la difesa aerea, che si sono dimostrati tristemente inefficaci. Ecco in quale forma si presenta una sconfitta strategica decisiva.
Come ha affermato Ben Rhodes, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: "È difficile perdere una guerra tanto breve in modo tanto netto".
Cosa abbia spinto Trump a passare da un post pubblicato un martedì sera in cui diceva "stasera morirà un'intera civiltà" ad accettare in campo a qualche ora di negoziare sulla base del piano in dieci punti dell'Iran è materia di congetture. Ma a raccontare com'è andata, forse, possono essere le immagini affiancate dell’elicottero precipitato durante il malaugurato tentativo del presidente Carter di portare gli ostaggi statunitensi fuori dall'Iran nel 1980 e dei rottami dell'aereo statunitense vicino a Esfahan, risultato dell'abortito tentativo -fatto sabato 4 aprile- di impadronirsi di uranio arricchito da un tunnel a Esfahan.
Come ha notato un commentatore, l’unica cosa che manca rispetto allo scenario da fine 1980 è la Guida Suprema, perché Ali Khamenei è stato assassinato. A pagare il prezzo politico del disastro, all'epoca, fu ovviamente il Presidente Carter.
Ricordiamo anche che la guerra in corso è iniziata con un attacco a sorpresa per uccidere la Guida Suprema Ali Khamenei; si pensava che sarebbe stata una guerra breve, della durata di pochi giorni. L'articolo del New York Times sulla riunione dell'11 febbraio 2026, durante la quale Netanyahu ha convinto Trump a partecipare a un attacco contro l'Iran, conferma che "il Presidente sembrava pensare che sarebbe stata una guerra molto breve… (e) in nessun momento durante le deliberazioni chi presiedeva l'incontro [il generale Caine] ha esplicitamente detto al Presidente che una guerra contro l'Iran era una pessima idea...[Il generale Caine] chiedeva costantemente: 'Ma dopo, che si fa'? Solo che il signor Trump per lo più sembrava sentire solo quello che voleva sentire".
E quello che Trump ha scelto di sentire durante il briefing dell'11 febbraio coincideva perfettamente con i reconditi desideri di Netanyahu: "L'Iran era un caso a parte" per Trump, così come per Netanyahu. "Lui [Trump] considerava l'Iran un avversario particolarmente pericoloso ed era disposto a correre grossi rischi per [realizzare] il suo desiderio di smantellare la teocrazia iraniana", ha riportato il New York Times.
Né Trump né Netanyahu -nonostante il briefing ufficiale di tre ore dell'11 febbraio- avevano affatto messo in conto che la Repubblica Islamica dell'Iran avrebbe riposto sferrando immediatamente dopo l'assassinio della Guida Suprema una serie di violenti attacchi contro le basi statunitensi nel Golfo, nonostante i precedenti ammonimenti provenienti dall'Iran avessero chiaramente lasciato intendere questa prospettiva.
L'intero piano di attacco dell'11 febbraio, approvato durante la riunione nella Situation Room della Casa Bianca, si basava su attacchi intesi a decapitare i vertici della Repubblica Islamica e su bombardamenti aerei a distanza, in nome di una convinzione viscerale (piuttosto che basata su prove) che ne sarebbe sicuramente seguita una rivolta interna tale da rovesciare la Repubblica Islamica.
Non sorprende quindi che Trump stia ora cercando disperatamente una via d'uscita dalla débacle che lo stato sionista gli ha ammannito. Come Carter, è in difficoltà sia politicamente che militarmente. Ma qualsiasi via d'uscita significativa richiederà da parte sua concessioni importanti;— concessioni che strideranno dolorosamente con il rancore che prova verso l'Iran e verso gli iraniani.
Sembra probabile che i negoziati non porteranno a un accordo. L'Iran si è fatto un punto di impegno di far saltare un paradigma vecchio di settant'anni costringendo –con la minaccia di sofferenze economiche e di mercato– gli Stati Uniti ad accettare la "liberazione" dell'Iran dal repressivo panopticon impostogli dagli USA e dallo stato sionista. Il dubbio è se a tanto si arriverà con più o meno morte, con più o meno guerra.


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