16 maggio 2012

"Il Nuovo Corriere di Firenze" chiude nell'indifferenza generale


I primi segnali, molto confortanti, hanno iniziato a farsi percepibili all'inizio del decennio. Più o meno dal 2010 in poi la linea editoriale e gli agenda setting ferreamente seguiti da tutto il panorama gazzettiero della penisola hanno iniziato a perdere ogni contatto con il mondo reale, portando a risultati che sembravano imprevedibili solo pochi mesi prima.
La perdita di ogni contatto con il mondo reale significa che il pubblico non riconosce alcunché di proprio nell'autoreferenzialità cialtrona, infarcita di sufficienza e di incompetenza, che costituisce da tanti anni l'ossatura della "libera informazione". Né riconosce più dei nemici in quelli che le gazzette additano ogni giorno come tali.
Detto altrimenti, si è rotta l'insihurézza.
Si è rotto anche i'ddegrado.
Si sono rotte le insurrezioni, le rivolte, le esasperazioni, le disperazioni di quelli che il gazzettaio si ostina a chiamare cittadini e che nelle società normali si chiamano -se mai li si ritiene degni di un nome- delatori.
Si è rotto il terrorismo.
Si sono rotti gli incubi e gli allarmi.
Col precipitare della credibilità residua della committenza politica, era ovvio che ci andasse di mezzo anche quella dei valletti, dei camerazzi, e dei lacché deputati a tutelarne gli interessi, e soprattutto che ci andasse di mezzo anche l'ampiamente discutibile modo con cui tutti costoro ottengono di che supplire alle necessità materiali della vita.
Nel maggio 2012 a Firenze cessa le pubblicazioni il "Nuovo Corriere".
Una gazzetta "occidentalista" non può certo contare sulle offerte del pubblico per tenersi in piedi, ed è costretta a pietire la benevolenza dei committenti con buona pace dell'intoccabile dogma liberale che l'"occidentalismo" ha difeso oltre ogni ragionevole limite e secondo il quale si deve vivere del proprio o crepare senza fare storie.
La preoccupazione di Stefano di Puccio non deve essere servita a gran cosa.

In rete si trova parecchio materiale tratto da questa gazzettina, tra cui i pochi ma eloquenti titoli che qui mostriamo assieme a qualche considerazione.

17 Aprile 2009. Rufina insorge contro l'inceneritore.
Un'occhiata all'articolo fa concludere che un'insurrezione nel paese di Rufina consiste sostanzialmente nel recarsi a teatro. Il che fa pensare che nel paese di Rufina (e secondo le gazzette "occidentaliste") un'immagine come quella qui sotto raffiguri un'insurrezione in pieno svolgimento.

Roma, 2012. Insorti nel teatro Valle.

Il Piccolo Teatro di Rufina è senza dubbio più piccolo e più modesto, ma possiamo pensare che sia comunque in grado di accogliere insurrezioni di sufficiente portata.

Quest'altra immagine, invece, illustra in minima parte e senza considerarne le conseguenze e le implicazioni, il significato che il vocabolo insurrezione ha in contesti normali.



Tehran, 1979. Insorti bruciano una bandiera statunitense. 




7 dicembre 2011. San Lorenzo a Greve come il Bronx - Auto nel mirino, cittadini in rivolta.
Leggendo l'articolo si capisce che il momento culminante di una rivolta consiste nello scrivere una lettera.
Ecco dunque l'immagine di una rivoltosa in azione.
Sicuramente il soggetto ritratto è troppo coperto da abiti per essere pubblicabile su una gazzetta "occidentalista", ma i programmi di videoritocco oggi fanno veri miracoli. 

Una rivoltosa ripresa dal "Nuovo Corriere" mentre assalta una linea di gendarmi a San Lorenzo a Greve. 

Qui sotto invece c'è appena un'idea di quello che si intende per rivolta fuori dalle climatizzate redazioni "occidentali". 

Rivoltosi greci intenti a scrivere una lettera d'amore.

Ci sono validissimi motivi per credere che la linea seguita senza deviazioni e senza dubbi dal "Nuovo Corriere di Firenze" abbia contribuito in maniera determinante a portarlo, non per primo e non certo per ultimo, diritto al fallimento.
Molto giustamente, nell'indifferenza generale.

14 maggio 2012

Insihurézza e ddegràdo a Firenze: un paragone facile


Maggio 2012. In un solo giorno ed in una sola località negli Stati Uniti del Messico la Fuerza Civil ha trovato i corpi mutilati di una cinquantina di persone, vittime di una guerra del narcotraffico che da qualche tempo in qua fa più vttime del conflitto afghano: una di quelle cose che dimenticano sempre di scrivere sulle gazzette, forse perché è difficile trovare un messicano cattivo che si chiami Ahmadinejad.
Una serata quasi estiva di pochi giorni prima, in una strada di periferia a Firenze, una delle troppe gendarmerie dello stato che occupa la penisola italiana ha trovato una cinquantina di persone vive riunitesi per ascoltare un po' di musica all'aperto.
Ai musicisti, tutti messicani e comprensibilmente esterrefatti, hanno dovuto spiegare che nel "paese" dove mangiano maccheroni le chitarre elettriche sono di competenza della gendarmeria, perché provocano insihurézza.
Ah, e anche degrado.

12 maggio 2012

"Gli ordigni del 10 maggio 2012 a Damasco sono stati collocati da mercenari al servizio dei nemici della Siria"



La copertura mediatica degli eventi in corso nella Repubblica Araba di Siria da parte delle gazzette "occidentali" è sempre stata demenziale ed abietta, come demenziali ed abietti sono i "valori" veicolati da tanto libera ed imparziale "informazione".
Nella Repubblica Araba di Siria sono in azione da oltre un anno dei gruppi organizzati che si comportano in modo da rendere pressoché impossibile l'ordinato svolgersi della vita sociale ed economica attraverso l'utilizzo di armamenti propri ed impropri; perseguono questo obiettivo aumentando nei gruppi e nei soggetti sotto attacco il timore di rimanere vittime di eventi imprevedibili. La definizione di questo modo di agire è sostanzialmente quella di terrorismo. E quello che è interessante da notare è che i fogliettisti, abituati a scomodare questo vocabolo anche per indicare uno scambio di uova e gavettoni tra ragazzini che festeggiano la fine dell'anno scolastico, non lo utilizzano mai con riferimento al contesto siriano.
In compenso hanno investigato serissimi sulle amanti di Bashar Assad e sullo shopping di sua moglie.
Da una parte la "libera informazione" assolve in questo modo ai compiti affidatile dalla committenza, che di solito consistono nell'organizzare campagne di denigrazione. Qualcosa però non deve aver funzionato come doveva, perché le "rivelazioni" sugli affari personali del presidente sono state accolte con indifferenza per la materia e con insofferenza sprezzante per gli intenti dell'operazione. Dall'altra, la fabbrica delle gazzette rimane fedele ai "valori" della "democrazia da esportazione", mostrando di non riuscire neppure a concepire che esistano ancora società normali, dove governi e capi di stato hanno preoccupazioni differenti da quelle che ordinariamente affliggono i loro omologhi "occidentali", occupati in modo quasi esclusivo ad ostentare sprechi insultanti e a frequentare mucose femminili collocate (e neppure sempre) nella fascia alta del mercato.
La ripetizione del copione libico, voluta da responsabili precisi, sta incontrando più ostacoli del previsto e non era necessaria una specializzazione post laurea in discipline divinatorie per capirlo: la "libera informazione" ha comunque fatto di tutto per metterci del proprio, col risultato che quanti in "Occidente" hanno fin dall'inizio ghignato sprezzantemente delle preoccupazioni filantropiche e democratiche dell'emiro del Qatar e del presidente della Repubblica di Turchia, nonché della loro taumaturgica ricetta contro gli angosciosi problemi delle lesbiche siriane, sono stati costretti a far riferimento ad altre fonti.
Il 10 maggio 2012 due violentissime esplosioni hanno ucciso decine di persone a Damasco.
E per la prima volta dopo oltre un anno le gazzettine hanno evitato di presentare l'opposizione armata a Bashar Assad come dei disinteressati ed eroici combattenti per la libertà della Siria, mostrando comunque quella che, se non chiamasse in causa una palese ed abituale malafede, si potrebbe considerare una capacità di lettura degli avvenimenti non esattamente ai limiti della preveggenza.


I feriti civili: gli ordigni sono stati collocati da mercenari e da pedine dei nemici della Siria
11 maggio 2011

Damasco (SANA) - Molti cittadini feriti dalla doppia deflagrazione terroristica che ha scosso Damasco nelle prime ore del mattino hanno detto che coloro che perpetrano simili azioni terroristiche non hanno alcuna religione e non hanno alcuna umanità, ma sono dei mercenari e delle pedine a servizio dei nemici della Siria.
Un ferito civile trasportato all'ospedale Al Moujtahid di nome Imad Ghazali ha riferito all'inviato della SANA di aver avuto una spalla lussata dalla seconda esplosione, e che si trovava vicino alla zona rimasta devastata. Mohammed Kheir al Hassan, vent'anni, ha detto che si stava recando a lavorare quando ha sentito la prima esplosione; al momento della seconda, era a terra con una scheggia conficcata in una mano.
Um Mohammad, sotto shock per le serie ferite riportate dal fratello, si augura che quanti collocano gli ordigni vengano chiamati a rispondere per i loro crimini.
Abdel Rahman Mohammad, che vive nel quartiere di al Qazaz, ha dtto "Ho sentito la prima esplosione, quindi sono uscito di casa per assicurarmi che i miei cugini e i miei vicini stessero bene; a quel punto c'è stata la seconda. Il palazzo ne è stato squarciato, ed io sono rimasto ferito".
Ammar Ballol ha detto di essersi svegliato alla fortissima deflagrazione, e che aveva delle schegge nella schiena. Anche Adnan al Qabbani si è svegliato all'esplosione ritrovandosi ferito al petto; è rimasto a chiedersi se sia questa la libertà che invocano.
Lo assistant minister dell'Educazione Superiore per le Materie Sanitarie dottor Nizar al Dahrer ha detto che tutto il personale dell'ospedale al Mowasat è stato richiamato in servizio e si è occupato di molti feriti, oltre ad aver accolto i corpi di molti martiri.
Il direttore generale del settore medico dell'ospedale al Mowasat dottoressa Shadia al Khudari ha detto che la casistica andava dalle ecchimosi alle ferite fino alle lesioni neurologiche ed ai casi di crollo nervoso. Ha spiegato che il quadro clinico dei civili feriti è stato stabilizzato ed è monitorato da personale specializzato. Abdel Mon'em Mansour ha raccontato che dopo la prima esplosione è uscito di corsa da casa per andare in cerca dei suoi tre bambini, che si stavano recando alla scuola del quartiere al Qazaz che si trova nei pressi del luogo dell'esplosione; una volta in strada è esplosa la seconda bomba, che gli ha provocato lievi ferite.
I feriti e le loro famiglie hanno condannato questo atto infame, sottolineando il fatto che esso non intaccherà la determinazione e la decisione di resistere del popolo siriano.

R. Raslan / Ghossoun


09 maggio 2012

Guido Gheri, "Voce al Popolo" e lo scoundrelry export su Pistoia


Un sito locale pistoiese annuncia la "chiusura della campagna elettorale" per la lista "Voce al Popolo" di Guido Gheri.
Si noti l'assoluta appropriatezza dell'immagine pubblicitaria allegata alla pagina.

Nella primavera del 2012 abbiamo avuto modo di rioccuparci dell'imbonitore fiorentino Guido Gheri, e non certo per rinnovargli i sensi della nostra stima.
Lo abbiamo fatto perché la pubblica accusa e la gendarmeria gli hanno tolto dalle mani per un po' i comandi del fòmite radiofonico di piccole cattiverie, pallonerie ed ordinaria incompetenza -un miscuglio che in "Occidente" prende lo strano nome di "libertà di espressione"- con cui dava il proprio piccolissimo contributo al generale putrefarsi dello stato di cose presente.
Nello stesso periodo nello stato che occupa la penisola italiana si è svolta una consultazione elettorale dalla portata trascurabile; una di quelle occasioni che, comunque, non vietano a nessuno di farsi avanti. Chi si trovi a leggere queste righe vivendo in contesti più normali, come i vicoli di Yazd o la periferia di Osh, può immaginare solo con molto sforzo quale materiale più o meno umano finisca in questi casi per riempire le liste elettorali.
A Guido gheri è già andata quasi bene una volta, sicché ha cercato di cogliere l'occasione ed ha tentato di spostare la propria rumorosa assertività da Firenze -anzi, da Scandicci- a Pistoia. L'autorevolezza e la competenza di cui Guido Gheri dà prova da tanti anni non consentono certo di scomodare alcuna democracy; di qui la definizione di scoundrelry export. Dalla consultazione elettorale su accennata, le formazioni politiche "occidentaliste" sono uscite con le ossa fracassate.
"Voce al Popolo" e Guido Gheri avevano pensato bene di spalleggiare una Lega Nord attualmente alle prese con troppi piccoli fastidi per abbaiare come di consueto contro chi non beve vino, non desidera mangiare maiale ed ha la strana abitudine di pregare il venerdì.
Sicché è finita con una "Lista Civica - Voce al Popolo" che ha raccolto 71 (settantuno) voti su 73472 (settantatremilaquattrocentosettantadue) elettori.

07 maggio 2012

Come uscire dal pantano afghano? Una lettera aperta a Barack Obama



Villaggio nell'Afghanistan settentrionale visto dalla riva tagika del fiume Panj. Agosto 2008.

Traduzione da afghanistancalltoreason.com

Lettera aperta al Presidente Obama

Signor Presidente,

In qualità di accademici, di esperti e di appartenenti ad organizzazioni non governative ci siamo occupati di Afghanistan ed in Afghanistan abbiamo svolto il nostro lavoro; qualcuno di noi lo ha fatto per decenni. Oggi siamo molto preoccupati per l'andamento della guerra e per la mancanza di prospettive credibili per il futuro. Soltanto agli Stati Uniti la guerra oggi costa più di centoventi miliardi di dollari all'anno. Un prezzo che alla lunga è insostenibile. Inoltre, le perdite umane sono in crescita. Più di seicentoottanta soldati della coalizione internazionale -senza contare le migliaia di soldati afghani- sono morti quest'anno in Afghanistan, e l'anno non è ancora finito. Ci rivolgiamo a lei perché gli Stati Uniti facciano uso delle loro impareggiabili risorse e della loro influenza perché l'Afghanistan raggiunga quella pace cui anela da tanto tempo.
Nonostante tutte le risorse profuse, la situazione sul terreno è molto peggiore rispetto ad un anno fa perché l'insurrezione talebana ha guadagnato posizioni in tutto il paese. Lavorare fuori dai centri abitati o anche solo spostarsi via terra in Afghanistan è diventato molto difficile. Gli insorti hanno guadagnato popolarità grazie alle manchevolezze del governo afghano e agli errori della coalizione. Oggi i talebani rappresentano un movimento di portata nazionale, con una consistente presenza nelle regioni settentrionali ed occidentali del paese. Le basi straniere sono completamente isolate dall'ambiente che le circonda e non sono in grado di proteggere la popolazione. Le truppe straniere sono rimaste in Afghanistan più a lungo di quanto vi sia rimasta l'Armata Rossa sovietica. Dal punto di vista politico l'assetto emerso dall'intervento armato del 2001 non è sostenibile perché le componenti sociali di cui i talebani costituiscono la forma di espressione più violenta non vi sono rappresentate, e perché la costituzione, improntata ad un forte accentramento, va contro l'essenza della tradizione afghana, per esempio laddove prevede consultazioni elettorali a livello nazionale in quattordici dei prossimi venti anni.
Le operazioni militari nel sud dell'Afghanistan, nella provincia di Kandahar e nella provincia di Helmand non stanno andando bene. Quella che si pensava sarebbe stata una strategia basata sulla popolazione è diventata una campagna militare su vasta scala che provoca distruzione e vittime tra i civili. Le incursioni notturne sono diventate l'arma principale per l'eliminazione di sospetti talebani, ma la maggioranza della poplazione considera illegittimi metodi come questo. La violenza che caratterizza le operazioni militari ci stanno facendo perdere la battaglia per il consenso nelle aree pashtun del paese e questo ha un effetto diretto sulla sostenibilità delle operazioni belliche. Questo modo di agire sul terreno, al di là del fatto che si potrebbe discutere sulla sua efficacia dal punto di vista militare, fa crescere il malcontento. In considerazione del fatto che i talebani ricevono un sostegno attivo da parte del Pakistan, non è realistico scommettere su una soluzione militare. Gli attacchi compiuti con i droni in territorio pakistano hanno un effetto trascurabile sugli insorti, ma in compenso stanno destabilizzando il Pakistan. E i vuoti nelle file degli insorti sono colmati dalle nuove leve, che spesso sono ancora più radicali di quelle che le hanno precedute.
La campagna militare sopprime, peraltro soltanto a livello locale e soltanto temporaneamente, le manifestazioni del problema, ma non offre una vera soluzione ad esso. Con l'azione militare si possono raggiungere migliramenti locali e transitori delle condizioni di sicurezza, ma non si tratta di miglioramenti durevoli, né di qualcosa che possa essere riprodotto nelle grandi aree che sfuggono al controllo istituzionale ed in cui non esistono guarnigioni occidentali.
Il limite massimo del 2014 per il trasferimento delle consegne all'Esercito Nazionale Afghano non è realistico. Se si considera il veloce colliquarsi delle istituzioni statali a livello dei singoli distretti, è difficile pensare che un esercito forte riesca a resistere da solo senza l'appoggio di nessuna istituzione. La cosa può non piacere, ma i talebani sono da molto tempo una parte del panorama politico afghano, e dobbiamo negoziare con loro per riuscire a raggiungere una soluzione diplomatica. I capi talebani si sono mostrati disponibili al negoziato, ed è nel nostro interesse intavolare un dialogo con loro. La cosa che più interessa ai talebani è il futuro dell'Afghanistan e non, come qualcuno potrebbe pensare, ampliare la jihad islamica mondiale. I loro legami con Al Qaeda, che comunque non è più in Afghanistan, sono deboli. C'è bisogno di fare almeno un tentativo per sondare la possibilità di realizzare una soluzione politica in cui i talebani vengono considerati parte del sistema politico afghano. Le trattative con gli insorti potrebbero estendersi a tutti i gruppi dell'Afghanistan e a tutte le potenze regionali.
Le prese di contatto che esistono attualmente tra il governo Karzai e i talebani non bastano. Gli Stati uniti devono prendere l'iniziativa di intraprendere negoziati con gli insorti e indirizzare le trattative in modo che ne facciano parte gli interessi americani in materia di sicurezza. Inoltre, dal punto di vista degli elementi più vulnerabili della popolazione afghana -le donne e le minoranze etniche, per esempio- e rispetto ai limitati ma reali progressi compiuti dal 2001 ad oggi, prima si avviano trattative e meglio è, perché il prossimo anno i talebani saranno anche più forti. Ecco perché le chiediamo di avviare e sostenere dei colloqui diretti con lo stato maggiore talebano che si trova in Pakistan. Un cessate il fuoco ed il ritorno dello stato maggiore degli insorti in Afghanistan potrebbero rappresentare parte di un processo di allentamento del conflitto in grado di condurre alla formazione di un governo di coalizione. Dal momento che non esiste alcuna possiblità di una vittoria militare, proseguire con l'approccio fin qui adottato metterà gli Stati Uniti in una posizione molto difficile.
Perché un processo di negoziazione possa alleviare in modo significativo le più importanti questioni alla base del malcontento e ridurre le ineguaglianze sul piano politico, deve svolgersi su livelli molteplici, partendo dai rapporti internazionali tra i paesi confinanti con l'Afghanistan via via scendendo a livello di provincie e di divisioni amministrative dei singoli distretti. Condurre i negoziati su più tavoli è ncessario per rafforzare il messaggio, che a sua volta rispecchia la realtà dei fatti, secondo cui le discussioni sul futuro politico dell'Afghanistan devono riguardare dall'inizio alla fine tutte le parti interessate, e non consistere in qualche rapido abboccamento con qualche appartenente al fronte degli insorti.
Noi siamo convinti che con la mediazione si possano raggiungere accordi capaci di portare la pace in Afghanistan, di fare dei talebani degli attori responsabili nel quadro dell'ordinamento politico afghano, di garantire che l'Afghanistan non possa essere usato come base per il terrorismo internazionale, di proteggere le libertà conquistate a così caro prezzo dalla popolazione afghana, di contribuire a stabilizzare la regione e di rendere superflua la presenza di contingenti internazionali stranieri su vasta scala, oltre che di gettare le basi per l'instaurazione di relazioni durevoli tra l'Afghanistan e la comunità internazionale. Sarà necessario tutto l'ingegno che gli Stati Uniti potranno profondere nella loro politica e nella loro diplomazia per giungere a questo positivo risultato. E' tempo di costruire una strategia alternativa, che riesca a consentire agli Stati Uniti di uscire dall'Afghanistan salvaguardando al tempo stesso i propri legittimi interessa in materia di sicurezza.

In fede,


Mariam Abou Zahab - Ricercatrice e lavoratrice nel campo degli aiuti umanitari in Afghanistan tra gli anni '80 e l'inizio degli anni '90
Matthieu Aikins - Giornalista
Gregg Albo - Facoltà di Scienze Politiche, York University, Toronto, Canada
Scott Atran - Antropologo (University of Michigan) ed autore di Talking to the Enemy
Bayram Balci - Ricercatrice al CNRS ed ex direttore dell'Institut Français d’Etudes sur l'Asie Centrale (IFEAC)
Scott Bohlinger - Analista politico
Rony Brauman - Ex capo di Médecins Sans Frontières
Rene Cagnat - Ex colonnello, studioso dell Asia Centrale (IRIS)
Rupert Talbot Chetwynd - Autore di Yesterday’s Enemy - Freedom Fighters or Terrorists?
Carlo Cristofori - Secretary, International Committee for Solidarity with the Afghan Resistance (fondato nel 1980)
Michael Cohen - Senior Fellow, American Security Project
Robert Crews - Professore associato, dipartimento di storia della Stanford University; coautore di The Taliban and the Crisis of Afghanistan
Robert Abdul Hayy Darr - Autore di The Spy of the Heart ed operatore umanitario in Afghanistan durante gli anni '80 ed i primi anni '90
Rob Densmore - Veterano della US Navy in Afghanistan e giornalista
Gilles Dorronsoro - Visiting Scholar (Carnegie Endowment for International Peace) ed autore di Revolution Unending
Bernard Dupaigne - Professore, Musée de l’Homme, Parigi autore di varie pubblicazioni sull'Afghanistan; operatore umanitario in Afghanistan durante gli anni '80 ed il 2010
David B. Edwards - Antropologo (Williams College) ed autore di Before Taliban
Jason Elliot - Autore di An Unexpected Light
Christine Fair - Assistente, Security Studies Program, Georgetown University
Nick Fielding - Giornalista e scrittore
Bernard Finel - Professore associato, National Security Strategy, National War College (USA)
Joshua Foust - Analista militare ed autore di Afghanistan Journal: Selections from Registan.net
Martin Gerner - Giornalista, scrittore e cineasta (Generation Kunduz: the war of the others)
Antonio Giustozzi - Autore di Koran, Kalashnikov and Laptop e curatore di Decoding the New Taliban
Ali Gohar - Consulente freelance, Just Peace International
Edward Grazda - Fotografo, autore di Afghanistan 1980-1989 e Afghanistan Diary 1992-2000
Prof. Dr. Eva Gross - Senior Research Fellow, Institute for European Studies, Vrije Universiteit (Brussels)
Shah Mahmoud Hanifi - Professore associato, James Madison University
Emilie Jelinek - Senior Researcher, The Liaison Office (TLO), Afghanistan
Muhammad Ajmal Khan Karimi - Giornalista freelance e analista ricercatore di stanza a Kabul
Jerome Klassen - Visiting Research Fellow, Center for International Studies, Massachusetts Institute of Technology (USA)
Daniel Korski - Senior Policy Fellow, European Council on Foreign Relations
Felix Kuehn - scrittore e ricercatore residente a Kandahar, coautore di My Life With the Taliban
Musa Khan Jalalzai - Analista ed autore di Taliban and Post-Taliban Afghanistan
Minna Jarvenpaa - Ex responsabile per l'analisi e la programmazione, UNAMA
Robert C. Jones - Ex colonnello delle U.S. Army Special Forces, direttore in Studi Strategici, Center for Advanced Defense Studies (USA)
Dr. Leonard Lewisohn - Senior Lecturer in lingua persiana, University of Exeter (UK)
Anatol Lieven - Professore, War Studies Department del King’s College di Londra ed autore diPakistan: A Hard Country
Charles Lindholm - Antropologo, Boston University, ed autore di Generosity and Jealousy
Bob McKerrow - Autore di Mountains of our Minds – Afghanistan
Shaheryar Mirza - Inviato di ‘Express 24/7’ (Pakistan)
Nick Miszak - Sociologo, Senior Research Officer, TLO, Kabul
Alessandro Monsutti - Research Director, Transnational Studies/Development Studies al The Graduate Institute, Ginevra
Janan Mosazai - Giornalista freelance residente a Kabul
Naheed Mustafa - Giornalista freelance
Jean Pfeiffer - Esperto in questioni giapponesi per l'ACAF
Gareth Porter - Giornalista
Ahmed Rashid - Giornalista ed autore di Taliban and Descent into Chaos
Amandine Roche - Consulente per l'Afghanistan ed autore di The Flight of the Afghan Doves
Nir Rosen - Fellow, New York University Center on Law and Security, ed autore di Aftermath: Following the Bloodshed of America's Wars in the Muslim World
Gerard Russell - Research Fellow, Carr Center for Human Rights Policy, Harvard University
Prof. Justin Rudelson - Senior Lecturer in lingue e letterature asiatiche e mediorientali, Dartmouth College, ed autore di Lonely Planet Central Asia Phrasebook e di Oasis Identities: Uyghur Nationalism along China’s Silk Road
Lisa Schirch - Consulente e professore in costruzione della pace, Center for Justice & Peacebuilding, Eastern Mennonite University (USA)
Emrys Schoemaker - consulente ed esperto di mass media
Abdulkader H. Sinno - Associate Professor, Indiana University ed autore di e di Beyond
Alex Strick van Linschoten - Scrittore e ricercatore residente a Kandahar, coautore di My Life With the Taliban
Astri Surkhe - Senior Researcher, Chr. Michelsen Institute, Norvegia
Yama Torabi - Co-direttore, Integrity Watch Afghanistan
Matt Waldman - Analista esperto in questioni afghane
Mosharraf Zaidi - Analista indipendente, editorialista per The News


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Autori, analisti o ricercatori esperti della materia che abbiano lavorato in Afghanistan che volessero sottoscrivere questa lettera si rivolgano a contact@afghanistancalltoreason.com.


04 maggio 2012

Glenn Greenwald - Stati Uniti d'America, caso Tarek Mehanna: ecco chi sono i veri criminali


Tarek Mehanna in un fotogramma da un video girato a Boston nel 2009 (Reuters/WHDH-TV)

Traduzione da Salon.

L'esemplare comportamento in tribunale di un musulmano americano condannato per le sue idee politiche

In una delle più plateali violazioni al principio di libertà di parola garantito dal Primo Emendamento che si sia vista da un po' di tempo a questa parte, un musulmano americano di nome Tarek Mehanna è stato processato alla metà di aprile di quest'anno in un tribunale federale di Boston che lo ha condannato a diciassette anni di carcere. E' stato giudicato colpevole di aver sostenuto Al Qaeda per aver tradotto in lingua inglese alcuni documenti diffusi dai terroristi e per aver espresso "considerazioni positive" sul conto dell'organizzazione, oltre che per aver tramato per "uccidere" soldati statunitensi in Iraq (ovvero, per aver mosso guerra ad un esercito invasore che sta conducendo un attacco deliberato contro un paese musulmano). Sono ancora in viaggio e non ho molto tempo oggi per scrivere del caso specifico; Adam Serwer vari mesi fa ha scritto un eccellente sunto di perché la persecuzione giudiziaria contro Mehanna costituisca una minaccia tanto odiosa contro la libertà di parola; qui si trovano altri dettagli sul caso, ed io stesso mi sono già espresso sul conto della crescente criminalizzazione della libertà di parola verificatasi nel corso delle presidenze Bush ed Obama, per cui i musulmani vengojno perseguiti per le loro idee politiche pur chiaramente protette; adesso però voglio che tutti leggano qualcosa di abbastanza stupefacente: la dichiarazione incredibilmente eloquente e profonda che Mehanna ha pronunciato prima che venisse letta la sentenza che lo condannava a diciassette anni di carcere.
Io credo che prima o poi in futuro sarà la storia a giudicare in modo piuttosto chiaro chi sono i veri criminali in questo caso giudiziario. Non Mehanna, ma quelli che hanno messo in piedi la politica che egli si è sentito obbligato a combattere, e le figure che hanno cospirato per consegnarlo per due decenni ad una cella.

La dichiarazione di Tarek - 12 aprile 2012
Letta al giudice O'Toole al momento dell'emissione della sentenza, 12 aprile 2012


In nome d'Iddio, compassionevole e misericordioso.
Quattro anni fa esatti, proprio in aprile, avevo finito il mio turno di lavoro all'ospedale. Stavo andando a piedi a riprendere la macchina quando mi vennero vicino due agenti federali. Mi dissero che potevo scegliere tra due cose: potevo prendere la strada più facile, o potevo prendere quella più difficile. Quella facile, come mi spiegarono, significava diventare un informatore per il governo. Se avessi accettato non avrei mai visto come sono fatti un tribunale o una cella. Quella difficile, beh, è quella che mi ha condotto qui. Sono qui dopo aver passato la gran parte degli ultimi quattro anni in una cella singola grande quanto un ripostiglio ed in cui trascorro chiuso a chiave ventitré ore al giorno. L'FBI e gli inquirenti hanno lavorato molto duramente -e il governo ha speso milioni di dollari di tasse- per chiudermi in quella cella, farmici restare, portarmi in tribunale e alla fine avermi qui in piedi davanti a voi perché oggi fossi condanato a trascorrervi ancora più tempo.
Nelle settimane che hanno preceduto questo momento molte persone mi hanno dato dei suggerimenti su quello che avrei dovuto dirvi. Alcuni hanno detto che avrei dovuto pietire misericordia sperando in una sentenza leggera, altri invece mi hanno detto che in un modo o nell'altro non me la sarei comunque cavata con poco. Quello che voglio fare io è soltanto parlare di me per pochi minuti.
Quando mi sono rifiutato di diventare un informatore, quelli del governo hanno reagito accusandomi del "crimine" di aver sostenuto i mujaheddin -o, come li chiamano loro, i "terroristi"- che combattono contro l'occupazione dei paesi musulmani in tutto il mondo. Io non sono nato in un paese musulmano, sono nato e cresciuto qui in America e questa cosa irrita molta gente: com'è possibile che io, americano, creda nelle cose in cui credo e prenda le posizioni che prendo? Tutto quello cui un uomo è esposto nell'ambiente in cui vive ha un qualche effetto su di lui, ed io non faccio eccezione. Così, per più versi, io sono come sono proprio perché sono americano.
A sei anni cominciai a raccogliere una grande collezione di fumetti. E' stato Batman a ficcarmi in testa un certo concetto, a presentarmi una certa visione paradigmatica di come funziona il mondo: da una parte ci sono gli oppressori, dall'altra ci sono gli oppressi, e poi ci sono quelli che si alzano a difendere gli oppressi. La cosa mi ha colpito a tal punto che per tutto il resto dell'infanzia sono stato attratto da qualunque libro riflettesse questa visione: La capanna dello Zio Tom, l'autobiografia di Malcolm X... riuscii a trovare una dimensione etica anche nel Giovane Holden.
Quando andai alle superiori e cominciai a seguire delle vere lezioni di storia, imparai come il mondo funzioni davvero in quel modo. Seppi dei Nativi Americani e di quello che li aveva fatti cadere nelle mani dei colonizzatori europei, ed imparai poi di come i discendenti di quei colonizzatori vennero a loro volta oppressi dalla tirannia di re Giorgio III.
Lessi la storia di Paul Revere, di Tom Paine, e di come gli americani insorsero armati contro le forze militari britanniche: un'insurrezione che adesso ricordiamo riverenti come guerra rivoluzionaria americana. Da bambino ho anche partecipato a varie gite scolastiche la cui meta era a pochi isolati di distanza da dove ci troviamo adesso. Imparai chi fossero Harriet Tubman, Nat Turner, John Brown e la lotta contro la schiavitù in questo paese. Imparai la storia di Emma Goldman, di Eugene Debs, e la storia delle lotte sindacali, della classe operaia, dei poveri. Studiai di Anna Frank e dei nazisti, e di come perseguitavano le minoranze e imprigionavano i dissidenti. Studiai la storia di Rosa Parks, di Malcolm X, di Martin Luther King e delle lotte per i diritti civili.
Studiai la storia di Ho Chi Minh e di come i vietnamiti abbiano combattuto per decenni per liberarsi da un invasore dopo l'altro. Lessi di Nelson Mandela e della lotta contro l'apartheid in Sud Africa. Tutto quello che ho imparato in quegli anni non ha fatto che confermare le prime cose che avevo appreso a sei anni: nella storia c'è sempre stata una lotta incessante tra oppressi ed oppressori. E in ogni lotta che mi capitava di studiare stavo sempre con gli oppressi e provavo sempre ammirazione per coloro che si levavano a difenderli, non importa di quale nazionalità o di quale religione fossero. E non ho mai buttato via gli appunti che prendevo a scuola: sono tutti in ordine, impilati nell'armadio di camera a casa mia, anche mentre sto qui in piedi a parlare davanti a voi.
Di tutti i personaggi storici di cui mi sono interessato, uno spicca su tutti gli altri. Rimasi impressionato per più versi da Malcolm X, ma la cosa di lui che più mi ha colpito è stata la sua trasformazione, il suo percorso di trasformazione personale. Non so se avete visto il film X di Spike Lee; è un film che dura più di tre ore e mezza, ed il Malcolm che si vede all'inizio è diverso dal Malcolm che si vede alla fine. All'inizio è un delinquente analfabeta, poi arriva ad essere un marito, un padre, una guida protettiva e faconda per il suo popolo, un bravo musulmano che compie lo Hajj alla Mecca e, alla fine, un martire. La vita di Malcolm mi ha insegnato che l'Islam non è qualcosa di innato, non è una cultura e non è una questione di appartenenza etnica. L'Islam è un modo di vivere, una condizione mentale che tutti possono scegliere, non inporta da dove vengono o come sono cresciuti. Questo mi ha spinto ad approfondire l'Islam, e l'Islam mi ha conquistato. Ero solo un adolescente, ma l'Islam si è mostrato in grado di dare una risposta ad un interrogativo davanti al quale le più grandi menti scientifiche si sono dimostrate impotenti, la questione capace di spingere alla depressione e al suicidio anche l'individuo più ricco e famoso che non sia in grado di dare ad essa una risposta: qual è il significato della vita? Perché esistiamo? L'Islam inoltre risponde anche all'interrogativo del come dovremmo regolare le nostre esistenze. E dal momento che non schiera alcuna gerarchia e alcun ordine sacerdotale, io stesso ho potuto direttamente e senza indugio iniziare ad approfondire i testi del Corano e gli insegnamenti del Profeta Muhammad ed intraprendere il cammino verso la comprensione di cosa tutto questo significasse, delle implicazioni che l'Islam ha per me in quanto essere umano, per me come individuo, per la gente che mi circonda e per il mondo intero; e più studiavo, più consideravo l'Islam prezioso come l'oro. La pensavo in questo modo quand'ero adolescente ma anche adesso, nonostante tutto quello che ho sofferto negli ultimi anni, io sono qui in piedi davanti a voi e davanti a chiunque altro in quest'aula di tribunale nelle vesti di uno che è orgoglioso di essere musulmano.
Man mano che studiavo cominciai ad interessarmi a quello che stava succedendo ai musulmani in varie parti del mondo. Ovunque guardassi vedevo all'opera grandi potenze intente a cercare di distruggere quello che io invece amavo. Lessi di cosa avevano fatto i sovietici ai musulmani dell'Afghanistan e i serbi ai musulmani di Bosnia; lessi di quello che i russi stavano facendo ai musulmani in Cecenia. Lessi di quello che lo stato sionista aveva fatto in Libano, e di quello che sta continuando a fare il Palestina con il pieno sostegno degli Stati Uniti. E infine scoprii quello che la stessa America stava facendo ai musulmani. Lessi della guerra nel Golfo e delle bombe ad uranio impoverito che hanno ucciso migliaia di persone e fatto salire alle stelle il numero dei casi di cancro in tutto l'Iraq. Ho letto delle sanzioni volute dall'America, sanzioni che hanno vietato di importare in Iraq cibo, farmaci ed equipaggiamenti medici, e di come -secondo le Nazioni Unite- più di mezzo milione di bambini sia morto a causa di tutto questo. Ricordo una sequenza tratta da un'intervista a Madeline Albright trasmessa da 60 minutes, in cui la Albright diceva che secondo lei era "valsa la pena" che tutti quei bambini morissero. L'ho visto l'undici settembre, quando un gruppo di persone si è spinto a dirottare degli aerei e a farli schiantare contro dei palazzi tanta era l'indignazione per la morte di quei bambini. L'ho visto poi, quando l'America ha attaccato ed invaso direttamente l'Iraq. Ho visto gli effetti dello "Shock and Awe" il giorno in cui è iniziata l'invasione, i bambini nelle corsie degli ospedali con le schegge dei missili americani che gli uscivano dalla fronte (no, nulla di tutto questo è andato in onda sulla CNN).
Ho saputo cos'è successo nella città di Haditha dove ventiquattro musulmani, tra i quali c'erano donne, bambini e addirittura un settantaseienne ridotto in sedia a rotelle, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e di bombe mentre ancora stavano dormendo nei loro letti da fucilieri di marina degli Stati Uniti. Ho saputo di Abeer al Janabi, una ragazzina irachena di quattordici anni che cinque soldati americani hanno violentato in gruppo, prima di sparare in testa a lei e a tutta la sua famiglia e di dare alla fine i loro corpi alle fiamme. Vi voglio ricordare che, come potete facilmente constatare di persona, le donne musulmane non lasciano intravedere neppure i loro capelli ad un uomo a loro estraneo. Cercate dunque di immaginare questa ragazzina, che viene da un villaggio conservatore, cui vengono strappati i vestiti e che viene violentata non da uno, non da due, non da tre, non da quattro, ma da cinque soldati. Anche oggi seduto nella mia cella posso leggere degli attacchi con i droni che continuano ad uccidere ogni giorno dei musulmani in paesi come il Pakistan, la Somalia e lo Yemen. Un mese fa abbiamo tutti sentito la notizia dei diciassette musulmani afghani, per lo più mamme con i loro bambini, cui un militare americano ha sparato, dando anche in questo caso fuoco ai loro corpi.
Tutte storie che finiscono nei titoli di testa, ma una delle prime cose che ho imparato è che l'Islam è essenzialmente una questione di lealtà e di fratellanza: ogni donna musulmana è mia sorella, ogni uomo mio fratello, e tutti insieme siamo un tutt'uno i cui appartenenti hanno il dovere di proteggersi reciprocamente. In altre parole io non posso accettare che cose simili vengano fatte a miei fratelli e a mie sorelle -qui in America o altrove- e rimanere indifferente. Ho continuato a solidarizzare con gli oppressi, ma adesso la questione diventava più personale, così come diventava più personale la mia ammirazione per coloro che li difendevano.
Prima ho citato Paul Revere; quando iniziò la sua cavalcata nella notte, lo fece per avvertire che gli inglesi stavano dirigendosi verso Lexington per arrestare Sam Adams e John Hancock, e verso Concord per sequestrare le armi che i Minuteman vi avevano accumulato. Appena gli inglesi giunsero a Concord trovarono i Minuteman ad attenderli armi alla mano. I Minuteman aprirono il fuoco contro gli inglesi, li costrinsero a combattere e li batterono. La Rivoluzione Americana è nata con quello scontro armato. C'è una parola, in arabo, per descrivere quello che quei Minuteman fecero quel giorno. Questa parola è jihad. Ecco per che cosa mi si processa. Tutti questi video e tutte queste traduzioni e tutte questi litigi bambineschi a base di "Ehi, ha tradotto questo paragrafo" e "Oh, ha riportato questa frase" e tutto il resto del baraccone ruotano attorno ad una questione sola: quella dei musulmani che si sono difesi contro i soldati americani, che stavano facendo loro esattamente quello che i britannici fecero a suo tempo all'America. Nel corso del processo è venuto fuori chiaro e limpido che non ho mai, mai progettato di "uccidere americani" nei grandi magazzini o chissà dove altro. Gli stessi testimoni di parte del governo hanno negato la cosa, e mettiamoci pure tutta la fila di periti che si è avvicendata a quel banco, passando ore a vivisezionare ogni singola parola che ho scritto per spiegare come la pensavo. Inoltre, all'epoca in cui ero ancora libero, quelli del governo hanno mandato un agente sotto copertura per cercare di tirarmi dentro ad uno dei loro "complotti del terrore"; io mi sono rifiutato di partecipare. Stranamente la giuria non ha mai sentito parlare di tutto questo.
Questo processo, quindi, non riguarda quello che penso dei musulmani che uccidono dei civili americani. Riguarda quello che penso degli americani che uccidono dei civili musulmani, e su questo argomento io penso che i musulmani devono difendere le loro terre dagli stranieri invasori, sovietici, americani o marziani che siano. Ecco quello che penso. E' quello che ho sempre pensato e quello che continuerò a pensare. Non si tratta né di terrorismo né di estremismo. E' semplicemente tutto quello che simboleggiano le frecce che compaiono sul sigillo che sta sopra le vostre teste: la difesa della patria. Io non sono d'accordo con i miei avvocati quando affermano che non dovete condividere ciò che penso. No, chiunque abbia un po' di senso comune e un po' di umanità non può che essere d'accordo con me. Se qualcuno fa irruzione in casa tua per rapinarti e fare del male alla tua famiglia, è la pura e semplice logica ad imporre che tu faccia tutto quanto serve per cacciare da casa gli invasori.
Quando la casa è un paese musulmano, e quando l'invasore è l'esercito degli Stati Uniti, chissà perché i parametri di giudizio cambiano all'istante. Il buon senso viene ribattezzato "terrorismo" e la gente che si difende da qualcuno che dall'altra parte dell'oceano piomba lì per ammazzarla diventa i "terroristi" che "uccidono gli americani". Considerare l'America brutalizzata dai britannici che andavano per le sue strade due secoli e mezzo fa, significa considerare brutalizzati anche i musulmani; oggi sono loro che hanno i soldati americani per le strade. E' la mentalità del colonialismo.
Quando il sergente Bales il mese scorso ha sparato a tutti quegli afghani i mass media non hanno parlato altro che di lui: della sua vita, di quanto era stressato, del suo disturbo post traumatico da stress, del mutuo che doveva pagare per la casa: come se la vittima fosse stata lui. Alla gente che aveva ucciso sul serio non è stato riservato alcun coinvolgimento, come se non fossero stati individui reali, come se non fossero stati degli esseri umani. Purtroppo questo modo di pensare ha finito per contagiare tutti i membri della nostra società, che se ne siano o meno resi conto. Ci ho messo due anni, a furia di discussioni, spiegazioni e chiarimenti, per convincere i miei avvocati a togliersi il paraocchi e a dare per lo meno segno di accettare che c'era una logica in quello che sostenevo. Due anni! Persone tanto intelligenti hanno impiegato un tempo così lungo, e si trattava di persone tenute per mestiere a difendermi, per rivedere i propri assunti; quanto ci vorrebbe per mettermi sul serio davanti ad una giuria composta da individui scelti a sorte ma rispettosi della condizione di essere dei miei "pari imparziali"? Siamo seri. Io non sono stato chiamato in giudizio davanti ad una giuria di miei pari, perché con la mentalità che sta stringendo l'America di oggi non è possibile che ci siano dei mei pari. E facendo affidamento proprio su questo quelli del governo mi hanno processato; non perché ne avevano la necessità, ma semplicemente perché avevano il potere di farlo.
Studiando la storia ho imparato anche un'altra cosa. L'America, nel corso della storia, ha sostenuto i governi che più degli altri si sono macchiati di ingiustizie nei confronti delle minoranze - un modo di fare politica che godeva anche dell'avallo della legge - solo per poi guardarsi indietro e dire tra sé "Ma cosa avevamo per la testa?" La schiavitù, Jim Crow, l'internamento dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale furono tutte cose ampiamente accettate dalla società americana; ciascuna di queste iniziative è stata difesa dalla Corte Suprema. Ma col passare del tempo e man mano che l'America cambiava, sia la gente comune che i tribunali hanno preso a guardare al passato e a chiedersi "Ma cosa avevamo per la testa?" Nelson Mandela veniva considerato un terrorista dal governo sudafricano e venne condannato all'ergastolo. Il tempo è passato, il mondo è cambiato, i sudafricani hanno capito quanto oppressive fossero state le linee politiche seguite fino ad allora e che non era lui ad essere un terrorista, e l'hanno liberato. E' persino diventato presidente. Così, tutto è soggettivo: peersino tutto quest'affare del "terrorismo" e di chi è un "terrorista". Tutto dipende dal tempo e dal luogo e da qual è la superpotenza in quel momento.
Per voi io sono un terrorista; per voi non c'è nulla di strano nel fatto che io sia qui in piedi vestito con una tuta arancione. Ma un giorno l'America cambierà e la gente riconoscerà quello che sta succedendo qui ed oggi per quello che è realmente. Si ricorderanno di come centinaia di migliaia di musulmani sono stati uccisi e mutilati dai soldati statunitensi in altri paesi, anche se oggi sono io quello che va in prigione per aver "cospirato per uccidere o ferire" in quegli stessi paesi perché sostengo i mujaheddin che difendono quelle persone. Si ricorderanno di come il governo ha speso milioni di dollari per incarcerarmi come "terrorista": se riuscissimo in qualche modo a riportare in vita Abeer al Janabi proprio nel momento in cui veniva violentata da un gruppo di vostri soldati, a metterla sul banco dei testimoni e a chiederle chi sono i "terroristi", sicuramente ella non indicherebbe me. Quelli del governo dicono che sono ossessionato dalla violenza, ossessionato dall'"uccidere americani". Io, come musulmano che vive in tempi come questi, non potrei pensare ad una bugia più ironica.


Tarek Mehanna, 12 aprile 2012.

02 maggio 2012

Yemen - La misera utopia di Al Qaeda e la sua battaglia per il consenso


Colpisce il divario crescente tra il sistema di controllo totale che è divenuto la norma in "Occidente" e la letterale dissoluzione dello Stato in molte aree del resto del mondo, in cui l'umanità si riorganizza nei modi più vari.

Traduzione da The Guardian.


Ghaith Abdul Ahad, dallo Yemen meridionale, scrive degli jihadisti che assieme alla sharia portano acqua ed elettricità gratuite

lunedi 30 aprile 2012

Sventola la bandiera nera: combattenti jihadisti ad un posto di blocco nella città di Azzan, nello Yemen meridionale. La zona, in cui sono fioriti gli emirati jihadisti di recente proclamazione, è controllata da affiliati ad Al Qaeda nella Penisola Araba (AQAP). Foto di Ghaith Abdul Ahad per The Guardian.

Sulla strada che da Aden va verso est abbiamo visto la bandiera nera di Al Qaeda dopo aver superato di poche centinaia di metri l'ultimo posto di blocco dell'esercito. Sventolava in cima ad un edificio parzialmente demolito da delle esplosioni. Da questo punto in poi, in direzione delle regioni interne del paese, qualunque cosa segnalasse una presenza governativa yemenita è scomparsa. In questa zona sorgono emirati jihadisti di recente proclamazione, alla cui testa si trovano affiliati ad Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), la sezione yemenita del movimento fondato da Osama bin Laden.
L'AQAP esiste da anni in questo territorio brullo e montagnoso, ma nel corso degli ultimi dodici mesi i jihadisti sono scesi dagli altopiani, a prendere il controllo delle città in pianura. Si stanno dando da fare per edificare qui un'utopia qaedista in cui la sicurezza è garantita dagli jihadisti, la giustizia segue la legge della shari'a e anche la distribuzione dell'elettricità e dell'acqua sono regolate dall'emiro.
Azzan fino ad un anno fa era solo una cittadina di mercato nella provincia di Shabwa. Adesso rappresenta uno dei tre emirati islamici proclamati nello Yemen meridionale. Quando noi del Guardian l'abbiamo raggiunta abbiamo visto l'accesso alla città difeso da più di una dozzina di combattenti muniti di mezzi blindati sottratti alle forze governative. Tre giovani jihadisti ci sono venuti incontro e ci hanno portati nel punto in cui il figlio diciassettenne del leader spirituale dell'AQAP, Anwar Al Awlaki, è stato ucciso, probabilmente da un drone americano. Lo stesso Awlaki è stato ucciso in un altro attacco lo scorso anno.
In un negozietto a fianco della strada alcuni giovani lavorano ai computer, copiando i sermoni di Awlaki, del capo di Al Qaeda Ayman Al Zawahiri e di altri nomi familiari del jihad mondiale. Un poster sul muro pubblicizza un film chiamato The survivors che mostra i racconti dei capi sopravvissuti agli attacchi dei droni.
La vecchia stazione di polizia della cittadina è stata trasformata in un tribunale che segue la legge sacra. Dentro, il giudice siede in una stanza sulle cui pareti campeggiano i simboli del tribunale jihadista: una bandiera nera, un kalashnikov ed un lungo bastone usato per le punizioni corporali. Il giudica apre un taccuino, per mostrarci come il sistema giudiziario di Al Qaeda abbia risolto quarantadue casi in due settimane.
"Ci sono persone che si rivolgono a noi da regioni che non siamo noi a controllare, e che ci chiedono di risolvere i loro problemi", spiega. "Il sistema giudiziario basato sulla legge sacra è veloce e incorruttibile. Riusciamo a risolvere entro un giorno la maggior parte delle cause."
In quest'opera di giustizia gli è mai capitato di tagliare mani?
"Tagliare la mano ad un ladro non serve a punire il ladro, ma ad ammonire tutto il resto della società", afferma. Dirigendoci cento miglia ad ovest di Azzan arrivamo nel centro di un altro emirato islamico, Jaar. I combattenti jihadisti ci vengono incontro con un blindato catturato di recente, con la loro insegna appena dipinta sopra e munito di bandiera nera.
Ci facciamo strada attraverso l'affollato mercato e passiamo banchi di verdure e di piolli vivi, intanto che fucilieri in moto pattugliano le strade polverose e sconnesse. Molti degli edifici della città sembrano esser stati ridotti in macerie da qualche attacco aereo.
In questa landa desolata, l'AQAP ed i suoi ppartenenti stanno cercando di costruire una società nuova. A differenza di quanto fatto in Somalia, in Iraq ed in Afghanistan, nello Yemen essi stanno cercando di instaurare la legge sacra conquistando il cuore e la razionalità delle persone.
A Jaar l'amministrazione jihadista ha abolito le tasse, fornito acqua ed elettricità gratuitamente e sistemato le fognature. Sono le sue autocisterne a distribuire acqua nei villaggi e nei campi dei beduini. Gente che vive nel deserto attorno alla cittadina racconta che i jihadisti hanno connesso i loro villaggi alla rete elettrica per la prima volta in assoluto. L'amministrazione islamica ha persino lasciato che le persone continuassero a masticare lo stimolante qat. Hanno solo insistito affinché il mercato del qat si svolgesse fuori dalla città.
Uno jihadista giovane e dall'aria timida di nome Fouad ci conduce in un edifico abbandonato, dove ci sono cose da mangiare sparse sul pavimento. "Mangiate, mangiate, questi sono tempi di abbondanza", dice spezzettando con le grosse dita tozze della carne di montone.
"I tempi sono cambiati, le cose vanno molto meglio" dice Fouad, "Sono finiti i giorni in cui pativamo ogni pena e ci dovevamo nascondere sulle montagne".
Un altro combattente vestito all'uso afghano si siede con noi, ma il suo pancione e le giberne stracolme gli impediscono di mettersi in ginocchio e di prendere il riso con le mani, così si limita a raccogliere un osso e a tenerlo inclinato, succhiandolo come farebbe un bambino contento e facendolo fischiare.
"Sia reso grazie ad Allah", dice il combattente.
Fouad una volta studiava inglese alla facoltà di lettere dell'università di Sana'a, ma adesso si veste e si atteggia come uno jihadista. In testa porta un grosso fazzoletto bianco tirato sulla fronte, che mantiene in ombra le sue fattezze emaciate. Parla sottovoce in arabo classico, ma quello che dice è roba dei nostri giorni ed ha poco a che fare con le caverne dell'Afghanistan.
"I mass media si sforzano di ritrarre i mujahedin come degli ignoranti falliti, che si mettono su questa strada perché sono dei reietti della società", dice. "In realtà molti mujahedin hanno studiato ed hanno anche dei diplomi superiori, ma hanno abbandonato gli studi per prendersi cura del loro paese. Hanno visto il loro paese insultato e costretto sotto l'oppressione, e credono che sia loro dovere intraprendere questo percorso".
Secondo Fouad la "democrazia", un vocabolo che per lui indica i leader arabi autocratici che nei loro paesi tengono elezioni truccate ha mostrato di non funzionare.
"La democrazia ha fallito nel mondo arabo", afferma. "Ha fallito in Tunisia, ha fallito in Egitto, ha fallito in Libia, ha fallito nello Yemen. La gente su questo è d'accordo".
"La democrazia ci ha portato soltanto ingiustizia, ignoranza, arretratezza e il desiderio di scimmiottare l'occidente. Ed i primi a rivoltarsi contro questi governi ignobili sono stati i mujahedin. All'inizio la gente non li seguiva perché lo stato di polizia era forte. La gente li temeva. Alla fine, però, ha cominciato a ribellarsi quando ha visto che si trattava di scegliere tra l'ingiustiza e la schiavitù da una parte e la libertà dall'altra. Così la gente si è ribellata. E noi sosteniamo ogni rivoluzione, come faceva lo sceicco Osama".
"Anche noi abbiamo tratto benefici da queste rivoluzioni. Ci hanno portato la libertà, siamo potuti scendere in campo aperto".
Secondo Fouad le rivoluzioni hanno indebolito gli stati di polizia e gli jihadisti si sono mostrati in grado di trarre profitto dalla situazione. "Siamo riusciti a prendere il controllo di certe città e di certe regioni. Siamo riusciti a parlare alla gente della nostra missione. Tutto questo è successo durante l'ultima rivoluzione".
"Abbiamo cercato fin da principio di arrivare a controllare città e regioni. Controllare il territorio con la legge sacra è il nostro obiettivo fondamentale. Nient'altro. Vogliamo solo servire il popolo, dando ad esso quello che per tanto tempo gli è mancato".
Gli jihadisti avevano già cercato di prendere Jaar svariate volte, riuscendo in qualche caso a tenere la città per qualche settimana prima di venirne cacciati. Ma lo scorso anno la rivoluzione che ha rovesciato il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha scavato delle divisioni nell'esercito e messo un reparto contro l'altro indebolendo così le forze di sicurezza. Gli jihadisti hanno tratto vantaggio dalla cosa e stavolta pare che abbiano avuto un duraturo successo.
Un muezzin chiama alla preghiera e tutta la città inizia a dirigersi verso la moschea.
Fouad cammina con noi attraverso il mercato, facendoci notare la perfezione e la devozione di una città dove i negozianti lasciano le loro botteghe incustodite intanto che si recano a pregare.
"Guardate: le merci vengono lasciate incustodite e nessuno ruba", dice.
Che cosa succede a chi non vuole prendere parte alla preghiera?
"Ci limitiamo a prenderlo in disparte e ad ammonirlo su uqanto la preghiera sia importante", spiega.
E se qualcuno proprio non vuole saperne?
"Allora li rinchiudiamo da qualche parte in un posto tranquillo e gli diamo da leggere delle cose, fino al momento in cui non capisce fino a che punto si trovava nel torto".
Fouad ci chiede, scusandosi con un sorriso gentile, di dargli i cellulari. Poi veniamo bendati e portati in macchina a vedere i detenuti.
Quando Fouad ci toglie la benda dagli occhi ci troviamo davanti ad un piccolo complesso di costruzioni circondato da uomini pesantemente armati; alcuni portano i sarong locali, altri il salwar kameez. Due tra di loro tengono il viso coperto con la kefiah.
Montano la guardia davanti a porte di metallo chiuse con un lucchetto. Ci portano nella prima stanza, dove una dozzina di soldati catturati siede sul pavimento, i piedi nudi legati con catene di metallo nuove fiammanti con un piccolo lucchetto di rame. Sono stanchi, alcuni hanno la barba lunga.
C'è un uomo in mezzo alla stanza che parla con voce monotona mentre i militari lo stanno a sentire: "Siamo soldati, abbiamo combattuto per difendere il nostro paese... abbiamo combattuto valorosamente fino a quando non siamo rimaasti senza munizioni... adesso chiediamo al fratello presidente di prendere in considerazione la nostra situazione e di ottemperare alle richieste dei nostri fratelli di Ansar al Sharia e di scambiare noi con i loro prigionieri..."
Ci portano in un'altra cella, dove un altro soldato in piedi racconta una storia molto simile mentre intanto qualcuno lo riprende con una telecamera.
Nella quarta sala chiediamo ad uno degli uomini accovacciati sul pavimento quale trattamento venga loro riservato. "Ci trattano come detenuti. Come detenuti", ripete fissandomi ad occhi bene aperti. Dopo la visita ai prigionieri, un uomo acquattato per terra e carico di armi ci dice: "Sono dei poveracci, gli danno un caricatore per uno, vale a dire... quanto? Trenta proiettili? Ognuno di noi invece porta dieci caricatori: quanti proiettili sono? Fate il calcolo: e poi pensate che noi possiamo anche rifornirci durante la battaglia; usiamo Google Maps e mandiamo degli esploratori in avanscoperta prima di attaccare. Loro sono dei poveracci".
In macchina, sulla via del ritorno, un uomo che per il suono della voce si capisce essere il comandante, dice: "Chiediamo una risposta al governo, e che si proceda con lo scambio dei prigionieri".
E cosa succede se il governo non si mostra d'accordo?
"La Shari'a ci concede tre modi per trattarli: rilasciarli, cosa che non faremo, scambiarli o ucciderli", dice. Più tardi possiamo andare un po' da soli in giro per Jaar. C'è un contadino con il viso incorniciato da una sottile barba bianca che sta todnando dai campi che ci sono nei pressi della città. Cosa ne pensa del governo degli jihadisti?
"Hanno preso tre uomini da tre posti diversi e gli hanno tagliato la mano", dice.
Avevano rubato? "Sì, ma che cosa? Un condizionatore d'aria, un po' di roba varia... ma adesso a Jaar nessuno si azzarda nemmeno ad alzare la voce, figuriamoci a rubare. Questa città è diventata un posto tranquillo: persino al mercato non c'è nessuno che urla. Al Qaeda ha imposto la sicurezza, ma se sospettano che qualcuno stia facendo la spia, lo fanno sparire".
I terreni fertili attorno a Jaar sembrano deserti. I canali di irrigazione, lasciati quasi un anno senza cure, si sono asciugati e la terra giallastra è crepata e polverosa. Laddove crescevano i manghi e le papaya, adesso ci sono alberi rinsecchiti e mulinanti nuvole di polvere.
Molta gente se n'è andata per i bombardamenti dell'artiglieria governativa e per gli attacchi aerei. Decine di migliaia di profughi si ammucchiano nelle scuole di Aden, dove vivono tra immondizie non raccolte, fogne a cielo aperto e povertà.
"La gente se ne è andata: ogni famiglia ha lasciato un solo figlio maschio a casa, e tutti gli altri sono scappati ad Aden", spiega il vecchio contadino.
Faisal è tra i fuggitivi. Una mattina l'anno scorso si è svegliato e ha scoperto che i jihadisti avevano preso il controllo della città. "Non fu sparato un solo colpo", dice.
Gli abitanti cercarono di formare dei cortei per le strade di Jaar, protestando contro l'occupazione della città. Qualcuno gli ha sparato addosso e la folla ha finito per disperdersi. Allora Faisal si è unito ad una carovana di profughi alla volta di Adent, dove adesso vive in un campo di raccolta.
Pochi mesi dopo la conquista di Jaar gli jihadisti si sono spinti nella vicina città di Zinjibar. Hanno circondato la caserma della polizia e quella dei servizi. Le forze delle temute unità di sicurezza del governo centrale hanno abbandonato subito il campo; il giorno successivo anche l'esercito ha fatto lo stesso. Gli jihadisti vincitori hanno saccheggiato i depositi delle armi pesanti e i magazzini di munizioni. I pesanti bombardamenti e i combattimenti verificatisi a Zinjibar nei mesi successivi hanno spedito ad Aden altre decine di migliaia di profughi, col risultato che Aden ha oggi l'aspetto di una città assediata.
A marzo le infittite schiere degli jihadisti hanno ottenuto un'altra vittoria tattica nell'attacco ad un accampamento militare alla periferia della stessa Aden. Invece di attaccare le ben protette trincee e le postazioni dei tank, gli jihadisti si sono mossi lungo un sentiero di montagna ed hanno preso l'esercito alle spalle. in poche ore hanno ucciso centoottantadue soldati, ne hanno presi prigionieri settantadue, hanno fatto razzia di armi e sono scomparsi.
A Sana'a e ad Aden sono stati in parecchi a non credere che l'esercito dello Yemen potesse essere così facilmente sconfitto da una banda tribale. Dov'erano le unità antiterrorismo appoggiate dagli americani?
Ad Aden, The Guardian ha incontrato un giovane tenente dai capelli corti e dai baffi appena accennati. Ancora prendeva la paga dell'esercito ma era più di un mese che non indossava l'uniforme. Faceva parte del corpo di ricognizione della venticinquesima brigata corazzata, quella che nel corso dell'ultimo anno ha preso parte a quasi tutti gli scontri nella provincia di Abyan.
"Ci sono parecchie teorie della cospirazione sul perché abbiamo perso Zinjibar", diceva. "Molti pensano che Saleh abbia fatto un accordo coi jihadisti, ma la verità è più semplice: gli alti gradi dell'esercito sono putrefatti e corrotti. Perché mai un soldato dovrebbe combattere, se è a Sana'a che l'eserito è in dissoluzione?
"Sapete in quanti sono stati ad attaccare quell'accampamento? Qualcosa tra i cinquantacinque e i sessantacinque uomini".
La stima che il tenente fa della forza degli jihadisti corrisponde a quello che ci ha detto Fouad. Per vent'anni le vicende della provincia di Abyan e di altre zone dello Yemen meridionale si sono intrecciate strettamente alla storia dello jihad mondiale. In migliaia sono andati a combattere in Afghanistan. In seguito nuove ondate di yemeniti jihadisti sono partiti per l'Afghanistan, per l'Iraq e la Somalia, e Abyan ha rappresentato uno dei percorsi preferiti per i giovani sauditi che cercavano di ottenere addestramento militare per poi raggiungere l'Iraq. "I nostri comandanti hanno un nuovo modo di comandare, nuove tattiche ed un nuovo modo per finanziarsi" diceva Fouad. "L'esercito dello Yemen è molto più debole di quanto si pensi. Non hanno alcuna ragione per combattere. [L'esercito] combatte solo per denaro e il denaro è comunque a servizio degli interessi stranieri, che i soldati ne siano consapevoli o meno. Loro seguono gli ordini dei loro comandanti".
"Noi invece abbiamo imparato", diceva Fouad.