04 agosto 2012

Alastair Crooke - Resistenza. Aspetti essenziali della Rivoluzione Islamica - Parte II, Capitolo 4 - Una rivoluzione sociale


"Il libero mercato non rappresenta un veicolo per la modernizzazione. E’ un qualcosa che appartiene al mondo di John Locke, non al nostro" (John Gray, Black Mass: Apocalyptic Religion and the Death of Utopia, London, 2007). Foto da DeviantArt.

Thomas Macaulay, nella sua famosa Storia dell’Inghilterra, indica quali sono le due principali forze che operano in modo che la storia si muova nella direzione giusta per la costruzione di un mondo migliore. Il corollario implicito all’analisi di Macaulay è che assecondare il cammino della storia sarebbe sia nostro dovere che nostro interesse. Comincia spiegando
…in che modo, dall’auspicata congiunzione di ordine e di prosperità quale mai gli annali delle umane vicende hanno fornito esempio [simile]… un gigantesco sviluppo del commercio ha dato origine ad una potenza marittima a paragone della quale ogni altra potenza marittima antica o moderna diventa insignificante1.
Piacevole, la narrativa di Macaulay. Parla di un mondo migliore dal punto di vista intellettuale, sociale ed economico, che emerge naturalmente dai difformi elementi delle lotte del passato. Secondo Macaulay si tratta di una storia di generali miglioramenti in tutti gli aspetti della vita, che “a meno che non prenda un grosso abbaglio… susciteranno riconoscenza in tutti gli animi religiosi, e speranza nei cuori dei patrioti”2.
Questa visione ottimistica aveva, ed ha a tutt’oggi, una cosa che colpisce: che questo emergere di una nuova forza benevola si sarebbe verificato non ad opera di un disegno umano, ma attraverso l’imperscrutabile e graduale lavoro della Provvidenza. Questa concezione della storia protestante e laico-moderna è servita per gli ultimi duecento anni come “studio investigativo delle impronte digitali lasciate dalla mano invisibile”, e dal momento che alla mano invisibile la cultura anglofona attribuisce poteri straordinari, a molti anglofoni questa visione appare ancora come l’ovvia ed indiscutibile forma possibile per il cammino della storia3.
Includere il concetto che considera il lavoro di una mano invisibile all’interno dei principi generali della storia riflette, sia dal punto di vista religioso che da quello laico, il credere nell’esistenza di un ordine che sorge spontaneamente dal libero ed incontrollato gioco di forze naturali ed apparentemente incontenibili. Il far propria la convinzione che il mondo sia fatto in modo che questo libero muoversi finisca per realizzare una ordinata e più alta configurazione della società è rintracciabile in tutte le sfere del pensiero occidentale, ed è un modo per ribadire alcuni dei più potenti convincimenti spirituali dell’etica protestante puritana4.
Questa stessa idea aveva armato i ribelli guidati da Cromwell nella loro lotta contro la monarchia in Inghilterra. Fece da sostegno alla lotta dei protestanti contro la comunità religiosa del cattolicesimo romano. Su di essa si basò il concetto di democrazia; fa da fondamento al concetto occidentale di diritti dell’uomo e dei diritti delle donne, e rappresenta ancora oggi il bastione su cui poggia l’ostilità dell’Occidente nei confronti dell’Islam.
Si tratta di una concezione della storia che contempla il lento e graduale avanzare del progresso in una società libera in quanto forza dominante nel conformare la società inglese e quella americana. In questa ottica, le stesse forze e gli stessi potenziali sarebbero allo stato latente in tutte le società, se solo se ne rimuovessero i polverosi laccioli rappresentati dall’illiberalismo e dalle limitazioni.
Cromwell ed i suoi seguaci puritani nel XVII secolo non si consideravano dei modernizzatori intenti a mettere a punto una rivoluzionaria concezione della storia. Non erano contro la tradizione: anzi, se ne consideravano dei difensori. Le loro idee erano state messe insieme attingendo ad un immaginario passato della storia anglosassone. Ma il loro affannoso rifarsi al passato, in cerca di tracce della storia del VII e dell’VIII secolo nei trattati di storia romana, li fornì di una nuova narrativa e di una identità propria. Si trattava di una riproposizione di componenti culturali e storiche del passato che aveva anche il compito di dare al mondo una visione utopistica globale nei con cui affrontare il futuro.
La nuova narrativa rappresentava una visione che affondava le sue radici in un passato tanto splendido quanto immaginario, in cui i liberi yeomen (contadini indipendenti) dell’Inghilterra avevano combattuto per quelle istituzioni e per quelle leggi che sarebbero emerse nel settimo e nell’ottavo secolo dai turbolenti confronti e scontri fra tribù germaniche progenitrici del mondo anglosassone.
Da questi scontri tribali ai limiti della guerra civile emersero istituzioni, costumi e leggi della società anglosassone. Questo non si sarebbe verificato in virtù di un disegno prefissato, ma sarebbe accaduto spontaneamente, come se fosse il frutto della mano della divina Provvidenza, che lavorava non vista. Era questa eredità storica, secondo Cromwell, che aveva reso gli anglosassoni una gente libera e combattiva, decisa a respingere il feudalesimo importato con la conquista normanna. Ed a questa storia di “tradizione” anglosassone di libertà Cromwell si rifece, quando sfidò il diritto divino dei re d’Inghilterra ed organizzò la propria ribellione contro la “moderna” importazione dell’autoritarismo e dell’assolutismo di re Carlo.
Simili idee non erano soltanto patrimonio inglese. Quest’epoca immaginaria sassone fatta di libertà e felicità intese come frutto dell’ordine naturale introdotto dalla mano invisibile della Provvidenza assunse particolare interesse anche per l’americano Thomas Jefferson. Per tutta la vita fu un sostenitore degli studi anglosassoni, sulla base dei quali giunse a credere che le leggi dell’epoca anglosassone fossero basate sul diritto naturale.  A suo dire, la malevola conquista dell’Inghilterra da parte dei normanni vi introdusse i re, i preti, il feudalesimo e tutto l’apparato di corruzione e tirannia in quello che era l’idilliaco mondo anglosassone5.
Secondo John Adams la grande medaglia degli Stati Uniti tratteggiata da Thomas Jefferson aveva due facce, rappresentate da una parte da
…i figli di Israele nel deserto, guidati da una nuvola di giorno e da una colonna di fuoco di notte [verso la terra promessa loro da Dio];  dall’altra, Hengist e Horsa, i capi sassoni dai quali abbiamo avuto l’onore di discendere, ed i cui principi politici e la cui forma di governo abbiamo fatta nostra6.
Da questo passato immaginario è derivata la consolidata certezza che davvero esistesse una differenza tra il retaggio anglosassone fatto di uomini liberi, con le loro istituzioni e la loro cultura di libertà, contrapposto alla tirannia e all’illiberalismo prima dei normanni, con i loro re, il loro feudalesimo e i loro preti, e poi della illiberale Spagna cattolica e della cattolica Francia, con il loro assolutismo, il terrore giacobino e la megalomania napoleonica. Questa concezione si sarebbe evoluta nell’idea di società aperta, con le sue libertà personali ed i suoi liberi mercati, contrapposta alle società “chiuse” della religione statica e dell’illiberalismo.
Il mondo protestante, fin dall’epoca in cui Cromwell definiva un impero del male la Spagna cattolica, ha tutte le volte etichettato i propri nemici come illiberali e assolutisti, o come totalitaristi e nemici della libertà. Il fatto che sia l’Inghilterra che l’America abbiano entrambe vinto tutte le guerre contro i loro nemici illiberali nel corso degli ultimi trecento anni, uscendone non come semplici potenze vincitrici, ma come superpotenze mondiali, ha rafforzato la loro convinzione che fosse volere della Provvidenza che uomini e donne si comportassero secondo il modello anglosassone degli uomini liberi che rispettavano il principio secondo il quale si doveva lasciar agire la mano invisibile affinché, alla sua maniera, curasse nel miglior modo gli interessi di tutti.
Questo sentire spinse Abbott Lawrence a scrivere nel 1850, mentre era ambasciatore statunitense a Londra, che “se gli anglosassoni di Gran Bretagna e degli Stati Uniti si comportano lealmente gli uni nei confronti degli altri e tutti e due nei confronti della causa dell’umana libertà, possono dare a tutto il mondo non solo la loro lingua, ma anche le loro leggi, e sconfiggere il potere di tutti i despoti che esistono sulla faccia della Terra”7.
Non è certo stato un caso se i seguaci di Cromwell del XVII secolo si sono messi a cercare i tempi idilliaci fatti di presunta libertà nella storia del VII secolo per sostenere la loro ribellione contro re Carlo I d’Inghilterra. La spinta ad adottare una narrativa ed una nuova identità desunte da quell’epoca passata veniva loro da un altro conflitto: la lotta religiosa tra protestantesimo e cattolicesimo.


L’etica dell’individuale

Il punto fondamentale della trasformazione di valori che emerse da questo conflitto tra confessioni cristiane era, come abbiamo visto nel primo capitolo, la reinterpretazione del significato della storia del patriarca Abramo. Ali Shariati ha tentato di dare un nuovo significato ed un nuovo senso al martirio dell’Imam Hussein, intesto come simbolo di supremo sacrificio personale davanti al principio della giustizia; allo stesso modo, cinquecento anni prima, Martin Lutero aveva dato un nuovo significato alle vicende di Abramo.
Lutero aveva descritto come condizione per la salvezza non il pentimento per i propri peccati, ma la fedele ed immediata risposta di Abramo alla chiamata di Dio. La salvezza per mezzo della sola fede, che è il principale assunto del protestantesimo, fu definita partendo dalla reinterpretazione della vicenda di Abramo, cui Lutero ed i suoi seguaci cedettero.
L’atto di fede di Abramo che si prepara a sacrificare il figlio simboleggia la libertà di scelta: il fare una scelta personale. Simboleggiava la natura individualistica e personale della fede, contrapposta ai legami comunitari cementati dalla religione; simboleggiava l’abbracciare incondizionatamente i mutamenti; e simboleggiava il pronto accogliere l’invito al viaggio verso un futuro ignoto in una nuova terra, senza alcun riguardo per le conseguenze che questo avrebbe avuto sul piano sociale e personale.
Procedere su questo cammino individuale richiedeva al fedele di obbedire all’esortazione di utilizzare i talenti personali elargiti da Dio. Una simile chiamata conferì nuova dignità e nuova importanza alle questioni economiche: pose le basi per la sintesi dell’etica protestante e del capitalismo nascente, collegandole alla rivelazione della volontà divina. Avere successo nei commerci significava trovarsi nel favore e nella grazia d’Iddio.
Man mano che l’etica protestante del lavoro e del risparmio si affermava, nacquero il capitale e le abitudini lavorative che hanno fatto crescere il capitalismo. Questo originò la diffusa credenza secondo cui l’economia del libero mercato rappresentava una nuova chiamata proveniente da Dio. Si venne a creare un circolo virtuoso di credenze: il prosperare di una comunità testimoniava con più forza la grazia divina, e questo conduceva sempre più persone ad abbracciare il capitalismo.
L’accento posto dai protestanti sulla relazione personale tra uomo e Dio, concretizzata da un atto di scelta individuale e sulla realizzazione di un’impresa personale, si coniugava bene con l’immaginata era del benessere anglosassone. E fu questa coppia di concetti che i seguaci di Cromwell misero in campo, a costruire la grande narrativa che giustificasse la loro ostilità per il monarca inglese Carlo I e per le potenze cattoliche illiberali. Essa si accordava bene anche agli interessi di una classe di mercanti e commercianti capitalisti inglesi in piena ascesa.
La narrativa anglosassone centrata su un ordine determinante che era intrinseco allo sviluppo della loro storia era sostenuta dalla convinzione protestante che ordine ed istituzioni potessero emergere naturalmente e più o meno spontaneamente a partire dai cambiamenti. Sulla base di questa convinzione, i protestanti consideravano se stessi come emulatori dell’atto di fede compiuto da Abramo. Come Abramo, stavano impegnandosi in un viaggio verso una terra promessa migliore dell’attuale. Fidarsi di questo istinto rifletteva l’essenza del protestantesimo: l’accettazione dei cambiamenti voluti dalla Provvidenza e la fede per i risultati di questo invisibile processo. 
La credenza in un ordine naturale capace di materializzarsi come per opera di una mano invisibile ha dominato l’immaginario occidentale per secoli, e non è rimasta patrimonio esclusivo dei protestanti o delle persone religiose. Scienza ed empirismo, nel XIX secolo, sembravano confermare la possibilità che, al di là dell’apparente disordine dell’universo, si potesse osservare un ordine razionale intrinseco alla natura dell’universo fisico, piuttosto che dovuto alla mano della Provvidenza. La filosofia positivista, che nega ogni validità al pensiero deduttivo ed alla metafisica, ha introdotto nel laicismo questa credenza in un ordine naturale e progressivo cui si è giunti empiricamente, ma che da ogni altro punto di vista è ad essi analoga.
In questa concezione del mondo, politici e legislatori avevano il compito di mettere questo ordine, già presente, in condizioni di esplicarsi rimuovendo gli ostacoli alla sua manifestazione. In particolare, il ruolo del politico non era assolutamente quello di imporre alcuna grande visione ad una società uniformata e caotica. Leggi ed istituzioni, che si evolvessero o che venissero illustrate e scoperte da un attento studio scientifico, non venivano considerate il risultato di applicazione pratica di vaste ed onnicomprensive costruzioni astratte8.


La mano invisibile

Dove andava la scienza, l’economia seguiva a ruota. Adam Smith, nel suo La ricchezza delle nazioni pubblicato nel 1776, statuì ancora una volta l’azione della mano invisibile come base della sua teoria economica. Quella stessa mano portava ordine e soddisfaceva al meglio gli interessi dell’umanità, e lo faceva partendo dalle azioni prive di coordinamento, e guidate dall’interesse, di una moltitudine di acquirenti e venditori che venivano incontro gli uni agli altri grazie ai meccanismi del libero mercato.
Questa concezione ispirò la “Grande Trasformazione” in Inghilterra. Fece del libero mercato il principio organizzativo della società, al quale gli stati-nazione, la politica, le strutture comunitarie e le istituzioni dovevano essere subordinati. In pratica, l’agire di singoli esseri umani educati, controllato solo dalla loro percezione del proprio benessere personale, avrebbe prodotto una società ordinata ed armoniosa, risultato della combinazione delle loro scelte personali esenti da costrizioni. E’ stata questa la visione utopistica che, a partire dal XIX secolo, è stata esportata nelle società musulmane, e ad esse imposta.
Il concetto di libero mercato inteso come alla base di un “ordine naturale” può anche essere una delle più durevoli e radicate teorie della storia dell’uomo, ma è anche un mito. Un mito attorno al quale è andata modellandosi la vita politica occidentale, ma pur sempre un mito.
Certo, Smith e gli economisti classici credevano in un progresso inteso come stadi di sviluppo, e non nelle più tarde teorie alla Milton Friedman che contemplavano uno shock culturale ed un disorientamento che avrebbero prodotto una civiltà commerciale basata sugli scambi del libero mercato.  Avevano anche le idee chiare sulle pecche dell’economia di mercato. Smith si è sempre riferito al mercato, ovvero al “sistema della libertà naturale”, come spesso lo chiama, considerandolo un’utopia; Smith voleva affermare che si trattava probabilmente del miglior sistema a disposizione, ma non che esso fosse privo di seri difetti. Era impressionato dall’efficienza dei mercati, ma anche timoroso delle loro licenze sul piano morale9.
Ad esempio, i lavoratori non avrebbero più avuto bisogno di una buona cultura per portare a termine i compiti semplici e ripetitivi che l’organizzazione industriale della produzione avrebbe loro richiesto; Smith intravide anche la prospettiva dei sobborghi poveri ed anonimi che sarebbero cresciuti attorno alle fabbriche, cosa che non avrebbe incoraggiato i comportamenti virtuosi. Capì che con l’andare del tempo questo avrebbe rappresentato un rischio per la stessa civiltà commerciale. Economisti più moderni sono tornati a rifarsi all’idea di libero mercato in modo assolutista, ma nonostante essa venga presentata come derivante dalla ricerca scientifica, in realtà rimane una dottrina le cui affondano nel terreno della fede religiosa.
Una dottrina sempre considerata come Dio in persona che opera per mezzo del sentire umano: la ragione ha poco o nulla a che vedere con un simile processo. Il mercato non si è sviluppato perché gli esseri umani ne hanno capito i vantaggi. Si è sviluppato come se fosse frutto degli istinti assegnati da Dio agli uomini. Nel 1840 in Inghilterra Richard Cobden fece una campagna elettorale vittoriosa contro le leggi protezioniste sulle granaglie, usando lo slogan “Il libero commercio è la legge divina internazionale”10.
Di primo acchito poteva anche suonare bene: ma semplicemente non corrispondeva al vero.
Il libero mercato è una costruzione dei poteri statali. Se Adam Smith aveva dimostrato che il benessere umano era perfezionato dal lavoro del libero mercato, da questo dicendeva il fatto che era necessario rendere l’azione dei mercati il più libera possibile. Per arrivare a questo, l’Inghilterra del XIX secolo dovette assistere alla distruzione deliberata dei mercati che avevano profonde radici sociali e che vivevano da secoli, e la liberazione di questi mercati dai limiti ad essi imposti da politica e società. Lo scopo era quello di sottrarre i mercati dalla pur minima possibilità di limitazione che ad essi potesse imporre la politica.
In Inghilterra il libero mercato si affermò grazie ad una compresenza di circostanze storiche favorevoli: il recupero della narrativa sulla libertà anglosassone e l’individualismo protestante, uniti al potere privo di controllo di un Parlamento in cui la maggior parte del popolo inglese non aveva rappresentanza.
Ma il libero mercato, in Inghilterra, durò appena il tempo di una generazione.
Dal 1870 in avanti la sua esistenza fu gradualmente regolata per mezzo di leggi. All’epoca della prima guerra mondiale, esso aveva virtualmente cessato di esistere, inteso nella sua forma più estrema. Si era arenato sullo scoglio della perdurante necessità umana di avere sicurezza economica: il libero mercato, puramente e semplicemente, non soddisfaceva le necessità umane, compresa la necessità di libertà personale. Il libero mercato venne considerato come un caso estremo dottrinale o anche come un anacronismo fino a quando non fu riscoperto dalla Nuova Destra nel corso degli anni Ottanta11.
L’utilizzo del potere statale per far muovere il libero mercato, e per spezzare ogni continuità sociale in modo da promuovere la mobilità lavorativa non era certo espressione di “libere scelte individuali combinate insieme per giungere ad una società armoniosa”. La mano invisibile si era rivelata un mito, ed il libero mercato si era rivelato un nemico della democrazia, come pochi politici moderni riconoscono implicitamente nelle loro dichiarazioni ,secondo le quali limiti alla democrazia possono essere necessari per arrivare ad una ulteriore liberalizzazione.
I danni causati dal libero mercato a tutte le altre istituzioni sociali e al benessere degli esseri umani innescarono movimenti politici di contrasto in Inghilterra ed in tutta Europa, che ne causarono il radicale mutamento. La conseguenza normale dell’implementazione del libero mercato non era rappresentata dall’insediarsi di un governo democratico stabile, come assicuravano i suoi fautori, ma da un’evanescente insicurezza. Una pioggia di provvedimenti legislativi, provocata da diverse conseguenze dell’azione del libero mercato, contribuì a regolarlo nuovamente, in modo che il suo impatto sulle altre istituzioni sociali e sui bisogni umani fosse attenuato. Come nota il professor John N. Gray, “Il libero mercato non rappresenta un veicolo per la modernizzazione. E’ un qualcosa che appartiene al mondo di John Locke, non al nostro”12.
John N. Gray si spinge anche oltre: in Black Mass suppone che quando l’Occidente insegna ai Musulmani che devono riformarsi e modernizzarsi, ovvero devono adottare il libero mercato e lo stato centrale forte che è necessario a tutelarlo, pare che lo faccia cancellando dalla questione un aspetto fondamentale di essa. Sembra che gli occidentali siano tanto presi da quest’idea da sorvolare sul fatto che “ovunque è stato fatto il tentativo di imporre un modello di sviluppo occidentale in paesi che occidentali non erano, esso ha sempre implicato il terrore di massa”13. I fautori del libero mercato si sono esibiti in un’incredibile e criminosa mancanza di compartecipazione alle perdite causate dai loro esperimenti umani. Ai nostri lettori questa può sembrare una conclusione eccessivamente severa, ma se si prende in considerazione quanto hanno dovuto passare la Turchia e l’Iran, ci si rende conto che forse è una conclusione equilibrata.


Il retaggio di un mito

Per le società musulmane il mito della mano invisibile non ha significato soltanto stravolgimenti sociali ed instabilità su vasta scala: come abbiamo visto per il caso turco, ha significato anche terrore, massacri, pulizia etnica e sofferenze. L’adozione di questo mito ha avuto come risultato una fitta campagna di laicizzazione forzata e di repressione dell’Islam condotta in tutto il Medio Oriente in nome dell’edificazione degli stati-nazione, che come concezione sono essi stessi una derivazione dall’idea di mano invisibile.  Scrivendo oltre duecento anni fa, Johann Herder denunciò le conseguenze del colonialismo e dei traffici europei in tutto il mondo. “Queste terre non grideranno prima o poi vendetta, chi più chi meno?”, ed aggiungeva anche “Abbiamo empiamente preteso che attraverso queste azioni offensive nei confronti di tutto il mondo passasse la realizzazione dei fini ultimi della Provvidenza”14.
John N. Gray conclude che “l’Europa del XX secolo è stata essa stessa teatro di delitti di stato privi di qualunque precedente; il terrore è entrato a far parte dell’Occidente moderno”15; qualcosa di cui possono testimoniare la pulizia etnica ed i massacri che hanno accompagnato la nascita dei “forti” stati-nazione in Europa. E’ difficile non considerare le mire utopistiche ad ispirazione religiosa del XIX e del XX secolo come le prime responsabili per la completa cancellazione di ogni senso di rimorso o di contrizione per le sanguinose conseguenze di questa politica.
La storia così intesa ed i suoi risultati rappresentano per i musulmani la realtà della “modernità” occidentale. Una delle conseguenze del non riuscire a cogliere come gli eventi degli ultimi duecento anni sono apparsi agli occhi dei musulmani, ed il grado cui essi hanno percepito la loro tragedia secondo modalità radicalmente diverse dalla istintiva chiusura occidentale nei confronti di questi aspetti, è data dalla profonda mancanza di comprensione dei motivi e delle intenzioni della loro maniera di intendere l’economia.
Gli islamici stanno a tutti gli effetti costruendo una propria narrativa islamica, diversa ed antitetica a quella della mano invisibile. Come i sostenitori di Cromwell avevano costruito un proprio concetto di libertà attingendo ad epoche remote, così gli islamici hanno costruito una propria visione delle cose rifacendosi al Corano e ai principi che esso riflette e che, come il Corano stesso specifica, non sono altro che un semplice richiamo di verità a tutti note16.
L’economia islamica non è un tentativo di competere con il sistema occidentale in termini di velocità e volume di crescita. Il suo scopo, come vuole il Corano, è quello di ricondurre gli esseri umani ad alcune di queste “antiche verità” che essi hanno perso di vista. E la prima di queste verità a tutti nota è che quello della mano invisibile è un mito. Non esiste alcuna natura infusa agli uomini da Dio per cui le loro libere scelte personali, guidate dalla pura e semplice ricerca del personale benessere, avrebbero finito per combinarsi producendo una società ordinata ed armoniosa.
L’Islam parte da una concezione molto diversa della natura umana; ed eccoci di nuovo al punto da cui eravamo partiti. Nell’Islam, l’essere umano è caratterizzato da una tendenza innata all’egoismo ed alla prevaricazione degli altri. Una società conforme a criteri di giustizia deve proteggere quanti ne siano vulnerabili dall’egoismo e dalla prevaricazione che si annidano nelle usanze e nelle pratiche correnti delle collettività umane, ed allo stesso modo la società stessa deve essere protetta dall’azione di individui prevaricatori che mostrino le stesse caratteristiche.
Questa consapevolezza di base guida lo sforzo compiuto dagli esperti islamici di condurre la società umana lontano da una viziata utopia occidentale che non concepisce nulla di più alto che il diventare ancora più influente, e di condurla invece verso un’altra verità antica, che afferma che la felicità e l’armonia per gli esseri umani dipendono più dal lottare e dal sacrificarsi per un ideale che non dall’accumulare beni materiali.
Un’altra antica verità è contenuta nel messaggio cranico sulla relazione individuale dell’uomo con Dio. Questa relazione non emerge istantaneamente da un singolo atto di fede, come San Paolo suggerisce ai cristiani. Essa si consolida lentamente dall’esperienza del vivere secondo la prescrizione divina, che vuole che gli uomini si comportino gli uni con gli altri secondo giustizia, equità e compassione. La graduale comprensione di Dio viene anche dal ricercare la sua presenza nella storia e dall’affrontare i contenuti esoterici del Corano tramite la ragione, l’immaginazione e l’intuizione: il tutto per meglio comprendere la realtà dell’essere.
In sostanza, questa verità subordina l’aspetto personale ad altri due. Da una parte, è attraverso il proprio comportamento ed attraverso l’esperienza del vivere in mezzo ad altri che si comportano allo stesso modo, che si procede sulla via della comprensione. Questo implica un’ottica centrata sulla comunità, anziché sul percorso personale nella relazione con Dio. In secondo luogo, la introspezione riflessiva sull’essere, che è la via verso la comprensione dell’unicità dell’uomo rispetto all’uomo, rispetto alla natura e rispetto all’universo, implica il porre dei limiti a quanto attiene alla sfera personale. Arrivare a comprendere la propria natura di esseri in relazione con gli altri e con l’ambiente circostanze fa diminuire il senso del sé individuale.
La conoscenza di Dio, o la relazione con Dio, si raggiungono ponendo dei limiti all’ego, al nafs, anziché privilegiandolo come in Occidente, dove l’individualismo è diventato il cardine dell’organizzazione politica, economica e sociale. Si tratta di un concetto di fede molto diverso da quello dei cristiani, che lascerebbe posto alla concezione occidentale di “società chiuse”, che assumerebbero questo loro carattere dalla natura presuntamente costrittiva della fede tradizionale; un’argomentazione già mossa a suo tempo contro il cattolicesimo, percepito come immobilista.
In concreto, laddove l’economia occidentale ha tentato di liberalizzare le strutture del mercato e di proteggerle dall’azione e dalle limitazioni della politica e della società, gli islamici si sono rifatti a questa “antica verità” per richiedere che le attività economiche e sociali fossero di nuovo sottoposte a qualche regola, per arrivare alla costruzione di una società equa ed in grado di comportarsi secondo giustizia.
Secondo una prospettiva islamica non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nella proprietà privata, nel mercato o nel commercio: lo stesso Profeta era un commerciante. Ma gli islamici insistono sul fatto che il mercato dovrebbe avere radici comunitarie e dovrebbe essere subordinato alle aspirazioni che una comunità islamica avanza in materia di comportamenti. Si tratta di una prospettiva opposta a quella del pensiero europeo del XIX secolo, che si poneva invece lo scopo di stravolgere e di distruggere le comunità socialmente radicate.
Un’altra argomentazione importante nel Corano è quella che ha a che fare con la generosità e con il concedere. “I giusti sono coloro che danno del cibo, anche se questo può costargli caro, al povero, all’orfano ed al prigioniero”17.  Si raccolgono offerte dai singoli individui “anche se queste possono costar loro care” tanto perché essi possano “mondarsi e purificarsi”18 quanto per venire incontro alle necessità immediate dei poveri. In altre parole, il sacrificio rappresenta una componente fondamentale dell’umano rapportarsi con il possesso materiale. Per evitare di attaccarsi smodatamente alle cose possedute, uno deve staccarsene, sacrificandone una parte.
L’idea coranica del dare si accompagna anche ad una considerazione tutta particolare sulla circolazione dei beni all’interno di una società. Difende il concetto del dare ai meno fortunati per un secondo e distinto motivo: “non fate sì che [beni e denaro] diventino qualcosa che circola soltanto fra i ricchi che ci sono tra di voi”19. In altre parole, una cattiva circolazione della ricchezza è quella in cui essa circola, ed in misura sempre maggiore, soltanto tra i ricchi, mentre una buona circolazione della ricchezza è quella in cui essa circola tra ricchi e poveri. La circolazione del denaro intesa in questo modo si fonda su atti di generosità e di servizio per i poveri20.
Il Corano sviluppa ulteriormente l’idea suggerendo che equità e giustizia richiedano di evitare le grandi disparità. Il Corano presenta il dare come un meccanismo di ridistribuzione che aiuterebbe a prevenire il verificarsi di queste disparità eccessive, in quanto contribuirebbe a diffondere il senso di distacco dai beni materiali tra i benestanti e a prevenire quell’accumulo di ricchezza che porta al monopolio ed al dominio sugli altri.
In questo contesto, il Corano presenta anche l’idea che gli atti di servizio e di sacrificio per gli altri membri della comunità devono essere tenuti separati da qualunque aspettativa di un “ritorno” diretto o comunque collegato ad essi. Alla fine, il benefattore otterrà comunque ricompensa per le proprie azioni. All’atto del dare nessuno deve attendersi di ricevere -e non deve ricevere- alcunché in cambio; qualcosa in cambio gli verrà dal complesso intrecciarsi di atti di generosità e di altruismo interni ad una comunità in cui tutti seguono un simile modo di comportarsi, in base ai propri mezzi. Alla fine, ogni donatore riceverà un servizio o un aiuto, un ricambio che non può predire ma che finirà comunque per arrivargli, grazie alla cultura di reciprocità che la comunità ha fatto propria.
Il Corano, quindi, non vuole affatto presentare un concetto alternativo di “mano invisibile” comunque operante in una comunità, ma portare nel campo dell’economia i principi dell’altruismo e dell’attenzione per gli altri piuttosto che quello della massimizzazione dei profitti.
Chiedersi se l’economia islamica sarebbe efficiente dal punto di vista della produzione come quella di modello occidentale significa cercare di paragonare arance e mele. Il modello occidentale presenta una teoria economica generale, che almeno dal 1870 a questa parte è stata esaminata nei dettagli. L’Islam non presenta alcuna teoria onnicomprensiva.
L’Islam si limita a proporre i principi ed i sistemi, derivati dall’asserzione di Muhammad sulle “verità che sono a tutti note”, tramite i quali l’attività economica può essere ricondotta al settore che le è proprio, quello di un’importante sfera dell’attività umana  che deve essere soggetta a regole peer evitare che il mostro a due teste dell’avidità umana e del desiderio di potere arrivi a danneggiare le delicate strutture di una comunità ispirata ad equità e giustizia.
Questo fa pensare ad una questione diversa rispetto a quella di quale sia il sistema tecnicamente più efficiente. Il sistema economico islamico è una risposta a ciò che l’Islam considera le conseguenze negative del sistema economico occidentale in termini di benessere umano e di felicità autentica. Il suo principale intendimento è quello di ripensare il significato di “più alto interesse umano”. Gli islamici vogliono che il loro sistema venga giudicato sulla base di principi, occidentali o islamici che siano, che siano ispirati a giustizia e ad umano benessere. 
I commentatori occidentali tengono il concetto fondamentale rappresentato dai principi islamici come se fosse null’altro che lo sforzo meramente tecnico di modellare gli strumenti finanziari occidentali per renderli compatibili con la legge islamica. Questo modo di intendere le cose viene probabilmente rafforzato dal fatto che gli economisti musulmani spesso lavorano per banche occidentali e per istituzioni finanziarie che sono interessate a vendere prodotti finanziari occidentali sui mercati del Medio Oriente. Questa immagine ha rafforzato la sensazione che i principi dell’economia islamica manchino di sostanza e che siano per lo più una serie di escamotage tecnici messi in piedi per aggirare il problema della compatibilità con la legge islamica.
Quello che in Occidente è difficile far capire è che gli islamici stanno tentando di sviluppare un sistema di carattere etico, e non un teorema che spieghi meglio i meccanismi della produzione e del mercato. Gli islamici sono interessati a cambiare radicalmente le relazioni etiche tra gli attori economici; sono interessati a stabilire una struttura di valori morali che regoli queste relazioni e, come obiettivo politico, ad orientare gli equilibri economici perché siano favorevoli agli individui ed alle imprese di piccola scala, e sfavorevoli ai monopoli ed alle concentrazioni economiche di grande scala nel settore commerciale.
Perseguire quest’ultimo obiettivo non è cosa che derivi da qualche teoria in grado di affermare che la produzione di piccola scala sia la più efficiente; deriva piuttosto da obiettivi di tipo etico: impedire che la concentrazione del potere economico finisca per esercitare qualche forma di dominio sugli esseri umani. Questo fa parte di un proposito di più ampia portata, quello di esigere che le attività economiche vengano considerate come soltanto una delle componenti della complessa dimensione umana; la condizione umana viene concepita come vincolata e come parte integrante di un più ampio esistere che racchiude il mondo in cui viviamo. Rappresenta una componente che dovrebbe essere guidata per mantenere la coesione e la capacità di una comunità di sopportare sforzi improvvisi, e comunque in quanto parte di una vita bilanciata e pluridimensionale.
In altre parole, si tratta di un tentativo, in corso di evoluzione, di riconfigurare l’economia come dinamica etica positiva capace di rafforzare una comunità, piuttosto che lasciare che essa continui a comportarsi come una forza centrifuga, spingendo gli individui ad isolarsi nel perseguimento dei loro utili materiali e separando la “crema” ricca dal “latte” povero.  
Nell’Islam sono stati sviluppati tre filoni principali di questa reinterpretazione dell’economia intesa come strumento utile alla coesione sociale piuttosto che come forza centrifuga che agisce contro di essa. E le questioni che riguardano l’ammissibilità degli strumenti finanziari occidentali per la legge islamica non hanno un ruolo preminente in nessuno di essi.
Il punto chiave per cui l’Islam differisce dall’Occidente, come abbiamo già considerato nelle pagine precedenti di questo capitolo, sta in un concetto fondamentale: nell’analisi che l’Islam compie della motivazione umana. Nelle economie occidentali si considera che gli esseri umani agiscano razionalmente quando cercano di massimizzare la somma del loro benessere personale e materiale. Nell’economia occidentale classica, questo perseguire individualmente il proprio interesse viene diventa qualcosa di positivo, come abbiamo visto, grazie all’azione della mano invisibile.


“La nostra economia islamica”

I principi dell’economia islamica prendono le mosse, come abbiamo visto, da una visione della natura umana più pragmatica ed amara. In La nostra economia Baqir Sadr sosteneva che gli uomini, sul piano economico, sono dominati dal loro primordiale istinto di amore egoistico; per quanto “razionale” possa essere una persona, gli esseri umani sono portati all’avidità ed alla smania di dominio, e anche a comportarsi in modo predatorio e privo di attenzione nel loro utilizzo delle risorse ambientali.
Per riflettere la reale natura umana, l’economia islamica cerca di realizzare una struttura etica di norme che ponga dei limiti alle azioni individuali e a quelle dello stato nel campo dell’agire economico. Cerca una distribuzione del reddito che non permetta disparità di misura tale da causare antagonismo e divisione sociale, e cerca di definire in modo netto ciò che è di proprietà pubblica e ciò che può diventare di proprietà privata, nonché i doveri e le responsabilità di ciascun tipo di proprietà. Per esempio, le risorse naturali di una nazione appartengono alla sfera pubblica e non a quella privata. I principi dell’Islam cercano anche di riformare le istituzioni, soprattutto le istituzioni finanziarie, perché riflettano questi principi etici.
Nel fissare una struttura di principi etici, l’economia islamica si basa sulla interiorizzazione di quanto preteso da Dio in materia di giustizia e di rispetto, e su una serie dettagliata di regole per garantire l’una e l’altro. Ai moderni occhi occidentali, il richiamo ad una cultura fatta di altruismo, di rispetto per gli altri e di un ethos basato sulla generosità può sembrare troppo idealistico, ma riflette le idee e le aspirazioni che puntano a mobilitare gli esseri umani per dare vita ad un cambiamento rivoluzionario.
Nei principi predicati da Baqir Sadr, lo stato ha un ruolo che è differente sia dal modello occidentale, che insiste sulla necessità che esso rinunci ad imporre qualunque obiettivo generale alla società preferendo che un “ordine” emerga naturalmente da essa, sia dal punto di vista marxista secondo cui lo stato dovrebbe controllare ogni aspetto dell’attività economica.
A differenza dell’economia classica, che evita di formulare un qualunque progetto onnicomprensivo, il progetto islamico si sviluppa proprio fissando degli obiettivi generali. In La nostra economia Sadr sostiene che lo stato dovrebbe impartire una direzione alle attività economiche,  ma a differenza di quanto sostiene il marxismo non dovrebbe cercare di estendere il proprio controllo anche alla microeconomia; un governo islamico fa da guardiano degli obiettivi generali, lasciando però alla privata impresa dei singoli individui il compito di raggiungerli.
La funzione del governo è quella di sovrintendere e di regolare, ma Sadr proponeva che esercitando questa funzione il governo operasse a tutto campo per mettere a punto un sistema di controllo alla luce degli eventi ed in accordo con le circostanze in cui si trovava lo stato.  In altre parole, non esiste un solo modello di economia islamica; ogni stato islamico avrebbe seguito e dovuto seguire un percorso pragmatico di messa a punto e di identificazione del mix di attività pubbliche e private che meglio venisse caso per caso incontro alle necessità del momento. Sadr affermava anche, altrettanto chiaramente, che la cosa più importante è che il governo segua con attenzione la crescita dell’economia affinché da questa derivi un accrescimento del benessere di tutti i cittadini.
Come abbiamo visto nell’ultimo capitolo, Mohammed Baqir Sadr, nel suo libro sull’economia islamica, considerava l’economia come parte di un più ampio progetto di un sistema sociale interamente islamico. Il comportamento di un sistema economico islamico, sosteneva, non avrebbe potuto essere giudicato fin quando la realizzazione di uno stato islamico non fosse giunta a compimento, condizione in cui l’intera gamma dei comportamenti socioeconomici umani sarebbe stata determinata secondo l’Islam. Fin quando non fosse emersa una soluzione che mettesse un limite all’amore egotistico dell’uomo e lo indirizzasse verso processi socialmente più benefici, in modo da alleviare le tensioni esistenti tra una élite che controlla le risorse e quanti non hanno accesso a nessuna di esse, lo sfruttamento umano e la mobilitazione sociale che sarebbe comunque stato possibile raggiungere avrebbero portato soltanto ad ulteriori disastri. Sadr credeva peraltro che l’ordine sociale dell’Occidente poggiasse su pilastri logori.
Sadr specificò tre componenti della proposta islamica: la fine delle varie forme di manifesta oppressione che si verificano nella ineguale distribuzione delle risorse economiche; la disciplina dell’istinto umano diretto all’accumulazione per uso personale, e l’utilizzo consapevole delle risorse del pianeta per soddisfare le svariate necessità di tutto il genere umano.
Come abbiamo già avuto modo di notare, il dare rappresenta un argomento centrale nel Corano, e l’Islam ha sviluppato regole precise per le oblazioni caritatevoli. Il tenere da parte una parte del proprio reddito per darla a chi è meno fortunato -richiesto ad ogni musulmano- ed il khums, il devolvere in opere di carità un quinto del proprio reddito come si vuole tra gli sciiti, servono sia a tutelare i più svantaggiati sia come deliberata azione di ridistribuzione che è altra cosa rispetto alle tasse propriamente dette. Si tratta di un qualcosa che ricorda come gli esseri umani non siano altro che gli affidatari del mondo materiale, che non è di loro proprietà ed al quale dovrebbero evitare di attaccarsi eccessivamente.
La ridistribuzione del reddito riflette anche l’ingiunzione coranica secondo la quale il denaro in economia dovrebbe circolare in senso verticale, piuttosto che in orizzontale su piani separati. La circolazione orizzontale del denaro tra persone ricche rischia di determinare un accumulo di risorse presso la élite commerciale, danneggiando tutti. Una considerazione simile a questa aveva spinto Lord Keynes, il principale economista dell’inizio del XX secolo, a suggerire qualcosa di simile indagando le cause della recessione economica. Pensò che quando la circolazione del denaro in una economia inizia a rallentare, facendo crescere la concentrazione della ricchezza detenuta da poche mani, questo porti i produttori di beni in condizioni di non poter percepire il reddito necessario ad acquistare altri beni. In termini keynesiani si assiste ad un calo della domanda, di cui la recessione sarebbe il risultato.
L’Islam possiede legislazioni complete e dettagliate in merito al diritto ereditario personale, e cerca anche di assicurare che le persone non accumulino sproporzionate quantità di ricchezza. Gli islamici riconoscono che l’ineguaglianza esiste, ma pensano anche che si debba tollerarla solo nella misura in cui da essa anche i meno favoriti possono trarre di che essere tutelati nel modo appropriato dalla società. Il concetto chiave è ancora una volta quello di coesione comunitaria, ed il progresso viene definito dal punto di vista della collettività nel suo insieme piuttosto che come il risultato dell’aggregarsi di bisogni egoistici individuali.


I punti deboli del sistema finanziario

La critica del sistema finanziario occidentale, invece, è più sviluppata. In breve gli islamici criticano il fatto che in Occidente si faciliti la creazione di nuovo denaro nel sistema bancario commerciale, conosciuto nel vocabolario economico come M3. Questa maggiorazione alla massa monetaria di una nazione è qualcosa che non ha nulla a che vedere né con una emissione vera e propria di denaro, né con l’aumento della massa monetaria disponibile in una certa nazione, stabilita dalla banca centrale su decisione governativa; operazioni del genere sono gestite dalle banche centrali.
La capacità di “creare” nuovo denaro, che va ad assommarsi alla disponibilità totale di denaro in una nazione, è il risultato dell’aver accettato, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’esistenza di un sistema basato sulla riserva bancaria frazionaria al posto del vecchio sistema a base aurea.
Il sistema basato sulla riserva bancaria frazionaria alle banche che operano nel settore commerciale privato di prestare lo “stesso” denaro varie volte, garantendolo soltanto con una piccola riserva che rappresenta una frazione del totale dei nuovi prestiti erogati. Il poter prestare ripetutamente denaro per importi molto superiori al valore della effettiva raccolta ha permesso al settore bancario privato di inflazionare la massa di denaro circolante per creare nuova moneta. Teoricamente la cosa doveva essere regolata dalle banche centrali, ma, come si è rivelato fin troppo evidente nelle crisi finanziarie occidentali, in realtà si è tradotta in un’esplosione di liquidità di dimensioni inaudite, e nell’indebitamento di persone ed imprese. Lo stesso meccanismo ha anche stimolato la tendenza alla concentrazione del potere economico nelle mani di una ristretta élite.
Gli islamici pensano che per un po’ di tempo questa ingente iniezione di liquidità di tipo M3 abbia nutrito il boom dei consumi, ed abbia anche creato pericolosi squilibri nel sistema finanziario, tali da minacciarne la stabilità. Ritengono anche che una cultura fondata sul credito libero, sempre mandata avanti da una creazione esponenziale di M3, abbia condotto ad un indebitamento di massa che a sua volte porta allo sfruttamento ed alla costruzione di una rete moderna di impedimenti all’interno del sistema economico.
Scuramente è vero che il sovra indebitamento personale sta adesso minacciando la stabilità del sistema, e che sta anche facendo nascere nuove forme di “schiavitù”. Gli islamici illustrerebbero i meriti che avrebbe un ritorno ad un sistema finanziario basato su uno standard di qualche genere, come lo era in passato la base aurea, che metta dei limiti alla creazione di denaro operata dalle banche centrali e che impedisca di ricorrere alla riserva bancaria frazionaria.
La condanna islamica dell’interesse sui prestiti si riferisce tanto ai problemi strutturali che i tassi di interessi fissi causano ad un sistema economico quanto alla riprovazione per la pratica dell’usura. Con una struttura finanziaria dominata dal tasso di interesse fisso, ogni attività che raggiunge, ad esempio, un tasso di incremento sul capitale del quindici per cento, laddove i tassi di interesse possono trovarsi ad esempio al sette, secondo gli islamici potrebbe accedere a prestiti di milioni, o miliardi, piuttosto che ad una somma di modesto valore.
Questo concorrere di grosse masse di liquidità e di costo del denaro conveniente e a tasso fisso ha costituito il carburante che ha alimentato la debordante prosperità che ha fatto sì che attività economiche sempre meno numerose si concentrassero nelle mani di un gruppo sempre più ristretto.
L’obiezione che gli islamici portano a questo concentrarsi del potere commerciale e finanziario nelle mani di una ristretta e potente élite economica fa riferimento in primo luogo all’indebolimento delle imprese più piccole e dell’iniziativa individuale implicito nel dirigere il sistema economico affinché favorisca le grandi concentrazioni di potere, ed in secondo luogo all’impatto negativo ed improntato allo sfruttamento che le relazioni di potere che ne risultano vengono ad avere sui singoli individui.
L’effetto dei tassi fissi di interesse in un’economia moderna, secondo questa ottica, è essenzialmente quello di dirigere il sistema finanziario verso una pratica di grossi prestiti e di crescenti indebitamenti, a spese della piccola impresa. Le imprese veramente grandi si trovano in condizione di accedere a prestiti più alti, con i tassi fissi; e più grosso è il prestito, più facilmente e  più a buon mercato esso viene concesso. Questo incentiva le ditte che già sono grandi a sottoscrivere vistosi prestiti e a comprare le ditte più piccole. Anticipare piccole somme ad imprenditori alle prime armi è sia rischioso che costoso da monitorare, cosa che la rende un’attività poco appetibile.  Gli islamici invece si pronuncerebbero per un sistema di prestiti centrato su micro finanziamenti equi che permetterebbero a coloro che li erogano di ottenere un cointeresse nell’attività, della quale si assumerebbero anche i corrispondenti rischi.
Il concetto di base è che le piccole imprese in genere non hanno la capacità di pagare interessi ad inizio attività o quando le cose vanno male, e che gli erogatori di prestiti dovrebbero assumersi i rischi per quanto riguarda gli anni di durata del prestito, ed i benefici negli anni in cui l’attività va meglio. Il pagamento degli interessi in questo modo si basa essenzialmente sul beneficio dell’accumulazione di capitale, anziché sullo sviluppo personale e sulla possibilità di fornire garanzie.
I principi economici islamici costituiscono una critica pungente nei confronti della finanza occidentale, al commercio ed alle teorie sullo sviluppo. Il libero mercato ha sempre rappresentato per i musulmani un qualche cosa che si basa sul potere dello stato e che resta popolare soltanto fin quando il boom economico riesce a mascherare il suo più profondo impatto. Un impatto che è rappresentato dalla crescente sottomissione degli individui e della loro libertà alle relazioni di potere imposte da una piccola e sempre più dominante élite economica: qualcosa che comporta anche l’insicurezza economica per i singoli individui.


Da statico a dinamico

Nel 1972, quando tenne a Tehran le sue prime lezioni di islamistica, Ali Shariati descrisse l’ideologizzazione dell’Islam come qualcosa in grado di attivare le energie intellettuali e sociali che avrebbero risvegliato e mobilitato il popolo, e come qualcosa in grado di sfociare nella creazione di un movimento di liberazione. Questo processo, disse, avrebbe portato alla nascita di una entità dinamica,dotata di significato e rivolta ad obiettivi precisi, che si sarebbe rifatta soltanto a concetti religiosi, filosofici e letterari di utilizzo comune ai giorni d’oggi21. Shariati stava a tutti gli effetti sottolineando l’importanza di riassemblare in una maniera nuova i valori reperibili nei trascorsi culturali, perché facessero da sostegno ad un mutamento radicale dell’ordine delle cose presente.
Quando Shariati bacchettava l’ordine delle cose presente non si riferiva soltanto al laicismo; il suo era anche un attacco alle “religioni false ed istituzionalizzate, svuotate dal contenuto ideologico autentico della loro dottrina, sostituito da riti e rituali”22.
Questo pensiero rifletteva la convinzione di Shariati secondo la quale la natura autenticamente rivoluzionaria dell’Islam sciita era stata temperata e pacificata nel corso degli anni da religiosi in cerca di un accordo con il potere costituito.
Shariati ed il suo seguito di sostenitori volevano che la loro ideologia di liberazione dell’Islam non fosse soltanto una concezione del mondo, ma anche una filosofia della storia, un paradigma sociologico, una dottrina etica e, in definitiva, una missione sociale. Shariati stava in effetti ridefinendo ciò che era propriamente politico: l’obiettivo generale sul piano sociale e comportamentale che corrispondeva al pretendere la costruzione di una comunità improntata al senso di giustizia ridefiniva invece ciò che era propriamente sociale, non soltanto in termini di quella che poteva essere intesa come la mera fornitura di servizi migliori, ma come una vibrante esortazione alla rivoluzione23.
Questa ideologia doveva basarsi sul corpus di conoscenze già esistente nell’Islam ed al tempo stesso esserne pervasa. Il suo credo era rappresentato da una concezione del mondo inteso come società conforme a criteri di giustizia. Secondo Shariati questo comportava una ridefinizione dell’individuo, della società e della vita umana in tutti i suoi aspetti. Questo avrebbe fornito delle risposte a domande precise: “In che condizioni si trova l’uomo? Che cosa si può fare? In che condizioni dovrebbe trovarsi?”24 In altri termini, la sfera del comportamento sociale doveva diventare il veicolo per ridefinire l’individuo e per ricollegarlo ai valori culturali del passato che ne avrebbero soddisfatto le esigenze di oggi. Rifacendoci alla dicotomia di Platone, si trattava di un passo verso la ridefinizione della democrazia nei termini della città di Clinia, anziché in quelli del porto di Atene.
Nella sua lezione sul martirio, la prima in cui esprime il suo sostegno per una teoria rivoluzionaria, Shariati afferma che quando l’autorità, cieca nei confronti della giustizia vera, sottomette il popolo tramite la costrizione, il denaro, la paura e l’inganno, soltanto la scelta consapevole del martirio può rompere il silenzio ed esporre il governo alla vergogna25.
Shariati ed anche Sadr, dunque, mettono gli obiettivi della società in un ordine opposto a quello occidentale. Nelle società occidentali le politiche sociali sono state adottate allo scopo di moderare l’impatto del libero mercato nei confronti degli elementi più deboli della società. Ma nonostante i suoi sforzi in questo senso, la società democratica occidentale resta centrata sull’idea che sia la libera interazione di scelte personali, in un contesto relativamente libero da impedimenti, a portare ad un ordine naturale e a soddisfare al meglio gli interessi di tutta l’umanità. Lo fa sul piano economico, facendo incontrare domanda ed offerta attraverso i meccanismi del libero mercato. In altre parole, gli sforzi compiuti dai socialdemocratici per alleviare gli effetti più negativi dei meccanismi del mercato erano mossi da buone intenzioni, ma mal diretti perché la questione del comportamento umano non veniva neppure messa in discussione.
Shariati e Sadr, seppure da differenti punti di vista, affermavano che non si trattava di tutelare un po’ meglio di quanto già non si facesse coloro che rimanevano stritolati dal sistema. Affermavano che il tentativo socialdemocratico di riconciliare obiettivi sociali di un qualche genere ad un sistema economico basato sulla figura di un “attore razionale” intento a trarre il massimo profitto per la propria situazione rappresentava una riconciliazione destinata al fallimento. Le istanze islamiche in materia di comportamenti umani, che invocavano la giustizia e la libertà dalla dominazione, non erano riconciliabili con l’individualismo laico e con l’umana brama di possesso.
Il problema dunque non erano i meccanismi del mercato come tali, ma la natura umana. Cercare di tarare al meglio il funzionamento dei meccanismi del mercato non costituiva una risposta; a meno che una rivoluzione non avesse sostituito gli obiettivi del mercato con degli obiettivi etici, e sottomesso l’avidità umana ad un controllo di tipo morale, l’ingiustizia e la sopraffazione avrebbero continuato ad esistere.
Per Shariati l’unica via d’uscita consisteva in una insurrezione che toccasse i nervi scoperti del popolo iraniano, risvegliandolo per mezzo di un processo sociale e politico fatto di messaggio e di spada. I combattenti islamici per la libertà avrebbero combattuto “uno jihad sociale ed ideologico ed uno ijtehad scientifico e razionale”. Con il termine ijtehad, che propriamente indica la dottrina sciita del rinnovamento e della modernizzazione delle leggi facendo ricorso al ragionamento critico, Shariati stava pensando ad una rivoluzione rivolta al futuro, anche se la sua riscoperta identità culturale si rifaceva al passato islamico.
Molti in Occidente, musulmani compresi, troveranno questo approccio troppo combattivo e troppo dicotomico, e preferiranno rifarsi al miscuglio di libero mercato e di politiche socialdemocratiche che sussiste nelle società occidentali. In fondo, sostengono i critici, fin dagli anni Ottanta Gran Bretagna e Stati Uniti possono aver adottato politiche economiche neoliberali, sotto l’influenza della Nuova Destra; tuttavia altri paesi, come quelli scandinavi, hanno cercato di trovare una via di mezzo tra le politiche di promozione del libero mercato e quelle di promozione degli obiettivi sociali.
Il punto di vista di Baqir Sadr è che tentativi del genere rappresentano una falsa riconciliazione di due dinamiche, gli obiettivi politico-sociali come la giustizia da una parte, e l’equità e gli interessi personali dall’altra, che in realtà vanno in direzioni opposte. Alla base di questa tensione non ci sono i meccanismi del mercato, ma la stessa natura umana, l’amore egotistico istintivo che porta l’uomo ad assicurare la sopravvivenza solo a se stesso. Un istinto del genere è normale, serve alla sopravvivenza. Quando però viene lasciato libero di agire senza alcun controllo di tipo morale, presto o tardi l’accumulo di risorse economiche si trasforma in varie forme di relazioni di potere economico e politico che portano allo sfruttamento ed alla sopraffazione. Non c’è bisogno di abolire la proprietà privata, o i meccanismi del mercato: si devono invece cambiare i valori sociali correlati al possesso della ricchezza ed alla proprietà privata.
L’unico modo di allentare questa tensione consiste nel far sì che gli uomini si comportino gli uni verso gli altri secondo giustizia, compassione e rispetto: non perché sono costretti a farlo, ma perché sono sinceramente convinti che in ultima analisi comportarsi in questo modo sia davvero nell’interesse dell’uomo stesso.  Ecco per quale motivo l’Islam rappresenta un elemento essenziale per risolvere la contraddizione inerente i rapporti tra sociale e privato, afferma Sadr.


La mancanza di affinità tra libero mercato e democrazia

In Europa il problema del conciliare l’uno con l’altra è ben noto. Dopo gli iniziali successi negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, il tentativo europeo di riconciliare economia di mercato e forma democratica di governo ha cominciato a regredire. La socialdemocrazia continua ad esistere, ma i governi di questo orientamento non hanno sulla vita economica quella incisività di azione che riuscivano ad esercitare negli anni del dopoguerra.
Libero mercato e democrazia sono due attori in competizione tra di loro, piuttosto che due partner. Paradossalmente, l’ascesa della Nuova Destra ha eroso e pesantemente danneggiato quella stessa democrazia nel cui nome affermava di agire. In Inghilterra il Primo Ministro Tatcher ha perseguito politiche che hanno indebolito le garanzie sociali e le forme di autogoverno che esistevano negli ordini professionali ed in altre istituzioni. Introdusse il concetto di mercato, o concetti analoghi ad esso, come “strumenti di controllo” in tutti i campi di azione del governo, agevolando in questo modo la dissoluzione degli ultimi resti dell’ordine sociale che avevano aiutato la società civile a reggersi nel corso del XIX secolo26.
La Nuova Destra ha diffuso un’etica individualista centrata sulla responsabilità personale, ma al tempo stesso ha propugnato tipi di struttura capitalistica estremi, ampiamente dipendenti dalla liberalizzazione del denaro e da un ampio utilizzo del credito. In questo mondo neoliberale le virtù puritane originarie di Calvino, fatte di risparmio e di progettazione del futuro, non diventavano solo degli orpelli fastidiosi ma venivano intese come vere e proprie pastoie per la crescita dei consumi. Questo si è concretizzato nella proposta di un simulacro di “vita brillante” tagliato a misura sulla mobilità continua permessa dagli scatti di carriera tipici del capitalismo moderno. Al tempo stesso, ha anche definito quella che è stata definita l’era della post politica. “Non esiste nulla di simile ad una società”, affermò una volta la signora Tatcher. “Esistono solo gli individui”. “Ah, e le loro famiglie, ovviamente”. Con quest’ultima frase aggiunta quasi come se fosse frutto di un ripensamento. Era la volta della “politica brillante”: un mondo in cui ogni cosa è permessa, purché sia possibile presentarla come piacere individuale, in un universo dominato dalla libertà di scelta.
Con questo si era giunti davvero ad una ricomposizione, ma era una ricomposizione tra una élite sempre più ricca e potente ed il rimanente del popolo, ottenuta fabbricando con lo stampo individui in cui veniva inculcato un falso senso di giustizia sociale che avrebbe dovuto provenire dalla “armonia” dei piaceri privati soddisfatti in un clima in cui dominava un edonismo pacificato. Non era una composizione tra sociale e privato: per qualcosa di simile pare non esserci più spazio, dopo che la competizione tra economia di mercato e democrazia si è risolta in una netta vittoria dell’economia di mercato proprio in quest’ultima fase.
Le lezioni di Shariati ai giovani di Tehran, e le riflessioni di Sadr, hanno segnato con chiarezza una rottura fondamentale con il passato e con il pensiero sciita risalente ad un’epoca in cui le questioni che riguardavano questo mondo e le questioni che riguardavano l’altro erano tenute separate. Fino a quel momento la tradizione sciita era fatta di cerimonie che erano essenzialmente delle espressioni di lutto in cui le vite degli imam erano narrate da un religioso o da un altro personaggio devoto, che mischiavano dolore ed empatia per le sofferenze terrene che essi avevano sperimentato indicandole come prezzo per la loro beatitudine eterna nell’aldilà.
Il ruolo della religione era quello di guidare il credente sulla corretta via per l’aldilà, piuttosto che provvedere alcunché per le circostanze immediate e terrene. Suggerire che l’Islam avesse una dimensione sociale, che dovesse provvedere al benessere dei fedeli, poteva suonare come un grido che levasse il popolo all’insurrezione e  molti appartenenti allo establishment religioso, attenti a far sì che il loro Islam non venisse inteso in senso liberale, democratico o socialista da nessuno, lo percepirono come qualcosa di oltraggioso.
Gli studenti e gli attivisti, comunque, volevano soltanto gridare a gran voce la valenza sociale della loro rivoluzione e fare in modo che il popolo li seguisse. Shariati credeva che fare nuovamente dell’Islam qualche cosa di vivo fosse possibile soltanto se si convincevano le persone che la soluzione ai loro bisogni materiali quotidiani ed ai loro problemi poteva venire anche dalla religione. Se si poteva arrivare a far questo, speravano gli attivisti, l’Islam avrebbe potuto essere trasformato in un’ideologia capace di fornire soluzioni reali ai problemi della vita concreta. Questa concezione dell’Islam come ideologia socialmente rivoluzionaria è diventata la chiave di volta dell’attivismo politico che si richiama all’Islam sciita ed ha un’influenza pervasiva e spesso sottovalutata, nonostante l’esperimento iraniano sia stato macchiato dal sangue di una guerra contro l’Iraq e da quello della reazione interna al paese.
Sia Shariati che suo padre prima di lui, Mohammed Taki, si consideravano alle prese con i marxisti in un’epica battaglia. Mohammed Baqir Sadr fece proprio questo atteggiamento, e scrisse le sue opere principali come dirette confutazioni del marxismo. Questo però richiese a tutti loro di familiarizzare con la dottrina marxista. Questa confidenza porto Shariati ad una conclusione inattesa: il marxismo non costituiva affatto quella minaccia inesorabile contro l’Islam che molti percepivano; lo studio del marxismo che Shariati aveva portato avanti per proprio conto lo aveva al contrario convinto che l’Islam possedesse già al suo interno le soluzioni a tutti i problemi sociali, politici ed economici che i musulmani dovevano affrontare nel mondo contemporaneo, e che si trattava soltanto di farle emergere dagli strati di polvere che le avevano ricoperte.
Allo stesso modo dello establishment religioso, anche i marxisti si sentirono oltraggiati dalle lezioni di Shariati, anche se per motivi differenti. I marxisti consideravano l’opera degli studenti islamici e degli attivisti, al tempo delle sollevazioni per rovesciare lo Shah, come un tentativo di “islamizzare” la loro concezione marxista. A tutt’oggi le relazioni tra la sinistra laica ed il movimento islamico sono rese amare dal fatto che gli islamici si siano permessi di fare proprio il concetto di rivoluzione sociale.
I marxisti compresero comunque il potenziale rivoluzionario di quello che gli attivisti iraniani stavano tentando di fare: gli islamici avevano impugnato una spada per colpire le politiche sociali, considerandola uno strumento per trasformare le relazioni sociali all’interno di uno stato nazionale.
Shariati e i suoi volevano afferrare e ridefinire la sfera del sociale come il terreno in cui l’Islam doveva dispiegarsi, piuttosto che come il contesto in cui avrebbero dovuto trovare applicazione i servizi di previdenza concessi da uno stato nazionale di tipo occidentale sensibile al problema. Speravano dunque di trasformare l’Islam in un’idea internazionalista, capace di fornire soluzioni per tutti i popoli oppressi in entrambi i campi del benessere materiale e delle necessità metafisiche.
Gli slogan degli studenti iraniani sfidarono il significato tradizionale attribuiti a determinati eventi e la narrativa di certe vicende, e dettero di essi una nuova interpretazione che ne enfatizzava il significato politico e sociale. La loro lettura degli eventi sottolineava il potenziale di radicale cambiamento politico ad essi intrinseco: “Dobbiamo entrare in azione: pregare come Zeynab e resistere all’ingiustizia come l’imam Hussein”. Così Shariati parlava agli studenti, mentre condannava al tempo stesso, come ipocrita ed ingannatrice, una religione pietrificata che considerava pacificatrice, depoliticizzata e centrata sui rituali.


La giustizia: superare l’umana fallibilità

Un elemento fondamentale per realizzare una società organizzata secondo giustizia era quello di fare in modo che la legge non costituisse più, come pensavano gli islamici, il terreno d’azione di nozioni ed interessi umani ed ondivaghi. Per questo si doveva orientarne il campo in modo che fosse il più vicino possibile alle richieste che Dio avanza in materia di comportamento umano; si doveva riaffermare la validità della legge islamica. Khomeini, avendo statuito che la legge è la base della giustizia, pensò che una volta che il popolo avesse consolidato la propria rivoluzione ci sarebbe stato ancora bisogno di interventi attivi, di un’azione affermativa, secondo quella che oggi è la terminologia corrente. La giustizia sociale, sosteneva Khomeini, deve informare di sé il carattere e la natura del governo; le politiche governative devono dunque essere al servizio della giustizia sociale, piuttosto che le sue padrone.
Adottando queste posizioni in materia di politiche governative, Khomeini stava a tutti gli effetti reinterpretando il loro ruolo all’interno dello stato nazione in un modo nuovo: il governo non doveva essere il braccio che agiva a tutela degli interessi di una élite potente, facendo al tempo stesso finta che gli interessi di quest’ultima coincidessero con la volontà collettiva di individui sovrani e ne fossero fedelmente rappresentativi. Le politiche governative dovevano diventare il catalizzatore lo strumento per innescare e promuovere un mutamento comportamentale di massa, allo scopo di condurre alla costruzione di una società organizzata secondo criteri di giustizia. Le politiche governative venivano quindi interpretate come un tentativo di recuperare l’azione di governo affinché servisse gli interessi di tutti gli uomini.
L’esperienza liberatoria rappresentata per gli iraniani dell’epoca contemporanea  dalla promessa che avrebbero rivissuto l’eccitazione e l’atmosfera dell’era del Profeta, un tempo in cui l’esperienza religiosa aveva la precedenza sulle questioni di mera obbedienza alle leggi codificate, fece pensare che la Shari’a non venisse considerata dagli iraniani come il costrittivo ed angusto retaggio del passato che essa rappresenta in Occidente: “Il governo islamico promise cambiamenti di rottura nei campi dell’identità personale, dell’economia, della società e della politica, che per gli iraniani significavano il poter diventare padroni del proprio destino”27.
L’Islam sciita poté avanzare una prospettiva di continua ed attiva creazione di un ordine politico grazie al fatto che contemplava la possibilità dell’aggiornamento delle leggi tramite l’uso del ragionamento. Ma anche, cosa più importante, perché aveva dalla sua la prospettiva di un rinnovamento radicale e di rivelazioni sempre nuove grazie all’imamato. La volontà di rifarsi a soluzioni derivate dall’uso dell’intuizione a fronte di quelle derivate dal ragionamento deduttivo e sillogistico permise ai leader islamici di sfuggire alla condizione in cui si ritrova chi vive prigioniero del passato e dei precedenti passati.
Quello di leadership intrinseco all’imamato costituiva un approccio estremamente dinamico ed innovativo. Shariati pensò che l’attrattiva che l’Islam aveva per la gente poggiasse tanto sulla prospettiva dell’imamato inteso come una leadership rivoluzionaria quanto sulla sua brama di giustizia28.
Anche Khomeini, come abbiamo già visto, era convinto che la rivoluzione avrebbe avuto bisogno di una forte guida rivoluzionaria che potesse contare su quelle risorse in materia di rivelazioni che avevano reso così innovativa l’istituzione dell’imamato. E’ probabile che il suo intento di proteggere la rivoluzione e di farla procedere abbia avuto parte importante nella sua difesa del wilayat-i-fiqh. Quando fu lui a ricoprirne la carica, il popolo lo onorò alla fine con il titolo di Imam.
Anche se l’Iran, per una serie di complicate ragioni, ha perso qualcuna delle sue capacità di innovazione, la capacità di agire in modo innovativo si può vedere con chiarezza al giorno d’oggi esibita nel pensiero creativo ed innovatore espresso dai vertici di Hezbollah. La Rivoluzione Iraniana aveva realmente ridefinito l’Islam come un’entità dinamica e rivolta al futuro, capace di affrontare i cambiamenti; Khomeini estese queste caratteristiche anche alla forma di governo, che concepì non come regolatore passivo, ma come partecipante attivo alla lotta per la trasformazione della società.
Cercando di suscitare la capacità del corpo sociale di resistere ai traumi ed infondendo in esso energia, Khomeini suggerì l’idea che una mente passiva e soggiogata potesse essere sostituita da “una mente indipendente”; questo però non sarebbe successo se le persone fossero rimaste rinchiuse nel loro fatalismo, se si fossero “accontentate dicendo che così voleva Iddio”. Invece, Khomeini andava dicendo loro: “Siete voi a dovere agire!” L’invocazione di “una mente indipendente” riecheggia l’opinione dei critici teorici secondo la quale la fine dell’oscurantismo nella società potesse verificarsi solo passando dall’attività della ragione umana, ed attraverso il pensiero critico. La Scuola di Francoforte sosteneva che soltanto permettendo lo sviluppo di mentalità razionali ed indipendenti una comunità può identificare gli aspetti innovatori, e capaci di infondere energia, insiti nella società moderna, e differenziarsi da comunità dominate dall’irrazionalità e dall’arretratezza.
Sunniti e sciiti fanno entrambi riferimento alla prima comunità musulmana alla Mecca. Quando il Profeta Muhammad decise, nel 622, di allontanarsi insieme alla piccola comunità di credenti dal clima ostile e persecutorio della Mecca cercando rifugio a Medina, fu seguito da coloro che avevano deciso di unirsi a lui. Abbandonarono ogni bene terreno in cambio della sottomissione (“Islam”) a Dio e al suo messaggero. Rinunciarono alla loro condizione sociale privilegiata, alla loro affiliazione tribale, alla loro casa e ai loro possedimenti, e furono accolti dai neoconvertiti di Medina, che offrirono a quanti provenivano dalla Mecca una parte di tutti i loro beni.
Ecco in cosa consiste la risposta islamica all’enfasi posta dai calvinisti e dai protestanti sulla storia di Abramo e del suo andare incontro ai cambiamenti. Come abbiamo visto, è stata la reinterpretazione delle vicende di Abramo, cui molti occidentali fanno riferimento come ad un punto di svolta, che ha trasformato l’Occidente in una società “dinamica” ed “aperta”, intesa come contrapposta ad una società chiusa in cui una religione cristallizzata mantiene gli appartenenti incatenati ai suoi precetti ed alle sue tradizioni. Shariati ed i giovani studenti usarono la metafora del profeta e del suo viaggio di metamorfosi tra Mecca e Medina come esempio del fatto che anche i musulmani si trovavano nella necessità di dover affrontare un cambiamento. E questo cambiamento era esemplificato dal viaggiare da una Mecca immobilizzata da un modo desueto di pensare, ad una Medina in cui la comunità islamica sarebbe fiorita ed avrebbe prosperato.
Gli islamici guardano all’atto di lasciare la Mecca compiuto da Muhammad come ad un momento di trasformazione caratterizzato dall’accettazione incondizionata del cambiamento e dalla sottomissione alla volontà divina. A differenza di quanto avviene per la narrazione cristiana, questo atto di sottomissione non comporta la salvezza di per sé: alla salvezza si giunge ancora vivendo e comportandosi come una comunità che ha rotto con i vecchi schemi di comportamento. Si giunge alla salvezza vivendo nel modo che Dio ha richiesto.
Abbiamo sostenuto qui che l’economia occidentale, che si presenta come laica ed universale, non è in realtà né l’una né l’altra cosa. Le idee che vi stanno dietro riflettono alcuni degli istinti più profondi del cristianesimo. Abbiamo anche sostenuto che queste due concezioni non sono rigidamente in competizione tra loro sul piano delle teorie economiche, ma che sono inconciliabili dal punto di vista delle concezioni diametralmente opposte che presentano circa l’”essenza dell’uomo”. Questi diversi approcci fanno sì che gli islamici considerino il paradigma dello stato-nazione in modo completamente diverso da come esso viene visto in Occidente.
Abbiamo cercato di illustrare qui l’allontanarsi dell’Islam da un atteggiamento statico e passivo, alla volta del recupero dell’etica rivoluzionaria che lo contraddistingueva agli inizi. Nel precedente capitolo avevamo esplorato l’evoluzione di una ideologia politica. In questo, abbiamo cercato di mostrare in che modo quella ideologia politica, e di conseguenza tutte le istituzioni governative e statali, vengono intese come collaboratori nella lotta per la rivoluzione sociale, ed ascritte ad essa. Siamo convinti che questo abbia costituito un ripensamento radicale dell’intera sfera sociale. Il prossimo capitolo prende in esame in che modo queste diverse prospettive hanno influito sul modo in cui gli islamici concepiscono lo stato-nazione.

1 Thomas Macaulay, The History of England, London: Penguin Books, 1986 [1880], p. 51.
2 Ibid., p. 52.
3 Walter Russell Mead, God and Gold: Britain, America and the Making of the Modern World, New York: Random House, 2007, p. 306.
4 Ibid., p. 15.
5 Ibid., p. 52.
6 Reginald Horsman, Race and Manifest Destiny: The Origins of American Anglo-Saxonism, Cambridge, MA: Harvard University Press, 1981, p. 22.
7 Ibid., p. 292.
8 Walter Russell Mead, God and Gold, p. 299.
9 John Gray, Black Mass: Apocalyptic Religion and the Death of Utopia, London: Allen Lane, 2007, p. 86.
10 Ibid., pp. 86–87.
11 John Gray, False Dawn: The Delusions of Global Capitalism, London: Granta, 2002, p. 213.
12 John Gray, Black Mass, p. 106.
13 Ibid., p. 147.
14 Johann Herder, Philosophical Writings, ed. Michael Forster, Cambridge: Cambridge University Press, 2002, pp. 380–82; cit. in Walter Russell Mead, God and Gold, p. 377.
15 John Gray, Black Mass, p. 147.
16 Corano, 80:11.
17 Ibid., 76:8
18 Ibid., 9:103
19 Ibid., 59:7
20 Michael Bonner, Jihad in Islamic History: Doctrines and Practice, Princeton, NJ: Princeton University Press, 2006, pp. 28–29.
21 Ali Rahnema, An Islamic Utopian: A Political Biography of Ali Shariati, London: I.B. Tauris, 2000, p. 288.
22 Ibid., p. 285.
23 Ibid., p. 289.
24 Ibid., pp. 288–89.
25 Ibid., p. 279.
26 John Gray, False Dawn, p. 35.
27 ‘Iran: The Spirit of a World without Spirit’, intervista di Claire Briere e Pierre Blanchet, in, Politics, Philosophy and Culture, Interviews and Other Writings 1977–1984, trad. Alan Sheridan, ed. Lawrence Kritzman, New York: Routledge, 1990.
28 Ali Rahnema, An Islamic Utopian, p. 286.

03 agosto 2012

Firenze: lasciate stare il Partito Democratico!


Nel corso degli ultimi anni nella penisola italiana la profonda putredine sociale diffusa in ogni campo dal dominio incontrastato delle ideologie "occidentaliste" si è accompagnata ad un massiccio confinamento del dissenso alla sfera dei nuovi media. Nei paesi "esportatori di democrazia" lo ius murmurandi è in parte garantito attraverso Cinguettatori, Libri dei Ceffi ed altra roba del genere; ogni altra manifestazione di dissenso politico viene considerata reato e trattata come tale, con la parziale eccezione di quelle che contemplano l'utilizzo di giovani donne con pochi vestiti addosso, specie se unite alla presenza di marchi commerciali.
Detto altrimenti, chi non si accontenta del Libro dei Ceffi rischia sempre e comunque di persona, in un contesto in cui è sufficiente parlar male ad alta voce in pubblico di qualcuno o di qualcosa per vedersela con la polizia politica.
Un esempio tra i tanti: due anni fa qualcuno intercettò per strada un frequentatore di ristoranti di nome Daniele Capezzone e lo aggredì fisicamente suscitando lo scagnare di prassi da parte dei commensali di costui. Sull'episodio tornò molto tempo dopo Massimo Fini, che descrisse con una certa precisione il "paese" dove mangiano maccheroni affermando che vi
si può rubare, taglieggiare, imporre tangenti, farsi regalare mezze case, vacanze, viaggi, corrompere testimoni, promuovere troie a cariche pubbliche, ma se ti azzardi a fare uno sgambetto a uno stronzo questa è la cosa veramente intollerabile. 
A Firenze il sedicente "Partito Democratico" crede di poter godere in ogni circostanza di un'intoccabilità e di un'impunità più o meno simili.
E se realtà e Libro dei Ceffi non vogliono saperne di coincidere, si può cercare di rimediare con qualche proclama indignato ed impotente, che suona più che altro come un deliberato invito a continuare.
A nome del Consiglio della Casa del Popolo, devo rilevare che vengono compiuti da tempo ATTI INQUALIFICABILI nei confronti della vetrina del Partito Democratico.
Nel rilevare L'INCIVILTA' di questo comportamento, che nulla ha a che fare con un corretto disenso poitico, voglio sperare che tali atti NON ABBIANO A RIPETERSI.

Il presidente della Casa del Popolo

02 agosto 2012

Alastair Crooke - Resistenza. Aspetti essenziali della Rivoluzione Islamica - Parte II, Capitolo 3 - Politica ed Islam sciita


1979, Rivoluzione Islamica in Iran (fonte: Payvand.com)

Quando i giovani di Tehran, l’avanguardia della Rivoluzione Islamica incombente, si riversarono nelle strade durante il tumultuoso inverno del 1978, le ingorgarono scandendo il nome di un uomo. Non era il nome di un religioso, non era il nome dell’Imam Khomeini, ma quello di un malinconico insegnante e lecturer universitario: il dottor Ali Shariati. Di quest’uomo Jean Paul Sartre disse una volta “Io non seguo alcuna religione, ma se ne seguissi una sarebbe quella di Shariati”. Quest’uomo malinconico fornì alla rivoluzione la sua ideologia di mobilitazione di massa e fu per lui che i giovani si riversarono per le strade.
La repressione dell’Islam e la distruzione del califfato iniziate da Mustafa Kemal, che avevano spinto Sayyid Qutb a predicare l’avanguardismo rivoluzionario fino al momento della sua esecuzione nel 1966, avevano sconvolto il mondo sunnita e si erano ripercosse ovunque in esso, ma avevano avuto un certo impatto anche sugli sciiti. Il lavoro di scrittura di Qutb a partire dal 1948, ma soprattutto l’opera La giustizia sociale nell’Islam1, aveva finito per coincidere con il verificarsi di proteste di massa in tutto il mondo musulmano a seguito della spartizione della Palestina, che avevano finito col conferire particolare risonanza alle sue parole.
Gli scritti di Qutb dei primi anni Cinquanta avevano preparato il terreno ad una ideologia rivoluzionaria potenzialmente davvero in grado di portare a cambiamenti concreti. Ma furono gli avvenimenti iracheni ed il confronto tra Najaf, centro dell’insegnamento religioso sciita, e Baghdad, centro del potere statale, che contribuirono a dare forma alle seguenti tappe della sua evoluzione. Anche più significativo fu l’intreccio di relazioni che si sviluppò tra le eminenti personalità islamiche che visitarono Najaf in questo periodo, o che vi abitarono. Questo confluire di potenzialità si trasformò in una centrifuga che produsse la struttura fondamentale per le ideologie dei movimenti rivoluzionari che si sarebbero sviluppati in Iraq, in Iran ed in Libano.
Fu questo intreccio di relazioni a porre il seme di una politica intesa nel senso in cui la intende l’Islam sciita. Ma un evento più di ogni altro, l’uccisione da parte di Saddam Hussein di uno dei più eminenti pensatori islamici e capo del movimento attivo a Najaf, costituì il punto di partenza per rinnovate lotte. L’assassinio del religioso sciita Mohammed Baqir Sadr e di sua sorella nel 1980 fece sì che la lotta islamica si estendesse a tutto il Medio Oriente e che assumesse la coloritura del pensiero sciita2.
Dall’inizio degli anni Cinquanta, i sunniti Fratelli Musulmani di cui Sayyid Qutb era una delle figure principali era stabilmente presente in tutte le principali città irachene. Ad essi afferivano studenti universitari e delle scuole secondarie, avvocati, ingegneri, medici e burocrati di livello basso e medio. Una militanza attiva e di buona cultura, attirata dai Fratelli Musulmani per l’ideologia del movimento e per il suo aspetto internazionalista. Ovviamente l’ideologia si basava quasi esclusivamente sul pensiero di intellettuali e di ideologi islamici sunniti, soprattutto Qutb ed Hassan al Banna, il capo dei Fratelli Musulmani in Egitto.
Gli aderenti ai Fratelli in Iraq erano prevalentemente sunniti, ma l’organizzazione aveva attratto anche un piccolo ma significativo numero di attivisti sciiti. Nonostante gli aderenti sciiti fossero pochi rispetto ai sunniti, i Fratelli esercitarono sugli sciiti un’influenza che andò oltre i rapporti numerici, grazie alla loro costanza ed alla loro unicità. In quel periodo gli sciiti non avevano, in proprio, riferimenti ideologici o politici. La rinascita intellettuale che si verificò presso certi ambienti intellettuali e religiosi sciiti di Najaf tra il 1950 ed il 1980, di cui Sayyed Baqir Sadr costituì un’epitome, fu dunque fortemente influenzata ai suoi inizi da ideologi sunniti3, tra i quali primeggiava Sayyid Qutb.
La relativa aridità del pensiero politico sciita di quel tempo era il risultato di un precedente giro di vite autoritario; l’ultima volta che il clero sciita era riuscito ad esercitare una vera opposizione politica era stato attorno al 1923 e 1924. La questione era finita malissimo per i religiosi, con i più famosi tra i loro leader di Najaf mandati in esilio all’estero dalle autorità britanniche.
Questa brutta esperienza aveva condotto gli sciiti a fare scena muta in politica, e ad un quietismo che era durato per trent’anni, fino alla fine degli anni Cinquanta. A quel tempo, l’aperta ostilità nei confronti di Najaf da parte di Saddam Hussein e la prospettiva di una totale marginalizzazione degli sciiti causata dal fatto che i comunisti stavano facendo breccia tra giovani sciiti sempre più laicizzati stavano minacciando di oblio la città e le sue scuole religiose. L’influenza dell’ideologia rivoluzionaria sunnita esposta da Qutb e da altri pensatori dei Fratelli Musulmani, in un momento di scoraggiante riflusso, sembrò offrire ad alcuni giovani religiosi l’opportunità di una riforma e di una rinascita.


La nostra filosofia

Sadr e la rete di pensatori che esisteva a Najaf risposero con entusiasmo, nonostante le cautele ed un certo scetticismo espresse da una parte del clero più anziano. Baqir Sadr fondò nel 1957 il primo movimento sciita rivoluzionario: un’organizzazione clandestina che si era organizzata a compartimentazione per motivi di sicurezza: Hezb al Da’wa4. Baqir Sadr pubblicò il suo libro La nostra filosofia nel 19595. In esso analizzava le radici della filosofia occidentale che conducevano al marxismo, e le poneva a confronto ed a contrasto con la tradizione islamica della filosofia. A questo scritto seguì La nostra economia, in cui l’autore fece la stessa cosa per quanto riguardava l’economia6. A seguito di questo Sadr ricevette dal governo del Kuwait l’incarico di stabilire in che modo la ricchezza derivante dal petrolio del paese potesse essere gestita attenendosi a principi islamici. Dedicandosi a questo compito Sadr produsse un importante scritto sulla finanza islamica che è a tutt’oggi alla base del funzionamento delle moderne banche islamiche. Grazie alle sue opere, Sadr diventò il principale teorico della rinascita islamica. Un terzo libro, La nostra società islamica, non venne mai pubblicato come tale, anche se elementi del pensiero di Sadr sull’argomento apparvero in vari articoli pubblicati all’epoca.
Sadr non accettò il concetto secondo il quale il primato della proprietà privata sarebbe giustificato a sufficienza partendo dalla nozione di “diritto individuale”. Pensò invece che sia la proprietà privata che la proprietà pubblica abbiano pari giustificazione, ma che i diritti ed i doveri di quanti ne godono vengano dopo l’imperativo divino di una società umana guidata secondo giustizia, compassione ed equità. Respinge anche l’ipotesi che questo renda l’economia islamica indistinguibile dalla socialdemocrazia, affermando che i concetti di capitalismo e di socialismo appartengano al naturale retaggio dell’ideologia occidentale, laddove l’economia islamica sorge invece da una visione che privilegia le richieste etiche e comportamentali imposte da una società islamica; per questo l’economia islamica trova giustificazione all’interno di un sistema di pensiero indipendente dagli altri.
La nostra filosofia presentava una miglior comprensione ed una visione più prossima a quella marxista. Il libro di Sadr rappresentava una dettagliata critica verso la più sofisticata espressione della filosofia materialista all’epoca fruibile nel mondo arabo, ma che oggi, nel mondo post marxista, può sembrare un po’ invecchiata. Come notato da Chibli Mallat, un’appendice alla prima edizione rivela le fonti marxiste di Sadr. Si tratta di uno sforzo notevole, per venire da quello che era uno studioso ed un giurista sciita7. La sua iniziativa pionieristica contribuì alla decisione, presa dalle università iraniane postrivoluzionarie, di abbracciare sia la filosofia islamica che quella tradizionale.
L’organizzazione clandestina Al-Da’wa fu concepita come una risposta sciita agli accadimenti del tempo, con particolare riferimento alla prevalente attenzione verso il marxismo diffusa tra i giovani sciiti. Molte delle principali opere di Al Sadr si compendiano di una critica ragionata del marxismo e del socialismo, e del tentativo di sviluppare un sistema di pensiero interamente islamico.
Gli sciiti di Al-Da’wa non si ritirarono interamente dai Fratelli Musulmani o da Hezb al Tahrir8; alcuni membri di Al-Da’wa rimasero profondamente influenzati da Qutb nel corso di tutti gli anni Sessanta9, facendo propri alcuni principi chiave radicali del suo pensiero.
Il fatto stesso che un eminente religioso sciita come Al Sadr si desse all’ideologia politica era già, all’epoca, qualcosa di rivoluzionario di per sé. Com’era prevedibile, il suo atteggiamento suscitò la dubbiosa opposizione dei religiosi appartenenti alla generazione più anziana, tra  i quali l’ayatollah al-Khoei, guida del quietista Ayatollah Sistani che avrebbe in seguito assunto la guida dei seminari sciiti durante l’occupazione dell’Iraq nel 2003.
Baqir Sadr fu il più brillante religioso sciita della sua epoca, avendo ultimato i suoi studi al seminario di Najaf a venticinque anni: qualcosa che non si era mai visto prima. A molti buoni studenti il completamento degli studi richiedeva la maggior parte della vita. Certamente, doveva aver ereditato quella intelligenza per cui la sua famiglia era famosa.
I Sadr erano una famiglia rispettata. Erano di origine libanese e potevano far risalire il loro lignaggio fino al Profeta: da qui il titolo di Sayyed. In essa figurano molti studiosi insigni: il padre di Sadr era stato Ayatollah, il nonno Grande Ayatollah. Si trattava di una famiglia il cui prestigio e la cui influenza, in Iraq ed oltre, erano immensi: un cugino più anziano di Sadr aveva diretto la rivolta antibritannica degli anni ’20. Egli stesso era invece il suocero di Moqtada Sadr, attuale leader dell’Esercito del Mahdi in Iraq, e cugino del Grande Ayatollah Mohammed Sadeq Sadr, ucciso insieme a due dei suoi figli da Saddam Hussein nel 1999. Era anche cugino dell’imam Musa Sadr, uno dei primi ad esercitare influenza sulla mobilitazione sciita in Libano che avrebbe portato alla formazione di Hezbollah.
La generazione più anziana dei religiosi fu molto grata a Sadr per aver contrastato con successo l’influenza comunista, ma continuò a rifuggire dall’impegno politico, memore delle conseguenze della ribellione del 1920. Quando l’attrito tra Baghdad e Najaf aumentò, con la presa del potere da parte del partito Baath, alcuni religiosi più anziani tentarono di contrastare l’azione del circolo di Najaf.
I risultati del lavoro del circolo di Najaf durante gli anni Sessanta furono palpabili ed avevano riguardato la mobilitazione politica e l’opposizione all’ingiustizia ed ai soprusi. Gli autori che avevano diffuso le loro opere a partire da Najaf sarebbero diventati i leader delle successive tappe della rivoluzione politica sciita.
La filosofia politica di Mohammed Baqir Sadr, nota come “governo del popolo”, esplicitò la sua concezione di stato islamico moderno. Con la sua padronanza del Corano, unita ad un innovativo approccio all’esegesi coranica ripartito per materie, Sadr dimostrò che la facoltà di governarsi è “un diritto conferito all’intera umanità” e spiegò che “dare ordine al mondo e prendersi cura degli umani affari” era un obbligo imposto da Dio alla specie umana. 
Si trattava di un grosso passo avanti per la teoria politica islamica. Sadr statuì che la legittimazione del governo di uno stato islamico viene dal popolo, e non dai religiosi. Sadr spiegò che nel corso della storia erano esistiti due ruoli: l’uomo, che eredita la terra e vi sta come un amministratore, ed il Profeta, che agisce come un guardiano sull’amministrazione che l’uomo esercita su ciò che ha ereditato.
Infine, io voglio, in nome di tutti voi ed in nome dei valori in cui credete, che si faccia in modo che il popolo abbia l’autentica opportunità di esercitare il proprio diritto di governare il paese tenendo elezioni in cui un consiglio che rappresenti la ‘umma (il popolo) [inteso come “comunità di credenti”, N.d.T.] possa davvero affermarsi10.
Questo pensiero innovativo aiutò a sostenere la mobilitazione popolare della Rivoluzione Iraniana e l’ultima opera di Sadr, scritta nel 1979, adombra con chiarezza la costituzione iraniana che sarebbe entrata in vigore alla fine del 1979. Sadr aveva elaborato il su ricordato concetto di amministrazione per proporre un sistema elettorale diretto e popolare, affinché fossero cariche elettive sia quelle del parlamento che quella del presidente, mentre il ruolo di guardiani di tutto il sistema sarebbe spettato agli studiosi islamici, esperti per la loro conoscenza della legge. In questa concezione il ruolo di guardiano può essere considerato omologo, ad esempio, al ruolo della Corte Suprema statunitense intesa come custode dei valori della costituzione statunitense e come arbitro legale sulle questioni sociali.


Le conseguenze della rinascita intellettuale di Najaf

Dagli anni Settanta in poi, come risultato del crescente séguito di islamici che aveva preso ad interessarsi alle sue opere, Sadr venne arrestato varie volte dai baathisti e torturato, ma dopo ogni rilascio continuò sempre il suo lavoro. Nel 1977, dopo un’insurrezione a Najaf, fu condannato al carcere a vita, ma venne rilasciato due anni dopo a causa della sua popolarità. In quest’ultimo caso, nel giugno del 1979, venne arrestato e messo ai domiciliari mentre stava preparandosi per andare a Tehran ad incontrare Khomeini e rimase agli arresti fino all’aprile 1980, quando fu portato a Baghdad. Si dice a Najaf che Sadr riuscì a sfuggire al suo destino all’epoca della prima detenzione a giugno grazie al fatto che sua sorella corse tra la folla urlando “Stanno rapendo il vostro imam”. Quando scoppiarono nuovi disordini in aprile, il governo ridusse al silenzio la sorella portando via da Najaf anche lei.
Anche la sorella Amina Sadr bint al-Huda venne imprigionata, torturata ed uccisa. Si  dice che Sadr sia stato ucciso conficcandogli in testa un chiodo di ferro e poi bruciandolo11. Durante la intifada irachena del marzo 1991, circa undici anni dopo, immagini di Sadr vennero portate in corteo nelle città dell’Iraq meridionale, fino a quando la rivolta non venne brutalmente sedata da Saddam Hussein. Anni dopo, durante l’esecuzione di Saddam Hussein, si udirono alcune guardie sciite levare il grido di “Lunga vita a Mohammad Baqir Sadr!”12.
L’uccisione ed il martirio di Baqir Sadr nel 1980 ad opera di Saddam Hussein fece ripiombare per forza di cose le scuole di Najaf nelle loro precedenti condizioni, in cui vigevano posizioni apolitiche e quietiste. Tuttavia la rinascita intellettuale di Najaf ed il modo in cui si era conclusa, con l’uccisione di Baqir, sparse realmente il risveglio sciita in aree fondamentali del medio Oriente ed anche oltre: in Iran, in Libano, in Kuwait, in Pakistan, in India ed in Sudan nel corso dei dieci anni che seguirono. Uno sguardo di insieme alle più importanti figure del movimento islamico del periodo compreso tra la fine degli anni Settanta e tutti gli anni Ottanta mostra che tutte senza eccezioni avevano studiato a Najaf, vi avevano vissuto o vi si erano recati in visita.
La rinascita culturale e politica di Najaf e la nascita di quello che sarebbe diventato l’impegno politico dell’Islam sciita si avvalsero anche di un altro elemento -e la città accolse un residente in più- senza il quale l’Islam sciita non avrebbe assunto carattere universale nella sfida che esso presenta oggi all’Occidente.  
Nel 1964, Ruhollah Khomeini giunse in esilio a Najaf. Dapprincipio mantenne un basso profilo e non si schierò apertamente a fianco del circolo che vi si riuniva. Dal 1964 e fino alla morte del suo più importante protettore, l’Ayatollah Muhsin al-Hakim, avvenuta nel 1970, Khomeini poté contare su una certa immunità, ma dal 1968 con l’arrivo al potere del partito Baath e con le tensioni tra esso e Najaf, fu costretto alla massima circospezione per quanto riguardava la politica irachena. Nondimeno, nel 1970 provocò uno shock nei suoi discepoli tenendo loro le sue famose lezioni sul wilayat al-fiqh (l’autorità spirituale del giureconsulto) e sul governo islamico.
La definizione di wilayat al-fiqh data da Khomeini, che era certamente retorica ed imprecisa, mancava delle linee guida di una costituzione per assumere completezza. Proprio il compnente di cui i rivoluzionari iraniani del 1978 sentiranno maggiormente l’impellenza. Fu Baqir Sadr, scrivendo poche settimane prima che Khomeini tornasse in Iran per guidare la rivoluzione, che anticipò gli elementi chiave della costituzione iraniana del 1979. Pochi mesi dopo baqir Al Sadr morì, ed il regime di Baghdad cancellò qualunque cosa lo riguardasse su cui riuscì a mettere le mani: ma la sua morte, così com’era successo con Sayyid Qutb, infuse energia agli islamici in tutto il Medio Oriente.


Cambiare il significato del linguaggio

La rinascita di Najaf, come notato da Chibli Mallat13, era un fenomeno intellettuale che coinvolgeva essenzialmente dei giuristi, ed il suo prodotto letterario era fatto sostanzialmente da testi di legge. Può anche aver significato moltissimo per i circoli religiosi sciiti, ma rimaneva elitarista ed inaccessibile al grande pubblico. Se l’idea era quella di uscire dal piccolo circolo di coloro che vi aderivano, era necessario mobilitare il pubblico. La particolare intuizione di Ali Shariati, ed il suo contributo alla Rivoluzione Iraniana, consisterono proprio nella messa a punto di un’ideologia per la mobilitazione.
Shariati era convinto che l’Islam costituisse il più efficiente mezzo di comunicazione con i suoi compatrioti iraniani. Ma la questione centrale, quella che dovette risolvere per se stesso, era se l’Islam fosse una vera ideologia rivoluzionaria ammorbidita ed oscurata nei secoli da religiosi conservatori e da autorità interessate, o se invece era un sistema di credenze, i cui aspetti sociali ed economici erano impraticabili e nel miglior caso fuori dai costumi correnti14.
Durante il tempo passato a Parigi negli anni Sessanta Shariati lesse avidamente le produzioni di tutte le scuole del pensiero occidentale contemporaneo, e giunse alla paradossale conclusione che l’Islam poteva essere riscoperto attraverso le idee di intellettuali occidentali il cui messaggio radicale e progressista era a prima vista antiislamico, ma nell’essenza era invece il rispecchiarsi dell’immagine dell’Islam autentico, prima che diventasse rammollito ed offuscato nel corso del tempo.
Dalle sue letture Shariati trasse la conclusione che non era l’Islam ad essere superato, e che l’Islam sciita possedeva di per sé la quintessenza di tutte le scuole del pensiero progressista occidentale: “Tutto quello che Pascal, Marx e Sartre hanno dato all’Europa si può trovare nell’Islam sciita, sotto il nome di Ali”15. Fu Sartre a restituire il complimento più tardi, quando disse che se avesse dovuto scegliere una religione avrebbe scelto quella di Shariati.    
Shariati iniziò in Francia un progetto di ricerca insieme ad Abolhassan Bani-Sadr; era il 1963 e c’era da capire, ricorrendo alle fonti originarie, se l’Islam come veniva praticato dal clero era l’Islam autentico, o se il suo messaggio liberatorio e progressista era stato oscurato da loro, come Shariati sospettava. I due erano d’accordo di impegnarsi per far rivivere, in questo caso, l’autentica ideologia islamica16.
Se invece l’Islam sciita si fosse rivelato una versione precedente del pensiero occidentale liberatorio e progressista, inglobata in un paradigma differente, secondo i due avrebbe presentato anche un vantaggio in più. Shariati pensava che gli aderenti alla sinistra avevano sempre parlato di popolo e di masse, ma che se fossero andati nei villaggi dei poveri cercando di levare la gente per la rivoluzione parlando loro nel nome di Marx, sarebbero stati mandati via a suon di risate. Provate invece a chiamarli all’unità ed alla vendetta in nome di Hussein, il nipote del Profeta, ed essi si leveranno immediatamente.
La conclusione cui arrivarono le ricerche congiunte di Shariati e Bani-Sadr fu che l’Islam del clero era incompatibile con l’Islam autentico, rivoluzionario e progressista. Shariati continuò a fare ricerche ed a formulare un’ideologia; Bani-Sadr divenne il primo presidente dell’Iran postrivoluzionario.
Fra tutti i suoi mentori intellettuali d’Occidente, Shariati si esaltò soprattutto per gli scritti di Frantz Fanon, il cui I dannati della Terra appassionò a tal punto lui ed i suoi amici che lo tradussero dal francese al persiano. Fu dalla traduzione che Shariati ed i suoi amici fecero del titolo del libro, mustad’afin-e-Zamin, che Khomeini trasse la sua parola d’ordine a sostegno degli oppressi e dei diseredati17.
Da Fanon, con cui Shariati ebbe scambi diretti in merito al ruolo dell’Islam, fu rafforzata la sua convinzione che ogni individuo di un terzo modo colonizzato o semicolonizzato dovesse tornare a se stesso, dovesse cercare gli elementi culturali appropriati e poi creare un “uomo nuovo”, basato su una “nuova idea” e su una “nuova storia”.  Da Sartre e dall’esistenzialismo trasse invece ispirazione per il concetto di libertà di scelta individuale e per il diritto dell’individuo alla ribellione18.
Jacques Berque spiegò a Shariati come vedere il mondo attraverso una prospettiva sociologica; gli insegnò anche a trasformare il significato reale delle parole per far diventare concetti ridondanti e passivi degli energici strumenti di cambiamento. Questo fu il concetto fondamentale, ripreso ed utilizzato poi da Khomeini, da Musa al-Sadr e da Fadlallah; un concetto oggi ben compreso da Sayyed Hassan Nasrallah e da Hezbollah.
Berque suggerì che se anche le parole avevano un significato univoco ed eterno, il loro intento poteva essere trasformato nel tempo, ripartendo in modi differenti il loro contesto: “Si possono cambiare le parole da mezzi passivi per chiacchiere fini a se stesse e da strumenti di pura stupefazione in strumenti per i cambiamenti sociali e politici”19. Shariati considerò dunque ciascuna parola contemplata nel vocabolario di ogni musulmano e la reinterpretò. Parole e concetti che risuonavano di rassegnazione, fatalismo ed autocommiserazione furono trasformati in potenti e dinamici concetti pronti ad entrare in azione.
Di solito Shariati viene tenuto ai margini in tutti i trattati occidentali, come un attivista che ha usato il concetto laico marxista di lotta di classe, ed il linguaggio marxista, per mobilitare i giovani di Tehran. Questa ottica eurocentrica implica che Shariati sia stato costretto a rinforzare la debole attrattiva dell’Islam unendolo, in modo inappropriato, al linguaggio marxista laico occidentale.
In realtà Shariati si impegnò in un progetto strategico che consisteva nel ridefinire l’Islam sciita come movimento rivoluzionario; lo si doveva fare sotto traccia, sotto il naso di un clero ostile e conservatore che si era espresso in senso contrario alle sue idee anche se i religiosi cercarono di avvalersi del successo che ebbe nell’allontanare dai giovani iraniani le sirene del marxismo.
Shariati non era un giurista e non aveva la possibilità di sfidare la teologia sciita sul suo stesso terreno. Fu costretto a camminare sul filo, tra un clero ostile da una parte e la sospettosa SAVAK, la polizia segreta dello Shah, dall’altra. La SAVAK si chiedeva se Shariati stesse davvero sfidando i marxisti, o se stesse fomentando la rivoluzione, e rimase incerta tra le due conclusioni.
Shariati non poté sfidare direttamente l’establishment clericale iraniano, e dunque reinterpretò le parole per dare ai propositi dell’Islam una forma strategica tale che permettesse loro di diventare strumenti di mobilitazione e di cambiamento, anziché essere quelli che Musa al-Sadr avrebbe più tardi descritto come un “rituale” ufficiato da “devianti” uomini di religione che avevano trasformato l’Islam da “movimento, vitalità e lavoro… in quello che esso è oggi. Adesso, Islam significa letargia e rinuncia”20.
Nel tentativo di creare un’ideologia fatta di giustizia sociale e di rivoluzione Shariati non ebbe bisogno di impegnarsi in quello che in Occidente potrebbe essere descritto come il “rinnovamento” dell’Islam sciita. Le origini e l’etica dell’Islam sciita erano esattamente quelli dell’attivismo radicale, della lotta contro la tirannia e della battaglia per la giustizia sociale.


Il retaggio rivoluzionario dell’Islam sciita

A causa della sua stessa storia l’Islam sciita costituisce una setta dal carattere maggiormente rivoluzionario rispetto a quello sunnita. Islam sciita ed Islam sunnita non solo vedono la storia islamica, la teologia e le materie legali in modo diverso, ma ciascuno di essi possiede un ethos diverso che si traduce in un approccio specifico a che cosa significhi essere un musulmano. Questa differenza di temperamento e di filosofia deriva direttamente dalla crisi di successione che seguì la morte del Profeta nel 632 d C.
La maggior parte della piccola congrega di seguaci del Profeta Muhammad dopo la sua morte –per la quale non era stato deciso niente in anticipo- si rifece a quanto si era soliti fare in questi casi secondo la tradizione tribale. Un consiglio di anziani avrebbe scelto il più autorevole e rispettato e gli avrebbe affidato il ruolo di guida della comunità.
Questo gruppo fu l’antesignano dei sunniti, “coloro che seguono la tradizione”. Alcuni dei suoi sostenitori trovarono giustificazione nel detto del Profeta secondo cui “la mia comunità non si accorderà mai su cose errate”. Questo gruppo non era alla ricerca di alcuna qualità particolare al di là dell’esperienza e del rispetto, di un “paio di mani sicure” che guidassero la comunità in modo abile e virtuoso.
Un altro gruppo, una minoranza che sarebbe diventata antesignana degli sciiti, credette che il successore del Profeta (questo il significato di Califfo) dovesse impersonare delle qualità speciali, al di là dell’accordo tribale e del consenso. Pensarono che agli esseri umani servisse più di un “paio di mani sicure” che continuassero a guidarli; essi avevano bisogno di qualità di leadership divinamente ispirate ed innate, senza le quali il vero significato e l’intento dell’Islam potevano finire oscurate, e che fosse più probabile che esse derivassero dalla appartenenza alla discendenza del Profeta anziché emergere da un’elezione consensuale. Questo gruppo si schierò con Ali, il genero e cugino del Profeta. Il nome Shi’a significa “partigiani di Ali”.
Alla fine prevalse l’idea dell’accordo, e Ali perse le elezioni per chi dovesse guidare la comunità. Ali fu sconfitto per tre volte prima di essere finalmente eletto nel 656. Il periodo in cui la carica era stata detenuta da altri, prima del successo di Ali, era stato tutt’altro che tranquillo. Il secondo califfo fu ucciso da un prigioniero di guerra, mentre, fatto più notevole, il terzo califfo e predecessore di Ali fu ucciso da un gruppo di soldati musulmani che si erano ammutinati.
La cosa sconvolse la comunità. Ali finalmente ebbe accesso al Califfato, ma la sua durata in carica fu funestata dalle conseguenze derivanti dall’assassinio del suo predecessore.
Tra Ali ed il governatore di Damasco iniziò una guerra civile che finì soltanto quando Ali venne ucciso da estremisti inferociti che accusavano sia lui che il governatore della crisi in atto.
A differenza di Ali, il governatore sopravvisse all’ira degli estremisti e brigò per ottenere il Califfato. I sunniti decisero di accettare questo accesso al califfato da parte di un governatore che mancava di ogni legittimità religiosa; non era stato eletto e non aveva alcun legame di sangue con il Profeta. Iniziò così la dinastia degli Omayyadi, nota in tutto il mondo; re e conquistatori, più che custodi delle rivelazioni del Profeta, che Qutb avrebbe dipinto in modo negativo.
L’episodio segnò un punto di non ritorno. Accettando la dinastia ereditaria degli Omayyadi i sunniti fecero il loro compromesso storico con il potere, che gli sciiti respinsero ed aborrirono compatti. L’Islam sunnita abbracciò quello che sarebbe divenuto il suo tradizionale atteggiamento pragmatico e l’idea di accettare un dominatore mondiale che mantenesse l’ordine, proteggesse i territori islamici e lasciasse la teologia agli studiosi.
Dopo la morte di Ali, gli sciiti rifiutarono questo vergognoso compromesso con il pragmatismo e rifiutarono l’autorità dei califfi. Gli sciiti pensavano che le peculiari qualità per la guida necessaria all’Islam non sarebbero emerse da un qualche sforzo collettivo per un consenso di compromesso. La leadership del Profeta era stata metafisica, appartenente ad un ordine di cose che non era quello di un qualunque saggio tribale. Ed una leadership con elementi divini e metafisici poteva persistere, credevano gli sciiti, soltanto in appartenenti alla linea di sangue della sua famiglia: attraverso Hussein, figlio di Ali e nipote di Muhammad per tramite di sua figlia Fatima.
Quando il figlio del governatore, Yazid, ebbe ucciso Hussein –discendente diretto del Profeta- ed i suoi compagni a Kerbala nel 680 d. C., il fatto cristallizzò Hussein come epitome del martirio e come vittima manifesta di un oltraggioso abuso di potere contro gli sciiti. L’assassinio fu per gli sciiti qualche cosa di assolutamente esecrabile, perché commesso da un uomo che aveva avuto accesso al califfato per via della successione ereditaria e non perché fosse stato eletto o perché fosse dotato di chissà quali virtù spirituali. Yazid era figlio dell’uomo che aveva prevaricato Ali, che gli sciiti consideravano il vero successore del Profeta, ed aveva carpito la sua carica.
Il rifiuto di Hussein di riconoscere e di accettare il potere illegittimo di Yazid, il suo rifiuto di accettare il fatto che la sua ribellione contro l’imposizione militare era senza speranza –il suo gruppo era molto sottodimensionato- ed anzi il perseverare in essa, il suo rifiuto di tollerare l’ingiustizia, sono tutte cose che iscrivono l’Islam sciita nel ruolo della resistenza morale e religiosa contro un potere illegittimo e contro l’oppressione, e che elevano il concetto di “vera” leadership islamica ad essere un qualcosa d’altro rispetto alla mediocrità di un potere politico che si presenta come temporale e pragmatico.
Un capo di Hezbollah ed erudito sciita ha rivelato all’autore di essere convinto che se Hussein non fosse stato ucciso a Kerbala la storia dell’Islam avrebbe avuto uno sviluppo molto diverso; credeva che le conquiste sanguinose e l’espansione imperiale dell’Islam non si sarebbero mai verificate sotto una leadership sciita.
I sunniti, avendo fatto il loro compromesso storico con i re e con il potere temporale, hanno assunto il carattere di una maggioranza naturale e con esso una perdurante convinzione di avere il diritto di comandare. Per usanza, hanno sempre messo maggiore enfasi sulla personale adozione degli aspetti esteriori dell’Islam e su un approccio pragmatico nei confronti del mondo.
Per contrasto, gli sciiti –che sono spesso stati una minoranza perseguitata- si sono rivelati inclini allo studio della filosofia ed alla ricerca del primo significato metafisico del Corano piuttosto che alla sua interpretazione letterale; sono rimasti convinti che il messaggio del Profeta riguardasse dei principi, non il pragmatismo, e che rappresentasse una chiamata alla lotta, per gli uomini e per le donne, contro l’ingiustizia sociale e le tirannie di tutti i tipi.


La mobilitazione sociale ed una ideologia di equilibrio

Questo retaggio radicale di attivismo rappresentava per Shariati l’autentico Islam sciita che stava cercando di restituire alla vita, togliendone la polvere e gli strati di tinta che vi si erano accumulati nel corso del tempo. Il suo intento era quello di riordinare i componenti originari della tradizione islamica sciita in armonia con altre parti del patrimonio filosofico persiano e sufi. Lo scopo di tutto questo era creare un’ideologia di equilibrio che potesse da un lato rispondere alle necessità imposte alla gente dal benessere quotidiano ed alle necessità della società in genere, rispettando al tempo stesso i bisogni etici, filosofici, estetici e metafisici delle persone, ed al tempo stesso avesse il potere di mobilitare una società intera.
Non si trattava soltanto di un nuovo vocabolario, di un “nuovo parlare” islamico. Shariati pensava ad una ideologia che avesse anche dei significati importanti per la vita moderna. In breve, pensava che le società moderne sane ed armoniose dovessero preoccuparsi tanto del benessere materiale quanto delle necessità di ordine sociale e metafisico. Questo concetto era di derivazione marxista e socialista; un’ideologia islamica avrebbe dovuto pensare sia al benessere materiale che alle necessità sociali delle persone, sia a fare da bussola per aiutarle ad orientarsi nella vita.
Dagli anni successivi all’uccisione di Hussein l’Islam sciita era finito per scivolare in una mentalità puramente difensiva ed impregnata di vittimismo. Non che a questo modo di vedere le cose mancassero i buoni motivi: gli sciiti troppo spesso nella storia avevano fatto la parte della minoranza perseguitata. Ma il ruolo di vittime storiche aveva anche indotto in essi passività mista ad un atteggiamento di persistente rassegnazione; solo il finale arrivo del redentore, del Mahdi, li avrebbe liberati dal loro stato di minoranza emarginata e diseredata.
Secondo Shariati, ideologizzare l’Islam permetteva di risvegliare la coscienza del popolo perché esso “entrasse in azione”; consentiva di scuoterne il giogo e di mobilitarlo in un movimento di liberazione che facesse nascere qualcosa di energico e di determinato. Ciò che aveva reso attraente l’Islam per coloro che lo avevano abbracciato non erano solo il Corano ed il concetto di resurrezione, ma la sua profonda dedizione alla giustizia sociale ed alla leadership rivoluzionaria. Shariati tentò di esorcizzare il prevalente Islam di orientamento monarchico e clericale auspicando una rivoluzione sociale che scatenasse un miracoloso “guizzo di energia”.
Pensava che i mattoni di una mobilitazione fossero costituiti da individui consapevoli ed attenti. Ogni individuo andava rafforzato enfatizzando l’importanza della volontà e della determinazione come motori della rivoluzione sociale, e facendo sì che adottasse i pregi dell’agire disinteressato e del ragionamento scientifico e razionale. L’essere umano ideale è armato di ideologia, di senso di giustizia e di un “ferro” che rappresenta il potenziale militare. Senza armi, dichiarò Shariati, la consapevolezza e la fede da sole erano incapaci di condurre ad una società ideale.
In questa prospettiva la leadership doveva assumere caratteri sia rivoluzionari che democratici; sottolineandone gli aspetti temporali e sociopolitici, Shariati la definì ugualitaria. “Le cose di ieri vanno comprese come cose che appartengono al passato; quelle di oggi vanno comprese secondo un modo moderno di intenderle”21.
L’essenza della “Islamistica” di Shariati aveva poco a che vedere con l’Islam sciita maggioritario, clericale e borghese, tipico dei religiosi conservatori; ma ai giovani piaceva ed essi accorrevano a migliaia alle sue lezioni, paralizzando il traffico in interi quartieri di Tehran.
La sua popolarità e la sua interpretazione dell’Islam che diventava sempre più radicale gli attirarono le ire delle scuole sciite di orientamento conservatore. Ci fu chi cercò di far bandire i suoi libri, ma gli studiosi di scienze religiose che cercarono di avvicinare l’Ayatollah Ruhollah Khomeini per averne l’appoggio rimasero sorpresi quando gli sentirono dire che lui quei libri li aveva letti, e che non vi aveva trovato nulla che contraddicesse l’Islam. Dovettero rinunciare e ritirarsi in silenzio.
Khomeini non sostenne mai Shariati apertamente,  anche se fece propri molti dei suoi slogan e delle sue definizioni; ma il suo sostegno, sia pure discreto, c’era; e c’era anche il sostegno, quasi unanime ma sempre discreto, di quanti facevano parte delle frequentazioni dell’Imam. 
In alcuni dei concetti che espresse Shariati non fu originale; su un terreno più propriamente attinente il diritto, quelli di Najaf gli avevano già preparato il terreno, mentre gli studiosi sciiti furono veloci a limitare il credito dovuto a Shariati a quanto attiene il campo della mobilitazione, asserendo che fu grazie a Khomeini e ad altri, come il collega di Shariati Mortaza Motahhari, che furono gettate le basi delle istituzioni dello stato islamico.
Fu l’Imam Khomeini a definire il concetto di Rivoluzione Islamica come un movimento popolare sostanzialmente non violento, basato sulla mobilitazione delle masse e sulla legittimazione popolare. E fu un amico di Shariati, Musa al-Sadr, cugino di Mohammed Baqir Sadr, a portare i concetti di mobilitazione politica e di risveglio in Libano, e a plasmare quello che sarebbe diventato Hezbollah assieme a Sayyed Fadlallah, proveniente dal gruppo di Najaf.


Al di là della rivoluzione politica

L’Imam Khomeini non seguì Shariati nel rifarsi al pensiero occidentale, da usare come catalizzatore per far evolvere le idee sulla rivoluzione e sulla sua guida, nonostante le sue posizioni fossero vicine a quelle degli scritti di Shariati. Seguì invece Baqir Sadr nel ritrarre il Corano come il diretto ispiratore delle sue idee; ma fu anche profondamente influenzato da Mulla Sadra (1571-1640) e da Ibn Al-Arabi (1160-1240).
In contrasto con l’immagine austera ed autoritaria diffusa in Occidente, le principali fonti di influenza sul suo pensiero raccontano aspetti di Khomeini che in Occidente sono poco conosciuti. Christian Bonaud ha messo in luce in che modo, nel periodo immediatamente seguente alla rivoluzione, Khomeini scelse di impostare la propria interpretazione del Corano secondo linee che facevano un ricorso sostanziale alla gnosi, ovvero alla metafisica. L’idea che un capo che ha appena mobilitato con successo un popolo, messo in piedi una rivoluzione e spodestato lo Shah si dedicasse immediatamente dopo a lezioni sulla purificazione di sé e sul percorso dell’anima, per Bonaud fu quasi una rivelazione22.
Il riferimento a Mulla Sadra era indubbio: Khomeini era profondamente influenzato dalle sue idee. Sadra era un pensatore i cui scritti hanno esercitato una grossa influenza sulla filosofia persiana degli ultimi trecento anni. L’analisi del Viaggio in quattro tappe di Sadra compiuta da Khomeini23 non si presenta come una ottusa speculazione accademica, ma fu concepita dal suo autore per mettere in luce le idee di Sadra come direttamente connesse alla rivoluzione ed al ruolo guida che Khomeini aveva assunto in essa.
Sadra aveva fondato una scuola di metafisica ad Esfahan, in cui si era formulata l’unitarietà di tre strumenti di analisi e di pensiero. Il primo di questi era la metodologia del pensiero teorico allo stato puro, del pensiero discorsivo e del pensiero analitico; il secondo era quello della conoscenza intuitiva o derivata metafisicamente, ed il terzo era quello della conoscenza rivelata, nella forma degli insegnamenti del Corano. Si trattava in altre parole dell’integrazione di tre distinte categorie di pensiero.
Sadra introdusse una nuova introspezione filosofica nel rapporto con la natura del reale, attraverso un approccio esistenzialista che ha preceduto quello di Jean Paul Sartre di diversi secoli. L’unità della creazione da lui dedotta ha importanza cruciale nella prospettiva islamica dello scopo dell’esistenza, ed è riuscita ad accordare i metodi del ragionamento filosofico come sono giunti dai filosofi greci con gli insegnamenti dell’Islam. La filosofia di Sadra ha offerto, secondo Khomeini, una risposta valida alla prevalente corrente occidentale “modernista” che non è stata capace di superare i ristretti limiti del metodo empirico e scientifico.
Anche il concetto di “moto sostanziale” sviluppato da Sadra ebbe una grossa rilevanza per la rivoluzione. Basando la sua argomentazione sulla premessa che tutto quanto esiste sottostà ad una continua trasformazione e ad un continuo cambiamento, Sadra statuì che una riforma politica non era concepibile come separata dalla spiritualità. L’esistenza era qualcosa di dinamico e non di statico: la politica e la spiritualità, in quanto parti dell’esistente, dovevano anch’esse andare incontro a mutamenti. Sadra sostenne con fermezza che la verità non potesse essere imposta; era per questo aspramente critico verso l’intolleranza dei religiosi islamici, che accusava di pervertire la spiritualità. Khomeini condivideva questa conclusione, e si scontrava spesso con i suoi austeri colleghi per la loro tendenza, come egli la considerava, a vivere nel medio evo.
Nel Viaggio in quattro tappe, di cui Khomeini scrisse un commento compiutamente elaborato, Sadra descrisse l’esercizio mistico cui un leader deve sottoporsi prima di poter iniziare ad agire per la trasformazione del mondo corrente. Deve sottoporsi alla disciplina necessaria: un capo deve spogliarsi del suo io. L’orgoglio e l’attaccamento devono venire meno, ed egli deve aprirsi all’intuizione esoterica.
Si trattava di un esercizio che poteva condurre un leader verso un tipo di intuizione spirituale o di rivelazione simile a quello degli Imam. E fu questo tipo di leadership che rese l’Islam quell’entità dinamica e cangiante che aveva mobilitato e trasformato il mondo nel settimo secolo ed in quelli che erano seguiti. Nel suo ultimo messaggio al popolo iraniano, nel 1989, Khomeini lo pregò di continuare gli studi nel campo della conoscenza noto come irfan, la gnosi teorica, perché non avrebbe potuto esistere alcuna vera Rivoluzione Islamica senza che vi fosse anche una trasformazione spirituale24.
Alla luce di quanto affermato da Khomeini nei suoi scritti di commento, è chiaro che il suo concetto di leadership islamica è molto distante dallo stereotipo occidentale che presenta il suo concetto di wilayat-i-fiqh, ossia di autorità spirituale del giureconsulto, come una pastoia legalistica e retrograda nei confronti delle aspirazioni popolari al cambiamento.
Il suo concetto di leadership, derivato da Sadra, era invece opposto: era dinamico, riformista e con lo sguardo rivolto al futuro. La realtà che molti in Occidente trovano difficile da accettare è il fatto che Khomeini era una figura carismatica e di grande complessità, che aveva valorizzato e compreso l’importanza della partecipazione popolare: fece propria la giustificazione di Mohammed Baqir Sadr del suffragio elettorale: “gli affari del paese devono essere amministrati sulla base della pubblica  opinione, espressa con il mezzo delle elezioni”25. Oltre a questo, secondo suo figlio Ahmad “ciò che rese [Khomeini] Imam, e che condusse alla storica vittoria del movimento islamico, era il fatto che egli combatté la retrograda, stupida, pretenziosa e reazionaria casta clericale.”26 Probabilmente è il fatto che le idee di Khomeini sulla natura della leadership sono tanto estranee al concetto occidentale di leader politico a renderle così difficili da comprendere.
Nella visione di Khomeini, la massiccia mobilitazione popolare e la sollevazione avrebbero richiesto una guida rivoluzionaria forte, attiva, dall’immaginazione e dall’intuizione vivaci. Una guida di questo genere era necessaria, per trasformare radicalmente la mentalità delle masse schierate a battaglia. Questo è un concetto osservabile nello Hezbollah di oggi. Nei messaggi che Sayyed Hassan Nasrallah indirizza al popolo egocentrismo, pretenziosità e dogmatismo spiccano per la loro assenza. Concezioni come questa hanno portato l’Islam lontano dagli iniziali propositi che erano emersi in Egitto dopo l’ultima guerra europea, e che facevano riferimento ad una rivoluzione islamica condotta da piccole avanguardie armate clandestine.


La rivoluzione e la fine del gap intellettuale

Non abbiamo qui l’obiettivo di presentare un’analisi del perché gli eventi in Iran presero poi la piega che hanno preso. Si tratta di una materia complessa, e fatta per gli storici. Qui si voleva soltanto sottolineare il vasto spaziare del pensiero, dalle prime fasi della rivoluzione che sembrano aver influenzato l’atteggiamento degli iraniani nei confronti delle sue fasi successive, fino alla sua influenza sull’Islam in generale. Le importanti ripercussioni sociali di una mobilitazione popolare di massa vengono approfonditi nel quarto capitolo.
Comunque la Rivoluzione Iraniana venga considerata in Occidente, il suo significato è chiaro per chi si interessa di Islam, almeno secondo l’ayatollah Fadlallah, uno di coloro che presero parte al circolo di Najaf, che come studioso islamico gode di autorevolezza e legittimazione in Libano, in Iraq ed in Pakistan. La Rivoluzione Iraniana, secondo Fadlallah, ha avuto un’importanza di assoluto rilievo perché ha chiuso i conti con la “diffusa percezione di un’inferiorità di quanto era locale rispetto ai corrispettivi d’Occidente” e per quello che ha permesso di fare per “affrancare l’umana volontà da una condizione di sottomissione a poteri iniqui, aggressivi o infedeli, e per la trasformazione di questo potenziale liberato in un programma concreto e propositivo, dominato da una interpretazione onnicomprensiva della Sharia islamica nelle sue dimensioni economiche, politiche e sociali”27.
Era proprio questa trasformazione che per Michel Foucault, che camminava per le strade di Tehran nelle prime fasi della rivoluzione, costituiva la risposta ad una domanda che gli esperti in Europea andavano ripetendo senza sosta: “Sappiamo che cosa non vogliono, ma ancora non sappiamo che cosa vogliono”28.
Foucault pose a persone di tutti gli strati sociali la stessa domanda: “Che cosa vuoi?”. “Durante la mia permanenza in Iran io non sentii mai pronunciare, nemmeno una volta, la parola rivoluzione; quattro volte su cinque, in compenso, la risposta che ricevevo era un governo islamico”. 
Foucault concluse che l’idea espressa nelle affermazioni che caldeggiavano l’avvento di un governo islamico non consisteva con la richiesta della creazione di uno stato rigidamente teocratico. Secondo Foucault la fuga dal legalismo clericale e dalle strutture della passività erano esattamente quello cui “Shariati, che aveva esortato un pubblico che era il suo e che poteva essere misurato in termini di migliaia di persone, che morì come un martire, braccato, mentre i suoi libri erano all’indice” aveva dedicato la sua vita.  Shariati aveva considerato il suo lavoro come un tentativo di riconciliare la libertà d’azione con i limiti imposti dai precetti islamici.
Per gli iraniani impegnati nella rivoluzione, pensò Foucault, l’espressione “governo islamico” metteva l’accento sulla realtà spirituale delle persone. Ritornando ad una dimensione spirituale, ebbe a dire, “gli iraniani potevano non soltanto mutare l’ordinamento politico del paese, ma anche cambiare se stessi ed il loro modo di essere, le loro relazioni con gli altri, con le cose, con l’eternità e con Dio”29.
La liberatoria esperienza del ritorno a quel periodo esaltante e vitale, quello dei tempi del Profeta, quando l’esperienza religiosa precedeva la mera obbedienza ad una serie di norme, fa pensare gli iraniani non considerassero la Sharia come un’eredità costrittiva e ristretta: “il governo islamico ha promesso di rompere con le strutture dell’identità personale, dell’economia, della società e della politica che secondo loro costituivano ‘l’ineluttabilità del loro destino’”30. L’Islam sciita poteva avanzare questa prospettiva di una continua ed attiva creazione di un sistema politico grazie alla propria apertura verso gli aggiornamenti delle leggi operati dalla ragione; ma anche, ed in misura più importante, per la sua prospettiva di un rinnovamento radicale e di una nuova rivelazione che doveva avvenire tramite l’imamato.
La Rivoluzione Iraniana aveva messo meglio a fuoco la visione islamica delle cose: idee che erano state messe in moto dall’Egitto, tramite Mohammed Baqir Sadr, per arrivare ai rivoluzionari tramite il contributo di Ali Shariati. Elementi costitutivi di essa erano la costruzione di una comunità giusta, equa e compassionevole, intesa sia come esperienza di vita attraverso cui gli uomini potessero attingere al gusto del divino, sia come adempimento della volontà divina secondo la quale gli uomini avrebbero dovuto comportarsi in questo modo gli uni verso gli altri.
La comunità avrebbe dovuto essere libera di eleggere i propri capi e di governarsi, ma la costruzione di una società realmente giusta avrebbe richiesto anche una vigilanza, ed una guida forte, rivelatrice e dinamica. Gli aspetti sociali ed economici della vita sarebbero rimasti liberi, ma erano contingenti rispetto alla necessità di agire secondo giustizia e con rispetto verso gli altri. Si trattava di una società coesa ed in perenne mobilitazione il cui esempio era dato dalla responsabilità interpersonale che i suoi appartenenti avrebbero avuto gli uni verso gli altri, ed in cui il legame diretto tra la fornitura di un servizio a qualcun altro e l’aspettativa di una sua immediata restituzione era spezzato.
Non sorprende che questi concetti, nati dapprincipio nel pensiero e negli scritti sunniti e di cui si era fatto carico, conferendo loro una coloritura sciita, Baqir Sadr con il suo circolo, abbiano finito per completare il circolo all’indomani di una rivoluzione, ritornando ad influenzare l’ambiente sunnita. L’essenza della divisione dell’Islam tra gli sciiti “partigiani di Ali” e i sunniti “fedeli alla tradizione” e loro controparte, era storicamente centrata sull’affermazione sciita secondo cui l’Islam pretendeva la giustizia e che non era possibile una società giusta senza un governo giusto, diretto dalla rivelazione coranica.
Ma nel 1923 il califfato era stato abolito, e la comunità sunnita dei credenti, o ‘Umma, era diventata qualcosa di slegato dal territorio. Aveva perso la sua definizione in termini geografici, aveva il califfo che ne era il capo simbolico, ed aveva perso le proprie istituzioni. In altre parole, la tradizionale pretesa sunnita del “diritto a comandare” era stata vuotata del suo significato. La Umma era stata privata del proprio territorio e della propria struttura. Fu costretta ad una forma di globalizzazione involontaria da un antipatico leader politico, Mustafa Kemal, deciso a distruggere i simboli dell’unità pan-musulmana.
Lo shock dell’abolizione del califfato fece venire meno il tradizionale atteggiamento accomodante verso il potere tipico dell’Islam sunnita. Il califfato poteva anche essere diventato qualcosa di inconsistente e di debole, ma aveva mantenuto le sue vestigia di legittimità: In termini islamici i nuovi leader politici laici ed occidentalizzati non ne avevano invece alcuna. E lo spazio a disposizione per il pragmatismo e la condiscendenza sunnita si ridusse di conseguenza.
Fu Sayyid Qutb ad iniziare la demolizione dei millequattrocento anni di coesione sunnita attorno ai “cesari” del mondo secolare. Con un atto reciso e decisivo di rottura nei confronti del passato, Qutb aveva definito senza mezzi termini questo pragmatico compromesso storico nei confronti del potere come jahiliyya, ignoranza, ed aveva esortato le società islamiche a vedere la loro guida in Dio, anziché in qualche cesare secolare ed occidentalizzato.
Il suo messaggio fece breccia attraverso il quietismo sunnita. Qutb affermò la necessità di opporsi non soltanto alla jahiliyya¸ma anche all’ingiustizia, ai governanti corrotti ed alla mentalità laica e modernizzatrice. Limitarsi a pregare e ad assumere un atteggiamento passivo non era sufficiente. Perché una visione islamica del mondo potesse prendere forma, era necessario che i musulmani compissero un più convinto sforzo di carattere rivoluzionario. Il pensiero laico e modernista era una minaccia per l’Islam; quasi tutti gli studiosi islamici oggi sarebbero d’accordo con Qutb su questo punto.
Questa virata dell’Islam sunnita verso la costruzione di una identità che si definiva in base alla resistenza contro l’egemonia occidentale e si concretizzava in termini di lotta per la giustizia sociale, ha inevitabilmente condotto i sunniti a percorrere molti passi, in senso ideologico, verso la moderna concezione sciita dell’Islam.
Sunniti e sciiti adesso trovano un terreno comune, nonostante le loro differenze in termini storici, in due aree dense di signficato: il rifiuto di continuare con gli atteggiamenti accomodanti nei confronti di quelli che Fadlallah definì “poteri iniqui, aggressivi o infedeli”, e la propensione a credere che una lotta rivoluzionaria sia necessaria per riformare la società e per la giustizia sociale. 
In quest’ottica, aver visto l’Iran ed Hezbollah agire come avanguardie di questa rivoluzione non risulta sorprendente; e non sorprende nemmeno il fatto che movimenti sunniti come Hamas vengano accostati all’Iran e ad Hezbollah, perché sciiti e sunniti condividono adesso dei principi comuni, nonostante le molte differenze ed i molti antagonismi che ancora li separano.
Quando Hamas si fa sostenitore di una nuova identità musulmana centrata sulla lotta per un governo giusto ed efficiente e su una serie di assunti etici su cui basare la trasformazione sociale, si trova più vicino ad alla prospettiva sciita, che considera l’Islam come un movimento rivoluzionario basato sulla lotta per la giustizia. Questo non significa che Hamas sia diventato un movimento sciita, cosa che i suoi detrattori laici sono soliti rimproverargli. Non lo è diventato, e mantiene la sua netta identità di movimento nazionale palestinese di ispirazione sunnita.
Tuttavia questo avvicinarsi delle posizioni intellettuali tra movimenti come il sunnita Hamas e lo sciita Hezbollah è molto significativo, nonostante la cosa sia messa in ombra dal conflitto settario generato dall’occupazione dell’Iraq. Le schermaglie settarie tolgono alla vista il modo in cui il nuovo attivismo rivoluzionario di un movimento come Hamas ha contribuito a renderlo distante dai Fratelli Musulmani che ne erano alla radice, e lo abbia fatto avvicinare alle posizioni intellettuali tipiche del pensiero sciita.
La direzione del flusso di influenza tra i principali movimenti sunniti, sotto l’impatto dell’ostilità statunitense ed europea nei confronti dei movimenti islamici, ha finito per invertirsi. Adesso è più probabile che sia Hamas a fare in futuro da modello per i Fratelli Musulmani, piuttosto che questi ultimi a fare da modello e ad influenzare Hamas, nonostante i fondamenti del pensiero dei Fratelli costituiscano a tutt’oggi una sorta di sigillo di legittimità per la grande maggioranza dei credenti sunniti.
Per gli sciiti, la loro rivoluzione del 1979 in Iran ha rappresentato una rottura definitiva rispetto al precedente atteggiamento vittimista e di disimpegno quietista dalla vita politica attiva, nell’attesa che il ritorno finale del Mahdi rimettesse le cose a posto. Per i sunniti, il nuovo Islam politicamente attivo rappresenta una sorta di cambio di direzione, rispetto alla difesa apologetica dell’Islam dei modernisti ottocenteschi come Jamal ad-din al-Afghani (1838-1897), che cercavano di attualizzare l’Islam leggendo nelle scritture nuove necessità e nuovi cambiamenti, e adoperandosi per rabberciare cambiamenti in una vecchia tradizione che l’Occidente aveva sconfitto. I nuovi islamisti avrebbero dovuto lavorare, secondo le parole di Musa Sadr, per togliere dall’Islam “la polvere dei secoli”31.


La politica dell’Islam sciita

Questo è l’Islam sciita inteso in senso politico. Non rappresenta un processo formale, non riguarda la conversione da una setta ad un’altra, e non è un qualcosa di direttamente agganciato al governo iraniano, controllato o diretto da esso.
Lo sciismo politico, a grandi linee, è rappresentato dai concetti di mobilitazione e di ideologia attivistica e rivoluzionaria discussi da Sayyid Qutb, fatti propri e adattati dal circolo di najaf; tradotti in mobilitazione popolare da Shariati, ed infine portati al loro sbocco rivoluzionario da Khomeini. Si è poi evoluto sotto la direzione di Sayyed Hassan Nasrallah in una più articolata forma di mobilitazione che rispetta i limiti delle potenzialità intrinseci al concetto stesso di mobilitazione popolare.
Hamas ha sviluppato da questa tensione attivistica un proprio programma di mobilitazione, adoperando simboli ed iconografie che si adattino al suo sentire sunnita. L’ideologia di Hamas ha caratteri distintivi propri, che riflettono il suo germogliare dai Fratelli Musulmani, ma la sua visione della società è probabilmente più avventurosa e sperimentale di quella di altri movimenti islamici, riflettendo in questo la natura variegata dell’elettorato palestinese.
Le idee si stanno ancora evolvendo, sia rispetto agli avvenimenti sia rispetto alla brutta esperienza sofferta dai movimenti musulmani che hanno tentato di ottenere riforme passando dai processi elettorali. L’esperienza elettorale di Hamas in Palestina, e l’incessante repressione dei Fratelli Musulmani in Egitto, in Giordania ed in altri paesi hanno avuto il loro impatto.
Mentre gli elementi che li costituiscono si interrogano sul valore del percorrere la via del processo elettorale, i movimenti islamici moderati possono avere difficoltà a controllarne la radicalizzazione. Molto dipenderà dall’indirizzo culturale che i pensatori iraniani ed i vertici di Hamas e di Hebollah decideranno di seguire. E’ probabile, comunque, che non assisteremo ad alcun ritorno di un avanguardismo armato separato dalla legittimazione popolare, mentre è probabile un’ulteriore evoluzione dell’ideologia centrata sulla mobilitazione popolare di massa.
Per coloro che vivono in Occidente e che temono per le risposte vaghe e prive di mordente che le preoccupazioni in materia di ingiustizia e di polverizzazione sociale hanno nei paesi occidentali, l’esperienza che gli islamici hanno compiuto trovando la forza di reagire nelle idee di Sartre, di Berque e soprattutto di Fanon, fa nascere l’interrogativo del se il circolo possa chiudersi, con attivisti politici occidentali che a loro volta trovano in idee proprie dell’Islam l’energia per rinvigorire il loro attivismo. 


1 Sayyid Qutb, Social Justice in Islam, trad. T.R. Hamid Algar, North Haledon, NJ: Islamic Publications International, 2000.
2 Chibli Mallat, The Renewal of Islamic Law: Mohammad Baqer as-Sadr, Najaf and the Shi’i International, Cambridge: Cambridge University Press, 1993.
3 Nel 1954 Hezb al'Tahrir, che era stato fondato a Gerusalemme dallo sceicco al'Nabahani, aprì alcune sedi in Iraq e prese ad influenzare il pensiero islamico propagandando l'obiettivo della presa del potere, nella prospettiva di una restaurazione del califfato. Nonostante l'opposizione sciita al precedente califfato sunnita, della formazione fecero parte anche appartenenti all'Islam sciita.
4 Hezb al-Da’wa è lo stesso partito che ha oggi in Iraq un ruolo di primo piano.
5 Baqir Sadr, Falsafatuna, Qom: Ansariyan Publications, 1959.
6 Baqir Sadr, Iqtisaduna, Qom: Ansariyan Publications, 1960.
7 Chibli Mallat, ‘Muhammad Baqer as-Sadr’, in Ali Rahnema (ed.), Pioneers of Islamic Revival, London: Zed Books, 2005, p. 261.
8 Cfr. nota 2.
9 Jamal Sankari, Fadlallah: The Making of a Radical Shi’ite Leader, London: Al-Saqi, 2005, p. 71.
10 Mohammed Baqir Sadr, Principles of Islamic Jurisprudence, London: Islamic College for Advanced Studies (ICAS), 2003, p. 15.
11 Anthony Shadid, Night Draws Near: Iraq’s People in the Shadow of America’s War, New York: Henry Holt, 2005, p. 164.
12 Articolo dal sito della CNN, consultato nell’agosto 2008: http://www.cnn.com/2007/WORLD/meast/01/03/saddam.execution/index.html
13 Chibli Mallat, ‘Muhammad Baqer as-Sadr’, p. 258.
14 Ali Rahnema, An Islamic Utopian: A Political Biography of Ali Shari’ati, London: I.B. Tauris, 1998, p. 129.
15 Ali Shari’ati, Collected Works, vol. 2, p. 51, citato in Ali Rahnema, An Islamic Utopian, p. 128.
16 Ibid., p. 130.
17 Ervand Abrahamian, Khomeinism: Essays on the Islamic Republic, Berkeley and Los Angeles: University of California Press, 1993, p. 47.
18 Ibid., p. 127.
19 Ibid., p. 126.
20 Musa Sadr, in un discorso pronunciato a Beirut nel maggio 1967.
21 Ali Shariati, Collected Works, vol. 16, p. 212.
22 Christian Bonaud, L’Imam Khomeyni, un gnostique meconnu du XXe siècle, Editions al-Bouraq, 1997, p. 20.
23 Mulla Sadra, The Fourfold Journey, 9 voll-, ed. R. Lutfi et al., Tehran and Qom: Shirkat Dar al-Ma’arif al Islamiyyah, 1958–69.
24 Karen Armstrong, Islam: A Short History, London: Phoenix, 2001, p. 103.
25 Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, articolo 6.
26 Baker Moin, Khomeini: Life of the Ayatollah, London: I.B. Tauris, 1999, p. 276.
27 Jamal Sankari, Fadlallah, p. 181.
28 Michel Foucault, Le Nouvel Observateur, 16–22 October 1978.
29 ‘Iran: The Spirit of a World without Spirit’, intervista di Claire Briere e Pierre Blanchet, in Michel Foucault, Politics, Philosophy and Culture: Interviews and Other Writings 1977–1984, trad. Alan Sheridan, ed. Lawrence Kritzman, New York: Routledge, 1990.
30 Ibid., pp. 250–60.
31 Fouad Ajami, The Vanished Imam: Musa Al Sadr and the Shia of Lebanon, Ithaca, NY: Cornell University Press, 1986, p. 90.