31 luglio 2016

Alastair Crooke - Conseguenze del fallito colpo di stato in Turchia


Traduzione da Consortium News.


Il fallito colpo di Stato in Turchia ha dato una scossa alla geopolitica regionale, causando una spaccatura nel potente apparato militare turco, costringendo il presidente Erdogan a concentrarsi sui "nemici" interni e indebolendo i vicini ribelli siriani, afferma l'ex diplomatico britannico.

"Un dono di Dio". Le parole con cui il presidente Recep Tayyip Erdogan ha descritto il colpo di Stato militare del 15 luglio e la possibilità che esso gli ha dato per una radicale purga dell'apparato statale turco non sono state pronunciate per caso, o senza una piena comprensione del loro significato storico.
Il "dono" di Erdogan rappresenta una scoperta allusione al cosiddetto "evento fortunato" o "auspicato incidente" del giugno 1826; anche in quel caso si verificò un tentativo di colpo di Stato da parte della forza militare d'élite dei giannizzeri, che agli occhi del sultano erano già in odore di sedizione.
I giannizzeri tentarono un colpo di Stato contro Mahmoud II il 15 giugno 1826. Il giorno successivo il London Times scriveva: "Il sultano si trovava nel palazzo estivo di Besiktas. Lo aga pascià ed il pascià comandante della riva asiatica del Bosforo si sono rifugiati a Costantinopoli con le loro truppe: anche ottomila artiglieri hanno raggiunto la città.
La Sublime Porta, decisa a sedare la ribellione, ha fatto esporre lo stendardo del Profeta e proclamare in tutti i quartieri della città che gli uomini d'onore, ovvero i veri credenti, dovevano immediatamente radunarsi attorno allo stendardo... [Questo ha provocato una certa] esitazione tra i ribelli, le cui file hanno cominciato ad assottigliarsi a causa delle diserzioni mentre al contrario tutto il popolo accorreva a radunarsi attorno al sacro stendardo. L'energia dello aga pascià affatto il resto; ha stroncato i ribelli con la mitraglia, ha dato alle fiamme il loro alloggiamenti di Ahnudan e li ha repressi senza misericordia".
Ad essere di particolare interesse nell'allusione fatta da Erdogan è il fatto che, stando a Wikipedia, "gli storici sono dell'opinione che Mahmoud II avesse di proposito incitato alla rivolta, che è stata descritta come 'un colpo del sultano diretto contro i giannizzeri'. I capi dei giannizzeri furono passati per le armi, e tutte le loro proprietà confiscate dal sultano. I giannizzeri di grado inferiore vennero esiliati o incarcerati. Migliaia di giannizzeri erano rimasti uccisi, e in questo modo giunse la fine per questo corpo d'élite".
Forse che Erdogan pensava ai sostenitori di Gulen come a dei giannizzeri, quando ha utilizzato questa interessante allusione?


Un colpo di stato utile

Non voglio dilungarmi eccessivamente a passare in rassegna i primi retroscena del colpo di Stato ed intendo piuttosto guardare al suo significato nel senso più ampio. Innanzitutto, specifichiamo quelli che sembrano essere i pochi punti fermi in una narrativa sul colpo di Stato turco che cambia continuamente. Erdogan per mesi è andato dicendo che si aspettava un colpo di Stato contro la sua persona ordito dall'Occidente e messo in atto da Gulen. Il fatto che fosse in atto un'inchiesta su potenziali golpisti all'interno delle forze armate il cui esito finale sarebbe stata una ulteriore purga di seguaci di Gulen e di personale di orientamento kemalista era anch'esso di pubblico dominio.
È chiaro che le liste con i nomi da epurare nel sistema giudiziario e negli altri apparati statali erano già state redatte e che al momento del colpo di Stato erano pronte all'uso. Erdogan ha detto che sapeva con varie ore di anticipo delle mosse dei militari che stavano preparando il golpe. Esistono resoconti che fanno pensare che ne sapesse anche molto più di così.
In sostanza, io sono d'accordo con Philip Giraldi e con la sua innominata congrega di "osservatori della Turchia"; in sostanza il golpe è stato una messa in scena, in cui un gruppo di ufficiali kemalisti o seguaci di Gulen tentava di mettere a segno un colpo di stato di qualche genere. È possibile che questo golpe sia stato istigato di proposito, sostiene Giraldi. 
Un importante osservatore della politica turca ha detto che il golpe è un riflesso delle profonde divisioni che esistono nell'apparato militare del paese. I congiurati non erano tanto sostenitori di Gulen o kemalisti laici, quanto sostenitori della NATO, che si contrappongono agli "euroasiatici" fautori del nuovo orientamento della Turchia: via dalla NATO ed in avvicinamento a Russia, Cina ed Iran.
Insomma, il golpe non sarebbe stata un'iniziativa di Fehtullah Gulen ma sarebbe dovuto alla disillusione verso il presidente; in ogni caso si è consentito che esso avesse luogo. Il riorientamento della politica turca, in ogni caso, era già iniziato con l'invio da parte di Erdogan della lettera di scuse per l'abbattimento dell'aereo russo e l'uccisione di uno dei due piloti.
Sia come sia, è chiaro che Erdogan aveva sentore del golpe ed ha deciso di seguire l'esempio del sultano Mahmoud II; di qui l'allusione al "dono di Dio". Dal canto loro i golpisti sapevano che l'epurazione era imminente ed hanno deciso di passare all'azione. Nel far questo, hanno dato vita ad un'operazione raffazzonata e prematura intanto che il sultano pareva fosse, o magari anche no, nel proprio palazzo estivo. Il gesto non ha avuto né il sostegno che i golpisti si erano aspettati dagli ufficiali superiori, né quello della pubblica opinione laica o liberale che al contrario si è schierata con Erdogan e contro il colpo di stato sin dal primo momento successivo.


Avvertire Erdogan

Chi ha avvertito Erdogan? È molto probabile che siano stati alcuni ufficiali dell'esercito che erano stati avvicinati dai congiurati in cerca di sostegno ma che avevano deciso di rimanere leali; è anche possibile, come fanno pensare adesso alcune relazioni, che siano stati la Russia o l'Iran, due paesi che, al pari degli Stati Uniti, hanno nella zona informatori importanti.
Qualunque appartenente all'esercito avesse rifiutato di far parte del colpo di Stato avrebbe avuto ben poche possibilità oltre a quella di informare Erdogan, dal momento che per qualsiasi altra condotta ci sarebbe stato da pagare un prezzo molto alto. Va sottolineato che a differenza dei paesi occidentali Russia ed Iran hanno immediatamente espresso ad Erdogan un sostegno senza condizioni. Non hanno dato alcun segno di indugiare in attesa di vedere come sarebbe finita. Si sono schierati immediatamente. Probabilmente già sapevano quale sarebbe stato il probabile risultato dell'operazione.
Cosa ancora più interessante, secondo varie fonti anche gli Emirati Arabi Uniti erano venuti in anticipo a conoscenza del golpe e ne avevano avvertito il principe e il ministro della difesa saudita Mohamed bin Salman. In Qatar l'ex emiro amico di Erdogan e il quotidiano di proprietà qatariota Al Quds al Arabi hanno avanzato l'ipotesi che Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita, a differenza di Russia ed Iran, speravano che il golpe riuscisse.
Al Arabiyya, che è vicino a bin Salman, al primo irrompere degli eventi ha assunto una linea chiaramente filogolpista. Il Presidente Erdogan non è un uomo del perdono, e difficilmente dimenticherà qualunque cenno di approvazione nei confronti dei "nuovi giannizzeri". 
Per quale motivo Erdogan ha compiuto questo discusso riavvicinamento nei confronti di Russia ed Iran? Probabilmente esiste più di un motivo; eccoli in ordine di importanza. In primo luogo l'economia sta ristagnando; di questo Erdogan viene accusato, come viene accusato il peggioramento dei rapporti con la Russia. Erdogan è stato aspramente criticato anche per la recrudescenza del terrorismo in Turchia; allo stesso modo sono state dedicate la sua politica in Siria e quella contro il PKK.
Dal punto di vista più squisitamente strategico egli teme soprattutto che l'America stia mettendo in piedi uno Stato curdo autonomo, da principio nella Siria settentrionale ed eventualmente in seguito uno Stato curdo in piena regola nel cuore del Medio Oriente. In tutto il Medio Oriente serpeggiano profondi sospetti sui motivi che spingerebbero gli Stati Uniti a fare tutto questo.
In particolare i piani occidentali di impiantare cinque basi militari nel Nord curdo della Siria nutrono il sospetto che l'America sia impegnata in qualcosa di più che non la costruzione di una autonomia di piccolo cabotaggio, e che si tratti della costruzione di un vero e proprio stato indipendente. Da questo punto di vista diventa comprensibile come la Turchia stia cercando convergenze con Mosca, Damasco, Bagdad e Tehran per mettere fine a qualunque iniziativa del genere da parte degli americani.
Abdulkadir Selvi, un esperto giornalista del quotidiano turco Hurriyet, è stato citato da Foreign Policy perché nei giorni precedenti il colpo di stato ha scritto che "l'integrità territoriale della Siria adesso è più importante per lo Stato turco di quanto non lo sia la sorte del governo di Assad".


Un golpe della CIA?

In ultimo, Ankara ha bisogno di amici. Anche se Erdogan incolpa senza mezzi termini Fethullah Gulen per il colpo di Stato del 15 luglio, sia lui che altre personalità dell'apparato statale hanno esplicitamente detto che nel colpo di Stato erano coinvolte anche la NATO e la CIA. Tutti additano con una certa chiarezza Incirlik, la principale base NATO degli statunitensi nella regione, in cui si trovano almeno 50 ordigni nucleari americani.
Questa base è stata isolata dal mondo esterno, lasciando dentro il personale con tutte le famiglie. Dal 15 luglio le è stata tolta la corrente elettrica, è stata perquisita dalla polizia turca in cerca di golpisti e dello Stato maggiore del comando turco qui presente è stato arrestato, al pari di altri nove ufficiali superiori trovati nella base. Il perché di tutto questo è piuttosto chiaro: Ankara è convinta che la base NATO e statunitense sia il presunto epicentro del colpo di stato del 15 luglio.
Un coinvolgimento statunitense è dunque possibile? Non è emersa alcuna prova riguardo ma sarebbe difficile pensare che gli Stati Uniti, in considerazione dei profondi legami che hanno con l'apparato militare turco non avessero alcuna indicazione del dissenso esistente all'interno dell'esercito e della possibilità di un colpo di stato. Di certo le relazioni con gli Stati Uniti e con l'Unione Europea stanno peggiorando rapidamente.
Molte vittime delle purghe -al 19 luglio il loro numero ammonta a 49321, e non è ancora finita- sono filoeuropeiste o personalità su cui l'Europa conta all'interno del paese. L'Unione Europea dovrà agire con maggiore cautela rispetto agli Stati Uniti nel rispondere alle purghe, perché il timore è che il presidente Erdogan non farà altro che punire l'Unione Europea per qualunque critica esplicita al suo paese dando di nuovo libero corso alla marea dei profughi, che andrà ad inondare l'Europa meridionale.
Erdogan non ha molti amici all'estero, per cui deve affidare la propria sopravvivenza ad oculate scelte strategiche. Da questo punto di vista spera che possa venirgli qualche vantaggio dalla costruzione di rapporti più stretti con la Russia e con l'Iran. Gli serve anche qualche garanzia per il turismo per il commercio, ma soprattutto la Turchia ha bisogno di alimentare la prospettiva concreta degli ulteriori redditi che potrebbero venirle dal "Turkish Stream" e dal diventare un corridoio energetico alla volta dell'Europa. Anche per questo la Turchia ha bisogno della Russia e dell'Iran.
Anche l'Iran e la Russia otterranno dei vantaggi tattici dal loro riavvicinamento alla Turchia, ma si comporteranno in modo cauto e sospettoso. Si accosteranno ad Erdogan con mille cautele.
Russi ed iraniani si stanno chiedendo se Erdogan sta davvero mutando il proprio atteggiamento sul terreno della geopolitica. Sicuramente adesso è soggetto a pressioni molto forti ed è probabilmente consapevole del fatto che deve fare qualcosa alla svelta per cambiare le carte in tavola; di qui il suo ostentato rivolgersi alla Russia.
Secondo la comunicazione personale di un ex funzionario occidentale, è possibile che si tratti di mare macchinazioni tattiche che nulla cambia nell'obiettivo strategico di Erdogan e nel modo di raggiungerlo; e l'obiettivo è fare della Turchia una potenza mondiale neoottomana dotata di una profonda influenza in Europa, nel Caucaso, in Russia, in Asia centrale e nello Xinyiang, avvalendosi per questo di jihadisti stranieri.
Secondo una relazione inedita, poche settimane fa Erdogan ha ordinato di accelerare l'addestramento di questi jihadisti, per schierarli quanto prima nei teatri operativi. Particolare attenzione sarebbe dedicata agli jihadisti del Caucaso settentrionale, uiguri, uzbechi ed albanesi, che hanno tutti fatto esperienza di guerra in Siria ed in Iraq, al pari dei Tartari di Crimea.


Le ricadute geopolitiche

Quali sono le implicazioni geopolitiche di tutto questo? In primo luogo chiunque abbia visto le foto dei soldati turchi spogliati picchiati e presi a calci dalla folla, o quelle dei generali coinvolti ammanettati e col viso rivolto verso il muro si è reso conto del fatto che l'esercito turco è stato umiliato pesantemente e in pubblico: un terzo dei generali turchi sono finiti agli arresti ed è certo che arriveranno anche altre umiliazioni.
L'esercito ne è uscito a pezzi, con il morale a terra. I sospetti nei confronti dei militari diffonderanno il contagio e prenderanno campo i timori di sbrigativi processi politici. L'esercito ne sarà profondamente colpito e non riuscirà a tener fede ai propri compiti
Le più grandi forze armate della regione, strumento di primo piano nell'arsenale della NATO, sono state messe per molti versi in condizioni di non poter operare. Se gli ufficiali superiori che non hanno aderito al colpo di Stato hanno lasciato che esso avvenisse "in mancanza di meglio", è verosimile che siano loro stessi adesso a indirizzare il corso delle conseguenze per le forze armate e per i servizi di sicurezza.
I settori laici, occidentalizzati e liberali della società turca -nel complesso una notevole parte della società- hanno appena visto la Turchia compiere un altro storico passo verso l'islamizzazione e lontano dai valori europei che essi hanno fatti propri. Nell'immediato essi saranno disorientati e sconfitti, al pari della maggior parte del mondo accademico e del settore pubblico; nel prossimo futuro tuttavia reclameranno la loro occasione e nutriranno il proprio odio per Erdogan e per gli islamisti.
La società turca è oggi aspramente polarizzata -un sondaggio appena uscito indica che un terzo dei cittadini turchi crede che dietro ogni colpo di Stato ci fosse lo stesso Erdogan- e si appresta ad affrontare tempi che si annunciano di vacche magre. L'ottimismo nel mondo degli affari scomparirà, il debito crescerà e gli investitori si faranno più cauti.
Erdogan è diventato più forte? Nel breve termine può anche darsi. Adesso controlla la Turchia come se fosse già un sultano dotato di pieni poteri, ed anche nel parallelo caso del sultano Mahmoud II la sconfitta dei giannizzeri all'inizio ne rafforzò la posizione. Nonostante questo tuttavia nel caso Erdogan intendesse approfondire oltre l'allegoria dei giannizzeri dovrà ricordare anche che in capo a cinque o sei anni dopo quello che il sultano aveva chiamato "l'auspicato incidente" il declino e la frammentazione dell'impero ottomano erano già nel pieno della loro manifestazione.
A trarre beneficio dal colpo di Stato del 15 luglio potrebbe benissimo essere la Siria, nel caso il cambiamento di posizione della Turchia in materia di geopolitica si rivelasse una cosa seria. Secondo alcune fonti la Turchia ha già ritirato sia le proprie forze armate dall'Iraq settentrionale sia gli uomini dei propri servizi segreti dal Nord della Siria. Le conseguenze di questo ritiro hanno già avuto un impatto apprezzabile nella provincia di Aleppo, con i progressi dell'esercito siriano che ne sono conseguenza.
Nel caso la Turchia sigillasse il confine con la Siria, come i russi vogliono che faccia, si avrebbero effetti sul piano strategico sia per il conflitto in Siria sia in termini di equilibrio dei poteri in Medio Oriente.
Per l'Arabia Saudita e per lo stato sionista la chiusura del confine turco agli insorti rappresenterebbe una grossa battuta d'arresto. La politica dei sauditi in Siria andrebbe in pezzi se il confine venisse chiuso: il confine meridionale è in pieno deserto ed è molto vulnerabile agli attacchi aerei, mentre la Giordania sta ben attenta a non farsi ulteriorimente  coinvolgere nelle questioni siriane. La doppia discesa in campo di Mohamed bin Salman avvenuta negli ultimi mesi a sostegno degli insorti siriani verrà considerata un fallimento ed egli dovrà vedersela con critiche spietate da parte di personaggi della famiglia reale per aver simpatizzato con i golpisti causando con questo la prevedibile ritorsione turca. Al contrario l'influenza dell'Iran e di Hezbollah in Siria ne risulterà sensibilmente rafforzata.
Anche se è verosimile che il presidente russo Putin cercherà di limitare la portata del rafforzarsi dell'influenza iraniana in Siria per quanto riguarda i rischi percepiti dallo stato sionista (Putin ha dei buoni rapporti sul piano istituzionale con il Primo Ministro Benjamin Netanyahu), il rischio di un'azione sionista contro Hezbollah nel Libano meridionale e nel Golan è destinato a crescere.
Lo stato sionista ha già dichiarato che la presenza di militari iraniani vicino al Golan rappresenterà una "linea rossa" che richiederà "una qualche azione" per cambiare le cose.

19 luglio 2016

Firenze: fai il musulmano buono? Per ringraziamento ti sfrattano e ti cacciano.



Firenze, luglio 2016. Ubaldo Nannucci ha voluto a tutti i costi i musulmani buoni e Socialismo Rivoluzionario gli ha portato i musulmani buoni.
Pochi.
Di conseguenza, pochi ma buoni.
I musulmani buoni fanno parte della Associazione del Bangladesh di Firenze.
Viene fuori che l'Associazione del Bangladesh di Firenze ha sede in un fondo di San Jacopino dove Francesca Lorenzi ha trovato la maniera di farsi fotografare per la seconda volta in meno di un mese.
Per la seconda volta in meno di un mese è senz'altro pronta a giurare su una pila di corani che non sono musulmani buoni, ma musulmani cattivissimi.
Anzi perfidi.
Rispetto alla volta scorsa però Francesca Lorenzi porta anche una maglietta più succinta; l'audience ha le sue esigenze ed è ovvio che i lettori de "La Nazione" più in là non ci vadano.
Insomma, come premio tangibile per la loro bontà, i musulmani buoni hanno ricevuto a stretto giro di posta una bella lettera di sfratto.
L'articolo in link è fatto praticamente con le surreali dichiarazioni di un certo Federico Gianassi; dopo le sanzioni per le scarpe in divieto di sosta, a sconfiggere l'insihurézza e a lottare contro i'ddegràdo arriva anche... il divieto di preghiera.
Nulla vieta di ipotizzare che di qui a qualche settimana al massimo "La Nazione" non trovi la maniera di dedicare un terzo articolo a questo ridicolo argomento, col solito ben vestito a statuire magari la contravvenzione per tappeto fuori norma o per una qualsiasi di quelle inezie con cui quelli con la cravatta rendono legalissimamente impossibile la vita alle persone serie.
Chissà in che condizioni si farà fotografare allora Francesca Lorenzi.

18 luglio 2016

Breve annotazione su un certo utilizzo delle ruspe



Le maire communiste de Vitry-sur-Seine, Monsieur Paul Mercieca, a pris la tête d’une manifestation, le 24 décembre 1980, contre le transfert, dans un foyer de travailleurs, de 300 Maliens, logés jusque-là à Saint-Maur-des-Fossés; manifestation brutale et spectaculaire au cours de laquelle un bulldozer marcha sur le foyer.

Il sindaco comunista del comune di Vitry-sur-Seine Paul Mercieca il 24 dicembre 1980 ha guidato una manifestazione contro il trasferimento di trecento cittadini del Mali, sistemati fino ad allora a Saint-Maur-des-Fossés, in un pensionato per operai. Una manifestazione brutale e spettacolare, durante la quale un bulldozer avanzò in direzione del pensionato.

Tahar Ben Jelloun, Hospitalité française. Racisme et immigration maghrébine, 1984.


Sovrappeso.
Scansafatiche.
Divorziato.
Incapace di laurearsi persino in dodici anni.
Non bastava.
Anche copione.
Matteo Salvini, per nome e cognome.

06 luglio 2016

Ubaldo Nannucci "occidentalista" ad honorem.


In questa immagine l'espressione di Ubaldo Nannucci pare quella di uno cui hanno sottratto il gatto per cucinarlo alla cacciatora.
Una mail ci ha segnalato una sua intervista a Controradio dalla quale si può sostanzialmente concludere che i credenti che vivono nella penisola italiana devono prendere da lui consegne precise in merito alle manifestazioni cui partecipare e a quelle da organizzare, con precisa disamina ed approvazione preventiva delle parole d'ordine.
I credenti non ascoltano Controradio perché molto logicamente non perdono tempo con le gazzette; se lo facessero, saprebbero da capi d'opera come questo che il collodio "occidentalista" che a Firenze ha caratterizzato per molti anni un ridotto e sostanzialmente innocuo manipolo di ben vestiti sta inzaccherando anche le sedi che si ritenevano più frequentabili.
In ogni caso le manifestazioni contro le stragi non sono certo mancate, prime tra tutte quelle contro l'aggressione dello stato sionista contro la popolazione di Gaza, nel corso delle quali centinaia di credenti hanno sfilato per le vie del centro assieme ai fiorentini più seri. L'attenzione del signor Nannucci dev'essere scotomizzata secondo un andamento tutto particolare, come lo è di consueto quella della marmaglia "occidentalista" che le persone perbene evitano persino di incrociare per strada.
Per rendere l'Islam compatibile al suo concetto di democrazia, soltanto negli ultimi quindici anni l'"Occidente" ha scatenato, direttamente o tramite i propri manutengoli, un numero imprecisabile di guerre, almeno quattro delle quali (Yemen, Siria, Iraq, Afghanistan) clamorosamente perdute. Ma la democrazia "occidentale" andava esportata e se qualcuno, peraltro molto giustamente, diffidava della merce e delle intenzioni dell'esportatore, peggio per lui.
E questa democrazia funziona così bene, consente tali correzioni di rotta e tali ripensamenti che nel Regno Unito hanno impiegato soltanto quindici anni per ammettere che forse non era il caso di aggredire l'Iraq e di deporne il sanguinario dittatore con cui si erano fatti ottimi affari fino alla settimana prima.
Pare incredibile si debba tornare su certi argomenti.
Su una cosa almeno Ubaldo Nannucci ha ragione da vendere: l'"Occidente" può vantare una indubbia superiorità. Per commettere quelle stragi e quelle "orrende violenze sulle donne" che tanto lo indignano, non ha bisogno di appellarsi ad alcuna religione.


Nella foto, un campionario dei "valori occidentali" di maggior successo. Si notino il piglio sicuro e l'autorevolezza del testimonial.

Post scriptum. Si viene a sapere dalle gazzette che ai trentacinque gradi abbondanti del nove luglio fiorentino circa duecento persone hanno accontentato Ubaldo Nannucci.
Il fatto che la manifestazione fosse fitta di materiali e adepti de La Comune (Socialismo Rivoluzionario) metterà senz'altro i nostri lettori in condizioni di trarre le conclusioni più opportune.

24 giugno 2016

Firenze: basta col degrado e con l'insicurezza dei negozi extracomunitari nel centro storico!


Old England Store.
Finiamola con questo fòmite d'nsihurezzeddegràdo che vende alcolici in centro!

23 giugno 2016

Paolo Ermini e il giardino di Oriana Fallaci



Un certo Paolo Ermini viene lautamente retribuito per fare il capogazzettiere del "Corriere Fiorentino".
Il "Corriere Fiorentino" a sua volta fa l'edizione locale del "Corriere della Sera", famoso tra le gazzette per la sua autoattribuita obiettività, per la sua autoattribuita serietà, per la sua autoattribuita autorevolezza. La propaganda "occidentalista" tiene moltissimo all'autoattribuita etichetta di "libera informazione" e questo per i nostri lettori è un concetto scontato.
Fare il capogazzettiere pare consista nel tirar sera producendo a scadenze più o meno fisse qualche riga piagnucolosa su temi il più possibile scollegati dal reale. A meno che la committenza non dia delle consegne precise. Un esempio di quanto succede in questi casi lo ha riportato recentemente Miguel Martinez; nel giugno 2016 si sono tenute delle consultazioni amministrative che nella zona di Firenze si sono tradotte in un'ampia disconferma del governo in carica. Il boiscàut di Rignano che ne presiederebbe le sorti si è trovato a constatare de visu che mutuare programma e pratica politica dai sedicenti avversari e trescare a scena aperta con i polipregiudicati che li rappresentano sul territorio (fidando nella certezza che i sudditi si bevano comunque tutto) va bene fino ad un certo punto.
In questa situazione una volta fatto l'interesse di chi comanda davvero gli scampoli di "occidentalismo" ancora in condizioni di cianciare trattano stolidamente temi che da un pezzo hanno smesso di essere remunerativi sul piano elettorale, e che a Firenze molto più che altrove non sono serviti ad altro che a tirare loro addosso la sorridente sufficienza del pubblico.
Uno di questi temi è la cura del ritratto agiografico di Oriana Fallaci.
Oriana Fallaci è un individuo che da vivo ha fatto quanto in suo potere per essere tollerato con fastidio, e che da morto non c'è più neppure bisogno di tollerare con fastidio. Il particolarissimo e già ricordato rapporto con la realtà che accomuna i ben vestiti della politica istituzionale e i ben vestiti che scribacchiano sulle gazzettine fa sì che in quella che non troppo tempo fa si piccava di essere la sesta o la quinta potenza industriale del mondo le due categorie giustifichino il proprio reddito sfornando inezie, fanfaluche, castronerie e storielle praticamente a getto continuo: le presunte virtù profetiche di una che ad un passo dalla morte pensava a quelli che si picchiano al pallonaio e la necessità (che si postula ineludibile) di perpetuarne la memoria sono uno di questi temi ricorrenti. In pratica funziona così: in media un paio di volte l'anno un ben vestito che ricopre una carica elettiva viene imbeccato da un ben vestito che "lavora" in una gazzetta, e a sua volta gli promette a breve qualche interessante variazione toponomastica.
Nel corso degli anni gli "occidentalisti" hanno visto gratificare le loro figure di riferimento con guiderdoni da barzelletta: rampe autostradali, vicoli ciechi, parcheggi infarciti di cassonetti, slarghi lordati da scritte a spray e via di questo passo; le perorazioni a favore dei casi più imbarazzanti sono state di solito messe a tacere.
In una situazione come questa non sarebbe affatto fuori luogo che ad Oriana Fallaci venisse appropriatamente intestata la via che conduce ad un immondezzaio; l'iniziativa ci troverebbe, e non certo da oggi, completamente d'accordo.
Qualcuno deve aver tratto le stesse conclusioni, e deve aver suggerito ai peroratori di questa causa di limitare i possibili danni dedicando alla "scrittrice" un giardino. Si eviterebbe anche il sicuro deprezzamento che una "via Oriana Fallaci" procurerebbe agli immobili che vi sorgono: ad orecchio "occidentalista" non esiste motivazione più concreta di questa, di solito accampata con generosità nei confronti di centri sociali ed occupazioni in genere.
Paolo Ermini non ha gradito e ha benedetto la sorte che nel giro di pochi mesi gli ha consentito di tornare un'altra volta sulla questione: mandare qualche galoppino a tenere il conto di scritte sui muri e deiezioni sulle cantonate per mantenere il salutare clima d'insihurezzeddegràdo che in questa sede dileggiamo da sempre è affare di due minuti: per arrivare a sera ci vuole ben altro. Di qui un editoriale di sei righe, a nostro avviso degno di considerazioni sprezzanti periodo per periodo, frase per frase, vocabolo per vocabolo a partire dal titolo.
Molti degli spunti per le considerazioni qui espresse vengono dalla limitata antologia aneddotica da noi raccolta; rimandiamo subito ad essa i lettori, nel caso non abbiano ben chiaro di cosa stiamo parlando, per non appesantire di richiami il rimanente del testo.


Giardino Fallaci? Rinunciateci
Ma per carità, signor Ermini. Nessunissimo problema.
Palazzo Vecchio pensa di intitolare alla giornalista scrittrice lo spazio verde della Fortezza da Basso. Ecco perché sarebbe un errore.
I motivi sarebbero molti: tra i primi che ci vengono in mente il fatto che zanzare, processionarie, ortiche, rovi ed altre commendevoli creature use agli spazi verdi non hanno commesso nulla che imponga di stigmatizzarle in questo modo.
Pensate a un giardino: il verde, le panchine, il ghiaino, la vasca dei cigni. Chiacchierate per passare un po’ il tempo. Ecco, tutto questo vi fa venire in mente Oriana Fallaci?
Ovviamente no: nulla di quanto è rilassato, costruttivo, piacevole o semplicemente umano può far venire in mente un elemento del genere.
Eppure da Palazzo Vecchio insistono. Come ha ripetuto sabato scorso l’assessore allo sport Andrea Vannucci, i nostri amministratori intendono dedicarle proprio un giardino.
Ad ogni domanda la sua risposta. Se si vogliono evitare risposte spiacevoli si possono evitare le domande. Anche perché se fossimo stati nei panni del signor Vannucci avremmo da molto tempo fornito ad ogni postulante in tema una risposta definitiva e di facile interpretazione.
Importante come quello della Fortezza, ma pur sempre un giardino.
Esatto. E pare proprio cara grazia.
Il verde, il ghiaino, la vasca dei cigni. Qualche ora di relax.
Proprio vero. Il verde, il ghiaino, la vasca dei cigni che per le persone normali in una società normale significano qualche ora di relax. Per le persone normali in una società normale, si ripete.
Esattamente l’immaginario della più grande giornalista italiana.
Nessun dubbio che l'immaginario distopico di quell'individuo presentasse tutt'altri contenuti. Sul "più grande" e i due vocaboli che seguono non si può che citare il Signor G.: due miserie in un corpo solo.
Che si è sbattuta una vita, dall’inizio alla fine, per vedere la sua memoria conservata tra i pesci rossi.
Il concetto di sbattimento di molti gazzettieri non ha nulla a che vedere con la realtà e con la vita quotidiana delle persone serie, che non si dedicano a tempo pieno ad angariare personale domestico o alberghiero e in generale chiunque reputano inferiore a loro. In ogni caso è realistico supporre che al signor Ermini non toccheranno neppure i pesci rossi. Se ne stia pur tranquillo dunque, ed eviti pure di sbattersi.
La Fallaci era impeto, dedizione.
Quel che è giusto è giusto: nessuno nega che nel calpestare il prossimo Oriana Fallaci profondesse impetuosa dedizione.
Libertà delle idee.
Più correttamente libertà di invettiva e libertà di insulto. Nulla di strano: le idee, per gli "occidentalisti", sono soltanto questo.
Battaglie.
Volare di stracci.
Lei era agorà. Piazza.
Lei era skàta.
Il signor Ermini si picca di conoscere il greco e non avrà problemi con la traduzione.
Lei, con il suo coraggio (e forse anche con una buona dose di incoscienza) all’opera su ogni fronte di guerra. Dal Vietnam al Medio Oriente.
Le guerre se le è andate a cercare e vista la perenne conflittualità che dicono la caratterizzasse -il tipo di persona che riesce a rimanere antipatica anche salutando al mattino, ammesso e non concesso che si degni di salutare- anche in questo non ci sarebbe nulla di notevole. 
Lei, a tu per tu con tutti i potenti del mondo, da Kissinger ad Arafat.
I quali potenti del mondo da Kissinger ad Arafat, vista la sinecura dei loro ruoli, vivevano risaputamente nell'ansia e nell'attesa dell'incontro con "la più grande", cercando disperatamente di non sfigurare. Ma per favore.
Una nemica feroce di ogni dittatore. O dei falsi democratici.
Visto che chi fosse o meno un dittatore o un falso democratico era lei a deciderlo, tutto si gioca nell'ambiente egoriferito della "scrittrice".
Lei, sangue e merda, come diceva della politica Rino Formica.
Questa è senz'altro una considerazione interessante: alla prima occasione Paolo Ermini faccia scrivere all'ufficio toponomastica e chieda se è prevista la dedica di una pubblica via alle suddette materie organiche. In fondo, rispetto all'idea di una dedica ad Oriana Fallaci si tratterebbe di modifiche assolutamente trascurabili.
Il profilo tradito di Oriana la fiorentina - E perché mai Firenze dovrebbe tradirne il profilo?
E perché mai un individuo che ha trascorso anni a inveire e a minacciare -a volte in modo tanto colorito quanto ridicolo- chiunque gli rimanesse antipatico dovrebbe aspirare a qualcosa di più di una gelida indifferenza scostante, prima e dopo la morte?
Firenze e la Toscana erano la sua cultura, la sua radice più forte, la sua identità, anche se ormai viveva i suoi giorni lontano da qui (a New York). Ma senza mai dimenticare la sua terra, la sua città.
Naturalmente la verità è opposta. Costei abbandonò sdegnata una città e una terra colpevoli di non tributare al suo ego i riconoscimenti continui cui credeva di aver diritto.
Secondo un assennato ed equilibrato punto di vista, Oriana Fallaci era l'equivalente mediatico della tizia che per andare a fare spese in qualche negozio costoso lascia l'auto in doppia fila sbarrando il passo alle ambulanze, e che quando torna pretende anche di avere ragione.
Per tutto questo si era scagliata contro la tenda dei somali che nel 2000 avevano ridotto a latrina piazza San Giovanni.
No. Oriana Fallaci espresse nero su bianco l'intenzione di dare ad essa fuoco. Con gli occupanti dentro, si presume. Quindi, Paolo Ermini pretenderebbe venisse dedicata una strada ad una straricca viziata che si comportava come si comporta una qualsiasi spaghettifresser di terza media quando usa il Libro dei Ceffi per fare il bullo di quartiere.
Per tutto questo si era scatenata contro l’idea di organizzare qui il Social Forum nel 2002: temeva che dopo le tragiche giornate di Genova i black bloc devastassero il centro, sfregiandone i capolavori.
Chiunque non fosse un mangiaspaghetti o un Paolo Ermini sapeva che un conto era il Social Forum, un'altra e del tutto diversa questione era la parata di potenti che l'anno prima aveva sporcato la città di Genova per mettere a punto le proprie nefandezze. All'epoca la feccia "occidentalista" era impegnata in blocco nella distruzione del dissenso, e circolarono le voci più spassose dalla decapitazione del David di Michelangiolo alla devastazione degli Uffizi.
Scattò la mobilitazione della sinistra e dei sindacati che (saggiamente) riuscirono a fare della manifestazione una festa popolare, salvo poi additare la Fallaci come una visionaria.
In quei giorni, che furono forse i più esaltanti della vita di chi scrive, della mobilitazione di questo o di quello non si accorse  nessuno. Da una parte c'era un aggregato di ben vestiti, dall'altra la parte seria e consapevole del popolo. Di tempo da perdere dietro alle sigle non ce n'era, così come tra i non molti titoli di cui fu gratificata Oriana Fallaci -le cui mosse erano attese dai più come si attendono quelle del protagonista di un film comico- ve ne erano di assai più repellenti, ma non certo quello di visionaria.
Ma aveva ragione lei.
No, Ermini.
Non aveva ragione lei.
Non aveva mai ragione lei.
E con questo chiuso il discorso.
I pazzi, semmai, furono tutti quelli che pur di non tornare sulle decisioni prese preferirono assistere all’ingabbiamento delle statue di piazza Signoria.
Paolo Ermini divulga una versione degli eventi che non ha alcun rapporto con il reale, il che  è prassi ordinaria per gli "occidentalisti" in ogni campo della vita associata.  Il clima di terrore montato dalla feccia politicante e della marmaglia gazzettiera fu tale che l'amministrazione comunale non poté che assecondare le pretese meno mestruali di qualcuno di questi indossatori di cravatte. La più alta autorità governativa locale dovette addirittura bruciare benzina per portare Oriana Fallaci in giro per la città, a mostrarle come non fosse affatto in corso alcun tentativo di demolirne gli edifici monumentali.
Dal Social Forum di Firenze l'"occidentalismo" politico fiorentino uscì letteralmente con le ossa fracassate e piombò in un ridicolo che a distanza di quindici anni tiene ancora allegri i veri protagonisti di quelle giornate. Vale solo la pena ricordare che un certo Paolo Soderi, che  aveva sporcato per settimane le gazzette con le sue visioni di distruzione imminente e che aveva solertemente caldeggiato la blindatura degli esercizi commerciali lungo le vie del corteo (almeno tre giorni di vendite perse) dopo qualche anno venne scaraventato in galera come un pizzamafia qualunque, e non certo per aver cercato di fare la rivoluzione.
 La fine in città - Poco meno di dieci anni fa Oriana Fallaci decise di tornare a Firenze per morirci.
E logicamente nessuno se ne accorse. Figuriamoci dispiacersene. 
 Una scelta d’amore, che lasciava da parte ogni recriminazione per un rapporto contrastato.
Tradotto nel linguaggio delle persone serie, significa che non aveva più neppure il fiato di inveire. Non di rapporto contrastato si deve parlare, ma di autentico e sincero disprezzo. Entro una certa misura, ognuno ha quello che si merita.
Ora però non fatela morire una seconda volta.
Tranquillo, Ermini. A nessuno importa niente.
Se non trovate uno spazio decente da dedicarle lasciate perdere. Lasciate la Fortezza alla comunità di stranieri che avete spostato lì per liberare piazza Indipendenza, avvilita in un degrado che sicuramente l’avrebbe fatta infuriare.
Ecco dove stava la questione fondamentale: i'ddegràdo, a braccetto coll'insihurézza! Va notato anche il ripetuto ricorso da parte di Paolo Ermini ad espressioni scatologiche e riferimenti alle deiezioni umane. Nulla di strano, la loro puntigliosa trattazione è parte sostanziale della linea editoriale della gazzetta in cui "lavora", e nessuno ha dubbi sul fatto che la visione del mondo degli "occidentalisti" sia con ogni evidenza dominata da ambienti e panorami davvero poco invitanti.
Per ricordarla ci sarà pur sempre un angolo della coscienza di chi l’ha apprezzata. 
E allora il signor Ermini veda di accontentarsene, e di trovare qualche altro pretesto per arrivare alla fine delle sue giornate "lavorative".

Nella foto in alto c'è un giardino abbastanza particolare; in esso, Oriana Fallaci ha trovato una collocazione definitiva e fin troppo appariscente.
Sulla lapide la "scrittrice" viene definita ricorrendo alla declinazione maschile.
Senza virgolette.



12 giugno 2016

Firenze: Francesca Lorenzi cambia nome e si rivolta contro la moschea.


Quando deve rivoltarsi contro le moschee,
Francesca Lorenzi si fa chiamare "San Jacopino" o anche "Il quartiere".

I pennaioli de "La Nazione" (sì, quella gazzettina lì) tengono le rivolte in ben strano concetto, al pari del gazzettaio in generale.
L'undici giugno del 2016 hanno scribacchiato appunto di un quartiere in rivolta e di un rione arrabbiato.
La faccenda pare grave.
Una sommaria scorsa dei flash di agenzia però non fa notare nulla di strano: niente sedi della gendarmeria incendiate, nessuna armeria saccheggiata, niente interruzioni nelle linee telefoniche, niente problemi di traffico quando basta il più inoffensivo dei cortei per procurarne qualcuno, niente centri commerciali con le vetrine fracassate, niente simboli del potere ammucchiati ai crocevia in attesa del rogo, niente comunicati da parte di qualche comitato di insorti.
Men che meno luoghi di culto danneggiati in qualche modo.
Sicché viene da pensare che abbiano esagerato.
Anche perché se qualcuno si azzarda a fare appena appena un po' più sul serio, invece di lodarne l'intraprendenza "La Nazione" ne trae di che tirare avanti almeno quindici giorni col solito gnè gnè, battuta in questo solo da quel morto in piedi di Paolo Ermini e dal suo "Corriere Fiorentino", di prassi abituati a contare pisciate e scritte sui muri e a concedere taumaturgicamente di esistere o meno ad ambienti, organizzazioni e persone che hanno almeno la signorilità di trattare gazzette e gazzettisti con meno di un millesimo del disprezzo che meriterebbero.

Poi si va a leggere l'articolo e si scopre che il quartiere in rivolta ed il rione arrabbiato si chiamano Francesca Lorenzi.
Se ne conclude che Francesca Lorenzi quando deve rivoltarsi contro le moschee cambia nome in San Jacopino.
Detto Il Quartiere dagli amici.
O forse in Il Quartiere, detto San Jacopino. Chissà.
Francesca Lorenzi è indispettita per ragioni sue con un gruppo di credenti che si ritrova per la preghiera del venerdi in uno dei fondi commerciali dismessi di cui Firenze gronda, specie nei quartieri periferici.
Solo che è difficile rivoltarsi da soli, quale che sia il motivo, specie se si pesa una sessantina di chili scarsi e se il bersaglio della rivoltosa insurrezione è rappresentato da un fitto gruppo di maschi adulti già alle prese con le difficoltà della vita quotidiana in un "paese" di gazzettieri impiccioni e di cialtroni incompetenti, ed ipso facto con pochissima voglia di scherzare.
Meglio ricorrere alla delazione tramite giornalino e sperare che il colpo vada a segno.
Speranza fallace, se si vuole infierire coi giochi di parole.
Non sapendo letteralmente a cosa attaccarsi, la Rossella Conte che firma il pezzo è costretta ad allungare la broda con note incredibili. Una spiata fra gli spiragli della ex cartoleria, maledizione, non ha messo in luce né rastrelliere di AK47 né autobombe in via di approntamento. E dire che ci sperano tanto.
All’interno l’arredamento è spoglio, fatta eccezione per i lunghi tappeti, molto morbidi dove i musulmani pregano comodi.
Come si azzardano. Abbiano almeno il buon gusto di inginocchiarsi sull'impiantito di graniglia.
Ma non basta.
Spesso all’esterno, denunciano i residenti, ci sono decine e decine di scarpe lasciate in strada, una accanto all’altra.
Insomma, scarpe in divieto di sosta.
Addirittura appaiate.
In attesa della Delta Force si chiami almeno il carro attrezzi.
Ma poi, peggio del peggio,
sembrerebbe che "ogni venerdì – raccontano – ci siano delle riunioni di preghiera, senza alcuna formale comunicazione e richiesta di autorizzazioni.
Si immagini la faccia di un sottufficiale della gendarmeria che vede presentarsi una denuncia con motivazioni del genere.
"Non accettiamo zone franche dell’illegalità, tanto più in un momento di massima allerta terroristica" si ribella il quartiere.
Le ribellioni, come si è detto, sono una cosa un po' più seria.
Sarebbe una cosa un po' più seria anche la "legalità", ma gli "occidentalisti" ne hanno un concetto tanto singolare quanto ben noto alle persone serie, sul quale è inutile soffermarsi oltre.
Ed il "momento di massima allerta terroristica" va avanti da una quindicina d'anni con i risultati che sappiamo e che solo le gazzette e le Francesca Lorenzi (alias San Jacopino, alias Il Quartiere) fanno finta di non conoscere.
Ovviamente
"Non abbiamo niente contro queste persone – dice – ma ci vorrebbe più controllo, non vogliamo che San Jacopino, un quartiere già con tanti problemi, si trasformi in un ghetto da cui tenersi lontani". La paura, infatti, è che in questi posti si infiltrino persone con doppi fini che non farebbero altro che peggiorare le condizioni di vita del quartiere.
Insomma, si mandi la polizia politica e speriamo che salti fuori almeno qualche Adidas con la matricola limata.
Quali siano questi doppi fini e in che modo potrebbero peggiorare le condizioni di vita del quartiere non è ovviamente dato saperlo. Quando si arriva al perché di certe iniziative e alle distinte dettagliate di rischi e pericoli concreti gazzettieri e committenza diventano stranamente laconici: probabilmente gli passa persino la voglia di contare le paia di scarpe. Il rischio più probabile è che durante gli incontri del venerdi qualcuno tratti il Grande Satana da Grande Satana e lo stato sionista da stato sionista, ma l'obiettività e l'indipendenza cui certi signori dicono di tenere tanto non arrivano neppure a fargli mettere nero su bianco un dato di fatto che le persone serie trovano del tutto ovvio, logico e normale.
In questa sede non si riconosce alcun diritto all'oblio; qualche tempo fa ha avuto ad accorgersene un certo Matteo Calì, cacciato da un convegno in cui doveva essere il relatore principale grazie ad uno scritto in cui ci limitavamo ad avanzare qualche considerazione poco condiscendente sulla sua persona e sulla sua competenza.

Un motore di ricerca qualsiasi è dunque sufficiente perché dal recentissimo passato di Francesca Lorenzi emerga una candidatura alle elezioni amministrative per una formazione "occidentalista", finita con il plebiscito di trentotto preferenze su oltre centoottantasettemila voti validi.
Su Youtube esiste anche una negletta videointervista di propaganda, in cui questa Lorenzi lamenta il proprio status di drop out dal mercato del lavoro in un ambiente arredato con cura ed eleganza, che fa ovviamente a pugni con la perentoria tristezza di una simile condizione.
La cosa fa pensare che non ci sia da preoccuparsi eccessivamente per le sue condizioni economiche, tanto più che si è laureata in agraria a trentasei anni rispettando con ossequio la tradizione che vuole i politici "occidentalisti" invecchiare in ateneo fin quando non si libera un posto in qualche ministero.
Esiste anche una schedatura sul Libro dei Ceffi in cui si inventariano cani, roba di pallone ed altro ciarpame conformista ed inutile, come in milioni di altre schedature conformiste ed inutili. La mala parata elettorale ha anche consigliato alla Lorenzi di mettersi a trescare con un divorziato fannullone e in sovrappeso incapace di laurearsi anche in dodici anni ma sperabilmente in grado di farle raschiare qualche preferenza in più al prossimo giro di ruota.
In chiusura dell'articolo interviene una certa Arianna Xekalos, cui devono aver chiesto aiuto per avere un avallo minimanente autorevole. Purtroppo per chi ha ideato questa roba si tratta con ogni evidenza di altre braccia sottratte alle costruttive fatiche del lavoro domestico, che altro non hanno saputo fare che caldeggiare la nuova fattispecie di reato di scarpa in divieto di sosta. La formazione politica cui appartiene questa Xekalos è il "Movimento Cinque Stelle", da considerare a buon diritto il successore dei partiti "occidentalisti" per quanto riguarda la preparazione e la competenza dell'elettorato passivo.