Traduzione da Forum Geopolitica, 20 ottobre 2026.
C'è un cambiamento di paradigma in atto. Lo strato sovranazionale interconnesso che per lungo tempo ha perseguito il proprio grande disegno globale costruendo il consenso dell'opinione pubblica per le guerre che conduceva per ridurre tutti alla sottomissione si è finalmente scontrato con i limiti della propria potenza. Il re è nudo, adesso; e se ne sono accorti tutti.
I suoi strumenti consueti -l'esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, le terapie d'urto in economia, le guerre valutarie- non riescono più a puntellare la weltanschauung della élite statunitense per cui sarebbe "inimmaginabile" che gli USA, usciti vincitori dalla guerra fredda, dovrebbero vedersela con un mondo in cui non sono più loro a dettar legge.
Il 7 ottobre, "nella luce dorata di una sera ateniese, con l'Acropoli alle spalle spalle", il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha apertamente elogiato il colonialismo; si è esibito in una serie di eclatanti omissioni storiche e ha invocato il ritorno al dominio occidentale sul mondo.
Rubio ha affermato che l'Occidente deve ricorrere alla forza militare per "mantenere il proprio ruolo di guida del mondo", che l'Occidente è "la più; grande civiltà del mondo" e ha dichiarato con enfasi che si tratta di una "civiltà che oggi dobbiamo difendere con la stessa passione con cui lo fecero i nostri antenati".
Il problema è che oggi gli strumenti cui l'Occidente è tradizionalmente ricorso per mantenersi alla testa del pianeta si stanno rivelando meno efficaci contro Stati che dispongono di alternative: Cina, Russia e Iran sono chiari segnali di come le guerre economiche, le guerre finanziarie e persino le guerre vere e proprie non portino più a risultati rapidi. Matrix, insomma, non vince più tanto alla svelta.
Sostenere che gli Stati che si fondano su civiltà dalla lunga storia possano opporsi agli USA con più forza significa ignorare completamente la natura profonda di questo conflitto. Quella portata avanti per il conseguimento di un governo mondiale unico è una guerra volta a eliminare dalla scena proprio queste realtà, latrici di un modo diverso di osservare e comprendere il mondo.
Sostenere che gli Stati che si fondano su civiltà dalla lunga storia possano opporsi agli USA con più forza significa ignorare completamente la natura profonda di questo conflitto. Quella portata avanti per il conseguimento di un governo mondiale unico è una guerra volta a eliminare dalla scena proprio queste realtà, latrici di un modo diverso di osservare e comprendere il mondo.
Cosa significa questo? Fu l'ex primo ministro britannico Benjamin ad affermare nel 1846 che "il mondo è governato da personaggi molto diversi da quelli immaginati da chi non si trova dietro le quinte".
Disraeli si produsse in vari ed espliciti ammonimenti contro la "rivoluzione mondiale", vale a dire le "rivoluzioni colorate" di oggi. Disraeli intravide e denunciò più volte "un disegno" dietro la serie di rivoluzioni scoppiate in varie parti del mondo dell'epoca, intorno alla metà del XIX secolo.
Oggi a riecheggiare Disraeli è Emmanuel Todd, stimato storico e antropologo francese. Anche Todd vede nelle guerre odierne qualcosa di ben più profondo di una serie di conflitti territoriali separati e distinti.
Mosca non sta conducendo una guerra contro i venti milioni circa di persone che vivono in Ucraina.
L'Ucraina è il terreno in cui Mosca si sta confrontando con l'intero blocco atlantista, con la NATO nel suo insieme, con i suoi servizi di intelligence, con i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L'Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.
Ucraina, Iran, Yemen o Cina non sono altro che teatri operativi. Campi di battaglia tra i tanti che costituiscono lo spazio della guerra ibrida, collegati solo dal fatto di essere stati trascinati in una guerra mondiale latente.
Per Todd, le guerre odierne sono la manifestazione di uno scontro di civiltà tra un Occidente in declino e una Russia che difende una concezione più tradizionale e più sovrana dell'ordine politico e sociale. Wolfgang Münchau suggerisce che è plausibile che le guerre in Ucraina, in Iran e in Medio Oriente possano diventare una guerra sola, mentre la rivalità geopolitica tra Cina e USA resterebbe il principale conflitto dei nostri tempi.
Emmanuel Todd ha sottolineato che l'Occidente, nonostante la sua apparente superiorità economica e tecnologica, sta mostrando i segni di una fragilità profonda: invecchiamento demografico,
crisi di fiducia, deindustrializzazione e disorientamento ideologico.
Per decine di anni, come ha scritto Mattias Forsgren,
Il nucleo centrale dell'Occidente ha vissuto di finanziarizzazione e di delocalizzazione sistematica della produzione. La capacità industriale è stata trasferita in paesi a basso salario, mentre le economie metropolitane si sono orientate verso l'estrazione di rendite, l'inflazione degli asset e il riciclaggio del risparmio globale attraverso il sistema del dollaro. Nel 2008 c'è mancato poco al crollo, e questo ha reso evidente fino a che punto questo assetto fosse arrivato vicino all'abisso. Gli anni del Covid hanno seguito, su scala più ampia, lo stesso schema. I problemi strutturali rimangono irrisolti. Si è invece messo in piedi un sistema ancora più indebitato e ancora più fragile.
Un sistema finanziario indebitato, adesso vulnerabile nei confronti di una crisi finanziaria potenzialmente devastante.
Fino al 2022, anno in cui l'Unione Europea ha scelto di schierarsi a fianco dell'Ucraina, gli Stati europei più importanti erano parte del grande disegno capeggiato dal blocco di potere del "governo globale". Un disegno cui sono ancora asserviti. Solo che con l'ascesa di Trump non vi vengono più considerati dei partner a pieno titolo. La realtà oggi è che gli USA, per conservare la loro supremazia, non possono rischiare che la situazione si scaldi fino a trascendere in una guerra a tutto campo con i loro contendenti. Le loro forze armate sono troppo ridotte e inadatte.
Di contro, avversari come la Russia e l'Iran hanno scelto una strategia più sottile, più lenta, ma anche di gran lunga più ambiziosa, suggerisce Todd. Si tratta di una strategia che combina pressione militare, guerra economica, battaglie diplomatiche, influenza geopolitica e guerra dell'informazione. L'obiettivo non è solo vincere sul piano militare, ma rimodellare in modo duraturo l'ordine mondiale.
Per venire a capo di una guerra che segue un paradigma tanto diverso, gli USA stanno scaricando l'aspetto del confronto sul terreno su dei belligeranti di prossimità.
"il continente europeo si sta trasformando da alleato a risorsa: prosciugato economicamente, assoggettato politicamente e considerato militarmente come teatro cui far pagare i costi della ricostruzione dell'impero" (Forsgren).
La strategia statunitense nella sua espressione più estrema è costituita da una escalation controllata del confronto in cui il territorio degli USA verrebbe tenuto fuori dalle ostilità, mentre quello europeo dovrebbe reggere sia l'attrito convenzionale sia
il rischio nucleare.
Se continua a fare la guerra per conto terzi fornendo incessantemente all'Ucraina missili e droni che le consentono di colpire il territorio russo in profondità, l'Europa deve mettere in conto una rappresaglia russa, sia pure attentamente modulata contro risorse vulnerabili. L'Europa si troverebbe comunque in guerra contro la Russa. E sarebbe una guerra che, come riconosce Wolfgang Münchau, essa non è in grado di vincere.
Quali mercati obbligazionari andranno in fumo per primi? Chi esaurirà per primo i missili intercettori? Grazie alla tanto denigrata Politica Agricola Comune, l'Europa non resterà a corto di cibo. Ma sotto ogni altro aspetto -militare, energetico, finanziario- l'Europa è in svantaggio.
L'Europa non dispone delle risorse militari convenzionali che le servirebbero a procdere con una propria escalation decisiva; le armi nucleari rischiano quindi di apparire come l'unica "soluzione rapida" praticabile.
Il mantra per cui le minacce nucleari del Presidente Putin sarebbero un bluff serve principalmente ad allentare sul piano psicologico la cautela nei confronti di una escalation europea. Una escalation che potrebbe rischiare di indurre Mosca a ritenere di non avere altra scelta se non quella di ricorrere alle armi nucleari tattiche per ripristinare la credibilità della deterrenza nucleare russa.
In un simile contesto -e con il potenziale di escalation degli Stati Uniti in gran parte esaurito- quasi certamente gli USA non sarebbero disposti a rischiare concretamente che le loro città possano essere colpite da un attacco nucleare man mano che il conflitto si inasprisce.
"Le armi nucleari tattiche statunitensi erano state progettate per essere utilizzate sul suolo europeo e contro forze in esso presenti, proprio per racchiudere entro limiti geografici un qualsiasi scontro nucleare", sostiene Forsgren.
Pertanto, i fautori della strategia del "Design" mirano a mettere la Russia con le spalle al muro, in una posizione tale per cui le uniche alternative sarebbero una ritirata strategica oppure cercare di raggiungere i suoi obiettivi distruggendo l'Europa. Una distruzione che comunque comporterebbe per la Russia il prezzo dei danni che le armi nucleari europee infliggerebbero al suo territorio e alle sue forze armate, mentre il territorio statunitense e la rispettiva sovrastruttura finanziaria rimarrebbero fuori portata,
scrive Forsgren.
Sembra che l'idea sia quella per cui aumentando gradualmente il livello di pressione -ovvero mantenendo la Russia in uno zugzwang che non arrivi ad un aperto scontro nucleare strategico- negli ambienti militari statunitensi si speri di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi che comporterebbe una guerra di più vaste proporzioni.
Da molti decenni a questa parte l'obiettivo è sempre lo stesso: costringere la Russia alla capitolazione. Nel caso si arrivasse a tanto ci sarebbe un teatro operativo in meno nel grande conflitto per procura volto a subordinare la Cina al "progetto" di governo mondiale.
Più l'Europa viene messa nella posizione di fare da fronte nucleare sacrificabile, più acuto diventa il dilemma. L'effetto pratico è quello di mettere l'intero continente europeo -e il processo decisionale russo- nella posizione di chi ha tolto la sicura al grilletto.
Gli europei devono sicuramente rendersi conto di come vengono strumentalizzati per spingere la Russia in una guerra che nessuno vuole, né la Russia stessa né i cittadini comuni in Europa. Eppure, avendo abbracciato con tanto zelo la causa ucraina come se fosse un totem in grado di mettere d'accordo tutti i litigiosi partiti europei, essi potrebbero benissimo andare incontro a una catastrofe economica e politica se l'Europa continuasse con le provocazioni contro la Russia.
Quella di raddoppiare la posta, come gli europei sembrano intenzionati a fare, non è una strategia. Il loro allarmismo per una (immaginaria) aggressione ibrida russa può facilmente diventare una profezia autorealizzante che porta accidentalmente a una vera e propria guerra, ingenuamente intesa da qualche addetto alla sicurezza occidentale come un mezzo per mettere la Russia alle strette e costringerla alla resa.
Siamo arrivati a un punto per cui la classe politica europea non permette neppure che si discuta apertamente di guerra. Le élite europee si aggrappano a una strategia fondata sulla negazione del fatto che l'Ucraina sta perdendo la guerra. Gli USA e l'Europa sono sull'orlo di un crollo del mercato obbligazionario, e si trovano davanti alla chiara evidenza del fatto che l'unica arma che avevano contro la Russia, quella delle sanzioni, non ha mai funzionato.
Le esitazioni di Trump sul proseguire con il blocco petrolifero contro la Russia -ad esempio, ha autorizzato l'acquisto di russo per manipolare al ribasso il prezzo al dettaglio negli Stati Uniti- e l'iniziativa di Witkoff sul riavviare il Nord Stream come incentivo per indurre Mosca ad avviare i negoziati inizieranno a frantumare il fronte comune europeo? Staremo a vedere.


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