08 aprile 2026

Alastair Crooke - La guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran: si canta vittoria ma si ammette la sconfitta, aprire lo Stretto di Hormuz non è facile


Hormuz Strait, april 2026

Traduzione da Strategic Culture, 7 aprile 2026.

Bloomberg: "Si può sostenere che sia stato l'Iran a ottenere la vittoria strategica più significativa... Tutto indica che la capacità di Tehran di controllare lo Stretto sta migliorando".
Le sconfitte che l'Occidente continua a subire "[sono] soprattutto... sul piano dell'intelletto". E "non essere in grado di capire ciò che si vede significa che è impossibile reagire in modo efficace". Così ha sostenuto Aurelien. Ma "il problema va oltre lo scontro sul campo: va a considerare e a coinvolgere la natura delle guerre asimmetriche e le loro dimensioni economiche e politiche".
Questo vale in particolare per l'Iran, caso in cui Washington sembra incapace di comprendere che il suo avversario dispone effettivamente di una strategia che contempla aspetti economici e politici, e che la sta mettendo in atto.
[In linea con l'ossessione occidentale per le banalità], tutta l’attenzione dei media si è recentemente concentrata sul dispiegamento delle truppe statunitensi nella regione e sui loro possibili impieghi, come se ciò, di per sé, potesse essere decisivo per qualcosa. Invece sul piano concreto il tema sostanziale è dato dallo sviluppo e dalla messa in atto da parte degli iraniani di una guerra di nuova concezione fondata su missili, droni e difese preparate in anticipo; sviluppi che l'Occidente, con la sua mentalità incentrata sulle piattaforme, non è capace di comprendere e di elaborare [cioè di assimilare pienamente la strategia alla base della guerra asimmetrica].
La Repubblica Islamica dell'Iran ha concepito e ideato la propria dottrina di sicurezza oltre vent'anni fa. A indurla una volta per tutte a optare per un paradigma asimmetrico fu, nel 2003, la totale distruzione da parte degli Stati Uniti del comando militare centralizzato iracheno a seguito di una massiccia campagna di bombardamenti su Baghdad durata tre settimane.
Per la Repubblica Islamica dell'Iran i termini del problema diventarono quelli di come realizzare una struttura militare deterrente senza disporre -e senza poter disporre- di alcunché che somigliasse a un potenziale aereo pari a quello degli avversari. E per giunta quando gli Stati Uniti potevano osservare dall'alto l'estensione dell'infrastruttura militare iraniana grazie alle loro telecamere satellitari ad alta risoluzione.
Insomma, la prima risoluzione fu semplicemente quella di lasciare esposto il minor numero possibile di elementi della propria struttura militare, in modo che non potessero essere osservati dall'alto. Le sue componenti dovevano essere trasferite nel sottosuolo, e in profondità, così da risultare al di là della portata della maggior parte delle bombe. In secondo luogo, i missili lanciati da silos sotterranei sarebbero potuti davvero diventare la "forza aerea" dell'Iran, andando a sostituire un'aeronautica convenzionale. La Repubblica Islamica dell'Iran ha quindi costruito e accumulato missili per più di vent’anni. Terzo punto, l'infrastruttura militare iraniana è stata ripartita in comandi provinciali autonomi per decentralizzare i centri di comando, ciascuno con proprie scorte di munizioni, silos missilistici separati e, ove opportuno, proprie forze navali e proprie milizie.
In breve, la macchina militare iraniana è stata progettata per funzionare come una macchina di ritorsione automatizzata e decentralizzata nel caso di un attacco che ne decapitasse i vertici; e non può essere facilmente fermata o controllata.
Quando non si riesce a comprendere quello che si ha davanti agli occhi, la cosa più facile da fare è ricorrere a ciò che si conosce –in questo caso accumulare truppe– e continuare a fare cose che in passato non hanno funzionato comunque.
Una vita fa un Trump più giovane –bramoso di farsi ammirare come una star nel mondo immobiliare di Manhattan– scelse l'avvocato newyorkese Roy Cohen come proprio mentore personale. "Roy Cohen in particolare era anche l’avvocato delle cinque grandi famiglie mafiose della città; proprio grazie a relazioni come queste si era guadagnato la reputazione di persona con cui non si scherza", racconta il commentatore militare sionista Alon Ben David:
Nella maggior parte dei casi, a Trump bastava presentare Cohen alla controparte perché quest'ultima accettasse le sue condizioni. A volte Trump era anche costretto... a trascinare la controparte in tribunale, dove Cohen mostrava i denti ai giudici e vinceva. Ma per Trump quello era tutto: vincere. Non ingrandire la torta, non arrivare a un accordo vantaggioso per entrambe le parti: una vittoria solo per lui, e se appena possibile che arrivasse con la resa dell'avversario.
Il tempo passa e oggi, come scrive Ben David, è il colosso militare statunitense a fare il Roy Cohen di Trump. Trump ostenta davanti agli iraniani la potenza militare ameriKKKana, augurandosi che capitolino alla svelta altrimenti gli toccherà slacciare il guinzaglio. Trump si è lamentato con Witkoff dopo che l'armata di navi da guerra statunitensi si era radunata al largo delle coste del Golfo Persico, dicendo di essere rimasto "perplesso e confuso" sul come mai gli iraniani non avessero già capitolato alla sola vista di quel dispiego di potenza navale.
[La causa dello stupore di Trump era data dal fatto che] questa volta si trova di fronte a un avversario diverso da qualsiasi altro con cui abbia mai avuto a che fare. Questi non sono magnati immobiliari di Manhattan o mafiosi di Atlantic City; sono persiani, condividono una cultura millenaria, e hanno un diverso concetto del tempo e di cosa sia una vittoria.
Trump ora non sa cosa fare: è confuso e non sa come sbrogliarsi da questa situazione. Ha minacciato l'Iran e l'Iran non si arrende. E come c’era da aspettarsi Netanyahu, temendo che Washington possa avviare negoziati con l'Iran prima che le capacità militari iraniane siano state completamente smantellate, "sta facendo pressione sull'amministrazione Trump affinché conduca un'operazione breve e ad alta intensità che potrebbe prevedere anche forze di terra", scrive il commentatore sionista Ben Caspit su Ma'ariv.
Mentre Trump invia messaggi contraddittori sulla prospettiva di colloqui con la Repubblica Islamica, i funzionari dello stato sionista ritengono che stia valutando tre opzioni: in primo luogo, intensificare le ostilità attaccando le infrastrutture energetiche iraniane sull'isola di Kharg e nel giacimento di gas di South Pars. Una seconda opzione sarebbe un'operazione di terra per sottrarre all'Iran le scorte di uranio altamente arricchito. Una terza possibilità presa in considerazione sarebbe quella di negoziare un accordo con l'Iran, ma una tale prospettiva sarebbe vista dall'ambiente dei vertici dello stato sionista come "una chiara vittoria iraniana, che aprirebbe la strada alla sopravvivenza della Repubblica Islamica", scrive Caspit. "Lo stato sionista punta a indebolire la Repubblica Islamica al punto da renderne impossibile la ripresa: così spera, magari incoraggiando future proteste di massa. Questo argomento viene usato anche per convincere Washington a continuare la guerra", sottolinea Caspit.
Una quarta possibilità potrebbe essere quella per cui Trump si limita a dichiarare vittoria e lascia perdere tutto quanto.
Cosa potrebbe realisticamente sperare di ottenere Trump ampliando la portata delle ostilità?
In primo luogo, sia i funzionari militari dello stato sionista che quelli statunitensi ritengono ormai che sovvertire la Repubblica Islamica sia una cosa quasi impossibile da realizzare con il solo ricorso ad attacchi aerei. In passato questo sistema non ha mai funzionato.
In secondo luogo, l'ostentata fiducia con cui l'amministrazione statunitense si riferisce -ad esempio- alla conquista militare definitiva dello Stretto di Hormuz dovrebbe essere vista più come un grido bellicoso e come un fantasticare che sono la spia di un problema più grave, che è quello della mancanza di una strategia.
Non si tratta di deduzioni da fatti concreti. Non occorre nemmeno che la situazione reale faccia pensare a qualche cosa di effettivamente realizzabile: la verità è ciò che noi vogliamo che essa sia; la verità è ciò che fa sentire noi a nostro agio. Preferiamo il mito alla realtà.
Il fatto è che non esiste un modo semplice per riaprire lo Stretto. Qualsiasi riapertura negoziata richiederebbe, come minimo, concessioni sostanziali all'Iran, compreso il riconoscimento esplicito della sovranità iraniana su quella via navigabile.
Un tentativo di concordare un cessate il fuoco per aprire Hormuz richiederebbe di arrivare a qualcosa di applicabile su tutti i fronti: richiederebbe che lo stato sionista cessasse le operazioni in Libano, che AnsarAllah interrompesse analogamente gli attacchi contro lo stato sionista, che l'Iraq interrompesse i suoi e che lo stato sionista cessasse le operazioni nella Palestina occupata.
In terzo luogo, Trump è convinto che il "cambio di regime" sia già avvenuto perché non aveva mai sentito prima i nomi dei nuovi leader iraniani: "Si tratta di persone diverse da chiunque si sia mai sentito nominare fino a oggi, e francamente si sono dimostrate più ragionevoli. Quindi, abbiamo avuto un cambio di regime totale, ben oltre quello che chiunque avrebbe ritenuto possibile". Trump non sa chi siano i "nuovi" leader del terzo livello della leadership iraniana, ma presume comunque che saranno più flessibili nei negoziati con gli Stati Uniti. Su cosa si basa una simile dichiarazione fiduciosa? Non servirebbero dei fatti concreti?
Quarto, qualsiasi tentativo di aprire lo Stretto di Hormuz con un attacco militare diretto implicherebbe per gli USA il rischio di subire perdite considerevoli: Hormuz è casa loro e gli iraniani si preparano da molti anni a un possibile scontro nella zona. Da sola, la geografia di Hormuz –stretti corsi d’acqua, vicinanza alla costa e fitti sistemi di difesa iraniani– pone rischi gravi ed evidenti. Da dove partirebbero le truppe? Come verrebbero rifornite? Come verrebbero evacuate?
Anche se le forze statunitensi dovessero conquistare Kharg, una o tutte e tre le isole adiacenti alla costa degli Emirati Arabi Uniti, l'Iran potrebbe comunque attaccare le petroliere non autorizzate a transitare nel canale, tramite droni di superficie, sommergibili o missili lanciati dal continente.
Ammesso che l'operazione riesca, le posizioni militari statunitensi sulle isole non risolverebbero il problema fondamentale: l'Iran avrebbe comunque la capacità di infliggere danni (attacchi missilistici e vittime) da lontano, e ricorrerebbe a questa leva per imporre ulteriori iniziative di escalation.
Quinto problema, come nel caso della proposta di prendere sotto custodia l'uranio arricchito dell'Iran, non esiste un modo per essere sicuri che i quattrocentotrenta chili di uranio arricchito al 60% di cui l'Iran dispone siano sottratti al suo controllo se non sequestrandoli. Un accordo per cui l'Iran rinuncerebbe all'uranio è improbabile, così come lo è sequestrarli tramite un'operazione militare di una complessità inaffrontabile.
Secondo il Washington Post, quando Trump ha richiesto l'elaborazione di un piano per sequestrare l’uranio arricchito dall'Iran l’esercito statunitense lo ha messo al corrente del fatto che si sarebbe trattato di un’operazione complessa che avrebbe contemplato il trasporto aereo di attrezzature di scavo e la costruzione di una pista all'interno dell'Iran per consentire agli aerei cargo di portar via il materiale, il tutto da compiersi schierando centinaia di soldati.
Un'operazione militare da parte delle forze speciali statunitensi per il sequestro dell'uranio richiederebbe una conoscenza meticolosa del sito (o dei siti) in cui è conservato, oltre a piani di preparazione e di esfiltrazione ben fondati. Gli Stati Uniti sanno almeno se la quantità di uranio esistente è ancora conservata in un solo sito o se è stata suddivisa?
Non vi è alcuna indicazione che gli Stati Uniti abbiano riflettuto a fondo su un'operazione del genere. Il che suggerisce che questo aspetto potrebbe essere pianificato come un'operazione di bandiera: mettere in piedi una incursione vicino a Esfahan, fingere di aver sequestrato l'uranio e darsela a gambe alla svelta prima che le forze iraniane ammazzino tutti quanti.
Infine, per quanto riguarda la distruzione delle capacità missilistiche dell'Iran, non esiste alcun modo per arrivarci, semplicemente. I depositi e gli impianti di produzione iraniani sono dispersi su tutto il territorio del Paese e profondi nel sottosuolo. Forse, mentire sarebbe l’opzione migliore per Trump per poter parlare di vittoria a questo proposito.
L'Iran ha messo in moto il vasto meccanismo del suo sistema a mosaico, che prevede azioni militari a lungo termine e pianificate in anticipo. Questo è il punto: il contrattacco strategico dell'Iran non è stato concepito per portare a un compromesso negoziato, ma piuttosto per creare circostanze che gli permettano di sfuggire alla gabbia che l'Occidente gli ha imposto, e che è fatta di sanzioni infinite, blocchi, isolamento e assedio.
La scomoda realtà per gli Stati Uniti e per i loro alleati è che ogni risposta militare o diplomatica disponibile per il contrattacco strategico dell’Iran comporta notevoli svantaggi.
La guerra, per Trump e per gli Stati Uniti, è una sconfitta. Trump ormai si rende conto che la guerra è persa: può essere persa, ma non è finita. Potrebbe durare ancora per un po’ di tempo.
Dopo un mese di ostilità "si può sostenere che sia stato l'Iran ad aver ottenuto la vittoria strategica più significativa", osserva Bloomberg, "con la sempre più stretta presa sul traffico che passa attraverso lo Stretto di Hormuz":
Tutto indica che la capacità di Teheran di controllare lo Stretto si sta rafforzando... La chiusura quasi totale di Hormuz dall'inizio di marzo... si è rivelata un'arma asimmetrica eccezionalmente efficace nella lotta dell'Iran contro due delle forze militari più potenti del mondo.

07 aprile 2026

Firenze. Ancora sul quarto di quarto d'ora di celebrità di Leila Farahbakhsh


Strage alla scuola Shajareh Tayyebeh, Repubblica Islamica dell'Iran, 28 febbraio 2026.

Il 28 febbraio 2026 lo stato sionista e gli USA hanno aggredito la Repubblica Islamica dell'Iran.
Il giorno successivo a Firenze una certa Leila Farahbakhsh si è coraggiosamente[*] guadagnata un quarto di quarto d'ora di celebrità inveendo contro un corteo pacifista.
Come spesso succede in questi casi, dietro il coraggio di tante brillanti jeunes filles mandato in diretta web ad uso dell'occidentalame più o meno ringhioso c'è il quieto lavoro della gendarmeria, sodale esperto e discreto a tutela di integrità fisiche altrimenti a forte rischio. Nel momento in cui Leila faceva l'Oriana, nella Repubblica Islamica dell'Iran si scavava tra le macerie della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh nella cittadina di Minab; l'intraprendenza sionista e statunitense aveva liberato di un sol colpo dello hijab oltre centosettanta bambine. Le aveva liberate anche di tutta la testa, ma gli amanti della libertà non badano certo a simili sottogliezze. Rispetto alle imprese belliche del passato la propaganda "occidentalista" ha almeno il vantaggio di risparmiare ridicolaggini sulla democrazia da esportazione; might is right, e a comandare c'è un aggregato di straricchi che giustamente mal sopportano anche la mera coesistenza con qualsiasi cosa non sia di loro gusto.
Oltre ad aver restituito con metodi analoghi la libertà ad almeno altre mille persone (mal contate), gli USA e lo stato sionista hanno nel frattempo liberato l'Iran da almeno una trentina di sedi universitarie che ne opprimevano il suolo, da importanti infrastrutture e da un certo numero di industrie pesanti. Decapitarne i vertici pare non sia servito a gran che, con buona pace degli sceneggiatori dei film sull'argomento che tanti andranno senz'altro a vedere in qualche multisala di periferia, godendo di qualche altra imprescindibile libertà come quella di riempirsi il ventre di robaccia che li avvelena. Si legge di reiterati e insistenti bombardamenti su installazioni militari e impianti nucleari evidentemente duri a collassare, il che fa pensare che chi li ha progettati e costruiti sapesse benissimo cosa stava facendo. Della comunicazione politica del presidente degli USA abbiamo raccolto una scarna ed eloquente antologia. A confronto, la comunicazione che proviene dalla politica e dalla diplomazia della Repubblica Islamica dell'Iran si presenta come un esempio di assennata e costruttiva concretezza e ci saremmo ovviamente stupiti del contrario.
Nei primi giorni di marzo la performance di Leila Farahbakhsh le è valsa da parte delle gazzette l'attenzione che cercava, rilanciata sulle "reti sociali" da un certo numero di procedure automatiche e di buoni a nulla in carne ed ossa. "Il mio popolo aspettava quegli aerei", "il 98% della popolazione è contento, sta festeggiando", "...chi guida l'Iran oggi non capisce il linguaggio della diplomazia", "Sono una donna iraniana e ho diritto di parlare".
Nessuno ha intenzione di impedirglielo, tant'è che abbiamo pensato bene di ricorrere ad archive.org per limitare la labilità del web. Con difensori simili qualsiasi causa può tranquillamente fare a meno dei nemici.
Tanto basti per la "libera informazione", che è giusto tenere nella considerazione che merita.
All'inizio del 2026 è uscito Storia dell'Iran. Rivoluzione, guerra e resistenza (1979-2025) di Paola Rivetti, un saggio sull'attivismo politico nella Repubblica Islamica dell'Iran costruito con basi metodologiche rigorose, documentate sulla scorta di un'esperienza ultradecennale e valido al punto da farci senz'altro sorvolare sul suo ricorso al linguaggio inclusivo e la sua attenzione per cose come i "corpi non eteronormati". Sulla sollevazione del 2022 ad opera di Donna Vita Libertà e per inciso sulla "diaspora iraniana" delle Farahbakhsh, sul suo orientamento e sulla sua rilevanza, la Rivetti nota che
La grande solidarietà internazionale spesso si accompagnò ad azioni simboliche da parte dei rappresentanti istituzionali, molti dei quali strumentalizzarono le proteste per avanzare politiche e visioni islamofobe e antimigranti nel proprio paese.
La diaspora iraniana, attivissima nel sostenere e popolarizzare il messaggio delle proteste in Iran, ebbe un ruolo ambiguo: fu spesso criticata, infatti, per il tentativo di imporsi internazionalmente come leadership politica del movimento in Iran, sostituendosi alle persone in loco [A. Azizi, The Fiasco of Iranian Diaspora Politics, in «New Lines Magazine», 22 aprile 2024, https://newlinesmag.com/argument/thefiasco-of-iranian-diaspora-politics].

Durante la conferenza stampa [alla Georgetown University di Washington nel febbraio 2023] la questione dell’unità [del fronte della protesta] fu messa in primo piano, al punto che venne ritenuta più importante della visione politica sostenuta. L’attrice Golshifteh Farahani e il calciatore Ali Karimi addirittura dichiararono che chiunque avesse sollevato la questione del futuro, proponendo un assetto istituzionale per l’Iran del dopo-Repubblica islamica o chiedendo una discussione in proposito, sarebbe stato considerato un traditore. [Video of the News Conference "The Future of Iran’s Democracy Movement", 10 febbraio 2023, https://www.facebook.com/watch/?v=706189387966426.] Farzaneh, residente da molti anni a Roma, femminista e attiva nelle mobilitazioni in sostegno di Donna Vita Libertà, commentò che questa mossa era autoritaria: non teneva conto né delle posizioni degli iraniani nel paese né di quelle nella diaspora, dove esistono (come è normale) diversi posizionamenti politici.

Dall’Iran, le attività della diaspora erano viste e accolte con sentimenti contrastanti. [...] ne veniva criticata la tendenza a sostituire le voci degli iraniani di Iran invece di amplificarle, e a cooptare Donna Vita Libertà per rinforzare interessi politici specifici. I monarchici, in particolare, suscitavano –e suscitano– questa preoccupazione presso molti iraniani per il loro sostegno all’etnonazionalismo persiano, la loro islamofobia e la loro grande avversione per i movimenti progressisti incluso il femminismo [S. Toossi, Analysis: Why Are Iranian Monarchists Backing Israel over Its Gaza War?, 9 marzo 2024, https://www.aljazeera.com/features/2024/3/9/the-strange-alliancebetween-iranian-monarchists-and-israel; Reza Pahlavi Keynote Address - 2024 Israeli-American Summit, Washington D.C., 20 settembre 2024, https://www.youtube.com/watch?v=KQ0JG2-Wrck; A. Macdonald, Wife of Reza Pahlavi Posts “Women, Life, Freedom” Over Image of Israeli Soldier, in «Middle East Eye», 19 aprile 2023, https://www.middleeasteye.net/news/iran-israel-pahlavi-wife-postswoman-life-freedom-soldier. Inoltre, vi sono numerosi articoli e video sui social che catturano le voci e la forza di questa tendenza]. Inoltre, la diaspora non necessariamente ha dimostrato dimestichezza, anche per ragioni di classe, con i problemi che gli iraniani di Iran hanno, soprattutto in connessione a Donna Vita Libertà. In molti, dopo il 2022, hanno cercato di lasciare il paese per trovare rifugio all’estero a causa della repressione. Eppure, pochissime voci si sono levate dalla diaspora per mettere in luce la connessione etica e politica che esiste tra l’esprimere solidarietà a un movimento di opposizione perseguitato in un determinato paese, e la necessità di aprire i confini e offrire rifugio agli attivisti di tale movimento. [...] Infine, alcuni segmenti della diaspora rimasero sordi alla solidarietà interetnica che, fortissima, arrivò dall’Iran. Invece, usarono le proteste per rafforzare una narrativa suprematista persiana. D'abitudine, pensiamo ai movimenti sociali come attori politici progressisti ma non è necessariamente così. Infatti, è necessario considerare anche l’influenza della destra suprematista bianca sulla diaspora iraniana, soprattutto negli Stati Uniti di Trump, nel legittimare discorsi e progetti politici apertamente razzisti contro le minoranze etniche non persiane [The voice of Baluch women, Woman, Life, Freedom!, in «Slingers Collective», 8 ottobre 2022, https://slingerscollective.net/the-voice-ofbaluch-women-woman-life-freedom/].


[*] Nel linguaggio della "libera informazione" si indica con coraggio quello che i realisti meglio disposti chiamano sfrontatezza lardellata di prepotente malafede. La stessa "libera informazione" definisce imprenditore visionario chi rischia seriamente di visionare bilanci in rosso e revisori contabili sprezzanti, e ragazzo solare chi va incontro molto giovane a sorte molto grama.

02 aprile 2026

Alastair Crooke - La Repubblica Islamica dell'Iran dichiara la supremazia missilistica sui Territori Occupati: audace mossa strategica e monito sulla deterrenza nucleare


Alastair Crooke, marzo 2026

Traduzione da Strategic Culture, 27 marzo 2026.


Siamo ormai alla quarta settimana di guerra: quali saranno i prossimi avvenimenti?


Innanzitutto, l'Iran è stato sottoposto a pesanti bombardamenti la cui efficacia militare è però tutt'altro che evidente. La capacità dell'Iran di contrattaccare colpendo gli interessi statunitensi e dello stato sionista ni Paesi del Golfo persiste, e con crescente potenza. I vertici della Repubblica Islamica operano efficacemente nella modalità opaca -chiamata mosaico- che hanno deliberatamente scelto; e l'Iran continua con le sue raffiche regolari di missili e di droni elevando sempre di più il livello di sofisticata accuratezza del proprio fuoco missilistico. Il sostegno popolare alle istituzioni della Repubblica Islamica si è consolidato.
I bombardamenti statunitensi e dello stato sionista stanno causando gravi danni all'Iran, ma ci sono poche prove che questi attacchi abbiano colpito -o distrutto- le "città" missilistiche iraniane, diffuse e scavate in profondità, sparse su tutto il territorio del Paese. Le prove fanno invece pensare che, non riuscendo a distruggere le infrastrutture militari sotterranee dell'Iran, gli Stati Uniti e lo stato sionista abbiano iniziato a colpire obiettivi civili per cercare di demoralizzare la popolazione. Proprio come già visto in Libano e in Palestina.
Eppure, a sembrare fuori di dubbio è il fatto che l'Iran ha adottato una strategia attentamente ponderata, che si sta sviluppando secondo fasi distinte. Trump invece non ha neppure un piano, e ogni giorno cambia idea. Lo stato sionista un piano ce l'ha: consiste nell'assassinare il maggior numero possibile di quegli alti gradi iraniani che i sistemi di intelligenza artificiale forniti dagli USA riescono a individuare. Oltre a questo, l'obiettivo dello stato sionista è quello di smembrare l'Iran, dividerlo in piccoli stati etnici e settari e ridurlo a una realtà debole e anarchica secondo il modello siriano.
Per ora, gli obiettivi dichiarati dagli Stati Uniti hanno preso la forma di reiterate minacce di escalation che vanno dagli attacchi alle infrastrutture economiche (gli impianti di gas di South Pars) a due attacchi di un certo peso nelle immediate vicinanze dei siti nucleari iraniani (Nantaz e la centrale nucleare di Bushehr, gestita congiuntamente da Iran e Russia). Presumibilmente i missili che hanno colpito nelle vicinanze delle centrali vanno considerati come un mandare a dire che esiste la possibilità di una escalation statunitense o sionista a livello nucleare. L'Iran tuttavia ha reagito lanciando missili contro la città di Dimona, nelle immediate vicinanze dell'impianto nucleare costruitovi dallo stato sionista.
Dopo gli attacchi a Dimona, che hanno causato gravi danni, l'Iran ha rilasciato una dichiarazione recisa e significativa: ha affermato di aver raggiunto la "supremazia missilistica". Un'affermazione basata sul fatto che lo stato sionista non era stato in grado di lanciare alcun intercettore per fronteggiare l'attacco iraniano contro uno dei suoi siti strategici statali meglio sorvegliati.
Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo militare, ha detto che la guerra è "entrata in una nuova fase":
"I cieli dello stato sionista sono indifesi... Sembra che sia giunto il momento di attuare la fase successiva del piano stabilito..."
Non c'è dubbio, secondo l'esperto di questioni militari Will Schryver, che le scorte statunitensi (i siti di stoccaggio degli Stati Uniti) siano prossime ad esaurirsi e che il numero di sortite sia crollato a causa della carente manutenzione e dell'insufficiente sostegno logistico. Gli aerei con equipaggio statunitense non riescono ancora a penetrare in profondità nello spazio aereo iraniano. L'Iran invece sostiene di disporre di scorte abondanti.
Trump negli ultimi giorni ha alzato la posta in gioco e ha posto l'Iran davanti a un ultimatum: "Aprite Hormuz entro quarantotto ore o le vostre centrali elettriche civili saranno progressivamente distrutte, a partire dalla più grande". Per inciso, la centrale più grande dell'Iran è proprio quella di Bushehr, gestita congiuntamente da Iran e Russia. Sembra che Trump punti ancora a strappare una rapida capitolazione. Tuttavia l'Iran ha già respinto l'ultimatum e in risposta ne ha emesso uno proprio.


L’ultimatum dell’Ayatollah Mojtaba Khamenei a Trump

In un ben argomentato discorso lungo dodici minuti, lo Ayatollah Imam Sayyed Mojtaba Khamenei ha iniziato con i familiari toni retorici per passare poi a qualcosa di molto più significativo. La prima metà del suo discorso ha seguito il copione previsto, ma come riportato dalla commentatrice libanese Marwa Osman:
A metà discorso il tono è passato dal retrospettivo allo strategico. Sayyed Khamenei ha delineato tre richieste concrete, ciascuna con una tempistica definita: un rapido ritiro militare statunitense dal Medio Oriente; una revoca totale delle sanzioni entro sessanta giorni, e un risarcimento finanziario a lungo termine per i danni economici. Poi è arrivato l'ultimatum: se le condizioni non verranno accolte, l'Iran intensificherà la sua risposta, economicamente, militarmente e potenzialmente a livello nucleare. Non per ipotesi, ma in concreto: chiudendo lo Stretto di Hormuz, formalizzando i legami di difesa con Russia e Cina e passando dall'ambiguità alla deterrenza nucleare dichiarata.
Anche la tempistica delle reazioni dall'estero è stata eloquente. Nel giro di poche ore sia Pechino che Mosca hanno rilasciato dichiarazioni in cui mostrano di appoggiare -in modo accuratamente formulato ma inequivocabile- la linea della nuova Guida Suprema, cosa che suggerisce l'esistenza di un qualche accordo.
La guerra sta entrando in una nuova fase. Trump controlla attentamente il corso degli eventi che sono e che saranno, per quanto riguarda i loro riflessi in patria nella corsa alle elezioni di metà mandato a novembre. In genere gli statunitensi tendono a decidere come -o se- votare entro settembre/ottobre. Gli uomini di Trump stanno cercando freneticamente di trovare una via d'uscita dalla guerra che, entro l'estate, sia loro possibile presentare come una plausibile "vittoria" per Trump. Ammesso che sia possibile arrivare a qualche cosa del genere.
Simplicius suggerisce "che i minacciati imminenti attacchi di Trump contro la rete energetica iraniana abbiano un effetto destabilizzante e di distrazione, teso a consentire ai Marines statunitensi e alla 82ª Divisione aviotrasportata di conquistare l'isola di Kharg o altre isole iraniane. Fonti 'di alto livello' continuano ad affermare che l’operazione con truppe sul terreno è ancora altamente probabile".
L’Iran è evidentemente pronto a tenere testa a Trump man mano che l'escalation prosegue. In Iran la leadership viene esercitata secondo uno stile evidentemente diverso, con l'ascesa della nuova Guida Suprema: non c'è più interesse per intensificare chissà quale va e vieni, si punta a risultati decisivi in grado di cambiare il panorama geostrategico dell’Asia occidentale.
E l'Iran ritiene che Hormuz rappresenti il punto fondamentale per arrivare a tanto.
L'Iran ha istituito un corridoio marittimo delimitato e sicuro per far transitare nello Stretto di Hormuz le navi approvate e controllate dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran; condizione per il transito è che il carico venga pagato in yuan e che venga corrisposta una tassa. Si stima che le entrate potenziali per l'Iran potrebbero ammontare a ottocento miliardi di dollari l'anno con un regime normativo di questo tipo, che è simile a quello del Canale di Suez.
Questo, in teoria, permette di rifornire il mercato energetico; il problema è che l'Iran non dovrebbe far altro che limitarsi a chiudere lo Stretto se Trump dovesse attuare il suo ultimatum.
Il professor Michael Hudson osserva che le nuove richieste dell'Iran sono "di una tale portata da sembrare impensabili per l'Occidente: i paesi arabi dell'OPEC devono porre fine ai loro stretti legami economici con gli Stati Uniti, a cominciare dai data center statunitensi gestiti da Amazon, Microsoft e Google ... E [devono] cedere le riserve in petrodollari di cui dispongono, riserve che hanno sovvenzionato la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti sin dagli accordi [sui petrodollari] del 1974".
"Il riciclaggio dei petrodollari è stato alla base della finanziarizzazione e della militarizzazione del commercio mondiale del petrolio da parte degli USA, nonché della loro strategia imperiale volta a isolare i paesi recalcitranti a conformarsi all’ordine mondiale basato sulle regole statunitensi. Che non sono vere e proprie regole, ma semplicemente le pretese che gli USA avanzano", afferma il Prof. Hudson.
La stretta iraniana su Hormuz –oltre al controllo del Mar Rosso da parte degli Houthi– potrebbe strappare agli Stati Uniti il dominio sull'energia e sui suoi prezzi e, in assenza dell'afflusso di petrodollari a Wall Street, mettere fine al dominio globale finanziarizzato degli Stati Uniti.
Ciò che è in gioco in questo caso non è solo l'aspirazione della Repubblica Islamica dell'Iran di cacciare l'esercito statunitense dal Medio Oriente, ma anche un vero capovolgimento geopolitico perché i Paesi del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo e quelli asiatici come il Giappone e la Corea del Sud sarebbero costretti per necessità a diventare clientes dell'Iran per ottenere l'accesso alla via navigabile di Hormuz. E perché solo l'Iran sarebbe in grado di garantire un passaggio sicuro.
Se l'Iran riuscisse a mantenere la stretta su Hormuz, un nuovo stato di cose strategico interverrebbe a ridefinire la geopolitica in Asia.

01 aprile 2026

Хвала вам, Босна! Hvala ti, Bosno!

 

La foto che accompagna questo scritto raffigura l'interno della moschea di Haji Kurt a Mostar ed è stata scelta appositamente per contrariare e deridere "occidentalisti", buoni a nulla da rete sociale, pallonisti, molti altri singoli e molti altri aggregati che meritano di essere contrariati e derisi.
Chi scrive esprime i sensi della propria stima e della propria considerazione ai signori Vasilj, Dedic, Muharemovic, Katic, Kolasinac, Bajraktarevic, Sunijc, Basic, Memic, Demirovic e Dzeko che in un posto come Zenica (neanche a Sarajevo: a Zenica) si sono messi in pantaloncini corti anche con quattro gradi e, incitati e rampognati dal signor Barbarez, hanno spinto a furia di calci un arnese sferico al di là di un telaio fatto con tre pali di metallo più volte di quanto non lo abbiano fatto altri undici tizi più o meno provenienti dalla penisola italiana.
Grazie a loro è verosimile che colazioni dei campioni (con relative giare di creme alla nocciola), pummarole, cuochi col cappellone, valigie piene di parmigiano stipate e serrate con il piglio di chi si accinge a passare la dogana con un carico che scotta, macchinette del caffè, bevande inebrianti al sapore di detersivo per piatti che si atteggiano a squisitezze al limone e tutto il solito corredo che fa garanzia e orgoglio del verde, del bianco e del rosso a bande verticali di uguali dimensioni rimarranno lontano dai palinsesti, dalla visibilità pubblicitaria e soprattutto dalle gonadi delle persone serie per altri quattro anni almeno. 

26 marzo 2026

Alastair Crooke - La guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran sta andando da cani. E i cittadini degli USA sono costretti a farsi qualche domanda


Donald Trump, Blind Fury 2026

Traduzione da Strategic Culture, 24 marzo 2026.

La macchina propagandistica occidentale -che è l'arma strategica più potente di cui l'Occidente disponga- ha ripetutamente affermato che le forze statunitensi stanno conseguendo una vittoria rapida e schiacciante sull'Iran.
Allo stesso tempo, funzionari dei servizi dello stato sionista stanno contattando i media occidentali, dicendo di scorgere crescenti segni di disordine e di "caos" nel governo di Tehran, e aggiungendo che la catena di comando iraniana sarebbe stata compromessa da gravi perdite.
E perché mai non dirsi sicuri di una vittoria schiacciante? Trump è presumibilmente entrato in guerra con estrema fiducia nel fatto che la potenza militare statunitense avrebbe annientato la struttura statale, la catena di comando e la capacità militare iraniane. I suoi generali sembravano avallare in linea di principio tanta sicurezza, ma aggiungevano anche diversi "ma" che con ogni probabilità non hanno trovato spazio nei meccanismi mentali di Trump.
Insomma, Trump ha proceduto proprio a questo: a una "distruzione" totale. Ondate continue di bombardamenti a distanza. A chi dubita del suo successo nel far crollare la struttura statale iraniana, egli ribatte semplicemente che si andrà avanti a distruggere ancora di più. "Uccideremo altri loro leader".
I media occidentali -compresi quelli dello stato sionista- dopo gli attacchi del 28 febbraio hanno anch'essi esaltato in articoli sull'argomento il carattere devastante del colpo sferrato contro la leadership politica e militare della Repubblica Islamica dell'Iran.
Non è stato fatto alcun tentativo di riflettere criticamente del suo effetto su uno Stato che si stava preparando da venti o quarant'anni a una risposta asimmetrica a una guerra incombente. Non è stato fatto alcuno sforzo per riflettere sul reale impatto delle bombe su uno Stato che ha rimosso tutta la sua infrastruttura militare (compresa la sua "aviazione") dalla superficie terrestre, solo per seppellirla in profondi insediamenti sotterranei.
Non è stato fatto alcuno sforzo per valutare l'impatto dell'uccisione dei capi politici e militari iraniani sull'atteggiamento dell’opinione pubblica. Non si è nemmeno cercato di capire in che modo il "mosaico" della leadership decentralizzata iraniana potesse fornire una risposta tanto rapida quanto pianificata in anticipo alla decapitazione dei suoi vertici. E neppure è stato preso in considerazione il fatto che una struttura di leadership tanto diffusa avrebbe permesso all'Iran di perseguire una lunga guerra di logoramento contro gli Stati Uniti e contro lo stato sionista, in contrasto con l'insistere degli USA e dello stato sionista su guerre brevi che non mettono a dura prova la resilienza popolare.
Al contrario, tutta la copertura mediatica mainstream si è concentrata sull'entità dei danni inflitti a Tehran e alla sua popolazione, forte della implicita presunzione per cui la distruzione delle infrastrutture civili e l'alto numero di vittime civili avrebbero, di per sé, concretizzato una opposizione che si sarebbe "sollevata" e avrebbe "preso le redini" del governo del Paese.
Il fatto che così pochi elementi di questo conflitto siano stati presi adeguatamente in considerazione riflette il fatto che gli Stati Uniti hanno sempre più modellato il loro modo di pensare alla guerra su quello da tempo messo in atto dallo stato sionista. E questo, forse, avrà conseguenze di vasta portata per il futuro dell'Occidente.
Naturalmente esistono ufficiali statunitensi in servizio effettivo che hanno ripetutamente messo in evidenza l'inadegutezza dei bombardamenti massicci come strumento strategico a sé stante, sostenendo che essi non hanno mai portato i risultati attesi; i loro inviti alla cautela tuttavia hanno avuto scarso impatto a fronte del prevalente zeitgeist improntato all'annientamento.
Lo stesso linguaggio utilizzato da Trump e dai suoi per descrivere gli iraniani come malvagi subumani e assassini di bambini è chiaramente destinato a polarizzare lo scontro, al punto da escludere strategie militari diverse dal procedere oltre sulla strada dell'annientamento.
Trump ha dichiarato ai giornalisti del New York Times "di non sentirsi vincolato da alcuna legge, norma, controllo o equilibrio internazionale", e che "gli unici limiti alla sua capacità di usare la potenza militare ameriKKKcana" erano "la mia [sua] stessa moralità. La mia stessa mentalità. È l'unica cosa che può fermarmi".
Secondo quanto riferito, sarebbe rimasto stupito dal fatto che l'attacco a sorpresa degli Stati Uniti contro la leadership iraniana avesse prodotto una immediata risposta sotto forma di contrattacchi alle basi statunitensi nel Golfo: "Non ce lo aspettavamo", ha detto Trump; né aveva previsto la successiva chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz, sebbene gli iraniani avessero detto senza mezzi termini che avrebbero fatto proprio questo. Era consapevole del rischio, eppure è andato avanti, affermando di "non aver pensato" che gli iraniani avrebbero assunto il controllo dello stretto di Hormuz.



Le dinamiche del commercio mondiale di petrolio e gas

Controllare un flusso che ammonta a circa il 20% del petrolio mondiale e quello di un volume analogo di gas in transito per Hormuz conferisce all’Iran un potere senza paragoni sull'intera sfera economica basata sul dollaro. Una realtà che rappresenta una minaccia ancora più specifica per gli Stati del Golfo, poiché Hormuz funge anche da corridoio per fertilizzanti, approvvigionamenti alimentari e molto altro ancora.
La chiusura selettiva di Hormuz comporta poi conseguenze economiche globali di seconda e di terza ricaduta per il resto del mondo. Come ha osservato il 23 marzo Lloyd's Intelligence,
Diversi governi –tra cui quelli di India, Pakistan, Iraq, Malesia e Cina– sono in trattativa diretta con Tehran, che coordina i transiti delle navi tramite un nuovo sistema di registrazione e controllo gestito dai Guardiani della Rivoluzione Islamica ... Lloyds ... ritiene [che] i Guardiani della Rivoluzione Islamica dovrebbero far entrare in vigore nei prossimi giorni un processo più formalizzato per l'approvazione del transito delle navi.
Allora per quale motivo lo stato sionista ha intensificato in modo tanto strategico gli attacchi ai terminali iraniani che ricevono gas dal giacimento di South Pars, che la Repubblica Islamica dell'Iran condivide con il Qatar? Lo stato sionista continua a dire che Trump abbia dato il via libera per l’attacco. Trump ha risposto che "lo stato sionista ha attaccato oggi il giacimento di gas South Pars in Iran senza informare gli Stati Uniti o il Qatar".
L'attacco alle infrastrutture energetiche iraniane ha, com'era prevedibile, innescato una escalation con attacchi missilistici iraniani alle infrastrutture energetiche del Golfo e alzando così il livello del conflitto a quello di una guerra economica dalle gravi conseguenze.
In sostanza, a essere adesso in discussione sono i termini in base ai quali il mondo potrà acquistare petrolio e gas. Gli acquirenti potranno acquistare energia pagandola in valute diverse dal dollaro? Sembra di sì: il Pakistan è riuscito a negoziare il passaggio dei propri carichi attraverso Hormuz proprio in questo modo, dimostrando che gli acquisti erano stati pagati in yuan.
La questione, quindi, non riguarda solo la presenza militare statunitense nella regione -cui l'Iran insiste nel voler porre termine- ma l'intento di porre completamente fine al commercio in dollari nella regione.
Questo -se l'Iran riuscirà a spuntarla- potrebbe rappresentare la (difficile) via d’uscita per la sopravvivenza economica degli Stati del Golfo.
Gli Stati del Golfo potrebbero presto dover decidere da che parte stare in questa guerra. Da un lato, si sono integrati corpo e anima nello stile di vita mercantilista statunitense, che corrisponde al paradigma che l'Iran minaccia di rovesciare. Dall'altro, le prospettive future del Golfo -su cui dovranno riflettere- potrebbero dipendere dalla disponibilità della Repubblica Islamica dell'Iran a consentire loro di attraversare Hormuz.
Se la stretta dell'Iran sul sistema economico globale venisse esercitata in modo selettivo, ovvero secondo criteri specifici, è possibile che altri Stati -compresi quelli europei- possano essere costretti a venire a compromessi con Tehran per garantire il proprio benessere economico futuro.


Le strutture di potere invisibili degli Stati Uniti

In ogni caso, non sono soltanto le monarchie del Golfo a dover riflettere su quale posizione assumere a seguito di questa guerra economica sconsiderata e potenzialmente molto dannosa. Negli Stati Uniti c’è chi insiste sul fatto che anche gli statunitensi debbano considerare come comportarsi.
Il commentatore statunitense Bret Weinstein ha recentemente impressionato molti statunitensi che, come lui, avevano sostenuto attivamente Trump e che sono rimasti confusi e turbati dalla sua partecipazione a una guerra contro l'Iran, specialmente perché tutto questo ha messo in blico la sua presidenza.
"Perché un uomo [come] Trump, che di politica ci capisce, dovrebbe commettere un errore così evidente?"
In una discussione con Tucker Carlson, Weinstein ha suggerito che uno dei motivi potrebbe essere che Trump in realtà non ha il controllo della situazione:
"Noi statunitensi dobbiamo fare un esame di coscienza non solo su quanto male funzioni il sistema e su cosa ci spinga a fare, ma su come esso funzioni effettivamente. Su [chi] è che ci spinge a fare ciò che facciamo".
La questione va al di là del fatto che Trump ha infranto la promessa fatta in campagna elettorale per cui non ci sarebbe stata "nessuna nuova guerra all’estero". Reuters riporta oggi che "l'amministrazione Trump sta valutando di dispiegare migliaia di soldati statunitensi in più in Medio Oriente – mentre Trump nei confronti dell'Iran prende in considerazione tra le prossime mosse il tentativo di mettere in sicurezza lo Stretto".
Weinstein ha sottolineato nella sua conversazione con Tucker Carlson che da tempo -dal 1961 o 1963- il sistema statunitense sembra essere gravemente compromesso: non ha più a cuore gli interessi statunitensi. Infatti, ha sostenuto, la linea politica degli USA è diventata visibilmente antitetica ai reali interessi degli statunitensi in molti ambiti, dalla finanza alla sanità. E che lo Stato si era trasformato in una struttura "anticostituzionale" dopo gli eventi del novembre 1963, diventando l'esatto opposto di ciò che gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere.
Weinstein attribuiva questa situazione a "qualcosa" di non dichiarato; qualcosa che sfugge all'osservazione del visibile. Ha avanzato l'idea dell'esistenza di una "struttura di potere nascosta" il cui controllo e i cui interessi non sono affatto chiari: "Cosa la guida? Chi detiene esattamente il potere in questo sistema? Non lo sappiamo", ha sostenuto. Quali erano gli interessi non dichiarati che hanno spinto gli Stati Uniti a tutta una serie di guerre in Medio Oriente?
Ecco perché il caso Epstein è così importante, ha sottolineato Weinstein: i pochi dettagli resi noti hanno delineato una struttura di potere che coinvolgeva servizi segreti, denaro e corruzione, rivelando una acuta crisi costituzionale e con rischi per la sicurezza su cui negli USA si è taciuto.
I cittadini degli USA avevano bisogno di essere prontamente informati su cosa fosse questa struttura di potere e su quali fossero i suoi intenti. E successivamente di discutere su quale atteggiamento assumere e su come recuperare gli elementi che potrebbero portare al ripristino di un assetto statale che abbia al centro i loro interessi.

18 marzo 2026

Alastair Crooke - Il piano di Trump per la guerra contro la Repubblica Islamica dell'Iran? Non avere nessun piano.


Missile antinave 2026


Traduzione da Strategic Culture, 16 marzo 2026.

La condotta delle ostilità fondata su attacchi aerei a distanza, tipica degli Stati Uniti e dello stato sionista, viene messa in discussione da una guerra strategica asimmetrica di tipo molto diverso. Una guerra pianificata per la prima volta dalla Repubblica Islamica dell'Iran più di venti anni fa.
È importante tenerlo presente quando si cerca di valutare quale sia il vero bilancio della guerra. È come paragonare arance e limoni; sono cose profondamente diverse.
Gli Stati Uniti e lo stato sionista stanno sganciando un gran numero di ordigni a distanza sull'Iran. Ma fino a che punto e con quale effetto? Non è dato saperlo.
Sappiamo, tuttavia, che l'Iran ha un suo piano di guerra asimmetrica. Una piano la cui attuazione è solo all'inizio, e che si muove per gradi verso un pieno sviluppo. Il pieno dell'arsenale missilistico iraniano non è ancora venuto allo scoperto, e neppure i suoi missili più recenti, i suoi droni sommergibili e le motovedette da guerra dotate di missili antinave, che devono ancora essere dispiegate. Quindi non conosciamo il pieno potenziale dell'Iran e non possiamo dire quale effetto potrebbe avere il suo dispiegamento completo. Hezbollah invece è adesso pienamente operativo, e gli Houthi (apparentemente) stanno aspettando il via libera per bloccare Bab el-Mandeb così come è stato bloccato lo stretto di Hormuz.
L'origine della strategia asimmetrica iraniana risale al 2003, quando gli USA distrussero totalmente il comando militare centralizzato iracheno con una massiccia campagna aerea durata tre settimane.
All'indomani della guerra in Iraq, per gli iraniani si pose la questione di come costruire una struttura militare deterrente dal momento che non possedevano e che non potevano possedere nulla che assomigliasse a un potenziale aereo paragonabile. E in una situazione in cui gli Stati Uniti potevano anche osservare dall'alto le condizioni delle infrastrutture militari iraniane grazie alle loro telecamere satellitari ad alta risoluzione.
Ebbene, la prima contromisura fu semplicemente quella di lasciare il meno possibile della struttura militare iraniana allo scoperto, in modo che non potesse essere osservata dall'alto o dallo spazio. Le sue componenti dovevano essere sotterranee. E in profondità; al di là della portata della maggior parte degli ordigni.
In secondo luogo, i missili trincerati in profondità potevano effettivamente diventare la forza aerea della Repubblica Islamica dell'Iran, ovvero potevano sostituire una forza aerea convenzionale. L'Iran ha quindi costruito e accumulato missili per più di vent'anni.
Grazie all'intensa attività di ricerca intrapresa nel campo della tecnologia missilistica, secondo quanto riferito la Repubblica Islamica dell'Iran produce 10-12 modelli di missili da crociera e balistici. Alcuni sono ipersonici; altri possono trasportare una serie di submunizioni esplosive guidabili, destinate a evitare le misure di difesa antimissile.
I missili di grandi dimensioni vengono lanciati da profondi silos sotterranei dispersi per tutto l'Iran, che è grande come l'Europa occidentale ed è ricco di catene montuose e di foreste. Anche i missili antinave sono disseminati lungo le estese coste del Paese.
La terza contromisura è stata quella di trovare una soluzione alla decapitazione dei comandi militari, che nel 2003 fu perseguita con successo nel caso di Saddam Hussein grazie alla strategia dello "Shock and Awe".
Nel 2007 venne adottata la dottrina mosaico.
Fondamento della dottrina, la divisione dell'infrastruttura militare iraniana in comandi provinciali autonomi, ciascuno con le proprie scorte di munizioni, i propri silos missilistici e, ove opportuno, le proprie forze navali e le proprie formazioni di milizia.
Ai comandanti locali sono stati affidati piani di battaglia delegati in anticipo, insieme al potere di lanciare azioni militari di propria iniziativa nel caso di un attacco diretto a decapitare i vertici a Tehran. Piani di battaglia e protocolli sarebbero sati attivati automaticamente in seguito all'eliminazione delle massime cariche.
Nella Repubblica Islamica dell'Iran l'articolo 110 della Costituzione del 1979 conferisce il ruolo di comandante in capo delle forze armate esclusivamente alla Guida Suprema. Nessuno, e nessuna istituzione, può ignorare o revocare le sue direttive. Qualora la nuova Guida Suprema venisse uccisa, entrerebbero comunque in vigore le direttive da essa stabilite in anticipo e nessun'altra autorità avrebbe il potere di interferirvi.
In breve, se un attacco ne decapita i vertici, l'apparato militare iraniano opera come un sistema automatico e decentralizzato per la ritorsione e non può essere facilmente fermato o controllato.
L'editorialista militare Patricia Marins osserva:
L’Iran sta conducendo una guerra asimmetrica quasi perfetta, assorbendo gli attacchi, rendendo strategicamente inutilizzabili le basi circostanti, distruggendo i radar e mantenendo il controllo dello Stretto di Hormuz, pur conservando la propria capacità missilistica.
Gli Stati Uniti e lo stato sionista si trovano in una situazione estremamente difficile perché conoscono un solo tipo di guerra [il bombardamento aereo indiscriminato di obiettivi prevalentemente civili, dal momento che non riescono a distruggere gli insediamenti missilistici sotterranei]. Ora si trovano di fronte a un Iran strategicamente ben posizionato, che combatte secondo i propri termini e secondo i propri tempi. Cosa ha fatto l’Iran? Si è concentrato sulla resilienza contro i bombardamenti. E ha conservato quasi tutto il suo arsenale in grandi basi sotterranee che gli Stati Uniti e lo stato sionista hanno già cercato di violare impiegando enormi quantità di ordigni.
Un’altra importante lezione che l’Iran ha tratto dalla guerra del 2003 in Iraq è stata che la condotta bellica di Stati Uniti e stato sionista è centrata per intero su brevi bombardamenti aerei per decapitare i vertici della leadership e le strutture di comando. Le vulnerabilità che una struttura di comando centralizzata implica sono state contrastate dall'adozione di una struttura a mosaico, che ha decentralizzato e distribuito in modo ampio la struttura di comando su più livelli, in modo che non potesse andare in tilt nel caso di un attacco di sorpresa che ne eliminasse i vertici.
Una ulteriore intuizione strategica che l'Iran ha ricavato dalla guerra in Iraq è che l’Occidente è strutturato militarmente per guerre aeree brevi e intense.
Dal punto di vista iraniano la contromisura era quella di "andare sul lungo periodo". La decisione strategica dell'attuale leadership iraniana di optare per una guerra lunga deriva direttamente da questa intuizione, ovvero dall'assunto che le forze armate occidentali siano costruite per un approccio del tipo "spara e scappa", oltre che dalla convinzione che il popolo iraniano sia più resiliente ai mali della guerra rispetto all'opinione pubblica dello stato sionista o a quella occidentale.
I meccanismi alla base della scelta di far durare la guerra fino a farla diventare controproducente per Trump riguardano essenzialmente il solo campo della logistica.


L'Iran stringe sulla logistica

Lo stato sionista e gli Stati Uniti si sono preparati ed equipaggiati fin dal principio per una guerra breve. Nel caso degli Stati Uniti, addirittura brevissima: dal sabato mattina in cui è stato assassinato Khamenei fino al lunedì in cui i mercati azionari statunitensi avrebbero riaperto.
L'Iran ha reagito entro un'ora dall'assassinio dell'Imam Khamenei secondo le direttive già impartite ai sensi della strategia mosaico, prendendo di mira le basi statunitensi nel Golfo Persico. Secondo quanto riferito il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha utilizzato vecchi missili balistici e droni prodotti attorno al 2012 e 2013. Lo scopo di utilizzare vecchi missili e droni in modo così generoso era chiaramente quello di ridurre le scorte di missili intercettori a disposizione delle basi statunitensi nel Golfo.
Al tempo stesso è stato intrapreso un analogo processo volto a ridurre le scorte di missili intercettori dello stato sionista. In tutto il Golfo e nello stato sionista, la penuria di intercettori è diventata evidente.
Il primo livello della stretta sulla logistica è stato questo.
Il secondo livello è la stretta economica ed energetica causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz nei confronti degli avversari, ma non degli amici. La chiusura di Hormuz ha lo scopo di innescare una crisi finanziaria e nelle linee di rifornimento in Occidente, in modo da esercitare una stretta sulle prospettive finanziarie che la guerra potrebbe offrire all'Occidente. Indebolire i mercati significa indebolire la determinazione di Trump.
Il terzo livello riguarda il sostegno alla guerra da parte dell'opinione pubblica statunitense. Il rifiuto iraniano di accettare di aprire trattative o un cessate il fuoco, optando invece per una guerra lunga, fa naufragare le aspettative dell'opinione pubblica, sfida le previsioni sul consenso e fa aumentare l'ansia e l'incertezza.
Quali potrebbero quindi essere gli obiettivi finali dell’Iran? In primo luogo, rimuovere la costante minaccia di un attacco militare. Poi forzare la revoca delle sanzioni -assedio costante al popolo iraniano- e la restituzione dei beni congelati. In ultimo, la fine dell’occupazione sionista di Gaza e dei territori palestinesi.
Forse l'Iran crede anche di poter rovesciare l'equilibrio geopolitico nell'area del Golfo Persico per sottrarre i punti nevralgici per la navigazione e i corridoi marittimi della regione all'egemonia statunitense e aprirli al passaggio delle navi dei BRICS, senza sanzioni, sequestri o blocchi da parte di Washington. Lanciando così una sorta di "libertà di navigazione" al contrario -per così dire- nel senso originale dell’espressione.
Chiaramente, la leadership iraniana comprende perfettamente che se i piani per la guerra asimmetrica avessero successo, potrebbero stravolgere l’equilibrio geostrategico non solo dell’Asia occidentale, ma del mondo intero.
E allora, che ne è del piano di Trump? Il biografo del Presidente Michael Wolff ha detto il 15 marzo:
Lui [Trump] non ha nessun piano. Non sa cosa sta succedendo. Non è davvero in grado di formulare un piano. Mette su un'iniziativa che fa del chiasso, e nella sua mente questo diventa anche un motivo di orgoglio: nessuno sa cosa farò dopo, quindi tutti hanno paura di me, e questo mi rende oltremodo potente. Non avere un piano diventa il piano.
La metafora, suggerisce Wolff, è quella di Trump come istrione:
Sale sul palco e improvvisa man mano che procede; ed è molto orgoglioso di questa capacità, che è una capacità notevole.
Wolff descrive Trump dicendo:
"Fermeremo la guerra. Inizieremo la guerra. Li bombarderemo; negozieremo; otterremo una resa incondizionata". Nulla accade se non per sua [di Trump] iniziativa. E questa cambia di momento in momento.
In realtà, l'unico criterio che conta per Trump è di essere considerato un vincitore. Il 15 marzo ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno vinto la guerra: "Abbiamo vinto. Abbiamo vinto la scommessa nella prima ora". Solo che nel giro di un altro paio di settimane la vulnerabile volubilità della sua condotta potrebbe diventare più evidente intanto che i mercati del petrolio, azionari e obbligazionari precipitano in una spirale al ribasso. Trump sta telefonando in giro cercando di trovare qualcuno che possa offrirgli una via d’uscita vincente dalla guerra che ha iniziato lui.
Solo che su quando finirà la guerra gli iraniani possono dire la loro.
E hanno fatto sapere che per quanto li riguarda è appena cominciata.

04 marzo 2026

Alastair Crooke - Iran. Trump la fa finita con quell'inganno che chiama diplomazia

Traduzione da Strategic Culture, 2 marzo 2026.

I negoziati diplomatici di giovedì 26 febbraio -nonostante le ostentazioni di ottimismo da parte di mediatori e negoziatori- hanno confermato una impasse sostanziale.
Le richieste che gli Stati Uniti presentavano all'Iran erano:
- Lo smantellamento completo dei siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan.
- Il trasferimento agli Stati Uniti di tutto l'uranio arricchito.
- La fine di tutte le clausole di caducità, con l'obbligo di restrizioni permanenti.
- L'accettazione della fine delle operazioni di arricchimento, con la sola eccezione del reattore di ricerca di Tehran.
- Un alleggerimento minimo delle sanzioni, con un ulteriore alleggerimento solo dopo la piena conformità a quanto sopra.
Queste richieste erano chiaramente formulate per ostacolare -piuttosto che facilitare- qualsiasi soluzione diplomatica. Esse riflettono una strategia che presuppone una radicata convinzione che l'Iran sia un Paese debole che avrebbe sicuramente capitolato davanti alla dimostrazione di forza militare degli Stati Uniti. Questa ipotesi è sempre stata presuntuosa. Si è rivelata palesemente falsa, poiché, come prevedibile, Tehran ha respinto le richieste degli Stati Uniti:
- [L'Iran] ha insistito sul riconoscimento del suo diritto (ai sensi del Trattato di non Proliferazione) di arricchire l'uranio per scopi civili.
- Non ha accettato di porre fine all'arricchimento.
- Ha rifiutato di trasferire al di fuori del proprio territorio l'uranio che ha arricchito.
- Ha insistito sul fatto che qualsiasi accordo deve includere sia il riconoscimento del suo diritto all'arricchimento, sia una significativa revoca delle sanzioni. L'Iran rifiuta l'idea di dover essere soggetto a restrizioni di natura indefinita.
Il clima alla fine dei colloqui era decisamente ottimista. Il primo negoziatore iraniano, il ministro degli Esteri Araghchi, ha dichiarato: "La sessione di oggi è stata la più produttiva finora. Abbiamo presentato con chiarezza le nostre richieste". La parte iraniana voleva che fosse chiaro, sia per il pubblico in Iran che per quello fuori dal Paese, che aveva (almeno) negoziato in modo serio.
Tuttavia secondo alcune fonti statunitensi la decisione di attaccare era già stata presa durante l'incontro del 29 dicembre 2025 tra Netanyahu e Trump a Mar-a-Lago.
I vertici della Repubblica Islamica dell'Iran avevano ben compreso che qualsiasi concessione che l'Iran avrebbe potuto ragionevolmente offrire nei colloqui non avrebbe dato a Trump la rapida "vittoria" politica che desiderava. Tanto più che l'Iran insisteva sul fatto che la difesa missilistica non era negoziabile.
Pur ponendo il programma nucleare iraniano al centro dei colloqui, il segretario di Stato americano Rubio in vista di questo (ultimo) giro di negoziati aveva comunque sottolineato che dal punto di vista di Washington la minaccia dei missili balistici iraniani era "una componente fondamentale che non può essere ignorata".
L'improbabile affermazione di Rubio è tuttavia in linea con quanto riportato dalla stampa ebraica dello stato sionista, secondo cui dopo l'incontro di Netanyahu con Trump nel dicembre 2025 era stato Netanyahu a chiedere che gli Stati Uniti colpissero le capacità missilistiche dell'Iran e che l'attacco all'arsenale dei missili balistici avesse la priorità rispetto agli attacchi alle strutture nucleari iraniane.
Lo stesso articolo (pubblicato nello stato sionista) riferiva che Trump aveva accettato la pressante richiesta di Netanyahu.
In tutto questo Trump è rimasto irremovibile sul fatto che, qualunque fosse stato l'esito dell'impasse iraniana -che ci si arrivasse perché l'Iran aveva capitolato o che ci si arrivasse col ricorso alla forza- lui personalmente avrebbe dovuto uscire dal confronto apparendo "forte" e con un "risultato storico" al suo attivo.

Una guerra alla ricerca di una giustificazione

Così, con la fine della diplomazia, il conflitto si è spostato dal regno del calcolo strategico e del realismo a quello del condizionamento psicologico. Cioè, al trovare il modo per presentare una guerra senza alcun motivo chiaro agli occhi di un pubblico statunitense sempre più scettico. E al come scatenare la guerra nel modo migliore per fornire il giusto vantaggio psicologico a Trump in vista delle elezioni di metà mandato.
Da qui derivano le assurde affermazioni di Trump secondo cui l'Iran sta lavorando alla produzione di missili balistici intercontinentali con cui attaccare il territorio degli Stati Uniti. In questa narrativa psicologica, Trump non sta solo salvando lo stato sionista, sta salvando l'AmeriKKKa!
Questa priorità sul condizionamento psicologico sta costringendo un'amministrazione Trump già di per sé divisa ad allontanarsi sempre più dalla realtà, nell'affannosa ricerca di un casus belli plausibile per giustificare l'attacco militare contro l'Iran. L'Iran, nonostante le affermazioni di Rubio, non minaccia gli Stati Uniti con missili balistici intercontinentali. L'Iran non rappresenta affatto una minaccia per gli Stati Uniti, né possiede armi nucleari.
Non fatevi illusioni, osserva Will Schryver:
Questa è una guerra voluta dagli Stati Uniti. Questa guerra, con tutte le sue conseguenze, è responsabilità degli Stati Uniti. Questa è la guerra di Trump. Questa guerra è iniziata il 3 gennaio 2026, per ordine diretto di Donald Trump.
Solo che per l'entourage di Trump affermare apertamente che attaccare l'Iran serve a consolidare l'egemonia dello stato sionista in Medio Oriente viene considerato un argomento poco allettante al fine di promuovere "un'altra grande guerra in Medio Oriente" presso un elettorato statunitense che non vuole saperne di caduti e che è sempre più scettico nei confronti della priorità data da Trump agli interessi dello stato sionista.
L'imbarazzo per la mancanza di una giustificazione per la guerra è diventato secondo ogni evidenza così acuto che i funzionari statunitensi hanno concordato che a colpire per primo sarebbe dovuto essere lo stato sionista, al fine di rendere una guerra contro l'Iran il più accettabile possibile, sul piano politico, per l'opinione pubblica interna.
Anna Barsky in una edizione in ebraico di Ma'ariv della scorsa settimana ha sostenuto che il suggerimento che fosse lo stato sionista a "passare all'azione per primo"
... passa dall'ironico al agghiacciante. Perché delinea uno scenario in cui lo stato sionista compie, consapevolmente e intenzionalmente, il primo passo di una mossa che mira prima di ogni altra cosa a influenzare l'opinione pubblica negli Stati Uniti.
Trump immaginava dapprincipio che ammassare forze statunitensi fosse di per sé sufficiente a incutere tanta soggezione all'Iran da renderne scontata la capitolazione. Witkoff lo ha detto chiaramente su Fox News: Trump era confuso e frustrato dal fatto che l'Iran non avesse ancora capitolato davanti a un tale dispiegamento di forze vicino al proprio territorio.
Solo che al di là di questo Trump –che vive di dichiarazioni roboanti e di promesse sulla "incredibile potenza militare ameriKKKana"– era rimasto sconcertato a veder trapelare notizie secondo cui, nonostante l'accumulo di forze, gli Stati Uniti non hanno la capacità militare "per sostenere [qualcosa di più di] un intenso assalto aereo di quattro o cinque giorni sull'Iran - o una settimana di attacchi di minore intensità".
Trump, successivamente, ha contraddetto i suoi generali. I generali gli avevano esibito un quadro molto più complesso: non erano disposti a garantire il rovesciamento della Repubblica Islamica dell'Iran, non ci sarebbe stata alcuna certezza sulla durata della campagna, e non sarebbe stato possibile prevedere con precisione la risposta di Tehran, né le implicazioni a livello regionale.
Probabilmente e nonostante gli avvertimenti, Trump immaginava (o sperava...) una breve guerra sanguinosa di pochi giorni, dopo la quale avrebbe potuto proclamare la "vittoria" in mezzo alle macerie sparse ovunque, per poi sperare di barcamenarsi verso un cessate il fuoco intanto che i media avrebbero titolato a caratteri di scatola che "Trump fa la pace". Un'altra volta.
Le guerre, ovviamente, non sono mai determinate da una sola parte. L'Iran aveva avvertito che se fosse stato attaccato avrebbe scatenato una guerra totale, non solo in Iran ma in tutta la regione. Già dal primo giorno di guerra questo è quello che l'Iran ha fatto, con attacchi alle basi statunitensi in tutto il Golfo Persico: le basi militari statunitensi sono in fiamme e fumano sotto gli occhi di tutti.
Le principali compagnie petrolifere hanno appena sospeso le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz.
Trump –ma più precisamente Netanyahu– ha appena scatenato una guerra su più fronti, con attacchi contro lo stato sionista che arrivano da molte direzioni (dall'Iran, dallo Yemen, dall'Iraq ...). È più probabile una guerra lunga che una guerra rapida.
Trump è bloccato in una situazione di Zugzwang. È costretto a muovere contro l'Iran, ma così facendo aggrava la propria situazione. Secondo quanto riferito, "molti all'interno del Pentagono ritengono che gli Stati Uniti andranno incontro a un disastro epocale se si impegneranno eccessivamente in un conflitto su larga scala con l'Iran [e non agiranno in modo ‘brillante’]".
Nonostante questo, lo slancio ideologico bellicista proveniente dal campo di Netanyahu e dai suoi vari alleati e finanziatori negli Stati Uniti si è rivelato irresistibile. Questi ultimi vedono un attacco degli Stati Uniti come un'occasione di quelle che arrivano una volta sola in una generazione per ridisegnare la mappa geostrategica, per rifondare l'Iran come alleato filo-occidentale dello stato sionista in una nuova coalizione in guerra contro il radicalismo islamico.
Tali intendimenti, per quanto fantasiosi, non dovrebbero essere liquidati con leggerezza. Sono profondamente radicati in un certo ambiente culturale e in varie credenze escatologiche.
La logistica bellica ha una sua dinamica: una volta avviato il dispiegamento militare, occorre un grande sforzo per invertire la tendenza. All'inizio della prima guerra mondiale si rivelò impossibile per i leader europei invertire la dinamica del dispiegamento, semplicemente a causa dei limiti intrinseci del sistema ferroviario. Ci vuole un grande sforzo per arrestare una guerra su vasta scala.
Nel dare il via a una prova di forza globale tanto determinante, Trump non sarà in grado, proprio come re Canuto, di "ordinare" alla marea di ritirarsi. Ha dato il via a eventi che determineranno il nostro futuro geopolitico globale. Il futuro di Cina, Russia e Iran sarà in bilico, in un modo o nell'altro.
Anche l'ordine economico è in bilico. La soluzione di Trump alla crisi del debito dipende in gran parte dalla sua guerra commerciale. La praticabilità dei dazi con cui Trump intende mitigare i suoi obblighi sul debito dipende dall'egemonia del dollaro. E l'egemonia del dollaro è in gran parte una funzione del mantenimento del mito dell'invulnerabilità militare eccezionale degli Stati Uniti.
Ma con l'Iran che ha smascherato a tutti gli effetti il suo bluff, Trump si trova di fronte alla scelta umiliante tra l'abbassare la cresta per uscire dal pasticcio manipolando qualche pronta richiesta di cessate il fuoco -come fece a giugno 2025 nella guerra dei 12 giorni per proclamare la "vittoria"- oppure, nel caso la guerra dovesse protrarsi, accettare che l'esercito statunitense venga percepito come una tigre di carta e vedere le conseguenze ripercuotersi sul mercato del debito.
Trump è un sostenitore davvero convinto dello stato sionista, ma è a un passo dal far naufragare la sua presidenza su questo scoglio.
Forse non aveva scelta.