04 marzo 2026

Alastair Crooke - Iran. Trump la fa finita con quell'inganno che chiama diplomazia

Traduzione da Strategic Culture, 2 marzo 2026.

I negoziati diplomatici di giovedì 26 febbraio -nonostante le ostentazioni di ottimismo da parte di mediatori e negoziatori- hanno confermato una impasse sostanziale.
Le richieste che gli Stati Uniti presentavano all'Iran erano:
- Lo smantellamento completo dei siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan.
- Il trasferimento agli Stati Uniti di tutto l'uranio arricchito.
- La fine di tutte le clausole di caducità, con l'obbligo di restrizioni permanenti.
- L'accettazione della fine delle operazioni di arricchimento, con la sola eccezione del reattore di ricerca di Tehran.
- Un alleggerimento minimo delle sanzioni, con un ulteriore alleggerimento solo dopo la piena conformità a quanto sopra.
Queste richieste erano chiaramente formulate per ostacolare -piuttosto che facilitare- qualsiasi soluzione diplomatica. Esse riflettono una strategia che presuppone una radicata convinzione che l'Iran sia un Paese debole che avrebbe sicuramente capitolato davanti alla dimostrazione di forza militare degli Stati Uniti. Questa ipotesi è sempre stata presuntuosa. Si è rivelata palesemente falsa, poiché, come prevedibile, Tehran ha respinto le richieste degli Stati Uniti:
- [L'Iran] ha insistito sul riconoscimento del suo diritto (ai sensi del Trattato di non Proliferazione) di arricchire l'uranio per scopi civili.
- Non ha accettato di porre fine all'arricchimento.
- Ha rifiutato di trasferire al di fuori del proprio territorio l'uranio che ha arricchito.
- Ha insistito sul fatto che qualsiasi accordo deve includere sia il riconoscimento del suo diritto all'arricchimento, sia una significativa revoca delle sanzioni. L'Iran rifiuta l'idea di dover essere soggetto a restrizioni di natura indefinita.
Il clima alla fine dei colloqui era decisamente ottimista. Il primo negoziatore iraniano, il ministro degli Esteri Araghchi, ha dichiarato: "La sessione di oggi è stata la più produttiva finora. Abbiamo presentato con chiarezza le nostre richieste". La parte iraniana voleva che fosse chiaro, sia per il pubblico in Iran che per quello fuori dal Paese, che aveva (almeno) negoziato in modo serio.
Tuttavia secondo alcune fonti statunitensi la decisione di attaccare era già stata presa durante l'incontro del 29 dicembre 2025 tra Netanyahu e Trump a Mar-a-Lago.
I vertici della Repubblica Islamica dell'Iran avevano ben compreso che qualsiasi concessione che l'Iran avrebbe potuto ragionevolmente offrire nei colloqui non avrebbe dato a Trump la rapida "vittoria" politica che desiderava. Tanto più che l'Iran insisteva sul fatto che la difesa missilistica non era negoziabile.
Pur ponendo il programma nucleare iraniano al centro dei colloqui, il segretario di Stato americano Rubio in vista di questo (ultimo) giro di negoziati aveva comunque sottolineato che dal punto di vista di Washington la minaccia dei missili balistici iraniani era "una componente fondamentale che non può essere ignorata".
L'improbabile affermazione di Rubio è tuttavia in linea con quanto riportato dalla stampa ebraica dello stato sionista, secondo cui dopo l'incontro di Netanyahu con Trump nel dicembre 2025 era stato Netanyahu a chiedere che gli Stati Uniti colpissero le capacità missilistiche dell'Iran e che l'attacco all'arsenale dei missili balistici avesse la priorità rispetto agli attacchi alle strutture nucleari iraniane.
Lo stesso articolo (pubblicato nello stato sionista) riferiva che Trump aveva accettato la pressante richiesta di Netanyahu.
In tutto questo Trump è rimasto irremovibile sul fatto che, qualunque fosse stato l'esito dell'impasse iraniana -che ci si arrivasse perché l'Iran aveva capitolato o che ci si arrivasse col ricorso alla forza- lui personalmente avrebbe dovuto uscire dal confronto apparendo "forte" e con un "risultato storico" al suo attivo.

Una guerra alla ricerca di una giustificazione

Così, con la fine della diplomazia, il conflitto si è spostato dal regno del calcolo strategico e del realismo a quello del condizionamento psicologico. Cioè, al trovare il modo per presentare una guerra senza alcun motivo chiaro agli occhi di un pubblico statunitense sempre più scettico. E al come scatenare la guerra nel modo migliore per fornire il giusto vantaggio psicologico a Trump in vista delle elezioni di metà mandato.
Da qui derivano le assurde affermazioni di Trump secondo cui l'Iran sta lavorando alla produzione di missili balistici intercontinentali con cui attaccare il territorio degli Stati Uniti. In questa narrativa psicologica, Trump non sta solo salvando lo stato sionista, sta salvando l'AmeriKKKa!
Questa priorità sul condizionamento psicologico sta costringendo un'amministrazione Trump già di per sé divisa ad allontanarsi sempre più dalla realtà, nell'affannosa ricerca di un casus belli plausibile per giustificare l'attacco militare contro l'Iran. L'Iran, nonostante le affermazioni di Rubio, non minaccia gli Stati Uniti con missili balistici intercontinentali. L'Iran non rappresenta affatto una minaccia per gli Stati Uniti, né possiede armi nucleari.
Non fatevi illusioni, osserva Will Schryver:
Questa è una guerra voluta dagli Stati Uniti. Questa guerra, con tutte le sue conseguenze, è responsabilità degli Stati Uniti. Questa è la guerra di Trump. Questa guerra è iniziata il 3 gennaio 2026, per ordine diretto di Donald Trump.
Solo che per l'entourage di Trump affermare apertamente che attaccare l'Iran serve a consolidare l'egemonia dello stato sionista in Medio Oriente viene considerato un argomento poco allettante al fine di promuovere "un'altra grande guerra in Medio Oriente" presso un elettorato statunitense che non vuole saperne di caduti e che è sempre più scettico nei confronti della priorità data da Trump agli interessi dello stato sionista.
L'imbarazzo per la mancanza di una giustificazione per la guerra è diventato secondo ogni evidenza così acuto che i funzionari statunitensi hanno concordato che a colpire per primo sarebbe dovuto essere lo stato sionista, al fine di rendere una guerra contro l'Iran il più accettabile possibile, sul piano politico, per l'opinione pubblica interna.
Anna Barsky in una edizione in ebraico di Ma'ariv della scorsa settimana ha sostenuto che il suggerimento che fosse lo stato sionista a "passare all'azione per primo"
... passa dall'ironico al agghiacciante. Perché delinea uno scenario in cui lo stato sionista compie, consapevolmente e intenzionalmente, il primo passo di una mossa che mira prima di ogni altra cosa a influenzare l'opinione pubblica negli Stati Uniti.
Trump immaginava dapprincipio che ammassare forze statunitensi fosse di per sé sufficiente a incutere tanta soggezione all'Iran da renderne scontata la capitolazione. Witkoff lo ha detto chiaramente su Fox News: Trump era confuso e frustrato dal fatto che l'Iran non avesse ancora capitolato davanti a un tale dispiegamento di forze vicino al proprio territorio.
Solo che al di là di questo Trump –che vive di dichiarazioni roboanti e di promesse sulla "incredibile potenza militare ameriKKKana"– era rimasto sconcertato a veder trapelare notizie secondo cui, nonostante l'accumulo di forze, gli Stati Uniti non hanno la capacità militare "per sostenere [qualcosa di più di] un intenso assalto aereo di quattro o cinque giorni sull'Iran - o una settimana di attacchi di minore intensità".
Trump, successivamente, ha contraddetto i suoi generali. I generali gli avevano esibito un quadro molto più complesso: non erano disposti a garantire il rovesciamento della Repubblica Islamica dell'Iran, non ci sarebbe stata alcuna certezza sulla durata della campagna, e non sarebbe stato possibile prevedere con precisione la risposta di Tehran, né le implicazioni a livello regionale.
Probabilmente e nonostante gli avvertimenti, Trump immaginava (o sperava...) una breve guerra sanguinosa di pochi giorni, dopo la quale avrebbe potuto proclamare la "vittoria" in mezzo alle macerie sparse ovunque, per poi sperare di barcamenarsi verso un cessate il fuoco intanto che i media avrebbero titolato a caratteri di scatola che "Trump fa la pace". Un'altra volta.
Le guerre, ovviamente, non sono mai determinate da una sola parte. L'Iran aveva avvertito che se fosse stato attaccato avrebbe scatenato una guerra totale, non solo in Iran ma in tutta la regione. Già dal primo giorno di guerra questo è quello che l'Iran ha fatto, con attacchi alle basi statunitensi in tutto il Golfo Persico: le basi militari statunitensi sono in fiamme e fumano sotto gli occhi di tutti.
Le principali compagnie petrolifere hanno appena sospeso le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz.
Trump –ma più precisamente Netanyahu– ha appena scatenato una guerra su più fronti, con attacchi contro lo stato sionista che arrivano da molte direzioni (dall'Iran, dallo Yemen, dall'Iraq ...). È più probabile una guerra lunga che una guerra rapida.
Trump è bloccato in una situazione di Zugzwang. È costretto a muovere contro l'Iran, ma così facendo aggrava la propria situazione. Secondo quanto riferito, "molti all'interno del Pentagono ritengono che gli Stati Uniti andranno incontro a un disastro epocale se si impegneranno eccessivamente in un conflitto su larga scala con l'Iran [e non agiranno in modo ‘brillante’]".
Nonostante questo, lo slancio ideologico bellicista proveniente dal campo di Netanyahu e dai suoi vari alleati e finanziatori negli Stati Uniti si è rivelato irresistibile. Questi ultimi vedono un attacco degli Stati Uniti come un'occasione di quelle che arrivano una volta sola in una generazione per ridisegnare la mappa geostrategica, per rifondare l'Iran come alleato filo-occidentale dello stato sionista in una nuova coalizione in guerra contro il radicalismo islamico.
Tali intendimenti, per quanto fantasiosi, non dovrebbero essere liquidati con leggerezza. Sono profondamente radicati in un certo ambiente culturale e in varie credenze escatologiche.
La logistica bellica ha una sua dinamica: una volta avviato il dispiegamento militare, occorre un grande sforzo per invertire la tendenza. All'inizio della prima guerra mondiale si rivelò impossibile per i leader europei invertire la dinamica del dispiegamento, semplicemente a causa dei limiti intrinseci del sistema ferroviario. Ci vuole un grande sforzo per arrestare una guerra su vasta scala.
Nel dare il via a una prova di forza globale tanto determinante, Trump non sarà in grado, proprio come re Canuto, di "ordinare" alla marea di ritirarsi. Ha dato il via a eventi che determineranno il nostro futuro geopolitico globale. Il futuro di Cina, Russia e Iran sarà in bilico, in un modo o nell'altro.
Anche l'ordine economico è in bilico. La soluzione di Trump alla crisi del debito dipende in gran parte dalla sua guerra commerciale. La praticabilità dei dazi con cui Trump intende mitigare i suoi obblighi sul debito dipende dall'egemonia del dollaro. E l'egemonia del dollaro è in gran parte una funzione del mantenimento del mito dell'invulnerabilità militare eccezionale degli Stati Uniti.
Ma con l'Iran che ha smascherato a tutti gli effetti il suo bluff, Trump si trova di fronte alla scelta umiliante tra l'abbassare la cresta per uscire dal pasticcio manipolando qualche pronta richiesta di cessate il fuoco -come fece a giugno 2025 nella guerra dei 12 giorni per proclamare la "vittoria"- oppure, nel caso la guerra dovesse protrarsi, accettare che l'esercito statunitense venga percepito come una tigre di carta e vedere le conseguenze ripercuotersi sul mercato del debito.
Trump è un sostenitore davvero convinto dello stato sionista, ma è a un passo dal far naufragare la sua presidenza su questo scoglio.
Forse non aveva scelta.

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