30 novembre 2009

Minareti elvetici e marmaglia peninsulare


Abbiamo più volte insistito sul fatto che la galassia "occidentalista", nella politica e nei media, è rappresentata da un aggregato di bambini, guitti, sciacquette, maneggioni, corpivendole, casi umani, ignorantelli, pregiudicati, minus habentes, irresponsabili, bulli di periferia, tossicodipendenti, scarti di anticamera, puttanieri, yes men, incompetenti, buoni a nulla e zerbini dominato da individui la cui unica guida sono l'interesse privato e l'impunità. Lo stesso vale per un numero molto alto di formazioni politiche, sì che classificare l'una o l'altra come "peggiore" in base alle asserzioni ed ai comunicati stampa di questo o quel protagonista è impresa sì difficile, ma tutto sommato anche inutile.
Alla fine del novembre 2009 la Confederazione Elvetica tiene un referendum il cui risultato inibirebbe "la costruzione di nuovi minareti" oltre i quattro già presenti in tutto il paese. Eveline Widmer-Schlump, ministro per la Giustizia, specifica che il risultato "non significa il rifiuto della comunità dei musulmani, della loro religione e della loro cultura", di cui il governo federale si farebbe, al contrario, garante. Il mondo è cambiato anche per la Confederazione, in piena trasformazione dalla condizione di inviolabile cassaforte del mondo a quella di paese come un altro, cui una serie impressionante di rovesci economici e finanziari hanno attirato sospetti, malevolenze ed inchieste giudiziarie internazionali; i partiti populisti mietono milioni di voti tra scontenti ed impauriti che non riconoscono più il paese cui erano abituati e favoriscono, per ovvie ragioni di tornaconto, quella che in Ticino viene definita "una mentalità da Ridotto Nazionale".
Il punto interessante della questione è che, nello stato che occupa la penisola italiana, gli scaldapoltrone in forza alla Lega Nord hanno invece fatto di tutto per calcare i toni e per trarre il massimo utile da una vittoria non loro. Alcuni politicanti hanno avuto la spudoratezza di proporre in tutta serietà di inserire una croce all'interno di una certa bandiera verde, bianca e rossa a bande verticali di uguali dimensioni.
L'intento è spregevole da svariati punti di vista.
Disgustoso -e dunque profondamente gradito ad un parco sudditi che del fare schifo ha fatto ormai da anni un motivo d'orgoglio- è l'attaccamento ai simboli religiosi cristiani da parte di una formazione politica che riceve praticamente ogni giorno pesantissime critiche dalla gerarchia cattolica a causa della deliberata disumanità delle proprie concezioni di fondo; questo, anche in un periodo in cui essa gerarchia non appare certo orientata al progressismo.
E' bene ricordare, poi, che fino allo stabile (e ben remunerato) insediamento in quelle sedi istituzionali in cui i suoi esponenti sventolavano corde da impiccagione e che fanno capo ad uno stato che la Lega aveva millantato di voler distruggere, la bandiera in questione era qualcosa da appendere nel cesso, secondo il consiglio che Umberto Bossi in persona diede nel 1997 a Venezia, più che da modificare. Stante la forma mentis dei promotori dell'iniziativa, è probabile che il tipo di croce che meglio li rappresenta sia rappresentato da quella uncinata, appropriatamente definita da Achille Ratti come "croce nemica di quella di Cristo".
Il quadro è completo se ricordiamo come tutto questo avvenga all'interno di una società profondamente e rapidamente decristianizzata, acquistando vieppiù di assurdo perima ed ancora che di irritante e di ridicolo.
Niente di grave, comunque; per un "occidentalista" sono tutte questioni di dettaglio. Pelo sullo stomaco e necessità assoluta di un Nemico cui contrapporsi permettono di superare impasse anche più ardue e di mietere voti a valanga, stante la pari -se non peggiore- incompetenza e cattiveria stupida accuratamente coltivate nei sudditi. E' fondamentale distogliere con tutti i mezzi, leciti o meno non è il caso di sottilizzare, l'attenzione dei sudditi da un paese sempre più povero, stupido e cattivo in cui si vive più schifosamente ogni giorno che passa: ben venga qualunque diversivo!
A suo tempo ci pronunciammo in modo estremamente chiaro circa il ruolo e la dignità che moschea e minareti -non meno di quattro- dovrebbero avere nella città di Firenze: è l'occasione buona per ribadire gli stessi concetti.

28 novembre 2009

"Occidentalisti", radici cristiane ed altra propaganda


La politica "occidentalista" consente ad individui sufficientemente privi di rispetto per se stessi e per gli altri, generalmente cacciati da qualunque altro settore produttivo per incompetenza, malafede, idiozia pura e semplice, inettitudine o storie di vita molto oltre l'impresentabile, di vivere alle spalle altrui.
Il denaro necessario viene loro dai suffragi.
I suffragi vengono dalla propaganda.
La propaganda funziona sempre allo stesso modo: ripetizione stolida di pochi concetti di base, allagamento dei mass media secondo la mai dimenticata lezione di Goebbels, e presentazione delle istanze lobbystiche in voga al momento come se dalla loro soddisfazione dipendessero i destini di intere collettività. A volte l'effetto è quello di produrre sulle gazzette una realtà inesistente, come nel caso delle statuite "radici cristiane" dell'"Occidente" e della recente battaglia in favore di un simbolo religioso al quale nella vita quotidiana tiene una parte assolutamente minoritaria dei sudditi. Una parte assolutamente minoritaria capacissima di comportarsi in ogni atto della propria vita in modo diametralmente opposto a quello indicato dalle più elementari linee guida di qualunque monoteismo, senza avvertire in questo alcuna contraddizione.
Il testo che qui si recensisce è uscito una prima volta nel 1992, ed una seconda nel 2002 seguito da una postfazione dell'autore. Una lettura che consente di inquadrare le iniziative e le istanze "occidentaliste" nella cornice che è loro propria, che non è fatta soltanto di un'incompentenza malevola e cialtrona meritevole di disprezzo e di irrisione, ma anche e soprattutto di un lavorìo incessante, teso alla soddisfazione di interessi lobbystici e di parte solitamente intrisi di ben altro che di trascendenza.


Alain de Benoist, La "Nuova evangelizzazione" dell'Europa - La strategia di Giovanni Paolo II (Arianna, 2002)



Il libro di Alain de Benoist ricostruisce le mosse diplomatiche, religiose, politiche e propagandistiche del papato di Giovanni Paolo II, per arrivare a conclusioni piuttosto nette in merito al successo di quella che avrebbe dovuto essere la "nuova evangelizzazione" dell'Europa.
La nuova evangelizzazione e l'identità politica europea introduce i temi di base della strategia politica del papa slavo: statuire l'ineliminabilità delle "radici cristiane" dall'identità continentale in modo che nessun "mito fondante" possa essere rintracciato o costruito al di fuori di esse, riscoprire la dottrina sociale della Chiesa ed irrompere in forze nella società civile per colmare quanti più spazi possibile tra quelli lasciati vuoti dal (presunto) crollo delle "ideologie". Lo "spostamento al centro" dell'orientamento politico delle gerarchie ecclesiastiche nel loro complesso e l'azione del poderoso apparato economico dell'Opus Dei sono i principali strumenti, operanti a livello mondiale, della strategia perseguita.
La nuova evangelizzazione e l'identità spirituale europea illustra già i primi limiti dell'orientamento perseguito da Giovanni Paolo II. La fronda interna all'apparato, mossa da teologi, accusò sempre il pontefice di essere stato assai più rigoroso nei confronti dei cosiddetti "modernisti" che non nei confronti della loro controparte, stigmatizzata ed emarginata senza la sistematicità usata contro i sostenitori della "teologia della liberazione". Altri ostacoli sono rappresentati dal rapporto con la modernità e dalla pretesa della Chiesa di Roma di conservare un primato spirituale incontestabile: una posizione che rende di fatto impossibile un vero dialogo interconfessionale.
Ai tempi in cui il libro fu pubblicato nella sua prima edizione, la fine delle persecuzioni religiose nell'ex URSS permetteva agli uniati una certa ripresa, ma attirava loro le critiche di gerarchie ortodosse affatto disposte a farsi assimilare, e che accusavano le gerarchie cattoliche di un proselitismo condotto con sistemi da guerra coloniale. Altro ostacolo, i rapporti con il mondo ebraico, nel quale abbondavano -ed abbondano- le voci che vedono nell'atteggiamento cattolico un insieme di svalutazione e di tentativi di fagocitazione, nonostante eventi mediatici come la visita alla sinagoga di Roma avvenuta nel 1986. Un sostanziale non riconoscimento della reciprocità sembra minare nel profondo la strategia del pontefice.
L'ostacolo più grande viene però dalla scristianizzazione di fatto della società civile, un fenomeno apparentemente inarrestabile. Un bric à brac delle credenze, mosso dalla concezione di fondo di una religione cui si chiede felicità e non più salvezza, ha tolto ogni spazio alla dogmatica e svuotato di autorevolezza la gerarchia, che in molti ambienti (De Benoist esamina a fondo il caso francese) non ha più alcuna presa sui comportamenti individuali e ne ha sempre meno su quelli dei legislatori. La rivalutazione delle "radici cristiane" dell'Europa si scontra non soltanto con una realtà di fatto che vede i cattolici perdere terreno proprio in Europa, e di contro guadagnare influenza in America meridionale e in certi paesi asiatici, ma anche sulla necessità di amputare il passato precristiano del continente e di statuirne la nascita a seguito dell'adozione di una religione nata al di fuori dei suoi perimetri geografici.
Nella postfazione aggiunta nel 2002, Alain de Benoist conclude recisamente che la strategia di Giovanni Paolo II ha fallito i suoi obiettivi. Crollo della pratica, credenze individualizzate e sincretiche messe in piedi assemblando elementi eterodossi, delegittimazione del ruolo dei sacerdoti ed un'ignoranza sempre più diffusa dei dogmi anche tra i praticanti sono un fatto compiuto, insieme al successo esclusivamente mediatico di molte mosse della diplomazia pontificia. Le emanazioni che resistono bene, come la rete delle scuole private, devono il loro prosperare a motivi che non hanno nulla a che fare con l'osservanza delle pratiche religiose o con il magistero pontificio.
In mezzo alla modernità, l'istituzione ecclesiastica ha avuto successo nel diffondere i suoi valori ovunque, ma lo ha fatto in un mondo che può farvi riferimento senza di essa, se non addirittura contro di essa. La conservazione del religioso avviene oggi a prezzo della sostanziale privazione della possibilità di una vera influenza globale che in passato ha costituito la stessa ragion d'essere dell'istituzione ecclesiastica e la visibilità o l'ascesa di questo o quello integralismo non fa che confermare il sostanziale indifferentismo religioso che domina la scena.

27 novembre 2009

Firenze: colpo di mano sciita a Campo di Marte


Uno che non sta con Oriana ha riferito per telefono di un'interessante presenza avvistata il 27 novembre 2009 nel quartiere fiorentino di Campo di Marte, imprecando al tempo stesso contro la malasorte che lo aveva fatto uscir di casa senza la fotocamera digitale d'ordinanza.
Attorno alle undici del mattino, per il quartiere si aggirava un Maggiolino Volkswagen di vecchissimo modello, con a traino un carrello portabagagli, fittamente decorato e dipinto.
La targa IDF400, Tabriz, Repubblica Islamica dell'Iran.
Ai sedili anteriori due signori barbuti e piuttosto divertiti.
Sul retro dell'automobile la scritta WORLD TUR.
Sul cofano, un enorme ritratto a tempera di Mahmoud Ahmadinejad.

Chi avesse visitato il palazzo di Reza Pahlavi a Tehran nord sa che una vista del genere non è troppo inusuale: una costruzione annessa al palazzo ospita la raccolta di oggetti curiosi e di fotografie raccolta da qualcuno che negli anni Sessanta partì da Tehran per un giro del mondo in fuoristrada. E' probabile che la tradizione continui, portata avanti da tipi avventurosi che l'Iran non smette di produrre, e con mezzi nemmeno troppo dissimili da quelli di allora.
L'episodio è sicuramente minimo, ma illustra un altro aspetto della realtà iraniana che va contro le ciarle gazzettiere e contro l'occidentalume d'accatto, smentendo tra l'altro in modo piuttosto esplicito la fama di assoluta impopolarità ascritta d'ufficio dal giornalame al dittatore iraniano.

25 novembre 2009

Ecco come la città di Prato difende le sue "radici cristiane"





Immediatamente dopo le elezioni amministrative del 2009 la città di Prato è diventata una specie di laboratorio -l'espressione think tank non è possibile usarla, perché quanto vi sta succedendo a tutto fa pensare meno che all'intervento di qualche thinker- del marketing politico "occidentalista" in Toscana. Le gazzette locali hanno insistito più volte sulle "radici cristiane" del cosiddetto "Occidente", capeggiate in questo da un "Giornale della Toscana" che nella prima pagina del 5 novembre scorso statuiva che "Prato difende il crocifisso" ed ha proseguito nei giorni successivi a pubblicizzare la nota -e qui derisa- iniziativa della Lega Nord. Il tema non merita certo di essere liquidato in due parole perché la malafede e la cialtroneria che vi vengono profuse meritano di essere additate al comune disprezzo in modo ben più documentato; avremo modo di tornare sulla questione.
Le immagini qui sopra -pornofiere, pornolocali- mostrano quale sia la reale e quotidiana offerta su cui i sudditi pratesi possano contare in materia di spiritualità e di trascendenza; praticamente le "radici cristiane" di Prato in tutta la loro concretezza. Si tenga presente che i camion pubblicitari raffigurati si trovavano il 25 novembre 2009 all'uscita del casello autostradale di Prato Est, in una posizione tale da collocarli tra le primissime cose che un visitatore automunito ha modo di notare al suo arrivo in città.

24 novembre 2009

Cinema: Harlan e Martinelli.






1940. Il regista tedesco Veit Harlan dirige Jud Süß. Jud Süß fu voluto dalla propaganda nazionalsocialista come distorsione di un personaggio storico, Joseph Süss Oppenheimer che da esattore e banchiere privato divenne una specie di consigliere finanziario per Carlo Alessandro, duca di Württemberg. La morte repentina del duca, nel 1737, lo fece cadere in disgrazia in modo tanto drastico che i molti nemici che si era procurato riuscirono a farlo condannare a morte. I propagandisti della Germania nazionalsocialista curarono con molta attenzione che Jud Süß distorcesse la vicenda fino a fare di Oppenheimer la rappresentazione dell'ebreo secondo il cliché antisemita del tempo: avido, traditore, nemico a tutto tondo dell'umanità che lo circonda.
2005. Il regista peninsulare Renzo Martinelli dirige Il mercante di pietre, l'immaginaria storia di un suddito peninsulare che da combattente antisovietico in Afghanistan finisce per abbracciare una raffazzonata causa combattente che si concretizza nell'attentato ad un traghetto. Il film fu più che altro il risultato di un'operazione commerciale volta ad attrarre un pubblico "occidentalista" amorevolmente curato da anni con manicaretti dello stesso tipo. Il film tenta di solleticare il timore "occidentalista", già demenziale per proprio conto, di attacchi imprevedibili da parte di "convertiti" insospettabili, quelli che vivono come loro, parlano come loro, ma li odiano. Al contrario di Jud Süß, il film durò in programmazione meno di una settimana e si schiantò contro il doppio muro del disprezzo espresso sia dalla critica che da molti degli stessi politicanti "occidentalisti" di cui il regista si augurava, con ogni probabilità, il sostegno.

Dalle locandine emerge un dato interessante, la straordinaria somiglianza anche fisica dei protagonisti in negativo, che sottende la malvagità inconciliabile degli ebrei di Harlan e degli "islamici" di Martinelli. Gli entusiasti di Jud Süß trascinarono tutta l'Europa contemporanea nella loro rovina; è il caso di augurarsi che i mangiatori di maccheroni entusiasti per Il mercante di pietre non trascinino l'Europa di oggi nella loro.

19 novembre 2009

Discorso di Azam Farahi al convegno della FAO, Roma, 15 novembre 2009


Nella noncuranza delle superpotenze -vere o sedicenti tali- si è svolto a Roma un convegno della FAO sul problema dell'accesso al cibo a livello mondiale; come spesso succede l'assenza delle stelle di prima grandezza del firmamento mediatico lascia gazzettieri e televisionari ad accontentarsi di quello che c'è; il modo di ridurre tutto ad una comparsata di femmine poco vestite lo si trova comunque.
Il meeting novembrino di Roma non ha fatto eccezione, fornendo un Gheddafi in splendida forma le cui "hostess" hanno consentito alle ciarle gazzettaie di evitare di occuparsi anche stavolta di problemi veri.
In una riunione defilata rispetto agli incontri mediaticamente più esposti, la first lady della Repubblica Islamica dell'Iran Azam Farahi ha pronunciato il discorso che segue. Un monumento di concretezza ricco di proposte perfettamente eseguibili, ridotto dal gazzettaio ad un "discorso antisemita" a causa della citazione finale sulle vittime della "politica" sionista a Gaza.
(Traduzione da islamidavet.com).

Le first ladies del Movimento dei paesi non allineati si sono riunite a Roma per discutere le strategie per eliminare la povertà e la fame nel mondo.
La first lady iraniana Azam Farahi ha pronunciato il discorso seguente durante l'incontro, tenutosi a lato del convegno della FAO sulla sicurezza delle risorse alimentari.

Ringrazio l'Onnipotente per aver avuto l'opportunità di partecipare a questo incontro. Sono grata anche al Direttore Generale della FAO, signor Jacques Diouf, per aver proposto una giornata di digiuno in solidarietà con i popoli e la signora Susan Mobarak per aver avuto l'idea di organizzare questo incontro, con l'obiettivo di coinvolgere davvero le first ladies del Movimento dei paesi non allineati nella lotta contro la scarsità di cibo.
Al momento presente, sulla comunità internazionale gravano, in tutto il mondo, un miliardo di affamati e tre miliardi di persone che soffrono per la povertà. Lo squilibrio tra la quantità di cibo prodotta e quella consumata sta crescendo. Le storture del mercato alimentare così com'è oggi ha negato a queste persone l'accesso a risorse alimentari sufficienti alla necessità di un'alimentazione adeguata. Il perdurare di questa situazione si tradurrà senza dubbio nell'espansione della povertà e delle sue terribile conseguenze. La scarsità di risorse alimentari pone sulle spalle delle donne di famiglia un doppio fardello. Adesso dobbiamo chiederci quali siano le cause alla base di questo problema.

Al mondo non esiste cibo a sufficienza, questo è ovvio. Piuttosto, le storture nella distribuzione, gli atteggiamenti mercantilisti e lo sfruttamento delle risorse esistenti per l'occupazione e per la corsa agli armamenti sono responsabili di aver imposto la povertà ad estesi settori della popolazione mondiale, specialmente alle donne, e di aver prodotto una situazione in cui l'accesso al cibo non è garantito.

Abbiamo bisogno, oggi, di nuovi modelli di consumo; dovremmo promuovere modelli di consumo basati sulle necessità effettive, nonché uno spirito improntato alla collaborazione, alla beneficenza e all'altruismo.

Il promuovere tra gli uomini la cultura del lavoro e dell'assunzione delle responsabilità familiari ed il rendere effettivi i diritti di base per le donne, l'accesso al cibo, al vestiario, all'abitazione, insieme all'attenzione per il cibo sano e salutare che derivano da un punto di vista religioso sono tra le misure che aiutano a ridurre la portata di questi problemi. Vorrei qui esortare le first ladies del movimento dei paesi non allineati ad adottare modelli adeguati per il consumo del cibo, quale primo passo in questa direzione.
Questo aiuterà la promozione di uno spirito solidale tra la gente e a conferire nella società un avallo istituzionale a questi comportamenti.
Vorrei adesso riferire in merito ad un certo numero di pratiche sperimentate nella Repubblica Islamica dell'Iran; sono basate su quanto insegna la religione e si sono dimostrate effettivamente in grado di rendere maggiormente garantito l'accesso al cibo per le famiglie.

1 - Il governo si è impegnato per migliorare la qualità del cibo consumato dalle bambine e dalle donne.
2 - Le donne incinte e quelle che allattano al seno ricevono un sostegno dietetico, così da poter crescere una generazione sana.
3 - La promozione di prestiti senza interesse, come corretta soluzione alla fondazione di un nucleo familiare; i prestiti senza interesse concessi a cerchie familiari o a gruppi di persone, per promuovere e sostenere lo spirito di cooperazione e di servizio sociale, tutelando al tempo stesso la dignità degli esseri umani.
4 - Il sostegno alla diffusione di competenze a livello locale, attraverso la selezione e l'addestramento di facilitatori sociali della medesima origine.

Quelle che seguono sono alcune proposte che potrebbero essere incluse nel documento di fine conferenza.

1 - La fondazione di un organismo indipendente e forte, che coordini con piena libertà il mercato delle risorse alimentari.
2 - La destinazione di fondi, da parte del movimento dei paesi non allineati, per sostenere il lavoro e la sicurezza alimentare delle donne che lavorano in casa.
3 - La promozione di relazioni internazionali e la diffusione delle informazioni importanti per il campo dell'agricoltura e del cibo sano.
4 - L'incremento della consapevolezza del pubblico verso il problema, nei confronti del cibo sano e dei comportamenti di consumo adeguati.
5 - L'enfasi per i diritti delle donne, perché nelle famiglie gli uomini provvedano loro cibo, vestiario ed abitazione.
6 - Il rivolgere ogni sforzo per proteggere dall'inquinamento le risorse idriche e dei terreni agricoli.

In conclusione, devo prendere atto del fatto che purtroppo il nostro mondo si trova al momento davanti ad una situazione che è un chiaro esempio di accesso difficoltoso al cibo ed alle cure mediche, rappresentato dal caso degli assediati a Gaza. Persone innocenti afflitte da un blocco territoriale contrario a tutte le norme e a tutte le leggi internazionali. Ci attendiamo di vedere l'immediato cessare di questo caso di enorme oppressione. Chiedo alla chiarissima signora Mobarak, come rappresentante delle persone che qui si sono riunite, di impegnarsi a seguire la questione e a diffondere in tutto il mondo la voce del nostro consesso in favore delle donne e dei bambini che soffrono a Gaza.

Con l'auspicio che si realizzino le divine promesse per la diffusione della giustizia nel mondo.

17 novembre 2009

Firenze: un terrorista islamico in meno


Lo stato che occupa -non si sa bene a che titolo- la penisola italiana è, da una quindicina d'anni, governato da esecutivi che hanno lucrato suffragi e legittimazione ciarlando di tolleranzezzèro (contro i poveri) e di cettezzedellapena (per i poveri), i cui esponenti -ormai relcutati d'ufficio tra i soggetti rifiutati con sdegno da ogni altro settore produttivo, una sorta di parodia del concetto di élite- ogni giorno alluvionano gazzette e televisioncine cianciando d'i'ddegrado e d'i bbisogno di sihurezza.
Ecco un campione dei risultati cui porta questa "politica", da un flash di agenzia riportato tale e quale.
In galera da più di tre mesi.
Neanche furto.
Tentato furto.
Ma cosa importa: per i mangiatori di maccheroni è pur sempre un nemico in meno!


Minorenne si impicca in carcere a Firenze
Era detenuto per tentato furto, ha usato un lenzuolo
17 novembre, 22:50

FIRENZE - Si è ucciso alla vigilia del suo diciottesimo compleanno, schiacciato da una detenzione che non sopportava più. Un ragazzo marocchino si è impiccato nell' istituto penale minorile Meucci di Firenze. Era arrivato lì da poco tempo. Le forze dell' ordine lo avevano sorpreso a Lucca mentre cercava di rubare. Tentato furto era l'accusa per cui era detenuto: il processo era stato fissato per il 23 novembre prossimo. Una storia di solitudine e di disagio profondo quella del giovane venuto dal Magreb e finita in un penitenziario.

"Era solo ed aveva bisogno di un altro tipo di assistenza", rivela Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze. Forse gli addetti non hanno capito il suo disagio, così come i suoi compagni di cella non hanno intuito che qualcosa di tragico si stava consumando a un metro da loro. E tra chi si occupa di giustizia minorile ora c'é sconforto e dolore. Sono le 18, è il momento della doccia. Tocca al giovane marocchino: poche parole con gli altri tre detenuti e l' ingresso nel bagno. Il ragazzo ha già deciso tutto: porta con sé un lenzuolo lo bagna, lo arrotola, lo lega stretto alle sbarre della finestra del bagno. Poi apre l' acqua della doccia, forse per coprire eventuali rumori: sale su una scarpiera, si lega il lenzuolo al collo, si lascia cadere e muore impiccato. Il giudice non lo vedrà, mentre della sua vicenda si sta già interessando il sostituto procuratore della repubblica di Firenze Tommaso Coletta. A scoprire il cadavere del giovane sono stati gli agenti della sorveglianza, chiamati dai compagni di cella che non vedendo uscire il magrebino dal bagno si sono allarmati. Lo hanno chiamato più volte. Dal bagno nessuna risposta, solo il rumore dell' acqua aperta nella doccia. Così sono intervenuti gli agenti che hanno scoperto il ragazzo con il lenzuolo al collo. C'é stato un tentativo per rianimarlo, ma subito i soccorritori si sono accorti che nulla era possibile fare per salvarlo.

E dopo la morte del ragazzo, Corleone lancia l' ennesimo allarme. "In questo anno i suicidi, gli episodi di autolesionismo e le morti in carcere sono stati troppi. E anche per quello minorile di Firenze si comincia a parlare di sovraffollamento. Una sezione è chiusa per carenza di personale e nell' altra abbiamo registrato anche fino a 28 presenze: troppe. Dobbiamo avere il coraggio di avviare un discorso nuovo. Serve più coraggio. Serve una struttura aperta e non il microcarcere che scimmiotta quello per adulti. Questo ragazzo non aveva bisogno del carcere, ma di altro".

Fonte: Ansa.it