19 maggio 2012

"Non è un tipico atto di mafia, ma lo Stato c'è"


Non ne abbiamo certo dubitato.

Post scriptum del 20 maggio 2012. ...Qualcuno, invece, coltiva una minore propensione alle certezze ed una maggiore propensione al sarcasmo iperrealista. Da Kelebeklerblog copiamo ed incolliamo una serie di considerazioni riportando in neretto quelle che ci paiono più appropriate.
L'attentato di Brindisi è avvenuto un sabato mattina; di questo si tenga conto per la collocazione temporale del testo. Nel testo originale compare il vocabolo che indica comunemente lo stato che occupa la penisola italiana; ce ne scusiamo come sempre con i lettori, in modo particolare con quanti avessero appena finito di pranzare.

Ora, non è gentile fare le scommesse sulle tragedie.
Però sulla commedia mediatica, sì.
Prendiamo l’attentato stamattina alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi, e lanciamoci in una profezia di come andrà a finire. Anche perché se non la faccio adesso, poi non posso dire di aver avuto ragione, né posso dare a voi la possibilità di dire che mi sono sbagliato.
Sabato e domenica. Una riga a testa di Sdegno, poi via a pattinare su pista.
La Pista può essere, a scelta:
- la mafia
- gli anarcoinsurrezionalisti
- Casa Pound
- la massoneria
- i musulmani
- i delinquenti albanesi
- il governo Monti
- i razzisti
- i Servizi Deviati che fanno un po’ di Strategia della Tensione
Per ognuna di queste Piste, ci sono numerosi interessanti indizi (note in italiano come guardacaso).
Lunedì. Arrestano due ventiduenni iscritti al terzo anno dell’Istituto professionale oggetto dell’attentato, che confessano di aver messo le bombole per spaventare un loro compagno di classe che non aveva restituito loro il motorino: gli inquirenti ci arrivano perché sulla sua pagina di Facebook, uno degli gli attentatori aveva messo la propria foto mentre scaricava le bombole di gas da un’auto.[1]
Si tratta quindi di due giovani su non so quanti milioni in Italia, ma il fatto si trasforma di colpo da Pista in Segno dei Tempi. Alla domanda perché i (cioè milioni di) giovani passerebbero abitualmente il loro tempo a studiare inneschi per bombole di gas per fare stragi, la risposta potrà essere:
- l’arcaica povertà del Sud
- si danno troppi soldi al Sud
- Mediaset non insegna i Valori della Resistenza
- insegnanti sessantottini propagandano il comunismo invece di trasmettere nozioni
- l’insensibilità della società che non sa ascoltare il disagio giovanile
- il crollo dei Valori della Famiglia perché c’è l’aborto
- la xenofobia che dilaga
- il relativismo che permette di costruire moschee ovunque
- insegnanti insensibili che non hanno la Missione dell’Insegnamento e trasmettono solo nozioni
- la Lega Nord che vorrebbe dividere l’Italia
- l’immigrazione che sta distruggendo i valori identitari
- i terroni che non hanno voglia di adattarsi al mondo globale
- troppi soldi buttati nella scuola che si dovrebbero usare per fare nuove imprese
- i tagli alla scuola
Mercoledì. Il trionfo calcistico dei blu a pallini contro i giallo ocra, tre a due, sostituisce ogni altra notizia.
Giovedì. “Vero che a Brindisi è successo qualcosa qualche giorno fa?” “Che, la cosa degli anarchici? No, i mafiosi erano?”
Non esistono le notizie. Esistono dei modelli, che ogni giorno, ognuno applica alla realtà nella stessa, identica e prevedibile maniera.

Nota.
[1] O questo, oppure qualche faccenda losca che riguarda la fornitura di panini per la merenda a scuola, oppure l’ex-marito ossessivo di una bidella.

Se non è qualcosa di simile, non ho problemi a fare un post tra qualche giorno con il titolo “Mi sono sbagliato”.

18 maggio 2012

Casaggì Firenze ha ragione: "Case popolari agli italiani"!


A maggio 2012 la Firenze "occidentalista" ed i mass media di riferimento stanno letteralmente combattendo per la sopravvivenza. A tanto hanno portato decenni trascorsi ad inventarsi zingare rapitrici e a segnalare buche nell'asfalto come se fossero formazioni armate pronte a tutto.
Una crisi economica e sociale con pochi precedenti ha eroso di molto anche il pubblico e l'elettorato potenziali, perché il crollo verticale dei redditi ed il sostanziale azzerarsi delle possibilità di progredire quanto a condizione sociale, uniti ad un rispetto "occidentalista" delle promesse elettorali che ha criminalizzato estese gamme di comportamenti riducendo i sudditi ad un aggregato controllato telematicamente da gendarmerie onnipresenti, hanno accresciuto oltremodo in settori amplissimi del corpo sociale la percezione di potersi trovare dalla parte delle zingare e dei terroristi -laddove terrorista è chiunque non procuri un reddito quantificabile alla committenza politica della "libera informazione"- e dunque di finire vittime di qualche editto sulla tolleranzazzèro.
Uno dei risultati più rapidi di questo stato di cose è dato dalla veloce frammentazione delle forze politiche "occidentaliste", che va di pari passo col colliquarsi della loro credibilità.
Uno di questi frammenti è Casaggì Firenze, che ha cambiato specializzazione passando dall'affissione abusiva alla meno sanzionabile frequentazione dei cimiteri. La comunicazione politica della gioventù "occidentalista" ne ha pesantemente risentito, con un ripristino di mezzi di fortuna come le scritte a spray ed un recupero di consegne, slogan e parole d'ordine meno pindarici e velleitari rispetto a quelli di qualche anno fa.
I risultati sono quelli della foto in alto e vanno al di là del puro e semplice contributo a i'ddegrado che una scritta a spray è in condizioni di fornire.
L'ideologia giovanile "occidentalista" tende spesso a valorizzare una sorta di "diritto di nascita" che nel caso specifico dovrebbe permettere a chi ne gode di accedere per vie preferenziali allo strumento di previdenza sociale indicato dalla scritta.
In questa sede si segue solitamente una weltanschauung opposta, il che non significa che si debba sempre dirsi in disaccordo con le istanze altrui. In questo caso, siamo perfettamente d'accordo con Casaggì Firenze e non avremmo assolutamente nulla in contrario se a chi mena vanto del "diritto di nascita" specificato dalla scritta venissero riservate le case popolari.

E' molto appropriato che sia un sito di "libera informazione" tra i più involuti e coerenti ad offrire una galleria fotografica che riassume il massimo delle aspettative cui un "occidentale" per diritto di nascita possa aspirare nella vita, a detta dello stesso attivismo politico che afferma di essere il miglior portatore delle sue istanze.
Da parte nostra, invece, per gli allogeni che non soltanto per la mera sopravvivenza ma anche per costruirsi un'identità positiva sono costretti a ricorrere a mezzi diversi dal "diritto di nascita" (mezzi che comprendono sciocchezze notoriamente inefficaci come il lavoro quotidiano o lo studio assiduo, o più spesso entrambe le cose) penseremmo volentieri ad abitazioni come quella che segue.

Abitazione privata a Lavasan, Tehran, Repubblica Islamica dell'Iran.

16 maggio 2012

"Il Nuovo Corriere di Firenze" chiude nell'indifferenza generale


I primi segnali, molto confortanti, hanno iniziato a farsi percepibili all'inizio del decennio. Più o meno dal 2010 in poi la linea editoriale e gli agenda setting ferreamente seguiti da tutto il panorama gazzettiero della penisola hanno iniziato a perdere ogni contatto con il mondo reale, portando a risultati che sembravano imprevedibili solo pochi mesi prima.
La perdita di ogni contatto con il mondo reale significa che il pubblico non riconosce alcunché di proprio nell'autoreferenzialità cialtrona, infarcita di sufficienza e di incompetenza, che costituisce da tanti anni l'ossatura della "libera informazione". Né riconosce più dei nemici in quelli che le gazzette additano ogni giorno come tali.
Detto altrimenti, si è rotta l'insihurézza.
Si è rotto anche i'ddegrado.
Si sono rotte le insurrezioni, le rivolte, le esasperazioni, le disperazioni di quelli che il gazzettaio si ostina a chiamare cittadini e che nelle società normali si chiamano -se mai li si ritiene degni di un nome- delatori.
Si è rotto il terrorismo.
Si sono rotti gli incubi e gli allarmi.
Col precipitare della credibilità residua della committenza politica, era ovvio che ci andasse di mezzo anche quella dei valletti, dei camerazzi, e dei lacché deputati a tutelarne gli interessi, e soprattutto che ci andasse di mezzo anche l'ampiamente discutibile modo con cui tutti costoro ottengono di che supplire alle necessità materiali della vita.
Nel maggio 2012 a Firenze cessa le pubblicazioni il "Nuovo Corriere".
Una gazzetta "occidentalista" non può certo contare sulle offerte del pubblico per tenersi in piedi, ed è costretta a pietire la benevolenza dei committenti con buona pace dell'intoccabile dogma liberale che l'"occidentalismo" ha difeso oltre ogni ragionevole limite e secondo il quale si deve vivere del proprio o crepare senza fare storie.
La preoccupazione di Stefano di Puccio non deve essere servita a gran cosa.

In rete si trova parecchio materiale tratto da questa gazzettina, tra cui i pochi ma eloquenti titoli che qui mostriamo assieme a qualche considerazione.

17 Aprile 2009. Rufina insorge contro l'inceneritore.
Un'occhiata all'articolo fa concludere che un'insurrezione nel paese di Rufina consiste sostanzialmente nel recarsi a teatro. Il che fa pensare che nel paese di Rufina (e secondo le gazzette "occidentaliste") un'immagine come quella qui sotto raffiguri un'insurrezione in pieno svolgimento.

Roma, 2012. Insorti nel teatro Valle.

Il Piccolo Teatro di Rufina è senza dubbio più piccolo e più modesto, ma possiamo pensare che sia comunque in grado di accogliere insurrezioni di sufficiente portata.

Quest'altra immagine, invece, illustra in minima parte e senza considerarne le conseguenze e le implicazioni, il significato che il vocabolo insurrezione ha in contesti normali.



Tehran, 1979. Insorti bruciano una bandiera statunitense. 




7 dicembre 2011. San Lorenzo a Greve come il Bronx - Auto nel mirino, cittadini in rivolta.
Leggendo l'articolo si capisce che il momento culminante di una rivolta consiste nello scrivere una lettera.
Ecco dunque l'immagine di una rivoltosa in azione.
Sicuramente il soggetto ritratto è troppo coperto da abiti per essere pubblicabile su una gazzetta "occidentalista", ma i programmi di videoritocco oggi fanno veri miracoli. 

Una rivoltosa ripresa dal "Nuovo Corriere" mentre assalta una linea di gendarmi a San Lorenzo a Greve. 

Qui sotto invece c'è appena un'idea di quello che si intende per rivolta fuori dalle climatizzate redazioni "occidentali". 

Rivoltosi greci intenti a scrivere una lettera d'amore.

Ci sono validissimi motivi per credere che la linea seguita senza deviazioni e senza dubbi dal "Nuovo Corriere di Firenze" abbia contribuito in maniera determinante a portarlo, non per primo e non certo per ultimo, diritto al fallimento.
Molto giustamente, nell'indifferenza generale.

14 maggio 2012

Insihurézza e ddegràdo a Firenze: un paragone facile


Maggio 2012. In un solo giorno ed in una sola località negli Stati Uniti del Messico la Fuerza Civil ha trovato i corpi mutilati di una cinquantina di persone, vittime di una guerra del narcotraffico che da qualche tempo in qua fa più vttime del conflitto afghano: una di quelle cose che dimenticano sempre di scrivere sulle gazzette, forse perché è difficile trovare un messicano cattivo che si chiami Ahmadinejad.
Una serata quasi estiva di pochi giorni prima, in una strada di periferia a Firenze, una delle troppe gendarmerie dello stato che occupa la penisola italiana ha trovato una cinquantina di persone vive riunitesi per ascoltare un po' di musica all'aperto.
Ai musicisti, tutti messicani e comprensibilmente esterrefatti, hanno dovuto spiegare che nel "paese" dove mangiano maccheroni le chitarre elettriche sono di competenza della gendarmeria, perché provocano insihurézza.
Ah, e anche degrado.

12 maggio 2012

"Gli ordigni del 10 maggio 2012 a Damasco sono stati collocati da mercenari al servizio dei nemici della Siria"



La copertura mediatica degli eventi in corso nella Repubblica Araba di Siria da parte delle gazzette "occidentali" è sempre stata demenziale ed abietta, come demenziali ed abietti sono i "valori" veicolati da tanto libera ed imparziale "informazione".
Nella Repubblica Araba di Siria sono in azione da oltre un anno dei gruppi organizzati che si comportano in modo da rendere pressoché impossibile l'ordinato svolgersi della vita sociale ed economica attraverso l'utilizzo di armamenti propri ed impropri; perseguono questo obiettivo aumentando nei gruppi e nei soggetti sotto attacco il timore di rimanere vittime di eventi imprevedibili. La definizione di questo modo di agire è sostanzialmente quella di terrorismo. E quello che è interessante da notare è che i fogliettisti, abituati a scomodare questo vocabolo anche per indicare uno scambio di uova e gavettoni tra ragazzini che festeggiano la fine dell'anno scolastico, non lo utilizzano mai con riferimento al contesto siriano.
In compenso hanno investigato serissimi sulle amanti di Bashar Assad e sullo shopping di sua moglie.
Da una parte la "libera informazione" assolve in questo modo ai compiti affidatile dalla committenza, che di solito consistono nell'organizzare campagne di denigrazione. Qualcosa però non deve aver funzionato come doveva, perché le "rivelazioni" sugli affari personali del presidente sono state accolte con indifferenza per la materia e con insofferenza sprezzante per gli intenti dell'operazione. Dall'altra, la fabbrica delle gazzette rimane fedele ai "valori" della "democrazia da esportazione", mostrando di non riuscire neppure a concepire che esistano ancora società normali, dove governi e capi di stato hanno preoccupazioni differenti da quelle che ordinariamente affliggono i loro omologhi "occidentali", occupati in modo quasi esclusivo ad ostentare sprechi insultanti e a frequentare mucose femminili collocate (e neppure sempre) nella fascia alta del mercato.
La ripetizione del copione libico, voluta da responsabili precisi, sta incontrando più ostacoli del previsto e non era necessaria una specializzazione post laurea in discipline divinatorie per capirlo: la "libera informazione" ha comunque fatto di tutto per metterci del proprio, col risultato che quanti in "Occidente" hanno fin dall'inizio ghignato sprezzantemente delle preoccupazioni filantropiche e democratiche dell'emiro del Qatar e del presidente della Repubblica di Turchia, nonché della loro taumaturgica ricetta contro gli angosciosi problemi delle lesbiche siriane, sono stati costretti a far riferimento ad altre fonti.
Il 10 maggio 2012 due violentissime esplosioni hanno ucciso decine di persone a Damasco.
E per la prima volta dopo oltre un anno le gazzettine hanno evitato di presentare l'opposizione armata a Bashar Assad come dei disinteressati ed eroici combattenti per la libertà della Siria, mostrando comunque quella che, se non chiamasse in causa una palese ed abituale malafede, si potrebbe considerare una capacità di lettura degli avvenimenti non esattamente ai limiti della preveggenza.


I feriti civili: gli ordigni sono stati collocati da mercenari e da pedine dei nemici della Siria
11 maggio 2011

Damasco (SANA) - Molti cittadini feriti dalla doppia deflagrazione terroristica che ha scosso Damasco nelle prime ore del mattino hanno detto che coloro che perpetrano simili azioni terroristiche non hanno alcuna religione e non hanno alcuna umanità, ma sono dei mercenari e delle pedine a servizio dei nemici della Siria.
Un ferito civile trasportato all'ospedale Al Moujtahid di nome Imad Ghazali ha riferito all'inviato della SANA di aver avuto una spalla lussata dalla seconda esplosione, e che si trovava vicino alla zona rimasta devastata. Mohammed Kheir al Hassan, vent'anni, ha detto che si stava recando a lavorare quando ha sentito la prima esplosione; al momento della seconda, era a terra con una scheggia conficcata in una mano.
Um Mohammad, sotto shock per le serie ferite riportate dal fratello, si augura che quanti collocano gli ordigni vengano chiamati a rispondere per i loro crimini.
Abdel Rahman Mohammad, che vive nel quartiere di al Qazaz, ha dtto "Ho sentito la prima esplosione, quindi sono uscito di casa per assicurarmi che i miei cugini e i miei vicini stessero bene; a quel punto c'è stata la seconda. Il palazzo ne è stato squarciato, ed io sono rimasto ferito".
Ammar Ballol ha detto di essersi svegliato alla fortissima deflagrazione, e che aveva delle schegge nella schiena. Anche Adnan al Qabbani si è svegliato all'esplosione ritrovandosi ferito al petto; è rimasto a chiedersi se sia questa la libertà che invocano.
Lo assistant minister dell'Educazione Superiore per le Materie Sanitarie dottor Nizar al Dahrer ha detto che tutto il personale dell'ospedale al Mowasat è stato richiamato in servizio e si è occupato di molti feriti, oltre ad aver accolto i corpi di molti martiri.
Il direttore generale del settore medico dell'ospedale al Mowasat dottoressa Shadia al Khudari ha detto che la casistica andava dalle ecchimosi alle ferite fino alle lesioni neurologiche ed ai casi di crollo nervoso. Ha spiegato che il quadro clinico dei civili feriti è stato stabilizzato ed è monitorato da personale specializzato. Abdel Mon'em Mansour ha raccontato che dopo la prima esplosione è uscito di corsa da casa per andare in cerca dei suoi tre bambini, che si stavano recando alla scuola del quartiere al Qazaz che si trova nei pressi del luogo dell'esplosione; una volta in strada è esplosa la seconda bomba, che gli ha provocato lievi ferite.
I feriti e le loro famiglie hanno condannato questo atto infame, sottolineando il fatto che esso non intaccherà la determinazione e la decisione di resistere del popolo siriano.

R. Raslan / Ghossoun


09 maggio 2012

Guido Gheri, "Voce al Popolo" e lo scoundrelry export su Pistoia


Un sito locale pistoiese annuncia la "chiusura della campagna elettorale" per la lista "Voce al Popolo" di Guido Gheri.
Si noti l'assoluta appropriatezza dell'immagine pubblicitaria allegata alla pagina.

Nella primavera del 2012 abbiamo avuto modo di rioccuparci dell'imbonitore fiorentino Guido Gheri, e non certo per rinnovargli i sensi della nostra stima.
Lo abbiamo fatto perché la pubblica accusa e la gendarmeria gli hanno tolto dalle mani per un po' i comandi del fòmite radiofonico di piccole cattiverie, pallonerie ed ordinaria incompetenza -un miscuglio che in "Occidente" prende lo strano nome di "libertà di espressione"- con cui dava il proprio piccolissimo contributo al generale putrefarsi dello stato di cose presente.
Nello stesso periodo nello stato che occupa la penisola italiana si è svolta una consultazione elettorale dalla portata trascurabile; una di quelle occasioni che, comunque, non vietano a nessuno di farsi avanti. Chi si trovi a leggere queste righe vivendo in contesti più normali, come i vicoli di Yazd o la periferia di Osh, può immaginare solo con molto sforzo quale materiale più o meno umano finisca in questi casi per riempire le liste elettorali.
A Guido gheri è già andata quasi bene una volta, sicché ha cercato di cogliere l'occasione ed ha tentato di spostare la propria rumorosa assertività da Firenze -anzi, da Scandicci- a Pistoia. L'autorevolezza e la competenza di cui Guido Gheri dà prova da tanti anni non consentono certo di scomodare alcuna democracy; di qui la definizione di scoundrelry export. Dalla consultazione elettorale su accennata, le formazioni politiche "occidentaliste" sono uscite con le ossa fracassate.
"Voce al Popolo" e Guido Gheri avevano pensato bene di spalleggiare una Lega Nord attualmente alle prese con troppi piccoli fastidi per abbaiare come di consueto contro chi non beve vino, non desidera mangiare maiale ed ha la strana abitudine di pregare il venerdì.
Sicché è finita con una "Lista Civica - Voce al Popolo" che ha raccolto 71 (settantuno) voti su 73472 (settantatremilaquattrocentosettantadue) elettori.

07 maggio 2012

Come uscire dal pantano afghano? Una lettera aperta a Barack Obama



Villaggio nell'Afghanistan settentrionale visto dalla riva tagika del fiume Panj. Agosto 2008.

Traduzione da afghanistancalltoreason.com

Lettera aperta al Presidente Obama

Signor Presidente,

In qualità di accademici, di esperti e di appartenenti ad organizzazioni non governative ci siamo occupati di Afghanistan ed in Afghanistan abbiamo svolto il nostro lavoro; qualcuno di noi lo ha fatto per decenni. Oggi siamo molto preoccupati per l'andamento della guerra e per la mancanza di prospettive credibili per il futuro. Soltanto agli Stati Uniti la guerra oggi costa più di centoventi miliardi di dollari all'anno. Un prezzo che alla lunga è insostenibile. Inoltre, le perdite umane sono in crescita. Più di seicentoottanta soldati della coalizione internazionale -senza contare le migliaia di soldati afghani- sono morti quest'anno in Afghanistan, e l'anno non è ancora finito. Ci rivolgiamo a lei perché gli Stati Uniti facciano uso delle loro impareggiabili risorse e della loro influenza perché l'Afghanistan raggiunga quella pace cui anela da tanto tempo.
Nonostante tutte le risorse profuse, la situazione sul terreno è molto peggiore rispetto ad un anno fa perché l'insurrezione talebana ha guadagnato posizioni in tutto il paese. Lavorare fuori dai centri abitati o anche solo spostarsi via terra in Afghanistan è diventato molto difficile. Gli insorti hanno guadagnato popolarità grazie alle manchevolezze del governo afghano e agli errori della coalizione. Oggi i talebani rappresentano un movimento di portata nazionale, con una consistente presenza nelle regioni settentrionali ed occidentali del paese. Le basi straniere sono completamente isolate dall'ambiente che le circonda e non sono in grado di proteggere la popolazione. Le truppe straniere sono rimaste in Afghanistan più a lungo di quanto vi sia rimasta l'Armata Rossa sovietica. Dal punto di vista politico l'assetto emerso dall'intervento armato del 2001 non è sostenibile perché le componenti sociali di cui i talebani costituiscono la forma di espressione più violenta non vi sono rappresentate, e perché la costituzione, improntata ad un forte accentramento, va contro l'essenza della tradizione afghana, per esempio laddove prevede consultazioni elettorali a livello nazionale in quattordici dei prossimi venti anni.
Le operazioni militari nel sud dell'Afghanistan, nella provincia di Kandahar e nella provincia di Helmand non stanno andando bene. Quella che si pensava sarebbe stata una strategia basata sulla popolazione è diventata una campagna militare su vasta scala che provoca distruzione e vittime tra i civili. Le incursioni notturne sono diventate l'arma principale per l'eliminazione di sospetti talebani, ma la maggioranza della poplazione considera illegittimi metodi come questo. La violenza che caratterizza le operazioni militari ci stanno facendo perdere la battaglia per il consenso nelle aree pashtun del paese e questo ha un effetto diretto sulla sostenibilità delle operazioni belliche. Questo modo di agire sul terreno, al di là del fatto che si potrebbe discutere sulla sua efficacia dal punto di vista militare, fa crescere il malcontento. In considerazione del fatto che i talebani ricevono un sostegno attivo da parte del Pakistan, non è realistico scommettere su una soluzione militare. Gli attacchi compiuti con i droni in territorio pakistano hanno un effetto trascurabile sugli insorti, ma in compenso stanno destabilizzando il Pakistan. E i vuoti nelle file degli insorti sono colmati dalle nuove leve, che spesso sono ancora più radicali di quelle che le hanno precedute.
La campagna militare sopprime, peraltro soltanto a livello locale e soltanto temporaneamente, le manifestazioni del problema, ma non offre una vera soluzione ad esso. Con l'azione militare si possono raggiungere migliramenti locali e transitori delle condizioni di sicurezza, ma non si tratta di miglioramenti durevoli, né di qualcosa che possa essere riprodotto nelle grandi aree che sfuggono al controllo istituzionale ed in cui non esistono guarnigioni occidentali.
Il limite massimo del 2014 per il trasferimento delle consegne all'Esercito Nazionale Afghano non è realistico. Se si considera il veloce colliquarsi delle istituzioni statali a livello dei singoli distretti, è difficile pensare che un esercito forte riesca a resistere da solo senza l'appoggio di nessuna istituzione. La cosa può non piacere, ma i talebani sono da molto tempo una parte del panorama politico afghano, e dobbiamo negoziare con loro per riuscire a raggiungere una soluzione diplomatica. I capi talebani si sono mostrati disponibili al negoziato, ed è nel nostro interesse intavolare un dialogo con loro. La cosa che più interessa ai talebani è il futuro dell'Afghanistan e non, come qualcuno potrebbe pensare, ampliare la jihad islamica mondiale. I loro legami con Al Qaeda, che comunque non è più in Afghanistan, sono deboli. C'è bisogno di fare almeno un tentativo per sondare la possibilità di realizzare una soluzione politica in cui i talebani vengono considerati parte del sistema politico afghano. Le trattative con gli insorti potrebbero estendersi a tutti i gruppi dell'Afghanistan e a tutte le potenze regionali.
Le prese di contatto che esistono attualmente tra il governo Karzai e i talebani non bastano. Gli Stati uniti devono prendere l'iniziativa di intraprendere negoziati con gli insorti e indirizzare le trattative in modo che ne facciano parte gli interessi americani in materia di sicurezza. Inoltre, dal punto di vista degli elementi più vulnerabili della popolazione afghana -le donne e le minoranze etniche, per esempio- e rispetto ai limitati ma reali progressi compiuti dal 2001 ad oggi, prima si avviano trattative e meglio è, perché il prossimo anno i talebani saranno anche più forti. Ecco perché le chiediamo di avviare e sostenere dei colloqui diretti con lo stato maggiore talebano che si trova in Pakistan. Un cessate il fuoco ed il ritorno dello stato maggiore degli insorti in Afghanistan potrebbero rappresentare parte di un processo di allentamento del conflitto in grado di condurre alla formazione di un governo di coalizione. Dal momento che non esiste alcuna possiblità di una vittoria militare, proseguire con l'approccio fin qui adottato metterà gli Stati Uniti in una posizione molto difficile.
Perché un processo di negoziazione possa alleviare in modo significativo le più importanti questioni alla base del malcontento e ridurre le ineguaglianze sul piano politico, deve svolgersi su livelli molteplici, partendo dai rapporti internazionali tra i paesi confinanti con l'Afghanistan via via scendendo a livello di provincie e di divisioni amministrative dei singoli distretti. Condurre i negoziati su più tavoli è ncessario per rafforzare il messaggio, che a sua volta rispecchia la realtà dei fatti, secondo cui le discussioni sul futuro politico dell'Afghanistan devono riguardare dall'inizio alla fine tutte le parti interessate, e non consistere in qualche rapido abboccamento con qualche appartenente al fronte degli insorti.
Noi siamo convinti che con la mediazione si possano raggiungere accordi capaci di portare la pace in Afghanistan, di fare dei talebani degli attori responsabili nel quadro dell'ordinamento politico afghano, di garantire che l'Afghanistan non possa essere usato come base per il terrorismo internazionale, di proteggere le libertà conquistate a così caro prezzo dalla popolazione afghana, di contribuire a stabilizzare la regione e di rendere superflua la presenza di contingenti internazionali stranieri su vasta scala, oltre che di gettare le basi per l'instaurazione di relazioni durevoli tra l'Afghanistan e la comunità internazionale. Sarà necessario tutto l'ingegno che gli Stati Uniti potranno profondere nella loro politica e nella loro diplomazia per giungere a questo positivo risultato. E' tempo di costruire una strategia alternativa, che riesca a consentire agli Stati Uniti di uscire dall'Afghanistan salvaguardando al tempo stesso i propri legittimi interessa in materia di sicurezza.

In fede,


Mariam Abou Zahab - Ricercatrice e lavoratrice nel campo degli aiuti umanitari in Afghanistan tra gli anni '80 e l'inizio degli anni '90
Matthieu Aikins - Giornalista
Gregg Albo - Facoltà di Scienze Politiche, York University, Toronto, Canada
Scott Atran - Antropologo (University of Michigan) ed autore di Talking to the Enemy
Bayram Balci - Ricercatrice al CNRS ed ex direttore dell'Institut Français d’Etudes sur l'Asie Centrale (IFEAC)
Scott Bohlinger - Analista politico
Rony Brauman - Ex capo di Médecins Sans Frontières
Rene Cagnat - Ex colonnello, studioso dell Asia Centrale (IRIS)
Rupert Talbot Chetwynd - Autore di Yesterday’s Enemy - Freedom Fighters or Terrorists?
Carlo Cristofori - Secretary, International Committee for Solidarity with the Afghan Resistance (fondato nel 1980)
Michael Cohen - Senior Fellow, American Security Project
Robert Crews - Professore associato, dipartimento di storia della Stanford University; coautore di The Taliban and the Crisis of Afghanistan
Robert Abdul Hayy Darr - Autore di The Spy of the Heart ed operatore umanitario in Afghanistan durante gli anni '80 ed i primi anni '90
Rob Densmore - Veterano della US Navy in Afghanistan e giornalista
Gilles Dorronsoro - Visiting Scholar (Carnegie Endowment for International Peace) ed autore di Revolution Unending
Bernard Dupaigne - Professore, Musée de l’Homme, Parigi autore di varie pubblicazioni sull'Afghanistan; operatore umanitario in Afghanistan durante gli anni '80 ed il 2010
David B. Edwards - Antropologo (Williams College) ed autore di Before Taliban
Jason Elliot - Autore di An Unexpected Light
Christine Fair - Assistente, Security Studies Program, Georgetown University
Nick Fielding - Giornalista e scrittore
Bernard Finel - Professore associato, National Security Strategy, National War College (USA)
Joshua Foust - Analista militare ed autore di Afghanistan Journal: Selections from Registan.net
Martin Gerner - Giornalista, scrittore e cineasta (Generation Kunduz: the war of the others)
Antonio Giustozzi - Autore di Koran, Kalashnikov and Laptop e curatore di Decoding the New Taliban
Ali Gohar - Consulente freelance, Just Peace International
Edward Grazda - Fotografo, autore di Afghanistan 1980-1989 e Afghanistan Diary 1992-2000
Prof. Dr. Eva Gross - Senior Research Fellow, Institute for European Studies, Vrije Universiteit (Brussels)
Shah Mahmoud Hanifi - Professore associato, James Madison University
Emilie Jelinek - Senior Researcher, The Liaison Office (TLO), Afghanistan
Muhammad Ajmal Khan Karimi - Giornalista freelance e analista ricercatore di stanza a Kabul
Jerome Klassen - Visiting Research Fellow, Center for International Studies, Massachusetts Institute of Technology (USA)
Daniel Korski - Senior Policy Fellow, European Council on Foreign Relations
Felix Kuehn - scrittore e ricercatore residente a Kandahar, coautore di My Life With the Taliban
Musa Khan Jalalzai - Analista ed autore di Taliban and Post-Taliban Afghanistan
Minna Jarvenpaa - Ex responsabile per l'analisi e la programmazione, UNAMA
Robert C. Jones - Ex colonnello delle U.S. Army Special Forces, direttore in Studi Strategici, Center for Advanced Defense Studies (USA)
Dr. Leonard Lewisohn - Senior Lecturer in lingua persiana, University of Exeter (UK)
Anatol Lieven - Professore, War Studies Department del King’s College di Londra ed autore diPakistan: A Hard Country
Charles Lindholm - Antropologo, Boston University, ed autore di Generosity and Jealousy
Bob McKerrow - Autore di Mountains of our Minds – Afghanistan
Shaheryar Mirza - Inviato di ‘Express 24/7’ (Pakistan)
Nick Miszak - Sociologo, Senior Research Officer, TLO, Kabul
Alessandro Monsutti - Research Director, Transnational Studies/Development Studies al The Graduate Institute, Ginevra
Janan Mosazai - Giornalista freelance residente a Kabul
Naheed Mustafa - Giornalista freelance
Jean Pfeiffer - Esperto in questioni giapponesi per l'ACAF
Gareth Porter - Giornalista
Ahmed Rashid - Giornalista ed autore di Taliban and Descent into Chaos
Amandine Roche - Consulente per l'Afghanistan ed autore di The Flight of the Afghan Doves
Nir Rosen - Fellow, New York University Center on Law and Security, ed autore di Aftermath: Following the Bloodshed of America's Wars in the Muslim World
Gerard Russell - Research Fellow, Carr Center for Human Rights Policy, Harvard University
Prof. Justin Rudelson - Senior Lecturer in lingue e letterature asiatiche e mediorientali, Dartmouth College, ed autore di Lonely Planet Central Asia Phrasebook e di Oasis Identities: Uyghur Nationalism along China’s Silk Road
Lisa Schirch - Consulente e professore in costruzione della pace, Center for Justice & Peacebuilding, Eastern Mennonite University (USA)
Emrys Schoemaker - consulente ed esperto di mass media
Abdulkader H. Sinno - Associate Professor, Indiana University ed autore di e di Beyond
Alex Strick van Linschoten - Scrittore e ricercatore residente a Kandahar, coautore di My Life With the Taliban
Astri Surkhe - Senior Researcher, Chr. Michelsen Institute, Norvegia
Yama Torabi - Co-direttore, Integrity Watch Afghanistan
Matt Waldman - Analista esperto in questioni afghane
Mosharraf Zaidi - Analista indipendente, editorialista per The News


* * *

Autori, analisti o ricercatori esperti della materia che abbiano lavorato in Afghanistan che volessero sottoscrivere questa lettera si rivolgano a contact@afghanistancalltoreason.com.