Traduzione da Strategic Culture, 27 marzo 2026.
Siamo ormai alla quarta settimana di guerra: quali saranno i prossimi avvenimenti?
Innanzitutto, l'Iran è stato sottoposto a pesanti bombardamenti la cui efficacia militare è però tutt'altro che evidente. La capacità dell'Iran di contrattaccare colpendo gli interessi statunitensi e dello stato sionista ni Paesi del Golfo persiste, e con crescente potenza. I vertici della Repubblica Islamica operano efficacemente nella modalità opaca -chiamata mosaico- che hanno deliberatamente scelto; e l'Iran continua con le sue raffiche regolari di missili e di droni elevando sempre di più il livello di sofisticata accuratezza del proprio fuoco missilistico. Il sostegno popolare alle istituzioni della Repubblica Islamica si è consolidato.
I bombardamenti statunitensi e dello stato sionista stanno causando gravi danni all'Iran, ma ci sono poche prove che questi attacchi abbiano colpito -o distrutto- le "città" missilistiche iraniane, diffuse e scavate in profondità, sparse su tutto il territorio del Paese. Le prove fanno invece pensare che, non riuscendo a distruggere le infrastrutture militari sotterranee dell'Iran, gli Stati Uniti e lo stato sionista abbiano iniziato a colpire obiettivi civili per cercare di demoralizzare la popolazione. Proprio come già visto in Libano e in Palestina.
Eppure, a sembrare fuori di dubbio è il fatto che l'Iran ha adottato una strategia attentamente ponderata, che si sta sviluppando secondo fasi distinte. Trump invece non ha neppure un piano, e ogni giorno cambia idea. Lo stato sionista un piano ce l'ha: consiste nell'assassinare il maggior numero possibile di quegli alti gradi iraniani che i sistemi di intelligenza artificiale forniti dagli USA riescono a individuare. Oltre a questo, l'obiettivo dello stato sionista è quello di smembrare l'Iran, dividerlo in piccoli stati etnici e settari e ridurlo a una realtà debole e anarchica secondo il modello siriano.
Per ora, gli obiettivi dichiarati dagli Stati Uniti hanno preso la forma di reiterate minacce di escalation che vanno dagli attacchi alle infrastrutture economiche (gli impianti di gas di South Pars) a due attacchi di un certo peso nelle immediate vicinanze dei siti nucleari iraniani (Nantaz e la centrale nucleare di Bushehr, gestita congiuntamente da Iran e Russia). Presumibilmente i missili che hanno colpito nelle vicinanze delle centrali vanno considerati come un mandare a dire che esiste la possibilità di una escalation statunitense o sionista a livello nucleare. L'Iran tuttavia ha reagito lanciando missili contro la città di Dimona, nelle immediate vicinanze dell'impianto nucleare costruitovi dallo stato sionista.
Dopo gli attacchi a Dimona, che hanno causato gravi danni, l'Iran ha rilasciato una dichiarazione recisa e significativa: ha affermato di aver raggiunto la "supremazia missilistica". Un'affermazione basata sul fatto che lo stato sionista non era stato in grado di lanciare alcun intercettore per fronteggiare l'attacco iraniano contro uno dei suoi siti strategici statali meglio sorvegliati.
Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo militare, ha detto che la guerra è "entrata in una nuova fase":
"I cieli dello stato sionista sono indifesi... Sembra che sia giunto il momento di attuare la fase successiva del piano stabilito..."
Non c'è dubbio, secondo l'esperto di questioni militari Will Schryver, che le scorte statunitensi (i siti di stoccaggio degli Stati Uniti) siano prossime ad esaurirsi e che il numero di sortite sia crollato a causa della carente manutenzione e dell'insufficiente sostegno logistico. Gli aerei con equipaggio statunitense non riescono ancora a penetrare in profondità nello spazio aereo iraniano. L'Iran invece sostiene di disporre di scorte abondanti.
Trump negli ultimi giorni ha alzato la posta in gioco e ha posto l'Iran davanti a un ultimatum: "Aprite Hormuz entro quarantotto ore o le vostre centrali elettriche civili saranno progressivamente distrutte, a partire dalla più grande". Per inciso, la centrale più grande dell'Iran è proprio quella di Bushehr, gestita congiuntamente da Iran e Russia. Sembra che Trump punti ancora a strappare una rapida capitolazione. Tuttavia l'Iran ha già respinto l'ultimatum e in risposta ne ha emesso uno proprio.
L’ultimatum dell’Ayatollah Mojtaba Khamenei a Trump
In un ben argomentato discorso lungo dodici minuti, lo Ayatollah Imam Sayyed Mojtaba Khamenei ha iniziato con i familiari toni retorici per passare poi a qualcosa di molto più significativo. La prima metà del suo discorso ha seguito il copione previsto, ma come riportato dalla commentatrice libanese Marwa Osman:
A metà discorso il tono è passato dal retrospettivo allo strategico. Sayyed Khamenei ha delineato tre richieste concrete, ciascuna con una tempistica definita: un rapido ritiro militare statunitense dal Medio Oriente; una revoca totale delle sanzioni entro sessanta giorni, e un risarcimento finanziario a lungo termine per i danni economici. Poi è arrivato l'ultimatum: se le condizioni non verranno accolte, l'Iran intensificherà la sua risposta, economicamente, militarmente e potenzialmente a livello nucleare. Non per ipotesi, ma in concreto: chiudendo lo Stretto di Hormuz, formalizzando i legami di difesa con Russia e Cina e passando dall'ambiguità alla deterrenza nucleare dichiarata.
Anche la tempistica delle reazioni dall'estero è stata eloquente. Nel giro di poche ore sia Pechino che Mosca hanno rilasciato dichiarazioni in cui mostrano di appoggiare -in modo accuratamente formulato ma inequivocabile- la linea della nuova Guida Suprema, cosa che suggerisce l'esistenza di un qualche accordo.
La guerra sta entrando in una nuova fase. Trump controlla attentamente il corso degli eventi che sono e che saranno, per quanto riguarda i loro riflessi in patria nella corsa alle elezioni di metà mandato a novembre. In genere gli statunitensi tendono a decidere come -o se- votare entro settembre/ottobre. Gli uomini di Trump stanno cercando freneticamente di trovare una via d'uscita dalla guerra che, entro l'estate, sia loro possibile presentare come una plausibile "vittoria" per Trump. Ammesso che sia possibile arrivare a qualche cosa del genere.
Simplicius suggerisce "che i minacciati imminenti attacchi di Trump contro la rete energetica iraniana abbiano un effetto destabilizzante e di distrazione, teso a consentire ai Marines statunitensi e alla 82ª Divisione aviotrasportata di conquistare l'isola di Kharg o altre isole iraniane. Fonti 'di alto livello' continuano ad affermare che l’operazione con truppe sul terreno è ancora altamente probabile".
L’Iran è evidentemente pronto a tenere testa a Trump man mano che l'escalation prosegue. In Iran la leadership viene esercitata secondo uno stile evidentemente diverso, con l'ascesa della nuova Guida Suprema: non c'è più interesse per intensificare chissà quale va e vieni, si punta a risultati decisivi in grado di cambiare il panorama geostrategico dell’Asia occidentale.
E l'Iran ritiene che Hormuz rappresenti il punto fondamentale per arrivare a tanto.
L'Iran ha istituito un corridoio marittimo delimitato e sicuro per far transitare nello Stretto di Hormuz le navi approvate e controllate dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran; condizione per il transito è che il carico venga pagato in yuan e che venga corrisposta una tassa. Si stima che le entrate potenziali per l'Iran potrebbero ammontare a ottocento miliardi di dollari l'anno con un regime normativo di questo tipo, che è simile a quello del Canale di Suez.
Questo, in teoria, permette di rifornire il mercato energetico; il problema è che l'Iran non dovrebbe far altro che limitarsi a chiudere lo Stretto se Trump dovesse attuare il suo ultimatum.
Il professor Michael Hudson osserva che le nuove richieste dell'Iran sono "di una tale portata da sembrare impensabili per l'Occidente: i paesi arabi dell'OPEC devono porre fine ai loro stretti legami economici con gli Stati Uniti, a cominciare dai data center statunitensi gestiti da Amazon, Microsoft e Google ... E [devono] cedere le riserve in petrodollari di cui dispongono, riserve che hanno sovvenzionato la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti sin dagli accordi [sui petrodollari] del 1974".
"Il riciclaggio dei petrodollari è stato alla base della finanziarizzazione e della militarizzazione del commercio mondiale del petrolio da parte degli USA, nonché della loro strategia imperiale volta a isolare i paesi recalcitranti a conformarsi all’ordine mondiale basato sulle regole statunitensi. Che non sono vere e proprie regole, ma semplicemente le pretese che gli USA avanzano", afferma il Prof. Hudson.
La stretta iraniana su Hormuz –oltre al controllo del Mar Rosso da parte degli Houthi– potrebbe strappare agli Stati Uniti il dominio sull'energia e sui suoi prezzi e, in assenza dell'afflusso di petrodollari a Wall Street, mettere fine al dominio globale finanziarizzato degli Stati Uniti.
Ciò che è in gioco in questo caso non è solo l'aspirazione della Repubblica Islamica dell'Iran di cacciare l'esercito statunitense dal Medio Oriente, ma anche un vero capovolgimento geopolitico perché i Paesi del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo e quelli asiatici come il Giappone e la Corea del Sud sarebbero costretti per necessità a diventare clientes dell'Iran per ottenere l'accesso alla via navigabile di Hormuz. E perché solo l'Iran sarebbe in grado di garantire un passaggio sicuro.
Se l'Iran riuscisse a mantenere la stretta su Hormuz, un nuovo stato di cose strategico interverrebbe a ridefinire la geopolitica in Asia.


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